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Tag Archives: mare

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La fragilità dei narcisi è consapevolezza inconsapevole caduta silenziosa coscienza incosciente desiderare fino alla morte l’amore senza darlo e fa paura tutto questo sentire e non sentire mai nel buio profondo una caverna di spettri incontrare qualcuno che non ti sia specchio sarebbe un massacro c’è sempre stato un massacro in ogni storia come camminare all’alba sulla battigia e guardarsi riflessi nelle onde ombre di bruma e sguardi stravolti dal gelo ci siamo specchiati così a fondo da esserci lasciati divorare dal mare è musica melanconica sinfonia di tenebra armonia cancellata prossimità del vuoto salto infinito non aver paura di morire ma solo di non esistere come la morte fosse il suggello l’espiazione ultima della colpa d’essere incapaci di amare altro che un riflesso e non saper vivere senza tutto eternamente torna follia nietzscheiana al punto di partenza camminavamo spettrali sul limitare del mare paure primordiali si specchiavano nel buio ingoiato dalla luce eravamo così belli sotto quella luce mezza luna mezza aurora epifanie d’esistenza crepuscolare sapienza dei piedi sabbia umida e fredda rabbrividire nella bora e abbracciarsi prima dell’ultimo salto tornare a casa e sentirsi il cuore in gola illudersi di aver amato per un’ora dimenticarsi il sapore e il vissuto i corpi avvinghiati all’ombra del fuoco restarsene a cantare stornelli non sense e rinnegare ogni cosa per riviverla con il primo chiunquealtro che si fosse presentato alla fine si può invidiare tutto l’amore del mondo tutta la gloria la determinazione quando basta un telefono che squilla a vuoto per non alzarsi dal letto si può invidiare a morte chi ha finito l’università messo su famiglia o è partito per viaggi umanitari avendo qualcosa da raccontare qualcosa che non sia specchio infranto tu invece senza vetro e senza pelle ancora mi parli della vita per starmi accanto devi scendere nel pozzo e danzare in mezzo ai morti ma io non so mica quanta forza hai dentro ho bisogno di essere vinta battuta in battaglia scagliata oltre le fondamenta del muro invisibile prima della battaglia guarda nel fondo della luna ci saranno gli occhi miei scacciami se sei in tempo trafiggimi o salvami una volta per tutte da questo abisso di specchi sbrecciati una sola volta una sola morte affinché non sia vana l’attesa e la luce che a quest’ora s’irradia sulla battigia il colore del cielo rovente e azzurrato senza luogo senza senso come fosse eterno il suono della risacca che inganna le ore come fosse di carne il sapore del mattino che il mare dissipa al vento.

© i. p.

ila sui tetti

Stanotte il paese delle meraviglie era un nudo d’autore in un piccolo bar a stringhe bianche la finestra della stanza di madri che s’affacciano al balcone con il terrore dell’onirico abbiamo attraversato la volta oscura viaggiando bilioni di anni luce per giungere alla terra dagli alberi rovesciati ti chiedevo come facessi a respirare abbiamo attraversato i tempi fino alle colonne d’ercole a cavalcioni su una specie di rottame in fiamme abbiamo guardato le code dei gatti ci siamo incamminate nel regno dell’ombra con la convinzione di non esser mai sole c’era un uomo dall’aspetto di artista sarà stato il cappello o la barba diceva di avermi vista mutare come fosse niente e lui sulle gradinate del sacre coeur come fosse niente padre amico amante padrone schiavo come fosse niente ci arrampicavamo sulle città infilzando la pelle con lunghi aghi sottocutanei per non sentire l’aculeo dell’evanescenza come vi fosse un significato altro all’essere qui e ora vivi abbiamo attraversato i viali alberati capovolti e vedevo le vite nostre linee sui palmi riflesse nelle pozzanghere ci siamo detti addio per ritrovarci ancora ho baciato i seni tuoi amica bambina sorella amante ho voluto guardare dentro I’me a spy in the house of love c’era un vecchio tempio abbandonato sul viale del tramonto immagini strappate dalla pellicola le nuvole in mille occhi esplose sulle curve dei fianchi tuoi come spettri nella nebbia del salento perfettamente consapevoli dell’immanente smembrarsi abbiamo bevuto stupefacenti misture dal colore della nebbia a occhi chiusi in mille specchi crollare il presente contarci gli spiccioli tra i sedili fobiche traversate tra i rami secchi serpi nere e lunghe da strangolo mentre continuavo a respirarti nella risacca fino a soffocare e tu eri l’uomo eri la donna eri qualcosa di perso tra i giardini dell’infanzia come l’ombra di un gatto che salta e non si vede ci siamo spiati dietro gli alberi al rovescio avevi gli occhi dei corvi sentivo frusciare le voci come fossero di latta rotolare lungo gli scogli contavamo gli spiccioli contavamo i ricordi mi svegliavi dieci volte al mattino perché potessi dieci volte addormentarmi con pericolosi sieri di evanescenza questo scarto questa eccedenza questa brutale inutilità la vedo riflessa nelle foglie rosse dell’autunno nei corpi deformi sul bagnasciuga negli indiani con carri di costumi fluorescenti nelle parole del vecchio bevitore sulla spiaggia del tramonto nelle paludi di rami secchi e rocce dove nere serpi si attorcigliano per arroccarsi nelle intercapedini dei mobili non mettere le mani nei cassetti ti ho preso forte i fianchi avevi gli occhi dei corvi quando ti vidi passare la prima volta arrotolavi la sabbia avevi i piedi minuti e diafani delle ballerine e quella chioma d’oro rosso sulla schiena nuda l’uomo della sabbia passava gridando cocco fresco mi piaceva bere le immagini incastonare gli istanti farmi beffe delle mani sue grandi a raccogliermi da alcolismi di vecchia annata restavamo a bere oppiacee misture negli scantinati di paese in quel buio solforico e non potevo guardarti oggi vedo rompersi le linee di demarcazione delle cose seguo l’andamento dei gatti e non conosco giardini non conosco il sapore delle labbra tue in questo altrove bagnato accolgo la pioggia di settembre nelle mani mie aperte entro in opachi appartamenti nei pressi delle mura scivolo su bianche righe senza conoscerne il confine vedo crollare i palazzi sugli schermi ti prendo mi sfuggi saluto raccolgo mille mani nelle mie mi sforzo di digerire gli istanti distinguerne i corpi e chiedo al reale di rallentare prima che ricominci a sentire le membra nel corpo mio senza il tuo.

