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Category Archives: borderline

casavecchia
Alle scuole medie, la festa in cui ti spogliavi e lasciavi toccare. Ma i volti li ricordi e gli odori e le mani. Tutto offuscato da una coltre di bruma. Ricorda il ragazzo tradito. Forse solo un particolare, le voci che dicono spogliati e il reggiseno che si sgancia, avevi grandi seni per quell’età. Dodici tredici neppure lo sai più. Ci si metteva in cerchio a giocare con la bottiglia, era blu, la bottiglia. Si beveva e fumavano spinelli, roba innocente, se tu non fossi stata il dono. E c’era l’amico del tuo ragazzo di allora, sì, il suo migliore amico che premeva affinché ti spogliassi. Ruotava la bottiglia e diceva bacio sulle labbra la prima. E c’era Giulia, la ragazza grassa, frantumata dai foruncoli. Tutti dicevano Giulia non gioca. E lei giocava. Con la paura di doverlo dare a lei, il bacio, con la paura di doverci finire insieme, i maschi sussurravano sboccati.
C’era una carta da parati nocciola e un afrore esiziale di aliti da latte che bevono vino e vomitano. C’era il fragore dei palloncini scoppiati. Perché gli adolescenti devono scoppiare i palloncini? C’era il tuo telefonino nuovo, un Alcatel verde, roba da medioevo, che trillava e nel trillo compariva un messaggio di Andrea, l’allora tuo ragazzo, in trasferta con la squadra di calcio che scriveva: amore, tutto bene? E tu: sì, tesoro, sono alla festa di Marco, ti saluta e io ti amo. Che cosa squallida dire ti amo a dodici tredici anni, che cosa dovevamo saperne noi dell’amore.
C’era Marco che ti metteva le mani nel reggiseno mentre rispondevi al messaggio. Poi accadeva che la bottiglia blu con le goccioline blu e lo sfolgorio blu sulla carta da parati nocciola facesse fermata puntando i tuoi piedi. Avevi un abitino rosso. Perché ti lasciavano uscire con quella roba oscena? E delle scarpine rosse con il tacco e la zeppa e un collarino borchiato e ti truccavi. Allora ti truccavi come ne avessi avuti sedici, di anni o anche venti. Tua madre ti rimproverava per quel trucco pesante da ragazza di strada. Tuo padre diceva: sembra ti abbiano pestato un occhio. Ma a te piaceva guardarti vedendoti adulta, con i capelli biondi tinti di lozione Shultz e gli occhi bistrati da soubrette.
Era proprio l’anno in cui a scuola non parlavi e svenivi, con gli altri ci parli, però, con noi ci parli, diceva la mamma e allora li accontentavi e smettevi. Una serie di insufficienze. Cercavano di capire cosa fosse accaduto. Non potevi dirglielo che l’anno prima a causa delle pillole, sì, del Tegretol, eri ingrassata come una vacca e ti pigliavano in giro e ti chiudevano a chiave in bagno inducendoti a svenire e poi se la ridevano. Però l’anno dopo era avvenuto qualcosa, tu stessa non sapevi come, avevi smesso di mangiare, ti erano rimaste queste tette, una seconda abbondante, che a dodici anni è proprio tanto. Eri dimagrita a dismisura. Usavi il fondotinta e i jeans stretti sul culo e trucco nero sugli occhi e magliettine scollate e non leggevi un libro che fosse uno. Ti comportavi da selvaggia e ti piaceva quest’immagine fottuta e strafottente, alle feste davi spettacolo, sempre ti lasciavi baciare da due tre ragazzi e dicevi sono la tua dea rispettami e piegati e io ti farò venire come neanche t’immagini.
Mandavano a chiamare i tuoi genitori perché: la ragazza è problematica, sta delle ore in bagno e l’altra volta la bidella ha aperto con le chiavi e l’ha trovata con Andrea che faceva, non so se riesco a dirglielo.
Però ti piaceva Andrea, aveva i capelli rossi e gli occhi verdi e le efelidi scure, sguardo impertinente di quelli che ti sbattono al muro. Ti erano sempre piaciuti i cattivi ragazzi. Era pessimo. A scuola andava da schifo, pensava solo al pallone, nei parchetti toccava il culo alle donne in minigonna e poi scappava. Fumava spinelli, che ebrezza pensavi e fumavi con lui. Le tue sinapsi fragili producevano bolle viola in cielo e scartavetravano la terra, aprendola in zolle e facevano rifrangere volti di cera nell’aria e scolorire gli occhi e sciogliere le facce. Gli eri svenuta davanti e lui era stato a fissarti tutto il tempo, immobile, incapace di reagire.
Adesso che la bottiglia ruotava e ruotava e puntava sempre i tuoi piedi, Marco t’infilava la lingua in bocca, quasi in gola, sapore di ruggine, e le mani nelle tette e le dita nelle mutande e lo facevano anche altri. Uno forse si chiamava Stefano, un altro Riccardo. Chissà perché, ti chiedevi, con le altre non lo fanno. Chissà cosa ho di speciale, di speciale, di speciale.
Il rumore dei palloncini che scoppiano. Erano proiettili. Bombe. Mentre qualcuno ti prendeva la mano e se la portava sul sesso, umido, viscoso, ridevi. Ridevi sempre, dovevi ridere, dovevi dirti sono io che decido, miseri coglioni. E poi scivolavi nell’altrove, mentre ti prendevano sul pavimento e qualcuno continuava a scoppiare palloncini come fossero bombe. La ragazza ha dei problemi, non parla. In qualche modo comunicherà pure.
Il giorno dopo Andrea venne a prenderti a casa come se nulla fosse e ti portò al parco, sì, al parco con i pini e i lecci e i salici piangenti. C’erano Riccardo e Stefano, e Andrea iniziò ad afferrarti per i capelli, e Marco gli stava di fronte e Marco ti rideva addosso, dicendoti quella parola. Ma come? Sei tu che hai tanto voluto. E Andrea ti sputava addosso e ti prendeva per i capelli e ti lasciava per terra, mentre tutti ti prendevano a calci, si tiravano fuori il cazzo e ti pisciavano addosso.
Ma lo sa? La ragazza ha dei problemi, non dovrebbe venire in gita, non dovreste lasciarla sola tutto questo tempo.
Nel letto di nascosto, nuotando nell’aria, non senti certe grida, certi messaggi atroci, certe telefonate notturne piene di insulti e di gente che ansima. Nel letto c’è solo il blu del blu e il fondo del fondo. Liquido amniotico. E nuotando nel fondo il blu si tinge di rosso. L’addome si espande, la cervice si assottiglia e dilata, i muscoli dell’utero che ti contiene si contraggono dall’alto verso il basso, le membrane amniotiche si rompono, si contrae anche il miometro, l’ipotalamo produce ossitocina e secreto nelle strutture capillari che perfondono la neuroipofisi. Vieni espulsa dal corpo materno, gettata in una vita che non hai chiesto.
Sfolgorio carminio di un cielo di sangue. Stai lì, nel fondo. Aspetti ti manchi il respiro e non manca, non manca mai. Fuori dal ventre materno resti a fissare il cielo dal fondo del pozzo, il cielo vergine bucato dal sole si frantuma nero.

