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Category Archives: Racconti di vita

iladublino

Perché scrivi?
Può sembrarti sciocco o infantile ma alle volte la realtà non mi basta. Non mi bastano i suoi schemi predefiniti, le relazioni, i luoghi.
Mi dici che non sono capace di guardare fuori. Che sono cieca.
I veri scrittori guardano i passanti fuori dalla finestra. La signora che cammina tenendo con una mano il passeggino e con l’altra il cellulare. A chi sta pensando? La donna che guarda il foglio bianco e sembra abbia visto la morte. Ci sono – dici – una banca e un laboratorio analisi. Secondo te perché piange?
Non piange, ti rispondo.
Ah, è vero, sei tu che piangi. Perché piangi?
Non piango, ti rispondo.
E ti guardo. Ti sento. Hai un odore di adolescenza. Sì, di adolescenza.
Io e te ci siamo trovati perché siamo rimasti adolescenti. Ognuno a suo modo. Ognuno nel suo mondo.
Sono cieca?
No, hai gli occhi chiusi.
E tu, puoi aprirli? Puoi aprirli, i miei occhi?
Mi metti le mani sulle palpebre, sulle guance, sulle labbra. Sono ruvide, le dita, calde.
Io devo sentire i corpi, capisci? Non riesco a vedere se non sento i corpi. Scrivo solo di ciò che mi evoca emozioni.
È una bella cosa, dici, e ti rabbui.
No, è una cosa terribile.
Le spalle, lo sterno. Le mani sui vestiti. Gli occhi, i tuoi, scuri, grandi, di lupo.
Quanto male?
Scrivi per me, ora. Scrivi per me.
Ed è come avessi detto spogliati. Ora. Per me. Ma non è questo che dici. Piuttosto mi guardi ancora e sussurri una parola che non comprendo ma nel mio mondo significa: non posso aprirli io i tuoi occhi, non più.

sorriso2

A volte penso che la poesia possa uccidere non è altro che mettersi a nudo tagliarsi la pelle lasciarsi penetrare dalle cose dalle parole degli altri dalle proprie e io sono troppo adulta per vivere ancora con i sensi spalancati e troppo fanciulla per non sentire la necessità della vertigine a volte penso di non essere in grado di mentire e di dar poi la colpa all’alcool alle sostanze che stringono la pelle come un abito antico a volte mi guardo camminare ebbra per le strade nelle piazze con tutti eppure sola ed è sempre così vicina l’alterità eppure sola forse c’è stato un attimo in cui l’esistenza è divenuta epifania lanciarsi a capofitto nella pelle nell’incoscienza e poi tornare alla non vita non che sia davvero diverso non che sia una forma di morte è qualcosa che sta in mezzo tra la vita e la morte the wall dei pink floyd rende l’idea dico come fai a mentire con la poesia? come fai a fare fiction se aneli alla poesia? come fai a non morire dentro le pareti fitte del muro che è la pelle la tua pelle alle volte me ne sono liberata – del muro? della pelle? di entrambi? – e il mondo il dolore del mondo la bestialità dell’umano mi ha presa a schiaffi piangere per aver visto l’inferno negli occhi di un ragazzino con la felpa rossa nel campo profughi sulla tiburtina sentirsi in colpa mentre tutti scansano il clochard e il suo miasma d’immondizia sul bus credere di morire mentre i passi della puttana minorenne fuggono sulla colombo asciugandosi le lacrime per ricominciare un attimo dopo a sorridere mostrando le cosce e non ha senso quindi le pareti s’innalzano feroci e non sono io il riflesso di quei corpi dannati che si aggirano nei labirinti della disperazione non sono io quella cui viene sempre detto di non disturbare chiudere la porta e non tornare mai più l’ha fatto mio padre una volta poi se n’è pentito ma io avevo le parole sulla pelle nella carne dentro tutte le pareti muri di cemento armato a separarmi dal mondo non crucciatevi per l’insensibile sapore delle cose non vedo non sento non sono più e ora mi alzo sì mi rialzerò immacolata e feroce là dove i ricordi sfrangiano nella bruma dei boschi spalanco tutte le porte e danzo sola sultan of swing come una bambina al centro di una pista da ballo di un paese nordico in un octoberfest non abbiatevene a male se non m’importa più nulla del mondo io sono stanca di tutto questo dolore e voglio danzare sulle rovine vivere d’istanti nella linea che separa il cielo dal suolo.

i.p.