© Ilaria Palomba

foto di Luigi Annibaldi

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Sono Tiresia uomo donna cieca oracolo trasmetto un sentire che passa di mano in mano non mi è dato vedere posso solo sentire l’ascolto mi è dato dall’ombra onda fuoco terra aria mi portano in un luogo gonfio di respiro ho paura di dover parlare la voce non supera la trachea sono invasa dalle onde ascolto un pianoforte lontano sento il mare nelle narici Odisseo ascolta le conchiglie spiega le vele e viaggia nel sottomondo il femmineo lo accoglie e respinge una donna gravida Circe o Penelope? Un uomo dal timbro baritonale lo assale traditore tradito nelle orecchie le voci del mare il responso di un oracolo immondo traditore o tradito? Lancio di uova un cappio oggetti nel vuoto rumori ho paura del vento che questo possa dissipare il canto delle sirene dove finiscono le voci? C’è un corpo che vive si smembra diviene altro si fa tramite ossesso posseduto abitato dai molti l’io assassinato dai molti la sacerdotessa ebbra di poesia raccoglie i cocci uomini-uova invadono la spiaggia nel buio profondo compaiono occhi d’ogni sorta specchi infranti sul ciglio della tempesta cerco la donna nella nebbia e tu combatti giganti acefali luci al litio riempiono l’aria di respiro consumano la terra ruotano volti senza occhi s’impiccano uomini-coltello bambini-quarzo sirene-avorio proci traditori Odisseo nelle tenebre incontrerai la nemesi nelle tenebre Solaris Penelope in miniatura una Minerva dai mille occhi e mille arti il suono rotto di una fisarmonica arrivano a migliaia uomini-ombra vascelli fantasma onde d’aria trascinate dal vento ascolta le voci delle conchiglie torna indietro l’orizzonte è nel ventre aperto nel torace disseminato di tenebre quanti granelli contiene la sabbia? Penelope sul limitare del giorno voce di marmo divenire-mostruoso divenire-macchina divenire-cosa senti la potenza delle voci del mare senti la potenza del mare il buio è sconfinato si slabbra nelle braccia spalanca la sabbia divora il sole è lì in fondo che vedrai l’occhio è un uovo c’è un piccolo mondo caleidoscopico morirai mille volte per mille volte rinascere sulla strada di casa ti scoprirai cieco ci saranno solo braccia a raccoglierti solo braccia amiche bramate figlie dei giorni a venire dimenticherai il sapore della polvere amara il sapore debole del vino che fu acqua e fu fango e fu lava dimenticherai il sapore del divenire-meccanico dimenticherai il corpo e sarai in un istante eterno più vicino al sole là dove non esistono i luoghi i nomi le strade sarai tutte le cose transeunte e dovrai svegliarti nella tela di Penelope svegliarti senza occhi cancellare il silenzio divenire-bambino come se non ci fosse mai stato l’inverno.

