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Ringrazio di cuore la redazione di Frasi Celebri per avermi contatta, felice di questa nuova bella collaborazione! Ecco il link in cui potrete seguirmi:

http://www.frasicelebri.it/utente/215480/frasi/

 

Presentazione del libro “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance-art” (Edizioni Dal Sud), domenica 30 marzo presso il Caffè Letterario Ostiense, all’interno dell’evento “Nella mia ferita sgorga il tuo sangue”.

 

© Video di Lucia Pappalardo

nellamiaferitaflyer

 

“Nella mia ferita sgorga il tuo sangue” è un evento ideato dall’artista Marco Fioramanti e dalla scrittrice Ilaria Palomba, volto a far convergere diversi approcci artistici sul tema che più di tutti rappresenta il cuore pulsante dell’arte. Ferita è qui inteso nella sua più larga accezione, non presenta un valore prettamente fisico. Ferita è il luogo più profondo del corpo sociale in cui si formano le difese ma anche le fragilità umane. È un concetto fondamentale comune a tutte le arti performative, che si tratti di ferita fisica, lacerazione della carne o ferita dell’anima, messa in scena di un disagio personale o sociale, è un rito di passaggio. Un cammino iniziatico che si struttura mediante un gioco sacro, un mettere in gioco se stessi, il proprio corpo, la propria fragilità. Gli spettacoli dei piccoli corpi rimandano al grande corpo che è la società. L’immedesimazione nel rituale iniziatico delle arti performative conduce lo spettatore a superare se stesso e riconoscersi parte integrante dello spettacolo, a guardarsi dentro e riconsiderare le proprie ferite, il proprio posto nel mondo.
La possibilità di interconnettere tra loro le ferite dell’arte apporta a questo concetto il valore aggiunto della condivisione, “compassione”, nell’accezione latina di “cum-patior”, ovvero sento-insieme. Perciò “Nella mia ferita sgorga il tuo sangue” è in realtà quello spazio dell’arte pura che trasforma il dolore in bellezza e conduce in tal modo a un’estatica liberazione, sublimando i propri vissuti in scritti, dipinti, fotografie, sculture, performance, body-art, musica elettronica. All’interno dell’evento, che si svolgerà il 30 marzo 2014, presso Caffè Letterario Ostiense, dalle 18 in poi, verrà presentato il saggio sulla performance-body-art, “Io sono un’opera d’arte”, di Ilaria Palomba (con prefazione di Giorgio Patrizi), si terranno interventi critici di Vitaldo Conte e Giorgio Patrizi e si esibiranno scrittori e performer del panorama underground e mainstream italiano.

Presenterà: Olivia Balzar.

Mostra: Marco Fioramanti, Silvia Faieta, Cristiano Quagliozzi, Damiana Ardito, Madame Decadent, Marco Casolino, Sylvia Di Ianni, Alix Rodriguez, Paolo Battista, Sara Rotondi, Silvia Valeri, Laura Paccione, Davide Bernardini, Fausto Rampazzo, Pietro Guglielmino, Edoardo Iosimi, Ester Ciammetti, Ruben Martinez.

Apertura di Marco Fioramanti
Introduzione di Vitaldo Conte

Reading:
IlSette Marco Settembre
Daniele Casolino
Fausto Rampazzo
Paolo Battista
Luigi Annibaldi
Lié Larousse
Olivia Balzar
Flavia Ganzenua
Giorgia Mastropasqua con Giacomo Davanzo in consolle

Installazioni:
Cristiano Quagliozzi e Damiana Ardito
Sylvia Di Ianni

Aperi-cena

Dj set Kilfa

 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “IO SONO UN’OPERA D’ARTE. VIAGGIO NEL MONDO DELLA PERFORMANCE ART” (Edizioni Dal Sud)
Interviene GIORGIO PATRIZI
Lettura di ILARIA PALOMBA

 

PERFORMANCE
Kyrahm e Julius Kaiser (video)
Francesca Romana Nascè e Claudia Papini
Marked Melody
Chérie Roi, Helena Velena e Beju
Marco Fioramanti e Inanna Trillis

 

Dj set Kilfa (No Sense of Place).