perfonymphosis

Le Alpi immerse nella bruma spessa con le nuvole alte e rosse nel nitore dell’alba e io che non dormo, mi dissolvo nel paesaggio quasi californiano di una Torino sconosciuta e mi sento più vicina che mai ai luoghi descritti da Pavese. Forse nella necessità è insito il timore, si guarda fuori per fuggire i nemici invisibili – o i loro fantasmi. Oggi a Vercelli il mattino è penombra e sono sveglia nonostante tutto. Aspetto Olivia sul letto della sua infanzia. Ho ancora i piedi sporchi di pavimento e coreutica. Ultima performance. Dalla finestra schiusa entra l’odore dell’inverno e il colore rosso delle tegole iridate da un sole quasi bianco.
Torniamo a Roma tra breve. Porteremo il ricordo del viaggio e di tutti i volti incontrati e di tutti i bicchieri bevuti e dei suoni forti di batteria, chitarra, voci metalliche urlanti. Di tutta questa vita che adesso si sgretola nella memoria ebbra del mattino.
Dire che l’incontro non sia, non del tutto, e avevo mille voci addosso. La voce stanca del telegiornale con gli attentati in primo piano e il fantasma di Salah, e scarpe sparse lungo le strade di Parigi, passi invisibili di spettrale resistenza. La voce del freddo, nella notte, dei miei bronchi malandati. La voce dell’impellenza: università e lavoro, progetti appena iniziati, voler far stare in piedi tutto e vacillare. La voce degli altri scrittori, più scaltri, più svegli, più colti di me. Le voci inarrivabili degli obiettivi posti e mai raggiunti. Avevo l’antidoto, era il vino, il chiaro fumo alcolico e il desiderio dell’eccesso. Ho visto un ragazzo tra i murales, un tale oscuro. Gli piaccio credo, piaccio spesso a chi risulta ostico alla vita. Era venuto per sfidarmi, lo sentivo nel suo sguardo, nel modo circospetto del suo piglio sfrontato, dalle movenze oblique delle traiettorie dei piedi. Non ho ceduto un istante, non ho smesso di reggergli lo sguardo. Mi sono separata dal suolo o vi sono piombata in basso, bevendo, e avevo in mente una persona cara del passato, l’odiata favola dickensiana e catto-capitalistica degli ultimi che saranno i primi, come fosse un privilegio la disgrazia, e ho in mente la mia gente, la mia famiglia: primi che divengono ultimi, questo mi commuove, non lo sforzo vitale ma l’egemonia del negativo. Le scarpe alte e gotiche di zia, cui dico: scrivi un film – nella casa dagli spifferi di freddo e fumo – provaci. E risponde: avevo tutto e me lo sono giocato. Qui danzano i demoni. Troppo facile amare la forza virile del basso che mira all’emancipazione. Il proletario che diventa borghese, il sussulto ultimo del risentimento di classe. Io amo i perduti invece, gli abbandonati da dio e da se stessi, i decadenti. Non per una forma gotica di straripamento, quanto per l’immensità della sconfitta. Me l’hanno detto mille volte: la ragazza dalla promessa senza fine. È una tara famigliare il promettere e non mantenere, un patrimonio di sangue. Sono lì in cerchio, con pochi esseri sconosciuti a discutere della mia impopolare visione delle cose. Quando mi si dice: è difficile, sorrido. No, è impossibile, rispondo. Di quell’impossibilità mi faccio scudo e ci sprofondo. Mi è piaciuto parlare con quei due e non evitare mai lo sguardo risentito del ragazzo che voleva sfidarmi e poi magari gli ho fatto pena o spavento. Non capisco gli uomini cui piaccia umiliare le donne che non possono avere. La volpe e l’uva, vecchia stronzata.
Olivia mi segue nelle traiettorie al vino bianco e ho ancora come un senso di nausea ma lei è pronta ad affrontare ogni parola come una sacra scrittura e la guardo nel baluginare di capelli biondi e viso curato, occhi vispi, freschi di trucco e scarpe nere e abiti neri, nordiche mantelline. La osservo parlare di me come fossi un classico, per poi spostarci altrove. Quel risveglio tra le alpi in piena crisi d’asma, quella fame di respiri, il ricordo delle parole feroci del dottore: andrà sempre peggio. La sigaretta accesa, con le tue mani, con le tue mani sei thanatoeroica, l’eroina dell’autoannientamento, una fragilità disturbante. Una sigaretta in più può ucciderti.
Ora mi guardo venire fuori dalla stanza al mattino, verso stazioni e treni. Olivia parla con un’amica di vecchia data mentre mangiamo pessime piadine al gusto d’aglio, nel bar davanti ai binari. Di diari segreti parliamo, perchè avere un diario? che senso ha? Per parlare con se stessi essendo altro, dice l’amica dai capelli lunghissimi.
Stanotte avevo quel timore delle ultime volte, prima del palco, quel timore da non sono vera, non sono mai stata una vera performer, perciò la mia ultima performance suona un po’ come una farsa. In macchina di Edo, dopo la Mondadori, attraversiamo una Vercelli notturna e all’improvviso le ali bianche d’angelo di una delle statue lungo la facciata di una chiesa ci saltano agli occhi. C’è l’odore dell’inverno, della neve quasi, ai finestrini.
Il locale rock dove avremmo fatto la performance, i gruppi, occhi truccati, borchie e birre e prosecco e sigarette di tabacco sfuso. Un tale che non c’entra niente, sguardo antisociale, irrompe e comincia a mangiarci nel piatto e poi fa scusa, scusa e dico: ecco il pazzo del giorno, e fa: possiamo parlare io e te da soli? Tenta di baciarmi e lo allontano. Guarda i libri, fa: tu saresti la scrittrice? Ne prende uno, come a volerne strappare pagine. Gli uomini fanno così con me quando non ho intenzione di andarvi a letto. E tu saresti una scrittrice? Non m’importa che sia insano o criminale o figlio di criminali – come alcuni ora dicono – io quel libro glielo strappo di mano e dico: lo vedi? Lo vedi perché la gente ti allontana? Tu pretendi rispetto ma non ne dai ed è per questo che ti ridono dietro, perchè non capisci? Non è insultando che avrai la nostra attenzione, e lo dico un po’ anche a me stessa quando impazzisco di gelosia per chi sia più amato e considerato migliore, non è insultandoli che riceverai attenzioni. Questo brutto vizio, tutto italico, di aggredire per non essere aggrediti. Mi dicono: lascia stare, è andato, è scemo, è un criminale, è rimasto sotto. E io insisto invece, perchè tutti hanno gli stessi diritti, nel mio mondo ideale, a tutti si deve almeno una spiegazione. Quindi lo affronto e poi gli dico: bada bene, le donne si rispettano, non ci si getta addosso in quel modo. Se tu mi rispetti io ti rispetto, e questo vale in ogni cosa. Gli offro da bere e vado via. Per meglio digerire il rifiuto decide io sia la donna di Edo e ci lascia in pace.
La performance comincia che quasi non me ne accorgo, mi lascio trasportare dalla voce, la sua voce, la voce di Olivia, la voce di Apparat. E sono alito di fumo nero nella notte, trasparenze immense, carne contorta, occhi altrove. Possedute entrambe, deliriamo, in quest’abbaglio.
Al mattino mi sveglio con quella luce calda che inonda le tegole rosse.
In treno una specie di magone m’induce a restarmene in bilico, tra il diniego e l’anelito a una perfezione che non sarò mai.

© i.p.

Foto di Stefano Borsini: “Nymphosis part I- performance su Homo homini virus” per Nero gallery al Brancaleone di Roma.
Azione performativa, (libera improvvisazione scenica) sulle suggestioni di Homo homini virus ma senza testo, né canovaccio di e con Antonio Bilo Canella, Miguel Gomez, Daniele Casolino, Ilaria Palomba

parisis

Ieri notte tornavo da Monteverde con Luigi. Ubriachi. Dopo la vineria.
Lui accende il computer e legge dell’attentato Isis a Parigi, al teatro Bataclan. Su Sky 24 parlano di triplo attentato. Mostrano scene di uomini che fuggono in strada, trascinando via altri uomini feriti o morenti. Altri ancora penzoloni dalle finestre. La città a ferro e fuoco. Hanno colpito i luoghi dello svago, i simboli del divertimento, della piacevolezza. Un teatro, uno stadio e un ristorante. Oggi si parla di 128 morti e 200 feriti. Ma chi sono queste persone? Chi erano? A nessuno importa nulla. Si diffonde odio e terrore senza che che nessuno si chieda – si sia chiesto – si stia chiedeno – nulla circa l’identità di queste persone capitate per caso nelle sparatorie.
E poi che senso ha continuare ora a scrivere, a lavorare? Farsi i fatti propri… Ci siamo illusi che la guerra fosse affar loro. Ma di chi? Dell’Isis? Dell’America? Del Premio Nobel per la Pace con Droni? Una cosa distante: lì, in Siria, in Libia, e Dio solo sa dove altro.
Chi erano? Avevano un’identità? O devono solo finire nel calderone delle vittime?
Ricordo Parigi, quando ci abitavo. République era la zona dei locali. Non sono entrata mai in quei locali. Mi aggiravo sola per una città respingente. Non ho imparato bene il francese, non parlavo con nessuno eccetto che con alcuni italiani, con un paio di brasiliani e con un arabo. Marocchino per l’esattezza. Ricordo una sera, bevevamo birra e mangiavamo crepes su una panchina sotto gli occhi di Notre-Dame. Gli piacevo. Diceva che avrei dovuto fare sesso con lui.
Ma ho qualcuno – dicevo.
Sei europea – diceva – non sei europea?
Ecco la sua idea di donna occidentale. Ho cercato di evitarlo per il resto della mia permanenza lì. Quell’anno ero diventata quasi razzista e mi facevo ribrezzo per questo.
Parigi è una città divisa in etnie. Si respira aria di battaglia per strada. Tutti pronti ad attaccare e difendersi. Nessuna integrazione.
Nonappena sentissero in che modo barbaro e inesperto tentassi di parlare la lingua loro evitavano di rivolgermi la parola. Dopo una certa ora – le dieci di sera circa – non era troppo raccomandabile uscire. Abitavo nel Quartier Latino, pieno centro, ma dopo le dieci tirava aria strana. Gli arabi in gruppo erano un unico e oscuro organismo delle tenebre. I francesi non ti degnavano di uno sguardo – a eccezione del gruppo del CeaQ, in cui studiavo. Fuori dalla Sorbonne non avevo contatti con alcuno. Mi sentivo inquieta, isolata e folle. Mi perdevo in lunghe passeggiate lungo Boulevard Saint-Germain e Saint-Michel. E poi me ne andavo a Montmartre, dove dei gloriosi anni Venti, di artisti bohémien e misteriosi atelier, non è rimasta che una cattiva imitazione.
Houellebecq è stato profetico – anche se Sottomissione non è il migliore dei suoi libri – ha veduto chiaro, raccontando il clima di tensione che pervade quella città.
Ora chiuderanno le frontiere ovunque in Europa. Proseguirà questa inutile guerra che colpisce quasi solo i civili. Si bombardano e bombarderanno altri civili, scuole, ospedali, in Siria, in Libia e anche dove non sapremo mai. Qualcosa accadrà anche a Roma con questo Giubileo Straodinario – sembra fatto apposta. Una decadenza precipitosa. È proprio il crollo dell’Occidente. E l’abbiamo voluto noi. Perché la fratellanza si costruisce nel tempo con compassione ed empatia. E invece, degne colonie USA – l’Italia e l’Europa intera – siamo capaci solo di calcolare. Il numero delle vittime. Il Pil. L’andamento delle Borse. La guerra serve alla Borsa. Mercati finanziari. Capitali virtuali. Azioni sulle industrie d’armamenti alle stelle. A chi giova questo Isis? A chi fa davvero comodo esista? Chi guadagna dalle Stragi?
Non ho risposte. Solo dilanianti domande. Tra le più urgenti:
CHI ERANO QUELLE PERSONE CHE HANNO PERDUTO LA VITA? VOGLIO SAPERLO!
UNA PER UNA.
I NOMI. LA VERITA’. OGNI SINGOLA ESISTENZA.
CHI ERA? CHE FACEVA?
QUAL ERA IL SUO SOGNO?
Per ciascuno.
E ancora: è giusto scrivere? È giusto continuare a svolgere il proprio compito come nulla fosse? È giusto condividere post su Facebook? O soltanto occuparsi del proprio piccolo inutile quotidiano?
Questa impotenza sgretola e disgrega. Rende vana qualunque azione. Qualsiasi affermazione. Qualsiasi idea o pensiero. È giusto? È davvero ancora possibile continuare a esistere in quanto individui mentre attorno centinaia di persone – senza volto e senza nome – hanno perduto la vita?
E poi c’è un’altra martellante domanda, un ossessionante dubbio:
Perché indire un Giubileo Straordinario? Quante altre stragi serviranno? Quanto altro odio? Quante altre guerre?