 

© Ilaria Palomba

 

Un grazie infinite ad Antonio Bilo Canella, Alessia D’Errigo, Giovanni Greco, Daniele Casolino, Luigi Annibaldi, David Fiandanese.

maschera

Ricordo quel rumore e la radio accesa con musiche di Edith Piaf. Mia madre abbassava il volume e mio padre lo rialzava. Mia madre abbassava il volume e mio padre lo rialzava. C’era poi qualche secondo di silenzio. Ricordo la strada sbriciolarsi fuori dal finestrino, i miei riccioli riflessi nello specchietto retrovisore, le loro voci che mutavano tonalità ogni quarto d’ora, la strada dissestata con le buche in cui alle volte l’auto s’inceppava. Era una Opel rossa, me la ricordo come fosse ieri, e poi ogni volta che passavamo per le saline mia madre mi indicava quelle piccole montagne bianche che sembravano neve. Guarda, diceva, le saline, le saline. Guarda, diceva. E in quell’istante finalmente esistevo, mi mettevo a domandare da dove venisse tutto quel sale. Dalle onde, diceva mia madre, le onde lasciano il sale sul bagnasciuga e poi con dei marchingegni si estrae tutto dall’acqua e si fanno, guarda, quelle montagnette. Durava solo pochi secondi, perché poi subito mia madre tornava a gridare. Diceva: non ho nessuna voglia di passare la giornata qui, nessuna voglia.

Mio padre guidava. Stai zitta, ti prego, stai zitta, diceva, non voglio alterarmi, non farmi alterare, per cui, ti prego, stai zitta.

Mi mettevo le mani alle orecchie ma per quanto me le tappassi quelle urla arrivavano dritte. Si lasciava l’auto e fuori c’era questo odore estivo di salsedine e gente in abiti da mare, anche se era maggio, e loro camminavano distanti. C’erano cancelli un po’ arrugginiti da cui s’intravedevano le angolature degli ombrelloni a righe bianche e rosse, la sabbia pallida e granulosa piena di vetri rotti e carte, dietro le sbarre dei recinti, brillava appena. Il rumore del mare, il vociare dei venditori ambulanti, il carretto dei gelati e il tipo smilzo senza dente che sputava parole in dialetto foggiano. Mi mettevo tra loro, che all’improvviso non parlavano più, contavo la distanza, guardavo i cinturini delle scarpe delle ragazze che passavano, sprofondavo in un mondo immaginifico di cui sola conoscevo i simboli. Il marciapiede rosa aveva cerchi e linee che ricordavano fette d’anguria. C’era una luce trasversale nel cielo, un chiarore appannato come un vetro. Le pareti dei palazzi erano rosa, talvolta crepate. Quello dei miei zii era un appartamento regale.

Sai, da bambino, diceva mio padre, mi avevano detto che tutto questo sarebbe stato mio, ero il primogenito maschio. Poi gli zii hanno venduto mezzo palazzo e a me non hanno dato proprio un bel niente.

Correvo su quel marciapiede, così rosa, e dall’altra parte del palazzo c’era un hotel con un giardino, un roseto e un grande ombrellone bianco. Donne con cappelli bianchi e occhiali da sole. Mia madre mi veniva a cercare quando tentavo di scavalcare la ringhiera, mi prendeva forte per le braccia mentre credevo di entrare nel paese delle meraviglie e guardavo i bianchi copricapo come fossero conigli e gli occhiali da sole eleganti erano stregatti, le pipe fumanti brucaliffi. Per le braccia mi agguantava riportandomi alla linearità dell’esserci. La zia mora con gli occhi azzurri e il bastone ci accoglieva con una voce un po’ stridula e il sapore del wisky nelle labbra. Lei aveva l’odore del mare. Mi acciuffava per i capelli e per salutarmi mi schiaffeggiava, doveva essere un vizio di famiglia quello di ferire per dimostrare il proprio affetto. C’invitava in quella casa piena di conchiglie, dove tutto ricordava il mare, e c’era l’odore forte di salsedine anche nelle stanze, erano ampie, quelle stanze, e faceva freddo entrandoci. Ci sedevamo su divani neri in pelle. Fissavo i quadri alle pareti, ritratti espressionistici di donne nude. Le ampie tende bianche a coprire tutta quella luce. Era un essere lunare mia zia, mora, preferiva il buio, la libertà l’acol. Detestava i bambini, gli animali e i matrimoni. Mia madre si metteva a discutere di gossip tra colleghi, mio padre cercava di parlarmi della storia di tutti quei ritratti ma io non ascoltavo le loro voci. Mi vivevo assente, ancora me ne stavo in mezzo ai quadri come se la donnina lì ritratta mi facesse l’occhiolino, gli occhi di mia zia mi acciuffavano e avevano sempre quell’espressione di rimprovero, mia madre continuava a parlarle di fatti di ospedale. La tal specializzanda cui ho insegnato a usare il doppler, il tal leccaculo che ha spifferato al primario il talaltro segreto interpersonale della tal infermiera incita del talaltro dottore. Mio padre mi prendeva la mano in mezzo a tutti quei ritratti, mi faceva paura lo sguardo di mia zia, lei era il mare, potevi nuotare nei suoi occhi. Quel rimprovero era l’anelito della sua mancanza, era una gran narcisista ma iniziava a scorgersi nei suoi lineamenti la consapevolezza degli abbandoni. Per questo mi puniva con quegli occhi, mentre spiavo tra i suoi segreti, come se fossi troppo piccola per scoprire verità di cui nessuno era a conoscenza. Forse mia madre sapeva qualcosa, lo sentivo nel tono della sua voce quando nominava quell’uomo, ma mia zia volgeva lo sguardo altrove e io sentivo l’odore dell’alcol nel suo fiato.

