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Tag Archives: rapporti umani

notte
Quando mi chiama, di rado riesco a rispondere. Forse non ho nulla da dirgli. O forse tutto. L’ultima volta ho accennato al fatto che vorrei scrivere un romanzo su di lui. È stato contento. Siamo identici. Per questo non possiamo coesistere. Nella stanza dalle mattonelle bianche a fiori blu cercavo di dirgli qualcosa. Anche se non ricordo esattamente cosa. Forse volevo chiedergli il motivo. Il motivo per cui non riuscissi a trovare una mia dimensione. Il motivo per cui continuassi a sentirmi fuori luogo ovunque e con chiunque. Il motivo per cui, a un certo punto della relazione, la gente cominciasse a odiarmi, calpestarmi e umiliarmi.
Ho sbagliato a usare droghe pesanti per otto anni. Vivendone almeno cinque in uno spazio senza spazio e in un tempo senza tempo. Gli dicevo: guarda, guarda come sono ridotti i miei vecchi amici, non saranno mai in grado di vivere nel mondo.
C’era l’odore delle melanzane al forno. Fuori dalla cucina arrivavano le voci del vicinato. Qualche grida in pugliese. Una donna al telefono. L’abbaio di un cane.
Non è come pensi. Non hai imparato ancora niente. Le persone vivono nel loro di mondo. Anche i tuoi amici tossici hanno un loro mondo, delle loro leggi. Tu dove vivi?
Mi sono alzata e ho preso del pane integrale. Mi sono guardata attorno e ho visto la prigione. Sartre diceva che l’inferno fossero gli altri. Ma non è vero. Non del tutto.
Il fatto è che, vedi, tu non soffri per qualcosa che gli altri possano comprendere. Io so cosa provi, è capitato anche a me.
Ho staccato dei pezzi di pane a casaccio. Ho cominciato a masticare. Avevano il sapore del legno.
Sento l’immobilità nelle cose. Tu non capisci. Persone rispettabili, persone stimate da tutti, mica criminali, persone a detta degli altri meravigliose, si avvicinano a me e diventano mostri. Io li rendo mostri. Ma non comprendo cosa faccia di così sbagliato.
Ah non lo comprendi?
No, non lo comprendo.
Valichi dei confini. Confini sacri che nessuno al mondo deve permettersi di superare.
Avrei voluto gridare che fosse colpa sua, tutta colpa sua, non avermi reso capace di conoscere i limiti.
Lui ha acceso una sigaretta. Ha versato del vino nel suo bicchiere. Mi ha domandato se ne volessi un po’. Ho avvicinato il bicchiere alla sua mano. E mi è sembrato balordo non riconoscere gli odori e i sapori. Avere il senso dell’indistinto nel palato.
Nel piatto avevo pezzi di mollica e melanzane smembrati. Strappavo, separavo, inzuppavo il pane. Poi lasciavo tutto sul fondo. Per il tavolo le molliche avevano formato un recinto. Aveva la consistenza di un panorama postnucleare. Le pareti erano schizzate di sugo. Mi sembrava il nostro sangue. C’era l’odore della carne alla brace. Lui stava mangiando carne. Io non ne mangiavo ma era lo stesso. Le pentole, tutte insieme sui fornelli, sul lavandino e sul tavolo, erano pezzi di acciaio sporchi. Tutto sembrava esploso.
Provavo a mandar giù quel pane al gusto ligneo ma non saliva e non scendeva. Bevevo del vino e aveva il sapore amaro di un vecchio sciroppo. Il legno s’incastrava nel palato e raschiava l’epiglottide. Il bicchiere mi sembrava pesare il doppio. Ogni cosa in quella stanza sembrava aumentare di peso. Divenire immensa. E schiacciarci.
Non so, è tutto vano, tutto inutile. Vorrei partire. Andare in Palestina, oppure in Africa. Lottare per qualcosa in cui credo. Mi sento impotente.
