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Category Archives: scrittura automatica

tempio

 O forse semplicemente non avevo pareti e non ne ho ancora hai presente quando ci si spacca e sei un frantumo di ricordi che non vanno a posto essere fuori è essere indietro e avanti senza presente questo mi sento adesso senza presente avere quindici anni e cinquanta come aver perso la partita al ping pong dell’abisso lo leggete ancora l’urlo di ginsberg vorrei poterti dire che oltre il corridoio c’incontreremo ma non è vero non sempre si incontra altro che la propria immaginazione l’immaginazione può fecondare e quando la realtà ti si pianta addosso con la prepotenza di un avvoltoio ingoia le carcasse nel cassetto gli armadi sono diventati bare a furia di metterci scheletri lo so sono dannatamente generica se non lo fossi mi direste che sto parlando di me giusto no ma io sto parlando di voi di tutti voi di un noi che non è noi perché abbiamo perso la guerra abbiamo perso la guerra più di quarant’anni fa e ora ci rifugiamo nelle creature digitali nelle illusioni fantasmagoriche del web dove siamo tutti star e poi magari m’incroci e non vedi il muro di fantasmi e ci vai a sbattere hanno le voci del vento e sussurrano sussurrano con tutte le facce del passato e tu le vedi in me ne senti l’odore l’odore del passato del tradimento dell’abbandono e me lo fai scontare ma io non sono il tuo passato e non sono neanche l’immagine che hai veduto a una dimensione io sono erba bagnata cielo fulgido al vespro sono maree in tempesta sono aria di monte sono lava di vulcano sono lama che infrange trafigge dissipa al vento fa scampoli del corpo e torna alla terra e tu hai voluto pagassi hai voluto pagassi con la carne bloccato il torace il cuore che tace hai voluto vedermi riflessa nel tormento sorgi dalla notte dei tempi sorgi deriva portami fuori fuori da questi specchi sbrecciati in cui condannarmi al ritorno di un sempre e di un mai sorgi e dilania tutte le medesimezze e ovvietà sorgi pietà fa di me un gatto un albero o un fiume fa di me il mare traduci in tempesta la mia umanità spaccami ancora in mille parti e mille occhi così che io possa vedere lontano oltre l’umano fuori da queste quisquilie chincaglierie per le allodole rampicanti senza fiori i boccioli li hanno strappati volevo solo sapere dove arrivare ed è quello l’errore mettersi a cercare il fondo non c’è bisogna scivolare scivolare scivolare più in basso e il più in basso è più in alto senza gravità che senso ha dire alla terra di ruotare il suolo e il cielo lo spaziotempo E = mc2 ma stringimi amore precipito e volo senza vie di mezzo divieni con me bestia e Dio.

© i. p.