© i. p.

tempio

 O forse semplicemente non avevo pareti e non ne ho ancora hai presente quando ci si spacca e sei un frantumo di ricordi che non vanno a posto essere fuori è essere indietro e avanti senza presente questo mi sento adesso senza presente avere quindici anni e cinquanta come aver perso la partita al ping pong dell’abisso lo leggete ancora l’urlo di ginsberg vorrei poterti dire che oltre il corridoio c’incontreremo ma non è vero non sempre si incontra altro che la propria immaginazione l’immaginazione può fecondare e quando la realtà ti si pianta addosso con la prepotenza di un avvoltoio ingoia le carcasse nel cassetto gli armadi sono diventati bare a furia di metterci scheletri lo so sono dannatamente generica se non lo fossi mi direste che sto parlando di me giusto no ma io sto parlando di voi di tutti voi di un noi che non è noi perché abbiamo perso la guerra abbiamo perso la guerra più di quarant’anni fa e ora ci rifugiamo nelle creature digitali nelle illusioni fantasmagoriche del web dove siamo tutti star e poi magari m’incroci e non vedi il muro di fantasmi e ci vai a sbattere hanno le voci del vento e sussurrano sussurrano con tutte le facce del passato e tu le vedi in me ne senti l’odore l’odore del passato del tradimento dell’abbandono e me lo fai scontare ma io non sono il tuo passato e non sono neanche l’immagine che hai veduto a una dimensione io sono erba bagnata cielo fulgido al vespro sono maree in tempesta sono aria di monte sono lava di vulcano sono lama che infrange trafigge dissipa al vento fa scampoli del corpo e torna alla terra e tu hai voluto pagassi hai voluto pagassi con la carne bloccato il torace il cuore che tace hai voluto vedermi riflessa nel tormento sorgi dalla notte dei tempi sorgi deriva portami fuori fuori da questi specchi sbrecciati in cui condannarmi al ritorno di un sempre e di un mai sorgi e dilania tutte le medesimezze e ovvietà sorgi pietà fa di me un gatto un albero o un fiume fa di me il mare traduci in tempesta la mia umanità spaccami ancora in mille parti e mille occhi così che io possa vedere lontano oltre l’umano fuori da queste quisquilie chincaglierie per le allodole rampicanti senza fiori i boccioli li hanno strappati volevo solo sapere dove arrivare ed è quello l’errore mettersi a cercare il fondo non c’è bisogna scivolare scivolare scivolare più in basso e il più in basso è più in alto senza gravità che senso ha dire alla terra di ruotare il suolo e il cielo lo spaziotempo E = mc2 ma stringimi amore precipito e volo senza vie di mezzo divieni con me bestia e Dio.

© i. p.

