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Tag Archives: fobie

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PARTE I

sono le 03:45 del 1 settembre 2013 il sonno tarda ad arrivare fuori per strada il vociare di genti a me ignote nel mio letto vivide rose piccoli frattali le paure mi assalgono demoni possedendo le mie ore come fossero di latta solida consistenza che beve il tempo corrode il corpo attimo dopo attimo vorrei vivere a cinque sensi ma la paura mi blocca è un piccolo mattone nel torace che man mano si fa sempre più grande sempre più grande sempre più grande pesa nel petto e frastaglia pezzi di me contro natura e ti guardo dormire amore mio e sento di non aver avuto mai nulla di così prezioso e mi sento morire all’idea che il nostro presente possa divenire abitudine e voglio fuggire e sento le voci che sono pezzi di me contro natura che sussurrano mi sento morire si chiudono i bronchi e comincio a tossire troppo stanca per alzarmi e troppo sveglia per dormire mi manchi amore mio mentre chiudi gli occhi e mugoli nel sonno ti guarderò respirare ascolterò il flusso ne carpirò l’odore lo catturerò nella mia pelle prima di uscire di casa in piena notte scalza cedendo al desiderio di abbandono quello che spinge per uscire quello che grida dentro tradimenti lunghi un’infanzia sento le pareti tremare mi manca la grecia amore gli attimi spensierati e antieconomici l’atarassia dell’istante le canzonette improbabili in alfabeti cirillici le rovine di civiltà che mi distano millenni medievali castelli a pelo d’onda sospesi su tramonti rosso sogno nell’aria di un irraggiungibile altrove e poi monemvasia le rocce a picco sul mare la scalata il mio affanno asmatico per salire sin là su e le tue mani così calde se vuoi possiamo fermarci no ti prego non voglio fermarmi contro natura salire fino al punto in cui le stelle sono sotto possiamo calpestarle senza pari gridare urla trecento questa è sparta mentre siamo a mistrass e sciami di francesi aleggiano parlottando aritmci mi sento precipitare qualcosa si agita nel petto cosa cerchi in grecia mi chiedevi tutto rispondevo e aspettavo la notte per inforcare le unghie nella tua carne spingerti più dentro guardarti godere rubarti l’odore con la guancia destra poggiata sul tuo petto ruvido da uomo che è amante e padre nemico e angelo sentire tutta la storia sul tuo petto mentre vieni dentro e io ti stringo fortissimo per non farti respirare black out avrei voluto tutte le notti rubare ogni stella del firmamento per te ma le guardo morire piccole fette di cuore poco per volta si sgretolano e non so cosa mi accada vorrei essere ancora lì ma non è questo è altro la vita che mi scorre via mentre sei su di me dentro e fuori non voglio ricominci la giostra il mio non vivere qui e ora diranno che sono stati tempi difficili ma la verità è che non c’ho nemmeno provato e questo mi strazia amore il saperci poi così diversi tu così pronto alla vita io così divisa di spada tagliata perfettamente doppia c’è qualcosa là fuori? comincio a dimenticarmene e sono stanca di vedermi allineare istanti contro natura io contro natura vorrei rimpicciolire fino all’utero.

