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Tag Archives: letteratura

Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.

Titolo bellissimo per un romanzo sorprendente.
Gli autori, Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, sono riusciti a comporre un quadro caleidoscopico di una relazione trovando due frecce ai rispettivi archi che poi sono un solo arco, comune:
1) potenza della voce;
2) bellezza della lingua letteraria.
Aggiungerei un terzo pregio: la felicità dello stile che proviene dritta da una felicità di racconto.
Riguardo alla voce, anzi -è bene precisarlo- al coro di voci che come in una tragedia greca cantano questa storia, la varietà è mirabile e non ne inficia l’intensità. Quanto alla lingua, è densa pregnante pulsante – e precisa, tagliente come un taglierino affilatissimo.
Perché questo romanzo, per ciò che racconta e per la formulazione del racconto, taglia davvero il ghiaccio più che come il coltello kafkiano: come un bisturi che va a segno e non genera inutile sanguinamento, come una resezione ripetuta e millimetrica, come un laser che mentre taglia cauterizza.
La lingua mi ha colpita molto anche perché in questo romanzo si fa una battaglia strenua in difesa del congiuntivo, sia presente che imperfetto – con predilezione per questo secondo, con un tale amore del rischio che a volte i volteggi le capriole le piroette i salti mortali invocano una rete sotto per porre riparo all’avventatezza e allo scapicollo mai ingenui ma sempre molto avvertiti dei due taumaturghi unificati in un solo, prodigioso racconto.
La pagina si gremisce di voci, come un proscenio, e questo permette di sondare superfici e profondità, ambiguità e sdoppiamenti, ironia e senso del tragico, e permette anche di muoversi disinvoltamente sullo schermo del tempo e di collegare punti sparati via nello spazio e pronti a riaggregarsi attraverso un fitto eppure lieve gioco di corrispondenze di baudelairiana memoria.

ipaigiunavolta

Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, gli autori.

Maya è una rabdomante della conoscenza, la sua rapsodica visione del mondo è impetuosa e cromatica, la sua percezione è impressionistica e poco impressionabile, non richiede ordine e costruzione ma tende ad ascoltare la natura, a partecipare del suo spirito – Anya che la seduce e la deride col cinismo di chi sopprime i sentimenti e approfitta del sentire le toglie tutto: tutto può essere tolto a chiunque, anche a chi non ne ha cognizione e perde ogni cosa, ne è defraudato, senza che questo attenui il dolore, anzi esaltandolo semmai.
Edoardo non è meno risparmiato dalla realtà che gli sbatte in faccia di continuo nei teatri di guerra dove deve di continuo raccattare parti di corpi sparpagliati attorno da bombe mine colpi di mitraglia, e non è meno dolente o dolorante, però è sagace o crede d’esserlo, ha un rapporto ordinato con gli oggetti mentre è scompaginato a dispetto persino di sé stesso dalle persone. Costituisce un duo comico irresistibile con l’aiutante in campo Salicetti che riesce a farlo vomitare più di quanto non gli venga naturale per esempio elencandogli le risorse del cuoco di campo Rinaldi.
Attorno a loro un vero coro greco: tutti medici e sapienti (direbbe Edoardo Bennato) salvo la povera madre di Maya – al cuore (nerissimo) di questa vicenda composita (alla lettera) sorge un luogo, una casa abbandonata, dove giace una figura lynchana che potremmo prenderci il lusso di battezzare Laura Palmer, e molto sullo sfondo si sfoca la figura del padre di Maya e con lui il rapporto padre-figlia, l’intrico triangolare padre-madre con figlia, l’amore e la gelosia, la competizione femminile, e il nascosto-rimosso (Caché, come nell’omonimo film di Machael Haneke, premio per la regia Cannes 2005) che forse è il fondo che sobolle alla base dell’intera storia – Lacan regna, forse: ma la lettura psico- è quella buona? Di sicuro diventa possibile, incombe pende pencola, a dispetto della fede positiva nella sapienza clinica dei due luminari convocati sulla scena, uno psichiatra e un ginecologo.
Come capite bene, questo è un vero romanzo romantico: non perché sia sentimentale ma perché riconosce al sentire una potenza conoscitiva strabiliante, dà corda all’intuizione, si puntella su intuito e sentire, assicura trionfo all’immaginazione – cioè alla irresistibile e immediata traduzione in immagini della lettura del mondo, una sorta di ‘restituzione per immagini’ del conosciuto, cioè dell’esperienza, da parte dell’artista.
Samuel Taylor Coleridge, l’autore della Ballata del Vecchio Marinaio (che ha poi ispirato molta musica rock, da A Salty Dog dei Procol Harum fino a quasi un intero album di Sting, The Soul Cages), ha specificato che la fantasia è di tutti gli esseri umani ma l’immaginazione è solo dei poeti – non perché i poeti siano super uomini o sciamani o vati ma perché sono afflitti da un più acuto anzi acuminato sentire, come i pittori. E questo più acuminato sentire impone loro dei compiti, l’irrinunciabilità ad esprimere ciò che più profondamente e lucidamente vedono nella caligine del tormento: in questo romanzo, in cui domina una percezione spettrografica, si staglia a un certo punto L’Urlo di Edvard Munch, la ferita che ha aperto in lui il solco di quella creazione. Del resto l’acme della felicità di racconto e di stile e di linguaggio arriva a pagina 140: – Arturo era mio padre, mio figlio era mio padre. Stiamo dalle parti di William Wordsworth, The Child is Father to the Man: il bambino è padre all’uomo, perché il figlio viene prima del padre in quanto il bambino precede l’uomo. Magnifico!

