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Category Archives: degrado

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Odio il mio corpo.
Agli occhi degli altri sono bella, ma in questo specchio vedo solo deformità. Ho i solchi nella pelle, sono come scavata. Al posto degli occhi ho due burroni. Un volto troppo magro rispetto al busto, le spalle larghe e il torace troppo ampio rispetto ai seni. Questi solchi che fa la mia pelle, sembrano scavati da mani che piegano la carne e la deformano, ogni volta che mi guardo allo specchio. Così devo tagliarla, questa pelle deformata, staccarla con la lama di un coltello, tirarla via.
Avrei voluto essere una regina, perché non lo sono e, credo, questo corpo così sbagliato sia il frutto di certe cattive esperienze. Il Salento era la terra dell’estate. Era lì che si avveravano i miracoli e gli incubi. Non so quanto ci sia di vero e quanto di onirico, d’altronde Trauma e Sogno in tedesco hanno la stessa radice: Traum.
Quanto al mio corpo, avrei preferito essere una di quelle povere cagne violentate per strada da uno sconosciuto, una di quelle che non hanno scelta. Quel che odio di me è che io di scelta ne avevo, l’ho sempre avuta, ho preferito però farmi mangiare dagli sciacalli. I loro denti sulla pelle sono sbarre di un’unica prigione che mi lascio crescere addosso. Quel che odio di me è l’aver concesso loro di dilaniarmi. Avevo scelta, stare nel mondo, seguire strade predefinite, non rivoltarmi così tanto contro certi insegnamenti. Avevo scelta, nell’acqua, nuotare lontano, andare via da quelle braccia e quelle mani ficcate dentro il costume. Avevo dodici anni, sarei potuta fuggire. Avevo scelta dentro quel parco giochi. Il cigolio delle altalene. Il mio top rosa e il mio fuseaux rosa.
Non dirai niente a nessuno.
A nessuno.
Consumai i respiri sui suoi. Non era un estraneo, un malvivente, aveva appena un anno in più di me. Le sue mani dappertutto. E avevo paura. Restai immobile.
Aiutami, disse.
Senti, ho cambiato idea, andiamo via, ti prego.
Le altalene cigolavano e cigolavano e cigolavano. Cercai di alzarmi ma mi tirò giù. Scivolai nel terreno. Le cosce serrate. Io immobile.
Dai! La sua voce s’infilò nel corpo.
Io immobile. Avrei potuto alzarmi e spingerlo via. Ho pensato fosse meglio lasciare che si sfogasse e che tutto finisse quanto prima. Ho chiuso gli occhi. Il suo corpo su di me era quello di una bestia. Il suo respiro. Le altalene cigolavano e cigolavano e cigolavano. Non ero lì, non so dove, ma non lì.
Mi sono svegliata con le cosce e tutto il pantalone bagnato di qualcosa di caldo, il suo odore non andrà mai via.
È l’una, hai fatto tardi, torna a casa, mi disse, ti spiace se non ti accompagno?
Non parlavo più.
Tornai a casa ed era tutto così zuppo e impregnato. Qualcuno mi avrà visto passare con i pantaloni rosa pregni di rosso sul culo e sulle gambe. Solo chiudendomi in bagno l’ho visto, il sangue, tutto quel sangue. Dovetti trovare una scusa da raccontare ai miei. Mia madre bussò.
Sono caduta su un muretto, non ci credette.
Allora uno sconosciuto mi ha violentata in pineta, e svenne.
Che cos’ho fatto? Mi chiesi, sentendomi in colpa.
Poi mio padre seppe farmi confessare, hai detto una bugia, hai fatto molto male a mamma, dobbiamo parlare con quel ragazzo, ci parleremo.
Io non voglio!
E invece ci parleremo. Dovremo portarti dallo zio ginecologo per sapere se sei incinta.
Luci al neon. Dita nella vulva. Ratti. Un miliardo di ratti mi entrano dentro e dilaniano. Tutti a sproloquiare sulla mia intimità, mi hanno violentata per la seconda volta.
L’Oracolo dice sia stato questo l’incipit. E quei farmaci che mi diedero, Tegretol, Tavor, Valium. Stabilizzatori del tono dell’umore, benzodiazepine, ansiolitici.
Sul corpo mio chiunque ha agito e disposto come meglio credeva. Ora questo corpo voglio spezzarlo, infrangerlo, dividermi ancora, essere oltre, indossare maschere mostruose, divenire regina. Questo corpo voglio renderlo totem, oggetto di adorazione, divino. Questo corpo vorrei darlo a tutti e poi sottrarlo a mio piacimento, ma non è mai abbastanza. Sempre mi piego a chi lo disdegna, sempre scelgo immaginarie vittime-carnefici. Vorrei farlo a voi tutto questo male.
A chiunque consegno le chiavi della prigione. Nessuno vuole aprire. E tutti ridono oltre le sbarre.

© i. p.

casavecchia
Alle scuole medie, la festa in cui ti spogliavi e lasciavi toccare. Ma i volti li ricordi e gli odori e le mani. Tutto offuscato da una coltre di bruma. Ricorda il ragazzo tradito. Forse solo un particolare, le voci che dicono spogliati e il reggiseno che si sgancia, avevi grandi seni per quell’età. Dodici tredici neppure lo sai più. Ci si metteva in cerchio a giocare con la bottiglia, era blu, la bottiglia. Si beveva e fumavano spinelli, roba innocente, se tu non fossi stata il dono. E c’era l’amico del tuo ragazzo di allora, sì, il suo migliore amico che premeva affinché ti spogliassi. Ruotava la bottiglia e diceva bacio sulle labbra la prima. E c’era Giulia, la ragazza grassa, frantumata dai foruncoli. Tutti dicevano Giulia non gioca. E lei giocava. Con la paura di doverlo dare a lei, il bacio, con la paura di doverci finire insieme, i maschi sussurravano sboccati.
C’era una carta da parati nocciola e un afrore esiziale di aliti da latte che bevono vino e vomitano. C’era il fragore dei palloncini scoppiati. Perché gli adolescenti devono scoppiare i palloncini? C’era il tuo telefonino nuovo, un Alcatel verde, roba da medioevo, che trillava e nel trillo compariva un messaggio di Andrea, l’allora tuo ragazzo, in trasferta con la squadra di calcio che scriveva: amore, tutto bene? E tu: sì, tesoro, sono alla festa di Marco, ti saluta e io ti amo. Che cosa squallida dire ti amo a dodici tredici anni, che cosa dovevamo saperne noi dell’amore.
C’era Marco che ti metteva le mani nel reggiseno mentre rispondevi al messaggio. Poi accadeva che la bottiglia blu con le goccioline blu e lo sfolgorio blu sulla carta da parati nocciola facesse fermata puntando i tuoi piedi. Avevi un abitino rosso. Perché ti lasciavano uscire con quella roba oscena? E delle scarpine rosse con il tacco e la zeppa e un collarino borchiato e ti truccavi. Allora ti truccavi come ne avessi avuti sedici, di anni o anche venti. Tua madre ti rimproverava per quel trucco pesante da ragazza di strada. Tuo padre diceva: sembra ti abbiano pestato un occhio. Ma a te piaceva guardarti vedendoti adulta, con i capelli biondi tinti di lozione Shultz e gli occhi bistrati da soubrette.
Era proprio l’anno in cui a scuola non parlavi e svenivi, con gli altri ci parli, però, con noi ci parli, diceva la mamma e allora li accontentavi e smettevi. Una serie di insufficienze. Cercavano di capire cosa fosse accaduto. Non potevi dirglielo che l’anno prima a causa delle pillole, sì, del Tegretol, eri ingrassata come una vacca e ti pigliavano in giro e ti chiudevano a chiave in bagno inducendoti a svenire e poi se la ridevano. Però l’anno dopo era avvenuto qualcosa, tu stessa non sapevi come, avevi smesso di mangiare, ti erano rimaste queste tette, una seconda abbondante, che a dodici anni è proprio tanto. Eri dimagrita a dismisura. Usavi il fondotinta e i jeans stretti sul culo e trucco nero sugli occhi e magliettine scollate e non leggevi un libro che fosse uno. Ti comportavi da selvaggia e ti piaceva quest’immagine fottuta e strafottente, alle feste davi spettacolo, sempre ti lasciavi baciare da due tre ragazzi e dicevi sono la tua dea rispettami e piegati e io ti farò venire come neanche t’immagini.
Mandavano a chiamare i tuoi genitori perché: la ragazza è problematica, sta delle ore in bagno e l’altra volta la bidella ha aperto con le chiavi e l’ha trovata con Andrea che faceva, non so se riesco a dirglielo.
Però ti piaceva Andrea, aveva i capelli rossi e gli occhi verdi e le efelidi scure, sguardo impertinente di quelli che ti sbattono al muro. Ti erano sempre piaciuti i cattivi ragazzi. Era pessimo. A scuola andava da schifo, pensava solo al pallone, nei parchetti toccava il culo alle donne in minigonna e poi scappava. Fumava spinelli, che ebrezza pensavi e fumavi con lui. Le tue sinapsi fragili producevano bolle viola in cielo e scartavetravano la terra, aprendola in zolle e facevano rifrangere volti di cera nell’aria e scolorire gli occhi e sciogliere le facce. Gli eri svenuta davanti e lui era stato a fissarti tutto il tempo, immobile, incapace di reagire.
Adesso che la bottiglia ruotava e ruotava e puntava sempre i tuoi piedi, Marco t’infilava la lingua in bocca, quasi in gola, sapore di ruggine, e le mani nelle tette e le dita nelle mutande e lo facevano anche altri. Uno forse si chiamava Stefano, un altro Riccardo. Chissà perché, ti chiedevi, con le altre non lo fanno. Chissà cosa ho di speciale, di speciale, di speciale.
Il rumore dei palloncini che scoppiano. Erano proiettili. Bombe. Mentre qualcuno ti prendeva la mano e se la portava sul sesso, umido, viscoso, ridevi. Ridevi sempre, dovevi ridere, dovevi dirti sono io che decido, miseri coglioni. E poi scivolavi nell’altrove, mentre ti prendevano sul pavimento e qualcuno continuava a scoppiare palloncini come fossero bombe. La ragazza ha dei problemi, non parla. In qualche modo comunicherà pure.
Il giorno dopo Andrea venne a prenderti a casa come se nulla fosse e ti portò al parco, sì, al parco con i pini e i lecci e i salici piangenti. C’erano Riccardo e Stefano, e Andrea iniziò ad afferrarti per i capelli, e Marco gli stava di fronte e Marco ti rideva addosso, dicendoti quella parola. Ma come? Sei tu che hai tanto voluto. E Andrea ti sputava addosso e ti prendeva per i capelli e ti lasciava per terra, mentre tutti ti prendevano a calci, si tiravano fuori il cazzo e ti pisciavano addosso.
Ma lo sa? La ragazza ha dei problemi, non dovrebbe venire in gita, non dovreste lasciarla sola tutto questo tempo.
Nel letto di nascosto, nuotando nell’aria, non senti certe grida, certi messaggi atroci, certe telefonate notturne piene di insulti e di gente che ansima. Nel letto c’è solo il blu del blu e il fondo del fondo. Liquido amniotico. E nuotando nel fondo il blu si tinge di rosso. L’addome si espande, la cervice si assottiglia e dilata, i muscoli dell’utero che ti contiene si contraggono dall’alto verso il basso, le membrane amniotiche si rompono, si contrae anche il miometro, l’ipotalamo produce ossitocina e secreto nelle strutture capillari che perfondono la neuroipofisi. Vieni espulsa dal corpo materno, gettata in una vita che non hai chiesto.
Sfolgorio carminio di un cielo di sangue. Stai lì, nel fondo. Aspetti ti manchi il respiro e non manca, non manca mai. Fuori dal ventre materno resti a fissare il cielo dal fondo del pozzo, il cielo vergine bucato dal sole si frantuma nero.

