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Category Archives: Racconti di vita

luce

Sai di cosa ho paura ti dissi manipolazione intendo mentale quando il potere sovrasta il desiderio paura di essere debole e farmi risucchiare tu non sei debole sei forte dicesti siamo forti avremmo potuto cervello poltiglia io ce l’ho dissi e tu ti davi lo smalto alle unghie dei piedi perché dico perché vedo la gente arrivare tutti prima o poi raggiungono l’obiettivo chi in arte chi in letteratura chi apre un’attività questa cosa delle start up ma che significa start up e io manco so se riesco ad alzarmi dal letto al mattino poi smettesti e iniziasti con il rimmel avevi lunghe ciglia e floridi seni coperti da una sottoveste in pizzo occhi azzurri oceano sopracciglia disegnate di nero capelli chiari e io stavo a raccontarti i drammi mentre conoscevi i sacrifici e gli affanni l’aver scalato vette invisibili e sopravvivere all’assurdo ho paura Anya ho paura di fallire ho già fallito sempre si fallisce anche quando si vince chi vince perde la libertà è schiavitù 2984 non voglio vedere ho cercato gli altri e ho trovato il vuoto forse ho confuso il desiderio con l’amore la competizione con l’amicizia la mondanità con la fratellanza lo diceva anche bauman siamo liquidi e le parole nel fluido si sciolgono cosa resterà di quest’epoca di zombie cosa resterà della mediocrità dei narcisi ti alzasti la sottoveste sotto i piedi piccoli di geisha e l’incarnato diafano pelle d’angelo forme di demonio ti ho guardato i seni la biancheria in pvc lo sfolgorio negli occhi il culo da statua e camminando lasciavi cadere vestiti gocce di birra e freddo forse ti scambiai per il fuoco ti chiesi di nascondermi adesso scavalchiamo il senso siamo due eroine abbiamo superato il tempo gli amici zombie dell’ultima festa quelli cui bastava una pera di furia per sentirsi all’altezza io ero fuori fuori da tutti gli argini che succhiano grida fuori da ogni stato definito norma fuori dalle convenzioni del sociale e dell’antisociale tu eri decisamente antisociale o quel tanto che basta per cavarsela con i mostri te lo ricordi l’innominato e io ricordavo eccome le notti oscure l’idillio e l’inganno quando diceva sta zitta e io in silenzio acconsentivo a lasciargli l’arbitrio del corpo ma ora è diverso ora non più cosa volevano da me nulla dicevi eri fragile e loro avevano fame i volti nel fuoco gli occhi nella bruma le mani sui seni se voglio ti scopi i miei amici se voglio entri lì dentro e ci stai tre giorni se voglio chiudi la bocca se voglio apri la fica e se vogliono fotterti fino a farti sanguinare sanguina puttana quello sei nient’altro ora poi mi guardo le unghie lunghe nere e guardo le tue rosse i fianchi ondeggiare la musica elettrica le vicinanze estreme le scalate sociali i soldi su per il culo i romanzi venduti e quelli obliati le ragioni dei deboli la rivalsa del fango andiamo via Anya portami oltre l’ultimo trip dopo tutto quello che abbiamo visto ce ne possiamo anche andare le luci stroboscopiche l’istante in cui eravamo dee per una notte sopra un cubo di rubik infinitamente girato con i tasselli confusi l’artificiere e la bomba l’istante dell’aria i cervelli fritti le mani sui seni i calci negli stinchi ti rendi conto amore siamo sopravvissute al massacro cosa t’importa del resto sei già un miracolo sono piena di tagli dissi e tu li medicasti dovevamo recidere le vene del tempo scarnificare lo spazio fino a trasmigrarne l’illusione dovevamo assurgere al diniego o all’atarassia senza padri senza madri senza colpe che non fossero l’essere gettate in un caleidoscopio di corpi la pioggia rivestiva il futuro di un passato illusorio sei quel che inventi di esser stato per cui ora cancella le mani le corde le paturnie i polsi dimentica gli occhi e i denti e il puzzo di putrido dimentica le ossessioni del mattino a parlare con le foglie dimentica le tende che si gonfiano di fluido viola stinto la pancia del demone l’occhio di dio le carezze del satiro il matrimonio indicibile della luce con le tenebre dimentica ogni cosa e danza danza danza sulle macerie del tempo testimoni ultime tu ed io sulle sponde del nulla la perfezione dell’ora senza radici senza pareti solo rizomi a pori aperti nello spazio non puoi paragonarti al mondo perché sei una sopravvissuta lo siamo entrambe vittima e carnefice bene e male essenza ed esistenza entrambe sulla linea di confine rincorrendo i gatti nella bruma di un varco spalancate al ricordo eppure già altrove.

© i. p.
foto di Stefano Borsini

Roma2008

 

