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Tag Archives: Follia

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Accompagnavo Eli a cogliere i pinoli, guardavamo le bocche del sole tra le fronde, aghi nelle pupille. Eli aveva occhi grigi bistrati di nero, labbra sanguigne, efelidi sul principio del naso e sulle gote, fossette agli angoli della bocca. Portava minigonne da urlo, Tshirt scollatissime e catenelle di metallo dalla nuca alla gola. Sollevava lo sguardo, nei tratti del volto un altro volto, maschera di belva.
Eli aveva visto. Sul ballatoio. Il padre fuggire. La madre schiantarsi di schiena contro la parete ruvida e bianca. Strappare i fiori dal roseto. Ferirsi con le spine. Tutti i petali frantumarsi nella luce. Aveva mani lunghe e screpolate, la mamma di Eli. Ci piaceva guardare le unghie rosse sbrecciate di bianco innaffiare i vasi di rose e orchidee.
Non era l’assenza del padre quanto quell’immagine. L’immagine dei petali frantumati nel sole. Lo stesso frantumo spaccava la pelle.
Coglieva i pinoli dal bordo dei tronchi, Eli. Li teneva con le mani a giumella e si macchiava, i palmi, le dita. Ne coglievo in gran quantità e mi rimproverava quando ne lasciavo cadere. Si chinava a raccoglierli. La maglietta gialla veniva su. Lembi di addome scoperti. Una rastrellata di sangue rappreso.
Cos’hai qui?
Non toccare.
Scherniva con occhi velati. E cercavo di tenerle la mano. La scaraventava altrove.
Chi ti ha fatto questo?
Sta lontana da me.
Un’unghia feroce sulla pelle. Avambraccio ferito. Aveva le unghie di sua madre, Eli, e non me n’ero accorta.
Camminando la gonna le lasciava scoperta una costellazione di lividi tra le cosce. I tacchi degli anfibi scricchiolavano strofinandosi l’un l’altro.
Perché ti fai del male?
Si accostò. Mi guardò con occhi di avvoltoio prima di dilaniare la sua carne. Una mano sul petto, quasi a volermi strappare le vesti.
Ti sei mai chiesta, Gemma, perché veniamo qui ogni giorno a prendere i pinoli? Ogni giorno alla stessa ora.
Silenzio.
E ti sei mai chiesta perché tu sia vestita da bambina e io da donna?
Silenzio.
E Ti sei mai chiesta che cosa significhi non avere un padre?
Silenzio. Uno sguardo. L’abisso.
Tu ce l’hai, un padre. È lontano ma ce l’hai.
Perché continui a frequentarmi?
Silenzio.
Indietreggiai. E vidi anch’io, per la prima volta, quei petali. Petali di rosa frantumati dalla luce feroce del sole d’agosto.
Eli fece altri tre passi. Si voltò a sorridermi in un ghigno maldestro. Svanì dietro i cespugli prima del mare.
Seguivo le orme. E dentro c’erano i giorni insieme, bambine, nella sabbia. Gli inverni dietro le finestre di casa sua, quando la stufa era rotta. Il freddo e gli abbracci. La madre che entrava. E avevamo paura dei suoi occhi. Senza luce. Ci portava il te’ all’arancia, ne sentivamo l’aroma da lontano. Entrava e tentava di sorridere, aveva dolce la voce, sussurrando, diceva bambine state bene. E lei stava male, le guardavamo gli occhi. Doveva essersi persa. In un giardino innevato. Alla finestra le lampare ghiacciate dal gelo. E nella stanza solo il fiato di Eli sul mio, in quell’invenzione di bacio.
Sedici gradini a piedi scalzi per spiarla. Restava impietrita, raggelata, nel vestito bianco, nello sguardo ai muri. E quando il padre tornava si consumava tra loro il rito della banalità, mille parole mute. E lei altrove, ma dove? Dov’erano quegli occhi che il sogno trasse in inganno? Dove le movenze antiche dall’incarnato pallido? Dove l’anima gentile e guerriera di un tempo? Qualche ciuffo bianco nella lunga chioma. E lo sguardo degli spettri.
Seguivo le orme e nelle orme c’era il riflesso del sole in frantumi. Quei petali. Sulla roccia. I pinoli. Petali di rose e pinoli a tracciare un sentiero fino a Eli. Dondolava sull’orlo del precipizio, graffiandosi l’addome. Lasciava dondolare una gamba nel vuoto. Cinquanta metri sul livello del mare. Le cose lì giù erano insetti. Puntini. E lei, spalancava le braccia e chiudeva gli occhi. Aveva nel corpo il corpo della madre.
Non puoi! – gridai forte – Non adesso. Non puoi. Non farlo.
La voce da grido si fece caverna.
Eli si voltò. Aveva negli occhi la furia degli avvoltoi, e l’innocenza dei cerbiatti.
Si voltò e si mise a sedere sull’orlo del precipizio. In bilico. Sussultai.
Ho tracciato un sentiero, di modo che possa vedere tutto. Di modo che possa raggiungermi proprio qui. Ho tracciato un sentiero. E non posso far altro che seguirlo, io stessa, fino in fondo, fino al vuoto.
La vita va avanti, Eli, va avanti. Le persone ci passano accanto e ci portano via pezzi di noi, ma la vita va avanti.
Sì, incontreremo altri, che ci porteranno via altri pezzi. Mio padre si è portato via la sua anima. A cosa serve un corpo senz’anima? Non esiste null’altro che sconfitta. Bisognerebbe arrendersi al nulla. Anche le persone convinte di essere nel bene, di essere nel giusto, o addirittura di essere felici, vivono solo una stupenda illusione. Tutto crolla. A volte le cose crollano perché le fondamenta sono labili. Si frana irrimediabilmente. Essere in cielo o nel baratro, in fin dei conti, non fa alcuna differenza. Forse sarebbe meglio non costruire nulla. Errare nella notte respirando aria buona, quando tira. E per il resto cercando di non farsi avvelenare dalla polvere. Siamo polvere. Tutto è polvere. Niente esiste sul serio. In fondo cosa cambia. Se guardi a fondo una cosa, questa smette di esistere in quanto cosa. Se ti concentri su una faccia, a poco a poco perde la dignità di faccia e diventa un tripudio di pelle e pori e nei e piccoli sfoghi e quant’altro. Di base vediamo negli altri ciò che sta dentro di noi. E neanche poi così a fondo. Anche in noi non c’è null’altro che illusione. Se analizzi un comportamento o una pulsione fino al limite diventa assolutamente inconsistente. Se arrivi a meditare profondamente sul tuo stesso desiderare o temere, gli oggetti stessi di desiderio e paura svaniscono e forse anche il desiderio e la paura. In un modo o nell’altro arrivi alla Grande Indifferenza. Indifferenza alla vita. Indifferenza alla morte. Indifferenza a sé stessi. Agli altri. Alle tragedie del mondo. All’uomo che muore. Al dolore di una madre. Questa indifferenza, Gemma, è uno scudo ma anche una malattia. Questa indifferenza rende inconsistente il varco tra bene e male, vita e morte.
Mi avvicinai, le scrutai le mani nere di pinoli. Con le dita raccolsi le sue. Mi guardò e non era più avvoltoio né cerbiatto ma uccello.
Chiusi gli occhi.
Salto con te.
E lei fece un passo indietro.
Non puoi, devo prima insegnarti a volare.