imagesyhelambThe Lamb, Willaim Blake

Il bambino del resto come l’agnello che belando fa gioire tutte le valli era già l’eroe innocente e puro di William Blake, il più rock dei poeti romantici, padre dei Doors, e ispiratore del Jimi Hendricks di Little Wing – per esempio, e William Blake era poeta e pittore anzi incisore, era scorticato interprete del suo tempo. Come Maya, dopotutto. E come Edoardo, sotto sotto.
Soprattutto William Blake era un artista. Questo romanzo è anche un ragionamento sulla posizione dell’artista nella società e nel mondo, sulla possibilità non tanto che sia compreso ma che sia lasciato in pace, che sia lasciato creare e donare al mondo la sua visione sacra.
Ecco, in questo romanzo ricorrono, nominati apertamente, senza timore, i termini ‘visione’ o ‘visionario’ e ‘gotico’: alla faccia, questo è parlar franco! La visionarietà e gli abissi o gli slanci che immaginiamo quando pronunciamo l’aggettivo ‘gotico’ qui sono materia diretta di racconto, mentre manca la musica, anzi essa è un disturbo con tutta la caciara del mondo e rimanda semmai a una paesanità che è familiare a chi ha vissuto in provincia prima di traslosare a Roma.
E perché manca la musica? Perché si torna alle radici della cultura occidentale, a quel ‘tempesta e impeto’ da cui la musica si è generata. Pensateci.

DANIELA MATRONOLA, SABATO 2 LUGLIO 2016

Copertina Una volta l'Estate

In uscita il 30 giugno per Meridiano Zero

Prima presentazione a Roma: 30 giugno, con Paolo Restuccia e Loredana Germani, alle 18, alla Mondadori di via Piave.

Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.
Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.
I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.
Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi.

Un incommensurabile grazie di cuore a Massimiliano Santarossa e Paolo Restuccia che scrivono:

“In anni in cui troppa narrativa italiana sconta il peccato della distanza dall’impegno, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio, a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota alla controstoria, pertanto verissima storia, degli attuali figli d’Italia.”
Massimiliano Santarossa

“Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali della narrativa italiana di oggi, ironico, surreale, e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzo mette la sua voce al servizio di una storia profonda ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.”
Paolo Restuccia

 

