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Category Archives: borderline

DISTURBI TOUR

28 giugno 2018 – Roma – Letture d’Estate – con Paolo Restuccia, Antonio Veneziani e Alberto Gaffi – ore 21:00

22 agosto 2018 – Vasto – Nuova Libreria –  con Emanuela Petroro e Maura Chiuli – ore 21:00

31 agosto 2018 –  Alvito – Festival delle storie – ore 17:00

12 settembre 2018 – Ferrara Biblioteca Ariostea – con Francesca Mariotti – ore 17:00

12 ottobre 2018 – PrinZaum Bari – con Miguel Gomez e Anna Rosa Melillo – ore 18:30

21 ottobre 2018 – Cave – Caffè Corretto – Pub di Piazza Marconi – con Simona Mangiapelo – ore 17:30

26 ottobre 2018 – Napoli –  Io ci sto – con Enza Alfano – ore 18:30

6 novembre 2018 – Bologna – Ubik Irnerio – con Alessandro Berselli – ore 18:00

23 novembre 2018 – Roma – Tomo Assaggi – con Giorgio Patrizi e Marilena Votta, legge Francesca Romana Nascé – ore 19:30

24 novembre 2018 – Montalto di Castro – a cura della Libreria Bianconiglio presso il complesso monumentale di San Sisto – con Alice Felci – ore 17:30

8 dicembre 2018 – Roma – Più libri più liberi (via Asia, 40-44) – sala Giove – con Giordano Tedoldi e Paolo Restuccia – ore 14:30

14 dicembre 2018 – Roma – Tra Le Volte – con Marco Fioramanti e Giorgio Patrizi – ore 19:30

15 dicembre 2018 – Roma – Libreria I Trapezisti (via Laura Mantegazza, 37) – con Marco Rinaldi e Luigi Turinese – doppia presentazione Il Grande Grasby-Disturbi di Luminosità – ore 19:00

4 gennaio 2019 – Civitavecchia – Teatro Nuovo Sala Gassman – con Danilo Catalani – ore 21:00

30 gennaio 2019 – Roma – Libreria Altroquando (via del Governo Vecchio, 83) – con Leonardo Luccone – ore 20:00

2 febbraio 2019 – Vigevano – C’era Una volta (via G Matteotti, 60) – con Demetrio Paolin – ore 18:30

15 febbraio 2019 – Milano – libreria Verso (corso di Porta Ticinese, 40) – con Demetrio Paolin – ore 18:00

22 febbraio 2019 – Arezzo – Osteria Il canto del Maggio (Localita la Penna 30/D52028 Terranuova Bracciolini) – con Isabella Borghese – ore 21:00

marzo 2019 – Torino – libreria Trebisonda con Manuela Maroli (giorno e ora da definire)

marzo 2019 – Bari – con Vincenzo Susca e Claudia Attimonelli (luogo, giorno e ora da definire)

marzo 2019 – Matera – Mondadori – con Mariella Soldo (giorno e ora da definire)

5-6 aprile – Cantù – con il gruppo di lettura Le Sfogliatelle (luogo e ora da definire)

RASSEGNA STAMPA:

la Repubblica Bari

Cultura al femminile

Convenzionali (intervista)

Convenzionali (recensione)