 

© Ilaria Palomba

Titolo bellissimo per un romanzo sorprendente.
Gli autori, Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, sono riusciti a comporre un quadro caleidoscopico di una relazione trovando due frecce ai rispettivi archi che poi sono un solo arco, comune:
1) potenza della voce;
2) bellezza della lingua letteraria.
Aggiungerei un terzo pregio: la felicità dello stile che proviene dritta da una felicità di racconto.
Riguardo alla voce, anzi -è bene precisarlo- al coro di voci che come in una tragedia greca cantano questa storia, la varietà è mirabile e non ne inficia l’intensità. Quanto alla lingua, è densa pregnante pulsante – e precisa, tagliente come un taglierino affilatissimo.
Perché questo romanzo, per ciò che racconta e per la formulazione del racconto, taglia davvero il ghiaccio più che come il coltello kafkiano: come un bisturi che va a segno e non genera inutile sanguinamento, come una resezione ripetuta e millimetrica, come un laser che mentre taglia cauterizza.
La lingua mi ha colpita molto anche perché in questo romanzo si fa una battaglia strenua in difesa del congiuntivo, sia presente che imperfetto – con predilezione per questo secondo, con un tale amore del rischio che a volte i volteggi le capriole le piroette i salti mortali invocano una rete sotto per porre riparo all’avventatezza e allo scapicollo mai ingenui ma sempre molto avvertiti dei due taumaturghi unificati in un solo, prodigioso racconto.
La pagina si gremisce di voci, come un proscenio, e questo permette di sondare superfici e profondità, ambiguità e sdoppiamenti, ironia e senso del tragico, e permette anche di muoversi disinvoltamente sullo schermo del tempo e di collegare punti sparati via nello spazio e pronti a riaggregarsi attraverso un fitto eppure lieve gioco di corrispondenze di baudelairiana memoria.

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Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, gli autori.

Maya è una rabdomante della conoscenza, la sua rapsodica visione del mondo è impetuosa e cromatica, la sua percezione è impressionistica e poco impressionabile, non richiede ordine e costruzione ma tende ad ascoltare la natura, a partecipare del suo spirito – Anya che la seduce e la deride col cinismo di chi sopprime i sentimenti e approfitta del sentire le toglie tutto: tutto può essere tolto a chiunque, anche a chi non ne ha cognizione e perde ogni cosa, ne è defraudato, senza che questo attenui il dolore, anzi esaltandolo semmai.
Edoardo non è meno risparmiato dalla realtà che gli sbatte in faccia di continuo nei teatri di guerra dove deve di continuo raccattare parti di corpi sparpagliati attorno da bombe mine colpi di mitraglia, e non è meno dolente o dolorante, però è sagace o crede d’esserlo, ha un rapporto ordinato con gli oggetti mentre è scompaginato a dispetto persino di sé stesso dalle persone. Costituisce un duo comico irresistibile con l’aiutante in campo Salicetti che riesce a farlo vomitare più di quanto non gli venga naturale per esempio elencandogli le risorse del cuoco di campo Rinaldi.
Attorno a loro un vero coro greco: tutti medici e sapienti (direbbe Edoardo Bennato) salvo la povera madre di Maya – al cuore (nerissimo) di questa vicenda composita (alla lettera) sorge un luogo, una casa abbandonata, dove giace una figura lynchana che potremmo prenderci il lusso di battezzare Laura Palmer, e molto sullo sfondo si sfoca la figura del padre di Maya e con lui il rapporto padre-figlia, l’intrico triangolare padre-madre con figlia, l’amore e la gelosia, la competizione femminile, e il nascosto-rimosso (Caché, come nell’omonimo film di Machael Haneke, premio per la regia Cannes 2005) che forse è il fondo che sobolle alla base dell’intera storia – Lacan regna, forse: ma la lettura psico- è quella buona? Di sicuro diventa possibile, incombe pende pencola, a dispetto della fede positiva nella sapienza clinica dei due luminari convocati sulla scena, uno psichiatra e un ginecologo.
Come capite bene, questo è un vero romanzo romantico: non perché sia sentimentale ma perché riconosce al sentire una potenza conoscitiva strabiliante, dà corda all’intuizione, si puntella su intuito e sentire, assicura trionfo all’immaginazione – cioè alla irresistibile e immediata traduzione in immagini della lettura del mondo, una sorta di ‘restituzione per immagini’ del conosciuto, cioè dell’esperienza, da parte dell’artista.
Samuel Taylor Coleridge, l’autore della Ballata del Vecchio Marinaio (che ha poi ispirato molta musica rock, da A Salty Dog dei Procol Harum fino a quasi un intero album di Sting, The Soul Cages), ha specificato che la fantasia è di tutti gli esseri umani ma l’immaginazione è solo dei poeti – non perché i poeti siano super uomini o sciamani o vati ma perché sono afflitti da un più acuto anzi acuminato sentire, come i pittori. E questo più acuminato sentire impone loro dei compiti, l’irrinunciabilità ad esprimere ciò che più profondamente e lucidamente vedono nella caligine del tormento: in questo romanzo, in cui domina una percezione spettrografica, si staglia a un certo punto L’Urlo di Edvard Munch, la ferita che ha aperto in lui il solco di quella creazione. Del resto l’acme della felicità di racconto e di stile e di linguaggio arriva a pagina 140: – Arturo era mio padre, mio figlio era mio padre. Stiamo dalle parti di William Wordsworth, The Child is Father to the Man: il bambino è padre all’uomo, perché il figlio viene prima del padre in quanto il bambino precede l’uomo. Magnifico!

