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Tag Archives: eros e thanatos

Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.

Titolo bellissimo per un romanzo sorprendente.
Gli autori, Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, sono riusciti a comporre un quadro caleidoscopico di una relazione trovando due frecce ai rispettivi archi che poi sono un solo arco, comune:
1) potenza della voce;
2) bellezza della lingua letteraria.
Aggiungerei un terzo pregio: la felicità dello stile che proviene dritta da una felicità di racconto.
Riguardo alla voce, anzi -è bene precisarlo- al coro di voci che come in una tragedia greca cantano questa storia, la varietà è mirabile e non ne inficia l’intensità. Quanto alla lingua, è densa pregnante pulsante – e precisa, tagliente come un taglierino affilatissimo.
Perché questo romanzo, per ciò che racconta e per la formulazione del racconto, taglia davvero il ghiaccio più che come il coltello kafkiano: come un bisturi che va a segno e non genera inutile sanguinamento, come una resezione ripetuta e millimetrica, come un laser che mentre taglia cauterizza.
La lingua mi ha colpita molto anche perché in questo romanzo si fa una battaglia strenua in difesa del congiuntivo, sia presente che imperfetto – con predilezione per questo secondo, con un tale amore del rischio che a volte i volteggi le capriole le piroette i salti mortali invocano una rete sotto per porre riparo all’avventatezza e allo scapicollo mai ingenui ma sempre molto avvertiti dei due taumaturghi unificati in un solo, prodigioso racconto.
La pagina si gremisce di voci, come un proscenio, e questo permette di sondare superfici e profondità, ambiguità e sdoppiamenti, ironia e senso del tragico, e permette anche di muoversi disinvoltamente sullo schermo del tempo e di collegare punti sparati via nello spazio e pronti a riaggregarsi attraverso un fitto eppure lieve gioco di corrispondenze di baudelairiana memoria.

ipaigiunavolta

Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, gli autori.

Maya è una rabdomante della conoscenza, la sua rapsodica visione del mondo è impetuosa e cromatica, la sua percezione è impressionistica e poco impressionabile, non richiede ordine e costruzione ma tende ad ascoltare la natura, a partecipare del suo spirito – Anya che la seduce e la deride col cinismo di chi sopprime i sentimenti e approfitta del sentire le toglie tutto: tutto può essere tolto a chiunque, anche a chi non ne ha cognizione e perde ogni cosa, ne è defraudato, senza che questo attenui il dolore, anzi esaltandolo semmai.
Edoardo non è meno risparmiato dalla realtà che gli sbatte in faccia di continuo nei teatri di guerra dove deve di continuo raccattare parti di corpi sparpagliati attorno da bombe mine colpi di mitraglia, e non è meno dolente o dolorante, però è sagace o crede d’esserlo, ha un rapporto ordinato con gli oggetti mentre è scompaginato a dispetto persino di sé stesso dalle persone. Costituisce un duo comico irresistibile con l’aiutante in campo Salicetti che riesce a farlo vomitare più di quanto non gli venga naturale per esempio elencandogli le risorse del cuoco di campo Rinaldi.
Attorno a loro un vero coro greco: tutti medici e sapienti (direbbe Edoardo Bennato) salvo la povera madre di Maya – al cuore (nerissimo) di questa vicenda composita (alla lettera) sorge un luogo, una casa abbandonata, dove giace una figura lynchana che potremmo prenderci il lusso di battezzare Laura Palmer, e molto sullo sfondo si sfoca la figura del padre di Maya e con lui il rapporto padre-figlia, l’intrico triangolare padre-madre con figlia, l’amore e la gelosia, la competizione femminile, e il nascosto-rimosso (Caché, come nell’omonimo film di Machael Haneke, premio per la regia Cannes 2005) che forse è il fondo che sobolle alla base dell’intera storia – Lacan regna, forse: ma la lettura psico- è quella buona? Di sicuro diventa possibile, incombe pende pencola, a dispetto della fede positiva nella sapienza clinica dei due luminari convocati sulla scena, uno psichiatra e un ginecologo.
Come capite bene, questo è un vero romanzo romantico: non perché sia sentimentale ma perché riconosce al sentire una potenza conoscitiva strabiliante, dà corda all’intuizione, si puntella su intuito e sentire, assicura trionfo all’immaginazione – cioè alla irresistibile e immediata traduzione in immagini della lettura del mondo, una sorta di ‘restituzione per immagini’ del conosciuto, cioè dell’esperienza, da parte dell’artista.
Samuel Taylor Coleridge, l’autore della Ballata del Vecchio Marinaio (che ha poi ispirato molta musica rock, da A Salty Dog dei Procol Harum fino a quasi un intero album di Sting, The Soul Cages), ha specificato che la fantasia è di tutti gli esseri umani ma l’immaginazione è solo dei poeti – non perché i poeti siano super uomini o sciamani o vati ma perché sono afflitti da un più acuto anzi acuminato sentire, come i pittori. E questo più acuminato sentire impone loro dei compiti, l’irrinunciabilità ad esprimere ciò che più profondamente e lucidamente vedono nella caligine del tormento: in questo romanzo, in cui domina una percezione spettrografica, si staglia a un certo punto L’Urlo di Edvard Munch, la ferita che ha aperto in lui il solco di quella creazione. Del resto l’acme della felicità di racconto e di stile e di linguaggio arriva a pagina 140: – Arturo era mio padre, mio figlio era mio padre. Stiamo dalle parti di William Wordsworth, The Child is Father to the Man: il bambino è padre all’uomo, perché il figlio viene prima del padre in quanto il bambino precede l’uomo. Magnifico!

