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Tag Archives: eros

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La fragilità dei narcisi è consapevolezza inconsapevole caduta silenziosa coscienza incosciente desiderare fino alla morte l’amore senza darlo e fa paura tutto questo sentire e non sentire mai nel buio profondo una caverna di spettri incontrare qualcuno che non ti sia specchio sarebbe un massacro c’è sempre stato un massacro in ogni storia come camminare all’alba sulla battigia e guardarsi riflessi nelle onde ombre di bruma e sguardi stravolti dal gelo ci siamo specchiati così a fondo da esserci lasciati divorare dal mare è musica melanconica sinfonia di tenebra armonia cancellata prossimità del vuoto salto infinito non aver paura di morire ma solo di non esistere come la morte fosse il suggello l’espiazione ultima della colpa d’essere incapaci di amare altro che un riflesso e non saper vivere senza tutto eternamente torna follia nietzscheiana al punto di partenza camminavamo spettrali sul limitare del mare paure primordiali si specchiavano nel buio ingoiato dalla luce eravamo così belli sotto quella luce mezza luna mezza aurora epifanie d’esistenza crepuscolare sapienza dei piedi sabbia umida e fredda rabbrividire nella bora e abbracciarsi prima dell’ultimo salto tornare a casa e sentirsi il cuore in gola illudersi di aver amato per un’ora dimenticarsi il sapore e il vissuto i corpi avvinghiati all’ombra del fuoco restarsene a cantare stornelli non sense e rinnegare ogni cosa per riviverla con il primo chiunquealtro che si fosse presentato alla fine si può invidiare tutto l’amore del mondo tutta la gloria la determinazione quando basta un telefono che squilla a vuoto per non alzarsi dal letto si può invidiare a morte chi ha finito l’università messo su famiglia o è partito per viaggi umanitari avendo qualcosa da raccontare qualcosa che non sia specchio infranto tu invece senza vetro e senza pelle ancora mi parli della vita per starmi accanto devi scendere nel pozzo e danzare in mezzo ai morti ma io non so mica quanta forza hai dentro ho bisogno di essere vinta battuta in battaglia scagliata oltre le fondamenta del muro invisibile prima della battaglia guarda nel fondo della luna ci saranno gli occhi miei scacciami se sei in tempo trafiggimi o salvami una volta per tutte da questo abisso di specchi sbrecciati una sola volta una sola morte affinché non sia vana l’attesa e la luce che a quest’ora s’irradia sulla battigia il colore del cielo rovente e azzurrato senza luogo senza senso come fosse eterno il suono della risacca che inganna le ore come fosse di carne il sapore del mattino che il mare dissipa al vento.

© i. p.

Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.

Titolo bellissimo per un romanzo sorprendente.
Gli autori, Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, sono riusciti a comporre un quadro caleidoscopico di una relazione trovando due frecce ai rispettivi archi che poi sono un solo arco, comune:
1) potenza della voce;
2) bellezza della lingua letteraria.
Aggiungerei un terzo pregio: la felicità dello stile che proviene dritta da una felicità di racconto.
Riguardo alla voce, anzi -è bene precisarlo- al coro di voci che come in una tragedia greca cantano questa storia, la varietà è mirabile e non ne inficia l’intensità. Quanto alla lingua, è densa pregnante pulsante – e precisa, tagliente come un taglierino affilatissimo.
Perché questo romanzo, per ciò che racconta e per la formulazione del racconto, taglia davvero il ghiaccio più che come il coltello kafkiano: come un bisturi che va a segno e non genera inutile sanguinamento, come una resezione ripetuta e millimetrica, come un laser che mentre taglia cauterizza.
La lingua mi ha colpita molto anche perché in questo romanzo si fa una battaglia strenua in difesa del congiuntivo, sia presente che imperfetto – con predilezione per questo secondo, con un tale amore del rischio che a volte i volteggi le capriole le piroette i salti mortali invocano una rete sotto per porre riparo all’avventatezza e allo scapicollo mai ingenui ma sempre molto avvertiti dei due taumaturghi unificati in un solo, prodigioso racconto.
La pagina si gremisce di voci, come un proscenio, e questo permette di sondare superfici e profondità, ambiguità e sdoppiamenti, ironia e senso del tragico, e permette anche di muoversi disinvoltamente sullo schermo del tempo e di collegare punti sparati via nello spazio e pronti a riaggregarsi attraverso un fitto eppure lieve gioco di corrispondenze di baudelairiana memoria.

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Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, gli autori.

Maya è una rabdomante della conoscenza, la sua rapsodica visione del mondo è impetuosa e cromatica, la sua percezione è impressionistica e poco impressionabile, non richiede ordine e costruzione ma tende ad ascoltare la natura, a partecipare del suo spirito – Anya che la seduce e la deride col cinismo di chi sopprime i sentimenti e approfitta del sentire le toglie tutto: tutto può essere tolto a chiunque, anche a chi non ne ha cognizione e perde ogni cosa, ne è defraudato, senza che questo attenui il dolore, anzi esaltandolo semmai.
Edoardo non è meno risparmiato dalla realtà che gli sbatte in faccia di continuo nei teatri di guerra dove deve di continuo raccattare parti di corpi sparpagliati attorno da bombe mine colpi di mitraglia, e non è meno dolente o dolorante, però è sagace o crede d’esserlo, ha un rapporto ordinato con gli oggetti mentre è scompaginato a dispetto persino di sé stesso dalle persone. Costituisce un duo comico irresistibile con l’aiutante in campo Salicetti che riesce a farlo vomitare più di quanto non gli venga naturale per esempio elencandogli le risorse del cuoco di campo Rinaldi.
Attorno a loro un vero coro greco: tutti medici e sapienti (direbbe Edoardo Bennato) salvo la povera madre di Maya – al cuore (nerissimo) di questa vicenda composita (alla lettera) sorge un luogo, una casa abbandonata, dove giace una figura lynchana che potremmo prenderci il lusso di battezzare Laura Palmer, e molto sullo sfondo si sfoca la figura del padre di Maya e con lui il rapporto padre-figlia, l’intrico triangolare padre-madre con figlia, l’amore e la gelosia, la competizione femminile, e il nascosto-rimosso (Caché, come nell’omonimo film di Machael Haneke, premio per la regia Cannes 2005) che forse è il fondo che sobolle alla base dell’intera storia – Lacan regna, forse: ma la lettura psico- è quella buona? Di sicuro diventa possibile, incombe pende pencola, a dispetto della fede positiva nella sapienza clinica dei due luminari convocati sulla scena, uno psichiatra e un ginecologo.
Come capite bene, questo è un vero romanzo romantico: non perché sia sentimentale ma perché riconosce al sentire una potenza conoscitiva strabiliante, dà corda all’intuizione, si puntella su intuito e sentire, assicura trionfo all’immaginazione – cioè alla irresistibile e immediata traduzione in immagini della lettura del mondo, una sorta di ‘restituzione per immagini’ del conosciuto, cioè dell’esperienza, da parte dell’artista.
Samuel Taylor Coleridge, l’autore della Ballata del Vecchio Marinaio (che ha poi ispirato molta musica rock, da A Salty Dog dei Procol Harum fino a quasi un intero album di Sting, The Soul Cages), ha specificato che la fantasia è di tutti gli esseri umani ma l’immaginazione è solo dei poeti – non perché i poeti siano super uomini o sciamani o vati ma perché sono afflitti da un più acuto anzi acuminato sentire, come i pittori. E questo più acuminato sentire impone loro dei compiti, l’irrinunciabilità ad esprimere ciò che più profondamente e lucidamente vedono nella caligine del tormento: in questo romanzo, in cui domina una percezione spettrografica, si staglia a un certo punto L’Urlo di Edvard Munch, la ferita che ha aperto in lui il solco di quella creazione. Del resto l’acme della felicità di racconto e di stile e di linguaggio arriva a pagina 140: – Arturo era mio padre, mio figlio era mio padre. Stiamo dalle parti di William Wordsworth, The Child is Father to the Man: il bambino è padre all’uomo, perché il figlio viene prima del padre in quanto il bambino precede l’uomo. Magnifico!