© i. p.
Immagine di Luigi Annibaldi

specchiula foto luigi

Insonnia fino alle prime luci quando guarderò la città imbellettarsi con i lampioni ancora accesi e il cielo di quel colore indecifrabile tra l’ocra e il blu mentre sfuma e non sarà il Salento la mia terra di quest’estate ricordo l’incipit dirti addio in quella chiesa di periferia in legno non ho pianto sapevo sarebbe arrivato il crollo ma non allora in quella parrocchia semivuota dal miasma d’incenso di questa solitudine ho giustificato le assenze è per via del caldo mi sono detta e poi le due decrepite al posto dei chierichetti accanto al prete africano in tunica viola quante volte ti ho promesso d’incontrarci per pranzare insieme a Monteverde ma c’era sempre altro quante stupide nullità si frapponevano tra me e il mondo e neanche mi accorgevo fosse l’ultima occasione di trascorrere del tempo spensierato e atarassico l’ultima volta prima del buio quante promesse mancate eppure mi sentivo inespugnabile anche in quel cimitero lontano fuori dallo spaziotempo nascosta tra i cipressi nell’afa di inizio agosto dove si issavano lapidi una dietro l’altra come in catena di montaggio ma il momento in cui la voce straniera del parroco ha pronunciato il nome tuo al contrario quello mi ha ferito avrei voluto tacessero tutti intorno gridare silenzio e non lasciar giù le lacrime di mio padre quanto siamo fragili adesso non lasciar nulla su quelle panche di legno che non ridanno vita né assoluzione è stato quando mi hanno raccontato del serpente nel portone sulla Pisana nero e giallo hanno detto lì ho cominciato a domandarmi qualcosa circa segni e simboli è delirante ma non impossibile

li sento strisciare ovunque ne abbiamo visto uno anche in Salento lungo il canneto lui ha scorto una coda bianca io non ho potuto non mi si concedono epifanie negative soltanto l’istante abissale delle immagini riflesse come il suono della risacca al tramonto quando i piedi si mettono in coda verso il sentiero di casa e noi restiamo in spiaggia a guardar l’ombra coprire gli specchi nell’acqua a guardarci coprire d’ombra come fosse il Tempo che scorre e rabbuia la scatola nera delle possibilità ho visto bodyguard portare in spalla un adolescente privo di vita nell’arena di una discoteca del sud sopra le rocce mentre si danza sulle rovine fingendo di amarsi tutti senza fiutare tutta questa morte senza fiutare l’urlo bestiale della falsificazione da the show must go on povero Lorenzo non aveva mica preso nulla e ne hanno fatto un martire da prima pagina allarmistica su shock da stupefacenti era un ragazzo dal cuore debole senza saperlo mai una notte con The Wall dei Pink Floyd piango da tirar fuori l’anima e non so perché non riesco a fermare il flusso e deflusso il vaso di Pandora si spalanca e soffoco ma ancora sono viva un altro giorno ancora sulla scogliera di Sant’Andrea quell’odore di polvere d’Oriente presagio mi domandavo come la gente potesse temere tanto la morte io la vita temo è lì che si annida il dolore l’umiliazione l’odio il senso di rivalsa l’ingiustizia suprema nella vita nelle increspature del linguaggio nelle intercapedini del non detto nell’urlo dei bambini della villa attigua negli sguardi di disprezzo per chi viene dal mare non nell’oblio non nella morte dove il dolore cessa e ci si prepara al grande passaggio

una notte invitati in una villa privata nei boschi di Borgagne con il prato alto campestre e le lucciole tra le spighe i limoni e gli albicocchi arredamento rustico minimale con rami al posto di attaccapanni rami e bastoni raccolti sulle spiagge una signora bionda elegante dai grandi seni e l’entusiasmo di un’adolescente come guardarsi allo specchio tra trent’anni un cane nero a sonnecchiare sul tappeto di vimini all’ingresso pareti porpora i bambini giocavano con serpenti di plastica ce ne stavamo in un angolo a bere sangria quando spunta un istrice dal bosco e tutti lì intorno a toccargli le spine come cortecce al tatto l’umano la più feroce tra le bestie mi venivano presentati biondi trentenni dall’aria angelica pienamente postmoderni vite divise tra Hong Kong e New York faceva il broker il biondo e s’intendeva di arredamento orientale come fa presto il reale a smascherarsi nel suo opposto parlava del sud come d’una rivelazione e di arredamento orientale usava maniere da galateo all’altro estremo del giardino un’amaca tra due ulivi e sedie sparse uno psicologo un ingegnere e uno scrittore parlavano di avvistamenti alieni lo psicologo domandava: perché ci ostiniamo a cercare nello spazio quando tutto quel che davvero vogliamo è conoscerci l’animo? e io dicevo vi fosse almeno una possibilità di ritrovarsi più fuori che dentro vedevo nello spazio sconfinato l’esistenza di una coscienza gemella i buchi neri divorano le stelle e dai buchi neri le stelle rinascono così all’infinito nel samsara leggevo Schopenhauer e meno di ogni cosa volevo smettere di volere ce ne stavamo nel giardino degli aranci con Giacomo e Giorgia a leggere incipit su iphone e indovinare i tratti filosofici di un’esistenza che pullula di particelle tra l’essere e il non essere immaginandone gli spettri come impressioni di quella stessa esistenza lasciate nei luoghi dalle persone al passaggio ancora in vita da qualche parte del mondo l’identità e la coscienza noi osservavamo sgretolarsi al suono dolce di un soffio di bora salentina e c’era come un senso di nostalgia nei gesti nelle sbronze e nottate insonni io e lui a scrivere fino a smembrarci