Si andava poi sulla spiaggia e non c’era nessuno. Di quell’apertura mi riempivo le narici, era per me simile all’oceano, quel mare bianco e schiumoso di Margherita di Savoia. Mi levavo i sandali e correvo. Affondando i piedi nelle profondità telluriche di tutta quella sabbia, era oceano e deserto, di quel colore chiarissimo, gli occhi miei riempivo. E ricordavo di averli lasciati in pace o per lo meno nella parvenza di una tregua ma non appena ritornavo sul bagnasciuga mi accorgevo delle loro sagome distanti sulla spiaggia come se un’onda oceanica li avesse separati e andavo da lui, mi avvicinavo circospetta alla sagoma di mio padre che toccava la sabbia, se ne riempiva pugni interi per poi lasciarla cadere e gli dicevo: che cos’ha mamma perché non vi parlate più?

E lui non rispondeva. Dopo un po’ sospirava e nel respiro gli vedevo dilatarsi e restringersi il neo sotto gli occhiali e le labbra dischiuse pronunciavano sussulti di sillabe che sempre si concludevano con un chiedilo a lei. E andavo da mia madre che imperterrita si portava i capelli dietro le orecchie lottando contro il vento che glieli scompigliava ogni secondo, e un attimo dopo ancora li riportava indietro e il vento ancora glieli ingarbugliava. E la vedevo digrignare i denti per una lotta titanica che mai avrebbe vinto. E le chiedevo: che succede con papà? E rispondeva: è uno stronzo, è uno stronzo, anzi vai da lui e digli che lo odio, lo odio, che non voglio tornare con voi a casa.

Come, non torniamo a casa? Incredula le domandavo e mi diceva: no andate voi, senza di me, io resto qui.

E poi così tutto il giorno fino al tramonto, quando ormai il vento tirava così forte da cacciarmi e mi rintanavo priva d’espressione a casa di mia zia, mentre loro perpetravano il gioco delle discordie su quella spiaggia che al tramonto era oro e savana. E io dietro quel portone stavo in silenzio con mia zia che fumava multifilter, una dietro l’altra, e io nei dipinti nuotavo con i capelli ancora bagnati e il senso di freddo che le grandi case buie danno ai bambini. E aspettavo dietro il portone che la danza delle incomprensioni terminasse, che venissero qui a prendermi per tornare a casa ma per fortuna, per fortuna, c’era la donnina dei dipinti a farmi compagnia. Mi parlava in una lingua che non conoscevo, mi parlava di paradisi perduti in esotici eden senza tempo, mi parlava con gli occhi di mia zia in gioventù, mi svelava il mistero del suo silenzio e aveva l’odore del mare quando è calmo.

© Testo: Ilaria Palomba

© Foto: Luigi Annibaldi

spiaggia  anffibi
Sono tornata in quella spiaggia, a Metaponto. Là dove ero solita andare in vacanza con le mie amiche. Una lunga lingua di sabbia bianco-grigia fa da schermo a un impeto di schiuma bianca che si scaraventa sulla costa. Se guardo in lontananza vedo l’orizzonte e mi illudo ancora di poterlo toccare. I miei piedi nudi accarezzano la sabbia gelida e deserta di questo fine-ottobre scansando pezzi di vecchie siringhe, bottiglie di plastica, legno e vetri. Sono arrivata qui con la mia Rover traballante. Traballante perché non so ancora guidare come si deve, ho la patente da appena un mese e ho ventisei anni. Ho attraversato il lungo viale di pineta e il campeggio, fissando la desolazione di quel che una volta era il nostro regno, attraverso le grate di una rete metallica che sembra una prigione. Sto aspettando mia cugina Giusy e la mia amica Marica. Qui, come dieci anni fa, come se nulla fosse cambiato.

Cammino sulla sabbia e fisso le orme che fanno i miei piedi. Mi volto di scatto e vedo un’ombra in lontananza. La prima ad arrivare è Giusy. Indossa scarpe da ginnastica e jeans stretti che sanno di pulito, di nuovo. Una giacchetta grigia nasconde la camicetta bianca aperta sul seno. Il viso ben truccato da un fondotinta di una tonalità leggermente più scura del colore della sua pelle, spalmato in modo da nascondere le lentiggini. Il fard sulle guance. Le palpebre velate da un ombretto indaco sottile, le labbra lucide un po’ carnose. Gli occhi verdi che cambiano colore a seconda della luce. Si avvicina e indugiamo un attimo prima di salutarci. Io so tutto di lei, lei di me nulla. Ci baciamo sulle guance.