imagesyhelambThe Lamb, Willaim Blake

Il bambino del resto come l’agnello che belando fa gioire tutte le valli era già l’eroe innocente e puro di William Blake, il più rock dei poeti romantici, padre dei Doors, e ispiratore del Jimi Hendricks di Little Wing – per esempio, e William Blake era poeta e pittore anzi incisore, era scorticato interprete del suo tempo. Come Maya, dopotutto. E come Edoardo, sotto sotto.
Soprattutto William Blake era un artista. Questo romanzo è anche un ragionamento sulla posizione dell’artista nella società e nel mondo, sulla possibilità non tanto che sia compreso ma che sia lasciato in pace, che sia lasciato creare e donare al mondo la sua visione sacra.
Ecco, in questo romanzo ricorrono, nominati apertamente, senza timore, i termini ‘visione’ o ‘visionario’ e ‘gotico’: alla faccia, questo è parlar franco! La visionarietà e gli abissi o gli slanci che immaginiamo quando pronunciamo l’aggettivo ‘gotico’ qui sono materia diretta di racconto, mentre manca la musica, anzi essa è un disturbo con tutta la caciara del mondo e rimanda semmai a una paesanità che è familiare a chi ha vissuto in provincia prima di traslosare a Roma.
E perché manca la musica? Perché si torna alle radici della cultura occidentale, a quel ‘tempesta e impeto’ da cui la musica si è generata. Pensateci.

DANIELA MATRONOLA, SABATO 2 LUGLIO 2016

Copertina Una volta l'Estate

In uscita il 30 giugno per Meridiano Zero

Prima presentazione a Roma: 30 giugno, con Paolo Restuccia e Loredana Germani, alle 18, alla Mondadori di via Piave.

Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.
Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.
I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.
Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi.

Un incommensurabile grazie di cuore a Massimiliano Santarossa e Paolo Restuccia che scrivono:

“In anni in cui troppa narrativa italiana sconta il peccato della distanza dall’impegno, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio, a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota alla controstoria, pertanto verissima storia, degli attuali figli d’Italia.”
Massimiliano Santarossa

“Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali della narrativa italiana di oggi, ironico, surreale, e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzo mette la sua voce al servizio di una storia profonda ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.”
Paolo Restuccia

 

Qui tutte le info, rassegna stampa, interviste, ect

Claude_Monet_-_The_Houses_of_Parliament,_Sunset

 

Lui le disse: saresti potuta essere molto più di me ma hai scelto le tenebre, l’abnegazione, la malattia. Lei a fatica si tirò su dall’asfalto caldo, diroccato e guardandosi i seni nudi e i lividi sulle cosce, gli corse dietro, per la maglietta lo afferrò e avrebbe voluto sputargli addosso. Se è questo il vostro bene, il senso comune, la retta via, la salute: schiacciare chi non è come voi, preferisco le tenebre e la malattia. Ma lui prima di abbandonarla per sempre le avvicinò le labbra al lobo e lei inspirò il suo odore, chiuse gli occhi e per un attimo dimenticò ogni male e desiderò soltanto essere sua. Chiudere. Ricominciare dal nulla. Non sono io ad averti calpestata, mia cara, se ti rendi zerbino, chiunque può farlo.
L’aveva sbattuta al muro con violenza, infilandole le dita tra le cosce come a volerle strappare via un osceno segreto di altri tempi. Erano le mani di mille uomini e non avrebbe voluto cedere ancora a quelle mani e quel che è peggio, non avrebbe voluto provare piacere. Si era abbassata, docile donnetta senza spina dorsale, gliel’aveva succhiato, poco per volta sempre più dentro, fino a soffocare, poco per volta, sempre più dentro. Dopo averle schizzato in bocca, lui, come una volta, si era riabbottonato i jeans e si era rialzato per andarsene. Lei invece era rimasta a terra con il corpo riverso sull’asfalto e gli occhi che non potevano vedere. Dietro di lui il sole splendeva accecantissimo. Odiava il sole, era così invadente e rendeva ogni altra cosa piccola. Si era sempre sentita una creatura lunare con il viso illuminato solo di traverso.

@ i. p.

il

Arthur Schopenhauer diceva che le passioni vincono la volontà e io me ne sento irretita come una specie di Emma Bovary c’è un loop che non si ferma dove batto la testa contro tutte le pareti le mani la testa a occhi chiusi e poi spalancati vorrei poter gridare forte tirare fuori tutto questo cielo rovesciato tutta la mancanza di cui mi faccio scudo tutto il vuoto che nel torace si spande e chiude i polmoni li sigilla apre lo stomaco mi rende fragile vulnerabile ai sussurri delle cose al divenire plastico dei luoghi è un errore un lungo errore io non so più se essere sincera significhi uccidere io non so più se a mancarmi sia la carne o il tormento dell’assenza io non so più se sono stanca della vita dei panni che indosso o di una proiezione di me negli anni io non so cosa sono adesso cosa sarò domani cosa nascerà dai fiori sradicati io non so se l’angoscia sia il sintomo o la causa io non so se il male del mondo forse qui giù si senta più forte – e grida e grida mi chiede di smettere – questo stare qui è come se un mattino il sole non riuscisse a venir fuori io non so se ti ho preso per tirarmi addosso la morte e non vedo null’altro che l’assenza l’assenza infinita di un luogo di un canto di un corpo e se fosse la notte a superarmi se fosse il marcire dentro a sospingere una fuga se fosse l’idea del domani a rabbrividire nei panni bagnati io non sono capace di avvertire le conquiste io le dilanio finché non mi lasciano delirare delirare delirare io non so se ho bisogno di chiunque meno che di chi già possiedo e non sono capace di dirmi felice e non sono capace di amarlo questo mondo che sputa fuori i suoi scarti che sputa fuori i suoi figli come fossero scarti che sputa fuori ciò che richiede cura attenzione carne corpi non ho abbastanza armi per difendermi e fuggire io sono l’eterna sconfitta che su di voi si annida io sono la tarantola l’arpia sono il male che cercate di schiacciare con il diniego – potere appartenenza – io sono la negazione delle cose io sono la perfetta rifrangenza dell’assenza io sono l’assenza e non so perché preferisco amare chimere piuttosto che accettare di assumere il peso dell’essere.