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PARTE II

vi osservo io voi da un punto distante dello spaziotempo e la vostra funzionale esistenza mi rende fobica me ne sto in disparte in un quartiere residenziale di roma sai che è roma solo perché ci sono parchi e quel tipo di chiese moderne che vorrebbero scimmiottare il paleocristiano ascolto smells like teen spirit come avessi quindici anni ricordo il rosso dei capelli di sbighi mentre io e lei intente a fumare del tetraedrocannabinolo esalando hashish dalla finestra di casa sua usciva il fumo così onesto a detta sua e i miei occhi si perdevano sulle smagliature dei suoi seni che trovavo così sexy la vita vissuta sempre riesco a trovarla seducente e leggo e rileggo i brani più poeticoerotici di tropico del capricorno immagino come sarebbe stato scoparsi henry miller o cosa avrebbe pensato lui della mia fica come l’avrebbe descritta mi ritrovo con le mani giù forti nell’elastico degli slip laceri e poi grida fino all’orgasmo mi chiedo se ci sia mai stato un me un corpo fuori dal corpo leggo essere e tempo e poi stoner e rileggo zarathustra e poi usciamo con abiti greci io e sandali troppo alti con cui non riesco quasi a starti accanto ricomincio a cadere sulle pagine facebook la consapevolezza del margine l’origine dell’esclusione assumo antistaminici evitando accuratamente gli antipsicotici evitando accuratamente gli stati border che spesso mi sono stati diagnosticati mi nascondo nel tuo corpo come una bambina dietro la gonna della propria madre ascolto trentemoller una volta dopo l’altra fino all’implosione dei legami nucleici ascolto mia madre che parla con tua madre ti prendo la mano sotto al tavolo le mie dita disegnano cerchi concentrici nei tuoi palmi la stringi forte questa mia mano scappiamo ti dico scappiamo con i miei occhi scappiamo rientro nei ranghi negli impegni riprendo i contatti leggo notizie siriane in cui si prevedono guerre cui mi prevedo manifestare contro mi prevedo sconfitta leggo notizie su notizie mi preparo a implodere mi preparo a esplodere portami via scappiamo da cosa mi chiedi da tutto tutto questo possiamo fuggire da tutto miky? sono la tua mallory ti prego prendi il porto d’armi andiamo in giro a sparare a zero su tutti assumiamo soltanto psilocibe amminoacidi lisergici ti prego una strage non sopporto più la vita voglio fare fuoco su chiunque rapire ragazze innocenti e legarle al letto non riesco più a sopportare la vita che scorre l’ordinario contiene il germe dello straordinario partenogenesi del divino io e te siamo potenziali assassini questa vita io vorrei un piccolo camper e due calibro 38 fare fuoco su tutto mandare a monte la triade hegeliana che c’imprigiona abbiamo vissuto in ogni tribù postmoderna e ne siamo stati sputati fuori come frutti acerbi e ora siamo troppo marci per poter un giorno maturare non conosco vie d’uscita ho vissuto solo un’infanzia negata non conosco tutto il resto e non m’importa l’idea di essere incastrata in questo corpo sociale mi nausea quasi quanto l’idea di essere incastrata in questo corpo umano noi non abbiamo un corpo noi siamo un corpo diceva mio padre lo dice ancora ecco poi lui è quel quid sovrasostanziale sangue del mio sangue l’unico che può farmi sentire fiera di me fiera di me fiera di me e tu sei qui anche se non posso vederti vorrei scriverti lettere lunghe addii e continuare il viaggio anche senza di te ricordo l’altro giorno nel salento a san foca o giù di lì ci siamo inoltrati su spiagge notturne di stupidi indierock e trovavo l’umanità così ripugnante ma io non sono cattiva solo non concorde disturbo narcisistico di personalità a sfondo antisociale ami tuo padre? allora non sei antisociale eppure sto così male con gli altri il restante resto di niente non ci sono paesaggi qui dentro se non quelli del mio odio vedevo sulla spiaggia non c’era altro che il desiderio sospeso nell’aria immenso infinito desiderio e insieme anche orrore meccanicistico incredibile quanto tutto possa riassumersi nella negazione tutto è libido gioco l’erotismo risiede nella modalità della negazione nel non coito mi piacerebbe giocare ancora e mentre ti confessavo queste cose fissavi il mio mojto ancora non vuoto e rincorrevamo righe bianche e i tuoi occhi erano così tristi credevi di non bastarmi ma non era questo che intendevo così ti ho trascinato via da quel ruvido sito di deplorevoli indie fashion e ti ho trascinato su una pista ignorante come dite