Monologo di Honey Madlene tratto da Disturbi di luminosità

Corriere.it

Sul Romanzo

il Venerdì – la Repubblica

Omero

Pangea

Rock’n’read

IlFoglio

Unododici

IlFattoQuotidiano

RadioInBlu

Thrillernord

Letteratitudine

Grado Zero

Esquire

Io Donna

Il Giornale

Città del Monte

Le Monde Diplomatique

Rai Letteratura

Cronacacomune

Caffè di Raiuno

Caffè di Raiuno estratto

Gazzetta di Mantova

Lottavo

ZonaDiDisagio

Leggendaria

Tritacarne

La Stanza 101

Il corriere nazionale

Giudittalegge

Meloleggo

La Poesia e Lo Spirito

Articolo33

Libroguerriero

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Odio il mio corpo.
Agli occhi degli altri sono bella, ma in questo specchio vedo solo deformità. Ho i solchi nella pelle, sono come scavata. Al posto degli occhi ho due burroni. Un volto troppo magro rispetto al busto, le spalle larghe e il torace troppo ampio rispetto ai seni. Questi solchi che fa la mia pelle, sembrano scavati da mani che piegano la carne e la deformano, ogni volta che mi guardo allo specchio. Così devo tagliarla, questa pelle deformata, staccarla con la lama di un coltello, tirarla via.
Avrei voluto essere una regina, perché non lo sono e, credo, questo corpo così sbagliato sia il frutto di certe cattive esperienze. Il Salento era la terra dell’estate. Era lì che si avveravano i miracoli e gli incubi. Non so quanto ci sia di vero e quanto di onirico, d’altronde Trauma e Sogno in tedesco hanno la stessa radice: Traum.
Quanto al mio corpo, avrei preferito essere una di quelle povere cagne violentate per strada da uno sconosciuto, una di quelle che non hanno scelta. Quel che odio di me è che io di scelta ne avevo, l’ho sempre avuta, ho preferito però farmi mangiare dagli sciacalli. I loro denti sulla pelle sono sbarre di un’unica prigione che mi lascio crescere addosso. Quel che odio di me è l’aver concesso loro di dilaniarmi. Avevo scelta, stare nel mondo, seguire strade predefinite, non rivoltarmi così tanto contro certi insegnamenti. Avevo scelta, nell’acqua, nuotare lontano, andare via da quelle braccia e quelle mani ficcate dentro il costume. Avevo dodici anni, sarei potuta fuggire. Avevo scelta dentro quel parco giochi. Il cigolio delle altalene. Il mio top rosa e il mio fuseaux rosa.
Non dirai niente a nessuno.
A nessuno.
Consumai i respiri sui suoi. Non era un estraneo, un malvivente, aveva appena un anno in più di me. Le sue mani dappertutto. E avevo paura. Restai immobile.
Aiutami, disse.
Senti, ho cambiato idea, andiamo via, ti prego.
Le altalene cigolavano e cigolavano e cigolavano. Cercai di alzarmi ma mi tirò giù. Scivolai nel terreno. Le cosce serrate. Io immobile.
Dai! La sua voce s’infilò nel corpo.
Io immobile. Avrei potuto alzarmi e spingerlo via. Ho pensato fosse meglio lasciare che si sfogasse e che tutto finisse quanto prima. Ho chiuso gli occhi. Il suo corpo su di me era quello di una bestia. Il suo respiro. Le altalene cigolavano e cigolavano e cigolavano. Non ero lì, non so dove, ma non lì.
Mi sono svegliata con le cosce e tutto il pantalone bagnato di qualcosa di caldo, il suo odore non andrà mai via.
È l’una, hai fatto tardi, torna a casa, mi disse, ti spiace se non ti accompagno?
Non parlavo più.
Tornai a casa ed era tutto così zuppo e impregnato. Qualcuno mi avrà visto passare con i pantaloni rosa pregni di rosso sul culo e sulle gambe. Solo chiudendomi in bagno l’ho visto, il sangue, tutto quel sangue. Dovetti trovare una scusa da raccontare ai miei. Mia madre bussò.
Sono caduta su un muretto, non ci credette.
Allora uno sconosciuto mi ha violentata in pineta, e svenne.
Che cos’ho fatto? Mi chiesi, sentendomi in colpa.
Poi mio padre seppe farmi confessare, hai detto una bugia, hai fatto molto male a mamma, dobbiamo parlare con quel ragazzo, ci parleremo.
Io non voglio!
E invece ci parleremo. Dovremo portarti dallo zio ginecologo per sapere se sei incinta.
Luci al neon. Dita nella vulva. Ratti. Un miliardo di ratti mi entrano dentro e dilaniano. Tutti a sproloquiare sulla mia intimità, mi hanno violentata per la seconda volta.
L’Oracolo dice sia stato questo l’incipit. E quei farmaci che mi diedero, Tegretol, Tavor, Valium. Stabilizzatori del tono dell’umore, benzodiazepine, ansiolitici.
Sul corpo mio chiunque ha agito e disposto come meglio credeva. Ora questo corpo voglio spezzarlo, infrangerlo, dividermi ancora, essere oltre, indossare maschere mostruose, divenire regina. Questo corpo voglio renderlo totem, oggetto di adorazione, divino. Questo corpo vorrei darlo a tutti e poi sottrarlo a mio piacimento, ma non è mai abbastanza. Sempre mi piego a chi lo disdegna, sempre scelgo immaginarie vittime-carnefici. Vorrei farlo a voi tutto questo male.
A chiunque consegno le chiavi della prigione. Nessuno vuole aprire. E tutti ridono oltre le sbarre.

 

 

ph Pino Alberto Sturniolo

© i. p.

