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Monthly Archives: maggio 2013

primo piano

Il sole raschiava l’asfalto. Fuori dal cancello i ragazzi giocavano agli indiani. Avevano la pelle più scura della mia di qualche tonalità. Mia madre mi vestiva per andare a scuola. Le linee dei suoi palmi sul mio collo a stirare le pieghe che si formavano sul grembiule. Che poi non capivo a che diavolo servisse vestirsi di tutto punto per poi nascondersi in un grembiule. Spesso me lo toglievo, ero smorfiosa come non mai, dimostravo almeno cinque anni in più, ero abbastanza brava, abbastanza intelligente, abbastanza di buona famiglia, abbastanza bionda ma in realtà non ero niente. Non so cos’avrei dato per togliermi quell’abbastanza dalla faccia.

Mentre lei mi sistemava il fiocco blu sul grembiule bianco, osservavo quei ragazzi là fuori, erano una decina ma la mia attenzione era sul tipo con le orecchie a sventola. Lui non era abbastanza nulla, era sporco e basta.

* Questo è l’incipit di un racconto che verrà pubblicato su un altro magazine, presto vi darò notizie.

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(Foto di Luigi Annibaldi)

Sono appena tornata da Amsterdam, anche se tornata in questo caso è una parola grossa. Penso che per conoscere una città sia necessario andarci tre volte, così ho fatto con Berlino, così con Parigi, così con Amsterdam. La prima volta ero adolescente, non avevo più di 14 anni e fissavo le vetrine dei coffeeshop e gli alieni degli smartshop con lo sguardo di un gattino curioso. Guardavo le donne in vetrina e mi sembravano tante barbie di umane dimensioni e tuttavia sempre bambole meccaniche che ammiccando, sorridendo e sculettando, si lasciavano giocare da chiunque desiderasse. Annusavo quell’aroma che conoscevo bene perché qualcuno a scuola giù nel garage mi aveva invitato a prendere parte al gran vecchio rito del chilom e poi ero diventata anch’io parte di qualcosa ma qui ad Amsterdam non ero nessuno, a pochi metri c’erano i miei e non potevo fare altro che acchiappare odori e sguardi. Certo, una bella prova di fiducia da parte loro portarmi ad Amsterdam, se solo avessero saputo cosa sarebbe accaduto dopo, non credo l’avrebbero fatto. Ho visitato il Van Gogh Museum e ricordo che rimasi colpita dagli autoritratti. Anch’io disegnavo me stessa, mi rincuorava che uno dei più grandi artisti di tutti i tempi fosse ossessionato dalla propria immagine proprio come una ragazzina di 14 anni allo sbaraglio. Quando ti guardi allo specchio, quando parli di te, quando disegni te stesso, la gente ti dice che sei narciso, esibizionista, autoreferenziale. In realtà io mi stavo solo cercando. Allora ignoravo che avrei continuato per l’eternità.