ilaperformancecorpo

Hai trent’anni. Quasi.
Una laurea triennale in discipline umanistiche.
Lavori per sette euro l’ora una volta a settimana.
Qualcuno ti dice sempre che hai talento e che un giorno…
Il tempo passa. Il corpo si trasforma. La scrittura pure. Il giorno non arriva.
Continuano a dirti che sei troppo sofisticata per essere Mainstream.
Troppo poco sofisticata per appartenere a una certa nicchia intellettuale.
In fin dei conti credi solo di essere impulsiva, selvaggia, autentica.
Difetti imperdonabili in una società occidentale su base capitalistica.
A un congresso di psichiatria democratica hanno detto che
il disagio sociale cresce con l’assenza di lavoro.
Punti di riferimento. Progettualità.
Talvolta dici: grazie papà per avermi salvata da un percorso senza ritorno nella psichiatria italiana
in cui ora lavoro quasi da operatrice avendo tutte le carte in regola per esserne utente.
Talvolta dici: vaffanculo mamma e papà
per non avermi insegnato a rimboccarmi le maniche a quindici anni
e spaccarmi il culo con un lavoro degno di questo nome.
Hai fatto la hostess ai congressi.
La cameriera.
L’animatrice per bambini.
L’intervistatrice.
L’insegnante di scrittura.
La tossica.
La scrittrice.
La performer.
La disoccupata.
La donna di qualcuno che conta.
La donna di nessuno.
La fuggitiva.
La perenne ragazza in crisi.
Ora non sei più una ragazza. Sei sempre in crisi.
Qualche volta te la prendi con gli altri.
Quelli che ci credono.
Quelli che non si arrendono.
Il che fa molto pubblicità vintage della CocaCola
con sottotesto da Programmazione Neuro Linguistica.
Qualche volta pensi che forse non sei solo un’allegra disagiata alle prese con un mondo crudele. Qualche volta pensi di avere la chiave.
Qualche volta pensi: io rifiuto di essere come voi.
Il che fa molto festa di quindici anni o disturbo borderline di personalità.
Qualche volta pensi: se rifiuto di essere come voi non sarò nulla.
Qualche volta pensi che non essere nulla sia la soluzione.
Fuori da ogni ruolo prestabilito.
Eternamente in fuga.
Cercando la verità nell’estremo.
Oltre i muri. Nelle pareti scritte di gesso.
Le cose accadono affinché si possano ricordare.
Vengono scritte per questo.
Per esempio se conosci una persona assurda,
in un’accezione di significato prossima al Camus del Mito di Sisifo,
come puoi non scriverne.
Per esempio bisognerebbe fermarsi tutti e guardarsi negli occhi.
E ammettere che conoscere sei lingue, avere quattro lauree
e un fisico da due ore di palestra al giorno
più ritocchi plastici in fisiologica o silicone non sia l’equivalente biochimico di felicità.
Guardatelo negli occhi quello che ci chiedono di essere.
Guardate in faccia questi mostri governati dall’ego riflesso su iphone.
Questi mostri da: amori virtuali, amicizie d’interesse.
Questi mostri da: possiedo dunque sono.
Questi mostri dei quali fai indubbiamente parte anche tu.
Mentre la vita ti passava accanto eri occupata a controllare le notifiche su Facebook.
E poi le cose accadono. Continuano ad accadere.
Cade la neve. Sfavilla il sole d’agosto. Il mare si riempie di spuma al pomeriggio.
La gente muore in massa per cercare di salvarsi la vita.
Inciampiamo nei paradossi. Come se tutto fosse normale.
E allora dici: ficcatevela in culo questa diagnosi.
Non è un disturbo di personalità.
Al più un disturbo di appartenenza.
Non riesco ad appartenere a questo mondo.
Non vi riuscirò mai.
E nonostante tutto ci abito.
Mi costruisco un cantuccio alterato nell’inferno.
Pare faccia caldo da queste parti.
Non ho imparato a vivere.
E non so morire.
Un bel compromesso per la prossima sbornia.
E allora dici: ecco cosa sono, ecco cos’ho fatto.
Cercavo Dio. E ho trovato un foglio word.
Ma questa vena sarcastica. Il sarcasmo lascialo a chi…
Niente va tutto bene.
Un quadro di Van Gogh. O di Edvard Munch.
Qualcosa di coloratissimo e oscuro.
I girasoli con dentro l’urlo.
Avere una famiglia piccolo borghese apparentemente felice.
Ritrovarsi a sputarsi addosso il veleno di una vita.
Avere un uomo. Voltare l’angolo. Sapere con chi è mentre vai via.
O non saperlo. Sono scelte.
Tu sei un’incantatrice di sopravvissuti.
Per questo ami l’anti di ogni cosa.
Antiromanzo. Antipoesia.
Violenza sonora.
Oppure torna alle origini.
La Terra. Mozart. L’Odissea.
Dai, fammi un sorriso.
Questo presunto scettro della paranoia.
Lascialo ai posteri.
Adesso tutto è crollato.
Le pareti. Le fondamenta. L’io.
Qualcuno può goderne.
E perché non dovrebbe.
Perché non dovresti.
Una rave. Un lunaparck di ossa.
Un ossario psicosintetico.
Guarda sciabolare la luce sul soffitto.
Le sue mani sulle tue gambe.
Non ha importanza il dopo.
E neppure il prima.
Vivere bruciando.
L’istante eterno. L’estasi.
Mandare tutto a puttane.
Va bene così.
Il precipizio è infinito.
Non si smette mai di cadere.
Si può godere mentre si cade.
Restare senza ossa.
E ridere.

@i.p.

