Salta la navigazione

Tag Archives: Follia

Titolo bellissimo per un romanzo sorprendente.
Gli autori, Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, sono riusciti a comporre un quadro caleidoscopico di una relazione trovando due frecce ai rispettivi archi che poi sono un solo arco, comune:
1) potenza della voce;
2) bellezza della lingua letteraria.
Aggiungerei un terzo pregio: la felicità dello stile che proviene dritta da una felicità di racconto.
Riguardo alla voce, anzi -è bene precisarlo- al coro di voci che come in una tragedia greca cantano questa storia, la varietà è mirabile e non ne inficia l’intensità. Quanto alla lingua, è densa pregnante pulsante – e precisa, tagliente come un taglierino affilatissimo.
Perché questo romanzo, per ciò che racconta e per la formulazione del racconto, taglia davvero il ghiaccio più che come il coltello kafkiano: come un bisturi che va a segno e non genera inutile sanguinamento, come una resezione ripetuta e millimetrica, come un laser che mentre taglia cauterizza.
La lingua mi ha colpita molto anche perché in questo romanzo si fa una battaglia strenua in difesa del congiuntivo, sia presente che imperfetto – con predilezione per questo secondo, con un tale amore del rischio che a volte i volteggi le capriole le piroette i salti mortali invocano una rete sotto per porre riparo all’avventatezza e allo scapicollo mai ingenui ma sempre molto avvertiti dei due taumaturghi unificati in un solo, prodigioso racconto.
La pagina si gremisce di voci, come un proscenio, e questo permette di sondare superfici e profondità, ambiguità e sdoppiamenti, ironia e senso del tragico, e permette anche di muoversi disinvoltamente sullo schermo del tempo e di collegare punti sparati via nello spazio e pronti a riaggregarsi attraverso un fitto eppure lieve gioco di corrispondenze di baudelairiana memoria.

ipaigiunavolta

Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, gli autori.

Maya è una rabdomante della conoscenza, la sua rapsodica visione del mondo è impetuosa e cromatica, la sua percezione è impressionistica e poco impressionabile, non richiede ordine e costruzione ma tende ad ascoltare la natura, a partecipare del suo spirito – Anya che la seduce e la deride col cinismo di chi sopprime i sentimenti e approfitta del sentire le toglie tutto: tutto può essere tolto a chiunque, anche a chi non ne ha cognizione e perde ogni cosa, ne è defraudato, senza che questo attenui il dolore, anzi esaltandolo semmai.
Edoardo non è meno risparmiato dalla realtà che gli sbatte in faccia di continuo nei teatri di guerra dove deve di continuo raccattare parti di corpi sparpagliati attorno da bombe mine colpi di mitraglia, e non è meno dolente o dolorante, però è sagace o crede d’esserlo, ha un rapporto ordinato con gli oggetti mentre è scompaginato a dispetto persino di sé stesso dalle persone. Costituisce un duo comico irresistibile con l’aiutante in campo Salicetti che riesce a farlo vomitare più di quanto non gli venga naturale per esempio elencandogli le risorse del cuoco di campo Rinaldi.
Attorno a loro un vero coro greco: tutti medici e sapienti (direbbe Edoardo Bennato) salvo la povera madre di Maya – al cuore (nerissimo) di questa vicenda composita (alla lettera) sorge un luogo, una casa abbandonata, dove giace una figura lynchana che potremmo prenderci il lusso di battezzare Laura Palmer, e molto sullo sfondo si sfoca la figura del padre di Maya e con lui il rapporto padre-figlia, l’intrico triangolare padre-madre con figlia, l’amore e la gelosia, la competizione femminile, e il nascosto-rimosso (Caché, come nell’omonimo film di Machael Haneke, premio per la regia Cannes 2005) che forse è il fondo che sobolle alla base dell’intera storia – Lacan regna, forse: ma la lettura psico- è quella buona? Di sicuro diventa possibile, incombe pende pencola, a dispetto della fede positiva nella sapienza clinica dei due luminari convocati sulla scena, uno psichiatra e un ginecologo.
Come capite bene, questo è un vero romanzo romantico: non perché sia sentimentale ma perché riconosce al sentire una potenza conoscitiva strabiliante, dà corda all’intuizione, si puntella su intuito e sentire, assicura trionfo all’immaginazione – cioè alla irresistibile e immediata traduzione in immagini della lettura del mondo, una sorta di ‘restituzione per immagini’ del conosciuto, cioè dell’esperienza, da parte dell’artista.
Samuel Taylor Coleridge, l’autore della Ballata del Vecchio Marinaio (che ha poi ispirato molta musica rock, da A Salty Dog dei Procol Harum fino a quasi un intero album di Sting, The Soul Cages), ha specificato che la fantasia è di tutti gli esseri umani ma l’immaginazione è solo dei poeti – non perché i poeti siano super uomini o sciamani o vati ma perché sono afflitti da un più acuto anzi acuminato sentire, come i pittori. E questo più acuminato sentire impone loro dei compiti, l’irrinunciabilità ad esprimere ciò che più profondamente e lucidamente vedono nella caligine del tormento: in questo romanzo, in cui domina una percezione spettrografica, si staglia a un certo punto L’Urlo di Edvard Munch, la ferita che ha aperto in lui il solco di quella creazione. Del resto l’acme della felicità di racconto e di stile e di linguaggio arriva a pagina 140: – Arturo era mio padre, mio figlio era mio padre. Stiamo dalle parti di William Wordsworth, The Child is Father to the Man: il bambino è padre all’uomo, perché il figlio viene prima del padre in quanto il bambino precede l’uomo. Magnifico!