© i. p.

cavallogiostra

Entrando in casa era buio, i mobili scricchiolavano e avevano un odore come di stantio. Mi portai innanzi e non riconobbi il suo volto. Poche ore prima mi aveva scritto un messaggio carico di promesse. Di te, null’altro che di te, aveva scritto, senza aggiungere soggetto e predicato. Ero rannicchiata sopra un divano con un bicchiere di spumante dolciastro e qualcosa di molle e zuccherato in un piatto rosso di plastica. L’aria odorava di dolce in modo nauseabondo e il corpo alle volte non lo sentivo più. Non avevo alcuna voglia di vederlo. Mi ero comunque vestita per raggiungerlo, lui non era quel genere di uomo che sappia aderire all’inconfessabile. Quel messaggio risuonava fasullo, meschino ma non sapevo dire di no al sesso così come all’alcol, al cibo e a qualsiasi forma di scivolamento. Avevo chiuso un vecchio libro di filosofia e mi ero vestita senza grazia, non lasciandomi sedurre dall’idea di piacergli. Forse mi ero resa conto solo uscendo di quanto avessi indosso, per il freddo suppongo, avevo dimenticato il cappotto ma per la stessa incuria con cui trascuravo ogni resistenza alle passioni tristi, avevo trascurato anche il corpo. Ogni corpo.
Lì il buio mi aveva colpita, uno schiaffo suppongo o una puntura di spillo ripetuta più volte sulle guance e sul collo. Forse era sopraggiunta una specie di stolida compassione per gli ambienti ostili dove serpeggiava un aroma antico e per nulla nobile, per nulla rassicurante, ma neppure spaventevole. Luca mi stava di fronte con i denti bianchi accesi nella penombra senza luce. Mi teneva per la cintura dei pantaloni e senza dire nulla mi trascinava per le stanze scansando con i piedi gli scatoloni.
Ancora quei pacchi, dissi torcendo appena il capo verso il basso.
Manca qualcosa, lui pieno di allusioni.
E mi accorgevo a stento della resistenza che facevo con le scarpe, del rumore stridente delle suole contro le mattonelle. Poi avevo fatto strisciare le unghie contro la parete e continuavo a fissarlo. Non ti accorgi di niente, di niente.
Mi tirò fino alla camera da letto, senza mobili, solo pacchi e un materasso grande a terra coperto da un telo, le sigarette sul pavimento laido, miasma di fumo e intonaco.
Nulla da dirmi? Nulla da dirmi, Carla? Perché non dici mai niente.
Ma lo sapeva, inutile rinvigorire, con la voce speranzosa di obliate persuasioni, tutto quel tempo vuoto che ci accingevamo ad abitare. E cosa avrei dovuto dirgli? Guardati. La barba incolta. E le linee attorno alle labbra, ogni linea un anno perduto a rincorrere chimere. Poi mi vorrai fino allo stremo e dopo il piacere mi riporrai per un mese in uno dei cassetti del subconscio. Possibilmente chiusa a chiave sinché non ritorni a tormentarti il demone. Desiderare. Consumare. Vuotarsi.
Mi lasciai crollare e mentre mi tirava e tirava vidi una foto stropicciata in uno di quei pacchi. Una ragazza. Avrà avuto vent’anni, il corpo esile, l’aria sostenuta.
Le sue mani sul viso, con forza, mi trasse a sé e poi giù, sul materasso.
I piedi contro i miei a cercarne il contatto e rapirmi l’equilibrio. Il fiato sul suo. Non me lo chiese, e neppure io. Forse domani ci saremmo lamentati, io dell’amante sua giovane e lui del mio alcol, dei miei aperitivi solitari e infiniti, tutto quel lasciarsi vivere. E a tratti goderne come di una vittoria sulla logica estensione delle cose.
Non starmi troppo vicina, Carla, non troppo, sussurrava sarcastico.
Mi allargò appena le cosce, aveva l’odore del tabacco. Non mi avvicinai e non reagii ma lasciai che tutto si compisse senza essere particolarmente vigile o interessata al vorticare ingegnoso dell’impulso. Non opposi resistenza per puro capriccio a lasciarmi avvenire, a lasciar fuori dal corpo ogni traccia di consapevole raziocinio.
Alle volte mi stringeva la carotide fino a lasciarmi semi cosciente e allora i singulti erano un’epifania di ritrovata beatitudine, quella dei bambini piccoli quando credono di creare i seni della madre per berne. Così c’era tra noi un patto mai pronunciato: io avrei lasciato fuori la facoltà di deliberare e lui avrebbe rinvigorito la volontà di potenza. Fino ad allora aveva funzionato. Qualche volta il corpo mio privato di ogni volontà si era acceso in una libidine oscura, onirica, vicina a una qualche forma di estasi. Ci eravamo poi rivestiti e ciascuno aveva proseguito la sceneggiata dell’indifferenza, senza un messaggio, una telefonata, un pensiero gentile, mai. Per poi ritrovarmi magari dopo un mese o due qualcosa come quindici chiamate e un messaggio con su scritto vieni a vivere da me, ti scongiuro.
C’erano le sue mani ora e i pantaloni tirati giù fino al pube. Le mani calde sui fianchi, li torcevano, erano pinze ma non ne sentivo la stretta. Quanto piuttosto la carne, questo sentivo, una porzione immane di carne vuota torcersi e piegarsi, riempirsi, vuotarsi, tremolare e mentre le dita mi cercavano il piacere rivedevo l’immagine esile di ventenne. Chiunque fosse stata. Mi appariva fulgida nel suo piccolo corpo di giovane donna, con uno sguardo tagliente, di ferro, il candore di una vergine e la dentatura appuntita, vampiresca.
Il corpo sopra di me non aveva suono, né peso, persino il suo odore parve scomporsi in una gamma variegata di fragranze di etnie. E gli sentivo addosso mille corpi e mille volti. Mille donne, di me, fare brandelli.
Mi riebbi. E quel corpo dentro il mio era di ferro, come lo sguardo della sua piccola amica in foto. In un istante era una lama e mi tagliava in pezzetti piccolissimi.
Lo spinsi via con foga. Rotolò sul materasso fino a toccare il freddo del pavimento e con quegli occhi bambini sembrò inginocchiarsi.
Carla…
Mi aspettavo un gesto di rabbia, uno scompenso degli equilibri sonori, quanto meno un’offesa, un oggetto lanciato. Ma cosa potevo aspettarmi da uno che tiene la vita segregata in pacchi di cartone da due mesi. Si trascinò sul letto rialzandosi i pantaloni della tuta e si sollevò lieve con una leggerezza da danzatore concettuale.
Tu bevi troppo, disse prendendo una sigaretta e l’accendino dal pacchetto sul pavimento.
Si accostò alla finestra e il tornante cigolò.
Avevo acceso la luce e guardandogli la barba incolta che baluginava di biancore e gli zigomi incupiti e ingrossati dal tempo, ebbi un sussulto e per un attimo gli vidi tutti i suoi cinquant’anni di pena e lavori precari e vessazioni e rinunce e lotte ormai smarrite e tradimenti e abbandoni e figli di cui non sapeva più nulla. Rimasi indietro mentre fumava con le braccia sul marmo e gli occhi bui infossati a cercarmi risposte nei gesti a scatti con cui infilavo le vesti.
Presi una sigaretta anch’io e mi accostai solo per accenderla. Mi tirò ancora per la cintola buttandomi in faccia il fumo.
Che cos’hai in testa? Eh?, sussurrava.
Scostai le dita che mi cercavano il pube, erano briciole, rimasugli di un piatto ormai vuoto.
Non hai bisogno di me, dissi.
Mi volsi a guardare lo scatolone con la foto. Di qui non era che un foglietto bianco in cima a una montagna di cimeli di ruggine.
Tentò un abbraccio.
Ma che dici? Te l’ho detto mille volte, vieni qui. L’alcol ti fa diventare isterica…
Una mano sul labbro e gli impedii di proseguire. Con uno schiocco delle dita gettai la sigaretta contro le luci della notte. A piccoli passi mi allontanai. Lui non si mosse e non smise di guardarmi. Null’altro che un corpo, ricordo, un corpo lasco e vizzo che si piega inesorabile al tempio della giovinezza.
Avevo ancora un miasma sottile di alcol quando la porta mi si richiuse alle spalle. Le vesti un poco sgualcite e il freddo nella carne a picco dalle finestre dell’androne. Ricordo la leggiadria di tutte le porte che si chiusero. E quell’istante frivolo di gaudio mentre correvo al freddo per prendere l’ultima corsa del tram. Con le stelle fulgide e infinitamente piccole nel buio a stravolgere l’opacità stantia e grigia di un luogo che non conoscevo più.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