l’ultima immagine è mia madre con quel bastone che taglia la testa al serpente su Viale dei Pini una valchiria mia madre antica guerriera per poi scoprire fosse solo una povera biscia e torniamo in piena notte verso Roma con Iggy Pop in stereo nei vetri città immaginarie e misteriche con luci bianche come finestre di grattacieli nel buio e oltre quei vetri oltre queste strade ovunque serpeggia il nulla.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

spire

Ho bisogno di un attimo in cui tutto taccia tutto sia silenzio e null’altro ho la febbre e non sono pienamente cosciente di me e non sono pienamente sicura di nulla e talvolta appaio a me stessa come quella bambina asociale che con 38 di febbre svaniva in cosmonautiche convulsioni e smetteva di usare la parola poiché semplicemente non aveva nulla da dire a nessuno che sia questa l’ombra oltre il mio volere? riscatto quel riscatto so non ci sarà mai come mai ci sarà la rivoluzione come distante intravedo svanire all’orizzonte una qualsivoglia forma di livellamento come fai a non considerare il male tuo il male del mondo? come fate a dire malattia invece che società? come fate a vedere davvero le scissioni tra le cose? forse era questo l’esistere un filo invisibile di corpi che tutti li unisce.

Anya e Alex li trovo bene forse un po’ disillusi ma tutto sommato crescere significa rinunciare all’hic et nunc in funzione di un futuro possibile e un futuro in Irlanda è possibile più di quanto non lo sia in Italia abitano in un luogo misterico una grande villa del 1830 abbiamo trascorso gran parte del tempo nella loro stanza giorni dublinesi di nebbia e pioggia mentre fuori il cielo è di un viola irreale e i rami lo tagliano come unghie mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa nonostante le alterazioni e non ho temuto il freddo ho scritto e mi sono figurata una perfetta esistenza dublinese piena di libri e un lavoro qualsiasi ma in grado di tenermi in vita e giornate di gelo dietro i vetri gotici dalle lunghe tende bianche dietro i rami riflessi nei vetri dietro un mondo freddissimo di ville antiche e cattedrali e James Joyce e notti anfetaminiche allo Sneijder musica trance e approccio facile uomini spagnoli uomini irlandesi dai lunghi dread rossi esseri umani e io sola nessun contatto sola ovunque ma sto bene starò bene nella mia solitudine.

Quando parto non ho coscienza non ho identità non ho volontà mi lascio deglutire dalle vite degli altri solo così posso apprendere qualcosa il sapere è una forma di annullamento sacrificio in un certo senso cessione d’identità non puoi restare fermo nei tuoi principi se vuoi imparare qualcosa non puoi essere te stesso al diavolo l’autoconservazione.

Il tassista all’andata era schizzato faceva paura aveva un ghigno hitleriano con quei baffi si voltava in mia direzione scatti isterici degni di un perfetto scraccomane stava dando di matto perché non sapeva dove fosse il 245 North Circular Road a Phisbourgh continuava a ripetere come volesse uccidermi I know where is Phisbourgh I know North Circular Road but I don’t know where is 245 North Circular Road continuava a ripetere 245 North Circular Road voltandosi e guardandomi come lo stessi insultando poi mi chiede cosa mi porta a Dublino gli dico di amare questa città di amare Joyce e lui si volta di scatto Joyce? ancora una volta con quel tono iracondo come fosse un pensante insulto e in tono di minaccia you read the Ulysses? timida annuisco borbotta tra sé e sé come fosse un dato gravissimo questo mio amore per Joyce e per la distanza.

Me e Anya sulle sponde del Liffey vedo fumare sigarette di ghiaccio e parole di ghiaccio sopra i massimi sistemi se sia giusto o meno rinunciare alla propria fanciullezza in funzione di cosa se sia possibile ancora opporre una qualche resistenza al flusso indicibile del mondo che ti mastica nella nebbia nascosta lei occhi così chiari in copri capo di lana quell’aria impertinente la differenza tra me e lei è quella che intercorre tra nichilismo e cinismo io dispero e lei ride tutto crolla una pantera bionda vorrei la forza sua d’animo tra fiume plumbeo e nebbia in bianco e nero colori diafani in un mattino eterno in un tempo senza tempo in uno spazio senza fine consacrato all’altrove livido e irreale l’urlo dei gabbiani sulla ringhiera nera mangiamo dolci stupidi e ci fregiamo dell’idea assoluta della nostra eternità non andartene docile in quella buona notte ma infuria contro il morire della luce mutare pelle ogni giorno sopra tutto e tutti avventura odissea.

Nonostante il mal di gola nonostante la mia ansia nonostante il disagio a non finire delle notti postume cerco di emergere dal fango e ce ne andiamo per O’Connell Street e ogni volta fisso lo Spire proprio in alto bucare il cielo compriamo cianfrusaglie in un mercatino vintage una goana rossa dread forti e leziose efelidi labbra sottili vende dolci di fragola e vaniglia mangiamo come bambine sedute su seggiole lunghe iniettate nei profumi della città in questa luce diafana di decorazioni natalizie e brusìo passi che calpestano l’asfalto occhi multietnici e a guardarci dentro puoi indovinarne le intenzioni le dico ci pensi se Joyce si fosse mai seduto qui in questo luogo che magari prima era altro in questo punto preciso chissà cosa c’era prima chissà com’era prima e come vedeva la gente e cosa pensava di loro ci pensi? Anya mi dice pensava fosse scomodo e che i passanti fossero orrendi per le vie di St Peter Green pregne d’aroma di frittura e bancarelle in legno a forma di casetta mangiamo patate mentre parliamo della fine del mondo come una volta mi dice come puoi preoccuparti come può importarti davvero qualcosa? goditela finché dura mangiamo patate al forno e pizze nordiche le innaffiamo con cocacola alla vaniglia che sa di cera il riflesso dei rami degli alberi e del cielo infiammato nei vetri del palazzo di fronte sembra una stampa smerigliata come le foto dei gabbiani sul mare del nord non riesco a smettere di guardare tutta questa bellezza mi dice sai che hanno fatto? hanno manifestato perché non vogliono pagare la tassa dell’acqua e calcola sono solo 50 euro l’anno poi gliel’hanno abbassata a 10 euro l’anno e hanno manifestato di nuovo amo questo popolo calcola se ci fosse una guerra mondiale qui siamo s’un isola felice e guarderei le bombe dallo schermo della mia tv in living room mangiando patatine e tu cerca di venire qui prima che chiudano le frontiere le dico una guerra mondiale già c’è solo che non ce ne accorgiamo ci annebbiano la vista l’udito il tatto ogni cosa la guerra l’abbiamo persa tempo addietro Anya quando avevamo l’opportunità di ricominciare da zero ma i rapporti Anya non dico altro parlo dei rapporti umani non c’è più nulla sotto queste macerie null’altro che mercato e reputazione hanno vinto stravinto e poi dicono psicosi ma è solo una resa non ci resta che danzare sulle rovine.