Non sei cambiata per niente, fa lei.

Lo so, rispondo toccandomi le punte dei capelli secchi e stopposi per l’eccesso di tinte, ancora rosso sangue come quell’estate.

Marica verrà?

Sì, verrà.

La vedi spesso?

Mai, io sono a Barletta, lei a Milano.

So che lavora in banca.

Quante cose sai.

Ci mettiamo a sedere sopra un sasso e fissiamo le onde e l’orizzonte e il cielo coperto dalle nuvole.

E tu ora cosa fai?

Sopravvivo.

Una mano si posa sulla mia spalla. È Marica. Bionda, come sempre ma con un taglio diverso. Più corto. Mi alzo in piedi per salutarla. Lei sfiora i miei capelli, con un’espressione di sorpresa ammirazione. Solo ora mi rendo conto che i capelli mi arrivano alle ginocchia, devo avere un aspetto sciatto in confronto a loro. Indosso un completino nero, corsetto e leggins lucidi. Un giubbottino di pelle sgualcito, i miei soliti anfibi dalla doppia zeppa.

Camminiamo sulla sabbia e mi sembra la prima volta. Quando arrivammo piene di speranze. Volevamo perderci, amare, provare ogni cosa. Alloggiavamo nel campeggio e ogni sera restavamo sulla spiaggia a bere birra o vino, fumando spinelli e suonando bong. Era una sera di fine giugno, non particolarmente calda, quella in cui ti conobbi. Non c’era quasi nessuno e tu eri lì, sei sempre stato lì. A fissarci. Avevi un’aria vissuta e mi ricordavi terribilmente un certo mio compagno di classe delle scuole elementari, con lo sguardo da criminale, gli occhi verde acqua e le lentiggini sul naso. Ti avvicinasti senza remore e io sentivo di sprofondare nella sabbia. Anche se non ti conoscevo era assurdo, vedevo riflessa nei tuoi occhi l’intera nostra storia, come un film fatto di infinitesimali fotogrammi.

Avete una sigaretta?

Marica ti diede la sigaretta e subito ci provasti con lei.

Volete venire a una festa?

Giusy ci guardò con gli occhi di un coniglio appena nato.

Se volete andate voi, io torno in campeggio.

Dicci un po’, che tipo di festa è? Tu, tre amici arrapati e una tenda? Ti prese in giro Marica.

No, è una festa, continuasti biascicando appena le parole. Dall’altra parte della spiaggia.

Indicasti un punto lontano e invisibile agli occhi.

Aspettavo solo che mi guardassi.

Poi, voglio dire, se a una di voi capitasse la fortuna di scoparmi…

Marica e Giusy risero. Marica mimò con le labbra la parola: è pazzo. Giusy disse che di lì a un minuto avrebbe abbandonato la spiaggia e sarebbe andata a coricarsi in tenda.

E tu a chi vorresti capitasse questa fortuna? Ti domandai.

Le mie amiche mi fissarono impietrite.

Non lo vedi che questo è un povero pazzo, mi disse Giusy alle orecchie. Marica si soffocava le risa nelle mani. Io non smisi mai di fissare quegli occhi così chiari. Il suo sguardo si conficcò nel mio. Una spina di ghiaccio mi attraversò la schiena. Stavamo già facendo l’amore e non ce ne eravamo accorti.

Mi piacciono le rosse, dicesti reggendo il mio sguardo.

Non sono davvero rossa.

Odori di voglia.

Sorrisi.

Le mie amiche si tennero per mano.

Andiamo, vieni con me.

Sei scema? Disse Giusy.

Marica ritrovò la serietà e cominciò a fissarmi con gli occhi della mia insegnate di matematica del liceo mentre sbagliavo un’equazione alla lavagna.

E dove andiamo? Ti chiesi senza smettere di fissarti.

Dall’altra parte della spiaggia.

Andasti avanti e io mi misi a seguirti. Le mie amiche mi afferrarono per le braccia, cominciarono a sussurrarmi che fino a quel momento si era scherzato ma adesso, no, adesso mi stavo mettendo nei guai.

La vita è mia, decido io.

Le liquidai così.

La notte era profonda oltre l’orizzonte e credevo che avrei vissuto tutto quella notte, che sarei arrivata altrove. E invece ero diretta in nessun luogo. Non si vedeva quasi niente e mentre camminavo al seguito di un perfetto sconosciuto mi accorsi che stavo camminando al seguito di un perfetto sconosciuto.

Ehy!

Mi voltai ma la notte era folta, non si vedeva che un cielo stellato, non si sentiva che il frastuono delle onde che s’infrangono sugli scogli e del vento che ne dirige il corso.

Ehy, seguitai a chiamare.