imagesyhelambThe Lamb, Willaim Blake

Il bambino del resto come l’agnello che belando fa gioire tutte le valli era già l’eroe innocente e puro di William Blake, il più rock dei poeti romantici, padre dei Doors, e ispiratore del Jimi Hendricks di Little Wing – per esempio, e William Blake era poeta e pittore anzi incisore, era scorticato interprete del suo tempo. Come Maya, dopotutto. E come Edoardo, sotto sotto.
Soprattutto William Blake era un artista. Questo romanzo è anche un ragionamento sulla posizione dell’artista nella società e nel mondo, sulla possibilità non tanto che sia compreso ma che sia lasciato in pace, che sia lasciato creare e donare al mondo la sua visione sacra.
Ecco, in questo romanzo ricorrono, nominati apertamente, senza timore, i termini ‘visione’ o ‘visionario’ e ‘gotico’: alla faccia, questo è parlar franco! La visionarietà e gli abissi o gli slanci che immaginiamo quando pronunciamo l’aggettivo ‘gotico’ qui sono materia diretta di racconto, mentre manca la musica, anzi essa è un disturbo con tutta la caciara del mondo e rimanda semmai a una paesanità che è familiare a chi ha vissuto in provincia prima di traslosare a Roma.
E perché manca la musica? Perché si torna alle radici della cultura occidentale, a quel ‘tempesta e impeto’ da cui la musica si è generata. Pensateci.