Al mattino il cielo è buio. Esco con una specie di peso sul torace. Confabulazioni solipsistiche non lasciano spazio ad attraversamenti. Mi pare che nulla possa tangermi, nulla incroci il mio sguardo. E sono nel nulla.
Arrivo a Piazza del Popolo e la luce è mutata, più chiara, il cielo altissimo. Faccio un giro per la piazza in cerca di un bar per prendere una bottiglia d’acqua. La Basilica di Santa Maria del Popolo è nascosta da un’impalcatura, ma prima, al centro della piazza, verso la Basilica, noto una struttura, un carro, qualcosa che somiglia a una giostra, e intorno due bancarelle indiane, una vende stoffe, sari, l’altra è bianca e ci sono degli uomini con tuniche bianche e collane colorate. Uno di loro mi ferma per porgermi un opuscolo. Sopra c’è scritto Hare Krishna. Il tizio sembra avere un accento del sud e gli domando se sia pugliese. Non lo è. È di Roma. Gli dico di essere pugliese.
Ma vivo a Roma da un po’, a Montagnola.
Maddai, ho un bar a Montagnola (mi dice dove).
E’ proprio vicino a dove abito.
Fai delle pratiche?, chiede, meditazione o yoga?
No, però vado in Nepal quest’estate.
Bello. Ma credi in Dio?
Non ne sono certa. Credo nell’immensità del cosmo.
Vieni ai nostri incontri. Non è un caso che tu sia capitata qui.
Bello quando ero una bambina mistica e credevo in tutto. Era bello essere ingenui. Lasciarsi trascinare nelle cose. Ormai non credo più alle persone che mi dicono: non è un caso tu sia capitata qui, non è un caso il nostro incontro, c’è qualcosa tra noi, qualcosa o qualcuno ti ha chiamata. Perché? Perché me ne capitano troppi, di questi incontri. Una volta in treno per Bari incontrai un ex di mia cugina che era appena entrato in una specie di setta buddista che all’epoca anch’io frequentavo (cercò di dirmi non fosse un caso essersi incontrati lì, dopo anni, e parlare di Karma). No, non frequentavo. Semplicemente ripetevo certi mantra e cercavo in tal modo di far avverare i desideri. Qualcosa avveniva. Ad esempio pensavo intensamente a una persona e poi quella persona mi scriveva o mi telefonava. A dirla tutta sarebbe stato meglio non aver ricevuto quel genere di attenzioni da quella persona. Con questo gioco di risuoni siamo andati avanti per quattro anni. Quattro stupidi anni di agonia. Poi capitava lo sognassi e il giorno seguente mi chiamava, magari non ci eravamo sentiti per due mesi. Sincronicità dicesi. Una volta ho avuto un’esperienza di sincronicità pazzesca. Sono andata a trovare mia zia, moribonda, in ospedale. Sapevo stesse per morire e non volevo vederla in certe condizioni. Ci andai però, allora, perché mi sentii come chiamata. E ci vedemmo per l’ultima volta, il giorno dopo si spense.
Un’estate mi è capitato di sognare di ruzzolare giù da una montagna e il giorno seguente il giornale riportava la notizia di alcuni alpinisti caduti sotto una valanga. Un’altra volta mi è accaduto di andare a vedere un film e di averlo consigliato a una persona che mi rivelò di aver visto lo stesso film lo stesso giorno. Poi sognai di essere morsa da una vipera e il giorno seguente scoprii di essere stata morsa dall’invidia di una tizia che frequentava un laboratorio con me. Poi se ci fai caso noti tutti i segni. I segni vengono al pettine. Allora devi smetterla con questo risuono. L’esistenza stessa risuona. Non puoi permetterti di sentire così tanto, ne va della tua integrità psicofisica.
Chissà come si vive da Hare Krishna, magari stanno meglio di noi, magari credere in qualcosa aiuta a superare i momenti di abisso, di scivolamento. Bisogna essere disposti alla disciplina, e per quanto mi riguarda la vedo difficile. Forse la felicità è nella disciplina, nel seguire un precetto fino al raggiungimento della serenità.
Piazza del Popolo è bellissima, piena di trampolieri e con questo carro indiano che alle diciassette si aprirà e darà luogo a una festa Hare Krishna, nel pieno spirito di deterrirtorializzazione della città. Amo ogni forma di deterritorializzazione, di soglia. A volte credo che l’intera esistenza per me sia una soglia, uno stare tra due dimensioni non appartenendo del tutto a nessuna. È una soglia la non scelta, la non azione o l’azione non premeditata. Dicesi acting out. L’analista dice che bisogna andarci piano con l’esplosione dell’emotività, che a parte perdere persone importanti per aver sputato loro in faccia cattiverie di ogni genere, uno potrebbe anche fottersi la vita, tipo farsi un giro in spdc e venirne fuori con un corpo che non gli appartiene. Si può vivere bene nella soglia? Nell’indefinizione? Può darsi. Taluni non hanno scelta, non possono farne a meno. Come non scegliere la propria identità sessuale, lasciarsi attrarre dalle cose, dalle persone, dagli incontri fortuiti, dagli odori, non razionalizzare, non decodificare i segni, dare attenzione solo al significante senza fare segno, senza significazione.
Mi piace sorridere alla gente che incontro per caso, immaginare chi sono, che stanno facendo. I trampolieri per esempio, prima di essere qui dov’erano. Com’è la vita di un trampoliere? È anche quella una zona di soglia? O forse poi qualunque forma di vita diviene abitudine? Forse l’unica differenza fra me e gli altri è che io ho preteso di più dal tramonto. Colori più spettacolari quando il sole arriva all’orizzonte. Forse è questo il mio unico peccato. (Joe) Lars von Trier.
Ricordi d’adolescenza. Ci sentivamo potenti. Ci sentivamo eroi. Ci sentivamo fuorilegge. Ci sentivamo criminali. Eretici. Ribelli. Fragili. Crudeli. Bellissimi. E di base eravamo solo dei drogati. Anche il margine ha le sue regole. Mi hanno spinta fuori anche dai margini. Non riuscire ad abitare nessun reale e pretenderli tutti. Ho sognato un caleidoscopio, come quelli che si vedono sotto LSD. Non riuscivo a stare in nessuno specchio ma un po’ di me era in ciascuno.
Com’è bella Roma di sabato mattina. Piazza del Popolo è piena d’esistenza. E sto aspettando un’epifania. Un rapimento. Godot.
Attraverso gli archi, scendo nella metro e prendo il treno per Termini, da lì cambio per andare a San Paolo e sulla banchina in direzione Laurentina ci sono due suore vestite completamente di bianco, con gli abiti bianchi e i veli bianchi. Una è solo una suora. L’altra è bella come La primavera del Botticelli, ha gli occhi verdi e un riccio biondo scuro impertinente fuori dal cappuccio. La guardo come guarderei una tanghera. Mi sorride. Sorrido anch’io. Com’è bella Roma di sabato mattina.

© i.p.

tramonto dublino

Le nuvole inondano il cielo un cane abbaia in messico la luna è altissima a dublino il vespro bagna d’oro il liffey e a roma c’è il sole siamo qui a dirci cose che poi rinnegheremo tipo ti voglio bene uno zingaro fruga in un cassonetto sull’appia antica una ragazza dai capelli corti e con poco senso dell’orientamento racconta la storia di erode attico e annia regilla agli avventori tutte le coppie del mondo adesso per un istante si guardano di traverso uno sbreco nella parete fa cadere un frammento infinitesimale di calcestruzzo una donna rompe il tacco all’altezza della salita tra via ostiense e stazione omonima in treno un giovane aspirante regista dice a un altro nascosto dalla poltrona che deve intervistare tarantino e poi benigni e ha paura di benigni dice che lo bestemmierà in toscano due studentesse di filosofia si contendono lo scettro del disagio durante una lezione su deleuze e la deterritorializzazione io e te ora guardiamo nella stessa direzione il sole abbacinante illumina per un verso i volti di dieci giapponesi sull’appia antica in stazione tuscolana le macchinette non funzionano una ragazza prende una multa sul 30 express e fa un comizio politico su soldi pubblici spesi per privilegi privati e sputa in faccia al controllore all’altezza di piazza navona poi scappa un analista dice alla sua paziente di non agire non agire non agire non agire quattro ragazzi tornano dal salento pieni di buste d’erba un uomo perde il lavoro e si suicida sua figlia non lo sa ancora e nel frangente sta avendo l’orgasmo più forte dell’esistenza dopo negli anni sceglierà di non provarne più mai più una cinquantenne ancora bella scopre i tradimenti del marito e decide di andare in brasile solo andata una ragazza strappa due buste di biscotti in un supermercato della montagnola perché non sopporta che la realtà sia diversa dalla volontà un ragazzino delle medie comincia a scrivere un romanzo pensando di conquistare una donna matura che nel frattempo piange perché divisa tra amore e desiderio sicurezza e libertà giustizia e verità un clochard perde il cappello in una folata di vento a campo de fiori giordano bruno ci guarda l’immanenza sovrasta i corpi li intende e sottende l’universo si espande immenso e un gruppo di artisti pazzi o solo di pazzi comincia a graffiarlo l’universo per sentirsene parte e lui si spacca si moltiplica si infinitizza le anime della patagonia brillano altissime nel ventre delle stelle l’infinito si muove diacronico c’inghiotte tutti in un istante in un istante in un istante nascono muoiono un milione di bambini altri milioni vengono concepiti in un istante provo a dire addio e non vi riesco in un istante dieci uomini in volo spalancano paracadute in sequenze alternate in un istante un treno sorvola trenta auto inondate di sole lungo la costa di santa marinella e i tetti delle ville sembrano intarsi di una torta in un istante tre esseri umani scovano una teca con quaranta lettere scritte nel ’29 da due amanti disperati in un istante il mondo finisce e ricomincia respiro non respiro mi guardi non mi guardi in un istante assaltata una banca in un istante una testa vola via il sangue stilla in un istante viene approvata una legge per restringere la libertà di movimento in un istante un kamikaze si fa saltare in un istante ci si sposa in un altro si divorzia in un istante le onde del mare il flusso e reflusso in un istante il cielo si spalanca al lucore del crepuscolo in un istante sono qui a chiederti di portarmi via.