Sono stata ad Amsterdam a 19 anni, con i più tossici della compagnia. Forse loro adesso non rammentano di essere stati miei amici, alcuni mi detestano, altri mi hanno fraintesa, altri non ricordano neppure il mio nome. Eppure aver condiviso un viaggio così tosto per me è stato importante. Eravamo reduci da Barcellona, dove qualcuno si era drogato, qualcun altro era rimasto sotto e qualcuno aveva abortito. Nonostante questo eravamo in gran forma. Ero la ragazza di un tipo fricchettone, ancora ignoravo che qualcuno avrebbe spezzato il nostro rapporto in modo irreversibile. Vivevo una beata innocenza e incoscienza. Mangiavo funghetti e pillole contraccettive postoperatorie. Vedevo pennelli da pittore sugli alberi e tavolozze-cielo-azzurre dipinte dal frusciare del vento. Vedevo il mio ragazzo crescere e rimpicciolirsi, uno gnomo dal sorriso malvagio, un angelico demonietto, un cristo satanico. Eravamo piccoli e sozzi. Nessuno di noi si è lavato più di tre volte in quindici giorni. L’amico punk del mio ragazzo c’ha messo un’ora e mezzo per ordinare un suco di frutta nel bar di Vondelpark. L’amico hippomane dell’amico punk del mio ragazzo fricchettone era convinto che due nigger ci stessero perseguitando per sgozzarci e fotterci gli zaini. Non so cos’avrebbero trovato in quegli zaini a parte la puzza di vestiti mai lavati schiacciati contro resti di panini al salame e cadaveri di carta. Il ricordo più bello di quella folle vacanza fu la tenda in cui alloggiavamo che volava sopra le nostre teste e noi strafatti che nel cercare di riacchiapparla fummo travolti dalla bufera effetto-cartone-animato. Andammo al Van Gogh Museum e il quadro che mi piacque di più fu la camera da letto, anche perché in quel momento io un letto non ce l’avevo. Ci furono degli scazzi, le nostre strade si divisero. Il punk e il fricchettone continuarono a viaggiare, quell’interrail per loro non è stato che una passeggiata. Hanno viaggiato per mesi in posti sconosciuti anche fuori dall’Europa, in camper, treno, autostop. Vanno e vengono dall’India, dal Marocco, forse qualcuno è arrivato in Australia. A me spettava un destino diverso. Ho mantenuto una perfetta doppia vita, mi sono laureata in Filosofia, mentre di notte scatenavo inferni. Poi sono fuggita a Roma.

Sono tornata ad Amsterdam per la terza volta per festeggiare il mio ventiseiesimo compleanno con Lupo, Dami e Pam. Eravamo nel quartiere a luci rosse. Le bambole barbie si sono trasformate in tristi grassone un po’ annoiate. I coffeeshop sono diventati luoghi in cui rintanarci con la bufera che imperversa nelle strade. Di Amsterdam ciò che mi mancherà di più è l’apple pie. Non so quanta ne avrò mangiata, quella torta è una meraviglia. Sarò ingrassata di almeno un chilo per colpa di quella maledetta apple pie. Il primo giorno entro in uno smart e scopro che i magic mushrooms non esistono quasi più, li hanno sostituiti con dei tartufi marci che dopo il secondo giorno già vanno in putrefazione. Ho fotografato le acque di Vondelpark come fossero quadri. Ho danzato pessima electro in improbabili piste di superlocali indie che si sono rivelate essere feste di diciotto anni per bravi ragazzi. Ho riso della gente che mi passava accanto. Ho pianto per la gente che mi passava attraverso. Ho guardato le scritte dietro gli occhi ma non sono riuscita a decodificarle. Ho guardato le luci sfumate della città, le biciclette. Ho guardato nel caleidoscopio del tempo e ho visto immagini che preferirei cancellare. Ho lasciato che Dami pettinasse i miei capelli e mi truccasse. Ho lasciato che Pam dirigesse i nostri passi in una Amsterdam grigia e piovosa. Ho lasciato che Lupo mi descrivesse il suo paese delle meraviglie. Abbiamo guardato le vetrine ogni notte. Ci siamo anche chiesti come avrebbe reagito una di quelle se ci fossimo presentati in quattro, e soprattutto un uomo e tre donne. Non l’abbiamo fatto purtroppo. Ho dormito sul battello mentre la guida disegnava con la voce, nomi di strade, palazzi e monumenti. Abbiamo vagato per il mercato dei fiori, fissando papaveri e tulipani, inspirandone il profumo. Il mio compleanno l’ho trascorso da Van Gogh. Ora ne sono certa: il mio quadro preferito è il tramonto con i corvi.