ilacampagna3

La fragilità dei narcisi è consapevolezza inconsapevole caduta silenziosa coscienza incosciente desiderare fino alla morte l’amore senza darlo e fa paura tutto questo sentire e non sentire mai nel buio profondo una caverna di spettri incontrare qualcuno che non ti sia specchio sarebbe un massacro c’è sempre stato un massacro in ogni storia come camminare all’alba sulla battigia e guardarsi riflessi nelle onde ombre di bruma e sguardi stravolti dal gelo ci siamo specchiati così a fondo da esserci lasciati divorare dal mare è musica melanconica sinfonia di tenebra armonia cancellata prossimità del vuoto salto infinito non aver paura di morire ma solo di non esistere come la morte fosse il suggello l’espiazione ultima della colpa d’essere incapaci di amare altro che un riflesso e non saper vivere senza tutto eternamente torna follia nietzscheiana al punto di partenza camminavamo spettrali sul limitare del mare paure primordiali si specchiavano nel buio ingoiato dalla luce eravamo così belli sotto quella luce mezza luna mezza aurora epifanie d’esistenza crepuscolare sapienza dei piedi sabbia umida e fredda rabbrividire nella bora e abbracciarsi prima dell’ultimo salto tornare a casa e sentirsi il cuore in gola illudersi di aver amato per un’ora dimenticarsi il sapore e il vissuto i corpi avvinghiati all’ombra del fuoco restarsene a cantare stornelli non sense e rinnegare ogni cosa per riviverla con il primo chiunquealtro che si fosse presentato alla fine si può invidiare tutto l’amore del mondo tutta la gloria la determinazione quando basta un telefono che squilla a vuoto per non alzarsi dal letto si può invidiare a morte chi ha finito l’università messo su famiglia o è partito per viaggi umanitari avendo qualcosa da raccontare qualcosa che non sia specchio infranto tu invece senza vetro e senza pelle ancora mi parli della vita per starmi accanto devi scendere nel pozzo e danzare in mezzo ai morti ma io non so mica quanta forza hai dentro ho bisogno di essere vinta battuta in battaglia scagliata oltre le fondamenta del muro invisibile prima della battaglia guarda nel fondo della luna ci saranno gli occhi miei scacciami se sei in tempo trafiggimi o salvami una volta per tutte da questo abisso di specchi sbrecciati una sola volta una sola morte affinché non sia vana l’attesa e la luce che a quest’ora s’irradia sulla battigia il colore del cielo rovente e azzurrato senza luogo senza senso come fosse eterno il suono della risacca che inganna le ore come fosse di carne il sapore del mattino che il mare dissipa al vento.

© i. p.

luce

Sai di cosa ho paura ti dissi manipolazione intendo mentale quando il potere sovrasta il desiderio paura di essere debole e farmi risucchiare tu non sei debole sei forte dicesti siamo forti avremmo potuto cervello poltiglia io ce l’ho dissi e tu ti davi lo smalto alle unghie dei piedi perché dico perché vedo la gente arrivare tutti prima o poi raggiungono l’obiettivo chi in arte chi in letteratura chi apre un’attività questa cosa delle start up ma che significa start up e io manco so se riesco ad alzarmi dal letto al mattino poi smettesti e iniziasti con il rimmel avevi lunghe ciglia e floridi seni coperti da una sottoveste in pizzo occhi azzurri oceano sopracciglia disegnate di nero capelli chiari e io stavo a raccontarti i drammi mentre conoscevi i sacrifici e gli affanni l’aver scalato vette invisibili e sopravvivere all’assurdo ho paura Anya ho paura di fallire ho già fallito sempre si fallisce anche quando si vince chi vince perde la libertà è schiavitù 2984 non voglio vedere ho cercato gli altri e ho trovato il vuoto forse ho confuso il desiderio con l’amore la competizione con l’amicizia la mondanità con la fratellanza lo diceva anche bauman siamo liquidi e le parole nel fluido si sciolgono cosa resterà di quest’epoca di zombie cosa resterà della mediocrità dei narcisi ti alzasti la sottoveste sotto i piedi piccoli di geisha e l’incarnato diafano pelle d’angelo forme di demonio ti ho guardato i seni la biancheria in pvc lo sfolgorio negli occhi il culo da statua e camminando lasciavi cadere vestiti gocce di birra e freddo forse ti scambiai per il fuoco ti chiesi di nascondermi adesso scavalchiamo il senso siamo due eroine abbiamo superato il tempo gli amici zombie dell’ultima festa quelli cui bastava una pera di furia per sentirsi all’altezza io ero fuori fuori da tutti gli argini che succhiano grida fuori da ogni stato definito norma fuori dalle convenzioni del sociale e dell’antisociale tu eri decisamente antisociale o quel tanto che basta per cavarsela con i mostri te lo ricordi l’innominato e io ricordavo eccome le notti oscure l’idillio e l’inganno quando diceva sta zitta e io in silenzio acconsentivo a lasciargli l’arbitrio del corpo ma ora è diverso ora non più cosa volevano da me nulla dicevi eri fragile e loro avevano fame i volti nel fuoco gli occhi nella bruma le mani sui seni se voglio ti scopi i miei amici se voglio entri lì dentro e ci stai tre giorni se voglio chiudi la bocca se voglio apri la fica e se vogliono fotterti fino a farti sanguinare sanguina puttana quello sei nient’altro ora poi mi guardo le unghie lunghe nere e guardo le tue rosse i fianchi ondeggiare la musica elettrica le vicinanze estreme le scalate sociali i soldi su per il culo i romanzi venduti e quelli obliati le ragioni dei deboli la rivalsa del fango andiamo via Anya portami oltre l’ultimo trip dopo tutto quello che abbiamo visto ce ne possiamo anche andare le luci stroboscopiche l’istante in cui eravamo dee per una notte sopra un cubo di rubik infinitamente girato con i tasselli confusi l’artificiere e la bomba l’istante dell’aria i cervelli fritti le mani sui seni i calci negli stinchi ti rendi conto amore siamo sopravvissute al massacro cosa t’importa del resto sei già un miracolo sono piena di tagli dissi e tu li medicasti dovevamo recidere le vene del tempo scarnificare lo spazio fino a trasmigrarne l’illusione dovevamo assurgere al diniego o all’atarassia senza padri senza madri senza colpe che non fossero l’essere gettate in un caleidoscopio di corpi la pioggia rivestiva il futuro di un passato illusorio sei quel che inventi di esser stato per cui ora cancella le mani le corde le paturnie i polsi dimentica gli occhi e i denti e il puzzo di putrido dimentica le ossessioni del mattino a parlare con le foglie dimentica le tende che si gonfiano di fluido viola stinto la pancia del demone l’occhio di dio le carezze del satiro il matrimonio indicibile della luce con le tenebre dimentica ogni cosa e danza danza danza sulle macerie del tempo testimoni ultime tu ed io sulle sponde del nulla la perfezione dell’ora senza radici senza pareti solo rizomi a pori aperti nello spazio non puoi paragonarti al mondo perché sei una sopravvissuta lo siamo entrambe vittima e carnefice bene e male essenza ed esistenza entrambe sulla linea di confine rincorrendo i gatti nella bruma di un varco spalancate al ricordo eppure già altrove.