HHV

“Ho provato a figurarmi la morale e la democrazia come strumenti per combattere i demoni. Nulla di più ingannevole, Bowie. I demoni non si combattono e non si addomesticano. Si può solo sperare di incarnarli mentre a poco a poco sbranano e devastano”. Così si conclude uno dei romanzi più sconvolgenti che abbia mai letto: Homo homini virus di Ilaria Palomba, edito da Meridiano Zero.
Superfluo ricordare che il titolo ci rimanda all’Homo homini lupus di plautina memoria, teorizzato successivamente e innalzato a paradigma da Hobbes a testimonianza della natura avida e predatoria dell’uomo, che si aggira in quella giungla che è il mondo come una belva feroce. Va osservato, però, che il mondo figurato da Palomba, non senza una certa visionarietà, non è più una foresta selvaggia ma un vuoto destituito di senso e affollato di solitudini. Ed è in questo mondo ridotto ormai a un panorama di macerie che s’incontrano le solitudini di Iris, performer e artista geniale e autolesionista, e Angelo, aspirante giornalista che viene a Roma dalla provincia per realizzare il suo sogno e finisce vittima di abili manipolatori travestiti da intellettuali (Renato Paolini e in parte Luisa Del Giudice). Da sottolineare la scelta dei nomi, fin troppo eloquente, dei due protagonisti: Iris che ci riporta alla mente non tanto la mitologica perso­nificazione dell’arcobaleno, sorella delle Arpie e madre di Eros, quanto il fiore screziato di viola che reca in sé un’ombra funerea e Angelo che allude non tanto alla sua purezza primigenia di giovane idealista pieno di speranze che progressivamente decade precipitando in un abisso di angoscia e disperazione alla stregua di Lucifero quanto all’Angelo di W. Benjamin che si affaccia su un panorama di rovine, ma che guarda più al passato che al futuro. Ed è Angelo il vero protagonista del romanzo, io agente e io narrante, che racconta a posteriori la sua vicenda a uno psicanalista, ambiguo e sfuggente, che non a caso si chiama Bowie, come il Duca Bianco, ulteriore conferma dell’equazione nomina omina. È Angelo una sorta di demiurgo negativo, strumento inconsapevole che consente a Iris di portare alle estreme conseguenze il proprio destino e a se stesso di precipitare sempre più nell’abisso di solitudine e disperazione fino a rasentare la follia e a trasformarsi da vittima in carnefice. A Iris, invece, viene riservato uno spazio diaristico che spezza la narrazione diegetica, quasi intermezzo musicale, a cui lei affida pensieri, riflessioni, desideri e umori che sgorgano come acqua limacciosa da un vissuto familiare conflittuale e doloroso dove l’amore incestuoso per il fratello, Kurt, si accompagna a un rapporto irrisolto con la madre e al disprezzo e conseguente rifiuto da parte del padre.
Ho parlato di intermezzo musicale non solo perché al posto dei tradizionali capitoli di cui si compongono i romanzi ci sono qui delle tracce musicali con riferimenti espliciti a canzoni, cantanti e gruppi in sintonia con le vicende narrate o con i loro sottotesti, ma anche perché la musica occupa un posto di rilievo all’interno del romanzo; non a caso a un certo punto si legge testualmente: “La musica non è un’arte ma una categoria dello spirito”. Accanto alla musica si rilevano molti altri motivi e in particolare il corpo che gode di grande attenzione – e non potrebbe essere diversamente da parte di chi ha sperimentato la Body Performance Art – e di una indiscussa sacralità; basti leggere l’incipit, che ritroveremo anche nella pagina conclusiva in quanto il romanzo ha una perfetta struttura ciclica: “In principio credevo nel corpo. In principio credevo nella salute. […] Ora provo solo odio. La parola “corpo”, svuotata di senso, perde la propria dignità di essere.” E successivamente in una pagina del diario di Iris si legge: “Abitavo il corpo come fosse un tempio.” Finché si giunge al superamento, alla liberazione dei corpi e alla consapevolezza che nel mondo in cui viviamo, squallido, desolato, popolato da affaristi, speculatori, opportunisti e manipolatori, l’unica vera trasgressione è amare di un amore puro e sincero.
Il tutto poggia su un ordito filosofico che spazia da Nietzsche (senz’altro il più presente ed amato) ai postmoderni e che la Palomba dimostra di possedere e maneggiare con estrema consapevolezza e padronanza e non per il gusto del citazionismo, in quanto tutti i filosofi citati sono sim­bioticamente legati ai personaggi e alle diverse situazioni.
A fare, però, di questo libro un’opera straordinaria non è certo il contenuto né il contesto che pure è oggetto di una disamina attenta e puntuale, quanto la cifra stilistica, dal momento che in arte ogni rivoluzione avviene sempre e soltanto sul piano dello stile. Una scrittura, questa della Palomba, originale e innovativa che si avvale, a seconda delle circostanze, di diversi registri linguistici, rimanendo, però, sempre affilata e incisiva come un bisturi quando porta alla luce il marcio che c’è nella società e in ognuno di noi o smaschera i conformismi e le menzogne contrabbandate come verità sociali da pseudointellettuali o uomini di potere. Altre volte, nel delirio creativo e nelle performance di Iris, la scrittura dell’autrice esplode in un gioco pirotecnico di luci e di ombre. Nelle pagine decisamente poetiche del suo diario, dove prevale un linguaggio apoftegmatico, ogni parola, scelta con cura maniacale, ha una sua specifica valenza e una straordinaria varietà di implicazioni e significazioni.
Un libro, per concludere, che mi ha riconciliato con la letteratura e mi ha fatto nascere il sospetto che l’autrice di Homo homini virus non sia la stessa di Fatti male. Troppa la distanza tra i due libri e a livello tematico e a livello stilistico. In comune tra i due libri c’è solo la discesa agli inferi delle pro­tagoniste, ma nell’opera prima di Ilaria Palomba la vicenda è decon­testualizzata e si manifesta quel desiderio di épater le bourgeois che è decisamente datato e che non a caso viene sconfessato in Homo homini virus. Senza contare che manca l’ordito filosofico e il riferimento costante a Sartre e alla fenomenologia non si sviluppa con i personaggi e le situazioni ma è calato dall’alto per giustificare la morte della coscienza ed infine – cosa ancora più importante – la scrittura è completamente diversa, più acerba e ordinaria.