© i. p.

ilapanchina

Lei entrò in ateneo camminando con la foga di una volpe. Mi fissava. Allora avevo una sconsiderata paura di esistere. Per qualche incomprensibile motivo un piccolo editore aveva deciso di pubblicare un mio libro, scrivendo prefazioni su quanto la mia poetica fosse un flusso di coscienza disincantato sull’io e il mondo, forse non tutti erano consapevoli del fatto che io e il mondo non ci conoscessimo affatto e aprioristicamente ci odiassimo. Lei era un’hegeliana, parlava in modo filosoficamente forbito intervallando il tutto con costanti cioè raga minchia gaggi. Diceva di odiare Anya. Eppure quando la incontrava la salutava con patetiche effusioni. Ciò accadeva d’estate, sulle panchine del Marrakesh. Anya parlava di sparizioni in pieno stile Chi l’ha visto. L’altra parlava di Hegel. Fu allora che la soprannominammo L’Hegeliana. Non ci eravamo mai scambiate neppure una sillaba. Mai fino a quel pomeriggio d’autunno in ateneo. Incespicando tra filosofese, giovanilismo postsessantottino e parole in tedesco, cercava di comunicare. Sospendevo il vomitevole giudizio che avrei dato di lei. La ragazza mi poneva domande letterarie sul mio libro. Fissavo la luce fioca novembrina fuori dalle finestre dell’ateneo. Evadevo ogni risposta. All’epoca non avevo gran voglia di comunicare, studiavo disperatamente e altrettanto disperatamente dissolvevo il tutto nelle ombre sballate dei riti del sabatonotte. Aveva i miei stessi occhi allungati a mandorla, possenti e oscuri ma non il mio corpo. Forme poco aggraziate le conferivano un aspetto di mammifero bruno. Gli abiti larghi non erano sufficienti a nascondere quella pesantezza, la attribuivo alla sua negazione, in piena antitesi hegeliana. Lei indossava maschere di complicità mentre mi offriva una notte insieme. Dopo lezione uscimmo, camminammo verso la taverna di via Nicolai, attraversammo il giallore delle luci di quella zona che donavano al luogo un’atmosfera cimiteriale. Attraversammo le scale del lungo edificio metallico delle poste e ci mettemmo in piedi fuori dalla Taverna del Maltese mentre anziani clochard ascoltavano I Beach Boys da stereo verdi e sozzi, e indiani venditori di rose ci importunavano credendoci una coppia lesbo. Poi c’era una fila di ragazzi dagli abiti scuri e sdruciti, copricapo retrò e capelli colorati. M’incamminavo nel dominio dell’inautentico, tra tutte quelle teste, baciavo il George Harrison che credeva di possedermi, banalmente ascoltavo l’ingenuità in cuffia sotto forma di Muse, lasciandomi denigrare da falsi punkabbestia, miei vicini, figli di borghesi, sulle scale delle poste.
Che musica è pischella dimmerda!
La ragazza hegeliana mi difendeva ai loro occhi soltanto per dimostrarmi la sua superiorità onto-anagrafica. Un anello di metallo le scintillava all’angolo destro del naso, sarebbe potuta essere bella se solo avesse voluto. Quelle notti baresi, a bere coca e rum e vomitare sul rosso pavimento della taverna vecchia, lei si prendeva gioco delle mie nevrotiche rappresentazioni adolescenziali. Probabilmente ora direbbe lo stesso di me, non ricordo i nostri discorsi, è tutto come sommerso da una nebbia leggera che ricopre ogni cosa. Ricordo le traversate immaginifiche verso borghi dell’entroterra su lerci regionali con veleni ketaminici nascosti nel reggipetto e femminei discorsi sull’uso e usufrutto che uomini trentenni facevano dei nostri corpi. Le parlavo di M. Allora possedevo la nichilista convinzione di un dominio dal basso, raccontavo alla mia presunta amica di quanto piacevole fosse il dolore sadomasochistico alla Pauline Rege.
Un giorno lui ti ucciderà – diceva sempre – un giorno ti farà fuori.
Sembrava quasi dimostrarmi una qualche forma di bene ma allora ignoravo quanto labile fosse la demarcazione tra bene e male, tra essenza ed esistenza, tra essere e tempo. Allora ero il tempo. Ero l’incondizionato. Ero l’assolutamente altro. E per questa mia psicotica alterità non veniva poi difficile prendersi gioco di me. Sniffavamo la keta su copertine di dischi rovinati, piegando il capo sotto i sedili. Vagavamo nei paradisi sintetici per non esperire gli inferni metropolitani. Il treno si fermò e scendemmo. Un uomo grasso e sformato da zoloft e abuso d’alcol da discount e anfetamina, ci venne incontro. Quell’uomo si chiamava Pace, nel pieno dominio dell’ironia della sorte. C’incamminammo verso il primo bar dalle forti luci al neon e versammo vino rosso in calici, brindammo, stendemmo altre righe, sniffammo. Avveniva un inganno libidico nella favola postmoderna che stavamo a raccontarci. Avveniva la sospensione dei corpi perché questo è la ketamina: antimateria. E in quella felicità liquida l’anestesia atrofizzava ogni cosa. L’uomo grasso ci raccontò di aver torto la coda al proprio gatto e di averlo poi spellato lentamente con un coltello, ancora vivo, l’aveva scuoiato. Il micetto miagolava e lui scuoiava, il micetto piangeva e lui scuoiava, il micetto urlava e lui scuoiava. La pelle, raccontava, veniva via con tutto il pelo. La coda sembrava un lungo verme peloso e le membra si staccavano, il sangue colava sulle sue mani, s’incrostava nelle unghie. L’anestesia cresceva, si compivano atti terrificanti e li si copriva con risa scarne. Nel frattempo stavo aspettando M. ma non lo davo a vedere, la mia presunta amica se n’era accorta, lanciava spiacevoli sottintesi mentre i miei occhi balenavano fuori dalle luci al neon, verso il giallore dei viottoli antichi del borgo.
Si vede che aspetti lui – diceva – devi imparare a fingere – diceva – stendine un’altra – diceva – anestesia!
Ci alzammo nel pieno della liquidità psicofisica, camminammo tenendoci l’un l’altro per le braccia come vecchi ubriaconi. Volevo il cielo, era una ferita, uno squarcio verticale di mondo ingoiato. I corpi erano completamente insensibili al tatto così potevo ignorare di passeggiare accanto a una troia e a un assassino. Di fronte ci camminava un gruppetto di esseri vestiti di nero, mi sarebbe piaciuto guardarli in profondità. Fu allora che dovetti ri-acquisire la consapevolezza corporea. I muscoli si irrigidirono e la bocca dello stomaco mi sputò fuori il veleno in un getto di bile verde acido. Il cielo iniettato di stelle si gonfiava e sgonfiava con me al suo interno che cadevo e non toccavo mai fondo. Mi sembrava di avvertire l’urlo isterico di quelle risa. Quando sollevai gli occhi era troppo tardi, M. e i suoi amici ci erano passati oltre. La notte si consumò in un ex-statico cercarsi di occhi tra misture alcoliche e strisce di inappartenenza. La mia amica continuava a ripetermi le forme addominali della mia ingenuità. A un certo punto credetti mi amasse. Cercava di sfiorarmi le dita che non avevano più il dono del tatto.
Che t’importa di lui? – diceva.
All’alba abbandonammo lo squartatore di gatti e c’incamminammo nella foschia della stazione addormentandoci l’una sul corpo dell’altra e poi sul treno fino a casa. Erano notti inconcludenti e inappropriate, trivellate da inopportune telefonate di genitori smadonnanti in crisi di panico.
Quando uscimmo dal treno l’aurora squarciava i palazzi, la fontana di piazza Moro era un ricordo irreale di monadi e metafisici annullamenti. L’amica assonnata e dal forte alito di rum annunciava paniche crisi e antitetici timori del giorno a venire.
Resti a casa da me? – diceva – ho bisogno di affetto – diceva – non sopporto la domenica – diceva.
Mi lasciavo convincere dall’oscurità dei suoi occhi, così affrontavamo il giorno e la terra e i pesanti corpi privi di anestesia, corrosi dai più disparati veleni. Facevamo colazione in scalcagnati bar di San Pasquale con i panni appesi sopra le teste e gli schiamazzi in gergo dei ragazzi sui motorini. Bar traslucidi dalle sedie zebrate e baristi pelati con davvero pochi denti in bocca. Bar con biliardini, videopoker, cessi guasti e lunghi banconi a specchio, dove lei attaccava bottone con eleganti alcolizzati del mattino. Uscivamo nascondendoci dalla pesantezza del sole, ci aggrappavamo al cigolio delle reti di sovraffollati letti. Assumevamo ipnoinducenti, eppure non dormivamo. L’amica mi teneva una mano sul collo e schiudendo labbra e occhi mi implorava di baciarla. Levandosi le vesti esponeva nudo il suo corpo di forme adulte a me sconosciute. Non sono certa di esserne stata realmente attratta, anzi, in alcuni momenti l’odore alcolico del suo fiato e della sua pelle mi facevano ribrezzo. Nonostante tutto lo feci. Mi spinsi su di lei, dentro di lei. Toccai la fronte sua con la mia. Accarezzai le sue labbra e le spinsi la lingua nella cavità orale. Era un sapore ruvido, di unione più che di libido. Raccolsi i suoi morbidi seni tra le mani, allargando il più possibile le dita, sfiorai i grandi capezzoli che s’irrigidirono incontrando le mie mani e superai il sapore acido che mandava il suo corpo di tossica e alcolizzata. La feci mia così. Mi sentivo potente come un uomo e fragile come una bambina, accarezzavo il crespo dei suoi peli. Lei non si muoveva. Non ero certa le piacesse. Eppure la vedevo contorcersi. Gemeva. Ansimava. Io ero questo puro piacere da donare. Orgasmica libidine. Ero corpo e stomaco e odore senza ragione. Mi lasciavo irretire dagli altri corpi poiché solo come madonna del godimento potevo sentirmi. Infilavo le mie dita nel taglio tra le sue cosce. Le impregnavo. Ci mettevo anche le labbra e leccavo. Poi mi disse:
Fai con questo.
E mi passò il cellulare.
Mettilo dentro – mi disse.
Mi sembrò una cosa orrenda ma lo feci per adorarmi nell’altrui piacere e infilai questo oggetto metallico nella sua fica fino a sentirla contrarsi ed esplodere. Mi liberai e lei si addormentò. Era mezzogiorno trascorso, le tende alle finestre facevano bolle d’aria. I miei dovevano aver chiamato la polizia denunciando la mia sparizione.
Qualche sera più in là Anya mi raccontò di aver udito l’Hegeliana sproloquiare sulla presunta banalità del mio libro. Se pubblicano lei, allora io devo vincere il nobel per la letteratura, affermava di averle sentito dire dinanzi ad alcuni dei nostri cosiddetti amici, per giunta. Anya mi disse: non fidarti di lei e non perdonarla, lo rifarà. Anya mi disse: non fidarti di nessuno, ti tradiranno. Anya mi disse: devi sconfiggerli prima che lo facciano loro.
Allora mi resi conto di quanto poco valessero i corpi. Mi resi conto dell’esistenza della ferocia dei perdenti. In fondo quella sera avevo tradito più d’un principio. Avevo parlato con un assassino di gatti in botta di anestetici per elefanti. Avevo scopato con la mia futura nemica senza nemmeno pretendere di goderne. Avevo vomitato ai piedi dell’uomo che credevo di amare. Avevo sprecato un’altra notte nel dominio metafisico dell’inautentico e non avevo avuto ciò che desideravo.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