Ti voltasti e non eri più bello come prima, nell’oscurità riuscivo a scorgerti le rughe sul volto, agli angoli della bocca e sulla fronte. Ti avvicinasti a me e inspirai il tuo odore di alghe e salsedine. Quel corpo che prima mi era sembrato così esile ora avvolgeva e sovrastava il mio. Indossavi abiti trasandati, da mare e avevi una specie di peluria incolta sul viso che non poteva definirsi barba. Non avevi meno di quarant’anni ma li portavi in modo naif, come se fossero ancora una volta venti.

Ci guardammo a lungo e non mi baciasti. Il vento sferzava la pelle e la rendeva puntiforme. La tua mano era insolitamente calda. Sollevò il mio copricostume e s’inoltrò nella mutandina rossa del mio costume sgualcito. Strinsi le gambe.

Mi piace questo calore, sussurrasti, stringile ancora.

Le strinsi ancora e ancora fino a farti male. Ma il tuo dito medio era sottile e insistente come una goccia che scava negli scogli. Così mentre mi dicevi di stringere sentivo che entravi dentro, sempre più dentro e il tuo dito si sporcava di me ed era caldo. Lo portavi alle labbra, le tue, poi le mie. Lo facevi scivolare tra le nostre bocche e sulle nostre lingue mentre ci succhiavamo la voglia dalla bocca.

Tu non mi piaci, dissi.

E allora perché mi hai seguito?

Per conoscere il tuo segreto.

Sorridesti. Ti accarezzai i capelli e tu facesti lo stesso con i miei. I tuoi occhi erano fiammanti. Le labbra socchiuse. La lampo abbassata. Sentivo il tuo sesso spingere sulla mia pelle e la tua mano sfregare. Non ti toccai.

Perché non lo prendi in bocca?

Anche questa volta afferrai i tuoi occhi e fui più cattiva di quanto potessi aspettarti da una sedicenne.

Voglio vederti mentre lo fai. Voglio sentirti mentre ti perdi.

Non abbassai lo sguardo neanche una volta, potevo solo immaginarlo e sentirlo gonfio e caldo sulla superficie delle mie cosce. Sentirlo pulsare. Ascoltare la tua voce spezzarsi nel piacere. Annusare l’odore pesante delle prime gocce di sperma che colavano fuori. Sentirmi inondare gambe e piedi. Sentirmi sporcare da tutto ciò che non conoscevo.

Mi prendesti per mano, la destra, la stessa con cui ti eri toccato. Era appiccicosa e umida. Puzzava ancora del tuo seme. La voglia era cresciuta a dismisura insieme alla notte. I miei piedi scalzi inciamparono in un sasso, poi in un altro. La sabbia era costellata di sassi. In lontananza c’era un faro.

È quella la festa in cui vuoi portarmi?

Non rispondesti ma continuasti a trascinarmi finché i miei piedi non ne furono esausti, scheggiati, sfregiati da minuscoli vetri, tagliati da pietre e scogli e lavati dal freddo delle onde. L’aurora rischiarava e gelava i nostri corpi quando arrivammo al faro. La pelle mi si accapponava, il tuo sguardo era duro e silenzioso, occhi che non vogliono dire nulla.

Ho freddo.

Non me ne importa.

Mi dici dove siamo?

Sali.

Il faro blu notte, rovinato dagli anni e abbellito da scritte e murales, sembrava un vecchio giocattolo pericolante. Un antro dello stesso blu delle pareti e poi una scala a chiocciola. Dietro di me la strada di casa, davanti a me la scoperta del nuovo. Non che mi eccitasse più di tanto. Non c’era nulla di così inebriante a scoprirsi. Nulla che non avessi potuto conoscere anche da sola, nel mio paese di provenienza, con la mia gente. Ma quello che mi si chiedeva era di salire lì sopra e scoprire cosa vi fosse o di tornare indietro e dimenticare tutto. Mi voltai a guardarti. Non eri di grande aiuto. Te ne stavi a braccia conserte in attesa di una mia decisione. Continuavi a non piacermi ma qualcosa di più torbido e oscuro suscitavi nel mio corpo. Un totale scompenso dei sensi, un’alterazione dell’umana percezione. Un moto di tensione sublime e orrida mi sgusciava nelle viscere, lo stesso che mi aveva portato a stringere le gambe attorno al tuo dito medio e a guardarti masturbarti fino all’orgasmo.

Mi poggiavo alle pareti fredde e piene di ruggine mentre risalivo la scala a chiocciola come se stessi risalendo il fondo della mia coscienza. Stanca e senza fiato, con i piedi doloranti, scheggiati da scogli e vetri, salivo gli innumerevoli gradini e ogni volta credevo che sarebbero stati gli ultimi. Il tuo passo silenzioso mi seguiva. Alla fine della scala caddi su me stessa. Battei le mani contro il pavimento. Avvertii tre gocce di sudore rigarmi la fronte e poi sollevai lo sguardo. C’era un materassino da mare e un sacco a pelo aperto. Uno stereo. Una bottiglia d’acqua. Una busta bianca con i resti di qualcosa. Pensai a Giusy e Marica che tra poche ore si sarebbero svegliate e mi avrebbero cercata.