DANIELA MATRONOLA, SABATO 2 LUGLIO 2016

sorriso2

A volte penso che la poesia possa uccidere non è altro che mettersi a nudo tagliarsi la pelle lasciarsi penetrare dalle cose dalle parole degli altri dalle proprie e io sono troppo adulta per vivere ancora con i sensi spalancati e troppo fanciulla per non sentire la necessità della vertigine a volte penso di non essere in grado di mentire e di dar poi la colpa all’alcool alle sostanze che stringono la pelle come un abito antico a volte mi guardo camminare ebbra per le strade nelle piazze con tutti eppure sola ed è sempre così vicina l’alterità eppure sola forse c’è stato un attimo in cui l’esistenza è divenuta epifania lanciarsi a capofitto nella pelle nell’incoscienza e poi tornare alla non vita non che sia davvero diverso non che sia una forma di morte è qualcosa che sta in mezzo tra la vita e la morte the wall dei pink floyd rende l’idea dico come fai a mentire con la poesia? come fai a fare fiction se aneli alla poesia? come fai a non morire dentro le pareti fitte del muro che è la pelle la tua pelle alle volte me ne sono liberata – del muro? della pelle? di entrambi? – e il mondo il dolore del mondo la bestialità dell’umano mi ha presa a schiaffi piangere per aver visto l’inferno negli occhi di un ragazzino con la felpa rossa nel campo profughi sulla tiburtina sentirsi in colpa mentre tutti scansano il clochard e il suo miasma d’immondizia sul bus credere di morire mentre i passi della puttana minorenne fuggono sulla colombo asciugandosi le lacrime per ricominciare un attimo dopo a sorridere mostrando le cosce e non ha senso quindi le pareti s’innalzano feroci e non sono io il riflesso di quei corpi dannati che si aggirano nei labirinti della disperazione non sono io quella cui viene sempre detto di non disturbare chiudere la porta e non tornare mai più l’ha fatto mio padre una volta poi se n’è pentito ma io avevo le parole sulla pelle nella carne dentro tutte le pareti muri di cemento armato a separarmi dal mondo non crucciatevi per l’insensibile sapore delle cose non vedo non sento non sono più e ora mi alzo sì mi rialzerò immacolata e feroce là dove i ricordi sfrangiano nella bruma dei boschi spalanco tutte le porte e danzo sola sultan of swing come una bambina al centro di una pista da ballo di un paese nordico in un octoberfest non abbiatevene a male se non m’importa più nulla del mondo io sono stanca di tutto questo dolore e voglio danzare sulle rovine vivere d’istanti nella linea che separa il cielo dal suolo.

i.p.

