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maschera

Ricordo quel rumore e la radio accesa con musiche di Edith Piaf. Mia madre abbassava il volume e mio padre lo rialzava. Mia madre abbassava il volume e mio padre lo rialzava. C’era poi qualche secondo di silenzio. Ricordo la strada sbriciolarsi fuori dal finestrino, i miei riccioli riflessi nello specchietto retrovisore, le loro voci che mutavano tonalità ogni quarto d’ora, la strada dissestata con le buche in cui alle volte l’auto s’inceppava. Era una Opel rossa, me la ricordo come fosse ieri, e poi ogni volta che passavamo per le saline mia madre mi indicava quelle piccole montagne bianche che sembravano neve. Guarda, diceva, le saline, le saline. Guarda, diceva. E in quell’istante finalmente esistevo, mi mettevo a domandare da dove venisse tutto quel sale. Dalle onde, diceva mia madre, le onde lasciano il sale sul bagnasciuga e poi con dei marchingegni si estrae tutto dall’acqua e si fanno, guarda, quelle montagnette. Durava solo pochi secondi, perché poi subito mia madre tornava a gridare. Diceva: non ho nessuna voglia di passare la giornata qui, nessuna voglia.

Mio padre guidava. Stai zitta, ti prego, stai zitta, diceva, non voglio alterarmi, non farmi alterare, per cui, ti prego, stai zitta.

Mi mettevo le mani alle orecchie ma per quanto me le tappassi quelle urla arrivavano dritte. Si lasciava l’auto e fuori c’era questo odore estivo di salsedine e gente in abiti da mare, anche se era maggio, e loro camminavano distanti. C’erano cancelli un po’ arrugginiti da cui s’intravedevano le angolature degli ombrelloni a righe bianche e rosse, la sabbia pallida e granulosa piena di vetri rotti e carte, dietro le sbarre dei recinti, brillava appena. Il rumore del mare, il vociare dei venditori ambulanti, il carretto dei gelati e il tipo smilzo senza dente che sputava parole in dialetto foggiano. Mi mettevo tra loro, che all’improvviso non parlavano più, contavo la distanza, guardavo i cinturini delle scarpe delle ragazze che passavano, sprofondavo in un mondo immaginifico di cui sola conoscevo i simboli. Il marciapiede rosa aveva cerchi e linee che ricordavano fette d’anguria. C’era una luce trasversale nel cielo, un chiarore appannato come un vetro. Le pareti dei palazzi erano rosa, talvolta crepate. Quello dei miei zii era un appartamento regale.

Sai, da bambino, diceva mio padre, mi avevano detto che tutto questo sarebbe stato mio, ero il primogenito maschio. Poi gli zii hanno venduto mezzo palazzo e a me non hanno dato proprio un bel niente.