Mi è capitato di essere invitata a presentare Fatti male in una mostra d’arte, sarebbe stata una presentazione multimediale, ciò è avvenuto ieri alla sala dei Templari di un paese della Puglia: musica elettronica, videoproiezioni e lettura dell’incipit. Fin qui tutto bene, sono stata contenta di farlo, era la prima volta che potevo presentare un mio lavoro a una mostra d’arte.

Il problema è che la mostra era patrocinata dal comune e ci sarebbero stati gl’interventi delle figure rappresentative di tale istituzione. Questo dato ha provocato non pochi commenti nei confronti della mostra in sé e anche del mio personale atteggiamento. Perché una che viene da esperienze di strada, rave e centri sociali non può partecipare a una mostra sovvenzionata dal comune, questo è alto tradimento!

Ora, io mi chiedo, perché me lo son chiesto: c’è qualcosa di sbagliato nel mio modo di promuovere il mio romanzo? (che per altro parla di ambienti di cui quasi mai si scrive in Italia, preferendo i pipponi storici o le storie piene di luoghi comuni, scontate e borghesi, che, si sa, all’uomo medio piacciono tanto).

Allora cosa deve fare un artista o un aspirante tale per portare in giro i suoi lavori? Puoi fare l’artista di strada, la barbona, autopubblicarti e magari farti da sola da presentatore, autore e pubblico.

Il punto è che sulla mia faccia non c’è scritto: kamikaze. Da che il mondo è mondo i cosiddetti artisti cercano sponsor e promotori che riescano a lanciarli in quanti più ambienti possibile. Poi magari quelli più anarcoidi fanno di testa loro anche in mezzo agli aristocratici e ai borghesi, Michelangelo ad esempio lavorava per il papa ma disegnava nudi perfetti che per l’epoca erano scandalosi e osceni. Se vuoi far ascoltare la tua voce ti devi intrufolare ovunque, dal basso, e continuare a fare ciò che fai anche quando ti vietano di farlo.

Ora io non so se si tratti di invidia, o semplicemente di moralismo da branco, quel moralismo non detto, che passa sotto la pelle e dietro i gesti, quel moralismo che i cosiddetti alternativi negano di avere ma che in realtà non solo hanno ma talvolta offusca gli occhi e la mente e fa smettere di pensare con la propria testa e iniziare a parlare solo per sentito dire senza documentarsi personalmente. Perché i branchi sono questo: il diverso dev’essere annientato e basta, senza possibilità di riscatto. Come la storia dei gamberi: quello che sta per riuscire a uscire dalla scatola viene ributtato giù dagli altri.

Non che non me l’aspettassi, anzi, pensavo peggio. Ero convinta che all’uscita di Fatti male sarebbe scoppiata una rivolta nel mio stesso, diciamo così, gruppo d’appartenenza. Invece no, per fortuna non è accaduto. Alcuni ragazzi che conoscevo, che frequentavano i rave party, mi hanno detto che c’è del vero in ciò che ho scritto, che era ora che qualcuno lo facesse! E io li ringrazio, ringrazio tutti coloro che si sono immedesimati in Fatti male e che rifiutano qualsiasi logica di dominio sia dall’alto che dal basso, dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna e viceversa.

Vengo da Bari e nella mia città c’è un modo di dire malavitoso che è però radicato nelle persone fino al midollo, ed è: io appartengo. Tutti abbiamo bisogno di appartenere a qualcosa, a una casta, a una setta, a una comitiva, a una tribù, a un branco, a una famiglia.

Oggi, col sorriso tra i denti o con qualcosa di spezzato nel petto, posso dire certamente: IO NON APPARTENGO!