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Il pomeriggio vedevo Anya, in quella sua stanza zeppa di poster gotici di donne. Mi raccontava le sue storie, ironizzava su tutto ciò che mi spaventava. Imitavo i suoi gesti, il suo vestire. Calcolavo le dimensioni della sua vita, dei suoi fianchi. Provavo le sue forme cercando somiglianze. Anya mi raccontava disgrazie di gente a noi vicina, finita in overdose o in clinica psichiatrica. Sembrava odiarli tutti, disprezzarli più che altro. Ascoltavamo terrorcore guardando immagini scheletriche sul desktop. Diceva di voler diventare anoressica e rideva, rideva sempre. Anche la sera, fuori da Storie, tra la gente, lei padroneggiava cinismo e sarcasmo. Non sembrava più odiarli. Lei riusciva ad entrare in contatto con loro. Chiunque poteva adorarla. Le stavo dietro ma non brillavo mai della stessa luce. Si allontanava con uomini in larghe felpe e capigliature da opera d’arte concettuale, lungo le vie secondarie del parchetto di via De Vito Francesco. Non parlavo mai con nessuno senza di lei. Tra me e gli altri c’era un muro invisibile. Anya tornava soddisfatta da giri in automobile a sniffare eccitanti di vario genere. Ci sedevamo sulle gradinate delle poste, di fronte alla Taverna. Quando stava a raccontarmi c’era un tono nella sua voce che la rendeva altissima, non si sporcava mai, lei riusciva a non cadere mai. Vendeva vestiti usati a ragazzine smanianti di somigliarle, bastava ti guardasse per farti vergognare della tua stessa esistenza. In questo la trovavo formidabile: nel modo suo di stare al mondo, come se non esistesse il dolore. Forse lei sul serio non soffriva.

Una volta una di quelle ragazzine si mise a piangere. Anya imitava la sua voce e svelava agli astanti segreti sulla famiglia della vittima predestinata. Mi chiese di portarle un’altra birra. Ero andata via mentre un cerchio di persone stava a guardare lo spettacolo, e c’era odore di hashish nell’aria. Anya poggiata a una macchina fumava una sigaretta. L’altra ragazza e una sua amica si erano avvicinate e avevano detto qualcosa circa i vestiti da lei venduti, forse sul prezzo esagerato, a detta loro, o sul fatto che fossero di taglie non conformi, non ricordo bene. Anya manteneva un ghigno di una calma innaturale, quando l’altra disse: io non mi faccio fregare da una stronza. Con molta calma Anya alzò il sopracciglio destro disegnato con la matita, mi guardò.

Mi prendi una birra per favore?

Entrai nella rosticceria che odorava di olio per le macchine. L’uomo senza incisivi mi diede un’heineken. Uscii e trovai la ragazzetta mora dai capelli rasati al lato, piangente, la sua amica ammutolita e la gente in cerchio triplicata. Anya afferrò la birra, le dita sulle mie in quel preciso passaggio mi diedero una scossa. Anya mi guardò complice. I suoi occhi erano così chiari da rasentare il bianco. Prese le mie mani e le mise attorno alla sua vita. In questo gesto io con lei ero invincibile. Continuò a parlare con la ragazzetta circondata da risate e vocalismi dialettali.
Salutami tuo padre, digli che ha tutta la mia stima, anch’io picchierei a sangue mia figlia sapendola così grassa e demente.

L’amica prese sottobraccio la ragazzetta con i capelli rasati solo da un lato, e la trascinò via.

Prima che le alzi le mani! Disse.

Anya gridava alle loro spalle.

Non aspetto altro. Mi avete sentita? E dillo a tuo padre, casomai decidesse di picchiare anche me, digli che lo aspetto con uno strap on!

Tutto intorno la gente sghignazzava e rideva. La schiena di Anya poggiata contro il mio torace mandava un odore di vaniglia. Mi premevo su quella schiena, sarei scomparsa al suo interno. Avvertivo la forma delle vertebre sul mio petto. Mi piaceva sentirmi con lei un unico corpo, una persona aumentata. Non provavo pietà per chi da lei si lasciasse ferire, li trovavo patetici, come lei li definiva. Però non riuscivo a fare lo stesso.

Anya si dileguava nel buio, camminando su quelle zeppe altissime come scalza. Mi tiravo su il cappuccio, la seguivo in case di sconosciuti, alle tre del mattino. Si brindava con superalcolici scadenti e righe bianche. Alla fine del mondo, si brindava. Adoravo la sua crudeltà, era così estrema da non potersi definire davvero crudele. C’era un’innocenza in quella crudeltà, un bambino che nulla sa del mondo e si prende quello che può scalciando a destra e sinistra. Invidiavo quell’innocenza, non sarei mai stata capace di tanto.