Qui tutte le info, rassegna stampa, interviste, ect

iladublino

Perché scrivi?
Può sembrarti sciocco o infantile ma alle volte la realtà non mi basta. Non mi bastano i suoi schemi predefiniti, le relazioni, i luoghi.
Mi dici che non sono capace di guardare fuori. Che sono cieca.
I veri scrittori guardano i passanti fuori dalla finestra. La signora che cammina tenendo con una mano il passeggino e con l’altra il cellulare. A chi sta pensando? La donna che guarda il foglio bianco e sembra abbia visto la morte. Ci sono – dici – una banca e un laboratorio analisi. Secondo te perché piange?
Non piange, ti rispondo.
Ah, è vero, sei tu che piangi. Perché piangi?
Non piango, ti rispondo.
E ti guardo. Ti sento. Hai un odore di adolescenza. Sì, di adolescenza.
Io e te ci siamo trovati perché siamo rimasti adolescenti. Ognuno a suo modo. Ognuno nel suo mondo.
Sono cieca?
No, hai gli occhi chiusi.
E tu, puoi aprirli? Puoi aprirli, i miei occhi?
Mi metti le mani sulle palpebre, sulle guance, sulle labbra. Sono ruvide, le dita, calde.
Io devo sentire i corpi, capisci? Non riesco a vedere se non sento i corpi. Scrivo solo di ciò che mi evoca emozioni.
È una bella cosa, dici, e ti rabbui.
No, è una cosa terribile.
Le spalle, lo sterno. Le mani sui vestiti. Gli occhi, i tuoi, scuri, grandi, di lupo.
Quanto male?
Scrivi per me, ora. Scrivi per me.
Ed è come avessi detto spogliati. Ora. Per me. Ma non è questo che dici. Piuttosto mi guardi ancora e sussurri una parola che non comprendo ma nel mio mondo significa: non posso aprirli io i tuoi occhi, non più.

dublino pioggia

 

 

Sto andando in una direzione che non significa nulla o forse tutto mettendo a rischio ogni cosa a volte sento la vita scorrermi ancora in vena e la inseguo la vita nel frattempo frantumo le cose belle lui dice che devo preservare le cose belle i progetti penso quelli imminenti che non bisogna affatto mollare perchè è come una specie di missione ma vorrei solo essere libera da cosa? dal lavoro? dall’amore? da me stessa? quando sono a Dublino è come un sogno lucido allontano le cose le parole il sentire si diluisce fluido e posso scattare foto ai tramonti da qualunque ponte bianco e camminare leggera come un pezzo di nuvola e guardare a fondo le iridi verdi delle ragazze gaeliche e guardare a fondo i passanti e immaginarne storie costruire trame su tessuti d’immagini mangiare schifezze a più non posso su furgoncini hippie pensare all’Urlo di Ginsberg pensare a Joyce e sentirmelo alle spalle essere Molly Bloom con i tormenti e i segreti di donna un po’ maudit comprare scarpe a caso magari anche più piccole della mia taglia parlare con Luana della fine del mondo e del terrorismo islamico del nichilismo del comunismo del nazismo della nostra sorte di biechi e feroci esseri umani camminare sulle scogliere irlandesi tra freddo e sole mentre il mare sciaborda metri e metri più in basso attraversare ponti pericolanti in stile Isola del Tesoro litigare con lui e piangere mortalmente a Temple Bar sentirmi morire decidere e tornare indietro decidere e infrangere decidere per il bene di tutti e poi non reggere il dolore e frantumarmi e poi guardare la signora con Lessie al guinzaglio vicino St Peater Church andare a trovare Alessandro nell’albergo di lusso aspettare sulle altalene bere cocktail con dentro la mia personalità (e il suo disturbo) danzare psy trance nelle luci accecanti della notte fingere che non debba finire mai finire mai finire mai questo gioco di specchi e desideri che uno sull’altro s’infrangono questa vita in bilico dove ancora non so che fine farò domani questi 28 anni che sembrano 18 queste parole gettate come sassi di cui non voglio vedere i cerchi nel lago questi rami e tetti gotici e guglie e senso di non appartenenza e scegliere di non scegliere la vita e pensare che tanto se voglio me ne tiro fuori e pensare che tanto ci sarà pur qualcuno alla fine del tunnel e poi sentirmi abbandonata da tutti quando invece sono io a fuggire lo so sono io sono io l’errore io la folle io l’instabile io l’edonista che sta bene solo se c’è da divertirsi e ogni impegno si trasforma in limitazione ogni relazione in gabbia d’acciaio ogni passo falso in caduta libera nel vuoto ho sognato di saltarci giù da quella scogliera ma poi a pelo d’acqua non sprofondavo volavo volavo alta nel cielo senza nubi ed ero nell’azzurro più profondo ero un gabbiano o un corvo ero assolutamente libera di spalancare le ali sopra la materia io nella metafisica dell’istante superavo il vuoto e la paura di caderci.