Io non appartengo a nulla. Scrivo ciò che vedo, come lo vedo, raccolgo testimonianze, esperienze, scrivo perché altrimenti imploderei. E questo mio non appartenere mi è costato caro, nella vita come nella scrittura, nel cercare un editore e ancor di più nel cercare di promuovere il mio lavoro, senza essere raccomandata né sostenuta da alcun cosiddetto gruppo d’appartenenza.

Ora, io voglio scrivere, d’accordo? E voglio scrivere di cose vere, reali, che attanagliano la mia esistenza e quella delle persone con cui parlo, a cui chiedo, di cui m’interesso. Voglio scrivere e conoscere il mondo, voglio conoscere il mondo e scrivere. Non ho due genitori che mi passano un assegno mensile e non ho un altro lavoro, almeno per il momento. Allora cosa dovrei fare se vengo invitata a proporre i miei lavori in ambienti che non somigliano per filo e per segno al mio? Rifiutarmi per ideologia? No, io ci vado, ci vado con borchie e zeppe, ci vado sparando in faccia al pubblico le mie parole crude, scarne, senza abbellimenti o inutili giri di parole che servono solo a dimostrare la propria bravura piuttosto che a dire realmente qualcosa. Io ci vado e porto fuori ciò che sono dentro e ciò che è la mia realtà. Altrimenti che facciamo? Ce la suoniamo e ce la cantiamo tra di noi?

Ho passato tutta l’adolescenza a cercare di fare la simpatica per entrare in improbabili gruppi di persone che mi sembravano, allora, fighe, e a fingere di essere come loro mi volevano e ora mi sono rotta le palle! Ora vi darò solo ciò che sento d’essere. Non sono simpatica, non sono socievole, non sono accondiscendente. Ho le mie idee e probabilmente queste idee non piacciono molto a chi ha a che fare con qualsiasi forma di potere. Disprezzo l’ipocrisia più d’ogni altra cosa, preferisco un nazista convinto a un sinistroide capace di paraculare un paziente psichiatrico o di escludere su due piedi chi non la pensa come lui o di mettersi serpi in seno che fingono benissimo di essere d’accordo con certe idee ma che in realtà hanno atteggiamenti che fanno invidia al bunga bunga.

E STATE ATTENI, ALTERNATIVI, CHE IL PIU’ DELLE VOLTE LE PEGGIORI MINACCE SONO TRA DI VOI E NON FUORI!

C’è gente che un giorno si mette a declamare robe per i diritti omosessuali e il giorno dopo sta facendo un pompino all’assessore/professore/politico di turno per farsi sponsorizzare di qua e di là. E voi neanche ve ne rendete conto. Ve la prendete con chi, umilmente e trasparentemente, cerca di promuoversi per essere e fare ciò che vuole senza mai leccare il culo (o altro) a nessuno.

Allora io penso che è nei gesti che si dimostrano le cose. Come si può professarsi fautori di grandi rivoluzioni sociali se poi si schiaccia il proprio compare per accaparrarsi un posto di potere? Come si può dirsi anarchici se poi si piega la testa alle dicerie di paese? È dalle azioni del singolo individuo che iniziano a cambiare le cose non dalle riflessioni sui massimi sistemi…

Mi sono sempre sentita parte di qualcosa, parte di un’idea di mondo nettamente diverso da ciò che ora questo mondo è, parte di un’onda di energie sotterranee che si muovono in silenzio e dal basso s’infiltrano negli infissi dell’esistenza e li corrodono piano fino a farli sparire a spalancare le porte verso un altrove.

Ma ora credo che tutti nella nostra lotta disperata per la sopravvivenza siamo essenzialmente soli e non possiamo fidarci delle apparenze, mai.

Ed è questo il senso di Fatti male: contro tutte le forme di dominio ed esclusione, anche quelle più sottili e subdole che si formano dal basso.