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Category Archives: eros e thanatos

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Odio il mio corpo.
Agli occhi degli altri sono bella, ma in questo specchio vedo solo deformità. Ho i solchi nella pelle, sono come scavata. Al posto degli occhi ho due burroni. Un volto troppo magro rispetto al busto, le spalle larghe e il torace troppo ampio rispetto ai seni. Questi solchi che fa la mia pelle, sembrano scavati da mani che piegano la carne e la deformano, ogni volta che mi guardo allo specchio. Così devo tagliarla, questa pelle deformata, staccarla con la lama di un coltello, tirarla via.
Avrei voluto essere una regina, perché non lo sono e, credo, questo corpo così sbagliato sia il frutto di certe cattive esperienze. Il Salento era la terra dell’estate. Era lì che si avveravano i miracoli e gli incubi. Non so quanto ci sia di vero e quanto di onirico, d’altronde Trauma e Sogno in tedesco hanno la stessa radice: Traum.
Quanto al mio corpo, avrei preferito essere una di quelle povere cagne violentate per strada da uno sconosciuto, una di quelle che non hanno scelta. Quel che odio di me è che io di scelta ne avevo, l’ho sempre avuta, ho preferito però farmi mangiare dagli sciacalli. I loro denti sulla pelle sono sbarre di un’unica prigione che mi lascio crescere addosso. Quel che odio di me è l’aver concesso loro di dilaniarmi. Avevo scelta, stare nel mondo, seguire strade predefinite, non rivoltarmi così tanto contro certi insegnamenti. Avevo scelta, nell’acqua, nuotare lontano, andare via da quelle braccia e quelle mani ficcate dentro il costume. Avevo dodici anni, sarei potuta fuggire. Avevo scelta dentro quel parco giochi. Il cigolio delle altalene. Il mio top rosa e il mio fuseaux rosa.
Non dirai niente a nessuno.
A nessuno.
Consumai i respiri sui suoi. Non era un estraneo, un malvivente, aveva appena un anno in più di me. Le sue mani dappertutto. E avevo paura. Restai immobile.
Aiutami, disse.
Senti, ho cambiato idea, andiamo via, ti prego.
Le altalene cigolavano e cigolavano e cigolavano. Cercai di alzarmi ma mi tirò giù. Scivolai nel terreno. Le cosce serrate. Io immobile.
Dai! La sua voce s’infilò nel corpo.
Io immobile. Avrei potuto alzarmi e spingerlo via. Ho pensato fosse meglio lasciare che si sfogasse e che tutto finisse quanto prima. Ho chiuso gli occhi. Il suo corpo su di me era quello di una bestia. Il suo respiro. Le altalene cigolavano e cigolavano e cigolavano. Non ero lì, non so dove, ma non lì.
Mi sono svegliata con le cosce e tutto il pantalone bagnato di qualcosa di caldo, il suo odore non andrà mai via.
È l’una, hai fatto tardi, torna a casa, mi disse, ti spiace se non ti accompagno?
Non parlavo più.
Tornai a casa ed era tutto così zuppo e impregnato. Qualcuno mi avrà visto passare con i pantaloni rosa pregni di rosso sul culo e sulle gambe. Solo chiudendomi in bagno l’ho visto, il sangue, tutto quel sangue. Dovetti trovare una scusa da raccontare ai miei. Mia madre bussò.
Sono caduta su un muretto, non ci credette.
Allora uno sconosciuto mi ha violentata in pineta, e svenne.
Che cos’ho fatto? Mi chiesi, sentendomi in colpa.
Poi mio padre seppe farmi confessare, hai detto una bugia, hai fatto molto male a mamma, dobbiamo parlare con quel ragazzo, ci parleremo.
Io non voglio!
E invece ci parleremo. Dovremo portarti dallo zio ginecologo per sapere se sei incinta.
Luci al neon. Dita nella vulva. Ratti. Un miliardo di ratti mi entrano dentro e dilaniano. Tutti a sproloquiare sulla mia intimità, mi hanno violentata per la seconda volta.
L’Oracolo dice sia stato questo l’incipit. E quei farmaci che mi diedero, Tegretol, Tavor, Valium. Stabilizzatori del tono dell’umore, benzodiazepine, ansiolitici.
Sul corpo mio chiunque ha agito e disposto come meglio credeva. Ora questo corpo voglio spezzarlo, infrangerlo, dividermi ancora, essere oltre, indossare maschere mostruose, divenire regina. Questo corpo voglio renderlo totem, oggetto di adorazione, divino. Questo corpo vorrei darlo a tutti e poi sottrarlo a mio piacimento, ma non è mai abbastanza. Sempre mi piego a chi lo disdegna, sempre scelgo immaginarie vittime-carnefici. Vorrei farlo a voi tutto questo male.
A chiunque consegno le chiavi della prigione. Nessuno vuole aprire. E tutti ridono oltre le sbarre.

© i. p.

HHV

“Ho provato a figurarmi la morale e la democrazia come strumenti per combattere i demoni. Nulla di più ingannevole, Bowie. I demoni non si combattono e non si addomesticano. Si può solo sperare di incarnarli mentre a poco a poco sbranano e devastano”. Così si conclude uno dei romanzi più sconvolgenti che abbia mai letto: Homo homini virus di Ilaria Palomba, edito da Meridiano Zero.
Superfluo ricordare che il titolo ci rimanda all’Homo homini lupus di plautina memoria, teorizzato successivamente e innalzato a paradigma da Hobbes a testimonianza della natura avida e predatoria dell’uomo, che si aggira in quella giungla che è il mondo come una belva feroce. Va osservato, però, che il mondo figurato da Palomba, non senza una certa visionarietà, non è più una foresta selvaggia ma un vuoto destituito di senso e affollato di solitudini. Ed è in questo mondo ridotto ormai a un panorama di macerie che s’incontrano le solitudini di Iris, performer e artista geniale e autolesionista, e Angelo, aspirante giornalista che viene a Roma dalla provincia per realizzare il suo sogno e finisce vittima di abili manipolatori travestiti da intellettuali (Renato Paolini e in parte Luisa Del Giudice). Da sottolineare la scelta dei nomi, fin troppo eloquente, dei due protagonisti: Iris che ci riporta alla mente non tanto la mitologica perso­nificazione dell’arcobaleno, sorella delle Arpie e madre di Eros, quanto il fiore screziato di viola che reca in sé un’ombra funerea e Angelo che allude non tanto alla sua purezza primigenia di giovane idealista pieno di speranze che progressivamente decade precipitando in un abisso di angoscia e disperazione alla stregua di Lucifero quanto all’Angelo di W. Benjamin che si affaccia su un panorama di rovine, ma che guarda più al passato che al futuro. Ed è Angelo il vero protagonista del romanzo, io agente e io narrante, che racconta a posteriori la sua vicenda a uno psicanalista, ambiguo e sfuggente, che non a caso si chiama Bowie, come il Duca Bianco, ulteriore conferma dell’equazione nomina omina. È Angelo una sorta di demiurgo negativo, strumento inconsapevole che consente a Iris di portare alle estreme conseguenze il proprio destino e a se stesso di precipitare sempre più nell’abisso di solitudine e disperazione fino a rasentare la follia e a trasformarsi da vittima in carnefice. A Iris, invece, viene riservato uno spazio diaristico che spezza la narrazione diegetica, quasi intermezzo musicale, a cui lei affida pensieri, riflessioni, desideri e umori che sgorgano come acqua limacciosa da un vissuto familiare conflittuale e doloroso dove l’amore incestuoso per il fratello, Kurt, si accompagna a un rapporto irrisolto con la madre e al disprezzo e conseguente rifiuto da parte del padre.
Ho parlato di intermezzo musicale non solo perché al posto dei tradizionali capitoli di cui si compongono i romanzi ci sono qui delle tracce musicali con riferimenti espliciti a canzoni, cantanti e gruppi in sintonia con le vicende narrate o con i loro sottotesti, ma anche perché la musica occupa un posto di rilievo all’interno del romanzo; non a caso a un certo punto si legge testualmente: “La musica non è un’arte ma una categoria dello spirito”. Accanto alla musica si rilevano molti altri motivi e in particolare il corpo che gode di grande attenzione – e non potrebbe essere diversamente da parte di chi ha sperimentato la Body Performance Art – e di una indiscussa sacralità; basti leggere l’incipit, che ritroveremo anche nella pagina conclusiva in quanto il romanzo ha una perfetta struttura ciclica: “In principio credevo nel corpo. In principio credevo nella salute. […] Ora provo solo odio. La parola “corpo”, svuotata di senso, perde la propria dignità di essere.” E successivamente in una pagina del diario di Iris si legge: “Abitavo il corpo come fosse un tempio.” Finché si giunge al superamento, alla liberazione dei corpi e alla consapevolezza che nel mondo in cui viviamo, squallido, desolato, popolato da affaristi, speculatori, opportunisti e manipolatori, l’unica vera trasgressione è amare di un amore puro e sincero.
Il tutto poggia su un ordito filosofico che spazia da Nietzsche (senz’altro il più presente ed amato) ai postmoderni e che la Palomba dimostra di possedere e maneggiare con estrema consapevolezza e padronanza e non per il gusto del citazionismo, in quanto tutti i filosofi citati sono sim­bioticamente legati ai personaggi e alle diverse situazioni.
A fare, però, di questo libro un’opera straordinaria non è certo il contenuto né il contesto che pure è oggetto di una disamina attenta e puntuale, quanto la cifra stilistica, dal momento che in arte ogni rivoluzione avviene sempre e soltanto sul piano dello stile. Una scrittura, questa della Palomba, originale e innovativa che si avvale, a seconda delle circostanze, di diversi registri linguistici, rimanendo, però, sempre affilata e incisiva come un bisturi quando porta alla luce il marcio che c’è nella società e in ognuno di noi o smaschera i conformismi e le menzogne contrabbandate come verità sociali da pseudointellettuali o uomini di potere. Altre volte, nel delirio creativo e nelle performance di Iris, la scrittura dell’autrice esplode in un gioco pirotecnico di luci e di ombre. Nelle pagine decisamente poetiche del suo diario, dove prevale un linguaggio apoftegmatico, ogni parola, scelta con cura maniacale, ha una sua specifica valenza e una straordinaria varietà di implicazioni e significazioni.
Un libro, per concludere, che mi ha riconciliato con la letteratura e mi ha fatto nascere il sospetto che l’autrice di Homo homini virus non sia la stessa di Fatti male. Troppa la distanza tra i due libri e a livello tematico e a livello stilistico. In comune tra i due libri c’è solo la discesa agli inferi delle pro­tagoniste, ma nell’opera prima di Ilaria Palomba la vicenda è decon­testualizzata e si manifesta quel desiderio di épater le bourgeois che è decisamente datato e che non a caso viene sconfessato in Homo homini virus. Senza contare che manca l’ordito filosofico e il riferimento costante a Sartre e alla fenomenologia non si sviluppa con i personaggi e le situazioni ma è calato dall’alto per giustificare la morte della coscienza ed infine – cosa ancora più importante – la scrittura è completamente diversa, più acerba e ordinaria.