imagesyhelambThe Lamb, Willaim Blake

Il bambino del resto come l’agnello che belando fa gioire tutte le valli era già l’eroe innocente e puro di William Blake, il più rock dei poeti romantici, padre dei Doors, e ispiratore del Jimi Hendricks di Little Wing – per esempio, e William Blake era poeta e pittore anzi incisore, era scorticato interprete del suo tempo. Come Maya, dopotutto. E come Edoardo, sotto sotto.
Soprattutto William Blake era un artista. Questo romanzo è anche un ragionamento sulla posizione dell’artista nella società e nel mondo, sulla possibilità non tanto che sia compreso ma che sia lasciato in pace, che sia lasciato creare e donare al mondo la sua visione sacra.
Ecco, in questo romanzo ricorrono, nominati apertamente, senza timore, i termini ‘visione’ o ‘visionario’ e ‘gotico’: alla faccia, questo è parlar franco! La visionarietà e gli abissi o gli slanci che immaginiamo quando pronunciamo l’aggettivo ‘gotico’ qui sono materia diretta di racconto, mentre manca la musica, anzi essa è un disturbo con tutta la caciara del mondo e rimanda semmai a una paesanità che è familiare a chi ha vissuto in provincia prima di traslosare a Roma.
E perché manca la musica? Perché si torna alle radici della cultura occidentale, a quel ‘tempesta e impeto’ da cui la musica si è generata. Pensateci.

DANIELA MATRONOLA, SABATO 2 LUGLIO 2016

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A volte penso che la poesia possa uccidere non è altro che mettersi a nudo tagliarsi la pelle lasciarsi penetrare dalle cose dalle parole degli altri dalle proprie e io sono troppo adulta per vivere ancora con i sensi spalancati e troppo fanciulla per non sentire la necessità della vertigine a volte penso di non essere in grado di mentire e di dar poi la colpa all’alcool alle sostanze che stringono la pelle come un abito antico a volte mi guardo camminare ebbra per le strade nelle piazze con tutti eppure sola ed è sempre così vicina l’alterità eppure sola forse c’è stato un attimo in cui l’esistenza è divenuta epifania lanciarsi a capofitto nella pelle nell’incoscienza e poi tornare alla non vita non che sia davvero diverso non che sia una forma di morte è qualcosa che sta in mezzo tra la vita e la morte the wall dei pink floyd rende l’idea dico come fai a mentire con la poesia? come fai a fare fiction se aneli alla poesia? come fai a non morire dentro le pareti fitte del muro che è la pelle la tua pelle alle volte me ne sono liberata – del muro? della pelle? di entrambi? – e il mondo il dolore del mondo la bestialità dell’umano mi ha presa a schiaffi piangere per aver visto l’inferno negli occhi di un ragazzino con la felpa rossa nel campo profughi sulla tiburtina sentirsi in colpa mentre tutti scansano il clochard e il suo miasma d’immondizia sul bus credere di morire mentre i passi della puttana minorenne fuggono sulla colombo asciugandosi le lacrime per ricominciare un attimo dopo a sorridere mostrando le cosce e non ha senso quindi le pareti s’innalzano feroci e non sono io il riflesso di quei corpi dannati che si aggirano nei labirinti della disperazione non sono io quella cui viene sempre detto di non disturbare chiudere la porta e non tornare mai più l’ha fatto mio padre una volta poi se n’è pentito ma io avevo le parole sulla pelle nella carne dentro tutte le pareti muri di cemento armato a separarmi dal mondo non crucciatevi per l’insensibile sapore delle cose non vedo non sento non sono più e ora mi alzo sì mi rialzerò immacolata e feroce là dove i ricordi sfrangiano nella bruma dei boschi spalanco tutte le porte e danzo sola sultan of swing come una bambina al centro di una pista da ballo di un paese nordico in un octoberfest non abbiatevene a male se non m’importa più nulla del mondo io sono stanca di tutto questo dolore e voglio danzare sulle rovine vivere d’istanti nella linea che separa il cielo dal suolo.

i.p.