@ i.p.

caschetto

Una mano, poi l’altra, sull’addome e premo e premo. Sono sopra di lui, lo ribalto, lo afferro. In quegli occhi così scuri ora mi specchio, mi perdo e poi svanisce, lontano, nell’incoscienza. Torno al presente. E poi ancora indietro nel ricordo.
Cosa hai da dirmi Sonia? Qualcosa non ha funzionato nella tua perfetta costruzione segnica? Chi sei Sonia? Chi sei?
Mi aveva detto di leggere L’ermeneutica del soggetto, era l’anello mancante, curarsi di sé, affiorare appena nelle superfici dei gesti. Oggi me ne sto livida in fondo al baratro di questa sera di piombo, forse mi piacerebbe sentire ancora un corpo a contatto con il mio, un corpo qualsiasi. E mangio e mangio, m’ingozzo di cose inutili. Nella bocca il gusto dei salatini, sui pavimenti libri aperti, Foucault alle prime pagine, quando parla dell’Alcibiade e di come Socrate lo invitasse a conoscere se stesso prima di aspirare al potere.
Una volta andavo all’università, fa parte anche questo del gioco degli abbandoni. Mio padre diceva: seguila questa università! E ci provavo, a ogni modo studiavo da non crederci ma poi qualcosa non ha funzionato.
Me ne sto qui riversa sul divano rosso, miasma di cenere, apro un libro a caso e leggo, lo ripongo e ne apro un altro, una qualsiasi pagina di Tropico del Capricorno, quelle sui deliri etilici e ho voglia di bere anch’io. Alle sette ho un colloquio in centro e non sarà Henry Miller a offrirmi il posto di lavoro. Il sole filtra basso dalle persiane del mio monolocale ed è una spada, mi taglia la pelle.
Sei una vigliacca Sonia! No, questo lo psichiatra non l’ha detto. Ripenso a quel mio ex, lo stesso cui penso tutte le volte, tutte le volte che vado giù di alcol o cibo o corpi, c’è quel volto, una maschera di cera, non riesco a pronunciare il suo nome, adesso non sono cosciente dei luoghi. Mio padre mentre mi diceva vai all’università, mi diceva anche: lascialo, è uno stronzo, non ti vuole bene, non gl’importa nulla di te. Mia madre diceva: è ricco, è una persona per bene, tienilo, tienilo con te, è di buona famiglia, parla tre lingue. Non sapevano mica che il ricco di buona famiglia che parla tre lingue fosse un cocainomane e la notte gli piacesse fare di me l’oggetto prelibato di ogni perversione. Mi alzo. S come Sonia. S come questa pancia maledetta. E davanti allo specchio sono un vuoto che si torce in S dimensioni. I libri per terra, i cuscini indiani, la campana tibetana, la locandina del corso di yoga che ho frequentato quando ancora potevo permettermelo. Vorrei dire a mia madre che aveva ragione: dovevo rimanere con lui.
Possibile che non ne ricordi il nome? È un eclatante caso di rimozione, diceva lo psichiatra.
Indosso una camicetta nera troppo stretta per le forme debordanti dei miei fianchi, la stringo addosso per riuscire ad abbottonarla, stringo, stringo, faccio carneficina del corpo. Un jeans troppo stretto mi lascia fuori lembi di carne a forma di ciambella. Le scarpe con il tacco, gli stivali. Sembrerò più alta e più sottile.
Chiudo la porta alle spalle, nel cortile privo di rigogli o piante una Guardia giurata mette in moto il suo RX e mi saluta con un cenno della mano. Prima di andar via mi ricorda di abbassare il volume dello stereo dopo la mezzanotte. La signora del primo piano del palazzo di fronte chiude la tapparella e i due egiziani del mio pianerottolo mi osservano come fosse un miracolo per me varcare la soglia di casa. Non c’è nulla di più pericoloso della propria casa quando assume l’aspetto di una prigione.
Nulla di più grave che restarsene a crogiolare nel disordine materico, dove la sozzura aderisce ai corpi stremandoli. La sozzura mi ha deglutita con fare indifferente, senza prerogative mi lascio abitare dal caos, ma non partorisco alcuna stella danzante. Non rischio di essere sbattuta fuori per la sola ragione che la casa appartiene a mio padre, ciò mi rende ancora più odioso l’abitarci dentro.
Lungo via di San Giovanni in Laterano le auto parcheggiate ai bordi impediscono una degna visuale e a ogni angolo c’è un orientale che prova a venderti portachiavi, accendini o rose, a seconda che sia africano, cinese o pakistano. Passo davanti al Casino Fini e alla facciata tardo-barocca della chiesa di S. Maria delle Lauretane, tre suore sudamericane parlano tra loro con forte accento ispanico, il panneggio nero delle tuniche si adagia ai flussi del vento. C’è odore di fritto, il sole nella sua fase terminale asperge l’aria di un rossore antico e il Colosseo al tramonto è una rovina nera forata dalla luce. L’esercito ne presidia ogni ingresso, i giornali in prima pagina sventolano storie sul terrorismo islamico e in seconda velano i colpi di stato finanziari con l’appellativo di governi tecnici. Giunti a tal punto un edonismo decadentista non è che una forma di scivolamento per non assistere al proprio funerale di esseri umani.
Raggiungo il palazzo settecentesco, l’ampio portone decorato e il cortile interno con alberi di limone in vasi grandi, cardi e camelie dall’afflato gentile di buono, pulito, un’aria che a Roma non respiri troppo spesso. C’è un tappeto rosso, un vuoto all’altezza dello stomaco m’impedisce la scioltezza nei movimenti, cercano una ragazza di bella presenza, non devo fare nulla, nessun talento, devo solo aprire e chiudere porte durante cerimonie e congressi. Solo che ragazza non lo sono più e la presenza più che bella la definirei lasca, abbruttita da quello stesso edonismo con cui ci si difende dalla caduta.
Una silhouette dietro un banco, gli occhi fissi sullo schermo di un mac, occhiali sottili, eyeliner nero all’egiziana, cipria diafana e palpebre basse, seduttive. Una camicetta rosa le lascia intravedere lo spacco tra i seni. È magra. Rabbrividisco, scompaio nella giacca.
La stanza per i colloqui? Chiedo con voce tremula.
L’ultima, in fondo a destra – risponde.
Come il bagno – osservo.
Si sbrighi, stanno per chiudere le liste – dice, senza smettere di seguire con gli occhi qualcosa di essenziale sul desktop.
Mentre raggiungo la stanza della verità, nel corridoio dalle pareti salmone e il tappeto rosso, vengo folgorata da un’immagine. Un rapimento maldestro mi mostra l’esatto speculare del mio volto. Zigomi alti e guance arrotondate, i miei capelli mossi, tra il castano e il biondo, lo stesso taglio scalato. Lo stesso incarnato roseo. L’altezza identica. Anche il taglio orientale degli occhi, il colore nocciola con venature gialle, feline. Un neo sul collo a destra identico, perfettamente identico al mio. Le pupille larghe volte al soffitto.
Il tempo sembra riassorbirsi per un istante. Resto immobile, come senza corpo. Ogni dettaglio s’imprime in me. Il colore vermiglio del cappotto e le scarpe nere alte, l’abito nero di cotone e pizzo, attillato. Non mi vede, passa oltre, è vento. Mi sposta nella sua traiettoria. Ha il corpo che avrei voluto o forse quello che avrei avuto se mi fossi curata di me. Svolta oltre l’angolo della porta per i colloqui. La tentazione irresistibile di seguirla.