imagesyhelambThe Lamb, Willaim Blake

Il bambino del resto come l’agnello che belando fa gioire tutte le valli era già l’eroe innocente e puro di William Blake, il più rock dei poeti romantici, padre dei Doors, e ispiratore del Jimi Hendricks di Little Wing – per esempio, e William Blake era poeta e pittore anzi incisore, era scorticato interprete del suo tempo. Come Maya, dopotutto. E come Edoardo, sotto sotto.
Soprattutto William Blake era un artista. Questo romanzo è anche un ragionamento sulla posizione dell’artista nella società e nel mondo, sulla possibilità non tanto che sia compreso ma che sia lasciato in pace, che sia lasciato creare e donare al mondo la sua visione sacra.
Ecco, in questo romanzo ricorrono, nominati apertamente, senza timore, i termini ‘visione’ o ‘visionario’ e ‘gotico’: alla faccia, questo è parlar franco! La visionarietà e gli abissi o gli slanci che immaginiamo quando pronunciamo l’aggettivo ‘gotico’ qui sono materia diretta di racconto, mentre manca la musica, anzi essa è un disturbo con tutta la caciara del mondo e rimanda semmai a una paesanità che è familiare a chi ha vissuto in provincia prima di traslosare a Roma.
E perché manca la musica? Perché si torna alle radici della cultura occidentale, a quel ‘tempesta e impeto’ da cui la musica si è generata. Pensateci.

DANIELA MATRONOLA, SABATO 2 LUGLIO 2016

Copertina Una volta l'Estate

In uscita il 30 giugno per Meridiano Zero

Prima presentazione a Roma: 30 giugno, con Paolo Restuccia e Loredana Germani, alle 18, alla Mondadori di via Piave.

Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.
Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.
I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.
Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi.

Un incommensurabile grazie di cuore a Massimiliano Santarossa e Paolo Restuccia che scrivono:

“In anni in cui troppa narrativa italiana sconta il peccato della distanza dall’impegno, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio, a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota alla controstoria, pertanto verissima storia, degli attuali figli d’Italia.”
Massimiliano Santarossa

“Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali della narrativa italiana di oggi, ironico, surreale, e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzo mette la sua voce al servizio di una storia profonda ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.”
Paolo Restuccia

 