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Prima di iniziare con le cose serie preferivi lasciarti abitare dai dubbi lasciarli fluire nel piano d’immanenza alla fine avresti potuto diventare altro te lo dissi una notte quando ce ne stavamo sole senza uomini era bello lasciarsi scivolare in quella specie di solipsismo solipsistico dove io ero lo specchio tu eri lo specchio dello specchio ci vivevamo insieme in questa specie di simbiosi poi non era simbiosi era un guardarsi attraverso attraverso attraverso attraverso finestre arse tra gli astri e il cielo nell’abisso nella fune avevo sognato te bambina quando avevi paura degli occhi degli altri avevo sognato te che non sapevi districarti da tutte le parole che venivano a martellare martellare avevo sognato te nel dipinto di Munch eravamo noi l’Urlo di Munch l’Urlo di Ginsberg settantasette volte ripetute nel riflesso dovevamo imparare a danzare danzare danzare sulle superfici la profondità era solo una superficie l’abisso era il cielo il corpo era l’anima ogni cosa avveniva capovolta sapevo mentre ti guardavo sapevo che avresti fatto molta strada mentre io sarei rimasta a guardarti all’ombra di un tiglio in una campagna che era simile alla tua casa d’infanzia lo sapevo che avresti saputo sfruttare le condizioni favorevoli piegare il caso incarnare il caos lo sapevo mentre io non riuscivo a parlare e più mi trovavo a un passo dalla vittoria più indietreggiavo e sapevo che saresti stata capace di tenere tutti in una mano i fili delle vite degli altri mentre io precipitavo da tutti i grattacieli mentre io cadevo nell’indistinzione romantica di un grido tu avresti retto i fili della ragnatela che unite ci teneva per i piedi per la testa a nervi tesi tesissimi oltre l’orizzonte degli eventi io ti guardavo fiorire mentre sfiorivo ti sentivo crescere in potenza lanciarti sopra tutti gli specchi frantumarli e con loro l’immagine svaniva racchiusa nell’afflato del vento d’inverno io sapevo tu eri l’estate io l’inverno ci guardavamo distanti crescendo in due differenti angoli del tempo e tu pubblicavi libri aprivi tutte le porte vivevi nella leggerezza effimera dell’istante mentre io pesantissima precipitavo non parlavo mi lasciavo usare cadere cadere cadere non sapevo chiedere dovevo solo dare di me ogni molecola un dono che nessuno vuole e tu li tenevi tutti per le palle tutti per le palle tu entravi in sedici stanze con un nitore chiarissimo degli animi facevi mambassa dei corpi macerie con uno sguardo potevi prenderti tutto e io in uno sguardo tutto avevo donato di me non restava respiro contavo i giorni che mi separavano dal giudizio di dio mentre tu calpestavi ogni sentiero e lo mandavi in rovina alla fine eri il paradiso io l’inferno di fuoco inscalfibile per quanto sapessi giocare con le macerie del tempo giocare stava tutto lì il segreto potevi divorare brandelli di vita senza crucciarti della morte degli altri potevi infischiartene del frastuono del tempo senza caracollare tra le intercapedini della rivolta potevi mascherarti mille volte perché io potessi mille volte riconoscerti ma non potevi guardarmi negli occhi io che non possedevo maschere io che mi lasciavo deglutire dagli sguardi del dolore io che donavo ogni istante di me al dio di chiunque io che sapevo scivolare in basso dove tu nemmeno sognavi di esistere ero io il rovescio la rovina ero io non ci si frappone tra se stessi e il tempo non si può spezzare l’infinito quando reclama a gran voce e più d’ogni altra cosa amavi la bellezza ma ti riflettevi in me con un impeto d’orrore maschere di cera sciolte nella notte tutto un profluvio di tenebra uccidermi non fu una buona idea quando la nemesi scompare si slabbrano i contorni e adesso che non sai più dove sia il cielo dove l’abisso io ti sento in tutte le pareti sarò più forte della vita più forte della morte sarò l’infinito che non vuoi più sentire uno specchio senza riflesso è l’immagine del tempo senza spazio io sono questo tempo senza spazio in cui non puoi riconoscerti non puoi giocare che con le rovine di me nel fondo degli occhi invisibili decostruzioni d’istanti domani ti sveglierai in una nuova carne e non ci sarà nessun negativo nessuna nemesi dovrai diventare tridimensionale quanto può annientarti il saperti sola?

© i. p.
foto di Marco Fioramanti

giallaeblu

Aveva frequentato straccioni, raver, borghesi rampanti e intellettuali (o anche tutto questo insieme), e aveva continuato a sentirsi un’outsider, sola, solissima, rispettivamente con ogni categoria. Le mancava sempre qualcosa per esserne parte. Forse quella forma cieca di fanatismo e adesione incondizionata di gruppo. Nonostante il relativismo (in forma assoluta), proprio non ci riusciva ad appiattire i gusti su quelli di un branco. Al personaggio continuava a preferire la persona (se solo avesse potuto vederla, la persona, oltre il riflesso). E, lo sapeva, l’avrebbero condannata per questo. Avrebbe rivissuto a vuoto l’esperienza del diniego fino ai bordi della follia. La solitudine l’aveva abitata. La solitudine era divenuta la più colloquiale tra le dame di compagnia. La solitudine la rendeva capace di usare e abusare dei corpi come fossero suoi. E lasciava a queste ombre, a questi nessuno, la libertà di indossarla e riporla, ovunque. Forse avrebbe trovato nell’immaginario una soluzione in cui sciogliersi.
Ma non oggi. Oggi lui le aveva detto: sei guarita. Puoi dire al mondo che una volta avevi un disturbo borderline.
Le aveva detto che era guarita e lei era sprofondata in un gorgo di autosvalutazione e tremenda melanconia. Se poi guarire significava non farsi violentare dagli sconosciuti, non spegnere sigarette sui genitali di esseri privi di dignità, non rischiare l’overdose ogni fine settimana, sì, evidentemente era guarita, ma da quando gliel’aveva detto si sentiva così vuota. Tolto il disturbo di personalità per par condicio sembrava dileguarsi anche la personalità. Come se le avesse portato via quel qualcosa di speciale che la rendeva unica. Ora era una mediocre chiunque. Capite bene che avrebbe preferito trasformarmi in scarafaggio che essere una chiunque chiunque.
Ma adesso potrai scrivere per tutti, capisci? Per gli altri. Non solo per necessità catartica.
Il disturbo borderline era una sorta di panacea universale.
Non hai spicciato le tue commissioni?
Ho il disturbo borderline.
La casa è un porcile?
Ho il disturbo borderline.
Non hai un lavoro?
Ho il disturbo borderline.
Te ne infischi del prossimo e della sua sensibilità?
Ho il disturbo borderline.
Non riesci ad amare?
Ho il disturbo borderline.
Sei un’adultera con profonda indecisione sessuale?
Ho il disturbo borderline.
Non hai ancora conquistato il mondo?
Ho il disturbo borderline.
E a quante falle doveva sopperire un disturbo di personalità? L’avrà avuta persino lui un granello di ansia da prestazione. Niente. Ora lui si era dileguato, l’aveva lasciata sola, faccia a faccia con la sua nullità. Tutto pesava macigni e non aveva più scuse per evitare le prove d’acciaio con cui si forgiano gli eroi, gli antieroi e i pusillanimi.
Se abbandoni il campo di battaglia non puoi dare più la colpa alla canna di fucile del disturbo di personalità. Vai in trincea. Ti tocca. È il tuo turno. E se fallirai nell’impresa non potrai più ricorrere alle vecchie e amate scappatoie da disertore.
Ora sei lì, circondata dal deserto. Tra le dita granelli di vite in prestito. Una tempesta muove i ricordi. Alla fine della traversata c’è un oceano chiamato Alterità.