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Il tempo si spacca sui corpi, il mio e il tuo, un ritratto d’adolescenza e la morte così vicina, così lontana. Ci piaceva sentirci parte di un tutto organico e io ti spingevo i piedi contro la parete, volevo fossi la mia verità, piccola, da stringerti tutta tra le mani, una vita minuta. Avrei voluto. Vieni qui, non scappare. Ti piacevano quei pomeriggi, l’una nel corpo dell’altra, specchiarci, con la scusa di danzare, quante invenzioni per sottrarci. C’era una luna grande, occhio bianco sulla terra. Mia madre ti diceva di andar via…

… continua sul Mag O…

© i. p.

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Booktrailer:

Intervista di Paolo Restuccia:
http://www.omero.it/omero-magazine/interviste/ilaria-palomba-siamo-tutti-virus/

Recensione su CheDonna.it:
http://www.chedonna.it/2015/03/19/libri-homo-homini-virus/

Intervista su Radio Città Futura:

Il booktrailer di Homo homini virus su Antinoya:
http://www.antinoya.it/un-tuffo-nel-mondo-della-performance-art/

Recensione su NotiziaOggi, giornale di Vercelli, 30/03/2015

Intervista di Filippo La Porta su Wikicritics:
http://www.wikicritics.com/ilaria-palomba/
“Ilaria Palomba viene ritratta sul Web come “una bionda dark lady dall’anima punk-rock”, e il suo notevole esordio letterario – Fatti male, uscito nel 2012– è definito “romanzo di perdizione”. Ce ne è abbastanza per farne un personaggio spettacolare e intrigante, tutto virato sulla Retorica della Trasgressione. In realtà Ilaria, nata a Bari nel 1987, è una scrittrice di talento, ha uno stile personalissimo, che fonde registro diaristico, meditazione filosofica e racconto dal ritmo incalzante, cinematografico.”

Recensione di Paolo Restuccia su Succedeoggi:
http://www.succedeoggi.it/2015/04/il-romanzo-del-corpo/
“Insomma è più vicina di quanto possa sembrare a un autore che dichiara di amare molto, Michel Houellebecq, con il quale ha in comune la critica radicale della società vista come strumento di sopraffazione che porta al sacrificio chi non cede al suo nichilismo amorale e condanna gli altri a farsi carnefici o indifferenti.”

Recensione di Ilaria Oriente su Stile, il blog de La Stampa
http://www.stile.it/divertirsi/tendenze/articolo/art/body-art-e-potere-dei-media-homo-homini-virus-id-20066/
“Giocando con l’alterazione dell’espressione latina ‘homo homini lupus’ il titolo del romanzo evoca la concatenazione di incontri, di rapporti, di rappresentazioni che la società moderna tramuta in potenziali discese all’inferno. I media e la loro capacità di strumentalizzare sono protagonisti del romanzo tanto quanto i suoi personaggi, così come il mondo dell’arte performativa, che l’autrice conosce grazie all’esperienza diretta.”

Recensione di Lyly Dark su TempiDispari:
http://www.tempi-dispari.it/2015/04/14/homo-homini-virus-il-nuovo-romanzo-di-ilaria-palomba/
“Una storia di passioni ossessive, cinici tradimenti, taglienti affondi ed elettiva complicità. Angelo spreca il suo talento nello spietato mondo del giornalismo. Iris cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art entrambi ansiosi e tormentati da un disperato bisogno di riconoscimento. Un empatico psichiatra ripercorre la loro complice, inarrestabile caduta nel delirante abisso in cui da vittime si eleggono a carnefici. L’autenticità non risiede nella gloria, ma nel rischio che si è disposti a correre per la propria verità.”