Francesco Improta

unavoltalestate

Premetto che ho sempre guardato con diffidenza le opere scritte a più mani perché ritengo che sia difficile se non impossibile amal­gamare e armonizzare culture, sensibilità e peculiarità stilistiche differenti, in questo caso, però, probabilmente per aver entrambi collaborato alla scuola di scrittura creativa Omero, l’esito lascia meravigliato ed entusiasta il lettore, invitato a mettere ordine in un puzzle intrigante e coinvolgente.
A livello specificamente strutturale si tratta di un libro nuovo ed originale, diviso in cinque lunghi capitoli in cui i personaggi, vere e proprie dramatis personae, più che agire raccontano, riflettono e ricordano, in quanto non ci sono fatti ma solo le interpretazioni dei fatti. Ne consegue che spazio e tempo cambiano continuamente, urtandosi, accavallandosi e talvolta fondendosi.
Al centro di questo puzzle, definito dalla Palomba un thriller psicologico, c’è Maya, un’artista sensibile e geniale che si porta dietro angosce infantili e adolescenziali mai risolte, la tragedia di un padre morto in circostanze misteriose e un rapporto imman­cabilmente conflittuale con la madre e che vive pertanto in una condizione esistenziale psicotica, che la porta a isolarsi, a rin­chiudersi nel mutismo e a rifiutare gli altri. L’incontro con Eduardo, militare di carriera, sembra aprire uno squarcio in questo suo orizzonte cupo ed angusto (si pensi al viaggio in Grecia e all’esplosione di luce e di felicità). Il matrimonio con Eduardo le impone, però, una serie di regole di comportamento che lei mal digerisce, la partenza, poi, del marito per una feroce missione di pace in Medio oriente e la scoperta della sua gravidanza fanno deflagrare la sua psicosi che come dice Lacan non è rimozione del desiderio inconscio – cosa che avviene nelle nevrosi – ma rimozione della realtà o meglio del fondamento che struttura la realtà, il Nome del Padre, per cui tutto va in frantumi e all’estate, richiamata esplicitamente nel titolo del romanzo, che simboleggia il calore, la vita, l’amore, la liberazione succede l’inverno con il gelo che paralizza il corpo e segna la morte dello spirito. E questo gelo non riguarda solo Maya e il suo vissuto ma anche la realtà politica e sociale in cui tutti noi siamo calati.
Se nei romanzi precedenti della Palomba era la musica a scandire i fatti e i moti dell’animo, qui, e non poteva essere diversamente, è la pittura l’arte di riferimento e non la pittura tout- court ma quella espressionistica (Munch in particolare, che urla la propria angoscia contro la desolazione e la disumanità di questo mondo) ed anche questa scelta è comprensibile se è vero – come è vero – che la psicosi è caratterizzata dalla frantumazione della realtà esterna che non può, quindi, impressionarci come accade negli impressionisti.
Anche a livello linguistico e stilistico prevale il cromatismo; le parole si sciolgono nella luce o s’intridono di colori che il più delle volte sono scuri e tenebrosi e germinano da sapienti colpi di spatola.
E così scendiamo e tramontiamo insieme al sole… una discesa nelle tenebre della notte che sembra non finire… Scendiamo in un pozzo sempre più profondo e alla fine sotto un arco troviamo l’acqua e la luna piena che sembra deglutire il mare nero come velluto nero, le stelle sono immense lucciole attaccate all’oscurità che ci crolla addosso.
Stona soltanto la conclusione alquanto consolatoria con quella speranza di estate che si intravede o si intuisce in lontananza, mentre lascia stupiti la capacità di Ilaria Palomba di rinnovarsi continuamente.
Francesco Improta

