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Monthly Archives: ottobre 2012

foto di Luigi Annibaldi

 

Pavimento bianco-ospedale, scarpe marrò con cinturino o ballerine blu con fiocco, pantaloni a fiori bianchi, a fiori neri o jeans o tuta. Odore asettico. Vociare umano femmineo. La parola del giorno è carcinoma. Per fortuna io non sono qui per questo, ho accompagnato Lupo a togliere i punti del neo. Medico scazzato biondo, faccia da bradipo sbiadito con camice bianco seguito da altro medico o infermiere moro, baffetti e occhiali con camice verde molto Hitler. Chissà se tra queste donne c’è anche la madre che ha buttato i giocattoli nell’immondizia a suo figlio. Ieri mattina all’uscita dalla biblioteca c’era un sacco d’immondizia nero per terra accanto ai bidoni, un sacco pieno di pupazzetti tipo orsacchiotti di gomma e pony, avrei voluto fotografarlo ma non ci sono riuscita mi è passata la voglia di farlo, la pigrizia ha preso il sopravvento. Ieri in biblioteca lavoravo al saggio, pensavo però al mio romanzo, il terzo, quello lasciato quasi incompiuto a 40 pagine, perché se non vado di getto il flusso si blocca, il canale si ostruisce e non c’è più lo scorrere fluido della storia, i personaggi si arenano, non mi parlano più. Ho paura.

Ma non potresti trovare qualcosa nella vita che ti renda felice? Disse mio padre a pranzo o forse al telefono mentre piangevo disgrazie economiche e contratti vessatori da cui non farò mai un euro. Sì, ma la fama. Sì ma con la sola fama senza guadagno fai la fame.

Ed è mica falso. Ma cosa io, padre, dovrei trovare che mi renda felice? I miei personaggi, quelli mi rendono felice, fare l’amore, quello sì ma non l’ho detto, parlare di sesso con il proprio padre equivale a uno stupro. Ho paura ti ho detto. Tranchina a tavola: Hai scritto una poesia bellissima.

Si è commosso e io con lui, per tutte le voci che hanno blaterato: smetti con la poesia, non fa per te. Come se io potessi dire al panico: smettila di tormentarmi, non fai per me. E poi mica ce l’ho la grana per uno psicocazzo. Vai a lavorare! Mi fu detto da un fascio o simpatizzante tale. Mai! Piuttosto l’accattonaggio. Non avrete il mio bel faccino a leccare piedi e cazzi nei vostri uffici, nelle vostre università. Piuttosto mi avrete nel vostro letto col baldacchino, a vostra insaputa, tra le cosce di vostra moglie dopo una sua crisi isterica perché: oddio gli uomini, lui e la sua segretaria. E io lì pronta: meglio le donne. Bevi qualcosa? Un bicchiere di rabbia, grazie.
Ma torniamo alla biblioteca, il saggio che mai finirò, il romanzo che mi si è spezzato in gola. Il tizio rosso calabrese che prepara esami universitari al decimo anno fuoricorso. Ciao scrittrice. Per esser definita tale devi meritarlo. E poi Lupo che viene a prenderti: mangiamo qualcosa? Insalata? Manco per il cazzo, tonnarelli cacio e pepe, piatto sovrabbondante, attacco di colite. Magari è che sono celiaca ma non me la sbatto a farmi le analisi. Calma. Fermati. Osserva. Cosa vedi? Cassonetti con giocattoli gettati, e perché… perché  la bambina gioca troppo e non vuole studiare allora la mamma glieli ha sequestrati, cazzo come puzzano di uova marce ’sti giocattoli. Sì, la bambina è un po’ autistica, ama giocare da sola con draghi miniponi e due uova per amiche, se la fanno arrabbiare le amiche lei gli rompe il cranio con la punta dell’unicorno alato infernale. E poi mica è detto che sia andata così, può darsi che invece sua madre sia qui con me e Lupo al reparto oncologico e abbia un solo mese di vita e la bimba debba finire in istituto perché il padre, mafioso alcolizzato, è già in carcere da un pezzo e in istituto ce li hanno già i giocattoli, fanno mica distinzioni. Che sei la figlia della gallina bianca? Usi quelli dell’istituto, i tuoi li diamo in pasto ai topi che con quell’odore di uovo marcio attirano un bel po’. Fuori dalla biblio attacco di colite e poi Lupo: come stai? E poi: andiamo a casa? No andiamo a fare quel servizio che non si può dire. Ora tutti penserete che si tratti di droghe e invece no, invece no, è una cosa legale o per lo meno non illegale, ulteriore conferma della mia pessima situazione economica. Attacco di delirio. San Lorenzo, il mio mondo, Riunione di Condominio e letture e musica elettronica e Paolo che dirige Pastiche. Ma come hai fatto con la distribuzione? Ci vado io di persona in tutta Italia. E la soluzione era lì, chiara e limpida, faticosa ma lineare. Dovrei farlo anch’io con i miei libri. E poi lui che legge e musica e delirio e video: black block, Requiem for a dream, torri gemelle e i suoi occhi che scintillano nell’oscurità. E la sua ragazza mora occhi verdi piercing al setto che parla di tesi di laurea sui rave party e non so perché penso a ieri: Angelo mai, ali e pareti rosse, polpette di carne fatte in casa, Francesca e Andrea, workshop di Franko B. Andiamo a Londra a marzo facciamo una performance su Fatti male. Grande, sarebbe un’enorme figata, ma a marzo devo andare anche in Germania e non ho ancora capito come ottenere l’ubiquità, forse al decimo romanzo te la danno tipo laurea ad honorem. Cerca i finanziamenti dalla regione puglia. Ci proverò. Lupo ci guarda prende appunti.