@ i. p.

iladublino

Perché scrivi?
Può sembrarti sciocco o infantile ma alle volte la realtà non mi basta. Non mi bastano i suoi schemi predefiniti, le relazioni, i luoghi.
Mi dici che non sono capace di guardare fuori. Che sono cieca.
I veri scrittori guardano i passanti fuori dalla finestra. La signora che cammina tenendo con una mano il passeggino e con l’altra il cellulare. A chi sta pensando? La donna che guarda il foglio bianco e sembra abbia visto la morte. Ci sono – dici – una banca e un laboratorio analisi. Secondo te perché piange?
Non piange, ti rispondo.
Ah, è vero, sei tu che piangi. Perché piangi?
Non piango, ti rispondo.
E ti guardo. Ti sento. Hai un odore di adolescenza. Sì, di adolescenza.
Io e te ci siamo trovati perché siamo rimasti adolescenti. Ognuno a suo modo. Ognuno nel suo mondo.
Sono cieca?
No, hai gli occhi chiusi.
E tu, puoi aprirli? Puoi aprirli, i miei occhi?
Mi metti le mani sulle palpebre, sulle guance, sulle labbra. Sono ruvide, le dita, calde.
Io devo sentire i corpi, capisci? Non riesco a vedere se non sento i corpi. Scrivo solo di ciò che mi evoca emozioni.
È una bella cosa, dici, e ti rabbui.
No, è una cosa terribile.
Le spalle, lo sterno. Le mani sui vestiti. Gli occhi, i tuoi, scuri, grandi, di lupo.
Quanto male?
Scrivi per me, ora. Scrivi per me.
Ed è come avessi detto spogliati. Ora. Per me. Ma non è questo che dici. Piuttosto mi guardi ancora e sussurri una parola che non comprendo ma nel mio mondo significa: non posso aprirli io i tuoi occhi, non più.

sorriso2

A volte penso che la poesia possa uccidere non è altro che mettersi a nudo tagliarsi la pelle lasciarsi penetrare dalle cose dalle parole degli altri dalle proprie e io sono troppo adulta per vivere ancora con i sensi spalancati e troppo fanciulla per non sentire la necessità della vertigine a volte penso di non essere in grado di mentire e di dar poi la colpa all’alcool alle sostanze che stringono la pelle come un abito antico a volte mi guardo camminare ebbra per le strade nelle piazze con tutti eppure sola ed è sempre così vicina l’alterità eppure sola forse c’è stato un attimo in cui l’esistenza è divenuta epifania lanciarsi a capofitto nella pelle nell’incoscienza e poi tornare alla non vita non che sia davvero diverso non che sia una forma di morte è qualcosa che sta in mezzo tra la vita e la morte the wall dei pink floyd rende l’idea dico come fai a mentire con la poesia? come fai a fare fiction se aneli alla poesia? come fai a non morire dentro le pareti fitte del muro che è la pelle la tua pelle alle volte me ne sono liberata – del muro? della pelle? di entrambi? – e il mondo il dolore del mondo la bestialità dell’umano mi ha presa a schiaffi piangere per aver visto l’inferno negli occhi di un ragazzino con la felpa rossa nel campo profughi sulla tiburtina sentirsi in colpa mentre tutti scansano il clochard e il suo miasma d’immondizia sul bus credere di morire mentre i passi della puttana minorenne fuggono sulla colombo asciugandosi le lacrime per ricominciare un attimo dopo a sorridere mostrando le cosce e non ha senso quindi le pareti s’innalzano feroci e non sono io il riflesso di quei corpi dannati che si aggirano nei labirinti della disperazione non sono io quella cui viene sempre detto di non disturbare chiudere la porta e non tornare mai più l’ha fatto mio padre una volta poi se n’è pentito ma io avevo le parole sulla pelle nella carne dentro tutte le pareti muri di cemento armato a separarmi dal mondo non crucciatevi per l’insensibile sapore delle cose non vedo non sento non sono più e ora mi alzo sì mi rialzerò immacolata e feroce là dove i ricordi sfrangiano nella bruma dei boschi spalanco tutte le porte e danzo sola sultan of swing come una bambina al centro di una pista da ballo di un paese nordico in un octoberfest non abbiatevene a male se non m’importa più nulla del mondo io sono stanca di tutto questo dolore e voglio danzare sulle rovine vivere d’istanti nella linea che separa il cielo dal suolo.

i.p.