 

© i.p.

foto di Luigi Annibaldi

ilaRosso

Ho smesso di fare performance perché di me vorrei parlasse solo la scrittura il dolore di un’autoconfessione mi sto perdendo ma non nella maniera in cui amereste vedermi perduta non esiste passato l’ho ingoiato il passato io sono solo projectus non abito il corpo e il tempo mi piacerebbe perdermi come tutti per amore o droga o corruzione o miseria l’ho fatto sì a 19 anni e poi l’ho fatto ancora io mi perdo nella separatezza è altro non sto nei ranghi della disgregazione sento ogni cosa pesare amplificazioni paraedoliche ho solo voglia di divorar libri è grave? può darsi non sento più il peso e ne sento uno abnorme all’altezza dello stomaco ho un disturbo di personalità lo so ma lui dice che io sia solo una persona fragile o forse competizione col padre qualcosa di simile alle volte è solo il vuoto così forte da strapparmi le ciglia questo vuoto questo vuoto senza tempo un rimpiangersi l’istante vorrei vi fosse un luogo tra l’io e il tu un’esistenza vivida e invece i contorni si sfrangiano e perdo la vera battaglia all’incisione sul fuoco una battaglia sterile di marionette variopinte abitare le increspature del tempo dirsi interessati a qualcosa quindi sei depressa ho detto al mio amore che prima di andare in un’isola deserta voglio esser certa di avere un bel corpo e che sotto possano proliferare i vermi ma devo mostrarmi impeccabile al nulla prima che tutto crolli e lo sento il crollo lo schianto così imminente sarà per la fragilità dei legami con gli oggetti o per la rivolta violenta della terra madre e io voglio sentire gli altri corpi in ogni modo lasciarmene trascinare abitare le strade come potevo a sedici anni ho 15 giorni di tempo per mutare il corso del declino sarò altrove e ti guarderò correre dietro il mio treno ci lasceremo inghiottire dalle prerogative se penso di uccidermi è per una questione di convergenze non resisto all’insignificanza e quando mi si dice che il tempo è finito la terra svuotata la guerra ci ha invasi allora sento l’esistenza e mi ci perdo come un numero inutile una cambiale in bianco vorrei credere ai tumulti di piazza inneggiare a Malatesta e invece non so far più nulla e resto nei libri lì dentro e fuori dal presente accanto ai volti di carta che sanno meglio di me quanto sia vana l’attesa e la gloria quanto sia tutta un’illusione la luce del sole e l’atmosfera voglio sentirti piangere per un istante come in un brano dei Marlene Kuntz alle volte mi figuro il passato in una clessidra le cui polveri sono stupefacenti da overdose credo di essermi sparata in vena ogni ricordo e non resti più il colore dei volti l’odore dei corpi sulla pelle di nulla si può parlare di null’altro che di quest’assenza è simile al desiderio alla morte e a Dio.