Voglio tornare in campeggio, dissi. Non mi piace questo posto e poi sono stanca.

Sorridesti ma ora non era esattamente un sorriso, era un ghigno sadico che ti inspessiva le rughe sul volto, lasciandoti indossare altri vent’anni.

Prima riposati, sarai stanca, non è così vicino il tuo campeggio.

Frequenza cardiaca accelerata, brividi, fame di respiri.

Mi guardai intorno. Mi sembrava, in questo luogo, di esserci già stata. L’odore di ruggine e sale sulle pareti. Il materassino con quella coperta. Tutto questo blu. Sollevai lo sguardo e ancora ti guardai.

Penso di non sentirmi bene, ti dissi.

Riposati, rispondesti, sarà tutto più chiaro.

Non so nemmeno il tuo nome, dissi in ansia. Da quanto tempo sono qui?

Mi guardai intorno meglio, infilai gli occhi dentro gli oggetti, quasi a volerli svuotare con lo sguardo. La ruggine alle pareti sembrava sangue incrostato. Sollevai le coperte del letto e trovai tre grossi coltelli da cucina, sei spine di pesce. Con il cappuccio della felpa ti copristi la testa. Sentivo l’eco delle nostre risate la prima sera, quando trovammo questo posto. Vedevo i nostri corpi avvinghiati uno sull’altro.

Devo tornare.

Non tornare.

Devo.

No, non tornare, resta qui con me.

Ma come faccio?

Sarà un sogno, te lo prometto. Vivremo qui, avremo tutto.

Sento l’odore della carne putrescente.

Dimmi la verità, quanto tempo è passato?

Taci.

Sento puzza di cadavere nella nostra stanza e vedo occhi ovunque. Gli occhi di quei ragazzi una notte d’estate. Gli occhi dei giornali che denunciavano la mia scomparsa. Gli occhi gonfi di lacrime delle mie amiche. Gli occhi di tutte le notti che ci siamo fatti di illusioni, come narcotici per nasconderci dal mondo.

Vedo i nostri corpi uno sull’altro. Il tuo sesso nel mio e il tuo seme nel mio corpo. Ero a cavalcioni su di te, sulla tua pancia. La mia fica aveva ingoiato il tuo seme come un’avida bocca.

Devo pisciare.

Falla qui.

Ma che dici?

Voglio che mi pisci addosso.

Le tue dita a stimolarmi i sensi. Le tue dita nella mia fica e poi bagnate sul clitoride.

Voglio che mi pisci addosso.

Le tue dita muoversi lì come due piccole lingue umide dei miei stessi umori. Sentivo il calore farsi largo tra le cosce e il piacere sgusciare insieme al getto caldo e sottile di urina che bagnava la tua pancia, i tuoi peli e i materassini sui quali dormivamo, del mio fluido caldo e dorato.

Vedo i nostri occhi fissare le stelle in una notte d’inverno. Le nostre sagome avvinghiate e avvolte da coperte di lana. Il nostro odore sempre più simile al mare, da un lato e al puzzo di urina che si era impossessato di noi, dall’altro. Di quel puzzo ne erano piene le pareti, i vestiti, la nostra pelle.