Stralcio della delirante intervista di martedì 21 aprile su Radio kalashnikov – Radio Popolare – con Alexandro Sabetti, Hermes Leonardi, Claudio Milo:

Articolo di Arturo e Arianna Belluardo sulla prima presentazione di Homo homini virus da Giufà:
http://www.omero.it/omero-magazine/bella-di-papa/corruption-of-the-innocent-ilaria-palombas-hhv/
“Il 16 aprile sono andato con mia figlia Arianna, 13 anni, alla presentazione del romanzo di Ilaria Palomba, Homo Homini Virus, alla Libreria Giufà di Roma. Ero molto curioso di sapere cosa le fosse arrivato delle parole di Ilaria, di Paolo Restuccia, di Simona Baldelli e di Giorgio Patrizi. E soprattutto, della perfomance della body artist, Tiger Orchid. Le ho chiesto quindi di scrivere una cronaca per Mag O.”

Intervista di Marilù Oliva su Libroguerriero:
https://libroguerriero.wordpress.com/2015/04/27/ilaria-palomba/
“Una delle arti da cui è attraversato il romanzo (oltre a quella, inseguite e mai braccata, del giornalismo e della sopravvivenza) è quella della body art, incarnata da Iris, che è pura rivolta, istinto selvaggio, “gioca con il sangue come fosse un colore a olio e la sua pelle una tela da profanare”. La mia sensazione è che Iris sia metafora anche di altro: anelito di libertà, comunione con l’altro, passione.”

Recensione di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/30/libri-dentro-le-traiettorie-di-bianchi-la-scrittura-del-corpo-di-palomba-la-lampada-di-curtis/1633417/
“Un romanzo carnale, capace di descrivere la degenerazione dell’epoca contemporanea in una città eterna come Roma, ormai abbruttita dal rigurgito della globalizzazione. Una prosa asciutta, diretta, senza fronzoli. Si tratta de Homo homini virus di Ilaria Palomba (Meridiano Zero), la storia di un giovane pugliese arrivato nella capitale con il sogno quasi fanciullesco di diventare una grande firma del giornalismo che si occupa di musica e si ritroverà nel vortice di un mondo a lui sconosciuto, quello della body art, un mondo che inizialmente disprezza, ma che imparerà ad amare dopo l’incontro con una selvaggia performer che usa il proprio sangue come inchiostro.”

lacroce
Recensione di Flaminia Naro su La Croce del 5/5/2015

Recensione di Valentino Colapinto su LSDmagazine
http://www.lsdmagazine.com/homo-homini-virus-ilaria-palomba-racconta-il-degrado-sociale-contemporaneo-nel-suo-ultimo-romanzo/22568/
“Homo homini virus è un romanzo di (de)formazione, un’allucinata discesa negli inferi, raccontata a più voci tramite il dialogo di Angelo col suo psicanalista e il visionario diario di Iris. Pagine crude e cupe, che dissezionano senza misericordia alcuna lo squallore esistenziale dei nostri tempi, in cui l’umanità sembra essersi degradata in un morbo contagioso e distruttivo, un virus per l’appunto.”

Recensione di Stefano Savella su Puglia Libre:
http://www.puglialibre.it/2015/05/homo-homini-virus-di-ilaria-palomba/
“I contatti tra il mondo del giornalismo (ad eccezione di quello specializzato) e il mondo della body art non sono particolarmente consueti. Il primo fagocitato dalla cronaca, dalla bulimia di notizie; il secondo chiuso spesso in teatri off, in contesti metropolitani frequentati da un circolo ristretto di persone interessate. Ad Angelo, un giovane pugliese trapiantato a Roma, spetta un po’ per caso il difficile compito di avvicinare la carta stampata al racconto di performance estreme, ideate e messe in opera rigorosamente fuori dagli schemi. Il punto di congiunzione tra i due mondi sarà rappresentato da Iris, una ragazza che nelle sue esibizioni supera quanto già sperimentato dalla madre della body art, Marina Abramovic, ferendosi e mettendo a disposizione il proprio corpo in scena, per dimostrare che «il sacrificio spezza l’individualità umana, quel fottuto ego che tanto ci angustia. Il sacrificio dell’innocente non è un castigo: è illuminazione, coincide con la libidine più estrema, in ultimo con il Nirvana.”

Recensione di Francesco Greco sul Giornale di Puglia
http://www.giornaledipuglia.com/2015/05/dai-lupi-ai-virus-la-perdita.html
“E dunque “Homo Homini Virus” cita l’underground americano (echi di Kerouac) e si riallaccia ai lupi di Hobbes, Bacone e tanti altri e a quelli, ultimi, della steppa di Hesse: stessa alienazione e solitudine cosmica, leopardiana, stessa rabbia sterile, disperata, stessa impotenza, rassegnazione rispetto ai destini toccati in sorte. E traccia un solco fra prima e dopo. Dopo averlo letto, non saremo più gli stessi proveremo nausea e noia per i romanzetti che ci assediano. E’ bene dirlo prima. Non perché la scrittrice ha trovato una sua koinè, come pure è, ma perché è stata impietosa, senza alibi: non ha taciuto nulla, a se stessa e alla pagina. Niente rimozioni, autocensure. E’ risalita all’etimologia primitiva della parola, del senso, della vita: al Big-Bang. Questo si prefiggeva, questo ha fatto.”

14 maggio Repubblica e La Gazzetta del Mezzogiorno parlano della presentazione di Homo homini virus presso La Feltrinelli di Bari con Vincenzo Susca, Claudia Attimonelli, Miguel Gomez.

Recensione e intervista di Luca Piccolo su Word Social Forum:
http://wordsocialforum.com/2015/05/20/homo-homini-virus-il-contagioso-romanzo-di-ilaria-palomba/
“Le sconfitte di Angelo, i suoi occhi curiosi e rabbiosi ci danno modo di osservare attivamente l’ambiente e la società in cui ora stiamo vivendo: lo spietato mondo del giornalismo, la lotta contro il proprio simile, il senso di non-appartenenza a ciò che si manifesta al di fuori, la finzione dei nostri simili, la vittima sacrificale, la continua ricerca dello scandalo e il conseguente facile-fraintendimento, la mercificazione dell’Arte… Iris, con la sua femminile “passività” (in senso mistico) ci permette di ricevere e vivere fisicamente la dimensione psichica e artistica della protagonista.”