casavecchia
Alle scuole medie, la festa in cui ti spogliavi e lasciavi toccare. Ma i volti li ricordi e gli odori e le mani. Tutto offuscato da una coltre di bruma. Ricorda il ragazzo tradito. Forse solo un particolare, le voci che dicono spogliati e il reggiseno che si sgancia, avevi grandi seni per quell’età. Dodici tredici neppure lo sai più. Ci si metteva in cerchio a giocare con la bottiglia, era blu, la bottiglia. Si beveva e fumavano spinelli, roba innocente, se tu non fossi stata il dono. E c’era l’amico del tuo ragazzo di allora, sì, il suo migliore amico che premeva affinché ti spogliassi. Ruotava la bottiglia e diceva bacio sulle labbra la prima. E c’era Giulia, la ragazza grassa, frantumata dai foruncoli. Tutti dicevano Giulia non gioca. E lei giocava. Con la paura di doverlo dare a lei, il bacio, con la paura di doverci finire insieme, i maschi sussurravano sboccati.
C’era una carta da parati nocciola e un afrore esiziale di aliti da latte che bevono vino e vomitano. C’era il fragore dei palloncini scoppiati. Perché gli adolescenti devono scoppiare i palloncini? C’era il tuo telefonino nuovo, un Alcatel verde, roba da medioevo, che trillava e nel trillo compariva un messaggio di Andrea, l’allora tuo ragazzo, in trasferta con la squadra di calcio che scriveva: amore, tutto bene? E tu: sì, tesoro, sono alla festa di Marco, ti saluta e io ti amo. Che cosa squallida dire ti amo a dodici tredici anni, che cosa dovevamo saperne noi dell’amore.
C’era Marco che ti metteva le mani nel reggiseno mentre rispondevi al messaggio. Poi accadeva che la bottiglia blu con le goccioline blu e lo sfolgorio blu sulla carta da parati nocciola facesse fermata puntando i tuoi piedi. Avevi un abitino rosso. Perché ti lasciavano uscire con quella roba oscena? E delle scarpine rosse con il tacco e la zeppa e un collarino borchiato e ti truccavi. Allora ti truccavi come ne avessi avuti sedici, di anni o anche venti. Tua madre ti rimproverava per quel trucco pesante da ragazza di strada. Tuo padre diceva: sembra ti abbiano pestato un occhio. Ma a te piaceva guardarti vedendoti adulta, con i capelli biondi tinti di lozione Shultz e gli occhi bistrati da soubrette.
Era proprio l’anno in cui a scuola non parlavi e svenivi, con gli altri ci parli, però, con noi ci parli, diceva la mamma e allora li accontentavi e smettevi. Una serie di insufficienze. Cercavano di capire cosa fosse accaduto. Non potevi dirglielo che l’anno prima a causa delle pillole, sì, del Tegretol, eri ingrassata come una vacca e ti pigliavano in giro e ti chiudevano a chiave in bagno inducendoti a svenire e poi se la ridevano. Però l’anno dopo era avvenuto qualcosa, tu stessa non sapevi come, avevi smesso di mangiare, ti erano rimaste queste tette, una seconda abbondante, che a dodici anni è proprio tanto. Eri dimagrita a dismisura. Usavi il fondotinta e i jeans stretti sul culo e trucco nero sugli occhi e magliettine scollate e non leggevi un libro che fosse uno. Ti comportavi da selvaggia e ti piaceva quest’immagine fottuta e strafottente, alle feste davi spettacolo, sempre ti lasciavi baciare da due tre ragazzi e dicevi sono la tua dea rispettami e piegati e io ti farò venire come neanche t’immagini.
Mandavano a chiamare i tuoi genitori perché: la ragazza è problematica, sta delle ore in bagno e l’altra volta la bidella ha aperto con le chiavi e l’ha trovata con Andrea che faceva, non so se riesco a dirglielo.
Però ti piaceva Andrea, aveva i capelli rossi e gli occhi verdi e le efelidi scure, sguardo impertinente di quelli che ti sbattono al muro. Ti erano sempre piaciuti i cattivi ragazzi. Era pessimo. A scuola andava da schifo, pensava solo al pallone, nei parchetti toccava il culo alle donne in minigonna e poi scappava. Fumava spinelli, che ebrezza pensavi e fumavi con lui. Le tue sinapsi fragili producevano bolle viola in cielo e scartavetravano la terra, aprendola in zolle e facevano rifrangere volti di cera nell’aria e scolorire gli occhi e sciogliere le facce. Gli eri svenuta davanti e lui era stato a fissarti tutto il tempo, immobile, incapace di reagire.
Adesso che la bottiglia ruotava e ruotava e puntava sempre i tuoi piedi, Marco t’infilava la lingua in bocca, quasi in gola, sapore di ruggine, e le mani nelle tette e le dita nelle mutande e lo facevano anche altri. Uno forse si chiamava Stefano, un altro Riccardo. Chissà perché, ti chiedevi, con le altre non lo fanno. Chissà cosa ho di speciale, di speciale, di speciale.
Il rumore dei palloncini che scoppiano. Erano proiettili. Bombe. Mentre qualcuno ti prendeva la mano e se la portava sul sesso, umido, viscoso, ridevi. Ridevi sempre, dovevi ridere, dovevi dirti sono io che decido, miseri coglioni. E poi scivolavi nell’altrove, mentre ti prendevano sul pavimento e qualcuno continuava a scoppiare palloncini come fossero bombe. La ragazza ha dei problemi, non parla. In qualche modo comunicherà pure.
Il giorno dopo Andrea venne a prenderti a casa come se nulla fosse e ti portò al parco, sì, al parco con i pini e i lecci e i salici piangenti. C’erano Riccardo e Stefano, e Andrea iniziò ad afferrarti per i capelli, e Marco gli stava di fronte e Marco ti rideva addosso, dicendoti quella parola. Ma come? Sei tu che hai tanto voluto. E Andrea ti sputava addosso e ti prendeva per i capelli e ti lasciava per terra, mentre tutti ti prendevano a calci, si tiravano fuori il cazzo e ti pisciavano addosso.
Ma lo sa? La ragazza ha dei problemi, non dovrebbe venire in gita, non dovreste lasciarla sola tutto questo tempo.
Nel letto di nascosto, nuotando nell’aria, non senti certe grida, certi messaggi atroci, certe telefonate notturne piene di insulti e di gente che ansima. Nel letto c’è solo il blu del blu e il fondo del fondo. Liquido amniotico. E nuotando nel fondo il blu si tinge di rosso. L’addome si espande, la cervice si assottiglia e dilata, i muscoli dell’utero che ti contiene si contraggono dall’alto verso il basso, le membrane amniotiche si rompono, si contrae anche il miometro, l’ipotalamo produce ossitocina e secreto nelle strutture capillari che perfondono la neuroipofisi. Vieni espulsa dal corpo materno, gettata in una vita che non hai chiesto.
Sfolgorio carminio di un cielo di sangue. Stai lì, nel fondo. Aspetti ti manchi il respiro e non manca, non manca mai. Fuori dal ventre materno resti a fissare il cielo dal fondo del pozzo, il cielo vergine bucato dal sole si frantuma nero.

© i. p.

ila notturna
Mi è capitato, guardandomi allo specchio, di vedervi riflessi due volti. L’uno aveva pelle di pesca, l’altro di carbone. L’uno aveva dodici anni, l’altro quaranta. L’uno incupito e sgomento, l’altro assaporava un riso selvatico e oscuro nel nitore di un’aurora livida e senza sonno, con il fucile dell’arma sottobraccio e le mani macchiate di rosso.
Siamo andati nel bosco di notte trascinando i prigionieri con uncini di ferro. Il mio lo tenevo ben fissato nella carne sua. Gemeva in un dolore muto.
Non fermarti, supplicava il primo riflesso mio, il secondo imprecava pietà, o forse il contrario. Il controllo dello sguardo era fuori dai bordi, in memoria dei miei dodici anni ho acceso un cero prima. Un cero ha rischiarato il filo spinato, le luci intermittenti, il boato dei caccia, i palazzi divelti, per subissare tutto il fuoco nelle iridi alla vista del corpo. Cos’è un corpo? Da dove proviene il ricordo?
Esistono due maschere una sull’altra, disvelano il celato, dice lo psichiatra.
Ero sulla pancia di un uomo o era l’altra?
Trascino il mio prigioniero nel ventre del bosco. Con spilli sottili nell’ombelico fino al sangue, nei capezzoli fino al sangue, nei testicoli fino al sangue. Ero e non ero. Lei mi guardava. Io la guardavo fare e fuggivo. Fuggivo.
Che cosa prova adesso?, dice lo psichiatra.
Perché devi darmi del lei?
Forse teme che io abbia ragione?
Quale ragione? Quale corpo? Quale mente? Sta mentendo o sono io a farlo?
Camminavamo, rette parallele, sul limitare del bosco e dai rami ovunque occhi nella nebbia, ma è stato solo suggestione.
Vuoi fermarti?
Non fermiamoci.
Chi era quell’uomo?
Quale uomo, papà? Non c’era nessuno!
Il segreto del buio è che dentro c’è tutto, dentro c’è tutto, le voci e le sbarre. Quando ero piccola mi chiamavano Tenebra, io non volevo far loro del male ma essergli amica, partecipare al cammina, cammina. E invece accadeva. Non poteva non accadere.
Mi sentivo sprofondare. Gli alberi. I rami. Le fronde. Le serpi. Sibilavano. Il vento del nord. Avevo i piedi di fango. O ero io il fango?
Mio padre su in cima. I volti delle nubi. L’aurora.
Cammina, dico all’uomo e lo trascino. Il collare non è abbastanza stretto e ha ai polsi sei spilli, sanguina. Cammina, cammina. Divisa militare, passi marziali, io, gli altri cinque e il riflesso. Non sono più sola, papà. Non sono più sola nel bosco. E tutti eseguono gli ordini miei. Il prigioniero ha un cappuccio nero. Muto. Bendato. A malapena respira.
Mio padre diceva: che hai fatto? Sei sporca di fango, di fango, che hai fatto?
Cammina!
Con il fucile puntato alle tempie, ai polsi spilli, fluido organico gocciola sulle fronde nere dei cipressi abbattuti e sul fango, sotto una luna di lupo che urla alla notte.
Cammina!
No, striscia e fa l’odore putrido della carne cruda. Striscia! Tu, striscia!
Raccoglie la polvere, la polvere, la polvere, gli insetti, la polvere, negli spilli, nelle ferite aperte, gli schizzi. Polvere, sangue e merda. La polvere. La polvere.
Cammina!
Chi era quell’uomo? Mi disse.
Nessuno, papà, nessun uomo.
Chi era ti ho chiesto! Una puttana sei! E hai solo dodici anni!
Il bosco, con le mani grandi e laide. L’oscurità sovrana. I rami.
Puniscimi! Puniscimi!
L’hai voluto tu, l’hai voluto.
Ricordati, hai detto di sì.
Vostro onore? Consenziente. Vostro onore? Assolto. Vostro onore? Colpa sua. Vostro onore? Colpa sua. Puttana. Consenziente. Assolto.
E striscia, bastardo. Gli anfibi sulle giugulari. Il fucile alle tempie. Alle tempie. Alle tempie. Il volto tumefatto. Nelle labbra una ferita. Torrente. Palude. Bosco. Nella bocca mugugni. Gli anfibi sulla testa. Sul volto incappucciato e muto. Il cappuccio scostato, le gote rigate di rosso e anche il collo. Un volto qualunque. Ricorda mio padre.
Avanti march! Sulla testa. Sui capelli. I miei li ho rasati all’entrata nell’Arma e i suoi li strappo, via il cappuccio, uno per uno, li strappo.
L’hai voluto, ripeto.
Voluto. Consenziente. Bastardo.
Pietà!
Nella bocca il fucile, fino in fondo. Nella bocca. Nella bocca. Chissà se ha lo stesso gusto. Succhia e sta zitta. Chissà se ce l’ha.
E ora prega. Prega. L’hai voluto tu. Prega, bastardo, bravo, da verme, prega.
Il grilletto. La canna. Puntate. Fuoco. Il boato. Violini. Violini, sovrastano l’oscuro baluginare di un albore artico.

