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Tag Archives: estate

ila sui tetti

Dimmi, dico.
Cosa?, dice.
Dimmi cosa significa questa frase.
Tendo il palmo, glielo mostro. C’è scritto, in nero, non qui.
Lui mi guarda. Fuori dal locale persone con lunghi impermeabili neri.
E perché non andiamo dentro, come fanno tutti?, dico.
È vuoto, dice.
Ha i capelli ricci e non ricordo di averlo mai visto, eppure gli parlo come fosse un fratello.
Devo andare, dice.
Dove?, dico.
Non posso dirtelo.
Sparisce nella pioggia. Lo seguo fino a uno svincolo. La sua sagoma si confonde con quella della pioggia, il fragore delle suole con il tinnire delle gocce.
Raggiungo una via alberata. Mi sembra che i luoghi siano anonimi, non un’indicazione stradale, non un monumento. Nulla che possa ricondurre a un qui o a un altrove. La pioggia batte e sono fradicia, l’acqua scende sui capelli, sul collo, s’infila nella maglietta.
Sto cercando la via, ma è ben difficile trovarla dal momento che i nomi delle strade sono cancellati ed è così buio da non permettermi una rappresentazione fisica dei luoghi.
Un nitore biancastro illumina un tavolo in legno con una tovaglia bianca dietro il vetro di una porta da ambulatorio. Mi avvicino, citofono. Non risponde nessuno. Citofono ancora. Una donna senescente in vestaglia apre. Fa per richiudere.
La prego, dico, credevo fosse un locale. La prego, posso chiamare un taxi?
Dietro la donna c’è una bambina in abito da sposa. La donna le dice di andare in camera sua. La bambina scompare oltre gli stipiti di un’altra porta.
La vecchia mi fa entrare.
Nell’ingresso c’è un telefono bianco. Compongo il numero. Nulla. Nemmeno il più piccolo suono. Non si sente nulla.
Sento che sta per salirmi la febbre. Piango al telefono. La donna senescente si avvicina. Si curva. Le sue labbra hanno l’aspetto di un taglio.
Cosa succede, cara?
Voglio solo tornare a casa.
Ma, potevi dirlo, ti accompagno io.
Indossa uno scialle bianco sopra la vestaglia. Prende un ombrello nero. Piove ancora, il cielo è così buio che sembra sparire. All’angolo c’è un’automobile di cui non distinguo i contorni. Montiamo su. La donna accende il motore.
Dove abiti, cara?
Le dico la via.
Non fa domande, non cerca indicazioni. Parte, come conoscesse a memoria i luoghi.
Svoltiamo per un vicolo, poi per un altro. Spegne il motore.
Che c’è?, dico.
Guarda, dice.
Un uomo disteso al centro della strada, la pioggia batte su di lui. Tutt’intorno, incuranti dell’acqua, gli uomini e le donne con i mantelli neri fumano e bevono vino. L’uomo, lo riconosco, è la persona con cui parlavo all’inizio.
Cambiamo strada, dico.
Non si può, dice la vecchia, questa è l’unica.
Come facciamo?, dico.
Dobbiamo passarci attraverso, dice.
No!, dico.
Il taglio sulle sue labbra si curva in sorriso.
I banchettatori non si spostano. L’auto non li investe. Passa attraverso, come fossero ologrammi.
Poggio la mano sulla spalla della vecchia.
Solo la pioggia è vera, dice.
L’auto si spegne.
Apre lo sportello. La seguo. Cerco di ricordare come sono arrivata fin lì, cosa sia successo prima, chi sia l’uomo disteso per terra con cui avevo parlato.
Procedo sotto l’ombrello della donna.
Da un vicolo sbuca un’altra auto scurissima che riesco a intravedere solo grazie ai fari puntati contro di noi. L’auto va in retromarcia e spinge il motore al massimo come volesse investire l’uomo a terra. Fuggo per non essere presa mentre la vecchia si staglia dinnanzi al corpo dell’uomo disteso.
L’auto investe la donna. Si ferma subito dopo. L’uomo esce a controllare. Mi avvicino anch’io. Al posto della vecchia, riversa sull’asfalto, c’è la bambina vestita da sposa.
Che cosa ho fatto?, dico.
L’uomo dell’auto mi guarda negli occhi.
Hai ucciso una bambina, dice.
E sono lì pronta a dirgli che lui, lui, ha ucciso una bambina, quando l’uomo sparisce sotto l’impermeabile. L’impermeabile resta sospeso in aria, i contorni scuri sono appena accennati nel buio. Intorno a me tutte le persone con gli impermeabili sono sparite. Gli impermeabili, soli e vuoti, transitano nell’aria. L’uomo a terra, il mio presunto amico con i capelli ricci, si alza. Viene verso di me, mi accarezza.
Perdonami, dice.
Sopra di me i fanali di un’auto, tutta quella gente curva sul mio corpo. Li riconosco: l’uomo dai capelli ricci, l’altro: il proprietario dell’auto, la bambina, la donna senescente con un cappello da infermiera, la tovaglia bianca che invece è un lenzuolo, la sala operatoria. Non qui.

© i. p.