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specchiula foto luigi

Insonnia fino alle prime luci quando guarderò la città imbellettarsi con i lampioni ancora accesi e il cielo di quel colore indecifrabile tra l’ocra e il blu mentre sfuma e non sarà il Salento la mia terra di quest’estate ricordo l’incipit dirti addio in quella chiesa di periferia in legno non ho pianto sapevo sarebbe arrivato il crollo ma non allora in quella parrocchia semivuota dal miasma d’incenso di questa solitudine ho giustificato le assenze è per via del caldo mi sono detta e poi le due decrepite al posto dei chierichetti accanto al prete africano in tunica viola quante volte ti ho promesso d’incontrarci per pranzare insieme a Monteverde ma c’era sempre altro quante stupide nullità si frapponevano tra me e il mondo e neanche mi accorgevo fosse l’ultima occasione di trascorrere del tempo spensierato e atarassico l’ultima volta prima del buio quante promesse mancate eppure mi sentivo inespugnabile anche in quel cimitero lontano fuori dallo spaziotempo nascosta tra i cipressi nell’afa di inizio agosto dove si issavano lapidi una dietro l’altra come in catena di montaggio ma il momento in cui la voce straniera del parroco ha pronunciato il nome tuo al contrario quello mi ha ferito avrei voluto tacessero tutti intorno gridare silenzio e non lasciar giù le lacrime di mio padre quanto siamo fragili adesso non lasciar nulla su quelle panche di legno che non ridanno vita né assoluzione è stato quando mi hanno raccontato del serpente nel portone sulla Pisana nero e giallo hanno detto lì ho cominciato a domandarmi qualcosa circa segni e simboli è delirante ma non impossibile

li sento strisciare ovunque ne abbiamo visto uno anche in Salento lungo il canneto lui ha scorto una coda bianca io non ho potuto non mi si concedono epifanie negative soltanto l’istante abissale delle immagini riflesse come il suono della risacca al tramonto quando i piedi si mettono in coda verso il sentiero di casa e noi restiamo in spiaggia a guardar l’ombra coprire gli specchi nell’acqua a guardarci coprire d’ombra come fosse il Tempo che scorre e rabbuia la scatola nera delle possibilità ho visto bodyguard portare in spalla un adolescente privo di vita nell’arena di una discoteca del sud sopra le rocce mentre si danza sulle rovine fingendo di amarsi tutti senza fiutare tutta questa morte senza fiutare l’urlo bestiale della falsificazione da the show must go on povero Lorenzo non aveva mica preso nulla e ne hanno fatto un martire da prima pagina allarmistica su shock da stupefacenti era un ragazzo dal cuore debole senza saperlo mai una notte con The Wall dei Pink Floyd piango da tirar fuori l’anima e non so perché non riesco a fermare il flusso e deflusso il vaso di Pandora si spalanca e soffoco ma ancora sono viva un altro giorno ancora sulla scogliera di Sant’Andrea quell’odore di polvere d’Oriente presagio mi domandavo come la gente potesse temere tanto la morte io la vita temo è lì che si annida il dolore l’umiliazione l’odio il senso di rivalsa l’ingiustizia suprema nella vita nelle increspature del linguaggio nelle intercapedini del non detto nell’urlo dei bambini della villa attigua negli sguardi di disprezzo per chi viene dal mare non nell’oblio non nella morte dove il dolore cessa e ci si prepara al grande passaggio

una notte invitati in una villa privata nei boschi di Borgagne con il prato alto campestre e le lucciole tra le spighe i limoni e gli albicocchi arredamento rustico minimale con rami al posto di attaccapanni rami e bastoni raccolti sulle spiagge una signora bionda elegante dai grandi seni e l’entusiasmo di un’adolescente come guardarsi allo specchio tra trent’anni un cane nero a sonnecchiare sul tappeto di vimini all’ingresso pareti porpora i bambini giocavano con serpenti di plastica ce ne stavamo in un angolo a bere sangria quando spunta un istrice dal bosco e tutti lì intorno a toccargli le spine come cortecce al tatto l’umano la più feroce tra le bestie mi venivano presentati biondi trentenni dall’aria angelica pienamente postmoderni vite divise tra Hong Kong e New York faceva il broker il biondo e s’intendeva di arredamento orientale come fa presto il reale a smascherarsi nel suo opposto parlava del sud come d’una rivelazione e di arredamento orientale usava maniere da galateo all’altro estremo del giardino un’amaca tra due ulivi e sedie sparse uno psicologo un ingegnere e uno scrittore parlavano di avvistamenti alieni lo psicologo domandava: perché ci ostiniamo a cercare nello spazio quando tutto quel che davvero vogliamo è conoscerci l’animo? e io dicevo vi fosse almeno una possibilità di ritrovarsi più fuori che dentro vedevo nello spazio sconfinato l’esistenza di una coscienza gemella i buchi neri divorano le stelle e dai buchi neri le stelle rinascono così all’infinito nel samsara leggevo Schopenhauer e meno di ogni cosa volevo smettere di volere ce ne stavamo nel giardino degli aranci con Giacomo e Giorgia a leggere incipit su iphone e indovinare i tratti filosofici di un’esistenza che pullula di particelle tra l’essere e il non essere immaginandone gli spettri come impressioni di quella stessa esistenza lasciate nei luoghi dalle persone al passaggio ancora in vita da qualche parte del mondo l’identità e la coscienza noi osservavamo sgretolarsi al suono dolce di un soffio di bora salentina e c’era come un senso di nostalgia nei gesti nelle sbronze e nottate insonni io e lui a scrivere fino a smembrarci

l’ultima immagine è mia madre con quel bastone che taglia la testa al serpente su Viale dei Pini una valchiria mia madre antica guerriera per poi scoprire fosse solo una povera biscia e torniamo in piena notte verso Roma con Iggy Pop in stereo nei vetri città immaginarie e misteriche con luci bianche come finestre di grattacieli nel buio e oltre quei vetri oltre queste strade ovunque serpeggia il nulla.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

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