ilasigaretta
E poi mi svegliavo a casa di Lucy o di Alex, a seconda dei punti di vita.
Un letto messo di sguincio tra il salone e la cucina. Nell’altra stanza loro. Dormono o scopano, che importa? Mi sveglio pensando ai quasi trent’anni, a come vorrei una vita da adulta, a come non possa averla.
Lei esce dalla stanza con solo una vestaglia giapponese. Prepara un caffè. Ha i capelli scarmigliati, e anch’io. Ci sono stati tempi in cui nell’altra stanza con lei ci sarei stata io. Ma adesso deve presentarmi al mondo come amica. Amiche. Sorelle. Compagne di università. Anche se l’abbiamo mollata dieci anni orsono. Lui le passa accanto in mutande, le stringe un fianco, mi guarda come una cosa qualunque che un giorno potrebbe finire nel suo letto. Fa un sorriso complice. Io no.
Metto Vivaldi in stereo. Le quattro stagioni, L’Estate. Rapita da un sentore di disperazione solenne. Il centro del mondo. Il centro del giorno. La metafisica della notte. Ecco cosa siamo. Mentre lo stereo del bagno spara bollettini di guerra, kamikaze, bombe, eutanasie, sbarchi di inconsapevoli esseri umani finiti nelle mani di laidi sfruttatori, noi, al sesto piano di un appartamento di San Lorenzo, siamo la tragicità del disamore.
Lucia ha ancora il trucco sotto gli occhi e sulle labbra morbide sporche di caffè c’è il ricordo del nostro primo bacio, in una notte di San Lorenzo, in un locale vintage o subito fuori. Adesso anche lei ha dei sospetti. Sospetti sugli occhi del suo amante che non mi si levano di dosso. E lo odio. Lo odio come si odiano i feroci predatori, che ti portano via qualcosa di tuo. Lo odio tutte le mattine quando passando per il bagno deve cercare di afferrarmi per i fianchi. Deve aver sognato di sbattermi a pancia in giù contro il lavandino. E io il giorno dopo sarei andata in uno di quei gruppi d’autoaiuto femminili a raccontare: ciao, sono Antonia, sono lesbica, un uomo ha abusato di me. E Lucia che avrebbe fatto? Per me.
Lucy era quella con cui potevi parlare di esistenzialismo fino a tarda notte con un bicchiere di vino rosso in mano. Quella che ti spiegava ogni volta la similitudine tra atomo e universo. Lei aveva il dolore dipinto negli occhi ma lo portava a spasso con sommessa ironia. E suonava la chitarra, ma solo i Nirvana. Una volta era una fotomodella. Una volta provava a fare di me lo stesso. Ma non ne avevo la stoffa. E adesso aveva un lavoro stupido in un pub, solo per sei mesi. E un uomo bastardo che non mi aveva mai tolto gli occhi di dosso. Tenevo il pigiama fino a mezzogiorno, per evitare ancora d’incontrare Alex in bagno o fuori dal bagno o sul limitare del bagno, proprio accanto alla camera da letto.
Che hai deciso, Antonia?
Lucy non mi aveva mai parlato con freddezza. Sapeva. Un buco dentro. Sapevo anch’io. Prima che potesse dirmelo rividi le notti insieme, nell’altra casa sulla Prenestina. Il copriletto indiano. Il cappello da cawboy che mi faceva provare. E un certo modo di togliermi i vestiti, quasi senza che me ne accorgessi. Le dita sottili, le mani nelle mani, i baci al vino. E il modo che aveva di scivolarmi tra le cosce. E quando si metteva su di me e chiedeva che le mordessi un capezzolo e sussurrava: guarda, ho il seno di una bambina, fai l’amore con una bambina. Aveva cinque anni in più ma era una bambina e cambiava vita con la rapidità di un giro di whiskey.
Ora mi stava innanzi, la vestaglia aperta, l’incarnato panna e i muscoli non più turgidi come due tre anni fa, il pancino da grande bevitrice. Gli occhi pieni di un dolore torvo.
Non è che puoi stare qui per sempre, Antonia. Devi pensare a te, trovarti un lavoro, una donna, un uomo, qualcosa che non sia questo stare qui, come una cosa che non sa dove andare.
Non so dove andare.
E mi stupivo dell’assenza totale della benché minima dignità. E il ricordo di noi si frantumava. Avevi detto che mi saresti stata vicina, qualunque cosa fosse accaduta.
E lei mi piantò addosso uno sguardo pieno di tenebra. Volle guardarmi come mi aveva guardato la prima volta. Una spada.
Sono incinta.
Indietreggiai e caracollai e indietreggiai. Poteva mai esser vero? Addio Lucia Guerra. Con lei le prime droghe al liceo. Con lei il primo viaggio a Berlino, nel ventre della cultura elettronica. Con lei avevo provato a studiare e far funzionare la vita. Non era riuscito a nessuna delle due. Con lei la prima volta. Con lei l’ultima. E nel mezzo una serie di esperienze senza sapore. Lucia Guerra non è più tra noi. Diventerà madre. Sarà davvero la donna di Alex. Davvero starà un bel pezzo con quell’essere. E così presi le mie cose e me ne andai.
Ci volle un po’ per mettere insieme tutto. Probabilmente qualcosa la lasciai. Un cappello e un reggicalze. Lucia si levò la vestaglia e vidi per l’ultima volta il suo corpo nudo. Aveva un corpo strano, di quelli che piacciono agli artisti. Bianchissima. Non completamente donna, non uomo. Una bambina. Una bambina con la pelle candida e il culo perfettamente sferico. Senza seno ma non magra. Il suo non seno era un principio di qualcosa, come in adolescenza. I capelli scendevano morbidi sulla schiena mentre s’infilava i leggins e poi gli stivali. Se li portava indietro, i capelli, con un gesto dinoccolato. Potevo scorgerle unghie dallo smalto nero sbrecciato. E mentre s’infilava la maglietta le vidi per l’ultima volta i seni non seni, promesse di seni, con i capezzoli in fuori, da mordere, caramelle. Si voltò prima che andassi. Non sorrise. Non salutai. Richiusi la porta. Scesi lungo la gradinata fino al piano terra. Dietro di me passi di anfibi.
Alex venne a inseguirmi lungo le scale, prima che chiudessi il portone.
Non posso fare a meno di te, sei tutti i miei sogni.
Per un attimo mi parve più disperato che bastardo. Gli feci una carezza, aveva il volto ispido di barba di due giorni. Gli concessi un bacio. Non aveva sapore. Era una tregua. Forse una tregua. E, mentre mi allontanavo, lo smarrimento nei suoi occhi si faceva vitreo. Alla finestra Lucia. Ci osservava. E intimamente rideva di un riso amaro e feroce. Sparì. Non feci che otto passi e mi ritrovai Lucia Guerra ad agguantarmi per la giacca.
Allora è questo che fai? Ti infili in casa mia, ti scopi il mio uomo.
No, Lucia.
Indietreggiai. E lei avanzò. Mi sferrò uno schiaffo.
Antonia Dinardi, scandendo bene le lettere. Ti ho tirata fuori da una condizione di inutile ameba. Ti ho difesa dagli insulti dei coglioncelli al liceo. Ti ho insegnato a vestirti come si deve. Ti ho dato la musica giusta, l’energia giusta, i libri giusti. Ti ho portata nei club esclusivi. Ti ho trascinata in giro per l’Italia tra fotografi e artisti. Ti ho creata io. Adesso, tesoro, che vuoi? Vuoi essere me?
E mi prendeva per la colletta mentre lo diceva, mi strattonava. Aveva lampi negli occhi. Saettavano.
Lucia…
Lucia un cazzo! Alessandro è il mio uomo, sta con me, ho suo figlio nella pancia. Tu chi sei? Cosa vuoi? Cosa cerchi da lui? E da me? Da me? Da me? È da quando sei piccola che mi stai incollata al culo. Cosa. Vuoi. Da. Me.
Un morso di belva nello stomaco. I denti. La saliva. Di me. Brandelli. E stringono, i denti, stringono, fino alla gola, stringono. Fuori dagli occhi tutti i ricordi. Liquidi. Salati. Fuori. Tutti. Ora.
Io credevo che tu.
Lei indietreggia. La luce nel suo sguardo è una lama. Ride. Ride. Si tira indietro i capelli. Ride.
Per cosa, per le volte in cui abbiamo giocato?
Ti prego, Lucia.
Era per questo, volevi vendicarti.
Ti prego.
Si riavvicina e posso sentire l’odore d’arancia sul collo della sua maglietta nera. Le sbavature della matita scura sotto gli occhi.
Antonia, Antonia. Credevi, davvero credevi. Abbiamo giocato, Antonia. Era un gioco. Eravamo ragazze. Adesso basta. Adesso avrei una vita normale se non fosse per te.
Sputa per terra. Viene accanto a me. Poggia un piede contro il muro. Posso vedere scintillare la pelle nera dello stivale a contatto con il calcestruzzo. Si fruga nelle tasche. Trova una sigaretta.
Hai da accendere?
Frugo nelle mie. Ho un accendino giallo. Do fuoco alla sua sigaretta. I capelli le vanno nella fiamma, li scosta algida. Ed è bellissima con i capelli neri scarmigliati e il trucco sfatto e gli stivali neri e gli occhi in fiamme e i seni d’adolescente e il pancino non etilico ma di una promessa di vita. Mi prende la mano. Ha unghie lunghe, smalto messo male. Le mie sono cortissime, mangiate dappertutto.
Sono una stupida, Antonia.
Comincia a singhiozzare. E lo fa più forte di me. Più forte di Alex, che di corsa ci raggiunge e ci trova con una sigaretta accesa e le mani che si cercano. Lo guarda, Alex. Alessandro Nitti. Il cattivo della storia. Il bad boy. L’uomo che prometteva a tutte avventure straordinarie tra Amsterdam e Berlino, tra elettronica e paradisi artificiali, tra club e prive’. Il filosofo, Alex. Il fotografo, Alex. Il figlio di puttana. Lucia non poteva che innamorarsi di un figlio di puttana.
E singhiozza. E ride. E singhiozza ancora.
Dovevo immaginarlo. E in fondo l’ho sempre saputo. Alessandro Nitti non poteva che desiderare una lesbica.
Hai una sigaretta?
Me la passa. L’accendo. Fumiamo nevrasteniche e ci prendiamo le mani. Alex sta lì, a guardarci, immobile. Sottilmente compiaciuto.
Adesso non dirmi così. Io non sono una definizione. Sono la tua Antonia, razza di scema. Sono sempre stata la tua Antonia. E questo tizio, questo qui di fronte che ci guarda e se la ride, non c’entra nulla con noi.
Lucia mi prende la mano, stringe. Stringe così forte che potrebbe spezzarla. Ma guarda lui, fissa lui. Con due saette negli occhi.
Alessandro si avvicina. Come lo vedessimo per la prima volta. Per la prima volta non è il fotografo. Il filosofo. Lo strafigo dell’università. L’uomo dalle mille e una menzogna. Con i soldi giusti per fare Roma-Berlino in una notte. Per la prima volta è un uomo che non ha patria.
È vero, vi ho divise. Forse mi piaceva farlo, è vero. Forse desidero Antonia perché a lei gli uomini non piacciono. Forse non sopporto più Lucia perché non voglio essere il padre di suo figlio. Forse non voglio neanche sapere come siamo arrivati fin qui. Forse voglio partire adesso per un luogo mai visto e ricominciare. Forse vivere in casa con voi era impossibile. Forse ho sentito di essere fragile. Forse non ho voglia di crescere. Forse mi detesto al punto da non poter amare nessun altro. Forse siete così perfette insieme che io sono di troppo. Forse siamo un branco di isterici senza futuro.
Forse, lo interruppi, torniamo su e beviamo un Borgogna.
Lucia si asciugava le lacrime con una mano e con l’altra scagliava la sigaretta verso il lato opposto della strada. Io l’abbracciavo. Alessandro se ne stava lì, immobile. Come si vedesse lui stesso per la prima volta. E ci guardava allontanarci, diventare piccole bambole all’ingresso del portone. E restava lì. A guardarci. Ma tra breve ci avrebbe raggiunte.