4 - performance fonderia 900 7

Prima di iniziare con le cose serie preferivi lasciarti abitare dai dubbi lasciarli fluire nel piano d’immanenza alla fine avresti potuto diventare altro te lo dissi una notte quando ce ne stavamo sole senza uomini era bello lasciarsi scivolare in quella specie di solipsismo solipsistico dove io ero lo specchio tu eri lo specchio dello specchio ci vivevamo insieme in questa specie di simbiosi poi non era simbiosi era un guardarsi attraverso attraverso attraverso attraverso finestre arse tra gli astri e il cielo nell’abisso nella fune avevo sognato te bambina quando avevi paura degli occhi degli altri avevo sognato te che non sapevi districarti da tutte le parole che venivano a martellare martellare avevo sognato te nel dipinto di Munch eravamo noi l’Urlo di Munch l’Urlo di Ginsberg settantasette volte ripetute nel riflesso dovevamo imparare a danzare danzare danzare sulle superfici la profondità era solo una superficie l’abisso era il cielo il corpo era l’anima ogni cosa avveniva capovolta sapevo mentre ti guardavo sapevo che avresti fatto molta strada mentre io sarei rimasta a guardarti all’ombra di un tiglio in una campagna che era simile alla tua casa d’infanzia lo sapevo che avresti saputo sfruttare le condizioni favorevoli piegare il caso incarnare il caos lo sapevo mentre io non riuscivo a parlare e più mi trovavo a un passo dalla vittoria più indietreggiavo e sapevo che saresti stata capace di tenere tutti in una mano i fili delle vite degli altri mentre io precipitavo da tutti i grattacieli mentre io cadevo nell’indistinzione romantica di un grido tu avresti retto i fili della ragnatela che unite ci teneva per i piedi per la testa a nervi tesi tesissimi oltre l’orizzonte degli eventi io ti guardavo fiorire mentre sfiorivo ti sentivo crescere in potenza lanciarti sopra tutti gli specchi frantumarli e con loro l’immagine svaniva racchiusa nell’afflato del vento d’inverno io sapevo tu eri l’estate io l’inverno ci guardavamo distanti crescendo in due differenti angoli del tempo e tu pubblicavi libri aprivi tutte le porte vivevi nella leggerezza effimera dell’istante mentre io pesantissima precipitavo non parlavo mi lasciavo usare cadere cadere cadere non sapevo chiedere dovevo solo dare di me ogni molecola un dono che nessuno vuole e tu li tenevi tutti per le palle tutti per le palle tu entravi in sedici stanze con un nitore chiarissimo degli animi facevi mambassa dei corpi macerie con uno sguardo potevi prenderti tutto e io in uno sguardo tutto avevo donato di me non restava respiro contavo i giorni che mi separavano dal giudizio di dio mentre tu calpestavi ogni sentiero e lo mandavi in rovina alla fine eri il paradiso io l’inferno di fuoco inscalfibile per quanto sapessi giocare con le macerie del tempo giocare stava tutto lì il segreto potevi divorare brandelli di vita senza crucciarti della morte degli altri potevi infischiartene del frastuono del tempo senza caracollare tra le intercapedini della rivolta potevi mascherarti mille volte perché io potessi mille volte riconoscerti ma non potevi guardarmi negli occhi io che non possedevo maschere io che mi lasciavo deglutire dagli sguardi del dolore io che donavo ogni istante di me al dio di chiunque io che sapevo scivolare in basso dove tu nemmeno sognavi di esistere ero io il rovescio la rovina ero io non ci si frappone tra se stessi e il tempo non si può spezzare l’infinito quando reclama a gran voce e più d’ogni altra cosa amavi la bellezza ma ti riflettevi in me con un impeto d’orrore maschere di cera sciolte nella notte tutto un profluvio di tenebra uccidermi non fu una buona idea quando la nemesi scompare si slabbrano i contorni e adesso che non sai più dove sia il cielo dove l’abisso io ti sento in tutte le pareti sarò più forte della vita più forte della morte sarò l’infinito che non vuoi più sentire uno specchio senza riflesso è l’immagine del tempo senza spazio io sono questo tempo senza spazio in cui non puoi riconoscerti non puoi giocare che con le rovine di me nel fondo degli occhi invisibili decostruzioni d’istanti domani ti sveglierai in una nuova carne e non ci sarà nessun negativo nessuna nemesi dovrai diventare tridimensionale quanto può annientarti il saperti sola?