perfonymphosis

Le Alpi immerse nella bruma spessa con le nuvole alte e rosse nel nitore dell’alba e io che non dormo, mi dissolvo nel paesaggio quasi californiano di una Torino sconosciuta e mi sento più vicina che mai ai luoghi descritti da Pavese. Forse nella necessità è insito il timore, si guarda fuori per fuggire i nemici invisibili – o i loro fantasmi. Oggi a Vercelli il mattino è penombra e sono sveglia nonostante tutto. Aspetto Olivia sul letto della sua infanzia. Ho ancora i piedi sporchi di pavimento e coreutica. Ultima performance. Dalla finestra schiusa entra l’odore dell’inverno e il colore rosso delle tegole iridate da un sole quasi bianco.
Torniamo a Roma tra breve. Porteremo il ricordo del viaggio e di tutti i volti incontrati e di tutti i bicchieri bevuti e dei suoni forti di batteria, chitarra, voci metalliche urlanti. Di tutta questa vita che adesso si sgretola nella memoria ebbra del mattino.
Dire che l’incontro non sia, non del tutto, e avevo mille voci addosso. La voce stanca del telegiornale con gli attentati in primo piano e il fantasma di Salah, e scarpe sparse lungo le strade di Parigi, passi invisibili di spettrale resistenza. La voce del freddo, nella notte, dei miei bronchi malandati. La voce dell’impellenza: università e lavoro, progetti appena iniziati, voler far stare in piedi tutto e vacillare. La voce degli altri scrittori, più scaltri, più svegli, più colti di me. Le voci inarrivabili degli obiettivi posti e mai raggiunti. Avevo l’antidoto, era il vino, il chiaro fumo alcolico e il desiderio dell’eccesso. Ho visto un ragazzo tra i murales, un tale oscuro. Gli piaccio credo, piaccio spesso a chi risulta ostico alla vita. Era venuto per sfidarmi, lo sentivo nel suo sguardo, nel modo circospetto del suo piglio sfrontato, dalle movenze oblique delle traiettorie dei piedi. Non ho ceduto un istante, non ho smesso di reggergli lo sguardo. Mi sono separata dal suolo o vi sono piombata in basso, bevendo, e avevo in mente una persona cara del passato, l’odiata favola dickensiana e catto-capitalistica degli ultimi che saranno i primi, come fosse un privilegio la disgrazia, e ho in mente la mia gente, la mia famiglia: primi che divengono ultimi, questo mi commuove, non lo sforzo vitale ma l’egemonia del negativo. Le scarpe alte e gotiche di zia, cui dico: scrivi un film – nella casa dagli spifferi di freddo e fumo – provaci. E risponde: avevo tutto e me lo sono giocato. Qui danzano i demoni. Troppo facile amare la forza virile del basso che mira all’emancipazione. Il proletario che diventa borghese, il sussulto ultimo del risentimento di classe. Io amo i perduti invece, gli abbandonati da dio e da se stessi, i decadenti. Non per una forma gotica di straripamento, quanto per l’immensità della sconfitta. Me l’hanno detto mille volte: la ragazza dalla promessa senza fine. È una tara famigliare il promettere e non mantenere, un patrimonio di sangue. Sono lì in cerchio, con pochi esseri sconosciuti a discutere della mia impopolare visione delle cose. Quando mi si dice: è difficile, sorrido. No, è impossibile, rispondo. Di quell’impossibilità mi faccio scudo e ci sprofondo. Mi è piaciuto parlare con quei due e non evitare mai lo sguardo risentito del ragazzo che voleva sfidarmi e poi magari gli ho fatto pena o spavento. Non capisco gli uomini cui piaccia umiliare le donne che non possono avere. La volpe e l’uva, vecchia stronzata.
Olivia mi segue nelle traiettorie al vino bianco e ho ancora come un senso di nausea ma lei è pronta ad affrontare ogni parola come una sacra scrittura e la guardo nel baluginare di capelli biondi e viso curato, occhi vispi, freschi di trucco e scarpe nere e abiti neri, nordiche mantelline. La osservo parlare di me come fossi un classico, per poi spostarci altrove. Quel risveglio tra le alpi in piena crisi d’asma, quella fame di respiri, il ricordo delle parole feroci del dottore: andrà sempre peggio. La sigaretta accesa, con le tue mani, con le tue mani sei thanatoeroica, l’eroina dell’autoannientamento, una fragilità disturbante. Una sigaretta in più può ucciderti.
Ora mi guardo venire fuori dalla stanza al mattino, verso stazioni e treni. Olivia parla con un’amica di vecchia data mentre mangiamo pessime piadine al gusto d’aglio, nel bar davanti ai binari. Di diari segreti parliamo, perchè avere un diario? che senso ha? Per parlare con se stessi essendo altro, dice l’amica dai capelli lunghissimi.
Stanotte avevo quel timore delle ultime volte, prima del palco, quel timore da non sono vera, non sono mai stata una vera performer, perciò la mia ultima performance suona un po’ come una farsa. In macchina di Edo, dopo la Mondadori, attraversiamo una Vercelli notturna e all’improvviso le ali bianche d’angelo di una delle statue lungo la facciata di una chiesa ci saltano agli occhi. C’è l’odore dell’inverno, della neve quasi, ai finestrini.
Il locale rock dove avremmo fatto la performance, i gruppi, occhi truccati, borchie e birre e prosecco e sigarette di tabacco sfuso. Un tale che non c’entra niente, sguardo antisociale, irrompe e comincia a mangiarci nel piatto e poi fa scusa, scusa e dico: ecco il pazzo del giorno, e fa: possiamo parlare io e te da soli? Tenta di baciarmi e lo allontano. Guarda i libri, fa: tu saresti la scrittrice? Ne prende uno, come a volerne strappare pagine. Gli uomini fanno così con me quando non ho intenzione di andarvi a letto. E tu saresti una scrittrice? Non m’importa che sia insano o criminale o figlio di criminali – come alcuni ora dicono – io quel libro glielo strappo di mano e dico: lo vedi? Lo vedi perché la gente ti allontana? Tu pretendi rispetto ma non ne dai ed è per questo che ti ridono dietro, perchè non capisci? Non è insultando che avrai la nostra attenzione, e lo dico un po’ anche a me stessa quando impazzisco di gelosia per chi sia più amato e considerato migliore, non è insultandoli che riceverai attenzioni. Questo brutto vizio, tutto italico, di aggredire per non essere aggrediti. Mi dicono: lascia stare, è andato, è scemo, è un criminale, è rimasto sotto. E io insisto invece, perchè tutti hanno gli stessi diritti, nel mio mondo ideale, a tutti si deve almeno una spiegazione. Quindi lo affronto e poi gli dico: bada bene, le donne si rispettano, non ci si getta addosso in quel modo. Se tu mi rispetti io ti rispetto, e questo vale in ogni cosa. Gli offro da bere e vado via. Per meglio digerire il rifiuto decide io sia la donna di Edo e ci lascia in pace.
La performance comincia che quasi non me ne accorgo, mi lascio trasportare dalla voce, la sua voce, la voce di Olivia, la voce di Apparat. E sono alito di fumo nero nella notte, trasparenze immense, carne contorta, occhi altrove. Possedute entrambe, deliriamo, in quest’abbaglio.
Al mattino mi sveglio con quella luce calda che inonda le tegole rosse.
In treno una specie di magone m’induce a restarmene in bilico, tra il diniego e l’anelito a una perfezione che non sarò mai.

© i.p.

Foto di Stefano Borsini: “Nymphosis part I- performance su Homo homini virus” per Nero gallery al Brancaleone di Roma.
Azione performativa, (libera improvvisazione scenica) sulle suggestioni di Homo homini virus ma senza testo, né canovaccio di e con Antonio Bilo Canella, Miguel Gomez, Daniele Casolino, Ilaria Palomba