© i.p.

2016-11-08 17.44.32

Erano in molti. M’inseguivano. I miei genitori non vedevano. Ma i ragazzi entravano in casa. Si nascondevano nei muri e m’inseguivano. Ridevano. Ridevano di me. E quando passavo loro accanto fingevano di non vedermi. Dodici anni sono troppi e troppo pochi. Costruisci un universo immaginario e vai ad abitarci. Il reale sarà l’emanazione delle tue illusioni. Arriverà il giorno in cui ti domanderai se l’hai fabbricato con il cemento, la pietra o il cartone. Dovevo nascondermi, trovare un rifugio. Così mi sentivo, di una trasparenza disarmante. E lui continuava a dirmi: cresci e io continuavo a scacciare l’idea. Fintanto che fossi stata piccola avrei avuto il potere della pazzia, il potere sui corpi, sulle voci, sovrastarle con l’incanto. Salivo sui mobili, in alto, sopra la libreria, e poi giù. Venivo giù agganciando la corda del lampadario. Cercavano di prendermi. Prima mi bloccavano le braccia dietro la schiena. E sapevo curvare lo sguardo fino a strappar loro una lacrima. Avevo l’odore del sale.
La donna disse: hanno paura di lei, hanno paura di starle accanto, non parla con loro e li guarda, li fissa, con quegli occhi. Mi fissa, con quegli occhi. Mi fissa, cosa devo fare? Ma non è cattiva, non è cattiva, è solo selvaggia, una selvaggia furiosa. Lui disse: cresci. Mai le mani mi avevano sfiorato il viso.
Attorcigliai la corda. Attorcigliai la corda del lampadario attorno al collo, due nodi, e restai sospesa. Nell’invenzione dell’aria si accartocciavano i colori del giorno. Il vespro cremisi stingeva pastellato e le rose della carta da parati sfolgoravano in un barbaglio di rossi. Cadevo. Cadevo nelle viscere del vuoto.
Loro sarebbero venuti a cercarmi, lo sentivo. Qualcuno avrebbe pianto. Non mi bastava. Dovevano piangere tutti. Tutti. Dovevano domandarmi perdono in ginocchio. Dovevano pregare. Li sentivo ancora con le voci di corvi, al mattino, gracchiare parole che non potevo capire. Mi avessero detto: ti odio, ti odiamo, io ne avrei carpito l’affronto. Ma neppure mi dichiaravano l’astio, soltanto mi trapassavano. Questa trasparenza, questo sentore d’invisibile, mi spaccava in mille parti, mille frammenti di vetro. E li sentivo farsi largo nella carne, aspergerla di cruore, saettare nelle profondità dei condotti sanguigni, spaccarne gli argini. Il male era vivo e aveva il colore del fuoco. Si moltiplicava sottopelle. Proliferava in una scansione di quanti. Mandrie di iene sottopelle. Nel fondo degli occhi moltiplicazioni di legioni e guerre nucleari. In ogni porzione di carne lo spazio sconfinava e diffrangeva i suoi multipli.
Avevo perso la guerra, una sedia spaccata contro uno di loro. Avevo perso, sì, l’invisibilità, ma avevo conquistato la pazzia. La pazzia si dipingeva duttile nelle bocche dei grandi. La pazzia si slabbrava nelle voci delle pareti. La pazzia salmodiava negli intarsi delle pupille, nell’articolazione delle dita, nell’omega di distanza tra me e le cose.
Adesso sapevo, con il collo stretto in una corda di lampadario, ero cosciente del gaudio, una scuoiatura di cielo attraverso la pelle viola. Non sentivo il dolore che si dice avvertano i condannati alla forca. La forca era la mia personalissima beatitudine. E avevo nel corpo il suono violento di un Mozart al culmine estremo del suo Requiem. Me ne restavo a penzolare dal soffitto e vedevo il giorno e scucivo il giorno in centosette stringhe di colore. Ridevo, ma non potevano sentirmi. Ridevo ma non potevano vedermi. Il corpo dovette cedere al traino feroce della corda. Il collo dovette cedere al peso copioso del busto. E io non sentivo nulla. Mi staccavo. Venivo via. Beata. E già li vedevo piangere in cerchio attorno a una lapide, in silente preghiera, domandare perdono, mentre il nome mio, scritto sopra le case, avrebbe danzato nella volta. Il nome mio li avrebbe seguiti fino alla tomba.