L’Associazione Le Tre Ghinee/Nemesiache e Eleonora Pimentel
in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
invitano alla presentazione del libro:
Homo Homini Virus di Ilaria Palomba

hhv

 

“Una storia di passioni ossessive, cinici tradimenti, taglienti affondi ed elettiva complicità. Angelo spreca il suo talento nello spietato mondo del giornalismo. Iris cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art entrambi ansiosi e tormentati da un disperato bisogno di riconoscimento. Un empatico psichiatra ripercorre la loro complice, inarrestabile caduta nel delirante abisso in cui da vittime si eleggono a carnefici. L’autenticità non risiede nella gloria, ma nel rischio che si è disposti a correre per la propria verità.”
(Recensione di Lyly Dark su TempiDispari)

Istituto Italiano per gli Studi Filosofici –
Via Monte di Dio 14 -80132 – Napoli 29 febbraio 2016 – ore 16.30

Intervengono con l’autrice : Esther Basile, Rita Felerico, Maria Concetta Piacente
Coordina: Mimma Sardella
Lettura: Teresa Mangiacapra
Videoriprese: Rosy Rubulotta

info: mangiacaprateresa@gmail.com

sverginarte

My dear friends, dal 21 al 29 giugno parte il tour con Olivia Balzar e altri artisti di cui vi dirò qui di seguito. Se uno di questi eventi capita dalle vostre parti non perdetevelo assolutamente!