© i. p.
foto di Stefano Borsini

ilariaalnero

anche loro lo sanno tutti lo sanno per questo nessuno ha fiducia ma poi che t’importa che t’importa davvero dei giudizi degli altri ferire qualcuno o non farlo in fondo la follia è una crepa nel muro portante di solito è matta tutta la famiglia ma poi c’è il prescelto il predestinato colui che viene immolato sull’altare della psichiatria mentre gli altri continuano a ripetergli tu sei pazzo volevi uccidermi sei pazzo sai che c’è bambolina io sto con i criminali perché ragiona se arrivi a uccidere quanto male possono averti fatto se arrivi ad ammazzare a infilare un coltello nella gola di chi ti rende la vita un inferno cara mia non sei forte non sei una dura sei una vittima poi ci sono le voci le ricordi le voci la voce della coscienza seccante come un trapano stai sbagliando loro ti amano sei tu il mostro la voce della paranoia nessuno ti vuole bene vogliono la tua anima la tua anima vogliono e poi ti schiacciano prenderti tutto e schiacciarti la voce della rabbia uccidili di’ cattiverie non amare mai usa chi ti ama sfrutta chi ti assiste dilania chi prova a volerti bene uccidili uccidili tutti misera umanità non meritano di vivere e la voce della pietà vedi quell’uomo che piange sulle sponde del fiume egli è come te accoglilo lecca le ferite del mondo e riassorbirai le tue come agire chi ascoltare ti amano ti odiano nessuno si accorge di te sfruttali uccidili perdonali accoglili divorali divorati cosa stiamo facendo in questo grigio altrove che chiamate mondo di cosa ci stiamo nutrendo stai tremando dove sono le mani che t’hanno accolto dove gli occhi dove il perdono una coltellata nel fianco ti ammazzo no non aspettare lo farò da sola posso riuscirci da sola che bisogno ho di aspettare la tua grazia cosa c’era dopo l’universo neppure Joyce conosceva la risposta stiamo precipitando troverò mai un appiglio qualcuno che dica ti prendo sei salva sei mia e dopo possa crollare la terra resteremo sospesi sull’acqua saremo il luccicare della spuma nelle onde forse cerchi la morte perché aspiri al mutamento divenire natura divenire spuma divenire acqua onda sconfinata di quest’abisso e fluire con esso nell’ultraspazio senza spazio e senza tempo senza organi e senza malattia dove gli specchi hanno memoria di te.

