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Category Archives: Bari

ilapanchina

Lei entrò in ateneo camminando con la foga di una volpe. Mi fissava. Allora avevo una sconsiderata paura di esistere. Per qualche incomprensibile motivo un piccolo editore aveva deciso di pubblicare un mio libro, scrivendo prefazioni su quanto la mia poetica fosse un flusso di coscienza disincantato sull’io e il mondo, forse non tutti erano consapevoli del fatto che io e il mondo non ci conoscessimo affatto e aprioristicamente ci odiassimo. Lei era un’hegeliana, parlava in modo filosoficamente forbito intervallando il tutto con costanti cioè raga minchia gaggi. Diceva di odiare Anya. Eppure quando la incontrava la salutava con patetiche effusioni. Ciò accadeva d’estate, sulle panchine del Marrakesh. Anya parlava di sparizioni in pieno stile Chi l’ha visto. L’altra parlava di Hegel. Fu allora che la soprannominammo L’Hegeliana. Non ci eravamo mai scambiate neppure una sillaba. Mai fino a quel pomeriggio d’autunno in ateneo. Incespicando tra filosofese, giovanilismo postsessantottino e parole in tedesco, cercava di comunicare. Sospendevo il vomitevole giudizio che avrei dato di lei. La ragazza mi poneva domande letterarie sul mio libro. Fissavo la luce fioca novembrina fuori dalle finestre dell’ateneo. Evadevo ogni risposta. All’epoca non avevo gran voglia di comunicare, studiavo disperatamente e altrettanto disperatamente dissolvevo il tutto nelle ombre sballate dei riti del sabatonotte. Aveva i miei stessi occhi allungati a mandorla, possenti e oscuri ma non il mio corpo. Forme poco aggraziate le conferivano un aspetto di mammifero bruno. Gli abiti larghi non erano sufficienti a nascondere quella pesantezza, la attribuivo alla sua negazione, in piena antitesi hegeliana. Lei indossava maschere di complicità mentre mi offriva una notte insieme. Dopo lezione uscimmo, camminammo verso la taverna di via Nicolai, attraversammo il giallore delle luci di quella zona che donavano al luogo un’atmosfera cimiteriale. Attraversammo le scale del lungo edificio metallico delle poste e ci mettemmo in piedi fuori dalla Taverna del Maltese mentre anziani clochard ascoltavano I Beach Boys da stereo verdi e sozzi, e indiani venditori di rose ci importunavano credendoci una coppia lesbo. Poi c’era una fila di ragazzi dagli abiti scuri e sdruciti, copricapo retrò e capelli colorati. M’incamminavo nel dominio dell’inautentico, tra tutte quelle teste, baciavo il George Harrison che credeva di possedermi, banalmente ascoltavo l’ingenuità in cuffia sotto forma di Muse, lasciandomi denigrare da falsi punkabbestia, miei vicini, figli di borghesi, sulle scale delle poste.
Che musica è pischella dimmerda!
La ragazza hegeliana mi difendeva ai loro occhi soltanto per dimostrarmi la sua superiorità onto-anagrafica. Un anello di metallo le scintillava all’angolo destro del naso, sarebbe potuta essere bella se solo avesse voluto. Quelle notti baresi, a bere coca e rum e vomitare sul rosso pavimento della taverna vecchia, lei si prendeva gioco delle mie nevrotiche rappresentazioni adolescenziali. Probabilmente ora direbbe lo stesso di me, non ricordo i nostri discorsi, è tutto come sommerso da una nebbia leggera che ricopre ogni cosa. Ricordo le traversate immaginifiche verso borghi dell’entroterra su lerci regionali con veleni ketaminici nascosti nel reggipetto e femminei discorsi sull’uso e usufrutto che uomini trentenni facevano dei nostri corpi. Le parlavo di M. Allora possedevo la nichilista convinzione di un dominio dal basso, raccontavo alla mia presunta amica di quanto piacevole fosse il dolore sadomasochistico alla Pauline Rege.
Un giorno lui ti ucciderà – diceva sempre – un giorno ti farà fuori.
Sembrava quasi dimostrarmi una qualche forma di bene ma allora ignoravo quanto labile fosse la demarcazione tra bene e male, tra essenza ed esistenza, tra essere e tempo. Allora ero il tempo. Ero l’incondizionato. Ero l’assolutamente altro. E per questa mia psicotica alterità non veniva poi difficile prendersi gioco di me. Sniffavamo la keta su copertine di dischi rovinati, piegando il capo sotto i sedili. Vagavamo nei paradisi sintetici per non esperire gli inferni metropolitani. Il treno si fermò e scendemmo. Un uomo grasso e sformato da zoloft e abuso d’alcol da discount e anfetamina, ci venne incontro. Quell’uomo si chiamava Pace, nel pieno dominio dell’ironia della sorte. C’incamminammo verso il primo bar dalle forti luci al neon e versammo vino rosso in calici, brindammo, stendemmo altre righe, sniffammo. Avveniva un inganno libidico nella favola postmoderna che stavamo a raccontarci. Avveniva la sospensione dei corpi perché questo è la ketamina: antimateria. E in quella felicità liquida l’anestesia atrofizzava ogni cosa. L’uomo grasso ci raccontò di aver torto la coda al proprio gatto e di averlo poi spellato lentamente con un coltello, ancora vivo, l’aveva scuoiato. Il micetto miagolava e lui scuoiava, il micetto piangeva e lui scuoiava, il micetto urlava e lui scuoiava. La pelle, raccontava, veniva via con tutto il pelo. La coda sembrava un lungo verme peloso e le membra si staccavano, il sangue colava sulle sue mani, s’incrostava nelle unghie. L’anestesia cresceva, si compivano atti terrificanti e li si copriva con risa scarne. Nel frattempo stavo aspettando M. ma non lo davo a vedere, la mia presunta amica se n’era accorta, lanciava spiacevoli sottintesi mentre i miei occhi balenavano fuori dalle luci al neon, verso il giallore dei viottoli antichi del borgo.