Francesco Improta

unavoltalestate

Premetto che ho sempre guardato con diffidenza le opere scritte a più mani perché ritengo che sia difficile se non impossibile amal­gamare e armonizzare culture, sensibilità e peculiarità stilistiche differenti, in questo caso, però, probabilmente per aver entrambi collaborato alla scuola di scrittura creativa Omero, l’esito lascia meravigliato ed entusiasta il lettore, invitato a mettere ordine in un puzzle intrigante e coinvolgente.
A livello specificamente strutturale si tratta di un libro nuovo ed originale, diviso in cinque lunghi capitoli in cui i personaggi, vere e proprie dramatis personae, più che agire raccontano, riflettono e ricordano, in quanto non ci sono fatti ma solo le interpretazioni dei fatti. Ne consegue che spazio e tempo cambiano continuamente, urtandosi, accavallandosi e talvolta fondendosi.
Al centro di questo puzzle, definito dalla Palomba un thriller psicologico, c’è Maya, un’artista sensibile e geniale che si porta dietro angosce infantili e adolescenziali mai risolte, la tragedia di un padre morto in circostanze misteriose e un rapporto imman­cabilmente conflittuale con la madre e che vive pertanto in una condizione esistenziale psicotica, che la porta a isolarsi, a rin­chiudersi nel mutismo e a rifiutare gli altri. L’incontro con Eduardo, militare di carriera, sembra aprire uno squarcio in questo suo orizzonte cupo ed angusto (si pensi al viaggio in Grecia e all’esplosione di luce e di felicità). Il matrimonio con Eduardo le impone, però, una serie di regole di comportamento che lei mal digerisce, la partenza, poi, del marito per una feroce missione di pace in Medio oriente e la scoperta della sua gravidanza fanno deflagrare la sua psicosi che come dice Lacan non è rimozione del desiderio inconscio – cosa che avviene nelle nevrosi – ma rimozione della realtà o meglio del fondamento che struttura la realtà, il Nome del Padre, per cui tutto va in frantumi e all’estate, richiamata esplicitamente nel titolo del romanzo, che simboleggia il calore, la vita, l’amore, la liberazione succede l’inverno con il gelo che paralizza il corpo e segna la morte dello spirito. E questo gelo non riguarda solo Maya e il suo vissuto ma anche la realtà politica e sociale in cui tutti noi siamo calati.
Se nei romanzi precedenti della Palomba era la musica a scandire i fatti e i moti dell’animo, qui, e non poteva essere diversamente, è la pittura l’arte di riferimento e non la pittura tout- court ma quella espressionistica (Munch in particolare, che urla la propria angoscia contro la desolazione e la disumanità di questo mondo) ed anche questa scelta è comprensibile se è vero – come è vero – che la psicosi è caratterizzata dalla frantumazione della realtà esterna che non può, quindi, impressionarci come accade negli impressionisti.
Anche a livello linguistico e stilistico prevale il cromatismo; le parole si sciolgono nella luce o s’intridono di colori che il più delle volte sono scuri e tenebrosi e germinano da sapienti colpi di spatola.
E così scendiamo e tramontiamo insieme al sole… una discesa nelle tenebre della notte che sembra non finire… Scendiamo in un pozzo sempre più profondo e alla fine sotto un arco troviamo l’acqua e la luna piena che sembra deglutire il mare nero come velluto nero, le stelle sono immense lucciole attaccate all’oscurità che ci crolla addosso.
Stona soltanto la conclusione alquanto consolatoria con quella speranza di estate che si intravede o si intuisce in lontananza, mentre lascia stupiti la capacità di Ilaria Palomba di rinnovarsi continuamente.
Francesco Improta