@ i.p.

ilaperformancecorpo

Hai trent’anni. Quasi.
Una laurea triennale in discipline umanistiche.
Lavori per sette euro l’ora una volta a settimana.
Qualcuno ti dice sempre che hai talento e che un giorno…
Il tempo passa. Il corpo si trasforma. La scrittura pure. Il giorno non arriva.
Continuano a dirti che sei troppo sofisticata per essere Mainstream.
Troppo poco sofisticata per appartenere a una certa nicchia intellettuale.
In fin dei conti credi solo di essere impulsiva, selvaggia, autentica.
Difetti imperdonabili in una società occidentale su base capitalistica.
A un congresso di psichiatria democratica hanno detto che
il disagio sociale cresce con l’assenza di lavoro.
Punti di riferimento. Progettualità.
Talvolta dici: grazie papà per avermi salvata da un percorso senza ritorno nella psichiatria italiana
in cui ora lavoro quasi da operatrice avendo tutte le carte in regola per esserne utente.
Talvolta dici: vaffanculo mamma e papà
per non avermi insegnato a rimboccarmi le maniche a quindici anni
e spaccarmi il culo con un lavoro degno di questo nome.
Hai fatto la hostess ai congressi.
La cameriera.
L’animatrice per bambini.
L’intervistatrice.
L’insegnante di scrittura.
La tossica.
La scrittrice.
La performer.
La disoccupata.
La donna di qualcuno che conta.
La donna di nessuno.
La fuggitiva.
La perenne ragazza in crisi.
Ora non sei più una ragazza. Sei sempre in crisi.
Qualche volta te la prendi con gli altri.
Quelli che ci credono.
Quelli che non si arrendono.
Il che fa molto pubblicità vintage della CocaCola
con sottotesto da Programmazione Neuro Linguistica.
Qualche volta pensi che forse non sei solo un’allegra disagiata alle prese con un mondo crudele. Qualche volta pensi di avere la chiave.
Qualche volta pensi: io rifiuto di essere come voi.
Il che fa molto festa di quindici anni o disturbo borderline di personalità.
Qualche volta pensi: se rifiuto di essere come voi non sarò nulla.
Qualche volta pensi che non essere nulla sia la soluzione.
Fuori da ogni ruolo prestabilito.
Eternamente in fuga.
Cercando la verità nell’estremo.
Oltre i muri. Nelle pareti scritte di gesso.
Le cose accadono affinché si possano ricordare.
Vengono scritte per questo.
Per esempio se conosci una persona assurda,
in un’accezione di significato prossima al Camus del Mito di Sisifo,
come puoi non scriverne.
Per esempio bisognerebbe fermarsi tutti e guardarsi negli occhi.
E ammettere che conoscere sei lingue, avere quattro lauree
e un fisico da due ore di palestra al giorno
più ritocchi plastici in fisiologica o silicone non sia l’equivalente biochimico di felicità.
Guardatelo negli occhi quello che ci chiedono di essere.
Guardate in faccia questi mostri governati dall’ego riflesso su iphone.
Questi mostri da: amori virtuali, amicizie d’interesse.
Questi mostri da: possiedo dunque sono.
Questi mostri dei quali fai indubbiamente parte anche tu.
Mentre la vita ti passava accanto eri occupata a controllare le notifiche su Facebook.
E poi le cose accadono. Continuano ad accadere.
Cade la neve. Sfavilla il sole d’agosto. Il mare si riempie di spuma al pomeriggio.
La gente muore in massa per cercare di salvarsi la vita.
Inciampiamo nei paradossi. Come se tutto fosse normale.
E allora dici: ficcatevela in culo questa diagnosi.
Non è un disturbo di personalità.
Al più un disturbo di appartenenza.
Non riesco ad appartenere a questo mondo.
Non vi riuscirò mai.
E nonostante tutto ci abito.
Mi costruisco un cantuccio alterato nell’inferno.
Pare faccia caldo da queste parti.
Non ho imparato a vivere.
E non so morire.
Un bel compromesso per la prossima sbornia.
E allora dici: ecco cosa sono, ecco cos’ho fatto.
Cercavo Dio. E ho trovato un foglio word.
Ma questa vena sarcastica. Il sarcasmo lascialo a chi…
Niente va tutto bene.
Un quadro di Van Gogh. O di Edvard Munch.
Qualcosa di coloratissimo e oscuro.
I girasoli con dentro l’urlo.
Avere una famiglia piccolo borghese apparentemente felice.
Ritrovarsi a sputarsi addosso il veleno di una vita.
Avere un uomo. Voltare l’angolo. Sapere con chi è mentre vai via.
O non saperlo. Sono scelte.
Tu sei un’incantatrice di sopravvissuti.
Per questo ami l’anti di ogni cosa.
Antiromanzo. Antipoesia.
Violenza sonora.
Oppure torna alle origini.
La Terra. Mozart. L’Odissea.
Dai, fammi un sorriso.
Questo presunto scettro della paranoia.
Lascialo ai posteri.
Adesso tutto è crollato.
Le pareti. Le fondamenta. L’io.
Qualcuno può goderne.
E perché non dovrebbe.
Perché non dovresti.
Una rave. Un lunaparck di ossa.
Un ossario psicosintetico.
Guarda sciabolare la luce sul soffitto.
Le sue mani sulle tue gambe.
Non ha importanza il dopo.
E neppure il prima.
Vivere bruciando.
L’istante eterno. L’estasi.
Mandare tutto a puttane.
Va bene così.
Il precipizio è infinito.
Non si smette mai di cadere.
Si può godere mentre si cade.
Restare senza ossa.
E ridere.