Qui tutte le info, rassegna stampa, interviste, ect

cavallogiostra

Entrando in casa era buio, i mobili scricchiolavano e avevano un odore come di stantio. Mi portai innanzi e non riconobbi il suo volto. Poche ore prima mi aveva scritto un messaggio carico di promesse. Di te, null’altro che di te, aveva scritto, senza aggiungere soggetto e predicato. Ero rannicchiata sopra un divano con un bicchiere di spumante dolciastro e qualcosa di molle e zuccherato in un piatto rosso di plastica. L’aria odorava di dolce in modo nauseabondo e il corpo alle volte non lo sentivo più. Non avevo alcuna voglia di vederlo. Mi ero comunque vestita per raggiungerlo, lui non era quel genere di uomo che sappia aderire all’inconfessabile. Quel messaggio risuonava fasullo, meschino ma non sapevo dire di no al sesso così come all’alcol, al cibo e a qualsiasi forma di scivolamento. Avevo chiuso un vecchio libro di filosofia e mi ero vestita senza grazia, non lasciandomi sedurre dall’idea di piacergli. Forse mi ero resa conto solo uscendo di quanto avessi indosso, per il freddo suppongo, avevo dimenticato il cappotto ma per la stessa incuria con cui trascuravo ogni resistenza alle passioni tristi, avevo trascurato anche il corpo. Ogni corpo.
Lì il buio mi aveva colpita, uno schiaffo suppongo o una puntura di spillo ripetuta più volte sulle guance e sul collo. Forse era sopraggiunta una specie di stolida compassione per gli ambienti ostili dove serpeggiava un aroma antico e per nulla nobile, per nulla rassicurante, ma neppure spaventevole. Luca mi stava di fronte con i denti bianchi accesi nella penombra senza luce. Mi teneva per la cintura dei pantaloni e senza dire nulla mi trascinava per le stanze scansando con i piedi gli scatoloni.
Ancora quei pacchi, dissi torcendo appena il capo verso il basso.
Manca qualcosa, lui pieno di allusioni.
E mi accorgevo a stento della resistenza che facevo con le scarpe, del rumore stridente delle suole contro le mattonelle. Poi avevo fatto strisciare le unghie contro la parete e continuavo a fissarlo. Non ti accorgi di niente, di niente.
Mi tirò fino alla camera da letto, senza mobili, solo pacchi e un materasso grande a terra coperto da un telo, le sigarette sul pavimento laido, miasma di fumo e intonaco.
Nulla da dirmi? Nulla da dirmi, Carla? Perché non dici mai niente.
Ma lo sapeva, inutile rinvigorire, con la voce speranzosa di obliate persuasioni, tutto quel tempo vuoto che ci accingevamo ad abitare. E cosa avrei dovuto dirgli? Guardati. La barba incolta. E le linee attorno alle labbra, ogni linea un anno perduto a rincorrere chimere. Poi mi vorrai fino allo stremo e dopo il piacere mi riporrai per un mese in uno dei cassetti del subconscio. Possibilmente chiusa a chiave sinché non ritorni a tormentarti il demone. Desiderare. Consumare. Vuotarsi.
Mi lasciai crollare e mentre mi tirava e tirava vidi una foto stropicciata in uno di quei pacchi. Una ragazza. Avrà avuto vent’anni, il corpo esile, l’aria sostenuta.
Le sue mani sul viso, con forza, mi trasse a sé e poi giù, sul materasso.
I piedi contro i miei a cercarne il contatto e rapirmi l’equilibrio. Il fiato sul suo. Non me lo chiese, e neppure io. Forse domani ci saremmo lamentati, io dell’amante sua giovane e lui del mio alcol, dei miei aperitivi solitari e infiniti, tutto quel lasciarsi vivere. E a tratti goderne come di una vittoria sulla logica estensione delle cose.
Non starmi troppo vicina, Carla, non troppo, sussurrava sarcastico.
Mi allargò appena le cosce, aveva l’odore del tabacco. Non mi avvicinai e non reagii ma lasciai che tutto si compisse senza essere particolarmente vigile o interessata al vorticare ingegnoso dell’impulso. Non opposi resistenza per puro capriccio a lasciarmi avvenire, a lasciar fuori dal corpo ogni traccia di consapevole raziocinio.
Alle volte mi stringeva la carotide fino a lasciarmi semi cosciente e allora i singulti erano un’epifania di ritrovata beatitudine, quella dei bambini piccoli quando credono di creare i seni della madre per berne. Così c’era tra noi un patto mai pronunciato: io avrei lasciato fuori la facoltà di deliberare e lui avrebbe rinvigorito la volontà di potenza. Fino ad allora aveva funzionato. Qualche volta il corpo mio privato di ogni volontà si era acceso in una libidine oscura, onirica, vicina a una qualche forma di estasi. Ci eravamo poi rivestiti e ciascuno aveva proseguito la sceneggiata dell’indifferenza, senza un messaggio, una telefonata, un pensiero gentile, mai. Per poi ritrovarmi magari dopo un mese o due qualcosa come quindici chiamate e un messaggio con su scritto vieni a vivere da me, ti scongiuro.
C’erano le sue mani ora e i pantaloni tirati giù fino al pube. Le mani calde sui fianchi, li torcevano, erano pinze ma non ne sentivo la stretta. Quanto piuttosto la carne, questo sentivo, una porzione immane di carne vuota torcersi e piegarsi, riempirsi, vuotarsi, tremolare e mentre le dita mi cercavano il piacere rivedevo l’immagine esile di ventenne. Chiunque fosse stata. Mi appariva fulgida nel suo piccolo corpo di giovane donna, con uno sguardo tagliente, di ferro, il candore di una vergine e la dentatura appuntita, vampiresca.
Il corpo sopra di me non aveva suono, né peso, persino il suo odore parve scomporsi in una gamma variegata di fragranze di etnie. E gli sentivo addosso mille corpi e mille volti. Mille donne, di me, fare brandelli.
Mi riebbi. E quel corpo dentro il mio era di ferro, come lo sguardo della sua piccola amica in foto. In un istante era una lama e mi tagliava in pezzetti piccolissimi.
Lo spinsi via con foga. Rotolò sul materasso fino a toccare il freddo del pavimento e con quegli occhi bambini sembrò inginocchiarsi.
Carla…
Mi aspettavo un gesto di rabbia, uno scompenso degli equilibri sonori, quanto meno un’offesa, un oggetto lanciato. Ma cosa potevo aspettarmi da uno che tiene la vita segregata in pacchi di cartone da due mesi. Si trascinò sul letto rialzandosi i pantaloni della tuta e si sollevò lieve con una leggerezza da danzatore concettuale.
Tu bevi troppo, disse prendendo una sigaretta e l’accendino dal pacchetto sul pavimento.
Si accostò alla finestra e il tornante cigolò.
Avevo acceso la luce e guardandogli la barba incolta che baluginava di biancore e gli zigomi incupiti e ingrossati dal tempo, ebbi un sussulto e per un attimo gli vidi tutti i suoi cinquant’anni di pena e lavori precari e vessazioni e rinunce e lotte ormai smarrite e tradimenti e abbandoni e figli di cui non sapeva più nulla. Rimasi indietro mentre fumava con le braccia sul marmo e gli occhi bui infossati a cercarmi risposte nei gesti a scatti con cui infilavo le vesti.
Presi una sigaretta anch’io e mi accostai solo per accenderla. Mi tirò ancora per la cintola buttandomi in faccia il fumo.
Che cos’hai in testa? Eh?, sussurrava.
Scostai le dita che mi cercavano il pube, erano briciole, rimasugli di un piatto ormai vuoto.
Non hai bisogno di me, dissi.
Mi volsi a guardare lo scatolone con la foto. Di qui non era che un foglietto bianco in cima a una montagna di cimeli di ruggine.
Tentò un abbraccio.
Ma che dici? Te l’ho detto mille volte, vieni qui. L’alcol ti fa diventare isterica…
Una mano sul labbro e gli impedii di proseguire. Con uno schiocco delle dita gettai la sigaretta contro le luci della notte. A piccoli passi mi allontanai. Lui non si mosse e non smise di guardarmi. Null’altro che un corpo, ricordo, un corpo lasco e vizzo che si piega inesorabile al tempio della giovinezza.
Avevo ancora un miasma sottile di alcol quando la porta mi si richiuse alle spalle. Le vesti un poco sgualcite e il freddo nella carne a picco dalle finestre dell’androne. Ricordo la leggiadria di tutte le porte che si chiusero. E quell’istante frivolo di gaudio mentre correvo al freddo per prendere l’ultima corsa del tram. Con le stelle fulgide e infinitamente piccole nel buio a stravolgere l’opacità stantia e grigia di un luogo che non conoscevo più.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

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Rivederti è stato aprire le porte, lasciarsi penetrare dall’aria, irridere un trascorso doloroso, tramutarlo in favola. Non potrei dimenticare quella giornata di flebile inverno liceale. Avevi gli occhi scuri, pieni e le labbra carnose. Ti si notava da lontano, poggiata a quella ringhiera nel cortile gremito di colori, foglie rosse e kefie. Scrivere di te non è semplice, rischio di cadere nell’antinomia o nell’eccesso. E invece era tutto così tenue, un soffice scivolare nell’oscurità, ma senza strappi, senza contrazioni. Dolcemente, andavamo dritte dritte nella bocca dell’inferno. E ci piaceva, quanto ci piaceva, sapere di finire dentro quel tunnel senza via d’uscita. Ci sentivamo sante e assassine. Quando tutto intorno era freddo e vuoto noi avevamo ancora il coraggio di ridere.