Ha sorseggiato lentamente e si è messo una mano sulle tempie.
Non capisco come, dopo tutte le esperienze che hai fatto, tu riesca ancora a essere così ingenua.
Forse sono stupida, ci sono rimasta sotto con qualche trip.
No, non credere sia così facile svignartela.
Che intendi?
Lui si è alzato dalla sedia blu e ha fatto sei passi. Ne ho sentito i rimbombi. Ha aperto i vetri del balcone e si è sporto parecchio. Per un attimo ho temuto volesse gettarsi di sotto. Ho affrontato la gravità da cui mi sentivo trattenere. L’ho seguito. Ho visto la punta arancione della sigaretta scintillare roteando nel buio. Mi è sembrato il corpo suo. Giù. Nel vuoto. Finalmente libero. Da me. Ho sollevato lo sguardo ed era ancora qui, a un passo da me. La fronte corrugata. Lo sguardo altrove. A volte vorrei picchiarlo. Vorrei stringergli i polsi e mettermi a gridare: perché non ti va bene niente di me? Perché?
Ho dovuto dominare i miei istinti. Quando è rientrato la tavola era piena di molliche di pane. Ogni pezzo di tavolo era sporco. Le molliche erano ossa e denti. Nelle pentole corpi. Pezzi di corpi. Una ecatombe organica. C’era l’odore di carne e melanzane e sughi indistinti. Cadaveri e sangue. Avevo mangiato solo i bordi. I resti del pranzo giacevano come cadaveri sulla nostra tavola.
Lo sai cosa mi dice la gente? Lo sai? Che sono viziata! Che posso permettermi di star male perché non devo scendere in strada e cercare di guadagnarmi da vivere!
Anche questa è una menzogna che racconti a te stessa. Se contiamo i lavori che hai fatto da quando avevi vent’anni vedrai che giungeremo a una visione del tutto diversa da quella da te proposta. E poi, non ho mai visto nessuno studiare come hai studiato tu, con quella serietà e impegno, quella…
Ossessione?
C’è stato il silenzio. Il silenzio è entrato nei muri. Il silenzio ha attraversato i mobili. Il silenzio ha trafitto gli oggetti. Il silenzio eravamo noi, siamo noi. In questo spazio senza spazio. In questo tempo svuotato.
Dopo qualche minuto mi ha detto di avere sonno e mi ha lasciata sola in quella cucina devastata. Non gli andava di ascoltare. Aveva trascorso l’intera giornata ad ascoltare gli altri. Ora non poteva farlo anche con me. Ho sentito il vuoto. Aprirmi il torace. Entrare con le boccate dell’ultima sigaretta prima del sonno. Ho provato invidia per i miei amici tossici che di quel vuoto si nutrono senza ferirsi. Ho provato invidia per le vite degli altri, così ben riuscite e lontane dall’insignificanza. Ho guardato il fumo entrare nei muri. Avevo il sapore della pioggia nella trachea. Non ho dormito. Non riesco a dormire. Non respiro la notte. I bronchi si stringono e mi cacciano via. Ho letto pagine bellissime di Deleuze. Deleuze, l’antifreudiano, Deleuze. L’antifallico, Deleuze. L’antiedipico, Deleuze. Mi sono addormentata con le prime luci dell’alba e non sono riuscita ad alzarmi prima di mezzogiorno. La casa era vuota e misteriosamente in ordine. Nessuna traccia della battaglia del giorno precedente. Avevo solo quindici minuti per prepararmi e arrivare in stazione e salire sul mio treno. Dal finestrino ho visto i campi di grano sgretolarsi e il cielo schiudersi in una crepa di marmo. Quando è arrivata la pioggia ho sorriso. Va tutto bene e andrà tutto bene sino a che alcuno scoprirà il nome della mia malattia.