@i.p.

ilacampagna2

Accompagnavo Eli a cogliere i pinoli, guardavamo le bocche del sole tra le fronde, aghi nelle pupille. Eli aveva occhi grigi bistrati di nero, labbra sanguigne, efelidi sul principio del naso e sulle gote, fossette agli angoli della bocca. Portava minigonne da urlo, Tshirt scollatissime e catenelle di metallo dalla nuca alla gola. Sollevava lo sguardo, nei tratti del volto un altro volto, maschera di belva.
Eli aveva visto. Sul ballatoio. Il padre fuggire. La madre schiantarsi di schiena contro la parete ruvida e bianca. Strappare i fiori dal roseto. Ferirsi con le spine. Tutti i petali frantumarsi nella luce. Aveva mani lunghe e screpolate, la mamma di Eli. Ci piaceva guardare le unghie rosse sbrecciate di bianco innaffiare i vasi di rose e orchidee.
Non era l’assenza del padre quanto quell’immagine. L’immagine dei petali frantumati nel sole. Lo stesso frantumo spaccava la pelle.
Coglieva i pinoli dal bordo dei tronchi, Eli. Li teneva con le mani a giumella e si macchiava, i palmi, le dita. Ne coglievo in gran quantità e mi rimproverava quando ne lasciavo cadere. Si chinava a raccoglierli. La maglietta gialla veniva su. Lembi di addome scoperti. Una rastrellata di sangue rappreso.
Cos’hai qui?
Non toccare.
Scherniva con occhi velati. E cercavo di tenerle la mano. La scaraventava altrove.
Chi ti ha fatto questo?
Sta lontana da me.
Un’unghia feroce sulla pelle. Avambraccio ferito. Aveva le unghie di sua madre, Eli, e non me n’ero accorta.
Camminando la gonna le lasciava scoperta una costellazione di lividi tra le cosce. I tacchi degli anfibi scricchiolavano strofinandosi l’un l’altro.
Perché ti fai del male?
Si accostò. Mi guardò con occhi di avvoltoio prima di dilaniare la sua carne. Una mano sul petto, quasi a volermi strappare le vesti.
Ti sei mai chiesta, Gemma, perché veniamo qui ogni giorno a prendere i pinoli? Ogni giorno alla stessa ora.
Silenzio.
E ti sei mai chiesta perché tu sia vestita da bambina e io da donna?
Silenzio.
E Ti sei mai chiesta che cosa significhi non avere un padre?
Silenzio. Uno sguardo. L’abisso.
Tu ce l’hai, un padre. È lontano ma ce l’hai.
Perché continui a frequentarmi?
Silenzio.
Indietreggiai. E vidi anch’io, per la prima volta, quei petali. Petali di rosa frantumati dalla luce feroce del sole d’agosto.
Eli fece altri tre passi. Si voltò a sorridermi in un ghigno maldestro. Svanì dietro i cespugli prima del mare.
Seguivo le orme. E dentro c’erano i giorni insieme, bambine, nella sabbia. Gli inverni dietro le finestre di casa sua, quando la stufa era rotta. Il freddo e gli abbracci. La madre che entrava. E avevamo paura dei suoi occhi. Senza luce. Ci portava il te’ all’arancia, ne sentivamo l’aroma da lontano. Entrava e tentava di sorridere, aveva dolce la voce, sussurrando, diceva bambine state bene. E lei stava male, le guardavamo gli occhi. Doveva essersi persa. In un giardino innevato. Alla finestra le lampare ghiacciate dal gelo. E nella stanza solo il fiato di Eli sul mio, in quell’invenzione di bacio.
Sedici gradini a piedi scalzi per spiarla. Restava impietrita, raggelata, nel vestito bianco, nello sguardo ai muri. E quando il padre tornava si consumava tra loro il rito della banalità, mille parole mute. E lei altrove, ma dove? Dov’erano quegli occhi che il sogno trasse in inganno? Dove le movenze antiche dall’incarnato pallido? Dove l’anima gentile e guerriera di un tempo? Qualche ciuffo bianco nella lunga chioma. E lo sguardo degli spettri.
Seguivo le orme e nelle orme c’era il riflesso del sole in frantumi. Quei petali. Sulla roccia. I pinoli. Petali di rose e pinoli a tracciare un sentiero fino a Eli. Dondolava sull’orlo del precipizio, graffiandosi l’addome. Lasciava dondolare una gamba nel vuoto. Cinquanta metri sul livello del mare. Le cose lì giù erano insetti. Puntini. E lei, spalancava le braccia e chiudeva gli occhi. Aveva nel corpo il corpo della madre.
Non puoi! – gridai forte – Non adesso. Non puoi. Non farlo.
La voce da grido si fece caverna.
Eli si voltò. Aveva negli occhi la furia degli avvoltoi, e l’innocenza dei cerbiatti.
Si voltò e si mise a sedere sull’orlo del precipizio. In bilico. Sussultai.
Ho tracciato un sentiero, di modo che possa vedere tutto. Di modo che possa raggiungermi proprio qui. Ho tracciato un sentiero. E non posso far altro che seguirlo, io stessa, fino in fondo, fino al vuoto.
La vita va avanti, Eli, va avanti. Le persone ci passano accanto e ci portano via pezzi di noi, ma la vita va avanti.
Sì, incontreremo altri, che ci porteranno via altri pezzi. Mio padre si è portato via la sua anima. A cosa serve un corpo senz’anima? Non esiste null’altro che sconfitta. Bisognerebbe arrendersi al nulla. Anche le persone convinte di essere nel bene, di essere nel giusto, o addirittura di essere felici, vivono solo una stupenda illusione. Tutto crolla. A volte le cose crollano perché le fondamenta sono labili. Si frana irrimediabilmente. Essere in cielo o nel baratro, in fin dei conti, non fa alcuna differenza. Forse sarebbe meglio non costruire nulla. Errare nella notte respirando aria buona, quando tira. E per il resto cercando di non farsi avvelenare dalla polvere. Siamo polvere. Tutto è polvere. Niente esiste sul serio. In fondo cosa cambia. Se guardi a fondo una cosa, questa smette di esistere in quanto cosa. Se ti concentri su una faccia, a poco a poco perde la dignità di faccia e diventa un tripudio di pelle e pori e nei e piccoli sfoghi e quant’altro. Di base vediamo negli altri ciò che sta dentro di noi. E neanche poi così a fondo. Anche in noi non c’è null’altro che illusione. Se analizzi un comportamento o una pulsione fino al limite diventa assolutamente inconsistente. Se arrivi a meditare profondamente sul tuo stesso desiderare o temere, gli oggetti stessi di desiderio e paura svaniscono e forse anche il desiderio e la paura. In un modo o nell’altro arrivi alla Grande Indifferenza. Indifferenza alla vita. Indifferenza alla morte. Indifferenza a sé stessi. Agli altri. Alle tragedie del mondo. All’uomo che muore. Al dolore di una madre. Questa indifferenza, Gemma, è uno scudo ma anche una malattia. Questa indifferenza rende inconsistente il varco tra bene e male, vita e morte.
Mi avvicinai, le scrutai le mani nere di pinoli. Con le dita raccolsi le sue. Mi guardò e non era più avvoltoio né cerbiatto ma uccello.
Chiusi gli occhi.
Salto con te.
E lei fece un passo indietro.
Non puoi, devo prima insegnarti a volare.