Un giorno Anya partì per Dublino, mi disse: non ci divideranno, non ci divideranno. Mi aveva comprato un peluche di tigre. Il pomeriggio prima della partenza l’avevamo trascorso da lei, nelle lenzuola, dopo una notte di bagordi. I corpi nostri così vicini, sempre sull’orlo. Non osavo toccarla, mi bastava starle accanto. Potevo sentirmi addosso il suo profumo. Mi teneva le dita sotto le lenzuola. Accarezzavo i fianchi suoi ma non accadeva altro. Ci stavamo accanto, eternamente in bilico. Ascoltavamo Trent Reznor.

Senza di te mi sento divisa, diceva.

Scivolavo tra le sue braccia, nella pelle sua bianchissima.

Quel pomeriggio, andando via da quella casa, al tramonto, non scorgevo i colori del crepuscolo. Vedevo gli alberi spogli. Sentivo freddo. Avevo l’impressione che tutto fosse più spoglio. La città spenta, priva di luce. La strada di casa mi sembrava diversa, come se qualcuno avesse sottratto ai giardini i colori. Mentre camminavo avevo l’impressione che ogni cosa stingesse. Era una fotografia anni trenta e io ero ferma lì, al centro di quella fotografia. Stingevo anch’io.

Quella notte mi ricoverarono in pronto soccorso, per via di una strana allergia. Mi ero svegliata all’improvviso senza respiro. I bronchi otturati. Un prudere fortissimo proprio dentro i polmoni. C’era stato un grande sconquasso. I miei, svegliati dai colpi di tosse forti, mi avevano trascinata d’urgenza in pneumologia. Non sentivo che quel prudere e prudere e prudere. L’aria entrava, immagazzinavo tutto, ma non espiravo mai. Inspiravo, inspiravo, inspiravo e non buttavo mai fuori. Quando arrivai in ospedale mi trovai un ago nel braccio e un aerosol nelle narici. Continuavo a vedere stinto e il medico disse si trattasse di una cheratite acuta. Attribuì anche quello all’allergia. Guardavo il mio scheletro sulla lastra.

Non fumare, disse.

Quando lei arrivò i medici non volevano farla passare. Sentivo i passi nel corridoio e riconoscevo le frequenze della sua voce.

Voglio vederla! Gridai.

Si accostò al letto e io non volevo piangere. Ci lasciarono sole per qualche minuto. Mise le mani sulle sbarre di ferro e in quell’istante pensai di essere patetica come la gente che amava demolire. Poi si avvicinò ancora, mi fissò dritto negli occhi. Mi prese la mano. Il suo calore si diffuse tra le linee dei miei palmi.

Non fare cazzate, disse.

Non sei più partita…

Ho l’aereo tra quattro ore.

Prima di andarsene si era rannicchiata su di me, mi aveva sfiorato le labbra con le sue.

Io smetto, cerca di darti da fare anche tu, non siamo abbastanza patetiche per fare una fine di merda.

Se non avessi ascoltato quelle raccomandazioni avrei vissuto il resto della mia vita in una bara. Ho fatto sempre l’opposto di ciò che mi è stato consigliato, forse l’ho fatto per cattiveria. La mia, meno innocente di quella di Anya, ha a che fare con qualcosa di molto lontano. Dentro c’è un’altra che muore e sono io a ucciderla. Ogni volta che muore io mi sento più forte e più debole, e spingo l’esperimento più a fondo. Ogni volta più a fondo. Ma lei sempre rinasce dal fondo. Fenice. Ogni notte mi sveglio senza respiro. I colori non sono mai tornati quelli di una volta, e ogni anno che passa è tutto sempre più stinto, sempre più stinto, sempre più stinto. Iperboreo. Ossianico. Nordico. Eppure so che quando tutto sarà completamente spento, io tornerò alla luce.

© i.p.

sigaretta

Una volta conobbi un satanico o sedicente tale. In realtà non era propriamente satanico. Apparteneva a una setta sul genere dell’occultismo. Ci siamo conosciuti su uno stupido blog adolescenziale. Non ci siamo mai visti di persona. Ero maledettamente attratta da lui. Non ho mai constatato quale fosse il suo vero nome. Non so se le storie che raccontava fossero realmente accadute. All’inizio l’avevo scambiato per un’altra persona.
Nella stanza del computer, illuminata solo dalla fioca luce della lampada verde sulla scrivania in ferro battuto, mentre scrivevo le mie acritiche fandonie su quel vecchio blog, mi capitò di leggere un post di una decadenza e di un lirismo quasi osceni. Trattava di una donna e scriveva con parole apocalittiche e oracolari la trucida fine che avrebbe voluto riserbarle. Ti farò piangere lacrime di sangue, concludeva.
In effetti in quel periodo c’era davvero qualcuno in grado di farmi piangere lacrime di sangue (vedi Fatti male). Così, nel pieno dominio dell’ingenuità che sfiora l’idiozia, gli scrissi che non comprendevo il motivo per cui desiderasse così spasmodicamente la distruzione di una creatura che lo amasse. Disse che avrebbe distrutto chiunque avesse tentato di comprenderlo. E io rivedevo lui. Le nostre notti estreme. Il desiderio assoluto. L’estasi. Il mio parlare. Il mio cercare un contatto fisico anche dopo sedute di inconsapevole sadomasochismo estremo. Il suo silenzio. La sua distanza. La sua indifferenza. Come se fuori dal corpo non vi fosse nulla in me che valesse la pena scoprire.
Gli scrissi: sei tu, ammettilo. Mi confidò che gli sarebbe piaciuto farmelo credere. Ci si diverte sempre con le anime belle. Disse che se fosse stato realmente così crudele avrebbe giocato con questo mio dubbio. Osare l’impossibile. Grande la confusione. Come in un testo di Lindo Ferretti. Volle convincermi di non essere colui che credevo. In effetti era plausibile, aveva sin troppa proprietà di linguaggio. Affermava che la fotografia del mio avatar mostrasse una donna che cercava di sorridere con le labbra mentre i suoi occhi piangevano. Mi alzai per prendere dell’acqua. Vidi, nel corridoio, la sagoma del mio cane morto anni addietro.
Dopo qualche giorno ci risentimmo. Leggevo i suoi apocalittici sfoghi. Lo trovavo talentuoso e geniale. Molto più di me che da sempre avevo desiderato diventare scrittrice e invece riuscivo solo a propinare all’umanità il mio intrinseco stato dispercettivo. Trovavo nella sua poetica quella bellezza che collima con la mostruosità. Descriveva orge, riti propiziatori, sacrifici animali, stupri, ma lo faceva con un lirismo potentissimo. Aveva un linguaggio ottocentesco. E sentivo tra quelle righe un fil-rouge che dall’orrore si tramutava in disperazione.
Ogni giorno tornavo da lui. Qualcosa in quell’essere risultava spezzato. Da quei brandelli ero attratta. Più che dall’intero. Diceva di aver commesso atroci atti contro l’umano. Diceva di essersi macchiato di irreparabili colpe. Parlava di fisica quantistica e matematica riemanniana, di antimateria, omeostasi ed entropia.
La parola entropia venne introdotta per la prima volta da Rudolf Clausius nel suo Abhandlungen über die mechanische Wärmetheorie(Trattato sulla teoria meccanica del calore), pubblicato nel 1864. In tedesco Entropie deriva dal greco ἐν en, “dentro”, e da τροπή tropé, “cambiamento”, “punto di svolta”, “rivolgimento” (sul modello di Energie, “energia”): per Clausius indicava dove va a finire l’energia fornita ad un sistema. Propriamente Clausius intendeva riferirsi al legame tra movimento interno (al corpo o sistema) ed energia interna o calore, legame che esplicitava la grande intuizione del secolo dei Lumi, che in qualche modo il calore dovesse riferirsi al movimento meccanico di particelle interne al corpo. Egli infatti la definì come il rapporto tra la somma dei piccoli incrementi (infinitesimi) di calore, divisa per la temperatura assoluta durante il cambiamento di stato.
Una volta mi raccontò la sua iniziazione. Aveva 12 anni quando una ragazza di dieci anni più grande lo condusse nel covo. Non me ne fornì una descrizione precisa ma volli figurarmelo come una cantina. Disse di aver amato quella donna così intensamente da aver prosciugato l’intera sfera emozionale.
Quella notte, mi raccontò, fu vittima di una serie di abusi. Continuò ad amarla. Abusò a sua volta di altre persone, ragazze piccole, torturandole e violentandole in gruppo, animali, bambini, migranti privi di documenti, tutto ciò che non aveva il potere di ribellarsi si tramutava in sacrificio. Partecipò a un rito in cui venivano bruciati i genitali di un adolescente. Continuava ad amare quella donna senza tuttavia averla mai sfiorata. Un giorno trovarono il suo corpo che penzolava appeso a una corda. Da quel momento lui non avrebbe più amato, né provato alcun genere di piacere sessuale. Seppure perseverava nel prendere parte a certi rituali, non ne traeva ormai alcun piacere.
Mi raccontò di sentire la voce sua ogni notte, come fossero legati da un piano di nebbia che collega il regno dei vivi a quello dei morti. Quella voce gli ordinava di proseguire il lavoro da lei cominciato, e iniziare nuove vittime alla setta.
Le sceglieva bene le sue vittime. Andava nei locali dark e si nutriva dell’altrui decadenza. Donne abbandonate, tossiche, narcisiste fuori controllo, borderline. Cominciava come un gioco di seduzione e si tramutava in horror. Diceva di voler smettere ma di non poter disobbedire a quella voce. Gli feci intendere che mi sarei volontariamente offerta come vittima. Fu una provocazione. Provocare nell’altro il sentimento di compassione era la mia chiave segreta per addomesticare i mostri. Soltanto che adesso non saprei dire se quei mostri fossero davvero fuori di me. Mi disse che avrebbe dato la vita affinché una creatura innocente come me non finisse per perdersi nelle vie della corruzione. Mi disse di mollare quel porco bastardo che mi faceva tanto soffrire, di mettermi a scrivere seriamente. Leggeva i miei post sul blog, sosteneva che io avessi una qualche forma di talento. Gli dissi di non averne alcuno e di voler porre fine alla mia esistenza per questo. Gli raccontai quello che era accaduto a me a 12 anni. Talvolta ci sentimmo per telefono. Aveva una voce puerile. Parlavamo a lungo dei nostri drammi e dell’impossibilità di uscirne.
Tempo dopo presi un treno. Lo raggiunsi nella sua città. Ci vollero dodici ore di viaggio. Non l’avevo mai visto in volto e non conoscevo il suo vero nome. In quella città fredda e sconosciuta, ricoperta di neve e gente dagli occhi nordici, cercai un internet point. Mi collegai e lo cercai. Gli dissi il luogo e lo aspettai 3 ore. Non aveva neppure risposto. Dopo la terza ora di attesa, tra ubriachi in fase di approccio e islamici indotti, dalla mia gonna corta, a fare le più squallide tra le avance, mi scrisse un messaggio in cui diceva di essere fuori città per diversi giorni.
Trascorsi la notte in una stazione che aveva l’odore della campagna. Un uomo grasso si tirò giù la lampo e mi mostrò i genitali. Una vecchia barbona gli lanciò addosso una bottiglia di birra. Emanava un olezzo di malattia venerea. Il cemento laido di cenere e polvere e avanzi di cibo e lattine, accoglieva il suo letto di cartone. Le diedi tutto quel che avevo nel portafogli e attesi l’aurora intirizzita al fianco del suo ipertrofico russare.
L’indomani presi il primo treno per il mio maledetto sud. Non risentii più l’uomo misterioso. E ancora non me ne spiego la ragione. Eravamo identici nelle nostre sofferenze e violenze subite e inferte. Immaginai molte cose su di lui. Molte ciniche crudeltà: che fosse storpio, che fosse menomato, che fosse disabile, che fosse vecchio, che fosse impotente, che fosse un ragazzino, che avesse l’AIDS, che fosse orribile e non so cos’altro. Però non sono mai riuscita a dimenticarlo.
Nei processi naturali l’entropia dell’universo dello stato finale è sempre maggiore di quella dello stato iniziale. I buchi neri divorano le stelle. Il concetto di mancanza s’incunea nell’umano come unica aderenza a una realtà fisica in decomposizione. Solo ciò che manca ha dignità d’essere, ciò che era e non è, ciò che sfugge, che sfrange, che si dissipa, in tutta la pienezza che per convenienza chiamiamo vuoto.