Camminiamo per Grafton Street vi sono statue nere e solo dopo mi accorgo siano uomini sollevano cappello e occhiali se dai loro una moneta poco più in là un uomo dalla giacca a quadri e il cappello beige fa sculture di sabbia oggi una ragazza distesa sulla pancia di un cane ogni giorno arriva qui all’alba con un mucchio di sabbia gelata e comincia a darle forma un rocchettaro su di giri suona Pink Floyd urlando a più non posso un gruppo di teenager con le renne sui maglioni suona canzoni natalizie salutando noi chiuse nei nostri cappotti del sud e nelle nostre pelli del sud che congelano a dicembre ovunque esplode l’esistenza nelle arterie della città qualche raggio di sole violenta la nebbia diafana la foschia la goliardia dell’istante in questi colori ossianici e iperborei oggi va così tra le strade di Dublino assediate dalla melanconia della partenza e della crescita un ricordo della notte dopo lo Sneijder un uomo barbuto a petto nudo su O’Connell Street spiega cartoni per terra crea un tappeto di cartoni sull’asfalto dico ad Anya guarda è una performance lei dice che sia solo il delirio etilico di un alcolista una performance le dico una performance inconsapevole come gli amici ex tossici che ora si credono posseduti dagli alieni e quelli che invocano i cari morti in sedute spiritiche e i figli dei ricchi ugualmente devastati da anni di rave senza speranza nella luce assente delle periferie armate di cui ora non si vede più confine mi dice Anya sai qual è il punto noi siamo a metà strada tra la vita vera e il nulla ma non siamo ancora perse tutto è faticoso e sarà sempre più faticoso man mano che cresci diminuiscono le possibilità e aumentano le responsabilità.

In volo: le nuvole qui sono un mare di onde immobili il cielo al vespro iniettato di porpora è un incendio un’apocalisse nonostante tutto esiste la bellezza.

© i. p.

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Il pomeriggio vedevo Anya, in quella sua stanza zeppa di poster gotici di donne. Mi raccontava le sue storie, ironizzava su tutto ciò che mi spaventava. Imitavo i suoi gesti, il suo vestire. Calcolavo le dimensioni della sua vita, dei suoi fianchi. Provavo le sue forme cercando somiglianze. Anya mi raccontava disgrazie di gente a noi vicina, finita in overdose o in clinica psichiatrica. Sembrava odiarli tutti, disprezzarli più che altro. Ascoltavamo terrorcore guardando immagini scheletriche sul desktop. Diceva di voler diventare anoressica e rideva, rideva sempre. Anche la sera, fuori da Storie, tra la gente, lei padroneggiava cinismo e sarcasmo. Non sembrava più odiarli. Lei riusciva ad entrare in contatto con loro. Chiunque poteva adorarla. Le stavo dietro ma non brillavo mai della stessa luce. Si allontanava con uomini in larghe felpe e capigliature da opera d’arte concettuale, lungo le vie secondarie del parchetto di via De Vito Francesco. Non parlavo mai con nessuno senza di lei. Tra me e gli altri c’era un muro invisibile. Anya tornava soddisfatta da giri in automobile a sniffare eccitanti di vario genere. Ci sedevamo sulle gradinate delle poste, di fronte alla Taverna. Quando stava a raccontarmi c’era un tono nella sua voce che la rendeva altissima, non si sporcava mai, lei riusciva a non cadere mai. Vendeva vestiti usati a ragazzine smanianti di somigliarle, bastava ti guardasse per farti vergognare della tua stessa esistenza. In questo la trovavo formidabile: nel modo suo di stare al mondo, come se non esistesse il dolore. Forse lei sul serio non soffriva.

Una volta una di quelle ragazzine si mise a piangere. Anya imitava la sua voce e svelava agli astanti segreti sulla famiglia della vittima predestinata. Mi chiese di portarle un’altra birra. Ero andata via mentre un cerchio di persone stava a guardare lo spettacolo, e c’era odore di hashish nell’aria. Anya poggiata a una macchina fumava una sigaretta. L’altra ragazza e una sua amica si erano avvicinate e avevano detto qualcosa circa i vestiti da lei venduti, forse sul prezzo esagerato, a detta loro, o sul fatto che fossero di taglie non conformi, non ricordo bene. Anya manteneva un ghigno di una calma innaturale, quando l’altra disse: io non mi faccio fregare da una stronza. Con molta calma Anya alzò il sopracciglio destro disegnato con la matita, mi guardò.

Mi prendi una birra per favore?

Entrai nella rosticceria che odorava di olio per le macchine. L’uomo senza incisivi mi diede un’heineken. Uscii e trovai la ragazzetta mora dai capelli rasati al lato, piangente, la sua amica ammutolita e la gente in cerchio triplicata. Anya afferrò la birra, le dita sulle mie in quel preciso passaggio mi diedero una scossa. Anya mi guardò complice. I suoi occhi erano così chiari da rasentare il bianco. Prese le mie mani e le mise attorno alla sua vita. In questo gesto io con lei ero invincibile. Continuò a parlare con la ragazzetta circondata da risate e vocalismi dialettali.
Salutami tuo padre, digli che ha tutta la mia stima, anch’io picchierei a sangue mia figlia sapendola così grassa e demente.

L’amica prese sottobraccio la ragazzetta con i capelli rasati solo da un lato, e la trascinò via.

Prima che le alzi le mani! Disse.

Anya gridava alle loro spalle.

Non aspetto altro. Mi avete sentita? E dillo a tuo padre, casomai decidesse di picchiare anche me, digli che lo aspetto con uno strap on!

Tutto intorno la gente sghignazzava e rideva. La schiena di Anya poggiata contro il mio torace mandava un odore di vaniglia. Premevo l’addome contro la sua schiena, sarei scomparsa in lei. Avvertivo la forma delle vertebre sul mio petto. Mi piaceva sentirmi con lei un unico corpo, una persona aumentata. Non provavo pietà per chi da lei si lasciasse ferire, li trovavo patetici, come lei li definiva. Però non riuscivo a fare lo stesso.

Anya si dileguava nel buio, camminando su quelle zeppe altissime come scalza. Mi tiravo su il cappuccio, la seguivo in case di sconosciuti, alle tre del mattino. Si brindava con superalcolici scadenti e righe bianche. Alla fine del mondo, si brindava. Adoravo la sua crudeltà, era così estrema da non potersi definire davvero crudele. C’era un’innocenza in quella crudeltà, un bambino che nulla sa del mondo e si prende quello che può scalciando a destra e sinistra. Invidiavo quell’innocenza, non sarei mai stata capace di tanto.

Un giorno Anya partì per Dublino, mi disse: non ci divideranno, non ci divideranno. Mi aveva comprato un peluche di tigre. Il pomeriggio prima della partenza l’avevamo trascorso da lei, nelle lenzuola, dopo una notte di bagordi. I corpi nostri così vicini, sempre sull’orlo. Non osavo toccarla, mi bastava starle accanto. Potevo sentirmi addosso il suo profumo. Mi teneva le dita sotto le lenzuola. Accarezzavo i fianchi suoi ma non accadeva altro. Ci stavamo accanto, eternamente in bilico. Ascoltavamo Trent Reznor.

Senza di te mi sento divisa, diceva.

Scivolavo tra le sue braccia, nella pelle sua bianchissima.