metaponto

Mi accostavo al mare, solo l’eterno scorrere delle acque poteva mitigare la colpa. La sentivo fluttuare con la potenza degli abissi. C’era una caletta che chiamavamo Spiaggia Grande ma non era poi così grande. Vi si accedeva per un sentiero nella pineta. Le alte fronde spazzolavano il cielo, c’era l’odore dei pini, lo stormire delle cicale. I passi risuonavano ovattati. Il fragore delle ciabatte, il fruscio della bora estiva, le vesti leggere e arancioni mosse dal vento come le fronde. Alla fine del sentiero la luce, il mare, quel mare del Salento, così chiaro e cristallino, e tutto un pullulare di esseri nella caletta sotto le rocce.
Mi piaceva strisciare le dita nella calce, nell’argilla e restarne graffiata. Lo facevo per sentirmi viva, questo era il dolore, cognizione di sé, consapevolezza. Che cos’era l’eternità? Me lo chiedevo sempre dopo i primi baci e i tradimenti, me lo chiedo ancora. Chi desiderare? Chi amare? Qual è la cosa giusta?
Avevo quindici anni ed ero contesa, per quanto non mi trovassi bella, al contrario, scrutandomi allo specchio prima di uscire non potevo fare a meno di notare certi segni che allora già chiamavo rughe, erano nere macchie e solchi sotto gli occhi e lungo la linea delle guance. Avevo quindici anni e cinquanta insieme. Forse non ero degna della promessa, forse era l’aspetto di quella lì, che mi fissava nello specchio, così sinistro, a spingermi a tradire. Sono così brutta, come posso piacere agli uomini? Uno mi aveva promesso fiabe e celestiali poesie, l’altro lacrime e tormenti. Non sapevo scegliere e mi muovevo silente tra le onde lasciando posare gli sguardi.
L’amore docile di Alessandro, che mi aiutava a scalare montagne di roccia, l’odore della calce, i baci di sottecchi nell’arco scavato dal mare e sotto a nuotare, lui che m’insegnava come trattenere l’aria senza premere le dita contro il naso, io che scivolavo giù e all’inizio bevevo e avevo rossi gli occhi di sale e inesperienza. Aveva diciassette anni Ale e io l’avevo illuso. L’avevo illuso? O m’ero illusa io stessa di una vita. Quanto dura l’eternità? Forse una settimana, al calore del sole mentre leggo Anna Karenina e non capisco proprio tutto, penso alle altre che guardo algide e dinoccolate, profumi d’arancia e cannella, piedi sinuosi, corpi scolpiti. Il palpitare delle onde e i surfisti, la ragazza mora che parla con Ale e io non capisco, vedo e non sento, ma lui guarda me. Le passa attraverso con gli occhi e guarda me. Cosa ci trova in me? Cosa ci vede? Mi chiedevo. Sono domande che non bisogna porsi e continuare forse a contrastare l’assenza con tutti i significati di cui si dispone. Erano dolci i suoi baci, sempre di soppiatto, al gusto delle cose nascoste, come rubare le arance al giardino affianco o scavalcare il muretto della casa abbandonata.
Mia madre diceva che Alessandro fosse buono, gli guardava gli occhi nocciola e li sentiva veri. Nelle profondità dei suoi occhi c’era il rispetto per la mia età e l’attesa di un domani insieme mentre oggi poteva insegnarmi a nuotare e scalare.
C’erano anche altri ma non li vedevo. Li incontravo la sera sulla stessa lingua di sabbia illuminata dalla luce del fuoco, dove cuocevamo la carne, le ragazze perfette facevano il bagno a mezzanotte e io restavo in disparte.
Una notte seguivo la luce crepuscolare del fuoco fin dalla pineta. Alessandro era rimasto a casa, qualcuno dei suoi stava poco bene. Oppure era una scusa. A mia madre dissi che vi sarei andata con lui e con lui sarei tornata. E invece, sola, in pineta, nella notte varcavo soglie proibite e mi allungavo verso l’altro versante della costa. Non di falò era la luce ma di danze notturne e fari e locali proprio sul mare. Una schiera di ragazzi seduti sopra una collina a fumare spinelli. Io non sapevo che farmene e non mi piaceva la musica alta ed elettrica e non mi piacevano gli sguardi che avevano, come non vedessero nulla.
Non ero la sola a esser sola. Portava jeans strappati alle ginocchia e capelli lunghi sul viso, scuri. Occhi così chiari da fare luce nella notte. Forse era il mare, la spregiudicata luminescenza dell’acqua prima di divenire abisso. Aveva efelidi come chicchi di pepe e non parlava con nessuno. Beveva vino in bottiglia da solo. Si mise a sedere al mio fianco.
Ehi.
Non mi parlare, tra un po’ me ne vado.
Dove?
A casa.
E dov’è casa?
Lì, dietro quegli alberi, indicai la pineta.
Sorrise. Aveva, lui sì, rughe attorno agli occhi come tagli. Due fossette oltre le labbra. I denti lievemente storti e quando rideva pareva cattivo.
Beata te. Io mi sa invece che a casa non ci torno.
E dove vai?
Non lo so. Lontano. Vuoi venire con me?
Cosa significa lontano?
Vado fin dove posso, con quello.
Indicò un tre ruote Piaggio azzurro come i suoi occhi. I capelli neri, lunghi, gli coprirono il volto, s’intrecciarono alle labbra. Mi passò la bottiglia di vino. Bevvi. Aveva un sapore di grumi, ruggine, sangue. E non pensai.
Perché non vuoi tornare a casa?
Mi guardò. E aveva negli occhi un’ombra. Era rabbia. Ma anche paura.
Tu fai troppe domande.
Sulla maglietta nera c’era una scritta che diceva: non cercarmi. Fui tentata di domandargli anche di quella. E mi trattenni. Continuai a bere.
Hai sete.
Nient’altro.
Conto fino a tre, poi mi alzo e vado via. Se vuoi vieni con me, altrimenti addio bambina senza nome.
Bambina?
Uno.
Fissava il mare. Le lampare rosse e blu dei pescatori, le lenze. Il faro sopra la collina.
Due.
Prese dalla tasca un pacchetto di sigarette e un accendino. Accese.
Tre.
Si alzò e si avviò al suo particolarissimo mezzo di locomozione.
Avevo il battito cardiaco accelerato. Mi mettevo in continuazione i capelli dietro le orecchie per poi ributtarli sul viso. Respiravo a fatica. E comunque, nonostante la musica, sentivo il fiato venire fuori con un rumore troppo forte. Il fragore di un motore che s’accende. Lasciai la bottiglia ormai vuota. Ruzzolò giù per la collina. Mi misi a correre.
Aspettami.
Entrai. Dovevamo stringerci per stare in un posto solo. Lui aveva l’odore del tabacco. Il Piaggio andava lento e ballonzolava a destra e a manca. Faceva sempre quel rumore e sempre più potente man mano che ci allontanavamo dalla gazzarra. Le dita sul volante erano come scheggiate. Il puzzo delle sigarette che fumava e i pacchetti di cenere riversi sul fondo del mezzo di locomozione particolare.
Perché sei salita?
Come ti chiami?
Tu?
Giulia.
Michele.
Mi diede la mano togliendola dal volante. Sulla strada non c’era nessuno. Ai bordi la campagna di ulivi e vigneti nel buio pareva una foresta nera.
Sai almeno dove stai andando? E se poi finisce la benzina? Hai dei soldi? Quanto tempo vuoi stare lontano?
Smise di nuovo di guardare la strada e guardò me, con la cenere che ruzzolava sui miei vestiti chiari, estivi, di mare. E sulle cosce, bianche, intatte, di bimba.
Perché mi hai seguito?
Voglio andare lontano anch’io.
Lontano da cosa?
Da me.
Cos’hai nella borsa?
Un libro.
Rise. E di nuovo il volto si fece crudele.
Di che parla?
Di una donna sposata che s’innamora di un altro, tradisce e si rovina.
Il Piaggio s’inceppò in una fossa, il motore si spense. Michele sacramentò. Scendemmo. La strada era dismessa, colma di buche, per metà asfaltata e per metà terreno. Non c’era l’ombra di un’anima a destra e a sinistra. Michele diede un calcio a una ruota. Piansi e feci in modo non se ne accorgesse. Continuavo ripetermi: perché sei venuta qui, cosa cercavi, e quando farà l’alba e non sarai a casa, e se non riuscite a tornare, morirete di sete e di fame, fa freddo qui giù, e se ci sono i mostri nel bosco, e se Michele è cattivo e ti uccide.
Vento. La pelle raggricciata faceva vortici viola. Michele diede un altro paio di calci. Mi vide tremare. Mi cinse le spalle. Aveva braccia ancora calde, mani ruvide.
Vieni, arriviamo alla fine della strada.
Voglio tornare a casa.
Non puoi.
Che significa?
Sorrise. Ed era un sorriso pieno di lame. Mi venne vicino. Piangevo. Piangevo. Carezzò le guance.
Da cosa stai scappando?
E tu?
Da qualcosa che non ho fatto.
Continuò ad asciugarmi le lacrime. E aveva nelle dita la delicatezza di un bambino. Le sentivo, le sue dita, colme di premura, quasi volesse liberarmi dal peso del timore. Il corpo smetteva di trattenerla, la paura. Man mano si dileguava. E nasceva in me come una sete, il desiderio potente di lasciarmi rapire.