2016-11-08 17.44.32

Erano in molti. M’inseguivano. I miei genitori non vedevano. Ma i ragazzi entravano in casa. Si nascondevano nei muri e m’inseguivano. Ridevano. Ridevano di me. E quando passavo loro accanto fingevano di non vedermi. Dodici anni sono troppi e troppo pochi. Costruisci un universo immaginario e vai ad abitarci. Il reale sarà l’emanazione delle tue illusioni. Arriverà il giorno in cui ti domanderai se l’hai fabbricato con il cemento, la pietra o il cartone. Dovevo nascondermi, trovare un rifugio. Così mi sentivo, di una trasparenza disarmante. E lui continuava a dirmi: cresci e io continuavo a scacciare l’idea. Fintanto che fossi stata piccola avrei avuto il potere della pazzia, il potere sui corpi, sulle voci, sovrastarle con l’incanto. Salivo sui mobili, in alto, sopra la libreria, e poi giù. Venivo giù agganciando la corda del lampadario. Cercavano di prendermi. Prima mi bloccavano le braccia dietro la schiena. E sapevo curvare lo sguardo fino a strappar loro una lacrima. Avevo l’odore del sale.
La donna disse: hanno paura di lei, hanno paura di starle accanto, non parla con loro e li guarda, li fissa, con quegli occhi. Mi fissa, con quegli occhi. Mi fissa, cosa devo fare? Ma non è cattiva, non è cattiva, è solo selvaggia, una selvaggia furiosa. Lui disse: cresci. Mai le mani mi avevano sfiorato il viso.
Attorcigliai la corda. Attorcigliai la corda del lampadario attorno al collo, due nodi, e restai sospesa. Nell’invenzione dell’aria si accartocciavano i colori del giorno. Il vespro cremisi stingeva pastellato e le rose della carta da parati sfolgoravano in un barbaglio di rossi. Cadevo. Cadevo nelle viscere del vuoto.
Loro sarebbero venuti a cercarmi, lo sentivo. Qualcuno avrebbe pianto. Non mi bastava. Dovevano piangere tutti. Tutti. Dovevano domandarmi perdono in ginocchio. Dovevano pregare. Li sentivo ancora con le voci di corvi, al mattino, gracchiare parole che non potevo capire. Mi avessero detto: ti odio, ti odiamo, io ne avrei carpito l’affronto. Ma neppure mi dichiaravano l’astio, soltanto mi trapassavano. Questa trasparenza, questo sentore d’invisibile, mi spaccava in mille parti, mille frammenti di vetro. E li sentivo farsi largo nella carne, aspergerla di cruore, saettare nelle profondità dei condotti sanguigni, spaccarne gli argini. Il male era vivo e aveva il colore del fuoco. Si moltiplicava sottopelle. Proliferava in una scansione di quanti. Mandrie di iene sottopelle. Nel fondo degli occhi moltiplicazioni di legioni e guerre nucleari. In ogni porzione di carne lo spazio sconfinava e diffrangeva i suoi multipli.
Avevo perso la guerra, una sedia spaccata contro uno di loro. Avevo perso, sì, l’invisibilità, ma avevo conquistato la pazzia. La pazzia si dipingeva duttile nelle bocche dei grandi. La pazzia si slabbrava nelle voci delle pareti. La pazzia salmodiava negli intarsi delle pupille, nell’articolazione delle dita, nell’omega di distanza tra me e le cose.
Adesso sapevo, con il collo stretto in una corda di lampadario, ero cosciente del gaudio, una scuoiatura di cielo attraverso la pelle viola. Non sentivo il dolore che si dice avvertano i condannati alla forca. La forca era la mia personalissima beatitudine. E avevo nel corpo il suono violento di un Mozart al culmine estremo del suo Requiem. Me ne restavo a penzolare dal soffitto e vedevo il giorno e scucivo il giorno in centosette stringhe di colore. Ridevo, ma non potevano sentirmi. Ridevo ma non potevano vedermi. Il corpo dovette cedere al traino feroce della corda. Il collo dovette cedere al peso copioso del busto. E io non sentivo nulla. Mi staccavo. Venivo via. Beata. E già li vedevo piangere in cerchio attorno a una lapide, in silente preghiera, domandare perdono, mentre il nome mio, scritto sopra le case, avrebbe danzato nella volta. Il nome mio li avrebbe seguiti fino alla tomba.