 

© Ilaria Palomba

ilacampagna3

La fragilità dei narcisi è consapevolezza inconsapevole caduta silenziosa coscienza incosciente desiderare fino alla morte l’amore senza darlo e fa paura tutto questo sentire e non sentire mai nel buio profondo una caverna di spettri incontrare qualcuno che non ti sia specchio sarebbe un massacro c’è sempre stato un massacro in ogni storia come camminare all’alba sulla battigia e guardarsi riflessi nelle onde ombre di bruma e sguardi stravolti dal gelo ci siamo specchiati così a fondo da esserci lasciati divorare dal mare è musica melanconica sinfonia di tenebra armonia cancellata prossimità del vuoto salto infinito non aver paura di morire ma solo di non esistere come la morte fosse il suggello l’espiazione ultima della colpa d’essere incapaci di amare altro che un riflesso e non saper vivere senza tutto eternamente torna follia nietzscheiana al punto di partenza camminavamo spettrali sul limitare del mare paure primordiali si specchiavano nel buio ingoiato dalla luce eravamo così belli sotto quella luce mezza luna mezza aurora epifanie d’esistenza crepuscolare sapienza dei piedi sabbia umida e fredda rabbrividire nella bora e abbracciarsi prima dell’ultimo salto tornare a casa e sentirsi il cuore in gola illudersi di aver amato per un’ora dimenticarsi il sapore e il vissuto i corpi avvinghiati all’ombra del fuoco restarsene a cantare stornelli non sense e rinnegare ogni cosa per riviverla con il primo chiunquealtro che si fosse presentato alla fine si può invidiare tutto l’amore del mondo tutta la gloria la determinazione quando basta un telefono che squilla a vuoto per non alzarsi dal letto si può invidiare a morte chi ha finito l’università messo su famiglia o è partito per viaggi umanitari avendo qualcosa da raccontare qualcosa che non sia specchio infranto tu invece senza vetro e senza pelle ancora mi parli della vita per starmi accanto devi scendere nel pozzo e danzare in mezzo ai morti ma io non so mica quanta forza hai dentro ho bisogno di essere vinta battuta in battaglia scagliata oltre le fondamenta del muro invisibile prima della battaglia guarda nel fondo della luna ci saranno gli occhi miei scacciami se sei in tempo trafiggimi o salvami una volta per tutte da questo abisso di specchi sbrecciati una sola volta una sola morte affinché non sia vana l’attesa e la luce che a quest’ora s’irradia sulla battigia il colore del cielo rovente e azzurrato senza luogo senza senso come fosse eterno il suono della risacca che inganna le ore come fosse di carne il sapore del mattino che il mare dissipa al vento.

© i. p.

luce

Sai di cosa ho paura ti dissi manipolazione intendo mentale quando il potere sovrasta il desiderio paura di essere debole e farmi risucchiare tu non sei debole sei forte dicesti siamo forti avremmo potuto cervello poltiglia io ce l’ho dissi e tu ti davi lo smalto alle unghie dei piedi perché dico perché vedo la gente arrivare tutti prima o poi raggiungono l’obiettivo chi in arte chi in letteratura chi apre un’attività questa cosa delle start up ma che significa start up e io manco so se riesco ad alzarmi dal letto al mattino poi smettesti e iniziasti con il rimmel avevi lunghe ciglia e floridi seni coperti da una sottoveste in pizzo occhi azzurri oceano sopracciglia disegnate di nero capelli chiari e io stavo a raccontarti i drammi mentre conoscevi i sacrifici e gli affanni l’aver scalato vette invisibili e sopravvivere all’assurdo ho paura Anya ho paura di fallire ho già fallito sempre si fallisce anche quando si vince chi vince perde la libertà è schiavitù 2984 non voglio vedere ho cercato gli altri e ho trovato il vuoto forse ho confuso il desiderio con l’amore la competizione con l’amicizia la mondanità con la fratellanza lo diceva anche bauman siamo liquidi e le parole nel fluido si sciolgono cosa resterà di quest’epoca di zombie cosa resterà della mediocrità dei narcisi ti alzasti la sottoveste sotto i piedi piccoli di geisha e l’incarnato diafano pelle d’angelo forme di demonio ti ho guardato i seni la biancheria in pvc lo sfolgorio negli occhi il culo da statua e camminando lasciavi cadere vestiti gocce di birra e freddo forse ti scambiai per il fuoco ti chiesi di nascondermi adesso scavalchiamo il senso siamo due eroine abbiamo superato il tempo gli amici zombie dell’ultima festa quelli cui bastava una pera di furia per sentirsi all’altezza io ero fuori fuori da tutti gli argini che succhiano grida fuori da ogni stato definito norma fuori dalle convenzioni del sociale e dell’antisociale tu eri decisamente antisociale o quel tanto che basta per cavarsela con i mostri te lo ricordi l’innominato e io ricordavo eccome le notti oscure l’idillio e l’inganno quando diceva sta zitta e io in silenzio acconsentivo a lasciargli l’arbitrio del corpo ma ora è diverso ora non più cosa volevano da me nulla dicevi eri fragile e loro avevano fame i volti nel fuoco gli occhi nella bruma le mani sui seni se voglio ti scopi i miei amici se voglio entri lì dentro e ci stai tre giorni se voglio chiudi la bocca se voglio apri la fica e se vogliono fotterti fino a farti sanguinare sanguina puttana quello sei nient’altro ora poi mi guardo le unghie lunghe nere e guardo le tue rosse i fianchi ondeggiare la musica elettrica le vicinanze estreme le scalate sociali i soldi su per il culo i romanzi venduti e quelli obliati le ragioni dei deboli la rivalsa del fango andiamo via Anya portami oltre l’ultimo trip dopo tutto quello che abbiamo visto ce ne possiamo anche andare le luci stroboscopiche l’istante in cui eravamo dee per una notte sopra un cubo di rubik infinitamente girato con i tasselli confusi l’artificiere e la bomba l’istante dell’aria i cervelli fritti le mani sui seni i calci negli stinchi ti rendi conto amore siamo sopravvissute al massacro cosa t’importa del resto sei già un miracolo sono piena di tagli dissi e tu li medicasti dovevamo recidere le vene del tempo scarnificare lo spazio fino a trasmigrarne l’illusione dovevamo assurgere al diniego o all’atarassia senza padri senza madri senza colpe che non fossero l’essere gettate in un caleidoscopio di corpi la pioggia rivestiva il futuro di un passato illusorio sei quel che inventi di esser stato per cui ora cancella le mani le corde le paturnie i polsi dimentica gli occhi e i denti e il puzzo di putrido dimentica le ossessioni del mattino a parlare con le foglie dimentica le tende che si gonfiano di fluido viola stinto la pancia del demone l’occhio di dio le carezze del satiro il matrimonio indicibile della luce con le tenebre dimentica ogni cosa e danza danza danza sulle macerie del tempo testimoni ultime tu ed io sulle sponde del nulla la perfezione dell’ora senza radici senza pareti solo rizomi a pori aperti nello spazio non puoi paragonarti al mondo perché sei una sopravvissuta lo siamo entrambe vittima e carnefice bene e male essenza ed esistenza entrambe sulla linea di confine rincorrendo i gatti nella bruma di un varco spalancate al ricordo eppure già altrove.