© i. p.
foto di Marco Fioramanti

giallaeblu

Aveva frequentato straccioni, raver, borghesi rampanti e intellettuali (o anche tutto questo insieme), e aveva continuato a sentirsi un’outsider, sola, solissima, rispettivamente con ogni categoria. Le mancava sempre qualcosa per esserne parte. Forse quella forma cieca di fanatismo e adesione incondizionata di gruppo. Nonostante il relativismo (in forma assoluta), proprio non ci riusciva ad appiattire i gusti su quelli di un branco. Al personaggio continuava a preferire la persona (se solo avesse potuto vederla, la persona, oltre il riflesso). E, lo sapeva, l’avrebbero condannata per questo. Avrebbe rivissuto a vuoto l’esperienza del diniego fino ai bordi della follia. La solitudine l’aveva abitata. La solitudine era divenuta la più colloquiale tra le dame di compagnia. La solitudine la rendeva capace di usare e abusare dei corpi come fossero suoi. E lasciava a queste ombre, a questi nessuno, la libertà di indossarla e riporla, ovunque. Forse avrebbe trovato nell’immaginario una soluzione in cui sciogliersi.
Ma non oggi. Oggi lui le aveva detto: sei guarita. Puoi dire al mondo che una volta avevi un disturbo borderline.
Le aveva detto che era guarita e lei era sprofondata in un gorgo di autosvalutazione e tremenda melanconia. Se poi guarire significava non farsi violentare dagli sconosciuti, non spegnere sigarette sui genitali di esseri privi di dignità, non rischiare l’overdose ogni fine settimana, sì, evidentemente era guarita, ma da quando gliel’aveva detto si sentiva così vuota. Tolto il disturbo di personalità per par condicio sembrava dileguarsi anche la personalità. Come se le avesse portato via quel qualcosa di speciale che la rendeva unica. Ora era una mediocre chiunque. Capite bene che avrebbe preferito trasformarmi in scarafaggio che essere una chiunque chiunque.
Ma adesso potrai scrivere per tutti, capisci? Per gli altri. Non solo per necessità catartica.
Il disturbo borderline era una sorta di panacea universale.
Non hai spicciato le tue commissioni?
Ho il disturbo borderline.
La casa è un porcile?
Ho il disturbo borderline.
Non hai un lavoro?
Ho il disturbo borderline.
Te ne infischi del prossimo e della sua sensibilità?
Ho il disturbo borderline.
Non riesci ad amare?
Ho il disturbo borderline.
Sei un’adultera con profonda indecisione sessuale?
Ho il disturbo borderline.
Non hai ancora conquistato il mondo?
Ho il disturbo borderline.
E a quante falle doveva sopperire un disturbo di personalità? L’avrà avuta persino lui un granello di ansia da prestazione. Niente. Ora lui si era dileguato, l’aveva lasciata sola, faccia a faccia con la sua nullità. Tutto pesava macigni e non aveva più scuse per evitare le prove d’acciaio con cui si forgiano gli eroi, gli antieroi e i pusillanimi.
Se abbandoni il campo di battaglia non puoi dare più la colpa alla canna di fucile del disturbo di personalità. Vai in trincea. Ti tocca. È il tuo turno. E se fallirai nell’impresa non potrai più ricorrere alle vecchie e amate scappatoie da disertore.
Ora sei lì, circondata dal deserto. Tra le dita granelli di vite in prestito. Una tempesta muove i ricordi. Alla fine della traversata c’è un oceano chiamato Alterità.

 

© i.p.

foto di Luigi Annibaldi

ilaRosso

Ho smesso di fare performance perché di me vorrei parlasse solo la scrittura il dolore di un’autoconfessione mi sto perdendo ma non nella maniera in cui amereste vedermi perduta non esiste passato l’ho ingoiato il passato io sono solo projectus non abito il corpo e il tempo mi piacerebbe perdermi come tutti per amore o droga o corruzione o miseria l’ho fatto sì a 19 anni e poi l’ho fatto ancora io mi perdo nella separatezza è altro non sto nei ranghi della disgregazione sento ogni cosa pesare amplificazioni paraedoliche ho solo voglia di divorar libri è grave? può darsi non sento più il peso e ne sento uno abnorme all’altezza dello stomaco ho un disturbo di personalità lo so ma lui dice che io sia solo una persona fragile o forse competizione col padre qualcosa di simile alle volte è solo il vuoto così forte da strapparmi le ciglia questo vuoto questo vuoto senza tempo un rimpiangersi l’istante vorrei vi fosse un luogo tra l’io e il tu un’esistenza vivida e invece i contorni si sfrangiano e perdo la vera battaglia all’incisione sul fuoco una battaglia sterile di marionette variopinte abitare le increspature del tempo dirsi interessati a qualcosa quindi sei depressa ho detto al mio amore che prima di andare in un’isola deserta voglio esser certa di avere un bel corpo e che sotto possano proliferare i vermi ma devo mostrarmi impeccabile al nulla prima che tutto crolli e lo sento il crollo lo schianto così imminente sarà per la fragilità dei legami con gli oggetti o per la rivolta violenta della terra madre e io voglio sentire gli altri corpi in ogni modo lasciarmene trascinare abitare le strade come potevo a sedici anni ho 15 giorni di tempo per mutare il corso del declino sarò altrove e ti guarderò correre dietro il mio treno ci lasceremo inghiottire dalle prerogative se penso di uccidermi è per una questione di convergenze non resisto all’insignificanza e quando mi si dice che il tempo è finito la terra svuotata la guerra ci ha invasi allora sento l’esistenza e mi ci perdo come un numero inutile una cambiale in bianco vorrei credere ai tumulti di piazza inneggiare a Malatesta e invece non so far più nulla e resto nei libri lì dentro e fuori dal presente accanto ai volti di carta che sanno meglio di me quanto sia vana l’attesa e la gloria quanto sia tutta un’illusione la luce del sole e l’atmosfera voglio sentirti piangere per un istante come in un brano dei Marlene Kuntz alle volte mi figuro il passato in una clessidra le cui polveri sono stupefacenti da overdose credo di essermi sparata in vena ogni ricordo e non resti più il colore dei volti l’odore dei corpi sulla pelle di nulla si può parlare di null’altro che di quest’assenza è simile al desiderio alla morte e a Dio.