 

maschera

Cassandra. Il nome di chi vede e non vuole. Vuole e non dice. Dice e non è creduto. Vorrei essere cieca, muta e sorda. Prevedevo incendi. Stanca di fare paragoni. Io, lui, l’altra. I viaggi in treno, vai e vieni, vai e vieni, vai e vieni. I corpi avvinghiati. La stanza dei segreti. Di che colore? Bianca. Ma anche nera. Aveva l’odore della calce. Di case in costruzione. Di operai. Di non finito. Infinito.
Tornavo a Metropoli. Mi aspettava Ermes. Io ed Ermes non potevamo non incollarci. Cotone e lana.
Usare gli stessi cappotti. Gli stessi aforismi inutili. Io ed Ermes. Ermes e io.
Ti aspetterò anche tutta la vita, disse.
Ma io non sto morendo.
Chi è costui? Dai, dillo. Dai, dimmi, cosa vuole. Da te.
Costui si chiamava Dioniso. Non sapeva non guardarmi con una promessa. Divorami. Forse avrei dovuto evitare di giocare. Con i coltelli. I coltelli. Amavo tagliuzzarmi le braccia. Sangue. Odore di brina. Burro cremisi. Mattonelle divelte.
Dioniso aveva una stanza-castello. Eravamo bianchi e neri. Nello specchio. Pensava di guardarsi mentre mi guardava. Con quanti occhi? Il trucco colava. Lacrime. Le mani sui seni. Le dita nei jeans. Sperma. Dioniso voleva sposarmi. Avere un figlio. Ma non ero l’unica. Non ero nulla.
La ragazza di Dioniso aveva la bellezza delle promesse non mantenute. Labbra carnose. Un misterico sguardo di tenebra. Forse neppure sapeva. Di me.
Con Ermes mangiavamo panini sul ponte bianco leggendo Goethe. Ci sembrava Berlino. Eravamo a Ostiense. Con Ermes andavamo a ballare come ragazzini alla soglia dei trenta (io) e dei quaranta (lui). Con Ermes assumevamo polveri inquiete. Bianche e nere. Talvolta viola. Eccitanti. Ipnoinducenti. Oppiacei. Anestetici per elefanti. Con Ermes io ero una bambina borderline. Lui un principe.
Dioniso non ne aveva bisogno. Gli bastava pronunciare quella parola: Mia. E la stanza bianca e nera si faceva vitrea, sfolgorante, fosforescente. Un caleidoscopio di cromie. Dioniso trascorreva i pomeriggi fuori e quando tornava voleva da me qualcosa che somigliasse a una famiglia. Poi spariva al telefono con la donna tenebrosa e bellissima. Che io non sarò mai. Che io non sarò mai. Che io non sarò mai.
Io non ero più Cassandra. Ero solo e sempre: Mia. Euforia. Estasi. Follia. Avevamo le mani segnate dalle lancette. Aspettavamo di cancellarci. I corpi. Le menti. Via tutti gli organi. Restava solo una rete. Nera. Sulla pelle. Bianca. Gabbia.
Apri le gambe, aprile bene. Infilaci le dita. Più dentro. Più dentro. Più dentro. Sei Mia.
Tua.
Sei Mia.
Tua.
Mettiti di spalle. E chiudi gli occhi. Piegati di più. Di più. Di più.
Amen.
Il dolore mi univa a tutte le cose. Una preghiera silenziosa. Una sacra dissacrazione. Dioniso e la baccante.
Prevedevo fiamme. Nessuno mi credette. Cassandra.
Ermes non voleva sposarmi. Ermes diceva gli bastasse un sorriso. Ermes non aveva un’altra. Perché non lo amavo? Non lo amavo.
Cosa significa? Scomponi la parola. A-mors. Senza morte.
A cosa serve un cuore?
Ho fame.
Ermes mi portava a cena. Chardonnays e pesce crudo. Di tanto in tanto mi alzavo per rispondere a Dioniso. Le nostre telefonate duravano due minuti e venti secondi.
La donna tenebrosa e bellissima. Dov’era? Con lui?
In me. Sempre.
Paragonarsi all’assurdo. Emergere dall’altra parte della terra. Sentirsi feriti e non poterlo dire.
Ermes, puoi sentirmi?
Ti sento ogni volta che respiri.
Ermes, puoi salvarmi?
Ci sto provando, ma tu non mi aiuti.
Ermes, cancellami!
Non ho la gomma.
Una volta Dioniso venne a trovarmi a Metropoli. E io non lo sapevo. Ermes non lo sapeva. Nessuno lo sapeva.
Io ed Ermes. Ermes e io. Casa mia. lenzuola rosse. Mandala azzurro. Cassettone arancio a fiori rossi. Tavolo indiano. Cuscini.
Ermes preparava da mangiare. Ermes mi medicava i polsi. Ermes versava il vino. Il sangue di Cristo. Spezzava il pane. Amen.
Dioniso in cortile. Finestra aperta. Dioniso. Ci vedeva.
E dunque entrò. Raccolse le forze. Spaccò le porte.
Ermes non aveva scudi. Io non ero. Dioniso gridava parole sconnesse. Insulti. Lacrime amare. Sapore di brina. Memoria spezzata.
Ermes e Dioniso. Dioniso e Ermes.
Si prendevano a calci. Il tavolo indiano si spezzò in due.
Io andai in cucina. Presi l’alcol per i pavimenti. Lo versai sul linoleum. E presi i fiammiferi. Ne accesi uno. Due. Tre.
Zampilli di fiamme. Creste di fuoco. Pavimento spaccato.
Uscii dalla finestra. Richiusi. Sentii le grida.
Hai mai visto il cielo esplodere?
Cominciai a scappare. Fiamme. Miasma di cherosene. Declivio. Fuoco. Un fiore di fuoco. Un cuore spaccato.
Due corpi centuplicati. Miliardi di frammenti di Ermes e Dioniso. Dioniso e Ermes.
Correvo. Fuggivo.
Ma per quanto fuggissi la cenere non andava via.

© Ilaria Palomba
Foto: Luigi Annibaldi