Quel pomeriggio, andando via da quella casa, al tramonto, non scorgevo i colori del crepuscolo. Vedevo gli alberi spogli. Sentivo freddo. Avevo l’impressione che tutto fosse più spoglio. La città spenta, priva di luce. La strada di casa mi sembrava diversa, come se qualcuno avesse sottratto ai giardini i colori. Mentre camminavo avevo l’impressione che ogni cosa stingesse. Era una fotografia anni trenta e io ero ferma lì, al centro di quella fotografia. Stingevo anch’io.

Quella notte mi ricoverarono in pronto soccorso, per via di una strana allergia. Mi ero svegliata all’improvviso senza respiro. I bronchi otturati. Un prudere fortissimo proprio dentro i polmoni. C’era stato un grande sconquasso. I miei, svegliati dai colpi di tosse forti, mi avevano trascinata d’urgenza in pneumologia. Non sentivo che quel prudere e prudere e prudere. L’aria entrava, immagazzinavo tutto, ma non espiravo mai. Inspiravo, inspiravo, inspiravo e non buttavo mai fuori. Quando arrivai in ospedale mi trovai un ago nel braccio e un aerosol nelle narici. Continuavo a vedere stinto e il medico disse si trattasse di una cheratite acuta. Attribuì anche quello all’allergia. Guardavo il mio scheletro sulla lastra.

Non fumare, disse.

Quando lei arrivò i medici non volevano farla passare. Sentivo i passi nel corridoio e riconoscevo le frequenze della sua voce.

Voglio vederla! Gridai.

Si accostò al letto e io non volevo piangere. Ci lasciarono sole per qualche minuto. Mise le mani sulle sbarre di ferro e in quell’istante pensai di essere patetica come la gente che amava demolire. Poi si avvicinò ancora, mi fissò dritto negli occhi. Mi prese la mano. Il suo calore si diffuse tra le linee dei miei palmi.

Non fare cazzate, disse.

Non sei più partita…

Ho l’aereo tra quattro ore.

Prima di andarsene si era rannicchiata su di me, mi aveva sfiorato le labbra con le sue.

Io smetto, cerca di darti da fare anche tu, non siamo abbastanza patetiche per fare una fine di merda.

Se non avessi ascoltato quelle raccomandazioni avrei vissuto il resto della mia vita in una bara. Ho fatto sempre l’opposto di ciò che mi è stato consigliato, forse l’ho fatto per cattiveria. La mia, meno innocente di quella di Anya, ha a che fare con qualcosa di molto lontano. Dentro c’è un’altra che muore e sono io a ucciderla. Ogni volta che muore io mi sento più forte e più debole, e spingo l’esperimento più a fondo. Ogni volta più a fondo. Ma lei sempre rinasce dal fondo. Fenice. Ogni notte mi sveglio senza respiro. I colori non sono mai tornati quelli di una volta, e ogni anno che passa è tutto sempre più stinto, sempre più stinto, sempre più stinto. Iperboreo. Ossianico. Nordico. Eppure so che quando tutto sarà completamente spento, io tornerò alla luce.

© i.p.

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Rivederti è stato aprire le porte, lasciarsi penetrare dall’aria, irridere un trascorso doloroso, tramutarlo in favola. Non potrei dimenticare quella giornata di flebile inverno liceale. Avevi gli occhi scuri, pieni e le labbra carnose. Ti si notava da lontano, poggiata a quella ringhiera nel cortile gremito di colori, foglie rosse e kefie. Scrivere di te non è semplice, rischio di cadere nell’antinomia o nell’eccesso. E invece era tutto così tenue, un soffice scivolare nell’oscurità, ma senza strappi, senza contrazioni. Dolcemente, andavamo dritte dritte nella bocca dell’inferno. E ci piaceva, quanto ci piaceva, sapere di finire dentro quel tunnel senza via d’uscita. Ci sentivamo sante e assassine. Quando tutto intorno era freddo e vuoto noi avevamo ancora il coraggio di ridere.

Il nostro bacio sui sedili di quel pullman e i ragazzi che guardavano chiedendoci di farlo ancora, e il senso di sporco come fossimo state scoperte in un gioco troppo intimo per poter essere visto da altri.

L’odore dell’incenso nel tuo giardino d’estate. Lo scrosciare della pioggia negli interstizi dei portici di via Capruzzi, quando indossavi maschere punk e suonavi alla chitarra Penny Royal Tea, cantando appena, la voce flebile si apriva tra le labbra, e trattenevi l’epifania dei gesti nelle dita e negli occhi. E io vestivo in quel modo così stupido e sessantottino. Scrivevo lettere a Jim Morrison credendomi sua reincarnazione. E poi la festa di 18 anni di V,. quando schiudevamo capsule di estatici veleni avvolte nelle maschere della nostra furiosa adolescenza, e danzavamo tra tutte quelle fotografie in bianco e nero. Mi sarebbe piaciuto conoscere le giuste parole per raccontarti quel che in me si agitava. Nel tornare a casa sentivo i vuoti nei muri. La mia immagine fissavo nello specchio. Il reale si sgretolava. L’immagine era colore sciolto. E la sintassi perdeva posto nell’organizzazione del senso. Avrei voluto averti tra le braccia. Stringerti. E non capivo cosa fosse quella vertigine al tuo fianco. E non capivo come definire la potenza di quel sentimento. E come avvenisse senza che potessi scegliere o dare definizione alcuna alle circostanze. Non sono mai riuscita a definire i rapporti, lasciavo che mi scivolassero nel corpo, nella carne, non ne afferravo il verso, la direzione.

E il giorno del mio ventesimo compleanno, noi, dentro sconosciute auto di sconosciute genti, nella sintesi aurorale di cieli in fiamme viola perlato e luci al litio, abbacinanti e nere, disperse nelle desolate lande delle campagne pugliesi, tra vigneti e ulivi, con l’odore forte di rugiada al mattino e il crepitio ossesso dei decibel, mentre danzavamo la decadenza del tempo, sulle rovine del mondo, in un sociale che crolla. Poggiasti le labbra sulle mie, il tuo sapore chimico al lampone è ancora nella mia bocca, chiedendomi ancora e ancora e ancora di provare tutto. Ora. Subito. Spalancare le porte. Incarnare l’istante. Renderlo eterno. E indivisibile. Simile a un Nirvana rovesciato. Simile all’assoluto che la giovinezza pretende. Mentre devasta corpi e significati. Sbrana e devasta. Sbrana e devasta. Fino a lasciarti vecchia.

Stringevo fasulli fidanzamenti solo per starti accanto. Consumavamo chimiche passioni orgiastiche sulle terrazze di paesi quasi greci, decomponendoci in milligrammi di valium e benzodiazepine di vario genere. La carne era tutto. E potevamo scambiarcela e indossarla, stravolgere i sensi inondare le coscienze di esiziali misture e, divorate dai corpi, in un labirinto di specchi, estatiche, potevamo scrutarci da lontano, o troppo, troppo vicino, sfiorarci e dilaniarci, senza toccarci mai.