Recensione di Antonella Marino su Premio Lum:
http://premiolum.it/articolo/homo-homini-virus-le-pulsioni-estreme-del-romanzo-di-ilaria-palomba
“Una discesa negli abissi della psiche, lì dove l’ancoraggio al corpo come “ultimo baluardo dell’umano” confina con il desiderio di negarlo e oltrepassarlo, l’erotismo vira verso il sacro, ed errore e orrore, vittima e carnefice, perversione e innocenza, caduta e salvezza, vita e morte finiscono per coincidere.”

Recensione di Raffaello Ferrante su Mangia Libri:
http://www.mangialibri.com/libri/homo-homini-virus#sthash.V5PWDWqv.dpuf
“Con una scrittura sempre lucida e affilata, la Palomba tratteggia attraverso le voci di Angelo, agnello sacrificale del suo professore di giornalismo d’assalto Paolini e i diari di Iris, performer di body art che dietro la voglia di emergere nasconde ferite mai rimarginate, una società e una realtà per niente consolante e consolatoria, uno stato di natura dove a vincere sono solo l’egoismo e la sopraffazione e persino l’amore, l’arte, l’amicizia, il lavoro, non sembrano essere altro che effimeri, vacui e consolatori strumenti di sopraffazione altrui.”

Servizio di Daniela Mazzacane su TgNorba24:

Recensione di Massimo Onofri su La Nuova Sardegna:
Articolo Nuova Sardegna
“Com’è possibile che una scrittrice nemmeno trentenne viva già il privilegio e la disgrazia d’uno sguardo così lucido e disperato? D’un così acuto male di vivere? Non bastano il talento – indubbio – l’intelligenza e la cultura a spiegarcelo. Ci voleva un grande candore per guardare in faccia gli occhi di medusa della propria gioventù.”

Recensione e intervista a cura di Toten Schwan per la fanzine Tritacarne:
http://www.mediafire.com/download/zg73bq9bheq89r5/%5BDIECI%5D.pdf
“ANSIA E FRUSTRAZIONE PER LE PREVARICAZIONI SOCIALI SONO SOLTANTO LE PRIME SENSAZIONI CHE SI IMPADRONISCONO DI NOI MENTRE FACCIAMO LA CONOSCENZA DEI PERSONAGGI CHE INSANGUINERANNO COI LORO SENTIMENTI E LE LORO [RE]AZIONI LE OLTRE TRECENTO PAGINE VERGATE DA ILARIA. IL MONDO DELLE PERFORMANCE ARTS E’ SOLO IL LUOGO CHE OSPITA IL VISSUTO E NON L’ELEMENTO FONDANTE DEL ROMANZO. SIAMO DI FRONTE INFATTI AD UNA DENUNCIA SOCIALE CHE HA COME MIRA LA PERDITA DI UMANITA’ ORMAI DILAGANTE ED INARRESTABILE. E’ UN LIBRO DI DENUNCIA, NON UN EROS BOOK ANCHE SE A TRATTI QUALCUNO POTREBBE PENSARE IL CONTRARIO.”

Commento di Caterina Arcangelo e stralcio di Homo homini virus pubblicato su FuoriAsse:
fuoriasse.hhv

Commento di Nicola Vacca e stralcio di Homo homini virus pubblicato su Zona di disagio:
https://zonadidisagio.wordpress.com/2015/07/14/homo-homini-virus-di-ilaria-palomba-ecco-lincipit/
«”Homo homini virus” è un affresco tagliente della nostra decadenza di essere umani. Ilaria Palomba è una scrittrice che chiama le cose con il loro nome e certo non usa parole accomodanti per narrare tutta la drammatica viralità dell’uomo abisso dell’altro uomo.
“Dedico Homo homini virus ai santi, ai dannati, agli artisti incompresi, ai folli e a tutti coloro che sono, oggi più che mai delusi dall’umano”. Sono sufficienti queste parole di Ilaria poste all’inizio del libro per rendersi conto della caduta in cui si precipiterà avventurandosi nella lettura. Homo homini virus è libro inattuale e coraggioso. Un romanzo destinato a fare male, un antidoto contro l’imbecillità di ogni conformismo.»

Recensione di Marco Enrico Giacomelli sul blog del Messaggero (HHV è il V libro):
http://www.artribune.com/2015/07/letture-estive-seconda-settimana-narrazioni-ad-arte/
“IL CORPO AL CENTRO
Non si può certo dire che Ilaria Palomba scriva di performance art senza cognizione di causa. Eh sì, perché la studia con ottimi risultati saggistici e accademici; perché la pratica, inizialmente al fianco di Franko B. e poi con il gruppo I Cardiopatici, di cui è fondatrice; perché ne racconta la scena. E lo fa ancora in queste trecento pagine à bout de souffle, strutturate in capitoli brevi e brevissimi. Anzi, non capitoli ma tracce, tracce musicali.”

Recensione di Nicola Vacca su Satisfiction:
http://www.satisfiction.me/homo-homini-virus/
“HOMO HOMINI VIRUS
«Homo homini virus» è un libro estremo di considerazioni inattuali sul disfacimento del nostro corpo nel cuore di una decadenza che sta uccidendo tutto e tutti in un tempo in cui i nichilismi invadono ogni cosa.”

IL MESSAGGERO:

messaggeroCarver

IL GIORNALE LETTERARIO:

“E’ una storia di cadute, di talenti sprecati, di ricerca incessante di riconoscimenti, tra ansia e tormenti, il romanzo vincitore della sezione narrativa alla tredicesima edizione del Contropremio Carver. “Homo Homini Virus” di Ilaria Palomba edito da Meridiano Zero.
Racconta la storia di Angelo, che spreca i suoi sogni e professionalità nello spietato mondo del giornalismo, e Iris che cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art.
Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza.”