Mi prese per i capelli e mi baciò. Aveva morbide le labbra, soffici e sottili. Non arrivammo alla fine della strada. I baci furiosi. Avevano un sapore diverso. Eterno, questi sì, disperato. Salimmo sul rimorchio del Piaggio. Era sporco di cenere e terra. Era freddo. Rabbrividivo poggiandovi la schiena.
Solo i suoi occhi parevano rifulgere al buio e io mi ci univo. La lingua nella mia. Sapore di vino, tabacco, e sangue. Le mani sui seni. Cercai di fermarle. Non mi sembrava giusto. E lui non si fermò. Slacciò il nodo del vestitino estivo, arancione. Non portavo il reggiseno, restai nuda, mi divincolai ma non più di tanto. Fece correre la lingua sul collo, sui seni e sul ventre e poi giù, levando gli slip, dolcemente leccava mentre mi torcevo nel piacere. E non vedevo e non sentivo. Mi accorsi, ed era troppo tardi. Me ne accorsi solo per il dolore. Era un dolore dolcissimo. Mi prendeva la nuca i capelli mentre entrava e guardandomi negli occhi diceva: Giulia, Giulia, dimmi che sei mia. E lo dicevo.
Vidi i suoi occhi farsi bianchi. Un calore tumido sporcava le cosce, la vulva. Saliva nel ventre. Lui mise una mano tra le mie cosce e la tirò fuori rossa. Rise e diventò cattivo ma durò solo un istante.
Che cosa ho fatto?, piansi.
L’amore.
E mi attaccò il sangue alle guance.
Continuai a piangere e lui mi strinse forte a sé, finché non smisi. Crollai esausta sul corpo suo.
La notte non pareva estiva, un vento gelido muoveva le cose di una sottile impermanenza. Fui svegliata da bordate di freddo. Odore di brina. Il fondo metallico del montacarichi mi ghiacciava la schiena. Michele non era con me. C’era mai stato? Odore di brina.
Saltando scesi in strada. Dissi il suo nome. Il vento rispose ululando. I piedi sull’asfalto umido parevano mossi da mani di nebbia. La campagna mi chiamava, le fronde erano volti, con occhi luminosi come quelli di Michele.
Dimmi, dove sei. Cosa può il tuo sguardo che la notte trattiene. Dimmi, chi sei. Dove ti ho già visto. Quanto lontano ci siamo spinti. Quanto profonda è la terra. Cosa nasconde il cuore del bosco. Camminavo e i sandali venivano via. Il terriccio freddo si arrotolava alle caviglie come pelle di serpe. Una luna altissima iridava di un pallore niveo il fondo della suolo. Le foglie d’ulivo come occhi. I rami tentacoli. L’immensità si cela negli incubi del bosco. Si aggrovigliavano i rami nell’oscurità di un cielo nero trafitto dal bianco pallore della luna, i rami muovevano le dita per afferrarmi. Chiamavo il suo nome. Il vento rispondeva ululando. Non era un ululato, era il grido di tutte le bestie, dal serpente al lupo, e s’infittiva muovendomi verso un altrove. Finivo nella terra e pensavo alle serpi, alle serpi, attorno alle caviglie. Era solo terra e aria ma pareva viva, come vivi erano i tentacoli di rami, a ogni passo più prossimi alla carne. Fantasie di apnea e strangolamento. Occhi chiari come lucciole nel buio. E poi la bruma.
Nel ventre oscuro del bosco di ulivi, una nube di bruma ottundeva una sagoma. Viva? Morta? Spettro? La pelle raggricciata. Il fiato che ingoia sé stesso. Questo terrore cavo nella bocca dello stomaco.
Michele, dove sei? Ti prego, torna!
La nuvola di bruma lasciava il tempo alla sagoma di divenire corpo. Guardavo nel fondo della nebbia. Un uomo sopra un masso. Occhi dell’azzurro del mare. Capelli neri sul viso. Efelidi come chicchi di pepe. Una sciabolata di rughe attorno agli occhi e alle labbra. Indossava un abito scuro, da cerimonia.
Vieni, Giulia, vieni con me.
Mi tese la mano. Salii. Il masso si tramutò in altare. Un parroco dal volto coperto in una maschera bianca chiedeva: vuoi sposarlo? Michele mi guardava con occhi crudeli e io stessa mi guardavo, avevo indosso un lungo abito bianco, di seta e pizzo, e alle dita pure, uno smalto bianco, un anello sottile, d’oro. E gli occhi azzurri di Michele, come spade, s’imprimevano in me.
Devi solo dire sì, lo voglio.
Lo dissi.
E mentre c’incamminavamo lungo la navata centrale di una chiesa romanica, la gente intorno ci seguiva con il riso nei pugni, il paesaggio ancora mutò.
Ero sola in una casa dalle pareti fredde. Il miasma di umido era l’odore dei panini insaccati nella stagnola e lasciati in frigo per giorni. Michele non c’era. Mi aggrappavo alle pareti. Michele non c’era. Mi aggrappavo ai muri, al calcestruzzo. E i muri venivano via.
Dov’eri la notte, quando non potevo vederti. Dove si nascondeva il sentire. Dov’erano le promesse e le parole piene svuotate da gesti mai compiuti.
Riversa sul pavimento pativo il freddo di tutti gli inverni e nello stomaco avevo il vuoto di una vita. Di fronte a me un cassettone in ebano. Una cornice. La fotografia di una bambina bionda, vestita di rosa. Di cinque o sei anni.
Dov’è lei. Che fine ha fatto il futuro. Chi ha rubato la gioia al castello del tempo. E dove sono le ore trascorse sulla roccia, sul mare, a pregare affinché si salvasse almeno una parte di me.
Il telefono squillava e non era Michele. Dov’era.
Chi sei?
Stai bene?
Cosa vuoi?
Sono Alessandro.
Cosa vuoi?
Hai bisogno di qualcosa?
Di morire.
Giulia…
Cosa faceva Ale ora che avevo la vita frantumata dall’assenza. Veniva a portarmi via dal buio. Le veneziane chiuse. I passi senza suono. La casa un cimitero. Perché c’era ancora. Quando arrivava scostava le tende. Apriva gli scuri. Entrava la luce. La luce del sole mi disintegrava come fa con gli spettri.
Hai mangiato?
Silenzio.
Vuoi uscire?
Silenzio.
Alessandro mi portava al mare. La roccia della Spiaggia Grande era crollata. Restavamo sui frantumi di pietra a guardare la tempesta di onde, nere, bianche, azzurre. E in quell’azzurro rivedevo Michele. La spuma fondersi con le spaccature di un cielo invernale, invaso da lampi. C’era il presagio di un’apocalisse e lui mi guardava come una cosa perduta in adolescenza. Una cosa perduta e spaccata, i cui vetri non possono ricomporsi.
Dov’è Michele?
Se n’è andato, devi dimenticarlo.
E dov’è?
Giulia, ti prego.
Il gusto della tempesta aveva invaso anche il mare. Nel fondo delle onde vedevo la vita divelta. Le scelte sbagliate. L’omicidio del senso. La bambina che giocava con l’acqua. La bambina che si arrampicava nella roccia. Non le avevo insegnato a nuotare e scalare, come Alessandro aveva fatto con me. La bambina saliva sulle rocce. E si lanciava in mare. Non aveva paura dell’acqua. Non aveva paura del volo. Non aveva paura di nulla. E l’acqua se la prese. Per sempre. Il corpo non fu ritrovato.
Al mattino Michele l’andava a cercare. Nella roccia. Nel mare. Sul fondo dei suoi occhi. Tornava al tramonto, sconfitto. Beveva. Qualunque cosa, beveva. Non mangiava. E non mi toccava più. Finché non smise. Di tornare.
Io lo vedevo nelle tende, nelle fessure delle veneziane, negli spazi di luce trafitti dal buio. Io lo vedevo la notte leggendo il soffitto. Lo sentivo respirarmi accanto al mattino, senza smettere mai. Quando veniva Alessandro l’odiavo. L’odiavo come si odiano i risvegli mentre il sogno mi teneva ancorata a un mondo ancora integro. Ogni risveglio è una spaccatura nella coscienza. Manda in frantumi l’illusione che hai fatto di te.
Il cielo nero si spaccò in un’ombra di luce. Un nitore chiarissimo di azzurri e violetti sorse insieme al fulgido baluginare del sole, sgusciato dalle onde come la testa di un uomo di fuoco.
Mia madre aveva chiamato Alessandro, le aveva detto non fossi con lui. Aveva chiamato i genitori di qualche altro amico. Aveva saputo del falò e che mi fossi allontanata nella notte. Mia madre aveva avvisato la polizia. La polizia conosceva Michele. Il padre di Michele. La famiglia di Michele.
Ci trovarono all’alba nel bosco. Io gridavo il suo nome. Avevo quindici anni e cinquanta insieme. C’era il fragore di un’ambulanza. Il suono di una sirena. Vidi Michele in manette guardarmi per l’ultima volta.
Ed è quella buona, disse una guardia. Quella buona che non esci più.
Erano spade, i suoi occhi, e s’incidevano in me con l’inesorabilità della colpa. Qualcuno disse stupro. Nessuno comprese quando mi gettai ai suoi piedi singhiozzando: perdono.
Rividi mia madre, Alessandro. Mi stavano accanto come fossi davvero una vittima. Ma io sapevo, e avevo nel cuore quegli occhi azzurri, il colore degli abissi prima del fondo. E andavo sul mare da sola. Ricordando il futuro. Quanto tempo servirà per cancellare la memoria della colpa.