© i. p.
foto di Luigi Annibaldi

 

iris
Voglio che tutto sia profondo e lacerante la superficialità mi ripugna mi ripugna la ripetizione dell’identico mi ripugna la dialettica servo-padrone maestro-allievo io cerco altro da molto tempo ho abbandonato quelle vesti mentre a mie spese scoprivo nel fuoco quanto poco fossi padrona io di me stessa allora ho compreso di esser dominata da tutto ciò che m’illudevo di dominare leggevo il freddo e il crudele di Deleuze riscoprivo la libertà di infrangere i ruoli inventavo fantasmagorie da demoniaca santificazione inventavo Iris l’ideale dell’io capovolto e adesso sono qui con lei a parlare della fine del mondo mentre la sua libertà collima con la mia libertà di scegliere e comprendere forse un giorno avrò parole diverse per gli abissi parole nazional-popolari come quelle che piacciono a voi forse un giorno scoprirò il mistero della seduttività programmata forse un giorno abbandonerò l’istinto in funzione della ragione calcolatrice ma adesso adesso lasciatemi ridere di tanta inutile banalità lasciatemi con Iris preda e predatore perdermi in questi abissi blu elettrico prima che il cielo divori l’orizzonte in apnea nelle venature dell’estremo dove c’è spazio solo per beati e battuti santi e dannati folli e mostri quelli che vi accapponano la pelle quelli che vi piace insultare poiché non conoscono il linguaggio della menzogna borghese lasciatemi nel mio universo-mondo santi sono solo i fottuti su queste note violente al chiaro di luna spezzato lasciatemi infrangere barriere di carne divorare corpi e ridere come Lighea alla presenza dell’umano.

 

 

i. p.

Image

Vedevo questa piazza gremita. Passarci attraverso. Graffi sulle ginocchia. Mi calpestavano. I loro piedi sulla schiena. Zampe di dinosauro. Schiacciata al suolo guardavo il sole morire tra i denti loro. Poi sollevavo lo sguardo e non era vero nulla. Mia madre mi prendeva in braccio. Se la prendeva con lui perché avevo scritto al contrario. Lui mi osservava e non c’erano parole, solo la sensazione di una irreparabile colpa.
Tra i banchi mi tremava la voce. Il silenzio era un brivido verticale sulla nuca. Infilavo le dita nelle insenature del legno vecchio. Sentivo tutti quegli occhi appiccicarsi addosso come denti. Monocorde leggevo. Quando la campanella suonava m’infilavo sotto il banco. C’era l’odore delle gomme da masticare sputate. Avevano volti orrendi. Non volevo guardarli negli occhi. Fuori dalla finestra c’erano gli uliveti e alle undici si sentiva il rintocco di una campana. Mi stringevo nelle braccia lasciandomi cullare dal mio stesso corpo. Sentivo un’altra in me capace di proteggermi. Non volevo guardare nel corridoio. Il bambino cieco con le mani al muro. Non volevo sentire le grida. 
Una volta ho spiato dietro la porta.
 Sua figlia è un genio, disse la donna dai riccioli corvino e il rossetto scarlatto. Così tutto mi veniva concesso. Potevo scrivere al contrario, dipingere sui muri, tagliarmi i capelli dismetrici, rotolarmi nel terreno. Non era follia ma genio, genio, quella parola… per loro era rivelazione.
Mio padre mi osservava distante in giardino. Aveva l’odore delle albicocche.
 Tu non sei migliore degli altri, diceva, piantala di isolarti. Tu non sei un genio e non sei una principessa, tu sei come tutti, cerca di capirlo presto.
 Raccoglievo nelle mani grandi quantità di sassi e poi li lanciavo. Le gatte scappavano oltre gli uliveti. Avevo paura di ferirle. Non volevo essere un genio. Volevo essere cattiva. Volevo smettere di sentire tutto così tanto. Volevo essere un’altra.