parisis

Ieri notte tornavo da Monteverde con Luigi. Ubriachi. Dopo la vineria.
Lui accende il computer e legge dell’attentato Isis a Parigi, al teatro Bataclan. Su Sky 24 parlano di triplo attentato. Mostrano scene di uomini che fuggono in strada, trascinando via altri uomini feriti o morenti. Altri ancora penzoloni dalle finestre. La città a ferro e fuoco. Hanno colpito i luoghi dello svago, i simboli del divertimento, della piacevolezza. Un teatro, uno stadio e un ristorante. Oggi si parla di 128 morti e 200 feriti. Ma chi sono queste persone? Chi erano? A nessuno importa nulla. Si diffonde odio e terrore senza che che nessuno si chieda – si sia chiesto – si stia chiedeno – nulla circa l’identità di queste persone capitate per caso nelle sparatorie.
E poi che senso ha continuare ora a scrivere, a lavorare? Farsi i fatti propri… Ci siamo illusi che la guerra fosse affar loro. Ma di chi? Dell’Isis? Dell’America? Del Premio Nobel per la Pace con Droni? Una cosa distante: lì, in Siria, in Libia, e Dio solo sa dove altro.
Chi erano? Avevano un’identità? O devono solo finire nel calderone delle vittime?
Ricordo Parigi, quando ci abitavo. République era la zona dei locali. Non sono entrata mai in quei locali. Mi aggiravo sola per una città respingente. Non ho imparato bene il francese, non parlavo con nessuno eccetto che con alcuni italiani, con un paio di brasiliani e con un arabo. Marocchino per l’esattezza. Ricordo una sera, bevevamo birra e mangiavamo crepes su una panchina sotto gli occhi di Notre-Dame. Gli piacevo. Diceva che avrei dovuto fare sesso con lui.
Ma ho qualcuno – dicevo.
Sei europea – diceva – non sei europea?
Ecco la sua idea di donna occidentale. Ho cercato di evitarlo per il resto della mia permanenza lì. Quell’anno ero diventata quasi razzista e mi facevo ribrezzo per questo.
Parigi è una città divisa in etnie. Si respira aria di battaglia per strada. Tutti pronti ad attaccare e difendersi. Nessuna integrazione.
Nonappena sentissero in che modo barbaro e inesperto tentassi di parlare la lingua loro evitavano di rivolgermi la parola. Dopo una certa ora – le dieci di sera circa – non era troppo raccomandabile uscire. Abitavo nel Quartier Latino, pieno centro, ma dopo le dieci tirava aria strana. Gli arabi in gruppo erano un unico e oscuro organismo delle tenebre. I francesi non ti degnavano di uno sguardo – a eccezione del gruppo del CeaQ, in cui studiavo. Fuori dalla Sorbonne non avevo contatti con alcuno. Mi sentivo inquieta, isolata e folle. Mi perdevo in lunghe passeggiate lungo Boulevard Saint-Germain e Saint-Michel. E poi me ne andavo a Montmartre, dove dei gloriosi anni Venti, di artisti bohémien e misteriosi atelier, non è rimasta che una cattiva imitazione.
Houellebecq è stato profetico – anche se Sottomissione non è il migliore dei suoi libri – ha veduto chiaro, raccontando il clima di tensione che pervade quella città.
Ora chiuderanno le frontiere ovunque in Europa. Proseguirà questa inutile guerra che colpisce quasi solo i civili. Si bombardano e bombarderanno altri civili, scuole, ospedali, in Siria, in Libia e anche dove non sapremo mai. Qualcosa accadrà anche a Roma con questo Giubileo Straodinario – sembra fatto apposta. Una decadenza precipitosa. È proprio il crollo dell’Occidente. E l’abbiamo voluto noi. Perché la fratellanza si costruisce nel tempo con compassione ed empatia. E invece, degne colonie USA – l’Italia e l’Europa intera – siamo capaci solo di calcolare. Il numero delle vittime. Il Pil. L’andamento delle Borse. La guerra serve alla Borsa. Mercati finanziari. Capitali virtuali. Azioni sulle industrie d’armamenti alle stelle. A chi giova questo Isis? A chi fa davvero comodo esista? Chi guadagna dalle Stragi?
Non ho risposte. Solo dilanianti domande. Tra le più urgenti:
CHI ERANO QUELLE PERSONE CHE HANNO PERDUTO LA VITA? VOGLIO SAPERLO!
UNA PER UNA.
I NOMI. LA VERITA’. OGNI SINGOLA ESISTENZA.
CHI ERA? CHE FACEVA?
QUAL ERA IL SUO SOGNO?
Per ciascuno.
E ancora: è giusto scrivere? È giusto continuare a svolgere il proprio compito come nulla fosse? È giusto condividere post su Facebook? O soltanto occuparsi del proprio piccolo inutile quotidiano?
Questa impotenza sgretola e disgrega. Rende vana qualunque azione. Qualsiasi affermazione. Qualsiasi idea o pensiero. È giusto? È davvero ancora possibile continuare a esistere in quanto individui mentre attorno centinaia di persone – senza volto e senza nome – hanno perduto la vita?
E poi c’è un’altra martellante domanda, un ossessionante dubbio:
Perché indire un Giubileo Straordinario? Quante altre stragi serviranno? Quanto altro odio? Quante altre guerre?

© i. p.
Immagine di Luigi Annibaldi

specchiula foto luigi

Insonnia fino alle prime luci quando guarderò la città imbellettarsi con i lampioni ancora accesi e il cielo di quel colore indecifrabile tra l’ocra e il blu mentre sfuma e non sarà il Salento la mia terra di quest’estate ricordo l’incipit dirti addio in quella chiesa di periferia in legno non ho pianto sapevo sarebbe arrivato il crollo ma non allora in quella parrocchia semivuota dal miasma d’incenso di questa solitudine ho giustificato le assenze è per via del caldo mi sono detta e poi le due decrepite al posto dei chierichetti accanto al prete africano in tunica viola quante volte ti ho promesso d’incontrarci per pranzare insieme a Monteverde ma c’era sempre altro quante stupide nullità si frapponevano tra me e il mondo e neanche mi accorgevo fosse l’ultima occasione di trascorrere del tempo spensierato e atarassico l’ultima volta prima del buio quante promesse mancate eppure mi sentivo inespugnabile anche in quel cimitero lontano fuori dallo spaziotempo nascosta tra i cipressi nell’afa di inizio agosto dove si issavano lapidi una dietro l’altra come in catena di montaggio ma il momento in cui la voce straniera del parroco ha pronunciato il nome tuo al contrario quello mi ha ferito avrei voluto tacessero tutti intorno gridare silenzio e non lasciar giù le lacrime di mio padre quanto siamo fragili adesso non lasciar nulla su quelle panche di legno che non ridanno vita né assoluzione è stato quando mi hanno raccontato del serpente nel portone sulla Pisana nero e giallo hanno detto lì ho cominciato a domandarmi qualcosa circa segni e simboli è delirante ma non impossibile

li sento strisciare ovunque ne abbiamo visto uno anche in Salento lungo il canneto lui ha scorto una coda bianca io non ho potuto non mi si concedono epifanie negative soltanto l’istante abissale delle immagini riflesse come il suono della risacca al tramonto quando i piedi si mettono in coda verso il sentiero di casa e noi restiamo in spiaggia a guardar l’ombra coprire gli specchi nell’acqua a guardarci coprire d’ombra come fosse il Tempo che scorre e rabbuia la scatola nera delle possibilità ho visto bodyguard portare in spalla un adolescente privo di vita nell’arena di una discoteca del sud sopra le rocce mentre si danza sulle rovine fingendo di amarsi tutti senza fiutare tutta questa morte senza fiutare l’urlo bestiale della falsificazione da the show must go on povero Lorenzo non aveva mica preso nulla e ne hanno fatto un martire da prima pagina allarmistica su shock da stupefacenti era un ragazzo dal cuore debole senza saperlo mai una notte con The Wall dei Pink Floyd piango da tirar fuori l’anima e non so perché non riesco a fermare il flusso e deflusso il vaso di Pandora si spalanca e soffoco ma ancora sono viva un altro giorno ancora sulla scogliera di Sant’Andrea quell’odore di polvere d’Oriente presagio mi domandavo come la gente potesse temere tanto la morte io la vita temo è lì che si annida il dolore l’umiliazione l’odio il senso di rivalsa l’ingiustizia suprema nella vita nelle increspature del linguaggio nelle intercapedini del non detto nell’urlo dei bambini della villa attigua negli sguardi di disprezzo per chi viene dal mare non nell’oblio non nella morte dove il dolore cessa e ci si prepara al grande passaggio