© i. p.

ilasigaretta
E poi mi svegliavo a casa di Lucy o di Alex, a seconda dei punti di vita.
Un letto messo di sguincio tra il salone e la cucina. Nell’altra stanza loro. Dormono o scopano, che importa? Mi sveglio pensando ai quasi trent’anni, a come vorrei una vita da adulta, a come non possa averla.
Lei esce dalla stanza con solo una vestaglia giapponese. Prepara un caffè. Ha i capelli scarmigliati, e anch’io. Ci sono stati tempi in cui nell’altra stanza con lei ci sarei stata io. Ma adesso deve presentarmi al mondo come amica. Amiche. Sorelle. Compagne di università. Anche se l’abbiamo mollata dieci anni orsono. Lui le passa accanto in mutande, le stringe un fianco, mi guarda come una cosa qualunque che un giorno potrebbe finire nel suo letto. Fa un sorriso complice. Io no.
Metto Vivaldi in stereo. Le quattro stagioni, L’Estate. Rapita da un sentore di disperazione solenne. Il centro del mondo. Il centro del giorno. La metafisica della notte. Ecco cosa siamo. Mentre lo stereo del bagno spara bollettini di guerra, kamikaze, bombe, eutanasie, sbarchi di inconsapevoli esseri umani finiti nelle mani di laidi sfruttatori, noi, al sesto piano di un appartamento di San Lorenzo, siamo la tragicità del disamore.
Lucia ha ancora il trucco sotto gli occhi e sulle labbra morbide sporche di caffè c’è il ricordo del nostro primo bacio, in una notte di San Lorenzo, in un locale vintage o subito fuori. Adesso anche lei ha dei sospetti. Sospetti sugli occhi del suo amante che non mi si levano di dosso. E lo odio. Lo odio come si odiano i feroci predatori, che ti portano via qualcosa di tuo. Lo odio tutte le mattine quando passando per il bagno deve cercare di afferrarmi per i fianchi. Deve aver sognato di sbattermi a pancia in giù contro il lavandino. E io il giorno dopo sarei andata in uno di quei gruppi d’autoaiuto femminili a raccontare: ciao, sono Antonia, sono lesbica, un uomo ha abusato di me. E Lucia che avrebbe fatto? Per me.
Lucy era quella con cui potevi parlare di esistenzialismo fino a tarda notte con un bicchiere di vino rosso in mano. Quella che ti spiegava ogni volta la similitudine tra atomo e universo. Lei aveva il dolore dipinto negli occhi ma lo portava a spasso con sommessa ironia. E suonava la chitarra, ma solo i Nirvana. Una volta era una fotomodella. Una volta provava a fare di me lo stesso. Ma non ne avevo la stoffa. E adesso aveva un lavoro stupido in un pub, solo per sei mesi. E un uomo bastardo che non mi aveva mai tolto gli occhi di dosso. Tenevo il pigiama fino a mezzogiorno, per evitare ancora d’incontrare Alex in bagno o fuori dal bagno o sul limitare del bagno, proprio accanto alla camera da letto.
Che hai deciso, Antonia?
Lucy non mi aveva mai parlato con freddezza. Sapeva. Un buco dentro. Sapevo anch’io. Prima che potesse dirmelo rividi le notti insieme, nell’altra casa sulla Prenestina. Il copriletto indiano. Il cappello da cawboy che mi faceva provare. E un certo modo di togliermi i vestiti, quasi senza che me ne accorgessi. Le dita sottili, le mani nelle mani, i baci al vino. E il modo che aveva di scivolarmi tra le cosce. E quando si metteva su di me e chiedeva che le mordessi un capezzolo e sussurrava: guarda, ho il seno di una bambina, fai l’amore con una bambina. Aveva cinque anni in più ma era una bambina e cambiava vita con la rapidità di un giro di whiskey.
Ora mi stava innanzi, la vestaglia aperta, l’incarnato panna e i muscoli non più turgidi come due tre anni fa, il pancino da grande bevitrice. Gli occhi pieni di un dolore torvo.
Non è che puoi stare qui per sempre, Antonia. Devi pensare a te, trovarti un lavoro, una donna, un uomo, qualcosa che non sia questo stare qui, come una cosa che non sa dove andare.
Non so dove andare.
E mi stupivo dell’assenza totale della benché minima dignità. E il ricordo di noi si frantumava. Avevi detto che mi saresti stata vicina, qualunque cosa fosse accaduta.
E lei mi piantò addosso uno sguardo pieno di tenebra. Volle guardarmi come mi aveva guardato la prima volta. Una spada.
Sono incinta.
Indietreggiai e caracollai e indietreggiai. Poteva mai esser vero? Addio Lucia Guerra. Con lei le prime droghe al liceo. Con lei il primo viaggio a Berlino, nel ventre della cultura elettronica. Con lei avevo provato a studiare e far funzionare la vita. Non era riuscito a nessuna delle due. Con lei la prima volta. Con lei l’ultima. E nel mezzo una serie di esperienze senza sapore. Lucia Guerra non è più tra noi. Diventerà madre. Sarà davvero la donna di Alex. Davvero starà un bel pezzo con quell’essere. E così presi le mie cose e me ne andai.
Ci volle un po’ per mettere insieme tutto. Probabilmente qualcosa la lasciai. Un cappello e un reggicalze. Lucia si levò la vestaglia e vidi per l’ultima volta il suo corpo nudo. Aveva un corpo strano, di quelli che piacciono agli artisti. Bianchissima. Non completamente donna, non uomo. Una bambina. Una bambina con la pelle candida e il culo perfettamente sferico. Senza seno ma non magra. Il suo non seno era un principio di qualcosa, come in adolescenza. I capelli scendevano morbidi sulla schiena mentre s’infilava i leggins e poi gli stivali. Se li portava indietro, i capelli, con un gesto dinoccolato. Potevo scorgerle unghie dallo smalto nero sbrecciato. E mentre s’infilava la maglietta le vidi per l’ultima volta i seni non seni, promesse di seni, con i capezzoli in fuori, da mordere, caramelle. Si voltò prima che andassi. Non sorrise. Non salutai. Richiusi la porta. Scesi lungo la gradinata fino al piano terra. Dietro di me passi di anfibi.
Alex venne a inseguirmi lungo le scale, prima che chiudessi il portone.
Non posso fare a meno di te, sei tutti i miei sogni.
Per un attimo mi parve più disperato che bastardo. Gli feci una carezza, aveva il volto ispido di barba di due giorni. Gli concessi un bacio. Non aveva sapore. Era una tregua. Forse una tregua. E, mentre mi allontanavo, lo smarrimento nei suoi occhi si faceva vitreo. Alla finestra Lucia. Ci osservava. E intimamente rideva di un riso amaro e feroce. Sparì. Non feci che otto passi e mi ritrovai Lucia Guerra ad agguantarmi per la giacca.
Allora è questo che fai? Ti infili in casa mia, ti scopi il mio uomo.
No, Lucia.
Indietreggiai. E lei avanzò. Mi sferrò uno schiaffo.
Antonia Dinardi, scandendo bene le lettere. Ti ho tirata fuori da una condizione di inutile ameba. Ti ho difesa dagli insulti dei coglioncelli al liceo. Ti ho insegnato a vestirti come si deve. Ti ho dato la musica giusta, l’energia giusta, i libri giusti. Ti ho portata nei club esclusivi. Ti ho trascinata in giro per l’Italia tra fotografi e artisti. Ti ho creata io. Adesso, tesoro, che vuoi? Vuoi essere me?
E mi prendeva per la colletta mentre lo diceva, mi strattonava. Aveva lampi negli occhi. Saettavano.
Lucia…
Lucia un cazzo! Alessandro è il mio uomo, sta con me, ho suo figlio nella pancia. Tu chi sei? Cosa vuoi? Cosa cerchi da lui? E da me? Da me? Da me? È da quando sei piccola che mi stai incollata al culo. Cosa. Vuoi. Da. Me.
Un morso di belva nello stomaco. I denti. La saliva. Di me. Brandelli. E stringono, i denti, stringono, fino alla gola, stringono. Fuori dagli occhi tutti i ricordi. Liquidi. Salati. Fuori. Tutti. Ora.
Io credevo che tu.
Lei indietreggia. La luce nel suo sguardo è una lama. Ride. Ride. Si tira indietro i capelli. Ride.
Per cosa, per le volte in cui abbiamo giocato?
Ti prego, Lucia.
Era per questo, volevi vendicarti.
Ti prego.
Si riavvicina e posso sentire l’odore d’arancia sul collo della sua maglietta nera. Le sbavature della matita scura sotto gli occhi.
Antonia, Antonia. Credevi, davvero credevi. Abbiamo giocato, Antonia. Era un gioco. Eravamo ragazze. Adesso basta. Adesso avrei una vita normale se non fosse per te.
Sputa per terra. Viene accanto a me. Poggia un piede contro il muro. Posso vedere scintillare la pelle nera dello stivale a contatto con il calcestruzzo. Si fruga nelle tasche. Trova una sigaretta.
Hai da accendere?
Frugo nelle mie. Ho un accendino giallo. Do fuoco alla sua sigaretta. I capelli le vanno nella fiamma, li scosta algida. Ed è bellissima con i capelli neri scarmigliati e il trucco sfatto e gli stivali neri e gli occhi in fiamme e i seni d’adolescente e il pancino non etilico ma di una promessa di vita. Mi prende la mano. Ha unghie lunghe, smalto messo male. Le mie sono cortissime, mangiate dappertutto.
Sono una stupida, Antonia.
Comincia a singhiozzare. E lo fa più forte di me. Più forte di Alex, che di corsa ci raggiunge e ci trova con una sigaretta accesa e le mani che si cercano. Lo guarda, Alex. Alessandro Nitti. Il cattivo della storia. Il bad boy. L’uomo che prometteva a tutte avventure straordinarie tra Amsterdam e Berlino, tra elettronica e paradisi artificiali, tra club e prive’. Il filosofo, Alex. Il fotografo, Alex. Il figlio di puttana. Lucia non poteva che innamorarsi di un figlio di puttana.
E singhiozza. E ride. E singhiozza ancora.
Dovevo immaginarlo. E in fondo l’ho sempre saputo. Alessandro Nitti non poteva che desiderare una lesbica.
Hai una sigaretta?
Me la passa. L’accendo. Fumiamo nevrasteniche e ci prendiamo le mani. Alex sta lì, a guardarci, immobile. Sottilmente compiaciuto.
Adesso non dirmi così. Io non sono una definizione. Sono la tua Antonia, razza di scema. Sono sempre stata la tua Antonia. E questo tizio, questo qui di fronte che ci guarda e se la ride, non c’entra nulla con noi.
Lucia mi prende la mano, stringe. Stringe così forte che potrebbe spezzarla. Ma guarda lui, fissa lui. Con due saette negli occhi.
Alessandro si avvicina. Come lo vedessimo per la prima volta. Per la prima volta non è il fotografo. Il filosofo. Lo strafigo dell’università. L’uomo dalle mille e una menzogna. Con i soldi giusti per fare Roma-Berlino in una notte. Per la prima volta è un uomo che non ha patria.
È vero, vi ho divise. Forse mi piaceva farlo, è vero. Forse desidero Antonia perché a lei gli uomini non piacciono. Forse non sopporto più Lucia perché non voglio essere il padre di suo figlio. Forse non voglio neanche sapere come siamo arrivati fin qui. Forse voglio partire adesso per un luogo mai visto e ricominciare. Forse vivere in casa con voi era impossibile. Forse ho sentito di essere fragile. Forse non ho voglia di crescere. Forse mi detesto al punto da non poter amare nessun altro. Forse siete così perfette insieme che io sono di troppo. Forse siamo un branco di isterici senza futuro.
Forse, lo interruppi, torniamo su e beviamo un Borgogna.
Lucia si asciugava le lacrime con una mano e con l’altra scagliava la sigaretta verso il lato opposto della strada. Io l’abbracciavo. Alessandro se ne stava lì, immobile. Come si vedesse lui stesso per la prima volta. E ci guardava allontanarci, diventare piccole bambole all’ingresso del portone. E restava lì. A guardarci. Ma tra breve ci avrebbe raggiunte.