© i. p.
foto di Luigi Annibaldi

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Sentire troppo è un dato di fatto che mi contraddistingue da sempre. Da ragazzina sentivo i pensieri delle mie amiche sui banchi di scuola, sapevo aiutarle quando erano in difficoltà, sapevo quando non avevano studiato e davo loro suggerimenti durante i compiti in classe di Italiano, prima che me lo chiedessero.
Sulla strada sdrucciola degli ulivi e dei vigneti sentivo l’aria di lite nel gruppo e risolvevo le questioni quasi sentimentali della mia amica del cuore prima che mi parlasse. Quando era arrabbiata con me e cercava di nasconderlo le facevo sputare il rospo.
Sulle spiagge del Salento, a tredici anni, sentivo quel che i ragazzi volevano dal mio corpo, non lasciavo spazio al desiderio, mi donavo, come poche alla mia età, non sopportavo quelle voci e i pensieri loro a trivellare le meningi, avevano l’odore del mare, tutto quello jodio nelle narici, e le intrepide notti nelle case abbandonate, a levarmi le vesti perché, ne ero certa, per passare attraverso bisognava accontentare tutti prima che avessero la possibilità di dirmelo. Avevano l’odore delle foglie e il corpo mio acerbo era il suggello delle loro brame.
Sentivo, a quindici anni, quel silente vociare intorno, tra i muri crepati dipinti dai writers, sentivo i pensieri dei ragazzi dai pantaloni larghi: non sei dei nostri, non ci appartieni. E quelli delle donnette quasi adulte e truccatissime: maledetta, non rubarci la scena. E quelli degli amici tossici: sei solo una ragazzina inesperta. E così, prima che parlassero, davo a ciascuno di loro quel che cercava: non rubavo la scena, diventavo l’amica meno bella e meno brava, un po’ ingenua, quella che non tradisce. Vestivo in modo maschile, sciatto e indesiderabile, assumevo sostanze psicotrope, regalavo vino a tutti, per non sentire i loro pensieri urlare a voce altissima.
Gli unici che non sentivo erano quelli dei miei, loro non pensavano, loro dicevano tutto, snaturavano la parola, non mi lasciavano intendere, poiché tutto era sviscerato ed esplicitato e anzi gridato fortissimo, per me era muto. Così evitavo quelle parole violente, atroci e giudicanti, resistevo agli schiaffi, preferivo accontentare il mondo immaginifico per non ascoltare il suo grido silenzioso, piuttosto che quello reale di cui non comprendevo i significati.
All’università sapevo benissimo, fin dalla prima domanda, se il professore avesse intenzione di bocciarmi, in tal caso interrompevo l’esame di mia spontanea volontà e tornavo la settimana seguente.
Sul lavoro le voci peggiorarono: sentivo il disprezzo dei colleghi e le svalutazioni del capo ufficio, così mi licenziavo ancor prima di sentirmi riprendere, evadevo ogni conflitto, me ne stavo in disparte, dicevano fossi stramba, lo ero davvero, stramba come un supereroe con un superpotere che non aveva mai voluto.
L’amore arrivò tardi e mi sfuggì di mano. Lui era un uomo criptico. I suoi pensieri non si sentivano affatto, ma non come i miei genitori, le cui grida si sostituivano ai sussurri della mente, no, in lui non c’era traccia di quel sussurro. Aveva l’odore del tiglio e gli occhi selvaggi. Non si poteva dire fosse sciocco. Probabilmente aveva un altro modo di pensare, e fu questo silenzio apparente, questa indecifrabilità, ad attrarmi. Al primo appuntamento, in quel cinema, non sentivo i suoi desideri. E la notte a casa sua non sentivo chiedermi di spogliarmi. Per cui non sapevo come accontentarlo. Con il silenzio della mente però il corpo mio prese vita tra le sue braccia, come nascesse per la seconda volta. Il suono del fiato suo era leggero e potente insieme. L’odore della pelle sua era un richiamo violento e primordiale. Non ne decifravo i desideri e non potevo agire in nessun modo, era sempre lui a farlo, cieca, mi lasciavo guidare nell’abisso della carne, sentendomi per la prima volta. Era una frattura di equilibri; è in ogni cambiamento una piccola forma di morte. Nella stanza sua viola morivo, e morivano i miei poteri sotto la forza selvaggia delle sue braccia calde e animalesche. Ero prigioniera di questa nuova dimensione sensoriale, con i sapori forti tra le labbra e quell’odore di tiglio per tutta la stanza, la sua ombra sul mio corpo fino a ingoiarlo. Avevo difficoltà a separarmi da lui, fuori l’umanità si era tramutata in incognita e senza i miei poteri non ero più nulla. E lo accontentavo, senza che parlasse, non mi curavo di comprenderlo, per una volta non ero io a dover comprendere. La sua esistenza però continuava fluida e reale, lavoro, amici, svaghi, mentre la mia era spezzata e immaginifica, non potendo più carpire l’altrui coscienza mi limitavo a evitare qualunque alterità. E vivevo nell’immensità spalancata dei sensi, privata di qualsiasi forma di ragione. Non avevo più un lavoro, non avevo più amicizie, non avevo più contatti, tranne che con lui, come fossi un’estensione del corpo suo, esistevo soltanto quando era con me. Non poteva durare per sempre. Un giorno tornò a casa, una frenesia nei gesti, come avesse voglia di sbrigarsi e poi riuscire. Quello sguardo non in me cercava assoluti ma nelle forme evanescenti di mondi altri. Mi era precluso il suo slancio verso un qualcosa che non era me e per un istante non lo riconobbi. Tra le braccia sue non sentii alcun trasporto, né odore, né sapore, né contatto. Cominciai invece a sentire: sono qui ma vorrei essere altrove, con la nuova collega, quella criptica e sveglia, non sopporto la tua distrazione, non sopporto la tua ingenuità, non sopporto l’incapacità che hai di stare al mondo, il fatto che non hai un lavoro vero, non sai dire no a nulla e non sai farti desiderare. Sentivo tutto questo e così abbandonai la sua dimora e smisi di vederlo. Mi cercò e io continuavo a sentire lo sdegno senza voce nel suo corpo e nei suoi gesti, attraverso i messaggi dolci sentivo solo odio, attraverso il ricordo delle notti insieme sentivo stralci di coscienza che contrastavano gli atti, e quando venne a prendermi sotto casa e a sussurrarmi: piccola, ho bisogno di te, io sentii: vorrei che sparissi dalla faccia della terra.
Sentire troppo era un dato di fatto che da sempre mi affliggeva, a un certo punto però, e soltanto in quel preciso istante, ebbi come il dubbio che vi fosse uno scarto tra empatia e paranoia, e che quello scarto io l’avessi bucato. Non durò più d’un istante. Ammettere l’errore avrebbe significato mettere in questione l’intera mia memoria. Gli dissi: va via. Gli dissi: sparisci. Gli dissi: non farti più vedere. Gli dissi: ti detesto. Detesto la tua stupida vita imperniata di amici e un buon lavoro e genitori che ti amano. Gli dissi: detesto il tuo corpo forte e fiero di trascorsi non traumatici. Gli dissi: detesto il tuo odore di uomo di mondo che sa cosa significhi vivere. Gli dissi: detesto la tua voce che deforma la realtà.
Come chiodi, le parole, s’infilarono nella pelle, a poco a poco sentii il corpo suo smembrarsi tra le mie braccia, e il silenzio rivestire i muri, le porte, le finestre, come una benda, il silenzio, ricoprire ogni angolo, fino a deglutirlo.

© i.p.