Quanti anni ho? Sedici? Ventisei? Non so più nulla. Vidi la nostra storia riflessa nei tuoi occhi. La vedo ancora, adesso che sono qui con te di nuovo e non ricordo chiaramente cosa sia accaduto. Dev’esserci stato l’amore. Deve. Non avrei rinunciato a dieci anni della mia vita, sparendo dal mondo senza lasciare tracce, senza un valido motivo. Sì, doveva essere amore. Un amore sporco e maledetto che ci teneva fragili e distanti dal mondo. Fuori della realtà ogni cosa acquista consistenza. Le pareti, i muri, ogni cosa è impregnata di noi, del nostro odore. Una notte vennero a scovarci. Temevamo che fosse la polizia. Era ancora estate, l’ennesima estate. Un gruppo di persone indicava verso il nostro mondo, il nostro rifugio. Chi erano queste persone? La curiosità ebbe la meglio e andai loro incontro. C’era l’odore del fuoco di inizio estate. Di gioia, briosità. Mi persi con questi ragazzi. Credevano di aver trovato il tesoro. Come un tesoro mi lasciai maneggiare. Non vi era alcuna violenza. Leggiadra affondai birra e vino e droghe pazze nella mia bocca. Affondai la mia bocca in quella di ciascuno di loro. Non venisti a cercarmi. Forse avresti potuto salvarmi ma non lo facesti. Me ne domando ancora il motivo. Queste persone per me non avevano volto né nome. Erano la promessa di una vita senza sbarre. Erano la promessa di un ritorno alla realtà. Fu per questo che li lasciai entrare. Uno per volta, mi presero. Non guardai mai i loro volti ma mi lasciai afferrare, anzi, fui io a provocarli. Ho giocato con la loro pelle fino a vederli contorcersi di voglia. Volevo fuggire dall’incantesimo. Ho lasciato che spalancassero le mie cosce e che m’iniettassero del loro seme. Uno per volta li ho sedotti, amati, divorati. E mi è piaciuto. Mi è piaciuto avere l’immagine di te che mi aspettavi lì sul faro sbattendo la testa contro il muro mentre i miei seni morbidi erano accarezzati da mani e lingue di sconosciuti senza volto né nome. Mi piaceva l’idea di ferirti. Tu avevi ferito me per tanto tempo e non ne eri neppure consapevole. Quella notte si estinse in un’orgia di luce blu elettrica all’orizzonte e uno di loro mi chiese di accompagnarli in campeggio. Si parlava di viaggi e promesse di trascorrere l’estate insieme all’insegna della gioia, della libertà, del desiderio, della scoperta. Ma non appena intravidi il sentiero che riportava nel mondo dal quale mancavo da ben nove anni, ebbi un sussulto. Il mio stomaco si contrasse e i miei organi sembrarono spazzati via da un’ondata di freddo. Quel sentiero, gli uomini, la vita. Ancora non ero pronta. Avevo violentato me stessa col corpo degli altri per costringermi a vivere ma questa vita che mi scorreva addosso non potevo afferrarla. Non vedevo che vuoto e mi odiavo e ti odiavo perché sapevo esserti simile come nulla al mondo. L’unico, saresti stato l’unico ad avermi. Ti eri preso la mia esistenza, i miei anni, la mia giovinezza e ora non potevo più tornare come prima. Potevo sedurre milioni di uomini, fare orge con un’intera legione ma il muro tra me e il mondo reale non potevo distruggerlo. Quel muro aveva il tuo volto e il tuo nome. Li abbandonai. Guardandoli allontanarsi nella foschia dell’alba, fissavo le loro orme travolgere granelli e sparire. Fissavo le mie di orme e contavo i passi che mi separavano dal faro. Non molti in realtà. Quando tornai, tu non volesti guardarmi. Trascorremmo un intero mese come perfetti estranei finché non mi accorsi di una cosa.

Non ho il ciclo da un mese.

Per un attimo mi guardasti come la prima volta. Sperasti di poter essere tu il padre. Trascorsero i giorni, le settimane, i mesi. Mi tenevo le gambe con le mani e guardavo il mio ventre crescere. I tuoi occhi crudeli si posavano su di me come all’inizio e le tue mani sapevano accarezzarmi come la prima volta. M’illusi che quello fosse nostro figlio. M’illusi fino al giorno in cui mi dicesti di scegliere.

O me o lui.

Ma che dici? È tuo.

Non è mio, lo so.

Per una notte di baldorie?

Ne sono certo.

Mi chiedo ancora come tu abbia potuto mettermi di fronte a una scelta del genere. Ricordo le parole di mia cugina la prima notte: è pazzo. Forse eri pazzo, forse lo sei ancora, quel che ignoravo era che la follia avrebbe travolto anche me. Ottundendo i miei sensi. Non esiste raziocinio là dove la realtà è sacrificata all’immaginazione. L’immaginazione è immensa e immonda come una divinità dal duplice volto.

Quella busta bianca piena di resti di qualcosa. Cibo? Quella busta comincia a darmi il voltastomaco.

Cosa c’è là dentro?

Lo sai.

No, non è vero!

Sento nelle ossa il dolore della colpa. Vedo i giorni cadere come granelli di sabbia al vento.

E poi ricordo la notte in cui ebbi le doglie. Quella busta. E il mio male. Il mio errore. Il nostro errore.

Che cosa abbiamo fatto?

Ti domando rabbrividendo.

Cerchi di abbracciarmi ma ti spingo via.

Che cosa abbiamo fatto? Che cosa abbiamo fatto?

Non puoi tornare indietro.

Voglio, devo!

Non puoi cancellare gli eventi come se non fossero mai esistiti.

Sì che posso.

No, non puoi.

Cammino adesso su questa spiaggia insieme a mia cugina, Giusy, giornalista, sposata con due figli e a Marica, banchiera dal felice fidanzamento. Cammino per questa sabbia l’ultima volta prima di sparire definitivamente tra le onde. Io e i miei capelli rossi di bambina che non voleva crescere. Di madre assassina. Allucinata. Demone dall’ignobile fattezza. Cammino a piedi scalzi fino al mare. Mi volto e non c’è più nulla e nessuno: né Giusy, né Marica. Forse non vi è mai stato nulla e nessuno. Tu sei qui, vicino a me, tra le onde. Nostro figlio è disseminato nel mare. E questo mare ci appartiene o forse siamo noi ad appartenergli. Non c’è più nulla là fuori che valga la pena scoprire. E forse non vi è mai stato nulla.

© Ilaria Palomba