ARTICOLO COMPLETO:
https://ilgiornaleletterario.wordpress.com/2015/11/09/ilaria-palomba-sauro-albisani-e-daniela-musini-vincono-il-contropremio-carver-2015/

BARLETTA NEWS:

“È pugliese una delle tre vincitrici del Premio Carver 2015. Classe 1987, una laurea in Filosofia, la giovane e commossa Ilaria Palomba è arrivata prima nella sezione narrativa con il suo romanzo “Homo Homini Virus”. È Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza – si legge tra le motivazioni ufficiali del premio.” Giusy Del Salvatore

ARTICOLO COMPLETO:
http://www.barlettanews.it/controintervista-alla-scrittrice-pugliese-ilaria-palomba-premio-carver-narrativa-2015/

PREMIO CARVER:

“E’ una storia di cadute, di talenti sprecati, di ricerca incessante di riconoscimenti, tra ansia e tormenti, il romanzo vincitore della sezione narrativa alla tredicesima edizione del Contropremio Carver. “Homo Homini Virus” di Ilaria Palomba edito da Meridiano Zero.
Racconta la storia di Angelo, che spreca i suoi sogni e professionalità nello spietato mondo del giornalismo, e Iris che cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art.
Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza.”

ARTICOLO COMPLETO:

https://premiocarver.wordpress.com/

PROSPEKTIVA:

“E’ una storia di cadute, di talenti sprecati, di ricerca incessante di riconoscimenti, tra ansia e tormenti, il romanzo vincitore della sezione narrativa alla tredicesima edizione del Contropremio Carver. “Homo Homini Virus” di Ilaria Palomba edito da Meridiano Zero.
Racconta la storia di Angelo, che spreca i suoi sogni e professionalità nello spietato mondo del giornalismo, e Iris che cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art.
Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza.”

ARTICOLO COMPLETO:

https://prospektiva.wordpress.com/2015/11/09/ilaria-palomba-sauro-albisani-e-daniela-musini-vincono-il-contropremio-carver-2015/

RADIO KAOSITALY PODCAST DELLA PUNTATA DEL 16 dicembre 2015

RADIO1PLOTMACHINE RAI PODCAST 28 dicembre 2015 e 4 gennaio 2016

PREMIO NABOKOV FINALISTI 2016

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© ilaria palomba
foto 1 by DF Produzioni
performance con Miguel Gomez “Io sono un’opera d’arte” presso Women in art
foto 2 e 3 by Stefano Borsini
performance con Miguel Gomez e Daniele Casolino “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” presso Stigmate Night

 

iris
Voglio che tutto sia profondo e lacerante la superficialità mi ripugna mi ripugna la ripetizione dell’identico mi ripugna la dialettica servo-padrone maestro-allievo io cerco altro da molto tempo ho abbandonato quelle vesti mentre a mie spese scoprivo nel fuoco quanto poco fossi padrona io di me stessa allora ho compreso di esser dominata da tutto ciò che m’illudevo di dominare leggevo il freddo e il crudele di Deleuze riscoprivo la libertà di infrangere i ruoli inventavo fantasmagorie da demoniaca santificazione inventavo Iris l’ideale dell’io capovolto e adesso sono qui con lei a parlare della fine del mondo mentre la sua libertà collima con la mia libertà di scegliere e comprendere forse un giorno avrò parole diverse per gli abissi parole nazional-popolari come quelle che piacciono a voi forse un giorno scoprirò il mistero della seduttività programmata forse un giorno abbandonerò l’istinto in funzione della ragione calcolatrice ma adesso adesso lasciatemi ridere di tanta inutile banalità lasciatemi con Iris preda e predatore perdermi in questi abissi blu elettrico prima che il cielo divori l’orizzonte in apnea nelle venature dell’estremo dove c’è spazio solo per beati e battuti santi e dannati folli e mostri quelli che vi accapponano la pelle quelli che vi piace insultare poiché non conoscono il linguaggio della menzogna borghese lasciatemi nel mio universo-mondo santi sono solo i fottuti su queste note violente al chiaro di luna spezzato lasciatemi infrangere barriere di carne divorare corpi e ridere come Lighea alla presenza dell’umano.

 

 

i. p.

ilagiorgiaoly ilagiorgia

Spesso quando esco in strada ho paura della gente non sono nata fobica non lo ero lo sono diventata dopo quelle risa fradice non sono mai stata pavida avevo invece voglia di concedermi di donarmi al mondo mostrando anche la parte ferita la mia forza era la mia debolezza e la mia debolezza la mia forza
— Donato al mondo
figlio bramato, all’inverso del desiderio
sei venuto con l’età e
non sei qui
Non puoi sentirmi?—
l’hanno azzannata l’hanno dilaniata con denti bastardi quando ancora riuscivo a sentire il profumo del mare il sapore salato sotto la lingua l’hanno infilzata quella stupida inutile dolcezza che ora curo tanto di ottundere — Sparatemi dritto
Al cuore
Se lo trovate.
Voglio andare
in mille pezzi.
Mille piccoli
fottuti pezzi taglienti.
Voglio vedervi sanguinare
Nel tentativo di ricompormi—-
non voglio avere paura voglio sentire l’odore del grano il tepore fresco della bora primaverile sono nata in un giardino di margherite avevo così tanta voglia di venire al mondo così tanta voglia di contagiarmi di quella stessa esistenza avevo voglia di lasciarmi sporcare dai corpi e inventarne di nuovi adesso non ho più modo di desiderare il desiderio è stato trafitto dall’indifferenza
— Buttate nel fiume frammenti
Di me
E io annegherò
Come Ofelia
In mille pezzi…
… Dagli anfratti di roccia bagnata
di secchielli
dei sassetti,
nelle alcove dei granchi,
nel disgusto plastico della cucina
come l’attesa delle donne, d’inverno…