 

iris
Voglio che tutto sia profondo e lacerante la superficialità mi ripugna mi ripugna la ripetizione dell’identico mi ripugna la dialettica servo-padrone maestro-allievo io cerco altro da molto tempo ho abbandonato quelle vesti mentre a mie spese scoprivo nel fuoco quanto poco fossi padrona io di me stessa allora ho compreso di esser dominata da tutto ciò che m’illudevo di dominare leggevo il freddo e il crudele di Deleuze riscoprivo la libertà di infrangere i ruoli inventavo fantasmagorie da demoniaca santificazione inventavo Iris l’ideale dell’io capovolto e adesso sono qui con lei a parlare della fine del mondo mentre la sua libertà collima con la mia libertà di scegliere e comprendere forse un giorno avrò parole diverse per gli abissi parole nazional-popolari come quelle che piacciono a voi forse un giorno scoprirò il mistero della seduttività programmata forse un giorno abbandonerò l’istinto in funzione della ragione calcolatrice ma adesso adesso lasciatemi ridere di tanta inutile banalità lasciatemi con Iris preda e predatore perdermi in questi abissi blu elettrico prima che il cielo divori l’orizzonte in apnea nelle venature dell’estremo dove c’è spazio solo per beati e battuti santi e dannati folli e mostri quelli che vi accapponano la pelle quelli che vi piace insultare poiché non conoscono il linguaggio della menzogna borghese lasciatemi nel mio universo-mondo santi sono solo i fottuti su queste note violente al chiaro di luna spezzato lasciatemi infrangere barriere di carne divorare corpi e ridere come Lighea alla presenza dell’umano.

 

 

i. p.

ilagiorgiaoly ilagiorgia

Spesso quando esco in strada ho paura della gente non sono nata fobica non lo ero lo sono diventata dopo quelle risa fradice non sono mai stata pavida avevo invece voglia di concedermi di donarmi al mondo mostrando anche la parte ferita la mia forza era la mia debolezza e la mia debolezza la mia forza
— Donato al mondo
figlio bramato, all’inverso del desiderio
sei venuto con l’età e
non sei qui
Non puoi sentirmi?—
l’hanno azzannata l’hanno dilaniata con denti bastardi quando ancora riuscivo a sentire il profumo del mare il sapore salato sotto la lingua l’hanno infilzata quella stupida inutile dolcezza che ora curo tanto di ottundere — Sparatemi dritto
Al cuore
Se lo trovate.
Voglio andare
in mille pezzi.
Mille piccoli
fottuti pezzi taglienti.
Voglio vedervi sanguinare
Nel tentativo di ricompormi—-
non voglio avere paura voglio sentire l’odore del grano il tepore fresco della bora primaverile sono nata in un giardino di margherite avevo così tanta voglia di venire al mondo così tanta voglia di contagiarmi di quella stessa esistenza avevo voglia di lasciarmi sporcare dai corpi e inventarne di nuovi adesso non ho più modo di desiderare il desiderio è stato trafitto dall’indifferenza
— Buttate nel fiume frammenti
Di me
E io annegherò
Come Ofelia
In mille pezzi…
… Dagli anfratti di roccia bagnata
di secchielli
dei sassetti,
nelle alcove dei granchi,
nel disgusto plastico della cucina
come l’attesa delle donne, d’inverno…

è tutto buio tutto offuscato come dietro un vetro il reale tramonta rossissimo dietro le dita mie allora mi chiedi di fare queste piccole cose quotidiane tu non immagini quanto dolore ci sia negli occhi tu non immagini vedevo passare la gente giù in strada e gli occhi loro erano pieni di mani e bocche e gonfi di artigli e denti e pareti chiuse
… Come le Sirene
Diventerò spuma di mare
Diventerò soffio di vento
Che sfiora i vostri capelli
Diventerò aria
Che avvelena i vostri polmoni
Diventerò rimpianti che non
Vi faranno dormire…
agorafobia qualcuno disse borderline qualcuno disse abbandono qualcuno disse la verità era che avevo costruito un mondo perfetto dietro il mio muro una vita onirica di astratti furori e bagliori mai visti mi chiedevo nostalgica se mai alcuno potesse vedere il vespro con i miei stessi occhi avevo creato dinamite di suono e orge di sensazioni avevo creato lisergici rizomi infernali paradisi corpi smunti di Schiele e viali alberati di Monet estati di fuoco Munch abeti innevati Regina delle Nevi tenevo prigionieri gli avventori lì nel cubo non potevo vedere non potevo sentire non potevo toccare ecco toccare toccare toccare
—sparatemi dritto al cuore—
… Sai che disgrazia, le parole d’amore
gli occhi tristi
le prime
epifanie a casaccio
Hai sbirciato il riflesso
della musica al posto dei pensieri
sopra il legno laccato
sopra il letto Incassato
coricato dentro al senso mistico
e moderno
dell’arredamento notturno. …

mi accorgevo fissione nucleare fusione ebollizione la vita umana è un pendolo mi accorgevo nel vetro dolore e noia dolore e noia dolore e noia forse desideravo un foro invisibile per vedere oltre avevo gli oceani negli occhi nessuno poteva sentire e io non sentivo loro gridavano ma tutto era come ovattato e coperto da un subdolo velo di nebbia spesso quando esco in strada ho paura della gente una tragicommedia storpia in cui vedo danzare un pagliaccio in bianco e nero come unico monomaniaco esemplare non aveva tregua vederli passare sentire l’eco dei loro piedi attraverso le pareti dove sei? dove sei? dove sei?