© i. p.
foto di Stefano Borsini

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La percezione obliqua del senso quando tutto muove e non senti gli argini arrancare tenersi a galla ti dicono guardati con tutti questi successi ti permetti ancora sprofondo nel gorgo oscuro è che mi vivo dissimile forse il tempo mi ha tradita da bambina il tempo il corpo l’immagine allo specchio e tutti i giorni chiusa in casa a lasciarli passare sul carcame del futuro se non vinco ogni giorno il risultato è non esisto vai a vedere che tutto il silenzio era rumore o viceversa vai a vedere che gli eccessi celavano solo una mania da prima della classe vinco quindi sono cosa succede se perdo ti chiedesti e ti perdesti lasciarsi dominare dal vuoto assurgere al diniego restarsene inchiodati alle brame degli altri non potevi sottrarti non volevi sentire le voci questo dono era un ricatto e quando ti dicevano troia hai tradito avresti voluto urlare e voi voi no tutti mi tradite con gli sguardi altrove le luci spente le voci rotte mentre rantolo e soffoco e giro gli occhi e sento l’occhio di dio trasmutarsi in zolfo cenere d’inferno tutti mi lasciate morire tanto che in fondo al pozzo la morte è divenuta la più fedele amica e danziamo danziamo sulle superfici mi sento viva al limite mentre mi guarda con occhi di corvo e respiro respiro riprendo fiato e respiro mentre i lacci mi segano i polsi potrei amare solo chi mi promettesse una fine del mondo non esiste null’altro che il dono dell’assenza questo desiderio atroce di tornare cenere un indietro senza tempo una volta siamo stati spazio no non guardare non fare paragoni da dove viene questa foga mamma guardami papà ascoltami e loro a litigare io ero polvere resistere al limite mamma ho preso nove perché non dieci dicevano ma noi ti amiamo ti amiamo tantissimo anche mentre svieni e ti assenti e non parli e t’imbottisci di anfetamine tutto l’amore in uno schiaffo un calcio in faccia dicevano sei bella allora perché mi sentivo un mostro sei bella se ti togli le mutande dicevano i ragazzi mettiti lì toccati i seni apri le gambe e chiudi gli occhi brava così sei bella avanti la prossima questa è meglio tu sei una mummia non hai seno hai i fianchi larghi avevi paura ma non osavi se è questo il pedaggio per essere vivi ero vita e morte l’obsolescenza del limite sai che non è vero tu sei tenerezza e passione non quell’idiota che piscia in pubblico per attirare i mostri a cosa è servito non voglio paragoni non faccio paragoni non m’importa davvero non cerco sguardi e sussurri una volta cercavo ora non più sono scesa così in basso che non vedo più il cielo ma si sta bene qui nel sottosuolo legata a un altare sotto una croce il corpo di cristo amen così in basso da essere in alto così in basso da essere dio.

© i. p.
foto Stefano Borsini

vortice

E poi non è vero, dicesti. Non sei.
Eravamo rintanati nella pietra. I fiori morivano sotto la neve.
Il freddo ghiacciava il cervello, il cuore.
Siamo così lontani adesso, amore mio.
Ci fingeremo rivali. E resteremo a guardarci sciogliere.
Avevi l’odore della cenere. Il fiato appesantito dalla bufera.
Esiste uno spazio dove il dolore e il piacere si annientano.
Esiste una voce che urla al vento sussurrando tempesta.
È un non pieno. Tutto buio. Il vuoto è colmo di sussurri.
Era solo il vento, dicesti, solo il vento.
Forse volevamo testare la resistenza al dolore.
Schiantarci al suolo per calibrare la gravità. Generare falene di fumo.
Ululare alla luna e guardarla negli occhi.
Che cosa c’era dopo l’orizzonte?
L’immensità pallida del divenire pietra.
Assaltare l’atmosfera. Lasciarsi afferrare dalla Storia.
Giungere all’al di là del suono. Nel crocevia di sguardi che inghiottono.
Tu eri come me, sapevamo mentire.
Oggi ci aggiriamo stanchi nella bufera. Cerchiamo riparo nel cemento.
Accendiamo fuochi e ci gettiamo l’acqua. Affinché non sia mai sazia la notte.
Noi siamo la notte, la fulgida luminescenza delle supernove.
Noi siamo il fulmine che spaccò la terra. Il fuoco che la divorò.
Noi siamo segnati da questa profezia e ne percorriamo il limite.
Forse ci fu uno sguardo lungo secoli. Forse a seppellirci fu la memoria della tempesta.
Quando esco in strada vedo morire le rose. Verso una meta universale il creato rabbuia.
La luce è concepita dall’occhio di un demone. Mi spoglio e danzo nel fuoco.
Tu puoi sbriciolarmi, se lo ritieni. Puoi sacrificarmi alla madre.
Le ho chiesto di darmi fauci e artigli.
Stai scherzando? La madre non concede e non perdona.
Ci ha incastonato qui, in questo deserto innevato.
Dove i granelli sono uomini dell’oltre. E non possiamo vincerli.
Battersi a lance tese contro infiniti sé stessi dispersi nella cenere.
Lasciarsi vincere e ricominciare.
Stai cercando un rifugio?
Sono la casa. Sono l’altrove.
E tu, guarderai inerme la fine di tutti gli incendi.
Alla miseria del cielo ride la terra arsa viva e masticata dall’uomo.
Siamo resti di civiltà franate. E guardiamo il sole, ora, sgretolarsi nella roccia.
Per cinquemila anni rincorriamo la fine.

© i.p.