Il nostro bacio sui sedili di quel pullman e i ragazzi che guardavano chiedendoci di farlo ancora, e il senso di sporco come fossimo state scoperte in un gioco troppo intimo per poter essere visto da altri.

L’odore dell’incenso nel tuo giardino d’estate. Lo scrosciare della pioggia negli interstizi dei portici di via Capruzzi, quando indossavi maschere punk e suonavi alla chitarra Penny Royal Tea, cantando appena, la voce flebile si apriva tra le labbra, e trattenevi l’epifania dei gesti nelle dita e negli occhi. E io vestivo in quel modo così stupido e sessantottino. Scrivevo lettere a Jim Morrison credendomi sua reincarnazione. E poi la festa di 18 anni di V,. quando schiudevamo capsule di estatici veleni avvolte nelle maschere della nostra furiosa adolescenza, e danzavamo tra tutte quelle fotografie in bianco e nero. Mi sarebbe piaciuto conoscere le giuste parole per raccontarti quel che in me si agitava. Nel tornare a casa sentivo i vuoti nei muri. La mia immagine fissavo nello specchio. Il reale si sgretolava. L’immagine era colore sciolto. E la sintassi perdeva posto nell’organizzazione del senso. Avrei voluto averti tra le braccia. Stringerti. E non capivo cosa fosse quella vertigine al tuo fianco. E non capivo come definire la potenza di quel sentimento. E come avvenisse senza che potessi scegliere o dare definizione alcuna alle circostanze. Non sono mai riuscita a definire i rapporti, lasciavo che mi scivolassero nel corpo, nella carne, non ne afferravo il verso, la direzione.

E il giorno del mio ventesimo compleanno, noi, dentro sconosciute auto di sconosciute genti, nella sintesi aurorale di cieli in fiamme viola perlato e luci al litio, abbacinanti e nere, disperse nelle desolate lande delle campagne pugliesi, tra vigneti e ulivi, con l’odore forte di rugiada al mattino e il crepitio ossesso dei decibel, mentre danzavamo la decadenza del tempo, sulle rovine del mondo, in un sociale che crolla. Poggiasti le labbra sulle mie, il tuo sapore chimico al lampone è ancora nella mia bocca, chiedendomi ancora e ancora e ancora di provare tutto. Ora. Subito. Spalancare le porte. Incarnare l’istante. Renderlo eterno. E indivisibile. Simile a un Nirvana rovesciato. Simile all’assoluto che la giovinezza pretende. Mentre devasta corpi e significati. Sbrana e devasta. Sbrana e devasta. Fino a lasciarti vecchia.

Stringevo fasulli fidanzamenti solo per starti accanto. Consumavamo chimiche passioni orgiastiche sulle terrazze di paesi quasi greci, decomponendoci in milligrammi di valium e benzodiazepine di vario genere. La carne era tutto. E potevamo scambiarcela e indossarla, stravolgere i sensi inondare le coscienze di esiziali misture e, divorate dai corpi, in un labirinto di specchi, estatiche, potevamo scrutarci da lontano, o troppo, troppo vicino, sfiorarci e dilaniarci, senza toccarci mai.

E ricordo i nostri quindici anni di nottate etiliche, trascorse sulle gradinate delle poste, davanti alla taverna, nel grigio novembrino della città, mentre auto di genitori sospettosi facevano due giri intorno al palazzo per poterci spiare, nella nostra folle illusione di assoluto. E uomini dall’aspetto scheletrico gridavano all’umanità dei sottosuoli l’indomabile potenza della loro esistenza border. Ricordo noi bere vino scadente fino a vomitare su quei gradini, e ancora spiarci distanti mentre il primo arrivato riusciva a infilarsi tra le cosce dell’una o dell’altra, senza per nulla conoscerne nome o identità, per poi dimenticare e continuare a giocare a dadi con le vite degli altri, mentre tutti erano fuori dal quel quadro espressionista, e c’eravamo solo io e te, il fuoco violentissimo della nostra volontà di potenza, la forza ammaliatrice della natura feroce cui non eravamo che inconsapevoli emanazioni.

E i quattro anni di silenzio in cui cercavo di ricrearmi una vita lontano da tutta quella stupefacente devastazione, e ti sapevo distante e ti immaginavo perduta. Invece è stato dolce ritrovarsi in quegli stessi luoghi privi della tossicomane fauna cui eravamo abituate, attraversare quei gradini vuoti, entrare in taverna e trovare un’altra aura. Stare lì dentro senza nessun orpello immaginifico borchiato o fluorescente, lì dentro, miscelate a tutta quella normalità di cui ora ci fingiamo parte, ma lo sappiamo entrambe che non è così, normali noi non lo saremo mai, possiamo concederci solo vite straordinarie, al di là del bene e del male. Questa diversità agli altri deve apparire stoltezza, ma in realtà è il contegno di un dio in mezzo ai mortali. È stato bello tornare nel tuo giardino, tra quelle mura, vederti giocare con i tuoi bambini biondissimi e fortissimi e pieni di quella volontà di vivere – infiammare e devastare – che un giorno ci è appartenuta e ora in noi si placa – si è placata – e possiamo solo rubarla alle vite degli altri. Come se non restasse che il gioco, ora che il muro è crollato. E ognuna ha scelto la sua forma: tu madre, io cantrice di storie sfiorate appena e mai possedute, in definitiva, infinite.

 

© i. p.

 

iris
Voglio che tutto sia profondo e lacerante la superficialità mi ripugna mi ripugna la ripetizione dell’identico mi ripugna la dialettica servo-padrone maestro-allievo io cerco altro da molto tempo ho abbandonato quelle vesti mentre a mie spese scoprivo nel fuoco quanto poco fossi padrona io di me stessa allora ho compreso di esser dominata da tutto ciò che m’illudevo di dominare leggevo il freddo e il crudele di Deleuze riscoprivo la libertà di infrangere i ruoli inventavo fantasmagorie da demoniaca santificazione inventavo Iris l’ideale dell’io capovolto e adesso sono qui con lei a parlare della fine del mondo mentre la sua libertà collima con la mia libertà di scegliere e comprendere forse un giorno avrò parole diverse per gli abissi parole nazional-popolari come quelle che piacciono a voi forse un giorno scoprirò il mistero della seduttività programmata forse un giorno abbandonerò l’istinto in funzione della ragione calcolatrice ma adesso adesso lasciatemi ridere di tanta inutile banalità lasciatemi con Iris preda e predatore perdermi in questi abissi blu elettrico prima che il cielo divori l’orizzonte in apnea nelle venature dell’estremo dove c’è spazio solo per beati e battuti santi e dannati folli e mostri quelli che vi accapponano la pelle quelli che vi piace insultare poiché non conoscono il linguaggio della menzogna borghese lasciatemi nel mio universo-mondo santi sono solo i fottuti su queste note violente al chiaro di luna spezzato lasciatemi infrangere barriere di carne divorare corpi e ridere come Lighea alla presenza dell’umano.