E ricordo i nostri quindici anni di nottate etiliche, trascorse sulle gradinate delle poste, davanti alla taverna, nel grigio novembrino della città, mentre auto di genitori sospettosi facevano due giri intorno al palazzo per poterci spiare, nella nostra folle illusione di assoluto. E uomini dall’aspetto scheletrico gridavano all’umanità dei sottosuoli l’indomabile potenza della loro esistenza border. Ricordo noi bere vino scadente fino a vomitare su quei gradini, e ancora spiarci distanti mentre il primo arrivato riusciva a infilarsi tra le cosce dell’una o dell’altra, senza per nulla conoscerne nome o identità, per poi dimenticare e continuare a giocare a dadi con le vite degli altri, mentre tutti erano fuori dal quel quadro espressionista, e c’eravamo solo io e te, il fuoco violentissimo della nostra volontà di potenza, la forza ammaliatrice della natura feroce cui non eravamo che inconsapevoli emanazioni.

E i quattro anni di silenzio in cui cercavo di ricrearmi una vita lontano da tutta quella stupefacente devastazione, e ti sapevo distante e ti immaginavo perduta. Invece è stato dolce ritrovarsi in quegli stessi luoghi privi della tossicomane fauna cui eravamo abituate, attraversare quei gradini vuoti, entrare in taverna e trovare un’altra aura. Stare lì dentro senza nessun orpello immaginifico borchiato o fluorescente, lì dentro, miscelate a tutta quella normalità di cui ora ci fingiamo parte, ma lo sappiamo entrambe che non è così, normali noi non lo saremo mai, possiamo concederci solo vite straordinarie, al di là del bene e del male. Questa diversità agli altri deve apparire stoltezza, ma in realtà è il contegno di un dio in mezzo ai mortali. È stato bello tornare nel tuo giardino, tra quelle mura, vederti giocare con i tuoi bambini biondissimi e fortissimi e pieni di quella volontà di vivere – infiammare e devastare – che un giorno ci è appartenuta e ora in noi si placa – si è placata – e possiamo solo rubarla alle vite degli altri. Come se non restasse che il gioco, ora che il muro è crollato. E ognuna ha scelto la sua forma: tu madre, io cantrice di storie sfiorate appena e mai possedute, in definitiva, infinite.

 

© i. p.

sigaretta

Una volta conobbi un satanico o sedicente tale. In realtà non era propriamente satanico. Apparteneva a una setta sul genere dell’occultismo. Ci siamo conosciuti su uno stupido blog adolescenziale. Non ci siamo mai visti di persona. Ero maledettamente attratta da lui. Non ho mai constatato quale fosse il suo vero nome. Non so se le storie che raccontava fossero realmente accadute. All’inizio l’avevo scambiato per un’altra persona.
Nella stanza del computer, illuminata solo dalla fioca luce della lampada verde sulla scrivania in ferro battuto, mentre scrivevo le mie acritiche fandonie su quel vecchio blog, mi capitò di leggere un post di una decadenza e di un lirismo quasi osceni. Trattava di una donna e scriveva con parole apocalittiche e oracolari la trucida fine che avrebbe voluto riserbarle. Ti farò piangere lacrime di sangue, concludeva.
In effetti in quel periodo c’era davvero qualcuno in grado di farmi piangere lacrime di sangue (vedi Fatti male). Così, nel pieno dominio dell’ingenuità che sfiora l’idiozia, gli scrissi che non comprendevo il motivo per cui desiderasse così spasmodicamente la distruzione di una creatura che lo amasse. Disse che avrebbe distrutto chiunque avesse tentato di comprenderlo. E io rivedevo lui. Le nostre notti estreme. Il desiderio assoluto. L’estasi. Il mio parlare. Il mio cercare un contatto fisico anche dopo sedute di inconsapevole sadomasochismo estremo. Il suo silenzio. La sua distanza. La sua indifferenza. Come se fuori dal corpo non vi fosse nulla in me che valesse la pena scoprire.
Gli scrissi: sei tu, ammettilo. Mi confidò che gli sarebbe piaciuto farmelo credere. Ci si diverte sempre con le anime belle. Disse che se fosse stato realmente così crudele avrebbe giocato con questo mio dubbio. Osare l’impossibile. Grande la confusione. Come in un testo di Lindo Ferretti. Volle convincermi di non essere colui che credevo. In effetti era plausibile, aveva sin troppa proprietà di linguaggio. Affermava che la fotografia del mio avatar mostrasse una donna che cercava di sorridere con le labbra mentre i suoi occhi piangevano. Mi alzai per prendere dell’acqua. Vidi, nel corridoio, la sagoma del mio cane morto anni addietro.
Dopo qualche giorno ci risentimmo. Leggevo i suoi apocalittici sfoghi. Lo trovavo talentuoso e geniale. Molto più di me che da sempre avevo desiderato diventare scrittrice e invece riuscivo solo a propinare all’umanità il mio intrinseco stato dispercettivo. Trovavo nella sua poetica quella bellezza che collima con la mostruosità. Descriveva orge, riti propiziatori, sacrifici animali, stupri, ma lo faceva con un lirismo potentissimo. Aveva un linguaggio ottocentesco. E sentivo tra quelle righe un fil-rouge che dall’orrore si tramutava in disperazione.
Ogni giorno tornavo da lui. Qualcosa in quell’essere risultava spezzato. Da quei brandelli ero attratta. Più che dall’intero. Diceva di aver commesso atroci atti contro l’umano. Diceva di essersi macchiato di irreparabili colpe. Parlava di fisica quantistica e matematica riemanniana, di antimateria, omeostasi ed entropia.
La parola entropia venne introdotta per la prima volta da Rudolf Clausius nel suo Abhandlungen über die mechanische Wärmetheorie(Trattato sulla teoria meccanica del calore), pubblicato nel 1864. In tedesco Entropie deriva dal greco ἐν en, “dentro”, e da τροπή tropé, “cambiamento”, “punto di svolta”, “rivolgimento” (sul modello di Energie, “energia”): per Clausius indicava dove va a finire l’energia fornita ad un sistema. Propriamente Clausius intendeva riferirsi al legame tra movimento interno (al corpo o sistema) ed energia interna o calore, legame che esplicitava la grande intuizione del secolo dei Lumi, che in qualche modo il calore dovesse riferirsi al movimento meccanico di particelle interne al corpo. Egli infatti la definì come il rapporto tra la somma dei piccoli incrementi (infinitesimi) di calore, divisa per la temperatura assoluta durante il cambiamento di stato.
Una volta mi raccontò la sua iniziazione. Aveva 12 anni quando una ragazza di dieci anni più grande lo condusse nel covo. Non me ne fornì una descrizione precisa ma volli figurarmelo come una cantina. Disse di aver amato quella donna così intensamente da aver prosciugato l’intera sfera emozionale.
Quella notte, mi raccontò, fu vittima di una serie di abusi. Continuò ad amarla. Abusò a sua volta di altre persone, ragazze piccole, torturandole e violentandole in gruppo, animali, bambini, migranti privi di documenti, tutto ciò che non aveva il potere di ribellarsi si tramutava in sacrificio. Partecipò a un rito in cui venivano bruciati i genitali di un adolescente. Continuava ad amare quella donna senza tuttavia averla mai sfiorata. Un giorno trovarono il suo corpo che penzolava appeso a una corda. Da quel momento lui non avrebbe più amato, né provato alcun genere di piacere sessuale. Seppure perseverava nel prendere parte a certi rituali, non ne traeva ormai alcun piacere.
Mi raccontò di sentire la voce sua ogni notte, come fossero legati da un piano di nebbia che collega il regno dei vivi a quello dei morti. Quella voce gli ordinava di proseguire il lavoro da lei cominciato, e iniziare nuove vittime alla setta.
Le sceglieva bene le sue vittime. Andava nei locali dark e si nutriva dell’altrui decadenza. Donne abbandonate, tossiche, narcisiste fuori controllo, borderline. Cominciava come un gioco di seduzione e si tramutava in horror. Diceva di voler smettere ma di non poter disobbedire a quella voce. Gli feci intendere che mi sarei volontariamente offerta come vittima. Fu una provocazione. Provocare nell’altro il sentimento di compassione era la mia chiave segreta per addomesticare i mostri. Soltanto che adesso non saprei dire se quei mostri fossero davvero fuori di me. Mi disse che avrebbe dato la vita affinché una creatura innocente come me non finisse per perdersi nelle vie della corruzione. Mi disse di mollare quel porco bastardo che mi faceva tanto soffrire, di mettermi a scrivere seriamente. Leggeva i miei post sul blog, sosteneva che io avessi una qualche forma di talento. Gli dissi di non averne alcuno e di voler porre fine alla mia esistenza per questo. Gli raccontai quello che era accaduto a me a 12 anni. Talvolta ci sentimmo per telefono. Aveva una voce puerile. Parlavamo a lungo dei nostri drammi e dell’impossibilità di uscirne.
Tempo dopo presi un treno. Lo raggiunsi nella sua città. Ci vollero dodici ore di viaggio. Non l’avevo mai visto in volto e non conoscevo il suo vero nome. In quella città fredda e sconosciuta, ricoperta di neve e gente dagli occhi nordici, cercai un internet point. Mi collegai e lo cercai. Gli dissi il luogo e lo aspettai 3 ore. Non aveva neppure risposto. Dopo la terza ora di attesa, tra ubriachi in fase di approccio e islamici indotti, dalla mia gonna corta, a fare le più squallide tra le avance, mi scrisse un messaggio in cui diceva di essere fuori città per diversi giorni.
Trascorsi la notte in una stazione che aveva l’odore della campagna. Un uomo grasso si tirò giù la lampo e mi mostrò i genitali. Una vecchia barbona gli lanciò addosso una bottiglia di birra. Emanava un olezzo di malattia venerea. Il cemento laido di cenere e polvere e avanzi di cibo e lattine, accoglieva il suo letto di cartone. Le diedi tutto quel che avevo nel portafogli e attesi l’aurora intirizzita al fianco del suo ipertrofico russare.
L’indomani presi il primo treno per il mio maledetto sud. Non risentii più l’uomo misterioso. E ancora non me ne spiego la ragione. Eravamo identici nelle nostre sofferenze e violenze subite e inferte. Immaginai molte cose su di lui. Molte ciniche crudeltà: che fosse storpio, che fosse menomato, che fosse disabile, che fosse vecchio, che fosse impotente, che fosse un ragazzino, che avesse l’AIDS, che fosse orribile e non so cos’altro. Però non sono mai riuscita a dimenticarlo.
Nei processi naturali l’entropia dell’universo dello stato finale è sempre maggiore di quella dello stato iniziale. I buchi neri divorano le stelle. Il concetto di mancanza s’incunea nell’umano come unica aderenza a una realtà fisica in decomposizione. Solo ciò che manca ha dignità d’essere, ciò che era e non è, ciò che sfugge, che sfrange, che si dissipa, in tutta la pienezza che per convenienza chiamiamo vuoto.