Si vede che aspetti lui – diceva – devi imparare a fingere – diceva – stendine un’altra – diceva – anestesia!
Ci alzammo nel pieno della liquidità psicofisica, camminammo tenendoci l’un l’altro per le braccia come vecchi ubriaconi. Volevo il cielo, era una ferita, uno squarcio verticale di mondo ingoiato. I corpi erano completamente insensibili al tatto così potevo ignorare di passeggiare accanto a una troia e a un assassino. Di fronte ci camminava un gruppetto di esseri vestiti di nero, mi sarebbe piaciuto guardarli in profondità. Fu allora che dovetti ri-acquisire la consapevolezza corporea. I muscoli si irrigidirono e la bocca dello stomaco mi sputò fuori il veleno in un getto di bile verde acido. Il cielo iniettato di stelle si gonfiava e sgonfiava con me al suo interno che cadevo e non toccavo mai fondo. Mi sembrava di avvertire l’urlo isterico di quelle risa. Quando sollevai gli occhi era troppo tardi, M. e i suoi amici ci erano passati oltre. La notte si consumò in un ex-statico cercarsi di occhi tra misture alcoliche e strisce di inappartenenza. La mia amica continuava a ripetermi le forme addominali della mia ingenuità. A un certo punto credetti mi amasse. Cercava di sfiorarmi le dita che non avevano più il dono del tatto.
Che t’importa di lui? – diceva.
All’alba abbandonammo lo squartatore di gatti e c’incamminammo nella foschia della stazione addormentandoci l’una sul corpo dell’altra e poi sul treno fino a casa. Erano notti inconcludenti e inappropriate, trivellate da inopportune telefonate di genitori smadonnanti in crisi di panico.
Quando uscimmo dal treno l’aurora squarciava i palazzi, la fontana di piazza Moro era un ricordo irreale di monadi e metafisici annullamenti. L’amica assonnata e dal forte alito di rum annunciava paniche crisi e antitetici timori del giorno a venire.
Resti a casa da me? – diceva – ho bisogno di affetto – diceva – non sopporto la domenica – diceva.
Mi lasciavo convincere dall’oscurità dei suoi occhi, così affrontavamo il giorno e la terra e i pesanti corpi privi di anestesia, corrosi dai più disparati veleni. Facevamo colazione in scalcagnati bar di San Pasquale con i panni appesi sopra le teste e gli schiamazzi in gergo dei ragazzi sui motorini. Bar traslucidi dalle sedie zebrate e baristi pelati con davvero pochi denti in bocca. Bar con biliardini, videopoker, cessi guasti e lunghi banconi a specchio, dove lei attaccava bottone con eleganti alcolizzati del mattino. Uscivamo nascondendoci dalla pesantezza del sole, ci aggrappavamo al cigolio delle reti di sovraffollati letti. Assumevamo ipnoinducenti, eppure non dormivamo. L’amica mi teneva una mano sul collo e schiudendo labbra e occhi mi implorava di baciarla. Levandosi le vesti esponeva nudo il suo corpo di forme adulte a me sconosciute. Non sono certa di esserne stata realmente attratta, anzi, in alcuni momenti l’odore alcolico del suo fiato e della sua pelle mi facevano ribrezzo. Nonostante tutto lo feci. Mi spinsi su di lei, dentro di lei. Toccai la fronte sua con la mia. Accarezzai le sue labbra e le spinsi la lingua nella cavità orale. Era un sapore ruvido, di unione più che di libido. Raccolsi i suoi morbidi seni tra le mani, allargando il più possibile le dita, sfiorai i grandi capezzoli che s’irrigidirono incontrando le mie mani e superai il sapore acido che mandava il suo corpo di tossica e alcolizzata. La feci mia così. Mi sentivo potente come un uomo e fragile come una bambina, accarezzavo il crespo dei suoi peli. Lei non si muoveva. Non ero certa le piacesse. Eppure la vedevo contorcersi. Gemeva. Ansimava. Io ero questo puro piacere da donare. Orgasmica libidine. Ero corpo e stomaco e odore senza ragione. Mi lasciavo irretire dagli altri corpi poiché solo come madonna del godimento potevo sentirmi. Infilavo le mie dita nel taglio tra le sue cosce. Le impregnavo. Ci mettevo anche le labbra e leccavo. Poi mi disse:
Fai con questo.
E mi passò il cellulare.
Mettilo dentro – mi disse.
Mi sembrò una cosa orrenda ma lo feci per adorarmi nell’altrui piacere e infilai questo oggetto metallico nella sua fica fino a sentirla contrarsi ed esplodere. Mi liberai e lei si addormentò. Era mezzogiorno trascorso, le tende alle finestre facevano bolle d’aria. I miei dovevano aver chiamato la polizia denunciando la mia sparizione.
Qualche sera più in là Anya mi raccontò di aver udito l’Hegeliana sproloquiare sulla presunta banalità del mio libro. Se pubblicano lei, allora io devo vincere il nobel per la letteratura, affermava di averle sentito dire dinanzi ad alcuni dei nostri cosiddetti amici, per giunta. Anya mi disse: non fidarti di lei e non perdonarla, lo rifarà. Anya mi disse: non fidarti di nessuno, ti tradiranno. Anya mi disse: devi sconfiggerli prima che lo facciano loro.
Allora mi resi conto di quanto poco valessero i corpi. Mi resi conto dell’esistenza della ferocia dei perdenti. In fondo quella sera avevo tradito più d’un principio. Avevo parlato con un assassino di gatti in botta di anestetici per elefanti. Avevo scopato con la mia futura nemica senza nemmeno pretendere di goderne. Avevo vomitato ai piedi dell’uomo che credevo di amare. Avevo sprecato un’altra notte nel dominio metafisico dell’inautentico e non avevo avuto ciò che desideravo.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