© ilaria palomba
foto di luigi annibaldi

ila fatta male

Nino sta sul cesso di casa sua arrapato con Nina nuda che gli siede sopra. Accanto il lavandino arrugginito, incrostato e la porta che non si chiude. Nino infila il cazzo arrapato tra le cosce di Nina e, con una mano premuta sulla schiena di lei, la spinge in avanti e in basso, per farlo entrare meglio. Di là si sentono rumori di stoviglie, un bimbo che piange, la sorellina che grida, la voce possente della mamma che strepita. Nino mette un dito sulle labbra semichiuse di Nina, proprio sopra il piercing e si sporca della sua saliva, quella geme forte e lui le fa sch, sch, ci sentono di là. Mentre la scopa Nino pensa, godendo, al giorno in cui con gli altri è andato in piscina, alla nuotata che hanno fatto, al freddo boia, alle pieghe del costume di lei nell’acqua, al dito che le ha messo tra le gambe e alla pera che si sono fatti insieme negli spogliatoi. Nino tira fuori il cazzo e spinge la schiena sudata di Nina più in basso, glielo infila nel culetto roseo e tondo. Lei un poco si ribella ma poi se lo lascia fare. Lui guarda in alto, la grande macchia di umidità sul soffitto sembra una laguna verdastra piena di vegetazione e gli gocciola in testa. La porta cigola mentre Nino eiacula nel culo di Nina. La porta si apre e la madre di Nino, mora, grassa e baffuta, entra in bagno senza pudore e si mette a gridare: hai finito? tua sorella si fa sotto! Nina guarda incredula la madre di Nino, gli occhi fissi sulla bruna peluria sotto il suo mento, mentre sente lo sperma scenderle giù dalle natiche e sporcarle inguine e cosce. La madre di Nino richiude la porta sbattendola. Di là il bambino piange e la sorellina grida devo fare pipi. Nino sposta Nina da sé, prendendola dai fianchi e lei piano si sdraia sul pavimento. Nino si tira su i pantaloni e prende la siringa che prima ha nascosto dietro il cesso. Nina allunga il braccio e Nino infila l’ago nella pelle sua, preme lo stantuffo e poi fa lo stesso con il proprio braccio. Nino si stende accanto a Nina che ha ancora addosso l’odore acre di quel sesso violento e impetuoso. Nino tocca il capo di Nina, i suoi capelli rosa stinto che grondano sudore, le labbra spalancate in cui entra quella goccia dal soffitto. Nino si stende accanto a lei e con lei entra nel soffitto, in quel lago con i platani e i quadrifogli, le fronde che accarezzano il cielo, il tepore mite dell’acqua che rilassa la muscolatura e penetra dolce nelle ossa. Una luce chiarissima a schiudere i cieli. La sorellina irrompe di corsa in bagno con la mano tra le gambe. C’è un odore acre di sperma e sudore e pelle consumata, muffa, putrescenza. La sorellina guarda gli occhi bianchi di Nino e Nina che fissano freddi e assenti il soffitto. La pipì zampilla dall’orlo dei suoi pantaloncini e fa una pozza sul pavimento.

© i. p.

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(Foto di Luca Caravaggio)