… Fermati un momento
e cammina ancora
come quando rifletti su una cosa da dire
se le stringi la mano.
Come quando capisci
per la prima volta
che non hai nulla da dire
e servirebbe.
Avevi 16 anni
la prima volta che la noia ha ingoiato il tuo amore
ed era troppo occupato
a contarle i ricci
per trovarti il tempo di comporre. …

Sentivo tirare fortissimo le braccia forse ho inventato il piacere sentivo tirare fortissimo dovevo immaginare altri uomini crudeltà abuso non mi era concesso di sentire sentirmi dove sei? Mi stai cercando? Non c’è più nessuno qui dentro cosa vuoi? Vattene non c’è più nessuno qui dentro sentivo tirare forte come se l’omero si fosse spezzato e in quel dolore io la prima volta per la prima volta sentivo qualcosa
… Configuravi la noia
disciplina del creatore
brama in maturità, per donarsi qualche rigo
per correggere il ricordo. …

…Diventerò anima
Diventerò spuma
Diventerò bruma
Diventero’ notte
Diventerò buio
Diventerò incubo
Diventerò nulla
Quel nulla che acceca…

potevo avere percezioni vedevo dietro il vetro non era un idillio ma qualcosa
vedevo c’era un fiume lontano e i campi bruciati l’orizzonte annerito dal fumo delle fabbriche la gente indossava maschere mostruose dovevo chiamarli per nome e all’improvviso non avevo memoria di nulla tutto il male di cui mi credevo capace era scomparso trafitto da scheletri danzanti in un velo di nebbia tutto il male di cui mi credevo capace era mera illusione mi domandavo se quanto avessi vissuto fosse accaduto realmente dove sei? Non qui non con te non qui dove sei?
— verso lo stadio terminale dei banchetti
ti tieni compagnia
con i pupazzi minuti
con l’odore agghiacciante
degli avanzi. —
— E si crea quel buco dentro.
Cerco di riempirlo col cibo.
Mangio.
Mangio ancora.
Poi smetto di mangiare
Perché la voragine e’ sempre più grande e scura.
Allora bevo
Per vederci chiaro
Per vedere oltre
Per non vedere affatto—

Tutto il male di cui mi credevo capace scheletri nudi sulle rose del deserto tutto il mio ho paura della gente camminano e non so più pronunciare i nomi loro ho paura che possano aver fatto parte di qualche mio passato e non ne ho memoria ho paura dei corpi troppi sono entrati senza che nulla accadesse senza che nulla sentissi senza che nulla muovesse poi via da quel vetro non ero capace di aprire potevi farlo solo tu dove sei? Non qui dove sei?
Mi piaceva guardare le labbra tue aprirsi per pronunciare idilli mi piaceva perdermi nell’aurora sapevo la luce sarebbe arrivata prima o poi — Vedo la grana rossa della mia terra dove si rende eccezionale, la psichedelia minerale che rovina per bene sul pelo dell’acqua. Cristo come sei bella. —
l’orizzonte svanire svenire avevo paura di uscire di casa vedevo la gente passarmi attraverso come se i corpi loro del mio non avessero memoria avevo paura di tutta quella luce volevo che tu mi chiedessi perdono se pure mai nulla su di me avevi commesso volevo punirti per tutto quel male di cui mi ero resa complice volevo ascendere verso panorami postumani tra maschere di luce e guardare nella fessura la bestialità della bellezza che stava a rintoccare campana suadente smarrita volevo trovare il coraggio di vivere ancora come allora senza che nulla potesse scalfirmi mi portavi giù in basso in un ballo in maschera dove solo potevi guarire il corpo mio nudo offeso ferito e non c’era nessuno e sentivo l’odore della foresta raggiungermi nel buio io vedevo più di ogni cosa fuggivamo su carrozze bianche al galoppo verso regni dell’oltretomba per sfiorarli appena e poi svegliarci al mattino le tue labbra petali rossi avevo paura di dovermi svegliare dove sei? dove sei? Non qui non qui non qui.

—Sparatemi.
Dritto in fronte.
Dritto. In fronte.
Mai più.
Never
More
Nevermore
Never.more

 

 

© Ilaria Palomba, Olivia Balzar, Giorgia Mastropasqua

© foto: Stefano Borsini

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Vedevo questa piazza gremita. Passarci attraverso. Graffi sulle ginocchia. Mi calpestavano. I loro piedi sulla schiena. Zampe di dinosauro. Schiacciata al suolo guardavo il sole morire tra i denti loro. Poi sollevavo lo sguardo e non era vero nulla. Mia madre mi prendeva in braccio. Se la prendeva con lui perché avevo scritto al contrario. Lui mi osservava e non c’erano parole, solo la sensazione di una irreparabile colpa.
Tra i banchi mi tremava la voce. Il silenzio era un brivido verticale sulla nuca. Infilavo le dita nelle insenature del legno vecchio. Sentivo tutti quegli occhi appiccicarsi addosso come denti. Monocorde leggevo. Quando la campanella suonava m’infilavo sotto il banco. C’era l’odore delle gomme da masticare sputate. Avevano volti orrendi. Non volevo guardarli negli occhi. Fuori dalla finestra c’erano gli uliveti e alle undici si sentiva il rintocco di una campana. Mi stringevo nelle braccia lasciandomi cullare dal mio stesso corpo. Sentivo un’altra in me capace di proteggermi. Non volevo guardare nel corridoio. Il bambino cieco con le mani al muro. Non volevo sentire le grida. 
Una volta ho spiato dietro la porta.
 Sua figlia è un genio, disse la donna dai riccioli corvino e il rossetto scarlatto. Così tutto mi veniva concesso. Potevo scrivere al contrario, dipingere sui muri, tagliarmi i capelli dismetrici, rotolarmi nel terreno. Non era follia ma genio, genio, quella parola… per loro era rivelazione.
Mio padre mi osservava distante in giardino. Aveva l’odore delle albicocche.
 Tu non sei migliore degli altri, diceva, piantala di isolarti. Tu non sei un genio e non sei una principessa, tu sei come tutti, cerca di capirlo presto.
 Raccoglievo nelle mani grandi quantità di sassi e poi li lanciavo. Le gatte scappavano oltre gli uliveti. Avevo paura di ferirle. Non volevo essere un genio. Volevo essere cattiva. Volevo smettere di sentire tutto così tanto. Volevo essere un’altra.

 

 

© Ilaria Palomba

© foto di Marked Melody