 

 

i. p.

ilafarfalle

Lui entra in camera. E’ una camera d’albergo. Scarna. Lei è ancora avvolta tra le lenzuola. Dorme? Lui guarda le forme del suo corpo attraverso le lenzuola. Ne inspira l’odore. Quell’odore di respiro e sudore gli piace.
Controlla l’orologio. Non c’è più tempo. Così si guarda allo specchio s’aggiusta il colletto della camicia, prende tre banconote da cento e le lascia sul comodino accanto al viso della ragazza. Esce tentando di non fare rumore. La porta sbatte. Lei apre gli occhi. In realtà è già sveglia da un pezzo.
Si rannicchia su se stessa. In questa posizione sembra una creatura dalle ali invisibili. Le sue labbra sorridono. Ma i suoi occhi piangono. Odia i propri occhi. Sa che è l’unica parte di sé che non può mentire.
Si alza. Lasciando cadere le coperte sul pavimento. Ha i capelli in disordine e il corpo intirizzito. La sua magrezza spettrale fa a pugni con la sensualità dei suoi movimenti.
S’infila nella vasca e immagina di svanire sott’acqua. Resta col fiato sospeso finché non sente pulsare le tempie. Poi riemerge. Sputa l’acqua. Tossisce. Si porta le mani sui capelli. Esce.
Guarda la propria immagine riflessa nello specchio. Silenzio. Silenzio. Labbra. Si morde le labbra come se dall’altra parte dello specchio vi fosse qualcuno da sedurre. Poi guarda i soldi sul suo comodino. 300 euro. Pensa che forse ne è valsa la pena.
Bussano alla porta. La ragazza infila il suo corpo minuto in un grande asciugamano bianco. Apre la porta.
Una donna alta e mora le dice che deve parlarle.
Lei non ha mai visto questa donna. E non capisce cosa voglia da lei. Che siano andati alla polizia a denunciare la sua scomparsa?
La donna ha un cappotto rosso che non le suona nuovo e un odore familiare. Ma proprio non ricorda di averla mai vista.
Le dice di entrare. Deve asciugarsi i capelli. Magari può iniziare a parlarle mentre si riveste. La donna rifiuta. Dice che l’aspetterà nella hall.
La ragazza richiude la porta. Sente il freddo correrle lungo la spina dorsale. Formula pensieri confusi. Si affollano nella sua mente le immagini di tutti coloro che potrebbero volere qualcosa da lei. Trema.
Abbassa il capo e fa scivolare la folta chioma in giù. Il fon corre per i capelli scottandole di tanto in tanto la nuca. La ragazza vorrebbe che i capelli non si asciugassero mai. Li guarda attentamente uno per uno. Scorge sfumature di rosso che non aveva mai notato prima. Esamina la consistenza di ogni capello. Sente il proprio battito cardiaco.
Non vuole tornare a casa, cazzo. Qualsiasi cosa ma non a casa. Preferisce andare in prigione. Preferisce passare il resto della sua vita a fare la puttana. Preferisce finire in una banda di criminali. Ma, per l’amor del cielo, non a casa.
Bussano ancora alla porta. Lei cerca con lo sguardo una via di fuga. Ma sa che non c’è. I capelli sono quasi asciutti. Va indietro con la testa e la chioma ramata le cade voluminosa sulle spalle.
Un attimo – dice, guardando verso la porta.
S’infila slip, reggiseno, un jeans e una camicetta bianca. S’avvicina lentamente alla porta.
Afferra la maniglia stringendo forte le dita. Sente il freddo dell’ottone correrle lungo gli arti. Brividi. Brividi. Silenzio.
Apre. La donna di prima le dice che devono andarsene. Ora. Che finché non passeranno la frontiera non saranno mai al sicuro.
Chi sei?
So che non puoi ricordare. Ci siamo conosciute quando eri molto piccola.
La ragazza fissa ancora il cappotto. Si sforza di ricordare dove l’abbia visto prima. Scorge qualcosa nei movimenti della donna. Nel modo in cui si tocca i capelli, nella gravità del suo sguardo, nel fremito delle sue mani, qualcosa che tradisce la sicurezza ostentata con le parole.

Deve fidarsi? Non deve? Cos’avrebbe da perdere? La segue. Rumore di tacchi giù per le scale. La ragazza si dirige verso la reception col portafogli tra le mani. Ma l’altra le dice che ha già fatto.