sangue

Dove sei? Sono più di due ore che sei fuori. Sei uscita con quella tua amica, quella un po’ zoccola, bionda. Andiamo a fare shopping, hai detto. Ma sono le otto di sera, ora i negozi sono chiusi. Dunque dove sei? Non sarete andate a ballare, perché se foste andate a ballare me l’avresti detto. E poi a te non piace ballare, non ti è mai piaciuto. Allora dove sei? Da quanto tempo ti sto aspettando? Attimi. Minuti. Ore. Dove sei? Il sapore amaro del caffè Illy. Quel profumo al gelsomino sulle lenzuola sfatte. La voce insistente del telegiornale che tenta di colpirmi ma con scarsi risultati. Le mie orecchie assorbono ogni sillaba ma non rimandano l’impulso al cervello. La mia mente è altrove. Dove cazzo sei? Mi dilanio le unghie, la pelle si stira, si contorce, viene via. Dove sei? Probabilmente quella grandissima troia ti avrà portata in un pub, sì, uno di quei posti in cui la gente beve, parla, ride, scherza e approccia. Ora starete ascoltando dell’immonda musica commerciale mentre le sue labbra si accostano al tuo lobo e ti sussurrano: li vedi quelli? E tu li vedi. Ora sai che puoi guardare altri uomini oltre me. Uno dei due è riccio e ha gli occhi verdi, un maglione dello stesso verde degli occhi, l’altro, un professorino occhialuto molto magro, con lo sguardo da falco. Il riccio incrocia il tuo sguardo. Dove cazzo sei? Per un attimo ti senti una merda per averlo fissato così insistentemente. Ci hanno puntate da un pezzo, osserva la tua amica zoccola. E tu ti fingi distratta, il sapore della Guinness tra le papille gustative, la lingua passata sui denti con la stessa frenesia con cui hai distolto lo sguardo dal riccio. Dove sei, bastarda? Sono le nove di sera. I negozi sono chiusi e tu sei in un fottutissimo pub. Il tagliere di salumi è quasi finito. Hai mangiato tutti quelli piccanti. Ora hai quel sapore in bocca e lo innaffi di Guinness, te la scoli in un attimo per toglierti il piccante dalle labbra. Uno di loro si alza in piedi e viene verso di voi. La bionda si stira un ciuffo di capelli freschi e laccati con l’indice e il medio. Vi scambiate sguardi complici. Dove sei? Il professorino finge di essere molto occupato con qualcosa sull’iphone. Dove sei? Il riccio è a un passo da voi, avete da accendere? Non si può fumare qui dentro. Adesso fai anche la spiritosa, peccato che con me non va mai così, l’ironia devo cavartela fuori come un dentista caverebbe un dente cariato. Il riccio indica la porta. Andiamo un attimo lì fuori. La bionda zoccola annuisce contenta, ha un golf rosso con uno spacco a V sul seno, due bocce rifatte che rimbalzano negli occhi del riccio. Dove cazzo sei? Stai già tirando fuori l’accendino dalla borsetta nera di Furla mentre la tua amica si è alzata in piedi, respira profondo, mostrando quel miracolo di chirurgia estetica un po’ a tutto il locale. C’è quella stupida canzone di Cesare Cremonini, com’è che fa: una come te? Ecco adesso il riccio infila gli occhi nei tuoi, è sicuro che insomma vi siete intesi. Gli porgi l’accendino, lui ricambia con una sigaretta. Il professorino si alza in piedi e viene verso di voi senza aver mai tolto gli occhi dalla scollatura della tua amica mignotta. Avete quattro sigarette in mano. Il sapore della birra amara giù per la gola. Uscite. Tu indossi un paio di jeans di quelli ben stretti sul culo. Il riccio adesso t’incolla gli occhi a quel culo che si muove verso l’uscita del locale e diventa un cuore. Il riccio non toglie mai i suoi occhi schifosi come artigli da quel cuore pulsante. Immagina di toccarlo, assaporarlo, morderlo, penetrarlo. Siete fuori, il rumore delle auto, il freddo d’inizio febbraio. Andiamo dentro a prendere le giacche? La zoccola non accenna a muoversi. No, poi non si noterebbero più le sue tettone rifatte, allora una cosa diavolo spende seimila euro a zinna se poi deve indossare un giubbotto che gliele nasconde? Soprattutto in situazioni come queste. Il gusto secco della Galouise che stai fumando. Il sapore del lucidalabbra al lampone appiccicato al filtro della sigaretta. Presentazioni. Che fate dopo? C’è un concertino jazz in un locale a Trastevere. Veramente dovrei tornare a casa, accenni, mio marito mi aspetta. E facciamoli aspettare questi mariti, ti zittisce subito la zoccola mentre il professorino le ha già piantato una mano intorno alla vita, ora stringe la carne dei suoi fianchi. La tua pelle è intirizzita, dalle labbra sputi fumo anche se hai finito la sigaretta da più di dieci minuti. Entriamo? Il riccio paga la tua Guinness e il professorino lo spritz della zoccola. Troia, dove cazzo sei? Sei imbarazzata, lo so, ma non lo dai a vedere. Quegli occhi verdi scrutano ogni dettaglio. S’infilano nelle fibre della maglietta, nelle tasche dei jeans. Quegli occhi sono cazzi e ti strusciano ovunque. E poi le rughe d’espressione sulla fronte, la carnagione ancora abbronzata. Cosa fai? Vai a sciare? Veramente sono un subacqueo. Cioè sono un avvocato ma ho sempre avuto la passione per le immersioni. Tu cosa fai? Lavoro per un’agenzia immobiliare. No, non guadagno molto, di questi tempi poi. Si è passati da Cremonini a Vasco Rossi. Voglio trovare un senso a questa vita. Dove cazzo sei, baldracca? La tua amica è lì che gioca con le dita del professorino. Gli sta dicendo che lavora in un negozio di alta moda mentre il suo indice fa cerchi concentrici nel palmo di lui. In realtà fa la commessa in un negozio di cinesi. Lui ovviamente insegna storia dell’arte ma al momento non è di ruolo. Sì, è un momentaccio per tutti. E poi via, fuori a bere ancora. A confondere nell’alcol i desideri di questa notte. E io qui su questo divano a sciroccarmi una televendita con altre due zoccole, ma con vent’anni meno di te e della tua amichetta succhiacazzi. Tutta questa carne esposta e svenduta in primissimo piano. Sono le dieci di sera, dove cazzo sei? C’è quel pane duro di ieri ancora lì incartato. Ecco, lo scarto. Prendo il coltelo da cucina, quello di venti centimetri per tre, manico rosso, affilato, i miei occhi iracondi si specchiano nella lama. Il pane duro si taglia come un pezzo di ricotta. Faccio due fettine e il resto lo conservo. I primi due li infarcisco di prosciutto crudo e parmigiano di stamattina. Ripongo il coltello nel mobile, anzi no, lo lascio sul lavabo, dovessi volermi tagliare altro pane. Mi scolo un’altra heineken. La terza di stasera. Addento il panino e immagino di addentare il tuo collo candido. Quel collo che ti sfiori mentre sei in macchina, sedile davanti, accanto al riccio che guida con quegli occhi dello stesso verde del maglione e non guarda la strada, guarda te. Spero che vi ammazziate. Ti volti un attimo, la mano sul collo ti ha provocato un eritema, hai sempre avuto la pelle sensibile. O mio dio, non ci posso credere. La tua amica pomicia come una grandissima baldracca con il professorino che per l’occasione ha pensato bene d’infilarle anche una mano tra lo spacco di quelle tette, così grosse. Ti irrigidisci. Perché tu, sì, sei troia, ma non così troia. Dove cazzo sei? Su quel sedile diventi di pietra. Fai un paio di sorrisi forzati. Il riccio cerca di sorriderti anche lui, sai, il mio amico non ha una femmina tra le mani da più di due anni, vorrebbe dirti ma non lo fa. Dove cazzo sei? Siete arrivati nel jazz club, vicino piazza Trilussa. È una porticina nera. Si entra. I due maschioni pagano l’ingresso. Si scende. Le pareti sono rosse. C’è odore di vino d’annata appena stappato. In fondo alla scala una luce soffusa. Dieci tavolini rotondi e delle sedie lavorate in ferro battuto. Sul palco di fronte un paio di tizi, uno con un sax l’altro al pianoforte a coda, di quelli che ti piacevano tanto e che avresti voluto in casa prima di smettere definitivamente di suonare. Ecco, sediamoci lì. Mi raccomando, scegliete l’angolo più appartato. Dove cazzo sei? Si avvicina un cameriere, di quelli col papillon. Sono le undici. Dove cazzo sei, troia? Una bottiglia di chardonnays, il riccio vuole fare il galante. Tartine e chardonnays. La biondaccia con le zinne rifatte si siede sulle gambe del professorino. Ecco il vassoio. Il vino scende nell’esofago. Le tartine al tartufo deliziano le papille gustative. Il riccio t’incolla gli occhi addosso, ti acchiappa con i suoi e non ti molla più. Vai un attimo in bagno, devi pisciare, non ti trattieni. Ti guarda il culo a forma di cuore mentre lo muovi lontano da lui. Cammini reggendosi alle pareti rosse. Cazzo, quanto ho bevuto, pensi. Poi l’alcol proprio non lo reggi. Ecco, sei arrivata in bagno, rischiando un paio di volte di intralciare i camerieri con i vassoi. Una porta nera col disegno stilizzato che sta per signore. Ecco, ci sei. Una goccia di urina ti ha sporcato gli slip. Finalmente apri la porta, slacci i jeans, abbassi le collant e le mutandine bianche di pizzo. Uno scroscio di pioggia dorata scende fluido centrando il fondo del cesso. Mannaggia, non c’è la carta igienica, va be’, pazienza, ti tiri su le mutandine che ti lasciano una sensazione di umidità tra le gambe. Una goccia calda ti scivola lungo la coscia mentre ti rialzi i pantaloni. Ti lavi le mani, te le asciughi addosso. Dove cazzo sei? Fai per uscire dal bagno della signore quando osp sbatti contro qualcuno che causalmente, con tanto di disegno che capirebbe anche un bambino, ha sbagliato porta. Dove cazzo sei? Di là suonano Summertime a luci soffuse, la tua amica si è fatta infilare le dita nelle mutande, davanti a tutti, dal professorino. È mezzanotte. Dove cazzo sei? Sbatti i pugni contro il suo maglione verde acqua poi sollevi lo sguardo ed è lui. E allora non puoi più trattenerti. La sua lingua nella tua bocca cerca la tua. Le sue mani finalmente acchiappano quel culo tondo e sodo su cui ha sbavato per tutta la sera. Le sue bave sulle tue labbra. Il segno del tuo lampone sul suo collo. Le mani nelle increspature dei capelli. Vi chiudete nel cesso. Le tue mani sul lavandino freddo. Le sue a sbottonarti i jeans. I tuoi occhi socchiusi sbirciano lo specchio. Il suo bacino in avanti. I tuoi jeans giù fino alle ginocchia. Le sue labbra spalancate. Una mano sui tuoi fianchi l’altra sulla schiena e poi giù tra le tue gambe ad accarezzarti i peli. Quella goccia di pipì si è trasformata in un lago. I tuoi occhi nello specchio acchiappano i suoi, socchiusi e trasognati, vogliosi, predatori, mentre le sue dita scivolano nel tuo ano e poi qualcosa di grosso e caldo. Ahia, mi fai male. Lasciati andare. Lasciati andare un paio di palle. Ormai è già dentro. Ti brucia. E poi guardi nello specchio il suo bacino avanti e indietro avanti e indietro e poi sempre più veloce. E la tua schiena sempre più schiacciata sul lavandino. La tua mano destra afferra il rubinetto freddo come fosse un cazzo. E lui sempre più avanti e indietro nel tuo culo mentre le sue dita sfiorano il clitoride e i tuoi umori ti sporcano le gambe. Dove cazzo sei? Troia, te la stai spassando? Sono alla decima heineken e un filmaccio americano tra inseguimenti e sparatorie. Non riesco più a comprendere una sola parola e adesso neanche a sentirle le parole. Queste immagini del cazzo mi ronzano in testa come mosche fastidiose, ansi zanzare, zanzare tigri. Ecco che sta venendo. Il suo seme scivola fluido nel tuo culo. Arriva fino all’intestino. Poi vi rivestite. O mio dio, cos’ho fatto. Anch’io sono sposato, dai, dopo tanti anni, queste cose capitano. Ti tranquillizza. Dove cazzo sei? Il concerto è finito. Sono andati via tutti. La troia e il prof aspettano solo voi. Lei ti sorride sgargiante. Ecco la mia amica, addirittura più troia di me. Sigaretta? Indubbiamente. Quattro passi per raggiungere l’auto. Fa un freddo boia. Dove cazzo sei? Ora ha anche una mano intorno alla tua vita. Le Galouise stanno per diventare le tue sigarette preferite. Posso avere il tuo numero? Meglio di no. Tanto lui ha il mio, esordisce la biondaccia, organizziamo un’altra uscita a quattro in questi giorni. Sì, ma non diamo nell’occhio, sai mio marito. Azzardi. Tuo marito deve darsi una bella calmata! Fa la zoccola. Mandalo in psicoterapia come ho fatto col mio, adesso prende il darkene e la sera si addormenta ancora prima che io esca. Risate. Ecco che vi lasciano dove avete parcheggiato. Saluti salutini baci bacetti. Sulla bocca? No, no, sulla guancia, dai, sulla bocca è esagerato, in fondo è stata solo una bella scopata. Ci risentiamo, allora. Contateci. E adesso siete nella sua smart, rossa come il suo maglione. Dai, racconta! No, no, m’imbarazza. Ve la siete spassata, eh’ tutto quel tempo in bagno… Abbastanza. Ma ora sono in ansia. È l’una, cosa dico a mio marito. Dove cazzo sei, lurida troia, baldracca, pompinara? Ma dai, digli che stasera abbiamo giocato a fare le teenager, che siamo andate al concerto di quel gruppo… come si chiama’ quello che ti piace tanto. I Portishead? Eh! Sì, brava, loro. Ma scherzi? Ci sarei andata con lui e poi avrei preso i biglietti secoli prima, non è mica scemo. Va be’, dai, una scusa la trovi. Intanto siete al Pigneto. La smart rossa attende che tu infili le chiavi nella toppa. Il rumore delle tue mani che tremano. Non trovi la chiave. La bionda se la ride. Eccola, l’hai trovata. Poi tutti quei piani a piedi. Hai il fiatone. Dove cazzo sei? Cammino avanti e indietro nell’ingresso. Questo mobile in legno con tutte le cartacce da riordinare è tuo. Perché io non lavoro da ormai un anno e non ho più nessuna cartaccia da riordinare. Cammino avanti e indietro e mi tocco la testa stempiata e mi tocco la barba. Avverto un rumore di tacchi. Poi la chiave che gira nella toppa. Eccoti. Entri. Hai il fiatone. I capelli in disordine. La voce del telegiornale parla di elezioni, disoccupazione, accoltellamenti. Accoltellamenti. Eccoti. Divertita? Hai i capelli in disordine. Li metti dietro le orecchie. Guardami! Ti grido contro. Mi guardi. Sono stata con la mia amica. Lo so che sei stata con quella baldracca della tua amica. Ma ti senti bene? Perché fai così? Cammino avanti e indietro. Voglio solo sapere se te la sei spassata ben bene. Siamo state al cinema. Ah, sì? A vedere cosa? L’ultimo di Tornatore. Ah sì? E di che parla. Cominci a spiegarlo. Non ti ascolto, non sento neanche un millesimo delle tue parole. Boiate! Amore, ma stai bene? Sei tutto rosso paonazzo, ti prego. Boiate! La mia mano si schianta sulla tua guancia. Lanci un urlo. Ti schiacci contro il muro punti la porta. Ma che sei scemo? Gridi. Il coltello è lì accanto al lavabo, in una casa di quaranta metri quadri non ci si mette nulla a trovare gli oggetti quando servono. Benissimo, dico, adesso calmo. Dove cazzo sei stata? Te l’ho detto al cinema, ora tremi. Tremi forte. La mia mano stringe il manico di plastica del coltello. Ti prego non fare così, mi spaventi. Voglio la verità. È la verità! E allora dalle otto alle dieci dove sei stata? In un bar, a bere una cosa. A bere, rido, rido forte adesso avvicinandomi a te lentamente con l’arma in mano. A bere, ripeto. A bere, ripeto ancora più lentamente. Amore, ti prego. Adesso senti il tanfo del mio alito da dieci litri di birra. A bere, ripeto ancora sussurrando. Sono a un palmo da te. Con quella zoccola. Non parlare così di… non ti lascio finire. Il mio coltello contro la tua gola. Ti prego sussurri, ora piangi, piangi, brava, godo quando piangi a causa mia. Finalmente conto qualcosa. A bere. Ripeto. Ti sfioro la gola. Gridi. Ti tappo la bocca. Zitta troia. Ti spingo il palmo contro le labbra, mi sporco delle tue bave. Piangi forte forte e mi sporco anche delle tue lacrime. A bere. Ora il mio coltello preme sulla tua carotide, le prime gocce di sangue sgorgano libere sul tuo collo bianco. Poi di scatto mi tiri via con un calcio in pancia. Faccio un passo indietro. Afferri la maniglia, stai per scappare. Dove cazzo vai? Richiudo la porta, ti prendo per i capelli. Ti metti a urlare. Ti scaravento a terra e poi mi avvento si di te. Una coltellata in gola, quel collo così candido, una nello stomaco e una nel cuore, così vediamo se ce l’hai un cuore. Il suono di una sirena. Il coltello sporco del tuo sangue ora finisce nella mia gola. Meglio la morte che il gabbio. E tutto questo per colpa tua, troia. Non riuscivo a credere che fossi così vuota come persona, ho dovuto squartarti per accertarmene.