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Il pomeriggio vedevo Anya, in quella sua stanza zeppa di poster gotici di donne. Mi raccontava le sue storie, ironizzava su tutto ciò che mi spaventava. Imitavo i suoi gesti, il suo vestire. Calcolavo le dimensioni della sua vita, dei suoi fianchi. Provavo le sue forme cercando somiglianze. Anya mi raccontava disgrazie di gente a noi vicina, finita in overdose o in clinica psichiatrica. Sembrava odiarli tutti, disprezzarli più che altro. Ascoltavamo terrorcore guardando immagini scheletriche sul desktop. Diceva di voler diventare anoressica e rideva, rideva sempre. Anche la sera, fuori da Storie, tra la gente, lei padroneggiava cinismo e sarcasmo. Non sembrava più odiarli. Lei riusciva ad entrare in contatto con loro. Chiunque poteva adorarla. Le stavo dietro ma non brillavo mai della stessa luce. Si allontanava con uomini in larghe felpe e capigliature da opera d’arte concettuale, lungo le vie secondarie del parchetto di via De Vito Francesco. Non parlavo mai con nessuno senza di lei. Tra me e gli altri c’era un muro invisibile. Anya tornava soddisfatta da giri in automobile a sniffare eccitanti di vario genere. Ci sedevamo sulle gradinate delle poste, di fronte alla Taverna. Quando stava a raccontarmi c’era un tono nella sua voce che la rendeva altissima, non si sporcava mai, lei riusciva a non cadere mai. Vendeva vestiti usati a ragazzine smanianti di somigliarle, bastava ti guardasse per farti vergognare della tua stessa esistenza. In questo la trovavo formidabile: nel modo suo di stare al mondo, come se non esistesse il dolore. Forse lei sul serio non soffriva.