una notte invitati in una villa privata nei boschi di Borgagne con il prato alto campestre e le lucciole tra le spighe i limoni e gli albicocchi arredamento rustico minimale con rami al posto di attaccapanni rami e bastoni raccolti sulle spiagge una signora bionda elegante dai grandi seni e l’entusiasmo di un’adolescente come guardarsi allo specchio tra trent’anni un cane nero a sonnecchiare sul tappeto di vimini all’ingresso pareti porpora i bambini giocavano con serpenti di plastica ce ne stavamo in un angolo a bere sangria quando spunta un istrice dal bosco e tutti lì intorno a toccargli le spine come cortecce al tatto l’umano la più feroce tra le bestie mi venivano presentati biondi trentenni dall’aria angelica pienamente postmoderni vite divise tra Hong Kong e New York faceva il broker il biondo e s’intendeva di arredamento orientale come fa presto il reale a smascherarsi nel suo opposto parlava del sud come d’una rivelazione e di arredamento orientale usava maniere da galateo all’altro estremo del giardino un’amaca tra due ulivi e sedie sparse uno psicologo un ingegnere e uno scrittore parlavano di avvistamenti alieni lo psicologo domandava: perché ci ostiniamo a cercare nello spazio quando tutto quel che davvero vogliamo è conoscerci l’animo? e io dicevo vi fosse almeno una possibilità di ritrovarsi più fuori che dentro vedevo nello spazio sconfinato l’esistenza di una coscienza gemella i buchi neri divorano le stelle e dai buchi neri le stelle rinascono così all’infinito nel samsara leggevo Schopenhauer e meno di ogni cosa volevo smettere di volere ce ne stavamo nel giardino degli aranci con Giacomo e Giorgia a leggere incipit su iphone e indovinare i tratti filosofici di un’esistenza che pullula di particelle tra l’essere e il non essere immaginandone gli spettri come impressioni di quella stessa esistenza lasciate nei luoghi dalle persone al passaggio ancora in vita da qualche parte del mondo l’identità e la coscienza noi osservavamo sgretolarsi al suono dolce di un soffio di bora salentina e c’era come un senso di nostalgia nei gesti nelle sbronze e nottate insonni io e lui a scrivere fino a smembrarci

l’ultima immagine è mia madre con quel bastone che taglia la testa al serpente su Viale dei Pini una valchiria mia madre antica guerriera per poi scoprire fosse solo una povera biscia e torniamo in piena notte verso Roma con Iggy Pop in stereo nei vetri città immaginarie e misteriche con luci bianche come finestre di grattacieli nel buio e oltre quei vetri oltre queste strade ovunque serpeggia il nulla.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

ipa al mare

Io ero l’errore. La macchia nera nella stanza. L’inconoscibile altro, che il mondo doveva espellere. Provavo ad alzare la voce ma si bloccava. Si bloccava. Stavo seduta al banco e non riuscivo a parlare con nessuno. Il corpo era immobile. Assorbito nel verde dell’aula. Fissavo lettere e disegni sul quaderno. E le macchie di colore sui muri. Piccole sbarre. C’era l’odore pesante del fiato. Eravamo un grande cancro, tutti. Un enorme cancro sulla superficie della terra. Per ogni persona che respira un pezzo d’ossigeno in meno. Li guardavo giocare. Usare la voce per esistere. Io ero l’inesistente. Nell’esofago l’aria si bloccava. Era un peso. Ci sono cresciuta con questo peso nel torace. Vivevo un tempo sbagliato. Un tempo altro. Non riuscivo a rispondere ad alcuna domanda. Ma non ero muta. Quando poi mi decidevo a parlare, a essere altrove erano gli altri. Non mi ascoltavano. Non esistevo. Crescevo distante da loro. Li osservavo come attraverso un vetro. Loro potevano vederlo. Cercavano di romperlo. Fracassarlo. Sentivo le mani là sopra battere fortissimo. Credevano di vincermi. La verità era che mi temevano. Mi divertiva illuderli che avessero ragione. Che ci fosse in me qualcosa di mostruoso. Io non ero malvagia ma mi piaceva che lo pensassero. Dovevo confermare il loro grido di gregge. Dovevo fingermi parte di un gioco al massacro. Dovevo dipingere sul vetro maschere mostruose. Per sentirmi viva dovevo barare. Crescevo nell’illusione. Strappavo compiti. Vestivo di nero. Lanciavo sedie. Mostravo taglierini. Mi nutrivo della loro farneticazione.
Il ragazzo con gli occhiali si avvicinava per sbirciare quel che scrivevo sul quaderno. Gli lanciavo la sedia addosso. Piangeva. Disperava. Faceva grandi scenate davanti all’insegnante. Io ero segnalata. Seguita a vista. Controllata. Avevo gli occhi di tutti addosso eppure non mi ero mai sentita così invisibile. La ragazza dalle treccine bionde strappava fogli dal mio quaderno di disegni e segrete scritture. Rigiravo il taglierino tra le mani. Ripeteva insulti in flebili cantilene. Le sue compagne, anatre starnazzanti, le facevano eco. Rigiravo il taglierino tra le mani. Le sue compagne prendevano il quaderno e leggevano ad alta voce le mie parole. Rigiravo il taglierino tra le mani. Una voce dentro mi ordinava di agire. Rivolta, diceva l’altra Ilaria. Rispetto, diceva l’altra Ilaria. Vendetta, diceva l’altra Ilaria. Di scatto mi voltavo. Colpivo. La macchia rossa sulle dita della ragazzina bionda, il singulto delle sue lacrime, mi assalivano. Nelle orecchie la sua voce era una nenia orrenda. La sua pelle tagliata sembrava di gomma, mi chiudeva lo stomaco.
Avevo visto un’altra guardarmi dietro la porta della classe. Una ragazza magrissima dai capelli ondulati. La conoscevo di fama. Andava in quella che veniva denominata sezione Zeta, dove erano relegati i figli di nessuno. Avevo udito le parole dei suoi compagni. La chiamavano scimmia. Odorava di muffa, cenere rappresa, luoghi angusti. Veniva a scuola solo ogni tanto, qualche volta con gli occhi cerchiati di nero. Lei aveva visto. Aveva atteso il mio verdetto. Sospesa per sette giorni. Sette giorni con mia madre che imprecava e mio padre che dispensava nozioni filosofiche sulla libertà.
La mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro, diceva mio padre.
Non c’erano abbracci tra noi, solo parole metalliche, al gusto di ruggine.
Che cosa ti ha preso? Eri così brava alle scuole elementari, faceva mia madre. Le maestre mi dicevano che eri un genio. Scrivevi temi bellissimi, eri l’unica che faceva sempre tutti i compiti. La migliore della classe, la migliore. E adesso, che ti succede? Mi dicono sempre che non ti comporti bene, strappi i compiti in classe, picchi i tuoi compagni, non parli con nessuno. Cos’hai?
Non potevo rispondere a quelle parole. Sentivo solo il gusto aceto del bario intrappolato nell’epiglottide. Intanto mi regalavano giocattoli. Intanto mi regalavano cibo. Intanto mi ingozzavo di inutilità. E ingrassavo. E sformavo. E nascondevo il corpo al mondo, a loro, a tutti.
Giorni dopo tornai a scuola. La litania riprese. Ma stetti in silenzio. In silenzio a prendere insulti e battutine e maledetti occhi e maledette bocche e maledette mani. Sul mio mondo di vetro.
La ragazza dai capelli ondulati provò a superare la barriera senza infrangerla. Mary, si chiamava. Una mattina d’autunno si avvicinò nel cortile. Mille foglie rosse frusciarono sull’asfalto. Il cielo di piombo sembrò aprirsi. Avevo il gusto del cemento nel palato. Scostavo appena la lingua e il vento s’incuneava tra i denti. Lei aveva larghi boccoli castani e labbra color ciliegia. Veniva a tenermi la mano lì fuori. Non riuscivo a credere alla potenza di quella stretta. Avevo il cuore nell’esofago. Mi sentivo divampare. Nel torace sentivo slabbrarsi qualcosa. Andare in mille pezzi. Buttare fuori quel peso potentissimo che non mi lasciava respirare. C’era l’odore delle foglie d’autunno. E non l’avevo mai sentito. La bambina dai capelli ondulati mi disse: scappiamo. Scappammo. Lontano da scuola vedevo le strade aprirsi alla campagna. Un verde sconfinato. Un cielo che inghiotte. Quel mattino nella casa abbandonata eravamo streghe e sirene. Scucivamo il buio. Lei aveva le mani sfregiate. Le linee dei palmi erano un campo minato. Schegge rosse e croste su quelle mani. Le chiesi: cos’hai? Mi disse che fossero vetri. Come i vetri che calpestavamo entrando in quel casolare abbandonato. Fuori gli ulivi raschiavano il sole.
Perché ti fai del male? Le chiesi.
Mi disse che il male non fosse nel corpo ma negli sguardi feroci degli altri. Che fosse una prova tagliarsi per resistere a tutti quegli occhi. Stavamo sedute tra i vetri nel buio e fuori il vento divorava gli alberi. Li strizzava come fazzoletti. Le foglie si staccavano e volavano dentro.
Facciamolo insieme. Sarà il nostro patto. Lontane da tutto e da tutti. Per sempre unite.
Era il suo insegnamento. Ferire il corpo per fortificare la psiche. Insieme nel vetro. Lasciarlo entrare, crescere, inondare. Spesse pareti di vetro. Oltre noi. Oltre tutti.
Lasciai che afferrasse il mio palmo e chiusi fortissimo gli occhi. Il vetro tagliava. La mano si apriva. Entrava il dolore. E lei mi stringeva.
Non è dolore vero questo, non è niente.
A casa dissi di esser scivolata su un sasso fuori da scuola. Nessuno si accorse di nulla. Mio padre mi disse di fare attenzione. Mia madre versò gocce di una mistura verde sulla mia mano. Il giorno seguente andai a scuola con la mano fasciata. Mio padre mi accompagnò sin dentro la classe. Mary non la vidi per niente. Continuavo a comportarmi da piccolo mostro. Non parlavo con gli altri. Rispondevo solo se interrogata. Mi voltavo a guardarli con gli occhi dell’odio.
Vidi Mary dopo sette giorni all’uscita da scuola. Aveva due macchie marroni sotto gli occhi, erano croste.
Cos’hai qui? le chiesi.
Nulla.
Ti accompagno, disse, dove abiti?
Non posso, c’è mio padre…
Lei guardò la Opel rossa fuori dal cancello. Vide il sole brillare sul parabrezza. Gli occhiali scuri di mio padre. Il suo sorriso.
Se vuoi puoi venire con noi.
In macchina lui mi diede un regalo. Lo scartai. Era una maglietta nuova, di quelle che piacciono alle ragazze. Mary guardava fuori dal finestrino. Aveva l’odore della muffa. Spiavo i suoi movimenti distratti. Il bordo della camicia a quadri consunto e marrone.