 

 

 

 

 

 

© Ilaria Palomba

(foto di Luigi Annibaldi)

Buio. Fulmini. Tunnel a righe gialle e nere. Luce. Luce infinita, fiammante, esagonale, circolare, decagonale luce.

Schiumi. Ti mettono le dita tra i denti per non farti sbattere. Ti aprono gli occhi con la forza, li rovesci indietro. Non è che non ci sei: tu senti e capisci ogni cosa, solo che c’è anche quell’altra realtà, quella con i tunnel di luce. Perché tirarti su da una visione così bella?

Poi arrivano quattro schiaffi, avverti il tocco delle mani fredde e ruvide in faccia, pizzicano, fanno male. Un getto d’acqua gelida ti infradicia l’occhio destro, le labbra e il colletto della maglietta. Stringi forte i denti e senti un urlo. Ti viene quasi da ridere ma hai le labbra troppo rigide per farlo, è come se qualcuno le avesse incollate con il das.

Un altro po’ d’acqua e non riuscirai a tenere gli occhi indietro ancora per molto. Tutte quelle mani sulla pelle, gliele vorresti strappare quelle mani. Schiaffi, acqua, dita in bocca.

Il tunnel diventa opaco e sfumato, la luce si riduce fino a lasciarti al buio pesto. Hai gli occhi chiusi e le labbra ferme.

«Alessandro? Alessandro? Alessandro!»

Una voce femminile ti ridesta. Hai aperto gli occhi. Li stropicci. Non c’è nulla di peggio al mondo che vedersi attorniati da una marmaglia  di stronzetti con i musi ghignanti e due Prof che li spingono indietro dicendo loro:

«State indietro, non c’è nulla da guardare.»

«Alessandro c’ha la scossa! Alessandro c’ha la scossa!» gridano in coro gli stronzetti.

E le Prof lì giù a dargli addosso con le parole. Parole, solo parole.

Perché con i fatti sei tu il diverso, il pazzo, l’inadatto. Sei tu quello che non avrà mai uno stralcio d’amico perché c’hai la scossa.

Te ne vai all’ultimo banco. Il posto al tuo fianco è vuoto: il tuo vecchio compagno si è spostato vicino a un altro.

Ti metti a disegnare una ragnatela su di un foglio a quadretti mentre la Prof ricomincia a spiegare le equazioni. Senti la gente ridere e non sai bene se sia una tua percezione distorta, come vortici e tunnel, o una realtà di fatto. In effetti non sai ancora distinguere le cose che immagini da quelle che avvengono davvero.

Una pallina di quaderno accartocciato vola sul tuo banco. Ti guardi attorno sospettoso. Due ragazze al banco davanti al tuo si parlano all’orecchio, non è detto stiano parlando di te ma tu non riesci a pensare diversamente. Il secchione del primo banco ha la mano alzata e non ti sta proprio calcolando, forse non sa neppure che esisti. Poi c’è Luca, terzo banco, orecchino al naso, jeans levi’s, denti storti e occhi celesti: quei denti, quegli occhi. Parla basso col compagno di banco e a tratti si gira verso di te. Ride. Gli si vede tutto il giallo e il nero negli spazi tra i denti.

Sei indeciso se aprire o no il bigliettino. A dire il vero ti vien voglia di ribaltare gli occhi e tornare a gravitare tra i vortici di luce. Le tue mani dalle dita tozze e le unghie mangiucchiate sudano e si passano il bigliettino. È ruvido. Tagliente.