 

 

© Ilaria Palomba

© foto di Marked Melody

Image

I demoni, quelli interiori e quelli che stanno fuori mi assalgono anche in pieno giorno. Cammino e ne temo il risultato, guardando il cielo inciampo, come Talete, in pozzanghere di ovvietà. Ho paura dell’indeterminazione, Heisenberg, come se tutto fosse nulla. Intralcio figure shivaite sul percorso del vuoto mentre va nella mia testa un concerto di Trentemoller, ho paura delle lingue straniere, ho paura del contorno umano, ho paura di perdere il controllo e la partita al vero ping pong dell’abisso. Dove sei, mondo? ti sto cercando dall’eternità. Gli altri sono troppo grandi e i gradini sono troppo faticosi e io sono asmatica. Dicono che sia una malattia psicosomatica. Il mio soma si ribella alla psiche ecco tutto. Adoro danzare, perdermi, non pensare. Vado incontro ai mostri ogni giorno, miliardi di ricordi tra le labbra e poi lacrime che sanno di orgasmo. Non mi piace litigare a parole preferisco le risse. Stiamo qui seduti amore mio a scolarci la vita in un bicchiere di prosecco mentre tu ascolti i Radiohead e correggi grafiche vignette, stiamo qui a cercare la svolta nei pentagrammi di facebook, stiamo qui a lanciare reti alle quali non abbocca nessuno. Amo il tuo amore e amo il tuo nulla, così similmente diverso dal mio. Ho bisogno di evadere dentro panorami lisergici tra corpi in trance e illusioni di una felicità troppo anfetaminica per essere compresa. La velocità è l’illusione del potere.

Vattene. Lasciami sola, non voglio che tu mi rassicuri sulla mia presunta giovialità, ilarità, spregevole illusione che qualcosa funzioni. Tutti violentano qualcosa persino i barboni, homo homini virus. Proliferano, li senti? Posso dissolvermi in note elettrolitiche bioniche di chimiche stellari, posso darti il lato hardcore del mio essere tigre ma mi ritroverai un giorno sola a frugar tra i cassonetti del nulla. Estasi, questo solo cerco. È il prodotto della tua liquidità, mondo. È la carne che i tuoi figli mangeranno. Non posso più farmi carico del mondo, egli muore lentamente e io mi devasto, non reggo gli sguardi dei fottuti, mi entrano dentro e mi lasciano concedergli il diritto di annientarmi. Dammi un maledetto motivo per restare in vita.

Miserabile, disse il vecchio, tu non sai di cosa parli.

Non lo so, non ho mai conosciuto Afrodite o Eros ma ho giocato con i corpi la sera mentre Janis Joplin mi leccava le cosce e Jim Morrison mi azzannava con il suo inconscio. Abbiamo lottato, non si può dire che non l’abbiamo fatto. Erano gli anni 70 erano gli anni 80 erano gli anni 90. Abbiamo lottato contro il demone dell’eroina, puttana assassina. Siamo stati battuti dall’indifferenza.