Il cielo è bianco. Il sole c’è ma non si vede. Un taxi le attende accanto a un platano. Le donne entrano. La ragazza vorrebbe sapere. Ma non ha il coraggio di domandare nulla. Qualcosa le dice che deve fidarsi. Qualcosa come l’odore di quel cappotto.
La donna fuma una sigaretta sottile. Ha un rossetto ciliegia. Labbra morbide e delicate. Dice all’autista di lasciarle a Ventimiglia.
Cosa hai fatto?
La donna tace. Getta la sigaretta dal finestrino e ne accende subito un’altra. Domanda alla ragazza se ha i documenti con sé. La ragazza annuisce. La donna si volta. È tesa. Finge indifferenza. Chiede all’autista se vi sia una strada secondaria. L’autista la guarda dallo specchietto retrovisore. La donna respira lentamente.
La ragazza s’accorge che dietro di loro vi è una Maserati grigia. La donna poggia una mano su quella della ragazza. L’altra sussulta. Abbassa lo sguardo. Osserva lo smalto rosso sulle unghie della donna.
Perché ci stanno seguendo?
Silenzio.
La ragazza sta sudando. A dispetto della propria volontà minuscole goccioline le cadono sulla fronte, sulle guance. Sente il calore dell’auto salirle alle tempie. La donna la guarda. Fissa a lungo i suoi occhi. Le asciuga la fronte. Le dice che va tutto bene.
Nel frattempo la Maserati le ha quasi raggiunte. La donna dà un colpo sulla spalla dell’autista. Gli dice di accelerare.
Chi è quello?
Dovresti dirmelo tu
L’auto corre. La strada si sgretola. Le due donne si tengono per mano. La Maserati cambia strada. L’hanno seminata. La donna tira un sospiro di sollievo.
Una volta – dice – una maga mi ha predetto il futuro
Non ci credo a queste stronzate
Può essere che siano stronzate. Ma non volevo che tu facessi quelle cose.
Ma che te ne frega? Chi sei? Cosa vuoi da me?
Devi ascoltarmi
No!
Perché?
Io non torno a casa!
Non voglio riportarti a casa
Allora che cazzo vuoi?
Portarti via dall’Italia
Per andare dove?
Andiamo al confine, parlerò con degli amici. Ti farò avere un lavoro
Mi spieghi perché?
La donna tace. Guarda dietro di sé. Non vede nessun’auto di sua conoscenza.
Al bordo della strada un autogrill. L’autista accosta. Dice alle donne che gli serve il bagno. Sguardi. Sguardi. Mani. La ragazza percepisce il calore dei palmi della donna. Si sforza ancora di ricordare dove abbia già visto quel cappotto. O sentito quell’odore. Le viene in mente Gennaio 1994. Fuori da scuola. La donna che aspettava silenziosa. Se la ricorda giovane e bella, dagli occhi tristi. Gli stessi occhi che non conoscono menzogne.
Poi i pranzi a casa dei vicini. Quando a casa era meglio non tornare. Come diceva la portinaia.
Da quanto tempo ce l’hai? – dice la ragazza toccando il bordo di quel cappotto
Molto tempo
Dove l’hai preso?
Era di mia madre. Ma è ancora molto bello, non è vero?
L’altra fa di sì con la testa. Subito comprende che ci siano di mezzo i suoi genitori. Non sa se per vie traverse o meno. Ad ogni modo sente un fremito nella pancia alla sola idea che quei vissuti la seguiranno sempre. Ovunque.
Rumore di nocche contro il finestrino. Le due donne si voltano. Un uomo sulla quarantina ben vestito chiede loro di scendere dall’auto.
La donna si volta verso la ragazza. Lo conosci? No. E tu? Neanche io. Restiamo qui, allora.
L’uomo continua a squadrarle. Bussa insistentemente. La donna abbassa il finestrino. Cosa vuole da noi?
L’uomo guarda la ragazza:
Tuo padre – dice – è in pensiero.
La ragazza sussulta. Non può essere. Non possono averla seguita sin lì. Non è legale tutto questo. Non possono farlo. Guarda l’uomo, poi la donna. L’uomo, la donna. L’uomo, la donna. Sono d’accordo? L’hanno incastrata? Che diavolo vuole da lei quella donna? Chi è?
La donna scende dall’auto. La ragazza la vede allontanarsi con l’uomo. Le pieghe del cappotto mosse dal vento. Resta attonita a fissare quelle gambe magre che s’allontanano.
Quando torna l’autista la ragazza gli dice di partire. Le risponde che non può e le porge una bottiglietta d’acqua. La ragazza gli dà del coglione ed esce sbattendo lo sportello.
Si stringe nella giacca. Il freddo le entra nelle ossa. Alcuni raggi di sole filtrano dai cespugli. Adesso non sa più dove andare. È di nuovo nel panico. Come la prima volta. La prima volta, sei settimane fa. La prima volta in cui varcò la soglia di casa. Ricorda ancora come avvenne. Suo padre, la sua compagna, quegli occhi senza amore. Chiusa a chiave in camera. Il cibo passato sotto la porta. Per cosa, poi? Aveva calato una fune di vestiti dalla finestra della sua stanza. Era sgusciata via.
La donna e l’uomo in lontananza. La ragazza entra in bagno. Si chiude a chiave lì dentro. Puzza di feci là dentro e sente l’urto del vomito. Ma può resistere. Sa che può farcela. Si guarda i palmi delle mani. Contando una per una tutte le linee. Immagina vite sottese dietro quelle linee. Ricorda una donna che le lesse la mano quando era bambina. Non ricorda i suoi occhi né il suo viso ma quel cappotto. Doveva essere la madre della donna senza nome. Tutte quelle cose dovevano avere una qualche attinenza.
Il tanfo si fa micidiale. Sempre di più. Lei sfrega le unghie contro la porta del bagno. Si ode quel rumore che dà i brividi. Bussano alla porta. La ragazza sente un nodo alla gola. Ingoia saliva. Bussano ancora forte. Forte. Forte.
Di tutte le immagini sceglie la meno appropriata: è la polizia. Se non esco sfonderanno la porta. L’aria fetida si somma alla pesantezza dei suoi respiri. Vorrebbe piangere. Vorrebbe lasciarsi cadere in un vortice di lacrime. Vorrebbe lasciarsi avvolgere da quella marea. Una cosa che faceva sempre da piccola. Quando la chiudevano in quella stanza. Panico.
Basta. Pensava. È tutto finito. Intanto continuano a bussare. L’aria stagna. L’angoscia cresce. La ragazza sa che presto non potrà più resistere in quello stato. Presto cederà e aprirà quella maledetta porta. Presto lascerà che sia il fato a decidere della sua sorte. Se solo avesse un coltello, un taglierino, un pugnale, un’arma. Che idea sciocca. Pensa. A cosa servirebbe un’arma contro la polizia. E poi perché avrebbe dovuto essere ricercata dalla polizia? Lei non aveva fatto niente. Niente a parte… tre per il momento. Non una in più. E non aveva neanche sentito addosso lo schifo che immaginava. Era stato meno terribile di quanto credesse. E si era sentita libera. Ma ora no. Gli eventi precipitano sempre più veloce verso il baratro. Quando arriva lo schianto?
Bussano. Bussano forte. La ragazza apre. Si guarda attorno. Non c’è nessuno. Chi ha bussato? Cos’era, uno scherzo? Una trappola?
Quando esce dal bagno la donna dal cappotto rosso l’attende. Lei stringe i denti. Abbassa le palpebre.
Dov’è quell’uomo? – le domanda
L’ho mandato via. Adesso vieni con me
Perché?
Andiamo via, adesso. Prima che ci trovi qualcun altro.

© ilaria palomba

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Ho attraversato una manifestazione in zona Largo Argentina. Un blocco. Io ero un punto fermo tra una linea retta e un blocco. Il mio desiderio era perdermi ma non ne ho avuto il coraggio. Apparat nelle orecchie da Octane ad Arcadia. Full album. Non ho avuto la faccia di perdermi nel corteo. Se l’avessi fatto sarebbe stato solo per lanciarmi negli scontri. Ho bisogno di violenza. È un momento di crisi dunque posso incolpare stato e polizia. Il punto è che sono ancora un punto e non già un rizoma. Punti e linee rette intersecano manifestazioni, vespe e orchidee, ma non le collegano. Sono un punto che viaggia in linea retta e questo mi disintegra. La bambina che sono stata mi ha sfanculata con un medio e un rovescio. La bambina che sono è una molecola impazzita. Non posso manifestare con loro perché non conosco i loro slogan, la loro musica mi fa cagare, non mi sintonizzo sui loro piani di realtà. Perciò quella manifestazione io l’ho attraversata senza tuttavia viverla. Da bambina avrei dato l’anima pur di picchiare uno sbirro. Era già pronto lo zaino per Genova ma mio padre non mi ha permesso di varcare la soglia dell’uscio. Per questo ho optato per una sana ed onesta tossicodipendenza dal dolore. Un no può cambiare il flusso degli eventi, in modo definitivo oserei dire. Non puoi andare al G8 di Genova, hai solo 14 anni. Non puoi diventare lesbica, hai solo 16 anni. Non puoi lavorare, hai solo 18 anni.