© ilaria palomba
foto di luigi annibaldi

ila muretto otranto
Talvolta desidero liberarmene, del desiderio intendo. Abbiamo danzato. C’era una donna. La osservavo muoversi spasmodica, la schiena sudata, i capelli corti e ricci, la spallina calata giù. Si contorceva, vecchie riminiscenze estatiche. Poi cresci, passi dai rave ai concerti sofisticati, qualcuno ti accusa di borghesismi d’ultima generazione. Hai attraversato il silenzio. Loro non capiscono cosa sia. Un picchio feroce batteva il becco sul ballatoio. C’era il sole. tutto quel sole liquido. Ti è parso di berlo, il sole. All’orizzonte dieci esaminatori. Non interferire. Ti hanno detto che non ce l’avresti fatta. Io sono destino, pensavi, destino insormontabile. C’era un parabolico egotismo a fenderti i muscoli. Poi sei entrata. Buon giorno. Buona sera. La stanza era diversa da come te l’aspettavi. Hai appeso la giacca all’appendiabiti. Hai temuto l’errore. L’inessenziale, fuori dalla logica del senso, un sapore solforico sotto il palato. Non riesci a rispondere. Però ti piaceva l’idea di poter dare per la prima volta, aprirti. Hai avuto un sussulto, una scossa elettrica. Sogni maniaco depressivi, brutti ricordi, i suoi occhi addosso. Talvolta ti manca persino l’inganno. Non ti passerà mai. Non ne sei uscita. Avevi un’arancia meccanica nel torace. Non è paura, è un vetro. Senso di inadeguatezza. C’è la pelle oltre la volontà, la pelle ti separa. La gente ordinaria ti dà il voltastomaco, patetici arrivisti, bestie da circo. Ti piace il qualcosa d’altro. Gente che ha sentito troppo e si è bruciata. Ci sono andata vicino. Ho bussato, il pittore ha aperto. Era un personaggio pasoliniano. Ovunque era pieno di storia. Vivevo l’incanto, la buddità. Ero entrata nella radura. Poi sono tornata nel mondo degli adulti ma non del tutto. Un cubo di vetro, un’incubatrice atemporale. Ero i non cresciuti, lo sono ancora. Quel che ci manca è la cattiveria necessaria per attraversare i muri. Le altre sono belve, sguardi ammalianti, seduzione. Per me solo il dolore è seduzione. Nella sofferenza del singolo mi sento piena e indeterminata, fuori dall’ego. E la mattina sulle spiagge d’agosto in Salento inseguivo le onde nei giochi di luce. Ero vetro. Trascendenza immanente. La schiuma cercavo. L’ombra mia inseguivo. E non l’afferravo. Ero l’enigma e la soluzione. Guardavo quel sole accecantissimo e divenivo cieca. Sento di amare chiunque e alle volte di odiarlo. Non conosco i mezzitoni, gli opportunismi, i compromessi. Sono stata sciocca in passato a concedere tanto. Il corpo è tutto quel che abbiamo, bisognerebbe nasconderlo, custodirlo. È che all’improvviso mi prende un desiderio maldestro sopra le cose. Farli miei. Distruggerli. Gatto a nove code. Cera bollente. Infilare le unghie fino in fondo. Strappare la carne. Renderli oggetti. E poi leccarsi le ferite.
C’è una donna in fondo al corridoio. Lei è magra, spettrale. Infila lunghi aghi nelle braccia e nel petto. È lei il desiderio. Sta alla punta. Posso guardarla solo attraverso il vetro. Mentre con le dita disegno porte e maniglie. E le spalanco. Poi avevo bisogno di sparire, tirarmi fuori, dalla vita intendo. Entrare nel cubo, osservare il mondo da lì. Senza stacco. Senza dimensioni. Quel vetro io l’avevo sostituito alla pelle. Per poter uscire dovevo incontrare altri esseri senza pelle. Stavo bene soltanto con loro e il resto desideravo darlo alle fiamme.
Le persone che hanno molto sofferto spesso sono invidiose e piene di rancore, si chiedono per quale motivo certe cose siano capitate proprio a loro e come mai gli altri riescano a vivere più serenamente e a raggiungere risultati superiori ai loro apportando sforzi di gran lunga inferiori. Invece le persone che hanno troppo sofferto non hanno più di questi problemi, non provano più nulla.

 

© ilaria palomba

foto di luigi annibaldi