@ i.p.

ilaperformancecorpo

Hai trent’anni. Quasi.
Una laurea triennale in discipline umanistiche.
Lavori per sette euro l’ora una volta a settimana.
Qualcuno ti dice sempre che hai talento e che un giorno…
Il tempo passa. Il corpo si trasforma. La scrittura pure. Il giorno non arriva.
Continuano a dirti che sei troppo sofisticata per essere Mainstream.
Troppo poco sofisticata per appartenere a una certa nicchia intellettuale.
In fin dei conti credi solo di essere impulsiva, selvaggia, autentica.
Difetti imperdonabili in una società occidentale su base capitalistica.
A un congresso di psichiatria democratica hanno detto che
il disagio sociale cresce con l’assenza di lavoro.
Punti di riferimento. Progettualità.
Talvolta dici: grazie papà per avermi salvata da un percorso senza ritorno nella psichiatria italiana
in cui ora lavoro quasi da operatrice avendo tutte le carte in regola per esserne utente.
Talvolta dici: vaffanculo mamma e papà
per non avermi insegnato a rimboccarmi le maniche a quindici anni
e spaccarmi il culo con un lavoro degno di questo nome.
Hai fatto la hostess ai congressi.
La cameriera.
L’animatrice per bambini.
L’intervistatrice.
L’insegnante di scrittura.
La tossica.
La scrittrice.
La performer.
La disoccupata.
La donna di qualcuno che conta.
La donna di nessuno.
La fuggitiva.
La perenne ragazza in crisi.
Ora non sei più una ragazza. Sei sempre in crisi.
Qualche volta te la prendi con gli altri.
Quelli che ci credono.
Quelli che non si arrendono.
Il che fa molto pubblicità vintage della CocaCola
con sottotesto da Programmazione Neuro Linguistica.
Qualche volta pensi che forse non sei solo un’allegra disagiata alle prese con un mondo crudele. Qualche volta pensi di avere la chiave.
Qualche volta pensi: io rifiuto di essere come voi.
Il che fa molto festa di quindici anni o disturbo borderline di personalità.
Qualche volta pensi: se rifiuto di essere come voi non sarò nulla.
Qualche volta pensi che non essere nulla sia la soluzione.
Fuori da ogni ruolo prestabilito.
Eternamente in fuga.
Cercando la verità nell’estremo.
Oltre i muri. Nelle pareti scritte di gesso.
Le cose accadono affinché si possano ricordare.
Vengono scritte per questo.
Per esempio se conosci una persona assurda,
in un’accezione di significato prossima al Camus del Mito di Sisifo,
come puoi non scriverne.
Per esempio bisognerebbe fermarsi tutti e guardarsi negli occhi.
E ammettere che conoscere sei lingue, avere quattro lauree
e un fisico da due ore di palestra al giorno
più ritocchi plastici in fisiologica o silicone non sia l’equivalente biochimico di felicità.
Guardatelo negli occhi quello che ci chiedono di essere.
Guardate in faccia questi mostri governati dall’ego riflesso su iphone.
Questi mostri da: amori virtuali, amicizie d’interesse.
Questi mostri da: possiedo dunque sono.
Questi mostri dei quali fai indubbiamente parte anche tu.
Mentre la vita ti passava accanto eri occupata a controllare le notifiche su Facebook.
E poi le cose accadono. Continuano ad accadere.
Cade la neve. Sfavilla il sole d’agosto. Il mare si riempie di spuma al pomeriggio.
La gente muore in massa per cercare di salvarsi la vita.
Inciampiamo nei paradossi. Come se tutto fosse normale.
E allora dici: ficcatevela in culo questa diagnosi.
Non è un disturbo di personalità.
Al più un disturbo di appartenenza.
Non riesco ad appartenere a questo mondo.
Non vi riuscirò mai.
E nonostante tutto ci abito.
Mi costruisco un cantuccio alterato nell’inferno.
Pare faccia caldo da queste parti.
Non ho imparato a vivere.
E non so morire.
Un bel compromesso per la prossima sbornia.
E allora dici: ecco cosa sono, ecco cos’ho fatto.
Cercavo Dio. E ho trovato un foglio word.
Ma questa vena sarcastica. Il sarcasmo lascialo a chi…
Niente va tutto bene.
Un quadro di Van Gogh. O di Edvard Munch.
Qualcosa di coloratissimo e oscuro.
I girasoli con dentro l’urlo.
Avere una famiglia piccolo borghese apparentemente felice.
Ritrovarsi a sputarsi addosso il veleno di una vita.
Avere un uomo. Voltare l’angolo. Sapere con chi è mentre vai via.
O non saperlo. Sono scelte.
Tu sei un’incantatrice di sopravvissuti.
Per questo ami l’anti di ogni cosa.
Antiromanzo. Antipoesia.
Violenza sonora.
Oppure torna alle origini.
La Terra. Mozart. L’Odissea.
Dai, fammi un sorriso.
Questo presunto scettro della paranoia.
Lascialo ai posteri.
Adesso tutto è crollato.
Le pareti. Le fondamenta. L’io.
Qualcuno può goderne.
E perché non dovrebbe.
Perché non dovresti.
Una rave. Un lunaparck di ossa.
Un ossario psicosintetico.
Guarda sciabolare la luce sul soffitto.
Le sue mani sulle tue gambe.
Non ha importanza il dopo.
E neppure il prima.
Vivere bruciando.
L’istante eterno. L’estasi.
Mandare tutto a puttane.
Va bene così.
Il precipizio è infinito.
Non si smette mai di cadere.
Si può godere mentre si cade.
Restare senza ossa.
E ridere.