Torno in me: Riunione di condominio, locale San Lorenzo. Leggo un racconto sulla violenza del padre, con musica industrial ebm, Hocico, per sottofondo. Esco, vado via. Un messaggio di Paolo: creiamo un movimento letterario e poetico, una cosa nuova. Un messaggio dal gruppo Chi sei tu: ci vediamo martedì. Un messaggio dall’amica insegnante d’inglese: ci vediamo martedì. Ripenso a quella bambina, quei giocattoli sporchi di uovo buttati là.

Nel letto di notte, odore dell’ultima sigaretta, della pelle di Lupo. Le mie cosce tra le sue. Stringimi amore non riesco a dormire. Stringimi, inondami del tuo calore. Ho paura. Vieni qui, vieni a sotterrare la tua paura tra le mie labbra. Le tue labbra tra i miei denti. La tua lingua tra le mie gambe. Amami. Lo farò finché ne avrò il tempo. Ma ti amo, è una sensazione fisica, umidità, fragilità, desiderio e abbandono. È la mia pelle che ti appartiene nulla di ragionato puro brivido. Non riesci a dormire. Chiudi gli occhi e sei già sveglia. E sei già al reparto oncologico con Lupo che deve togliere i punti del neo. Hai paura? No. Lui ha già finito mentre tu scrivi sull’iphone con nessuna volontà letteraria se non quella di gridare. Esci di qui da queste voci di mamme che parlano dei loro carcinomi. E la vedi lei, la bimba, nel cortile del l’Ifo a mano a mano con una suora, prendi la rincorsa, gliela sfili dal braccio e la rapisci, via con te, zero impegni istituti e istituzioni, solo uova, draghi e unicorni alati.

 

© Ilaria Palomba

 

Domani è il grande giorno: a Roma, ore 18, in Casa delle Letterature (Piazza dell’Orologio 3), gli scrittori Andrea Carraro e Angela Scarparo presenteranno me come autrice e il mio romanzo d’esordio “Fatti male”. Voglio condividere con voi la recensione dello scrittore e giornalista Uberto Tommasi che ha carpito il senso profondo del mio romanzo e presto vorrebbe presentarmi a Verona.

16/09/2012 AZ MARMI su Ilaria Palomba
Uberto Tommasi – Terribilis liber iste [questo libro è terribile], una frase lapidaria che da sola basterebbe a riassumere il testo “fatti male” scritto dalla ventiquattrenne Ilaria Palomba che, con la sua opera presentata come un diario, buca la barriera d’ipocrisia che avvolge ogni cronaca del mondo della droga, del sesso promiscuo e dell’abbandono morale, con la quale il mondo borghese allontana da sé una realtà che coinvolge migliaia di ragazzi di Bari come di ogni città del mondo.

Il cronista quando scrive di un crimine aggiunge spesso parole come: “omicidio avvenuto nel mondo della droga” o “nell’ambito degli spacciatori”, per erigere un vallo fra la parte di città apparentemente ordinata e pulita, dove comunque lo scambio di coppia e la cocaina corre a fiumi, ma in modo diverso, più elegante, controllato e ipocrita e l’ambiente degradato delle periferie urbane. Uno specchio pericoloso la fatica di Ilaria, probabilmente insopportabile per il lettore borghese.

Lo scritto della Palomba è una finestra su un cortile di casa, sporco, tragico, su una dimensione degradata, una realtà scomoda. “Come abbiamo fatto a scriverlo?” è la prima cosa che si chiede il lettore che ha appena terminato di bersi questo bicchiere d’acido letterario. “Avrà vissuto in questo mondo da protagonista, provando le esperienze che descrive, o avrà raccolto quello che altri le hanno raccontato?”

Nel primo caso, da bravo guardone, cercherà di immaginare in quale esperienza orgiastica la scrittrice potrebbe essere stata coinvolta, con chissà quali altri giovani baresi, perdendosi la possibilità di ammirare lo sforzo dell’autrice, il suo esperto modo di scrivere, la sua capacità di trasferire avvenimenti e immagini di un ghetto che non si può fingere di non vedere.

Non è nuovo che un autore tenti di trasferire ai lettori cronache di suburra, ma Ilaria lo fa meglio, fa passare quanto vissuto o ascoltato attraverso se stessa.

“Perché?” si chiederà ancora l’attonito lettore e noi rispondiamo con un’altra domanda, perché allora esistono anche le cronache di guerra descritte, da qualche autore, in modo realistico ben diverse da quelle propinateci dai mass media?

Perché è meglio prendere atto della realtà e non coprire di profumo i miasmi di una società figlia nostra.

Probabilmente passerà molto tempo prima che il libro della scrittrice barese sia compreso, anche se niente potrà impedire che questa opera conquisti un giusto posto nel mondo delle grandi fatiche letterarie contemporanee.

Scrivere di più? Inutile, niente può sostituire la lettura diretta di “fatti male”. Ilaria Palomba è nata a Bari nel 1987, dove si è laureata in filosofia. Vive fra Roma e Parigi. Ha pubblicato la raccolta poetica, “Buchi neri divorano le stelle”. Questo è il suo primo romanzo.

http://www.gaffi.it/document/upload//EcodellaStampa1/EcodellaStampa10/EcodellaStampa13/AZmarmi-Palomba.pdf

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