fullsizerender

Il problema è non passare il confine da lì non c’è ritorno e lo sai combatti combatti non essere l’autoavverarsi della profezia tutte le donne della famiglia non è vero non tutte credi sia bello non è forza questa violenza è fragilità senza limiti forse non sarai mai una stella ma non trasformarti in buco nero puoi ancora farcela a rialzarti cammina veloce e non guardarti indietro dimentica i sentimenti non servono a nulla dimentica dimentica assapora il vissuto oltrepassa il selciato nasconditi nel grano e diventa spiga forse aneli alla morte perché ti manca l’occhio di dio prova a essere più umana non sciorinare parole improbabili solo per quel retrogusto retro’ ieri mi hai detto che avresti ucciso ti guardavo districare i capelli scarmigliati all’ombra di un faggio e correvi correvi librandoti in volo libellula senz’ali t’ho afferrato le mani cunicoli vuoti di tenebra chi ti ho chiesto chi vuoi uccidere uccidere il tempo l’armonia stolida di questo altrove mi hai guardata ferina assassina abitare l’assurdo sussurravi l’assurdo ci possiede come camminare sul cornicione a occhi bendati e dimmi doppelganger perché non dovremmo morire è me che vuoi uccidere ci provi da sempre solo la parte fragile la bambina ferita dietro le grate oppure chiunque un lato rideva l’altro piangeva hai scelto di non scegliere la vita cosa c’è dopo cosa c’è oltre il cavalcavia cancellato il salto nel vuoto una piscina di sguardi covoni e spighe dalle unghie corvine perché non morire dimmelo a cosa vale crescere sposarsi metter su famiglia tirar su figli ingrati e mariti fedifraghi a cosa invecchiare ammalarsi rimuginare sulle sconfitte rammendare le perdite è assurdo volerla questa vita tutta uguale in ogni direzione allora prenditi un corpo questo ti chiedo un corpo che non sia il mio aprilo dilanialo guardaci dentro quando guardi nell’abisso… troppi abissi hanno guardato in me e in fondo mi piace essere l’altra l’amante la cattiva della storia la tentazione maligna finché non te ne convinci finché resta un gioco prima del crollo prima del vuoto ecco vedi l’assurdo il mito di sisifo come sopravvivere all’idea del suicidio (omicidio) come conferire valore all’umano e non scorgervi la putrescenza dei virus della terra come non dare in pasto a madre natura questa carne gracile che siamo e abitiamo le ragioni sono scritte nell’ultima pagina e nessuno può conoscere la fine se non legge il libro per intero ascolto la voce della polvere del vento la memoria della terra del fuoco e del corpo divenire carnefice mi hanno detto che continui ad assassinare te stessa negli altri e non c’è via d’uscita che non sia lasciarsi vincere arrendersi alla vita.

Se la vita fosse il tuo ideale di vita saresti capace di gestire la distanza il confronto e la gelosia invece hai sempre come il sentore di mandare tutto all’aria sei una terrorista emotiva sempre a un passo da lanciare la bomba non che tu riesca a salvarti finisci sempre travolta nell’esplosione se la vita fosse il tuo ideale di vita faresti quel che devi nei tempi in cui hai deciso non entreresti nel panico ogni volta prima di un compito un lavoro un incontro o confronto e non ti verrebbe questo blocco e troveresti il tempo sapresti dividerlo la smetteresti di perdere treni e rinfacciartelo se la vita fosse il tuo ideale di vita ti butteresti anima e corpo nel romanzo invece che perdere tempo a pensare a ciò che non puoi sapere se la vita fosse il tuo ideale di vita saresti capace di leggere cento pagine al giorno senza distrarti e invece ecco che ti arrotoli in pensieri concavi una catena di ideazioni mentre leggi che tornano a lui a te all’altra e all’altro un quadro perfetto di smembramento emotivo non lasci andare il passato perché non hai fiducia nel futuro c’è chi fa lo stesso te lo chiedi da troppo tempo per avere risposta il risultato è un’incommensurabile perdita di sonno e sangue diffuso in più corpi non saper star sola e crollare procrastinare deludere infrangere sentirti tradita mentre non hai mai fatto altro che tradire qualcuno ti disse non è mica facile stare con te e tu hai avuto paura di essere solo una terra di passaggio in cui ciascuno semina fiori che nessuno raccoglie e se volessi uscirne non potresti comunque abbassare la guardia saresti nel limite tra l’ora e l’altrove questa paura questa paura cava di abbandono e morte come riallacciarti al perdono deve esserci una strada per la porta dell’empatia ora ti sembra che solo la vendetta soltanto la fuga possa mitigare l’infamia ma quale infamia non c’è null’altro che stratificazione tolto uno strato di terra tutto si fa oscuro la notte l’anima il fuoco e lo chiamano amore non sarebbe meglio nominarlo discesa ade inferno forse si vive anche morendo forse possiamo superare la bruma mentre discendiamo nelle viscere del sentire forse sarai più forte di me devi esserlo più forte del grido del silenzio di questa sentenza chiamata abbandono.