dalle tue parti nel lido accanto una festa electro beat con numero dieci invitati e noi al centro pista genti partenopee intorno mi muovevo spasmodica altamente consapevole della perfezione sferica dei miei fianchi come la bambola del testo dei no braino siamo scesi giù all’alba è il sole a rovinare le notti infausto stupratore di lune stregatte il giorno dopo abbiamo brindato con vino greco e amici tedeschi nel vespaio della veranda non ti posso offrire non ti posso dare una famiglia felice e una casa al mare ci siamo ritrovati a rincorrere la pioggia in città bianche sali scendi su gradini dopo torre guaceto scappavamo a ostuni e i miei piedi erano così zuppi di pozzanghera che avrei potuto tagliarmeli abbiamo assaggiato gelati al lampone rossi come i capelli rossi della mia adolescente amica del liceo al lampone erano i suoi baci di quel lampone purissimo e fulgido fuori dal confine ho avuto un tale singulto di bellezza mentre la città in festa illuminata e la banda suonava e deglutivo lampone tra sguardi silenti di verità aleteia venute fuori da apparentemente innocui giochi di amore e fuga abbiamo osservato poi la notte dall’auto e ancora trentemoller apparat kalkbrenner e knife che gran bella musica ascolti dice tom e poi siamo saliti e mi sono guardata dentro e ho visto la mia casa sgretolarsi con i canneti che cadevano e una tormenta di vento che mette le onde in subbuglio e la notte un’altra notte ci è passata alle spalle e ha dormito sulle prime luci violacee ho letto di velocità e lentezza milan kundera e politici ballerini ho rivisto i miei giorni il mio paese la mia condizione il mio non lavoro la mia diagnosi ho guardato con tom e mari e tra le tue braccia l’ultimo giorno di mare e sole nascosto da fameliche nuvole dagli occhi cerchiati vespe e serpenti piccole bisce nere nel letto ho sognato lunghi cobra sbranarmi ho tremato lasciandomi avvolgere dalle tue braccia penetrare come fosse la prima volta e ho pensato a henry miller mentre si masturbava e la sua amica che si sgrillettava un po’ anche lei e gli piomba in stanza e lo trova a darsi da fare su e giù con la mano e lui desidera solo che lei ci si sieda sopra e pensavo a lui e anais nin che ci davano dentro alla grande e ti ho scopato amore come se fossi stata tutte le donne della letteratura e ti ho bevuto fino all’ultima goccia mentre eri tutti gli uomini della storia e ho letto di superomismi nietzscheiani fai pace con la natura perché la natura è la tua grande madre assassina ed è questa la mia patologia io sono un’elettra potenziale scopa tuo padre uccidi tua madre la natura io la odio sto malissimo nella pelle si formano microfratture sono allergica a qualsiasi forma di vita le vespe mi fanno gridare forte e i serpenti mi fanno orrore solo l’orgasmo mi libera dal male amen credo che dio sia la somma di tutti gli orgasmi della terra ho una gran voglia di sotterrare la paura nella pelle tra le cosce lasciandomi sgrillettare immaginando orge enormi copulazioni sulle spiagge di dioniso perché non restiamo qui ti ho proposto mentre in una corsa contro il tempo accompagnavamo i nostri amici tedeschi alla stazione di lecce vuoi restare in salento eri perplesso poco convinto dell’idea no intendo in un non luogo davvero natural born killer sfanculiamo la società civile quella cosa che dà nomi alle cose sfanculiamo il logos viviamo qui nel tropico del delirio vieni con me baby solo musica da urlo viviamo in una macchina un paio di pistole e boom in giro per l’eternità stai scherzando certo sto scherzando però sarebbe una bomba ora sto ripensando agli istanti per me non cambia poi molto io sono soltanto una ragazzina viziata cresciuta con tutto e finita con niente e nessuno mi ha mai insegnato a campare il corpo ho dovuto insegnarmelo da sola un due tre stella ho vissuto dentro troppo dentro e ora il fuori mi sembra un enorme muro di gomma il fatto è che la realtà mi uccide poco per volta lentamente mi fa a fette sempre più sottili sto cercando di scappare ma non potrai ancora per molto dici ne sono consapevole eppure quando mi dicono di essere fuori dalla realtà mi chiedo cosa sia questa realtà cui tutti inneggiano io credo che ognuno ne abbia una generata non creata della stessa sostanza del padre a ciascuno la sua realtà e a ciascuno il suo fuori-dalla-realtà voglio plasmare la bellezza nel sussulto infinito ma so che dovrò far pace con la natura far pace con la simbolica matrigna da cui mi sento ferita.

