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Monthly Archives: agosto 2014

iladark

Darò un ordine al caos corporeo sento smembrarsi il filo e ricomporsi in segmenti di carne ritrovarsi a fine luglio in una bologna fradicia dopo importanti incontri editoriali e promesse di gratificazione gli odori che ritornano come l’infanzia protratta a dismisura e l’attesa nelle ossa il tuo sorriso accennato e mai esibito che non tradisce l’urgenza di dissimulare i riverberi abbiamo camminato sull’acqua dentro la notte ancestrale di strade medioevali nella notte che non finisce c’erano i gatti alle finestre l’insonnia che non consola ma esalta il corpo tuo esile filiforme come i polsi dell’adolescenza abbiamo accennato al passato ma soltanto di traverso mentre luci artificiali inondavano un solo lato del viso ho rivisto le ombre nulla è cambiato mentre tutto di noi è nostalgia ma ci saranno nuovi punti di rottura intercapedini nei muri da cui filtra leggera l’acqua delle piogge estive il cielo si è spalancato nel tuono come invasioni di cenere le nubi sopra e sotto i torrenti illusioni metropolitane nel via vai da concerti vuoti con pubblico di sola facciata tutto è vuoto mentre a poco a poco si riempie l’addome del ricordo di noi nei cortili del liceo a condannare troppo ingenuamente le radici delle incombenze sociali ho bevuto dell’alcol vanificato da glucosio e saccarosio e immagini alla frutta dolciastra dal retrogusto amaro abbiamo danzato c’era l’ebbrezza delle notti d’estate e tuttavia non ho sentito alleggerirsi le membra come se potesse far male ripetere i gesti e le modalità di tempi che non sono più eppure ho avuto il mio straccio di favola come avviene nei miti e nei rimandi abbracciarti non è mai stato così tangibile mi sono lasciata andare alle avance della ragazza dagli occhi chiari ma adesso conosco il kairos e so di non poter più essere abbastanza sbronza da concedere al nuovo di rovinarmi avevi dita lunghe con quelle stesse mani riempivi cartine di strane misture non ancora psicoattive e non abbastanza maledette da potersi svelare poi la pioggia ci ha trascinate via il fotografo al tuo fianco mi parlava di un certo tipo di buddismo cui non sono mai riuscita a cedere nell’asfalto vedevo riflessi i corpi erano figure di marzapane e si sgretolavano in ogni goccia al mattino avevamo camminato a lungo in salita verso san luca il sudore si è appiccicato ai vestiti e il fiato in mille pezzi m’imponeva lunghe soste di riconciliazione con il corpo s’intende l’umidità nei nervi e quella sensazione di non avere più aria ma non volevo deluderti ti lasciavi trascinare dal guinzaglio mentre ivi più giovane e scaltra di noi arraffava gli ultimi pezzi di ossigeno prima del diluvio sono entrata in chiesa coprendomi le spalle ho rubato il silenzio delle statue e dei mosaici fotografato gli angoli di luce mentre riprendevo il flusso naturale del respiro la discesa è stata troppo veloce per soffermarmi a considerarne il peso c’era la sospensione del non detto e le parole spezzate nelle chat a ricomporre tasselli riconsiderando sui divani tra i gatti la tridimensionalità dei nostri compagni di giochi raccontarci fatti senza davvero parlare come se dovessimo indovinarci i pezzi mancanti come se dovessimo perdonarci le assenze ho raccolto più volte le gambe per sentirmi ancora un po’ bambina ti ho detto che avremmo potuto scrivere un romanzo epistolare a sei mani con tutto quel che non ci siamo dette in cinque anni io tu e sbighi così ora saltiamo sulle crepe del tempo per assicurarci di essere le stesse di allora soltanto con corpi più adulti e suture di consapevolezza agganciate alle vertebre forse possiamo ancora amarci ma senza più pretendere con la distanza che si dissolve nella linea di asfalto da cui partono i bus ho letto per quattro ore sull’interregionale per milano non mi sono guardata intorno solo ho inspirato l’odore della pioggia nelle vesti degli sconosciuti mentre victor hugo mi parlava della pericolosa fascinazione dell’onirico a milano ho incontrato mia madre e non sono tornata con i piedi per terra la strada per l’ospedale era lunga e ingorgata non potevo guardare gli occhi del tassista soltanto ricordo la voce sua al carbone mentre parlava della filosofia del non facile e non mondano dopo aver ascoltato brandelli di una telefonata piena di promesse ne ho visti tanti diceva sedersi su questi sedili e credimi non si arriva da nessuna parte con le scorciatoie la strada è lunga e impervia soltanto così puoi costruire qualcosa di solido tutto ciò che è frivolo ti esalta ma ti sfalda e si sfalda non appena tocca terra non regge l’impatto perciò non domandarti perché altri arrivino più in alto poniti piuttosto il problema della durata l’intensità non ha radici e non conduce ad alcun approdo io e mia madre siamo scese e abbiamo atteso ore su sedie di plastica in una parvenza d’ordine grigia e gelida il responso non è ancora arrivato ma nulla di grave si muove ora sotto la pelle e questo io sentivo nulla di grave nulla di definitivo come una stretta troppo leggera che non pesa nulla e non rassicura ho rivissuto centomila sguardi nel bagno dell’hotel li ho vomitati e poi ho riso.

© Ilaria Palomba
foto di Stefano Borsini