Una volta una di quelle ragazzine si mise a piangere. Anya imitava la sua voce e svelava agli astanti segreti sulla famiglia della vittima predestinata. Mi chiese di portarle un’altra birra. Ero andata via mentre un cerchio di persone stava a guardare lo spettacolo, e c’era odore di hashish nell’aria. Anya poggiata a una macchina fumava una sigaretta. L’altra ragazza e una sua amica si erano avvicinate e avevano detto qualcosa circa i vestiti da lei venduti, forse sul prezzo esagerato, a detta loro, o sul fatto che fossero di taglie non conformi, non ricordo bene. Anya manteneva un ghigno di una calma innaturale, quando l’altra disse: io non mi faccio fregare da una stronza. Con molta calma Anya alzò il sopracciglio destro disegnato con la matita, mi guardò.

Mi prendi una birra per favore?

Entrai nella rosticceria che odorava di olio per le macchine. L’uomo senza incisivi mi diede un’heineken. Uscii e trovai la ragazzetta mora dai capelli rasati al lato, piangente, la sua amica ammutolita e la gente in cerchio triplicata. Anya afferrò la birra, le dita sulle mie in quel preciso passaggio mi diedero una scossa. Anya mi guardò complice. I suoi occhi erano così chiari da rasentare il bianco. Prese le mie mani e le mise attorno alla sua vita. In questo gesto io con lei ero invincibile. Continuò a parlare con la ragazzetta circondata da risate e vocalismi dialettali.
Salutami tuo padre, digli che ha tutta la mia stima, anch’io picchierei a sangue mia figlia sapendola così grassa e demente.

L’amica prese sottobraccio la ragazzetta con i capelli rasati solo da un lato, e la trascinò via.

Prima che le alzi le mani! Disse.

Anya gridava alle loro spalle.

Non aspetto altro. Mi avete sentita? E dillo a tuo padre, casomai decidesse di picchiare anche me, digli che lo aspetto con uno strap on!

Tutto intorno la gente sghignazzava e rideva. La schiena di Anya poggiata contro il mio torace mandava un odore di vaniglia. Mi premevo su quella schiena, sarei scomparsa al suo interno. Avvertivo la forma delle vertebre sul mio petto. Mi piaceva sentirmi con lei un unico corpo, una persona aumentata. Non provavo pietà per chi da lei si lasciasse ferire, li trovavo patetici, come lei li definiva. Però non riuscivo a fare lo stesso.

Anya si dileguava nel buio, camminando su quelle zeppe altissime come scalza. Mi tiravo su il cappuccio, la seguivo in case di sconosciuti, alle tre del mattino. Si brindava con superalcolici scadenti e righe bianche. Alla fine del mondo, si brindava. Adoravo la sua crudeltà, era così estrema da non potersi definire davvero crudele. C’era un’innocenza in quella crudeltà, un bambino che nulla sa del mondo e si prende quello che può scalciando a destra e sinistra. Invidiavo quell’innocenza, non sarei mai stata capace di tanto.

Un giorno Anya partì per Dublino, mi disse: non ci divideranno, non ci divideranno. Mi aveva comprato un peluche di tigre. Il pomeriggio prima della partenza l’avevamo trascorso da lei, nelle lenzuola, dopo una notte di bagordi. I corpi nostri così vicini, sempre sull’orlo. Non osavo toccarla, mi bastava starle accanto. Potevo sentirmi addosso il suo profumo. Mi teneva le dita sotto le lenzuola. Accarezzavo i fianchi suoi ma non accadeva altro. Ci stavamo accanto, eternamente in bilico. Ascoltavamo Trent Reznor.

Senza di te mi sento divisa, diceva.

Scivolavo tra le sue braccia, nella pelle sua bianchissima.

Quel pomeriggio, andando via da quella casa, al tramonto, non scorgevo i colori del crepuscolo. Vedevo gli alberi spogli. Sentivo freddo. Avevo l’impressione che tutto fosse più spoglio. La città spenta, priva di luce. La strada di casa mi sembrava diversa, come se qualcuno avesse sottratto ai giardini i colori. Mentre camminavo avevo l’impressione che ogni cosa stingesse. Era una fotografia anni trenta e io ero ferma lì, al centro di quella fotografia. Stingevo anch’io.