Dove abiti? Chiese lui.

Lasciatemi pure qui, disse Mary.

Lui insistette per accompagnarla a casa ma lei non volle. La lasciammo all’angolo tra via Kennedi e il parco.

Continuammo a vederci qualche volta. A scuola non veniva quasi mai ma le dissi dove abitavo. Entrava nel grande giardino. Mia madre la guardava con sospetto. Ci chiudevamo in camera per ore. Le insegnavo passi imparati a scuola di danza. Preparavamo spettacoli. Sognavamo palcoscenici. Ridevamo insieme. Lontane da tutti e da tutto. Guardavo il suo corpicino di piccola donna. E mi piaceva. Sentivo qualcosa in quel corpo chiamarmi. Era perfetta nella sua magrezza e nei suoi capelli lunghi.

Un pomeriggio mia madre entrò in camera mentre ci allenavamo con i body a piedi scalzi. Entrò e aprì la finestra che dava sul cortile. Guardò i nostri piedi consumati e sporchi. Giorni prima era sparito un braccialetto d’argento, che mi aveva regalato qualche zio.

Ma tu ti lavi, Mary? Cominciò mia madre.

Lei la guardava senza fiatare. Gli occhioni sgranati e quelle piccole macchie sulle gote che non avevo mai capito se fossero croste di percosse o sporco rappreso.

Rispondimi, la usi l’acqua? Indossi i vestiti di mia figlia, voglio sapere se sai come si usano acqua e sapone! Lo sai che i tuoi piedi puzzano di formaggio e muffa?

Lei non disse nulla. In silenzio si alzò e si sfilò il body che le avevo prestato. Rientrò nei suoi vestiti e andò via senza dire una parola. Io e mia madre restammo sole per qualche minuto.

Non mi piace quella ragazza, non mi piace affatto.

Mi trascinò sotto la doccia e mi strigliò graffiandomi la pelle con una pietra pomice. Erano artigli rapaci nella carne. Strillavo. Mi dimenavo. Imprecavo. La odiavo, mia madre. Ma vinceva sempre lei.

© i. p.
foto di Luigi Annibaldi

spire

Ho bisogno di un attimo in cui tutto taccia tutto sia silenzio e null’altro ho la febbre e non sono pienamente cosciente di me e non sono pienamente sicura di nulla e talvolta appaio a me stessa come quella bambina asociale che con 38 di febbre svaniva in cosmonautiche convulsioni e smetteva di usare la parola poiché semplicemente non aveva nulla da dire a nessuno che sia questa l’ombra oltre il mio volere? riscatto quel riscatto so non ci sarà mai come mai ci sarà la rivoluzione come distante intravedo svanire all’orizzonte una qualsivoglia forma di livellamento come fai a non considerare il male tuo il male del mondo? come fate a dire malattia invece che società? come fate a vedere davvero le scissioni tra le cose? forse era questo l’esistere un filo invisibile di corpi che tutti li unisce.