van2

Alle volte così fragile potrei morire in questa infinita tenerezza e mi distrugge ogni cosa e ti guardo divenire e ti immagino superare ogni ostacolo vivere un’esistenza priva di leggi e padri e uomini e distanze tutta un’epifania della presenza un immanente restarsi ti immagino sulle strade sdrucciole dei quartieri in voga della città con un bicchiere di vino bianco tra le mani e occhi magnetici ascoltare musica atrocemente meravigliosa in giro con Apparat in cuffia e qualche deviazione sul percorso i tetti rossi di Roma paiono un dipinto un altrove e la gente ai tavolini dei bar rideva con i cani lì al guinzaglio e i bicchieri sollevati comincia l’estate e ha l’odore del ricordo ti immagino con me mentre mi lascio attraversare da tutte le strade divento tutte le cose vorrei fosse possibile questa immanenza linea di fuga lasciarsi trafiggere dalla vita proprio in fondo come scivolare sul fondo di un bicchiere e ritrovarsi nell’ebrezza della sera nell’invisibilità della notte dove nulla comincia non esiste fine vorrei essere meno astratta e applicarmi sulle cose non perdere concentrazione a ogni battito d’ali d’albatro vorrei restarmene in eterno a fantasticare sui tuoi occhi e sull’immensità di un istante di soglia nella soglia nel solco si avverano i deliri onirici e si può dimenticare per un istante il presente divenire l’altrove restare sospesi e voglio solo questa sospensione questo eterno riconoscersi prima della partenza c’è sempre tempo per dirsi addio forse ci piace sfidare il potere non per la forza ma per la fragilità del risuono forse abbiamo rinnegato i padri per partorire noi stesse forse siamo sulla stessa linea di confine prima del dissolvimento solo un po’ d’ordine per difenderci dal caos difendimi dal caos divenire caosmos senza sosta non so se riuscirò a tollerare i mutamenti emozionali le alterazioni la follia cui mi dono come un martire e sono perfettamente consapevole che tutto scorra muti nel suo opposto è questo che cerco di evitare incastonando le proiezioni in un fermo immagine non definendo niente e dissolvendo tutto là dove il corpo è l’anima e la notte è giorno e la paura di vivere si traduce in desiderio immenso desiderio dell’altro che è poi irraggiungibile come irraggiungibile è il sorriso della luna come irraggiungibile è il pensiero la potenza del sapere per questo alle volte perdo le speranze di poter concepire un reale che non sia immerso nel sogno nell’altrove nell’immaginario che altri hanno progettato per me e mi getto fuori dai contorni per divenire confine e sfiorare tutte le cose amare senza amare affinché sia un gioco l’esistenza alle volte un gioco al massacro ma pur sempre danza sacra di un fanciullo nel ventre della terra siamo solo bambine travestite da adulte e ci divorerà la luce portami con te per un giorno voglio essere ciò che non si appartiene.

 

© i. p.