Quella notte mi ricoverarono in pronto soccorso, per via di una strana allergia. Mi ero svegliata all’improvviso senza respiro. I bronchi otturati. Un prudere fortissimo proprio dentro i polmoni. C’era stato un grande sconquasso. I miei, svegliati dai colpi di tosse forti, mi avevano trascinata d’urgenza in pneumologia. Non sentivo che quel prudere e prudere e prudere. L’aria entrava, immagazzinavo tutto, ma non espiravo mai. Inspiravo, inspiravo, inspiravo e non buttavo mai fuori. Quando arrivai in ospedale mi trovai un ago nel braccio e un aerosol nelle narici. Continuavo a vedere stinto e il medico disse si trattasse di una cheratite acuta. Attribuì anche quello all’allergia. Guardavo il mio scheletro sulla lastra.

Non fumare, disse.

Quando lei arrivò i medici non volevano farla passare. Sentivo i passi nel corridoio e riconoscevo le frequenze della sua voce.

Voglio vederla! Gridai.

Si accostò al letto e io non volevo piangere. Ci lasciarono sole per qualche minuto. Mise le mani sulle sbarre di ferro e in quell’istante pensai di essere patetica come la gente che amava demolire. Poi si avvicinò ancora, mi fissò dritto negli occhi. Mi prese la mano. Il suo calore si diffuse tra le linee dei miei palmi.

Non fare cazzate, disse.

Non sei più partita…

Ho l’aereo tra quattro ore.

Prima di andarsene si era rannicchiata su di me, mi aveva sfiorato le labbra con le sue.

Io smetto, cerca di darti da fare anche tu, non siamo abbastanza patetiche per fare una fine di merda.

Se non avessi ascoltato quelle raccomandazioni avrei vissuto il resto della mia vita in una bara. Ho fatto sempre l’opposto di ciò che mi è stato consigliato, forse l’ho fatto per cattiveria. La mia, meno innocente di quella di Anya, ha a che fare con qualcosa di molto lontano. Dentro c’è un’altra che muore e sono io a ucciderla. Ogni volta che muore io mi sento più forte e più debole, e spingo l’esperimento più a fondo. Ogni volta più a fondo. Ma lei sempre rinasce dal fondo. Fenice. Ogni notte mi sveglio senza respiro. I colori non sono mai tornati quelli di una volta, e ogni anno che passa è tutto sempre più stinto, sempre più stinto, sempre più stinto. Iperboreo. Ossianico. Nordico. Eppure so che quando tutto sarà completamente spento, io tornerò alla luce.

© i.p.

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Rivederti è stato aprire le porte, lasciarsi penetrare dall’aria, irridere un trascorso doloroso, tramutarlo in favola. Non potrei dimenticare quella giornata di flebile inverno liceale. Avevi gli occhi scuri, pieni e le labbra carnose. Ti si notava da lontano, poggiata a quella ringhiera nel cortile gremito di colori, foglie rosse e kefie. Scrivere di te non è semplice, rischio di cadere nell’antinomia o nell’eccesso. E invece era tutto così tenue, un soffice scivolare nell’oscurità, ma senza strappi, senza contrazioni. Dolcemente, andavamo dritte dritte nella bocca dell’inferno. E ci piaceva, quanto ci piaceva, sapere di finire dentro quel tunnel senza via d’uscita. Ci sentivamo sante e assassine. Quando tutto intorno era freddo e vuoto noi avevamo ancora il coraggio di ridere.

Il nostro bacio sui sedili di quel pullman e i ragazzi che guardavano chiedendoci di farlo ancora, e il senso di sporco come fossimo state scoperte in un gioco troppo intimo per poter essere visto da altri.

L’odore dell’incenso nel tuo giardino d’estate. Lo scrosciare della pioggia negli interstizi dei portici di via Capruzzi, quando indossavi maschere punk e suonavi alla chitarra Penny Royal Tea, cantando appena, la voce flebile si apriva tra le labbra, e trattenevi l’epifania dei gesti nelle dita e negli occhi. E io vestivo in quel modo così stupido e sessantottino. Scrivevo lettere a Jim Morrison credendomi sua reincarnazione. E poi la festa di 18 anni di V,. quando schiudevamo capsule di estatici veleni avvolte nelle maschere della nostra furiosa adolescenza, e danzavamo tra tutte quelle fotografie in bianco e nero. Mi sarebbe piaciuto conoscere le giuste parole per raccontarti quel che in me si agitava. Nel tornare a casa sentivo i vuoti nei muri. La mia immagine fissavo nello specchio. Il reale si sgretolava. L’immagine era colore sciolto. E la sintassi perdeva posto nell’organizzazione del senso. Avrei voluto averti tra le braccia. Stringerti. E non capivo cosa fosse quella vertigine al tuo fianco. E non capivo come definire la potenza di quel sentimento. E come avvenisse senza che potessi scegliere o dare definizione alcuna alle circostanze. Non sono mai riuscita a definire i rapporti, lasciavo che mi scivolassero nel corpo, nella carne, non ne afferravo il verso, la direzione.