La verità è che sono stata una bambina obbediente, ho obbedito a ogni sua parola, a ogni loro parola e sono diventata la loro nullità.

Se avessi fatto quel che realmente avrei voluto ora non starei qui, seduta sui gradini di Piazza S. Maria in Trastevere a guardare giocolieri scarsi mentre una sgangherata urla, con una bottiglia in mano, che le hanno fregato il suo cappotto migliore, quello di pelliccia. Lei, unta e sdentata, con i capelli appiccicati sul viso e quell’odore di malattia venerea attaccato alla pelle, lei, è chiaramente la proprietaria della pelliccia che dichiara d’aver perso, non ci sono dubbi.

Bevo dell’acqua. La manifestazione è già sfiorita, ho attraversato Roma in cerca di COSA? Di diventare ecceità, nebbia, luce cruda.

Ora torno esangue sulla strada di casa, prendo il 30 express mentre ascolto ancora Octane, è una nenia. I palazzi settecenteschi si sgretolano come marzapane, l’autobus è pieno di frasi fatte contro il governo, la crisi, questa parola su tutte le bocche boccheggianti di anziani spiaccicati effetto sardina nel vetro del conducente. Esistono soltanto due possibilità, una è il liberismo, l’altra il liberismo meno meno. Ma si tratta pur sempre della stessa famiglia. Puzza di fogna, i loro aliti. Puzza di vuoto, le mie giornate.

Ho fatto ventiquattro colloqui cercando ventotto lavori diversi. Schiacciata nelle puzze della città che mi sono scelta come tomba ritorno, puntiforme verso la Colombo e poi a casa, al sicuro, lontano da un modo che seduce e divora, Kronos, i suoi figli bastardi.

Mentre salgo le scale e il portone fa un tonfo, il cellulare mi vibra in borsa. Dopo duemila tentativi di ricerca tattile tra moleskine, deodoranti, porta trucchi e sigarette, eccolo, lo afferro.

Ti ho sognata stanotte, mi sono masturbata.

Con questo messaggio bloccato nell’esofago giro tre volte la chiave nella toppa e ci sei tu, che sei tornato prima di me e c’è odore di sugo nell’aria, salsa fatta in casa e occhi che sorridono. Il mio maglione è impregnato di fumo di sigaretta.

Com’è andata?

Solita storia.

Ti avvicini, mi sfiori, c’è questa energia potenziale che si trasforma in occhio spalancato sui nostri corpi. Me ne sto distante da tutto e sono giovane e vecchia. Mi accarezzi le spalle, per te c’è ancora speranza. Le pareti viola sono un occhio che ci guarda e spoglia. Lo specchio di fronte al letto, le tue mani tra le mie cosce e le mie che ti acchiappano i polsi. E le tue che si liberano, s’infilano nel mio maglione. Quel telefono vibra, vibra sempre. Mentre lo specchio spia le nostre nudità, io mi volto a guardarlo, il telefono, è ancora lei. La tua testa tra le mie gambe, la tua lingua a cercare infiniti. La mia voglia che è una linea. Questa terra senza organi. Mi sento fremere, accarezzo i miei seni, sfiorando le areole, ti prendo per i capelli spingendoti dentro quasi volessi inglobarti nella mia vulva. E allo specchio siamo un tetraedro di pelle. C’è un odore forte di limone, umori sottili, sperma e lacrime. Ti spingi dentro come se volessi cancellarmi i ricordi. E ci riesci. Adesso fumo distante, ho le cosce bagnate e una mano tra le gambe.

Chi era al telefono?

Non era nessuno.

Non è vero.

Cosa cerchi, amore, la mia verginità? L’ho smarrita molto presto. La purezza l’ho sotterrata nel cemento dei crateri di macerie su cui ho danzato libera da forme e morali. Su cui ho danzato i miei duemilaedodici sospiri mentre tutto attorno crollava e continuavo a non vedere futuri ma omicidi, tingere di rosso i muri di queste arcane pareti. Ho danzato note technossessive mentre gli altri erano cumuli di zombie. Ho danzato il teatro metonimico della mia decadenza. E poi sono uscita dai casolari distopici e ho visto tutte le albe del mondo diventare dinamite. Ho visto kamikaze lanciarsi a picco sui miei sogni e profanare le mie illusioni in un unico botto di morte e overdose e pseudoamici invidiosi e disastri in fabbrica. Era l’apocalisse ma io continuavo, amore, a ballare mentre il futuro si sgretolava e i soldi finivano e tutto mi sfuggiva. Io danzavo su queste macerie e ridevo a crepapelle figurandomi allo specchio l’immagine del dio che mi stava strangolando.

Ora siamo qui, uniti ma distanti, quanti orgasmi servirebbero a cancellare il quotidiano.

Non puoi fuggire per sempre – mi dici – un giorno la realtà verrà a cercarti.

Lo so, ma non lo ammetto. Fumo, tossisco, smanetto sul computer, smanetto per riscrivere un romanzo che mi strazia. Ma a cosa serve? A cosa servirà?

C’è lei che mi tenta.

Vorrei abbracciarti, mi scrive.

E sbranarmi, rispondo.

Vieni qui, ti farò divertire.

Le sue parole sono il becco di un picchio. E mentre conto gli spiccioli per il biglietto ti osservo e mi guardi e qualcosa non va, lo sappiamo entrambi ma nessuno prova a muovere un solo muscolo. Devo riuscire a perderti per poterti ritrovare, il punto è che non so se reggerò la botta. Sto preparando un inferno di favole. Tu mi odierai e saremo altrove. Non ho voglia di ammettere, devo schivare, tutto e tutti, persino il tuo dannato tentativo di salvarmi. Da cosa, poi? Da me stessa? Non puoi salvarmi da me stessa. E ti odio, questo penso mentre ancora la tua mano è tra i miei seni e il tuo sguardo acchiappa il mio come a volerci leggere dentro l’anelito della menzogna che ci stiamo raccontando per resistere al mondo. Al mondo che ci divora.