© foto di Luigi Annibaldi
testo di Ilaria Palomba

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Il cane nero mi è addosso ma è un’ombra. Proteggo il grillo.
Il grillo ha la voce delle foglie. Il giardino di limoni e lecci nasconde altre cose che non posso vedere. Sento frinire i cespugli.
Il grillo sussurra con la stessa voce dei cespugli.
Sono senza scudi, dice. Senza neanche un cappello, dice.
Non sono certa di potergli parlare e se gli parlo non sono certa possa sentirmi.
La luce cava della luna è un fiato che frantuma le foglie. Il silenzio si macchia di voci.
Se ascoltassi saresti più vicina alla fonte, dice il grillo.
Non ho uno scudo, non ho un cappello, dico.
Rientriamo, il grillo mi sta sulla nuca e temo possa pizzicarmi con le scarne zampe. Il formicolio sulla nuca è un atto che non posso controllare, non posso tormentarlo e non posso neppure ignorarlo. Sta lì e io aspetto che muti.
Nelle stanze l’ombra del cane nero è un colosso, si allarga, si slabbra, fa sua la parete, fora la parete e vi si imprime dentro. Il grillo trema.
Lo sento muoversi dal collo alla scapola come se un esercito di formiche brulicasse sulla pelle.
L’ombra è una bocca, deglutisce la stanza. Il cane nero diventa reale e mi sta di fronte con le fauci spalancate. Il bario stilla e bagna il pavimento, una statua di colla.
Nugoli di ferraglia pregni di luccicore biancastro. La bava sporca le cose, le riempie, le dilata, è l’altra faccia dell’ombra.
Il cane non ringhia. Il grillo sussurra: siamo morti.
Trema, non smette di tremare. Lo raccolgo tra le mani. So che il cane non vuole sbranarmi ma non posso dire lo stesso per il grillo. Il cane l’ha puntato, so che lo brama, so che lo addenterà.
Racchiudo tra le mani il grillo. Entro in una stanza con una culla vuota. Tra le sbarre un uncinetto rosa e un sonaglio.
Ripongo il grillo nella culla. Non smette di tremare.
Non lasciarmi, dice.
Non può venire qui, non può attraversare le sbarre, dico.
Ho paura, dice.
Il cane nell’altra stanza non c’è. Resta la sua bava sulle cose, come una coltre, ricopre pentole e piatti e ferraglie e computer e libri, chincaglierie accatastate sul pavimento. Mi stendo sul letto e le lenzuola sono pregne della stessa bava che è la stessa ombra. La stessa viscosità della colla.
All’angolo una sedia di legno con i miei vestiti asserragliati sulla spalliera.
Il mio corpo nudo è pregno di bava. Al mio fianco nel letto un uomo, viene dal passato. Ha la barba e i capelli lunghi. Viene da un altro luogo, non dovrebbe conoscere questa casa.
Dov’è lui?, dice.
È uscito presto, dico.
E tu non ti domandi?, dice.
Preferisco ignorare, dico.
L’uomo affonda i denti in un lembo di carne tra il collo e la spalla. L’ombra del cane si spalanca su di noi. Chiudo gli occhi e mi lascio prendere. Stringo le mani alle sbarre. Sono nella culla e l’uomo mi è dentro. Penso solo al grillo. Al suo piccolo corpo frantumato dai nostri. Riapro gli occhi. L’uomo mi dorme accanto. Non siamo nella culla, non ci entreremmo. L’ombra del cane è svanita.
Mi alzo per cercare il grillo. Una pozza d’acqua sotto la sedia e l’umidità nei miei vestiti. Li tocco e sono colmi di acqua che non è acqua, è colla e non è colla, è bava e non è bava, è urina. Ha l’afrore dell’urina. I vestiti s’incollano alle dita e sono lembi di carne, umori, cuore, polmoni, fegato, intestino. Sono colmi di piscio e sangue. Grondano sangue e piscio e fanno il puzzo delle carcasse.
Corro nell’altra stanza. La culla. La culla. La culla è senza sbarre. Il grillo è sparito.
Vado in giardino. La luna è offuscata da una coltre di nubi nere, il cielo si fa scarlatto. La luna ha il volto di un teschio e poi stinge, cola via. La sento sulla pelle, è bava. Il grillo non c’è. Il frinire delle foglie è un frantumo di voci.
Dietro di me il cane nero. Guaisce e si accuccia come un cucciolo, strofina la testa contro la mia gamba. Lo accarezzo. Si calma.
Le nubi spazzano via il rossore del cielo e sul corpo della luna le zampe scarne del grillo sono faglie e frammenti.
Il cane mi lappa le dita. E ci avviciniamo alla notte, fuori dal giardino. Ci avviciniamo. Ci avviciniamo. Nel fondo del cielo un chiarore che deflagra.

© i. p.