Sto ascoltando Chopin e non voglio più ricordare la mia adolescenza, i tempi in cui la purezza era il sangue e ti scorreva libero e innocente biasimo verso ogni sistema. Ora non più, schiava, sei lì che aspiri il tempo in una gauloises, vorresti ribaltare la condizione umana. Ma non hai ancora dimostrato al mondo quanto sia vero il tuo dolore.

Guardami. Amore. Stiamo. Precipitando. Nel. Quotidiano. Ho. Paura. Che tu. Possa. Diventare. Il mio vuoto. Stammi vicino.

NON LASCIARMI

ESSERE NULLA

Illudiamoci che sotto il velo di Maya ancora ci sia qualcosa per cui valga la pena lottare.

VOGLIO ABBATTERE TUTTI I PARLAMENTI

I PATIBILI

LE PRIGIONI

I TRIBUNALI

Voglio una sana e feroce anarconazipunk NATURA MOSTRUOSA che detti legge su vincitori e vinti per poi prostrarmi ai piedi dei vinti e lasciarmi violentare amaramente dalla loro sconfitta.

CHI SEI TU?

È questa la grande domanda. Se fossi solo la corda di un’atroce canzone di Marilyn Manson sarei forse più libera? Sono imprigionata in questo corpo banale, di cui nessuno ha mai memoria e vedo il senso dall’altra parte della barricata ma ci divide un esiziale e torbido fiume e non posso attraversarlo. Non posso transitare, liberarmi di questo fardello, non ci sono morti che non ti condannino all’eterno ritorno dell’uguale. Non ci sono scopate che possano erigerti al rango di donna. Non ci sono tuniche che possano fare di te un’Eretica Sacerdotessa. Ho visto Giordano Bruno venire giù dalle fiamme mentre la città scoppiava nella bulimia dell’indifferenza.

Qualcosa dentro si sta spezzando e hai paura che anche lui ti tradisca, svanisca, ora come mai, dentro l’inautentico. Più che Sartre Heidegger, più che Bataille Deleuze, ma non ce la fai, tutto questo proliferare di corpi post umani ti dà il voltastomaco. Tu vuoi una sana e isterica scissione moderna in cui continuare a martirizzare il corpo per beatificare l’anima all’inferno dell’estasi. Tu vuoi trovare uno schiavo che sappia ammaestrarti e un padrone che sappia servirti. Tu vuoi il rebus degli opposti contraddizionali, tu vuoi dividere la carne dal frutto, il peccato dalla causa. Tu vuoi dirimere il tempo dallo spazio e gravitare nelle sonorità postnucleari dell’atroce.

Abbiamo danzato, non si può dire che non abbiamo danzato, ma non è servito a nulla, i corpi continuano a invecchiare , le macchine continuano a corrodersi, le anime continuano a evadere. Il rito funebre è ormai celebrato ora e sempre nei secoli dei secoli. Amore mio, vieni qui, su questo divano, con me, beviamo e dimentichiamo.

Io celebro la morte dell’uomo, requiem for the human. Non più danze ma stragi, non più baci ma orge, non più amore ma sangue. Siamo qui ora io e te, aspetto che tu mi divori o forse sarò io a farlo, amore mio, siamo una coppia troppo convenzionale, presto mi stancherò della tua benevolenza. Ti prego fammi male o lasciatene fare, altrimenti perdo le ragioni, qualsiasi ragione dell’esistenza mia, e nostra.

Sono un’adepta del niente, fedele consacrata al vuoto eterno dell’assenza. Grazie al mio corpo posso liberarmene.

Parte Angel dei Massiv Attac, in questi momenti catartici parte sempre Angel dei Massive Attac. Io sono innamorata della fame nei tuoi occhi.

Spogliati.

Io non voglio.

Spogliati, ti dico.

Le note crescono. Le endorfine si librano nei muscoli.

Voglio la tua carne, il tuo sangue. Voglio il tuo candore, bambina mia.

Spogliati.

Spogliami.

Spogliami ancora.

FINO A LASCIARMI

SENZA

CORPO.

 

© ilaria palomba (testo)

© luigi annibaldi (foto)