tramonto dublino

Le nuvole inondano il cielo un cane abbaia in messico la luna è altissima a dublino il vespro bagna d’oro il liffey e a roma c’è il sole siamo qui a dirci cose che poi rinnegheremo tipo ti voglio bene uno zingaro fruga in un cassonetto sull’appia antica una ragazza dai capelli corti e con poco senso dell’orientamento racconta la storia di erode attico e annia regilla agli avventori tutte le coppie del mondo adesso per un istante si guardano di traverso uno sbreco nella parete fa cadere un frammento infinitesimale di calcestruzzo una donna rompe il tacco all’altezza della salita tra via ostiense e stazione omonima in treno un giovane aspirante regista dice a un altro nascosto dalla poltrona che deve intervistare tarantino e poi benigni e ha paura di benigni dice che lo bestemmierà in toscano due studentesse di filosofia si contendono lo scettro del disagio durante una lezione su deleuze e la deterritorializzazione io e te ora guardiamo nella stessa direzione il sole abbacinante illumina per un verso i volti di dieci giapponesi sull’appia antica in stazione tuscolana le macchinette non funzionano una ragazza prende una multa sul 30 express e fa un comizio politico su soldi pubblici spesi per privilegi privati e sputa in faccia al controllore all’altezza di piazza navona poi scappa un analista dice alla sua paziente di non agire non agire non agire non agire quattro ragazzi tornano dal salento pieni di buste d’erba un uomo perde il lavoro e si suicida sua figlia non lo sa ancora e nel frangente sta avendo l’orgasmo più forte dell’esistenza dopo negli anni sceglierà di non provarne più mai più una cinquantenne ancora bella scopre i tradimenti del marito e decide di andare in brasile solo andata una ragazza strappa due buste di biscotti in un supermercato della montagnola perché non sopporta che la realtà sia diversa dalla volontà un ragazzino delle medie comincia a scrivere un romanzo pensando di conquistare una donna matura che nel frattempo piange perché divisa tra amore e desiderio sicurezza e libertà giustizia e verità un clochard perde il cappello in una folata di vento a campo de fiori giordano bruno ci guarda l’immanenza sovrasta i corpi li intende e sottende l’universo si espande immenso e un gruppo di artisti pazzi o solo di pazzi comincia a graffiarlo l’universo per sentirsene parte e lui si spacca si moltiplica si infinitizza le anime della patagonia brillano altissime nel ventre delle stelle l’infinito si muove diacronico c’inghiotte tutti in un istante in un istante in un istante nascono muoiono un milione di bambini altri milioni vengono concepiti in un istante provo a dire addio e non vi riesco in un istante dieci uomini in volo spalancano paracadute in sequenze alternate in un istante un treno sorvola trenta auto inondate di sole lungo la costa di santa marinella e i tetti delle ville sembrano intarsi di una torta in un istante tre esseri umani scovano una teca con quaranta lettere scritte nel ’29 da due amanti disperati in un istante il mondo finisce e ricomincia respiro non respiro mi guardi non mi guardi in un istante assaltata una banca in un istante una testa vola via il sangue stilla in un istante viene approvata una legge per restringere la libertà di movimento in un istante un kamikaze si fa saltare in un istante ci si sposa in un altro si divorzia in un istante le onde del mare il flusso e reflusso in un istante il cielo si spalanca al lucore del crepuscolo in un istante sono qui a chiederti di portarmi via.

@ i. p.

il

Arthur Schopenhauer diceva che le passioni vincono la volontà e io me ne sento irretita come una specie di Emma Bovary c’è un loop che non si ferma dove batto la testa contro tutte le pareti le mani la testa a occhi chiusi e poi spalancati vorrei poter gridare forte tirare fuori tutto questo cielo rovesciato tutta la mancanza di cui mi faccio scudo tutto il vuoto che nel torace si spande e chiude i polmoni li sigilla apre lo stomaco mi rende fragile vulnerabile ai sussurri delle cose al divenire plastico dei luoghi è un errore un lungo errore io non so più se essere sincera significhi uccidere io non so più se a mancarmi sia la carne o il tormento dell’assenza io non so più se sono stanca della vita dei panni che indosso o di una proiezione di me negli anni io non so cosa sono adesso cosa sarò domani cosa nascerà dai fiori sradicati io non so se l’angoscia sia il sintomo o la causa io non so se il male del mondo forse qui giù si senta più forte – e grida e grida mi chiede di smettere – questo stare qui è come se un mattino il sole non riuscisse a venir fuori io non so se ti ho preso per tirarmi addosso la morte e non vedo null’altro che l’assenza l’assenza infinita di un luogo di un canto di un corpo e se fosse la notte a superarmi se fosse il marcire dentro a sospingere una fuga se fosse l’idea del domani a rabbrividire nei panni bagnati io non sono capace di avvertire le conquiste io le dilanio finché non mi lasciano delirare delirare delirare io non so se ho bisogno di chiunque meno che di chi già possiedo e non sono capace di dirmi felice e non sono capace di amarlo questo mondo che sputa fuori i suoi scarti che sputa fuori i suoi figli come fossero scarti che sputa fuori ciò che richiede cura attenzione carne corpi non ho abbastanza armi per difendermi e fuggire io sono l’eterna sconfitta che su di voi si annida io sono la tarantola l’arpia sono il male che cercate di schiacciare con il diniego – potere appartenenza – io sono la negazione delle cose io sono la perfetta rifrangenza dell’assenza io sono l’assenza e non so perché preferisco amare chimere piuttosto che accettare di assumere il peso dell’essere.