 

 

© ilaria palomba

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I demoni, quelli interiori e quelli che stanno fuori mi assalgono anche in pieno giorno. Cammino e ne temo il risultato, guardando il cielo inciampo, come Talete, in pozzanghere di ovvietà. Ho paura dell’indeterminazione, Heisenberg, come se tutto fosse nulla. Intralcio figure shivaite sul percorso del vuoto mentre va nella mia testa un concerto di Trentemoller, ho paura delle lingue straniere, ho paura del contorno umano, ho paura di perdere il controllo e la partita al vero ping pong dell’abisso. Dove sei, mondo? ti sto cercando dall’eternità. Gli altri sono troppo grandi e i gradini sono troppo faticosi e io sono asmatica. Dicono che sia una malattia psicosomatica. Il mio soma si ribella alla psiche ecco tutto. Adoro danzare, perdermi, non pensare. Vado incontro ai mostri ogni giorno, miliardi di ricordi tra le labbra e poi lacrime che sanno di orgasmo. Non mi piace litigare a parole preferisco le risse. Stiamo qui seduti amore mio a scolarci la vita in un bicchiere di prosecco mentre tu ascolti i Radiohead e correggi grafiche vignette, stiamo qui a cercare la svolta nei pentagrammi di facebook, stiamo qui a lanciare reti alle quali non abbocca nessuno. Amo il tuo amore e amo il tuo nulla, così similmente diverso dal mio. Ho bisogno di evadere dentro panorami lisergici tra corpi in trance e illusioni di una felicità troppo anfetaminica per essere compresa. La velocità è l’illusione del potere.

Vattene. Lasciami sola, non voglio che tu mi rassicuri sulla mia presunta giovialità, ilarità, spregevole illusione che qualcosa funzioni. Tutti violentano qualcosa persino i barboni, homo homini virus. Proliferano, li senti? Posso dissolvermi in note elettrolitiche bioniche di chimiche stellari, posso darti il lato hardcore del mio essere tigre ma mi ritroverai un giorno sola a frugar tra i cassonetti del nulla. Estasi, questo solo cerco. È il prodotto della tua liquidità, mondo. È la carne che i tuoi figli mangeranno. Non posso più farmi carico del mondo, egli muore lentamente e io mi devasto, non reggo gli sguardi dei fottuti, mi entrano dentro e mi lasciano concedergli il diritto di annientarmi. Dammi un maledetto motivo per restare in vita.

Miserabile, disse il vecchio, tu non sai di cosa parli.

Non lo so, non ho mai conosciuto Afrodite o Eros ma ho giocato con i corpi la sera mentre Janis Joplin mi leccava le cosce e Jim Morrison mi azzannava con il suo inconscio. Abbiamo lottato, non si può dire che non l’abbiamo fatto. Erano gli anni 70 erano gli anni 80 erano gli anni 90. Abbiamo lottato contro il demone dell’eroina, puttana assassina. Siamo stati battuti dall’indifferenza.

Sto ascoltando Chopin e non voglio più ricordare la mia adolescenza, i tempi in cui la purezza era il sangue e ti scorreva libero e innocente biasimo verso ogni sistema. Ora non più, schiava, sei lì che aspiri il tempo in una gauloises, vorresti ribaltare la condizione umana. Ma non hai ancora dimostrato al mondo quanto sia vero il tuo dolore.

Guardami. Amore. Stiamo. Precipitando. Nel. Quotidiano. Ho. Paura. Che tu. Possa. Diventare. Il mio vuoto. Stammi vicino.

NON LASCIARMI

ESSERE NULLA

Illudiamoci che sotto il velo di Maya ancora ci sia qualcosa per cui valga la pena lottare.

VOGLIO ABBATTERE TUTTI I PARLAMENTI

I PATIBILI

LE PRIGIONI

I TRIBUNALI

Voglio una sana e feroce anarconazipunk NATURA MOSTRUOSA che detti legge su vincitori e vinti per poi prostrarmi ai piedi dei vinti e lasciarmi violentare amaramente dalla loro sconfitta.

CHI SEI TU?

È questa la grande domanda. Se fossi solo la corda di un’atroce canzone di Marilyn Manson sarei forse più libera? Sono imprigionata in questo corpo banale, di cui nessuno ha mai memoria e vedo il senso dall’altra parte della barricata ma ci divide un esiziale e torbido fiume e non posso attraversarlo. Non posso transitare, liberarmi di questo fardello, non ci sono morti che non ti condannino all’eterno ritorno dell’uguale. Non ci sono scopate che possano erigerti al rango di donna. Non ci sono tuniche che possano fare di te un’Eretica Sacerdotessa. Ho visto Giordano Bruno venire giù dalle fiamme mentre la città scoppiava nella bulimia dell’indifferenza.

Qualcosa dentro si sta spezzando e hai paura che anche lui ti tradisca, svanisca, ora come mai, dentro l’inautentico. Più che Sartre Heidegger, più che Bataille Deleuze, ma non ce la fai, tutto questo proliferare di corpi post umani ti dà il voltastomaco. Tu vuoi una sana e isterica scissione moderna in cui continuare a martirizzare il corpo per beatificare l’anima all’inferno dell’estasi. Tu vuoi trovare uno schiavo che sappia ammaestrarti e un padrone che sappia servirti. Tu vuoi il rebus degli opposti contraddizionali, tu vuoi dividere la carne dal frutto, il peccato dalla causa. Tu vuoi dirimere il tempo dallo spazio e gravitare nelle sonorità postnucleari dell’atroce.

Abbiamo danzato, non si può dire che non abbiamo danzato, ma non è servito a nulla, i corpi continuano a invecchiare , le macchine continuano a corrodersi, le anime continuano a evadere. Il rito funebre è ormai celebrato ora e sempre nei secoli dei secoli. Amore mio, vieni qui, su questo divano, con me, beviamo e dimentichiamo.

Io celebro la morte dell’uomo, requiem for the human. Non più danze ma stragi, non più baci ma orge, non più amore ma sangue. Siamo qui ora io e te, aspetto che tu mi divori o forse sarò io a farlo, amore mio, siamo una coppia troppo convenzionale, presto mi stancherò della tua benevolenza. Ti prego fammi male o lasciatene fare, altrimenti perdo le ragioni, qualsiasi ragione dell’esistenza mia, e nostra.

Sono un’adepta del niente, fedele consacrata al vuoto eterno dell’assenza. Grazie al mio corpo posso liberarmene.

Parte Angel dei Massiv Attac, in questi momenti catartici parte sempre Angel dei Massive Attac. Io sono innamorata della fame nei tuoi occhi.

Spogliati.

Io non voglio.

Spogliati, ti dico.

Le note crescono. Le endorfine si librano nei muscoli.

Voglio la tua carne, il tuo sangue. Voglio il tuo candore, bambina mia.

Spogliati.

Spogliami.

Spogliami ancora.

FINO A LASCIARMI

SENZA

CORPO.

 

© ilaria palomba (testo)

© luigi annibaldi (foto)