@i.p.

ilacampagna3

La fragilità dei narcisi è consapevolezza inconsapevole caduta silenziosa coscienza incosciente desiderare fino alla morte l’amore senza darlo e fa paura tutto questo sentire e non sentire mai nel buio profondo una caverna di spettri incontrare qualcuno che non ti sia specchio sarebbe un massacro c’è sempre stato un massacro in ogni storia come camminare all’alba sulla battigia e guardarsi riflessi nelle onde ombre di bruma e sguardi stravolti dal gelo ci siamo specchiati così a fondo da esserci lasciati divorare dal mare è musica melanconica sinfonia di tenebra armonia cancellata prossimità del vuoto salto infinito non aver paura di morire ma solo di non esistere come la morte fosse il suggello l’espiazione ultima della colpa d’essere incapaci di amare altro che un riflesso e non saper vivere senza tutto eternamente torna follia nietzscheiana al punto di partenza camminavamo spettrali sul limitare del mare paure primordiali si specchiavano nel buio ingoiato dalla luce eravamo così belli sotto quella luce mezza luna mezza aurora epifanie d’esistenza crepuscolare sapienza dei piedi sabbia umida e fredda rabbrividire nella bora e abbracciarsi prima dell’ultimo salto tornare a casa e sentirsi il cuore in gola illudersi di aver amato per un’ora dimenticarsi il sapore e il vissuto i corpi avvinghiati all’ombra del fuoco restarsene a cantare stornelli non sense e rinnegare ogni cosa per riviverla con il primo chiunquealtro che si fosse presentato alla fine si può invidiare tutto l’amore del mondo tutta la gloria la determinazione quando basta un telefono che squilla a vuoto per non alzarsi dal letto si può invidiare a morte chi ha finito l’università messo su famiglia o è partito per viaggi umanitari avendo qualcosa da raccontare qualcosa che non sia specchio infranto tu invece senza vetro e senza pelle ancora mi parli della vita per starmi accanto devi scendere nel pozzo e danzare in mezzo ai morti ma io non so mica quanta forza hai dentro ho bisogno di essere vinta battuta in battaglia scagliata oltre le fondamenta del muro invisibile prima della battaglia guarda nel fondo della luna ci saranno gli occhi miei scacciami se sei in tempo trafiggimi o salvami una volta per tutte da questo abisso di specchi sbrecciati una sola volta una sola morte affinché non sia vana l’attesa e la luce che a quest’ora s’irradia sulla battigia il colore del cielo rovente e azzurrato senza luogo senza senso come fosse eterno il suono della risacca che inganna le ore come fosse di carne il sapore del mattino che il mare dissipa al vento.

© i. p.