Anya e Alex li trovo bene forse un po’ disillusi ma tutto sommato crescere significa rinunciare all’hic et nunc in funzione di un futuro possibile e un futuro in Irlanda è possibile più di quanto non lo sia in Italia abitano in un luogo misterico una grande villa del 1830 abbiamo trascorso gran parte del tempo nella loro stanza giorni dublinesi di nebbia e pioggia mentre fuori il cielo è di un viola irreale e i rami lo tagliano come unghie mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa nonostante le alterazioni e non ho temuto il freddo ho scritto e mi sono figurata una perfetta esistenza dublinese piena di libri e un lavoro qualsiasi ma in grado di tenermi in vita e giornate di gelo dietro i vetri gotici dalle lunghe tende bianche dietro i rami riflessi nei vetri dietro un mondo freddissimo di ville antiche e cattedrali e James Joyce e notti anfetaminiche allo Sneijder musica trance e approccio facile uomini spagnoli uomini irlandesi dai lunghi dread rossi esseri umani e io sola nessun contatto sola ovunque ma sto bene starò bene nella mia solitudine.

Quando parto non ho coscienza non ho identità non ho volontà mi lascio deglutire dalle vite degli altri solo così posso apprendere qualcosa il sapere è una forma di annullamento sacrificio in un certo senso cessione d’identità non puoi restare fermo nei tuoi principi se vuoi imparare qualcosa non puoi essere te stesso al diavolo l’autoconservazione.

Il tassista all’andata era schizzato faceva paura aveva un ghigno hitleriano con quei baffi si voltava in mia direzione scatti isterici degni di un perfetto scraccomane stava dando di matto perché non sapeva dove fosse il 245 North Circular Road a Phisbourgh continuava a ripetere come volesse uccidermi I know where is Phisbourgh I know North Circular Road but I don’t know where is 245 North Circular Road continuava a ripetere 245 North Circular Road voltandosi e guardandomi come lo stessi insultando poi mi chiede cosa mi porta a Dublino gli dico di amare questa città di amare Joyce e lui si volta di scatto Joyce? ancora una volta con quel tono iracondo come fosse un pensante insulto e in tono di minaccia you read the Ulysses? timida annuisco borbotta tra sé e sé come fosse un dato gravissimo questo mio amore per Joyce e per la distanza.

Me e Anya sulle sponde del Liffey vedo fumare sigarette di ghiaccio e parole di ghiaccio sopra i massimi sistemi se sia giusto o meno rinunciare alla propria fanciullezza in funzione di cosa se sia possibile ancora opporre una qualche resistenza al flusso indicibile del mondo che ti mastica nella nebbia nascosta lei occhi così chiari in copri capo di lana quell’aria impertinente la differenza tra me e lei è quella che intercorre tra nichilismo e cinismo io dispero e lei ride tutto crolla una pantera bionda vorrei la forza sua d’animo tra fiume plumbeo e nebbia in bianco e nero colori diafani in un mattino eterno in un tempo senza tempo in uno spazio senza fine consacrato all’altrove livido e irreale l’urlo dei gabbiani sulla ringhiera nera mangiamo dolci stupidi e ci fregiamo dell’idea assoluta della nostra eternità non andartene docile in quella buona notte ma infuria contro il morire della luce mutare pelle ogni giorno sopra tutto e tutti avventura odissea.

Nonostante il mal di gola nonostante la mia ansia nonostante il disagio a non finire delle notti postume cerco di emergere dal fango e ce ne andiamo per O’Connell Street e ogni volta fisso lo Spire proprio in alto bucare il cielo compriamo cianfrusaglie in un mercatino vintage una goana rossa dread forti e leziose efelidi labbra sottili vende dolci di fragola e vaniglia mangiamo come bambine sedute su seggiole lunghe iniettate nei profumi della città in questa luce diafana di decorazioni natalizie e brusìo passi che calpestano l’asfalto occhi multietnici e a guardarci dentro puoi indovinarne le intenzioni le dico ci pensi se Joyce si fosse mai seduto qui in questo luogo che magari prima era altro in questo punto preciso chissà cosa c’era prima chissà com’era prima e come vedeva la gente e cosa pensava di loro ci pensi? Anya mi dice pensava fosse scomodo e che i passanti fossero orrendi per le vie di St Peter Green pregne d’aroma di frittura e bancarelle in legno a forma di casetta mangiamo patate mentre parliamo della fine del mondo come una volta mi dice come puoi preoccuparti come può importarti davvero qualcosa? goditela finché dura mangiamo patate al forno e pizze nordiche le innaffiamo con cocacola alla vaniglia che sa di cera il riflesso dei rami degli alberi e del cielo infiammato nei vetri del palazzo di fronte sembra una stampa smerigliata come le foto dei gabbiani sul mare del nord non riesco a smettere di guardare tutta questa bellezza mi dice sai che hanno fatto? hanno manifestato perché non vogliono pagare la tassa dell’acqua e calcola sono solo 50 euro l’anno poi gliel’hanno abbassata a 10 euro l’anno e hanno manifestato di nuovo amo questo popolo calcola se ci fosse una guerra mondiale qui siamo s’un isola felice e guarderei le bombe dallo schermo della mia tv in living room mangiando patatine e tu cerca di venire qui prima che chiudano le frontiere le dico una guerra mondiale già c’è solo che non ce ne accorgiamo ci annebbiano la vista l’udito il tatto ogni cosa la guerra l’abbiamo persa tempo addietro Anya quando avevamo l’opportunità di ricominciare da zero ma i rapporti Anya non dico altro parlo dei rapporti umani non c’è più nulla sotto queste macerie null’altro che mercato e reputazione hanno vinto stravinto e poi dicono psicosi ma è solo una resa non ci resta che danzare sulle rovine.

Camminiamo per Grafton Street vi sono statue nere e solo dopo mi accorgo siano uomini sollevano cappello e occhiali se dai loro una moneta poco più in là un uomo dalla giacca a quadri e il cappello beige fa sculture di sabbia oggi una ragazza distesa sulla pancia di un cane ogni giorno arriva qui all’alba con un mucchio di sabbia gelata e comincia a darle forma un rocchettaro su di giri suona Pink Floyd urlando a più non posso un gruppo di teenager con le renne sui maglioni suona canzoni natalizie salutando noi chiuse nei nostri cappotti del sud e nelle nostre pelli del sud che congelano a dicembre ovunque esplode l’esistenza nelle arterie della città qualche raggio di sole violenta la nebbia diafana la foschia la goliardia dell’istante in questi colori ossianici e iperborei oggi va così tra le strade di Dublino assediate dalla melanconia della partenza e della crescita un ricordo della notte dopo lo Sneijder un uomo barbuto a petto nudo su O’Connell Street spiega cartoni per terra crea un tappeto di cartoni sull’asfalto dico ad Anya guarda è una performance lei dice che sia solo il delirio etilico di un alcolista una performance le dico una performance inconsapevole come gli amici ex tossici che ora si credono posseduti dagli alieni e quelli che invocano i cari morti in sedute spiritiche e i figli dei ricchi ugualmente devastati da anni di rave senza speranza nella luce assente delle periferie armate di cui ora non si vede più confine mi dice Anya sai qual è il punto noi siamo a metà strada tra la vita vera e il nulla ma non siamo ancora perse tutto è faticoso e sarà sempre più faticoso man mano che cresci diminuiscono le possibilità e aumentano le responsabilità.

In volo: le nuvole qui sono un mare di onde immobili il cielo al vespro iniettato di porpora è un incendio un’apocalisse nonostante tutto esiste la bellezza.

© i. p.