© i.p.

ilacampagna2

Accompagnavo Eli a cogliere i pinoli, guardavamo le bocche del sole tra le fronde, aghi nelle pupille. Eli aveva occhi grigi bistrati di nero, labbra sanguigne, efelidi sul principio del naso e sulle gote, fossette agli angoli della bocca. Portava minigonne da urlo, Tshirt scollatissime e catenelle di metallo dalla nuca alla gola. Sollevava lo sguardo, nei tratti del volto un altro volto, maschera di belva.
Eli aveva visto. Sul ballatoio. Il padre fuggire. La madre schiantarsi di schiena contro la parete ruvida e bianca. Strappare i fiori dal roseto. Ferirsi con le spine. Tutti i petali frantumarsi nella luce. Aveva mani lunghe e screpolate, la mamma di Eli. Ci piaceva guardare le unghie rosse sbrecciate di bianco innaffiare i vasi di rose e orchidee.
Non era l’assenza del padre quanto quell’immagine. L’immagine dei petali frantumati nel sole. Lo stesso frantumo spaccava la pelle.
Coglieva i pinoli dal bordo dei tronchi, Eli. Li teneva con le mani a giumella e si macchiava, i palmi, le dita. Ne coglievo in gran quantità e mi rimproverava quando ne lasciavo cadere. Si chinava a raccoglierli. La maglietta gialla veniva su. Lembi di addome scoperti. Una rastrellata di sangue rappreso.
Cos’hai qui?
Non toccare.
Scherniva con occhi velati. E cercavo di tenerle la mano. La scaraventava altrove.
Chi ti ha fatto questo?
Sta lontana da me.
Un’unghia feroce sulla pelle. Avambraccio ferito. Aveva le unghie di sua madre, Eli, e non me n’ero accorta.
Camminando la gonna le lasciava scoperta una costellazione di lividi tra le cosce. I tacchi degli anfibi scricchiolavano strofinandosi l’un l’altro.
Perché ti fai del male?
Si accostò. Mi guardò con occhi di avvoltoio prima di dilaniare la sua carne. Una mano sul petto, quasi a volermi strappare le vesti.
Ti sei mai chiesta, Gemma, perché veniamo qui ogni giorno a prendere i pinoli? Ogni giorno alla stessa ora.
Silenzio.
E ti sei mai chiesta perché tu sia vestita da bambina e io da donna?
Silenzio.
E Ti sei mai chiesta che cosa significhi non avere un padre?
Silenzio. Uno sguardo. L’abisso.
Tu ce l’hai, un padre. È lontano ma ce l’hai.
Perché continui a frequentarmi?
Silenzio.
Indietreggiai. E vidi anch’io, per la prima volta, quei petali. Petali di rosa frantumati dalla luce feroce del sole d’agosto.
Eli fece altri tre passi. Si voltò a sorridermi in un ghigno maldestro. Svanì dietro i cespugli prima del mare.
Seguivo le orme. E dentro c’erano i giorni insieme, bambine, nella sabbia. Gli inverni dietro le finestre di casa sua, quando la stufa era rotta. Il freddo e gli abbracci. La madre che entrava. E avevamo paura dei suoi occhi. Senza luce. Ci portava il te’ all’arancia, ne sentivamo l’aroma da lontano. Entrava e tentava di sorridere, aveva dolce la voce, sussurrando, diceva bambine state bene. E lei stava male, le guardavamo gli occhi. Doveva essersi persa. In un giardino innevato. Alla finestra le lampare ghiacciate dal gelo. E nella stanza solo il fiato di Eli sul mio, in quell’invenzione di bacio.
Sedici gradini a piedi scalzi per spiarla. Restava impietrita, raggelata, nel vestito bianco, nello sguardo ai muri. E quando il padre tornava si consumava tra loro il rito della banalità, mille parole mute. E lei altrove, ma dove? Dov’erano quegli occhi che il sogno trasse in inganno? Dove le movenze antiche dall’incarnato pallido? Dove l’anima gentile e guerriera di un tempo? Qualche ciuffo bianco nella lunga chioma. E lo sguardo degli spettri.
Seguivo le orme e nelle orme c’era il riflesso del sole in frantumi. Quei petali. Sulla roccia. I pinoli. Petali di rose e pinoli a tracciare un sentiero fino a Eli. Dondolava sull’orlo del precipizio, graffiandosi l’addome. Lasciava dondolare una gamba nel vuoto. Cinquanta metri sul livello del mare. Le cose lì giù erano insetti. Puntini. E lei, spalancava le braccia e chiudeva gli occhi. Aveva nel corpo il corpo della madre.
Non puoi! – gridai forte – Non adesso. Non puoi. Non farlo.
La voce da grido si fece caverna.
Eli si voltò. Aveva negli occhi la furia degli avvoltoi, e l’innocenza dei cerbiatti.
Si voltò e si mise a sedere sull’orlo del precipizio. In bilico. Sussultai.
Ho tracciato un sentiero, di modo che possa vedere tutto. Di modo che possa raggiungermi proprio qui. Ho tracciato un sentiero. E non posso far altro che seguirlo, io stessa, fino in fondo, fino al vuoto.
La vita va avanti, Eli, va avanti. Le persone ci passano accanto e ci portano via pezzi di noi, ma la vita va avanti.
Sì, incontreremo altri, che ci porteranno via altri pezzi. Mio padre si è portato via la sua anima. A cosa serve un corpo senz’anima? Non esiste null’altro che sconfitta. Bisognerebbe arrendersi al nulla. Anche le persone convinte di essere nel bene, di essere nel giusto, o addirittura di essere felici, vivono solo una stupenda illusione. Tutto crolla. A volte le cose crollano perché le fondamenta sono labili. Si frana irrimediabilmente. Essere in cielo o nel baratro, in fin dei conti, non fa alcuna differenza. Forse sarebbe meglio non costruire nulla. Errare nella notte respirando aria buona, quando tira. E per il resto cercando di non farsi avvelenare dalla polvere. Siamo polvere. Tutto è polvere. Niente esiste sul serio. In fondo cosa cambia. Se guardi a fondo una cosa, questa smette di esistere in quanto cosa. Se ti concentri su una faccia, a poco a poco perde la dignità di faccia e diventa un tripudio di pelle e pori e nei e piccoli sfoghi e quant’altro. Di base vediamo negli altri ciò che sta dentro di noi. E neanche poi così a fondo. Anche in noi non c’è null’altro che illusione. Se analizzi un comportamento o una pulsione fino al limite diventa assolutamente inconsistente. Se arrivi a meditare profondamente sul tuo stesso desiderare o temere, gli oggetti stessi di desiderio e paura svaniscono e forse anche il desiderio e la paura. In un modo o nell’altro arrivi alla Grande Indifferenza. Indifferenza alla vita. Indifferenza alla morte. Indifferenza a sé stessi. Agli altri. Alle tragedie del mondo. All’uomo che muore. Al dolore di una madre. Questa indifferenza, Gemma, è uno scudo ma anche una malattia. Questa indifferenza rende inconsistente il varco tra bene e male, vita e morte.
Mi avvicinai, le scrutai le mani nere di pinoli. Con le dita raccolsi le sue. Mi guardò e non era più avvoltoio né cerbiatto ma uccello.
Chiusi gli occhi.
Salto con te.
E lei fece un passo indietro.
Non puoi, devo prima insegnarti a volare.