vortice

E poi non è vero, dicesti. Non sei.
Eravamo rintanati nella pietra. I fiori morivano sotto la neve.
Il freddo ghiacciava il cervello, il cuore.
Siamo così lontani adesso, amore mio.
Ci fingeremo rivali. E resteremo a guardarci sciogliere.
Avevi l’odore della cenere. Il fiato appesantito dalla bufera.
Esiste uno spazio dove il dolore e il piacere si annientano.
Esiste una voce che urla al vento sussurrando tempesta.
È un non pieno. Tutto buio. Il vuoto è colmo di sussurri.
Era solo il vento, dicesti, solo il vento.
Forse volevamo testare la resistenza al dolore.
Schiantarci al suolo per calibrare la gravità. Generare falene di fumo.
Ululare alla luna e guardarla negli occhi.
Che cosa c’era dopo l’orizzonte?
L’immensità pallida del divenire pietra.
Assaltare l’atmosfera. Lasciarsi afferrare dalla Storia.
Giungere all’al di là del suono. Nel crocevia di sguardi che inghiottono.
Tu eri come me, sapevamo mentire.
Oggi ci aggiriamo stanchi nella bufera. Cerchiamo riparo nel cemento.
Accendiamo fuochi e ci gettiamo l’acqua. Affinché non sia mai sazia la notte.
Noi siamo la notte, la fulgida luminescenza delle supernove.
Noi siamo il fulmine che spaccò la terra. Il fuoco che la divorò.
Noi siamo segnati da questa profezia e ne percorriamo il limite.
Forse ci fu uno sguardo lungo secoli. Forse a seppellirci fu la memoria della tempesta.
Quando esco in strada vedo morire le rose. Verso una meta universale il creato rabbuia.
La luce è concepita dall’occhio di un demone. Mi spoglio e danzo nel fuoco.
Tu puoi sbriciolarmi, se lo ritieni. Puoi sacrificarmi alla madre.
Le ho chiesto di darmi fauci e artigli.
Stai scherzando? La madre non concede e non perdona.
Ci ha incastonato qui, in questo deserto innevato.
Dove i granelli sono uomini dell’oltre. E non possiamo vincerli.
Battersi a lance tese contro infiniti sé stessi dispersi nella cenere.
Lasciarsi vincere e ricominciare.
Stai cercando un rifugio?
Sono la casa. Sono l’altrove.
E tu, guarderai inerme la fine di tutti gli incendi.
Alla miseria del cielo ride la terra arsa viva e masticata dall’uomo.
Siamo resti di civiltà franate. E guardiamo il sole, ora, sgretolarsi nella roccia.
Per cinquemila anni rincorriamo la fine.

© i.p.

ilariaalnero

anche loro lo sanno tutti lo sanno per questo nessuno ha fiducia ma poi che t’importa che t’importa davvero dei giudizi degli altri ferire qualcuno o non farlo in fondo la follia è una crepa nel muro portante di solito è matta tutta la famiglia ma poi c’è il prescelto il predestinato colui che viene immolato sull’altare della psichiatria mentre gli altri continuano a ripetergli tu sei pazzo volevi uccidermi sei pazzo sai che c’è bambolina io sto con i criminali perché ragiona se arrivi a uccidere quanto male possono averti fatto se arrivi ad ammazzare a infilare un coltello nella gola di chi ti rende la vita un inferno cara mia non sei forte non sei una dura sei una vittima poi ci sono le voci le ricordi le voci la voce della coscienza seccante come un trapano stai sbagliando loro ti amano sei tu il mostro la voce della paranoia nessuno ti vuole bene vogliono la tua anima la tua anima vogliono e poi ti schiacciano prenderti tutto e schiacciarti la voce della rabbia uccidili di’ cattiverie non amare mai usa chi ti ama sfrutta chi ti assiste dilania chi prova a volerti bene uccidili uccidili tutti misera umanità non meritano di vivere e la voce della pietà vedi quell’uomo che piange sulle sponde del fiume egli è come te accoglilo lecca le ferite del mondo e riassorbirai le tue come agire chi ascoltare ti amano ti odiano nessuno si accorge di te sfruttali uccidili perdonali accoglili divorali divorati cosa stiamo facendo in questo grigio altrove che chiamate mondo di cosa ci stiamo nutrendo stai tremando dove sono le mani che t’hanno accolto dove gli occhi dove il perdono una coltellata nel fianco ti ammazzo no non aspettare lo farò da sola posso riuscirci da sola che bisogno ho di aspettare la tua grazia cosa c’era dopo l’universo neppure Joyce conosceva la risposta stiamo precipitando troverò mai un appiglio qualcuno che dica ti prendo sei salva sei mia e dopo possa crollare la terra resteremo sospesi sull’acqua saremo il luccicare della spuma nelle onde forse cerchi la morte perché aspiri al mutamento divenire natura divenire spuma divenire acqua onda sconfinata di quest’abisso e fluire con esso nell’ultraspazio senza spazio e senza tempo senza organi e senza malattia dove gli specchi hanno memoria di te.

Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.

Copertina Una volta l'Estate

In uscita il 30 giugno per Meridiano Zero

Prima presentazione a Roma: 30 giugno, con Paolo Restuccia e Loredana Germani, alle 18, alla Mondadori di via Piave.

Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.
Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.
I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.
Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi.

Un incommensurabile grazie di cuore a Massimiliano Santarossa e Paolo Restuccia che scrivono:

“In anni in cui troppa narrativa italiana sconta il peccato della distanza dall’impegno, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio, a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota alla controstoria, pertanto verissima storia, degli attuali figli d’Italia.”
Massimiliano Santarossa

“Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali della narrativa italiana di oggi, ironico, surreale, e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzo mette la sua voce al servizio di una storia profonda ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.”
Paolo Restuccia

 

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