Ti schizza ai neuroni la sensazione tattile dell’ultimo bigliettino, dieci giorni fa, Luca ti aveva scritto:

«Resta con noi dopo la scuola, ci divertiamo. Ci vediamo al bagno dei maschi.»

Avevi pensato che uno strano come lui e uno strano come te avessero qualcosa in comune, qualcosa da dirsi, da viversi. Eri andato in bagno, eri rimasto ad aspettare. Ti aveva accolto con un abbraccio fraterno. Senti ancora il calore di quell’abbraccio sulla pelle. Ti aveva detto che avresti fatto parte di loro. Gli altri due dietro a ghignare e sbavare come iene. Eri stato a sentire. Ti aveva detto, solo, che dovevi fargli un piccolo favore. Una cosa da niente, aprendo il cesso. Ti ci aveva spinto dentro e aveva chiuso la porta. Là dentro un cumulo di diarrea sul cesso e sul pavimento. La nausea ti aveva raggiunto in men che non si dica.

«Dai! Prenditi la scossa! Svieni! Svieni! Voglio proprio vedere se cadi sopra la merda!»

E gli altri dietro a ridere come iene.

Avevi calciato la porta con tutta la forza che avevi. Ma loro erano dietro che spingevano. E là dentro puzzava, l’aria si condensava, le cose iniziavano a perdere colore, il blu delle mattonelle del bagno diventava un verde rovescio di bile. Il bianco opaco del cesso, un bianco latte andato a male. Ci avevi provato a resistere alla tentazione del nulla ma alla fine aveva vinto lui ed eri caduto di testa nella merda.

Ora con il biglietto tra le mani ingoi saliva stagnante e ti sembra di ingoiare la puzza di quella merda. Tremi. La Prof di matematica ti domanda se va tutto bene lì dietro. Fai sì con la testa, ingoi dell’altra saliva. Luca ti fissa dritto negli occhi. Quell’azzurro ghiaccio ti si conficca nelle pupille, senti i globi oculari pulsare come se dovessero esploderti. Il suo ghigno ti si ficca sotto la pelle come una spina.

Ti infili il bigliettino in tasca e vai in bagno. Luca ti segue con gli occhi. Sa benissimo che stai tremando per lui.

Apri la porta con il cuore in gola temendo di trovare qualche agguato ma lì dentro non c’è nessuno. Solo tu e i tuoi ricordi. Di colpo senti aprire la porta. Sobbalzi.

Luca?

Non è Luca. È un ragazzetto magro, con i capelli ricci e gli occhi neri, le dita tozze e le unghie mangiucchiate. Uno che non hai mai visto. Un tizio con la maglietta rossa, stropicciata e i jeans vecchi e le scarpe da ginnastica fuori moda. Uno che entra nel cesso e non chiude la porta, così senti lo scroscio della sua urina. Uno che si chiude la lampo mentre esce dal bagno e non si lava le mani.

«Scusa – gli fai – posso chiederti una cosa?»

Quello ti guarda, sorride, tra i suoi denti smaglianti ne noti uno scheggiato, te ne accorgi perché è lo stesso dente che anche tu hai scheggiato, in uno dei tuoi tanti viaggi nell’iperspazio.

Sgrana gli occhi come per dire: allora?

«Vieni a scuola qui da molto? Non ti ho mai visto.»

Lui ride. Lo sapevi, è come gli altri, ti prende per il culo. Gli fai cenno di lasciar perdere.

«Io non lascerei perdere» ti fa.

Si avvicina a te. Qualcosa ti dice che nella tasca del giubbotto ha un taglierino e che te lo pianterà in gola, non sai come lo sai, lo sai e basta.

Giri gli occhi a destra e sinistra. Poi li tiri indietro. I tunnel ti chiamano.

Lui è più scaltro di te e prima che tu cada a terra ti sferza un colpo di taglierino verso gli occhi. Lo scansi. Non sai da dove ti venga questa forza ma adesso ce l’hai, è dentro di te. Gli afferri il polso e lo rovesci. Il taglierino cade a terra e il ragazzo si piega su se stesso. Con la voce roca che gli parte dallo stomaco, stringendosi il polso, dice:

«Era questo che intendevo!»

Non capisci. Sai solo che ora hai un taglierino in mano e un bigliettino stropicciato in tasca. Il ragazzo si rialza, ti chiede cos’hai da toccarti le tasche dei jeans in continuazione.

Gli dici che deve farsi gli affari suoi o lo sgozzi. Il ragazzo sorride. Dice che sei uno che impara svelto, e che gli piaci. Tu non capisci perché uno che ti è saltato al collo con un taglierino debba interessarsi a te. Probabilmente è un’altra trappola.

«Fa vedere, cos’hai lì dentro?» fa lui tendendo la mano.

Stringi così forte il taglierino che le tue mani cominciano a sudare e la plastica a venir via. Il ragazzo alza le mani.

«Ok, ok, fa come credi» va via.

Ti affacci alla porta del bagno e lo vedi lì sul corridoio:

«Aspetta!»

Si volta:

«Cosa c’è?»

Gli chiedi di tornare indietro. Lui ritorna.

«Come ti chiami?» domandi.

«Alessandro»

«Mi prendi per il culo?» gridi.

«No, che cazz…perché dovrei prenderti per il culo?

«Io mi chiamo Alessandro!» gridi.

«Che cos’hai in mano, Alessandro?»

Stringi forte il biglietto. Lo stropicci e lo lasci cadere a terra. Lui lo raccoglie. Stai a guardare con le sopracciglia arricciate e il cuore a tremila. Lo apre, legge ad alta voce:

«Se vuoi la rivincita aspettami in bagno alla prossima ora.»

Alza lo sguardo: «Vuoi la rivincita?»

«Non sai neanche di cosa si tratta!»

«Beh so solo che prima ti ho puntato contro un’arma a una distanza minima  e tu l’hai scansata»

«E allora?»

«E allora saprai anche prenderti una rivincita con chicchessia, qualunque sia il motivo»

Tu sbuffi: che ne sa lui delle tue scosse. Che ne sa di questo demone che quando meno te l’aspetti ti fa cadere a terra come un sasso e elettrizza il tuo corpo. Ti metti il taglierino in tasca.

«C’è una cosa molto semplice che devi fare: restare in piedi» ti dice. Poi va via.

L’ora successiva è arrivata. Le Prof dopo le crisi di solito ti lasciano in pace, se fossi stato qualcun altro a quest’ora ti saresti già beccato una nota grossa quanto un quaderno.

Ci siamo, è ora. La porta del bagno si apre. Senti la puzza di fumo, ti vedi comparire tre teste di cazzo con le sigarette accese. Luca davanti agli altri che fa finta di aspirare e trattiene colpi di tosse. In fondo non è davvero padrone del suo personaggio, senza quelle due iene lui non è nessuno. Il cuore ti trapana il torace ma tu resti lì fermo.

«Allora sei un uomo d’onore…» ti fa lui mentre ti gira attorno con i suoi scagnozzi e ti butta il fumo in faccia. Trattieni i tremolii delle mani e delle ginocchia. Taci. Aspetti la sua prossima mossa. Ti tocchi la tasca, il taglierino è lì, al sicuro. Devi stare attento a non destare sospetti.

«E sentiamo – ti fa, buttandoti la cenere sui vestiti – che rivincita vorresti?»

Gli altri due ridacchiano, ti toccano i vestiti, ti strapazzano i capelli, scrollano le sigarette sulla tua testa. Quelle mani, detesti le loro mani. I loro occhi, tu non li sopporti. Ma adesso stai lì fermo senza abbassare la  guardia, senza abbassare gli occhi. Non rispondi. Aspetti che siano loro a fare la prima mossa.

Le mani ti sudano e senti i piedi incassati nel pavimento.

Luca si spazientisce e fa un cenno del capo agli altri due, così ti spengono le cicche sulle braccia. Il bruciore ti fa saltare come una molla e senti le cose venir meno. La stanza perde colore e incominci a barcollare. Stai per cadere giù quando vedi l’altro Alessandro fermo sulla porta che ti grida contro:

«Alessandro! Il taglierino!»

Il gesto parte dal braccio, la mente non c’entra. Non pensi a nulla. Estrai il taglierino in un lampo e lo sbatti nella pancia di Luca. Lui cade a terra incredulo e le sue iene corrono via gridando.

Lo stesso oblio che provi quando te ne vai in orbita, quando hai la scossa, lo stesso nulla ti fa scattare come un bolide. Non hai piena coscienza della tua azione. Non è una questione di pensieri, è solo istinto. Per istinto, il taglierino nella pancia di Luca lo metti un altro paio di volte. Il sangue inizia a sgorgare, lento e rosso. Alessandro sulla porta se la ride come un pazzo. Sei tu che non sei sicuro di quello che fai.

Dopo qualche minuto sei con la Prof che ti ha messo le dita in bocca due ore fa. Ora non ti chiede come stai, né ti aiuta a rinvenire dallo spazio. Non ti tiene la mano, né ti difende dagli altri compagni. Sei lì che le cammini dietro e non sai dove stai andando.

Alessandro dietro di voi, si avvicina e ti sussurra:

«Ora non hai più nessuno dalla tua parte, ma puoi farti rispettare come un uomo».

Ti volti e gli fai cenno di sparire.

Lui ci pensa su, sorride e ti fa:

«Beh, qualcuno dalla tua parte ce l’hai», ti fa l’occhiolino e sparisce.

© Ilaria Palomba