Correvo su quel marciapiede, così rosa, e dall’altra parte del palazzo c’era un hotel con un giardino, un roseto e un grande ombrellone bianco. Donne con cappelli bianchi e occhiali da sole. Mia madre mi veniva a cercare quando tentavo di scavalcare la ringhiera, mi prendeva forte per le braccia mentre credevo di entrare nel paese delle meraviglie e guardavo i bianchi copricapo come fossero conigli e gli occhiali da sole eleganti erano stregatti, le pipe fumanti brucaliffi. Per le braccia mi agguantava riportandomi alla linearità dell’esserci. La zia mora con gli occhi azzurri e il bastone ci accoglieva con una voce un po’ stridula e il sapore del wisky nelle labbra. Lei aveva l’odore del mare. Mi acciuffava per i capelli e per salutarmi mi schiaffeggiava, doveva essere un vizio di famiglia quello di ferire per dimostrare il proprio affetto. C’invitava in quella casa piena di conchiglie, dove tutto ricordava il mare, e c’era l’odore forte di salsedine anche nelle stanze, erano ampie, quelle stanze, e faceva freddo entrandoci. Ci sedevamo su divani neri in pelle. Fissavo i quadri alle pareti, ritratti espressionistici di donne nude. Le ampie tende bianche a coprire tutta quella luce. Era un essere lunare mia zia, mora, preferiva il buio, la libertà l’acol. Detestava i bambini, gli animali e i matrimoni. Mia madre si metteva a discutere di gossip tra colleghi, mio padre cercava di parlarmi della storia di tutti quei ritratti ma io non ascoltavo le loro voci. Mi vivevo assente, ancora me ne stavo in mezzo ai quadri come se la donnina lì ritratta mi facesse l’occhiolino, gli occhi di mia zia mi acciuffavano e avevano sempre quell’espressione di rimprovero, mia madre continuava a parlarle di fatti di ospedale. La tal specializzanda cui ho insegnato a usare il doppler, il tal leccaculo che ha spifferato al primario il talaltro segreto interpersonale della tal infermiera incita del talaltro dottore. Mio padre mi prendeva la mano in mezzo a tutti quei ritratti, mi faceva paura lo sguardo di mia zia, lei era il mare, potevi nuotare nei suoi occhi. Quel rimprovero era l’anelito della sua mancanza, era una gran narcisista ma iniziava a scorgersi nei suoi lineamenti la consapevolezza degli abbandoni. Per questo mi puniva con quegli occhi, mentre spiavo tra i suoi segreti, come se fossi troppo piccola per scoprire verità di cui nessuno era a conoscenza. Forse mia madre sapeva qualcosa, lo sentivo nel tono della sua voce quando nominava quell’uomo, ma mia zia volgeva lo sguardo altrove e io sentivo l’odore dell’alcol nel suo fiato.

Si andava poi sulla spiaggia e non c’era nessuno. Di quell’apertura mi riempivo le narici, era per me simile all’oceano, quel mare bianco e schiumoso di Margherita di Savoia. Mi levavo i sandali e correvo. Affondando i piedi nelle profondità telluriche di tutta quella sabbia, era oceano e deserto, di quel colore chiarissimo, gli occhi miei riempivo. E ricordavo di averli lasciati in pace o per lo meno nella parvenza di una tregua ma non appena ritornavo sul bagnasciuga mi accorgevo delle loro sagome distanti sulla spiaggia come se un’onda oceanica li avesse separati e andavo da lui, mi avvicinavo circospetta alla sagoma di mio padre che toccava la sabbia, se ne riempiva pugni interi per poi lasciarla cadere e gli dicevo: che cos’ha mamma perché non vi parlate più?

E lui non rispondeva. Dopo un po’ sospirava e nel respiro gli vedevo dilatarsi e restringersi il neo sotto gli occhiali e le labbra dischiuse pronunciavano sussulti di sillabe che sempre si concludevano con un chiedilo a lei. E andavo da mia madre che imperterrita si portava i capelli dietro le orecchie lottando contro il vento che glieli scompigliava ogni secondo, e un attimo dopo ancora li riportava indietro e il vento ancora glieli ingarbugliava. E la vedevo digrignare i denti per una lotta titanica che mai avrebbe vinto. E le chiedevo: che succede con papà? E rispondeva: è uno stronzo, è uno stronzo, anzi vai da lui e digli che lo odio, lo odio, che non voglio tornare con voi a casa.

Come, non torniamo a casa? Incredula le domandavo e mi diceva: no andate voi, senza di me, io resto qui.

E poi così tutto il giorno fino al tramonto, quando ormai il vento tirava così forte da cacciarmi e mi rintanavo priva d’espressione a casa di mia zia, mentre loro perpetravano il gioco delle discordie su quella spiaggia che al tramonto era oro e savana. E io dietro quel portone stavo in silenzio con mia zia che fumava multifilter, una dietro l’altra, e io nei dipinti nuotavo con i capelli ancora bagnati e il senso di freddo che le grandi case buie danno ai bambini. E aspettavo dietro il portone che la danza delle incomprensioni terminasse, che venissero qui a prendermi per tornare a casa ma per fortuna, per fortuna, c’era la donnina dei dipinti a farmi compagnia. Mi parlava in una lingua che non conoscevo, mi parlava di paradisi perduti in esotici eden senza tempo, mi parlava con gli occhi di mia zia in gioventù, mi svelava il mistero del suo silenzio e aveva l’odore del mare quando è calmo.

© Testo: Ilaria Palomba

© Foto: Luigi Annibaldi

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