Sabato 21 giugno

https://www.facebook.com/sverginarte

La performer Marked Melody ha ideato:
Svergin_Arte – Arte in Azione a Torino, 21 giugno 2014 @ VARVARA FESTIVAL “Festa della Musica” – San Pietro in Vincoli

“Svergin_Arte” saranno presenti:
★ Ilaria Palomba – Scrittrice, poetessa, performer – ROMA – Presentazione del saggio “Io sono un’opera d’arte – Viaggio nel mondo della Performance Art
★Luigi Annibaldi – Scrittore e insegnante – Scuola di scrittura Omero (ROMA) presenterà il suo libro “SUSHI PIN UP” e farà ciò che vorrà!
★Olivia Balzar – Scrittrice e poetessa – ROMA
★Vega Roze Scrittrice – TORINO – Presentazione del libro “La Quadratura del Cerchio”
★ Pino Olivieri ) Scrittore – TORINO – Presentazione di STELLINE E STELLETTE
★Alan Mauro Vai di Eidos Teatro Torino presenterà la sua opera teatrale: “SARAH & LUCA – An Entropic Love Story” by NUDI – Nuovi Drammaturghi Indipendenti.

★PERFORMANCE ART ★
★by Olivia Balzar & Ilaria Palomba
★by Ilaria Palomba & Marked Melody
★MUSIC BY Fed Conti –

VARVARA FESTIVAL on fb:

https://www.facebook.com/profile.php?id=517782758297958&ref=ts&fref=ts

 

Domenica 22 giugno

Presentazione di Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art (Edizioni dal Sud), a Vercelli presso Circolino Porta Torino, corso Marcello Prestinari, 193
Presenta Olivia Balzar
Dj set

 

Martedì 24 giugno dalle ore 21

Ex-Caserma Liberata – Via Giulio Petroni 8/C – Bari

Ilaria Palomba e Olivia Balzar in: Poesia di sangue (Un rito pagano in cui entrare in contatto con la Poesia attraverso il fuoco delle candele e il rosso inchiostro del corpo) a seguire Open Read: Poesia in libertà.

https://www.facebook.com/events/1424540897824928/?context=create&ref_dashboard_filter=upcoming&source=49

 

Martedì 1 luglio dalle ore 22

Il Primo luglio a partire dalle 21, sul palco del Rainbow Bar, gestito anche quest’anno dal Gay Center all’interno della Festa dell’unità in via di Porta Ardeatina a Roma, si svolgerà il Rainbow Love reading and music. Un reading, intervallato da dj set di Giacomo Davanzo, che esprima l’amore in tutte le sue forme, oltrepassando i generi. Massimiliano Ciarrocca (prossima pubblicazione con Fazi), Ilaria Palomba (Fatti male, Gaffi), Flavia Ganzenua (La conta delle lentiggini, Caratteri Mobili), Luigi Annibaldi (Sushi pin up, Omero), Angela Botta, Giorgia Mastropasqua, Andrea Bocchia e Gino Falorni, leggeranno i propri scritti sul tema Rainbow Love. Il tema sarà l’Amore diverso, Amore senza discriminazioni.

Avete una storia di un amore diverso da raccontare? Questo è il vostro momento.
Oltre al reading è previsto un contest dove verranno letti i migliori racconti e poesie che chiunque potrà inviare sul tema Amore diverso, Amore senza discriminazioni.
Un attore, ospite del Rainbow Love, reading and music interpreterà le storie più riuscite!
Per partecipare al concorso Rainbow Love Reading, i testi devono essere inviati all’indirizzo: rainbowlovereading@gmail.com, specificando nel corpo della mail se si tratti di poesia o narrativa. Unica regola per l’invio delle opere: non bisogna superare le due cartelle (4000 battute spazi inclusi) per la narrativa e i trenta versi per la poesia. Scadenza per l’invio: 27 giugno ore 23:59.
Premio: il primo classificato per ogni categoria, vedrà il suo testo letto in pubblico da un attore e si aggiudicherà una bottiglia di Primitivo di Manduria.
http://www.omero.it/omero-magazine/segnalazioni-di-o/rainbow-love-reading-and-music/

bozza-Copertina-Rainbow-Love-Reading


Presentazione del libro “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance-art” (Edizioni Dal Sud), domenica 30 marzo presso il Caffè Letterario Ostiense, all’interno dell’evento “Nella mia ferita sgorga il tuo sangue”.

 

© Video di Lucia Pappalardo

Con Ilaria Palomba, Pastiche Rivista, Paolo Battista, Luigi Annibaldi, Daniele Casolino, Chiara Fornesi.