è tutto buio tutto offuscato come dietro un vetro il reale tramonta rossissimo dietro le dita mie allora mi chiedi di fare queste piccole cose quotidiane tu non immagini quanto dolore ci sia negli occhi tu non immagini vedevo passare la gente giù in strada e gli occhi loro erano pieni di mani e bocche e gonfi di artigli e denti e pareti chiuse
… Come le Sirene
Diventerò spuma di mare
Diventerò soffio di vento
Che sfiora i vostri capelli
Diventerò aria
Che avvelena i vostri polmoni
Diventerò rimpianti che non
Vi faranno dormire…
agorafobia qualcuno disse borderline qualcuno disse abbandono qualcuno disse la verità era che avevo costruito un mondo perfetto dietro il mio muro una vita onirica di astratti furori e bagliori mai visti mi chiedevo nostalgica se mai alcuno potesse vedere il vespro con i miei stessi occhi avevo creato dinamite di suono e orge di sensazioni avevo creato lisergici rizomi infernali paradisi corpi smunti di Schiele e viali alberati di Monet estati di fuoco Munch abeti innevati Regina delle Nevi tenevo prigionieri gli avventori lì nel cubo non potevo vedere non potevo sentire non potevo toccare ecco toccare toccare toccare
—sparatemi dritto al cuore—
… Sai che disgrazia, le parole d’amore
gli occhi tristi
le prime
epifanie a casaccio
Hai sbirciato il riflesso
della musica al posto dei pensieri
sopra il legno laccato
sopra il letto Incassato
coricato dentro al senso mistico
e moderno
dell’arredamento notturno. …

mi accorgevo fissione nucleare fusione ebollizione la vita umana è un pendolo mi accorgevo nel vetro dolore e noia dolore e noia dolore e noia forse desideravo un foro invisibile per vedere oltre avevo gli oceani negli occhi nessuno poteva sentire e io non sentivo loro gridavano ma tutto era come ovattato e coperto da un subdolo velo di nebbia spesso quando esco in strada ho paura della gente una tragicommedia storpia in cui vedo danzare un pagliaccio in bianco e nero come unico monomaniaco esemplare non aveva tregua vederli passare sentire l’eco dei loro piedi attraverso le pareti dove sei? dove sei? dove sei?

… Fermati un momento
e cammina ancora
come quando rifletti su una cosa da dire
se le stringi la mano.
Come quando capisci
per la prima volta
che non hai nulla da dire
e servirebbe.
Avevi 16 anni
la prima volta che la noia ha ingoiato il tuo amore
ed era troppo occupato
a contarle i ricci
per trovarti il tempo di comporre. …

Sentivo tirare fortissimo le braccia forse ho inventato il piacere sentivo tirare fortissimo dovevo immaginare altri uomini crudeltà abuso non mi era concesso di sentire sentirmi dove sei? Mi stai cercando? Non c’è più nessuno qui dentro cosa vuoi? Vattene non c’è più nessuno qui dentro sentivo tirare forte come se l’omero si fosse spezzato e in quel dolore io la prima volta per la prima volta sentivo qualcosa
… Configuravi la noia
disciplina del creatore
brama in maturità, per donarsi qualche rigo
per correggere il ricordo. …

…Diventerò anima
Diventerò spuma
Diventerò bruma
Diventero’ notte
Diventerò buio
Diventerò incubo
Diventerò nulla
Quel nulla che acceca…

potevo avere percezioni vedevo dietro il vetro non era un idillio ma qualcosa
vedevo c’era un fiume lontano e i campi bruciati l’orizzonte annerito dal fumo delle fabbriche la gente indossava maschere mostruose dovevo chiamarli per nome e all’improvviso non avevo memoria di nulla tutto il male di cui mi credevo capace era scomparso trafitto da scheletri danzanti in un velo di nebbia tutto il male di cui mi credevo capace era mera illusione mi domandavo se quanto avessi vissuto fosse accaduto realmente dove sei? Non qui non con te non qui dove sei?
— verso lo stadio terminale dei banchetti
ti tieni compagnia
con i pupazzi minuti
con l’odore agghiacciante
degli avanzi. —
— E si crea quel buco dentro.
Cerco di riempirlo col cibo.
Mangio.
Mangio ancora.
Poi smetto di mangiare
Perché la voragine e’ sempre più grande e scura.
Allora bevo
Per vederci chiaro
Per vedere oltre
Per non vedere affatto—

Tutto il male di cui mi credevo capace scheletri nudi sulle rose del deserto tutto il mio ho paura della gente camminano e non so più pronunciare i nomi loro ho paura che possano aver fatto parte di qualche mio passato e non ne ho memoria ho paura dei corpi troppi sono entrati senza che nulla accadesse senza che nulla sentissi senza che nulla muovesse poi via da quel vetro non ero capace di aprire potevi farlo solo tu dove sei? Non qui dove sei?
Mi piaceva guardare le labbra tue aprirsi per pronunciare idilli mi piaceva perdermi nell’aurora sapevo la luce sarebbe arrivata prima o poi — Vedo la grana rossa della mia terra dove si rende eccezionale, la psichedelia minerale che rovina per bene sul pelo dell’acqua. Cristo come sei bella. —
l’orizzonte svanire svenire avevo paura di uscire di casa vedevo la gente passarmi attraverso come se i corpi loro del mio non avessero memoria avevo paura di tutta quella luce volevo che tu mi chiedessi perdono se pure mai nulla su di me avevi commesso volevo punirti per tutto quel male di cui mi ero resa complice volevo ascendere verso panorami postumani tra maschere di luce e guardare nella fessura la bestialità della bellezza che stava a rintoccare campana suadente smarrita volevo trovare il coraggio di vivere ancora come allora senza che nulla potesse scalfirmi mi portavi giù in basso in un ballo in maschera dove solo potevi guarire il corpo mio nudo offeso ferito e non c’era nessuno e sentivo l’odore della foresta raggiungermi nel buio io vedevo più di ogni cosa fuggivamo su carrozze bianche al galoppo verso regni dell’oltretomba per sfiorarli appena e poi svegliarci al mattino le tue labbra petali rossi avevo paura di dovermi svegliare dove sei? dove sei? Non qui non qui non qui.

—Sparatemi.
Dritto in fronte.
Dritto. In fronte.
Mai più.
Never
More
Nevermore
Never.more

 

 

© Ilaria Palomba, Olivia Balzar, Giorgia Mastropasqua

© foto: Stefano Borsini