E il giorno del mio ventesimo compleanno, noi, dentro sconosciute auto di sconosciute genti, nella sintesi aurorale di cieli in fiamme viola perlato e luci al litio, abbacinanti e nere, disperse nelle desolate lande delle campagne pugliesi, tra vigneti e ulivi, con l’odore forte di rugiada al mattino e il crepitio ossesso dei decibel, mentre danzavamo la decadenza del tempo, sulle rovine del mondo, in un sociale che crolla. Poggiasti le labbra sulle mie, il tuo sapore chimico al lampone è ancora nella mia bocca, chiedendomi ancora e ancora e ancora di provare tutto. Ora. Subito. Spalancare le porte. Incarnare l’istante. Renderlo eterno. E indivisibile. Simile a un Nirvana rovesciato. Simile all’assoluto che la giovinezza pretende. Mentre devasta corpi e significati. Sbrana e devasta. Sbrana e devasta. Fino a lasciarti vecchia.

Stringevo fasulli fidanzamenti solo per starti accanto. Consumavamo chimiche passioni orgiastiche sulle terrazze di paesi quasi greci, decomponendoci in milligrammi di valium e benzodiazepine di vario genere. La carne era tutto. E potevamo scambiarcela e indossarla, stravolgere i sensi inondare le coscienze di esiziali misture e, divorate dai corpi, in un labirinto di specchi, estatiche, potevamo scrutarci da lontano, o troppo, troppo vicino, sfiorarci e dilaniarci, senza toccarci mai.

E ricordo i nostri quindici anni di nottate etiliche, trascorse sulle gradinate delle poste, davanti alla taverna, nel grigio novembrino della città, mentre auto di genitori sospettosi facevano due giri intorno al palazzo per poterci spiare, nella nostra folle illusione di assoluto. E uomini dall’aspetto scheletrico gridavano all’umanità dei sottosuoli l’indomabile potenza della loro esistenza border. Ricordo noi bere vino scadente fino a vomitare su quei gradini, e ancora spiarci distanti mentre il primo arrivato riusciva a infilarsi tra le cosce dell’una o dell’altra, senza per nulla conoscerne nome o identità, per poi dimenticare e continuare a giocare a dadi con le vite degli altri, mentre tutti erano fuori dal quel quadro espressionista, e c’eravamo solo io e te, il fuoco violentissimo della nostra volontà di potenza, la forza ammaliatrice della natura feroce cui non eravamo che inconsapevoli emanazioni.

E i quattro anni di silenzio in cui cercavo di ricrearmi una vita lontano da tutta quella stupefacente devastazione, e ti sapevo distante e ti immaginavo perduta. Invece è stato dolce ritrovarsi in quegli stessi luoghi privi della tossicomane fauna cui eravamo abituate, attraversare quei gradini vuoti, entrare in taverna e trovare un’altra aura. Stare lì dentro senza nessun orpello immaginifico borchiato o fluorescente, lì dentro, miscelate a tutta quella normalità di cui ora ci fingiamo parte, ma lo sappiamo entrambe che non è così, normali noi non lo saremo mai, possiamo concederci solo vite straordinarie, al di là del bene e del male. Questa diversità agli altri deve apparire stoltezza, ma in realtà è il contegno di un dio in mezzo ai mortali. È stato bello tornare nel tuo giardino, tra quelle mura, vederti giocare con i tuoi bambini biondissimi e fortissimi e pieni di quella volontà di vivere – infiammare e devastare – che un giorno ci è appartenuta e ora in noi si placa – si è placata – e possiamo solo rubarla alle vite degli altri. Come se non restasse che il gioco, ora che il muro è crollato. E ognuna ha scelto la sua forma: tu madre, io cantrice di storie sfiorate appena e mai possedute, in definitiva, infinite.

 

© i. p.