 

© Ilaria Palomba

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La fragilità dei narcisi è consapevolezza inconsapevole caduta silenziosa coscienza incosciente desiderare fino alla morte l’amore senza darlo e fa paura tutto questo sentire e non sentire mai nel buio profondo una caverna di spettri incontrare qualcuno che non ti sia specchio sarebbe un massacro c’è sempre stato un massacro in ogni storia come camminare all’alba sulla battigia e guardarsi riflessi nelle onde ombre di bruma e sguardi stravolti dal gelo ci siamo specchiati così a fondo da esserci lasciati divorare dal mare è musica melanconica sinfonia di tenebra armonia cancellata prossimità del vuoto salto infinito non aver paura di morire ma solo di non esistere come la morte fosse il suggello l’espiazione ultima della colpa d’essere incapaci di amare altro che un riflesso e non saper vivere senza tutto eternamente torna follia nietzscheiana al punto di partenza camminavamo spettrali sul limitare del mare paure primordiali si specchiavano nel buio ingoiato dalla luce eravamo così belli sotto quella luce mezza luna mezza aurora epifanie d’esistenza crepuscolare sapienza dei piedi sabbia umida e fredda rabbrividire nella bora e abbracciarsi prima dell’ultimo salto tornare a casa e sentirsi il cuore in gola illudersi di aver amato per un’ora dimenticarsi il sapore e il vissuto i corpi avvinghiati all’ombra del fuoco restarsene a cantare stornelli non sense e rinnegare ogni cosa per riviverla con il primo chiunquealtro che si fosse presentato alla fine si può invidiare tutto l’amore del mondo tutta la gloria la determinazione quando basta un telefono che squilla a vuoto per non alzarsi dal letto si può invidiare a morte chi ha finito l’università messo su famiglia o è partito per viaggi umanitari avendo qualcosa da raccontare qualcosa che non sia specchio infranto tu invece senza vetro e senza pelle ancora mi parli della vita per starmi accanto devi scendere nel pozzo e danzare in mezzo ai morti ma io non so mica quanta forza hai dentro ho bisogno di essere vinta battuta in battaglia scagliata oltre le fondamenta del muro invisibile prima della battaglia guarda nel fondo della luna ci saranno gli occhi miei scacciami se sei in tempo trafiggimi o salvami una volta per tutte da questo abisso di specchi sbrecciati una sola volta una sola morte affinché non sia vana l’attesa e la luce che a quest’ora s’irradia sulla battigia il colore del cielo rovente e azzurrato senza luogo senza senso come fosse eterno il suono della risacca che inganna le ore come fosse di carne il sapore del mattino che il mare dissipa al vento.

© i. p.

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La percezione obliqua del senso quando tutto muove e non senti gli argini arrancare tenersi a galla ti dicono guardati con tutti questi successi ti permetti ancora sprofondo nel gorgo oscuro è che mi vivo dissimile forse il tempo mi ha tradita da bambina il tempo il corpo l’immagine allo specchio e tutti i giorni chiusa in casa a lasciarli passare sul carcame del futuro se non vinco ogni giorno il risultato è non esisto vai a vedere che tutto il silenzio era rumore o viceversa vai a vedere che gli eccessi celavano solo una mania da prima della classe vinco quindi sono cosa succede se perdo ti chiedesti e ti perdesti lasciarsi dominare dal vuoto assurgere al diniego restarsene inchiodati alle brame degli altri non potevi sottrarti non volevi sentire le voci questo dono era un ricatto e quando ti dicevano troia hai tradito avresti voluto urlare e voi voi no tutti mi tradite con gli sguardi altrove le luci spente le voci rotte mentre rantolo e soffoco e giro gli occhi e sento l’occhio di dio trasmutarsi in zolfo cenere d’inferno tutti mi lasciate morire tanto che in fondo al pozzo la morte è divenuta la più fedele amica e danziamo danziamo sulle superfici mi sento viva al limite mentre mi guarda con occhi di corvo e respiro respiro riprendo fiato e respiro mentre i lacci mi segano i polsi potrei amare solo chi mi promettesse una fine del mondo non esiste null’altro che il dono dell’assenza questo desiderio atroce di tornare cenere un indietro senza tempo una volta siamo stati spazio no non guardare non fare paragoni da dove viene questa foga mamma guardami papà ascoltami e loro a litigare io ero polvere resistere al limite mamma ho preso nove perché non dieci dicevano ma noi ti amiamo ti amiamo tantissimo anche mentre svieni e ti assenti e non parli e t’imbottisci di anfetamine tutto l’amore in uno schiaffo un calcio in faccia dicevano sei bella allora perché mi sentivo un mostro sei bella se ti togli le mutande dicevano i ragazzi mettiti lì toccati i seni apri le gambe e chiudi gli occhi brava così sei bella avanti la prossima questa è meglio tu sei una mummia non hai seno hai i fianchi larghi avevi paura ma non osavi se è questo il pedaggio per essere vivi ero vita e morte l’obsolescenza del limite sai che non è vero tu sei tenerezza e passione non quell’idiota che piscia in pubblico per attirare i mostri a cosa è servito non voglio paragoni non faccio paragoni non m’importa davvero non cerco sguardi e sussurri una volta cercavo ora non più sono scesa così in basso che non vedo più il cielo ma si sta bene qui nel sottosuolo legata a un altare sotto una croce il corpo di cristo amen così in basso da essere in alto così in basso da essere dio.

© i. p.
foto Stefano Borsini

Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.