© i. p.

4 - performance fonderia 900 7

Prima di iniziare con le cose serie preferivi lasciarti abitare dai dubbi lasciarli fluire nel piano d’immanenza alla fine avresti potuto diventare altro te lo dissi una notte quando ce ne stavamo sole senza uomini era bello lasciarsi scivolare in quella specie di solipsismo solipsistico dove io ero lo specchio tu eri lo specchio dello specchio ci vivevamo insieme in questa specie di simbiosi poi non era simbiosi era un guardarsi attraverso attraverso attraverso attraverso finestre arse tra gli astri e il cielo nell’abisso nella fune avevo sognato te bambina quando avevi paura degli occhi degli altri avevo sognato te che non sapevi districarti da tutte le parole che venivano a martellare martellare avevo sognato te nel dipinto di Munch eravamo noi l’Urlo di Munch l’Urlo di Ginsberg settantasette volte ripetute nel riflesso dovevamo imparare a danzare danzare danzare sulle superfici la profondità era solo una superficie l’abisso era il cielo il corpo era l’anima ogni cosa avveniva capovolta sapevo mentre ti guardavo sapevo che avresti fatto molta strada mentre io sarei rimasta a guardarti all’ombra di un tiglio in una campagna che era simile alla tua casa d’infanzia lo sapevo che avresti saputo sfruttare le condizioni favorevoli piegare il caso incarnare il caos lo sapevo mentre io non riuscivo a parlare e più mi trovavo a un passo dalla vittoria più indietreggiavo e sapevo che saresti stata capace di tenere tutti in una mano i fili delle vite degli altri mentre io precipitavo da tutti i grattacieli mentre io cadevo nell’indistinzione romantica di un grido tu avresti retto i fili della ragnatela che unite ci teneva per i piedi per la testa a nervi tesi tesissimi oltre l’orizzonte degli eventi io ti guardavo fiorire mentre sfiorivo ti sentivo crescere in potenza lanciarti sopra tutti gli specchi frantumarli e con loro l’immagine svaniva racchiusa nell’afflato del vento d’inverno io sapevo tu eri l’estate io l’inverno ci guardavamo distanti crescendo in due differenti angoli del tempo e tu pubblicavi libri aprivi tutte le porte vivevi nella leggerezza effimera dell’istante mentre io pesantissima precipitavo non parlavo mi lasciavo usare cadere cadere cadere non sapevo chiedere dovevo solo dare di me ogni molecola un dono che nessuno vuole e tu li tenevi tutti per le palle tutti per le palle tu entravi in sedici stanze con un nitore chiarissimo degli animi facevi mambassa dei corpi macerie con uno sguardo potevi prenderti tutto e io in uno sguardo tutto avevo donato di me non restava respiro contavo i giorni che mi separavano dal giudizio di dio mentre tu calpestavi ogni sentiero e lo mandavi in rovina alla fine eri il paradiso io l’inferno di fuoco inscalfibile per quanto sapessi giocare con le macerie del tempo giocare stava tutto lì il segreto potevi divorare brandelli di vita senza crucciarti della morte degli altri potevi infischiartene del frastuono del tempo senza caracollare tra le intercapedini della rivolta potevi mascherarti mille volte perché io potessi mille volte riconoscerti ma non potevi guardarmi negli occhi io che non possedevo maschere io che mi lasciavo deglutire dagli sguardi del dolore io che donavo ogni istante di me al dio di chiunque io che sapevo scivolare in basso dove tu nemmeno sognavi di esistere ero io il rovescio la rovina ero io non ci si frappone tra se stessi e il tempo non si può spezzare l’infinito quando reclama a gran voce e più d’ogni altra cosa amavi la bellezza ma ti riflettevi in me con un impeto d’orrore maschere di cera sciolte nella notte tutto un profluvio di tenebra uccidermi non fu una buona idea quando la nemesi scompare si slabbrano i contorni e adesso che non sai più dove sia il cielo dove l’abisso io ti sento in tutte le pareti sarò più forte della vita più forte della morte sarò l’infinito che non vuoi più sentire uno specchio senza riflesso è l’immagine del tempo senza spazio io sono questo tempo senza spazio in cui non puoi riconoscerti non puoi giocare che con le rovine di me nel fondo degli occhi invisibili decostruzioni d’istanti domani ti sveglierai in una nuova carne e non ci sarà nessun negativo nessuna nemesi dovrai diventare tridimensionale quanto può annientarti il saperti sola?

© i. p.
foto di Marco Fioramanti