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(Foto di Ilaria Palomba)

© Ilaria Palomba

spiaggia  anffibi
Sono tornata in quella spiaggia, a Metaponto. Là dove ero solita andare in vacanza con le mie amiche. Una lunga lingua di sabbia bianco-grigia fa da schermo a un impeto di schiuma bianca che si scaraventa sulla costa. Se guardo in lontananza vedo l’orizzonte e mi illudo ancora di poterlo toccare. I miei piedi nudi accarezzano la sabbia gelida e deserta di questo fine-ottobre scansando pezzi di vecchie siringhe, bottiglie di plastica, legno e vetri. Sono arrivata qui con la mia Rover traballante. Traballante perché non so ancora guidare come si deve, ho la patente da appena un mese e ho ventisei anni. Ho attraversato il lungo viale di pineta e il campeggio, fissando la desolazione di quel che una volta era il nostro regno, attraverso le grate di una rete metallica che sembra una prigione. Sto aspettando mia cugina Giusy e la mia amica Marica. Qui, come dieci anni fa, come se nulla fosse cambiato.

Cammino sulla sabbia e fisso le orme che fanno i miei piedi. Mi volto di scatto e vedo un’ombra in lontananza. La prima ad arrivare è Giusy. Indossa scarpe da ginnastica e jeans stretti che sanno di pulito, di nuovo. Una giacchetta grigia nasconde la camicetta bianca aperta sul seno. Il viso ben truccato da un fondotinta di una tonalità leggermente più scura del colore della sua pelle, spalmato in modo da nascondere le lentiggini. Il fard sulle guance. Le palpebre velate da un ombretto indaco sottile, le labbra lucide un po’ carnose. Gli occhi verdi che cambiano colore a seconda della luce. Si avvicina e indugiamo un attimo prima di salutarci. Io so tutto di lei, lei di me nulla. Ci baciamo sulle guance.

Non sei cambiata per niente, fa lei.

Lo so, rispondo toccandomi le punte dei capelli secchi e stopposi per l’eccesso di tinte, ancora rosso sangue come quell’estate.

Marica verrà?

Sì, verrà.

La vedi spesso?

Mai, io sono a Barletta, lei a Milano.

So che lavora in banca.

Quante cose sai.

Ci mettiamo a sedere sopra un sasso e fissiamo le onde e l’orizzonte e il cielo coperto dalle nuvole.

E tu ora cosa fai?

Sopravvivo.

Una mano si posa sulla mia spalla. È Marica. Bionda, come sempre ma con un taglio diverso. Più corto. Mi alzo in piedi per salutarla. Lei sfiora i miei capelli, con un’espressione di sorpresa ammirazione. Solo ora mi rendo conto che i capelli mi arrivano alle ginocchia, devo avere un aspetto sciatto in confronto a loro. Indosso un completino nero, corsetto e leggins lucidi. Un giubbottino di pelle sgualcito, i miei soliti anfibi dalla doppia zeppa.

Camminiamo sulla sabbia e mi sembra la prima volta. Quando arrivammo piene di speranze. Volevamo perderci, amare, provare ogni cosa. Alloggiavamo nel campeggio e ogni sera restavamo sulla spiaggia a bere birra o vino, fumando spinelli e suonando bong. Era una sera di fine giugno, non particolarmente calda, quella in cui ti conobbi. Non c’era quasi nessuno e tu eri lì, sei sempre stato lì. A fissarci. Avevi un’aria vissuta e mi ricordavi terribilmente un certo mio compagno di classe delle scuole elementari, con lo sguardo da criminale, gli occhi verde acqua e le lentiggini sul naso. Ti avvicinasti senza remore e io sentivo di sprofondare nella sabbia. Anche se non ti conoscevo era assurdo, vedevo riflessa nei tuoi occhi l’intera nostra storia, come un film fatto di infinitesimali fotogrammi.

Avete una sigaretta?

Marica ti diede la sigaretta e subito ci provasti con lei.

Volete venire a una festa?

Giusy ci guardò con gli occhi di un coniglio appena nato.

Se volete andate voi, io torno in campeggio.

Dicci un po’, che tipo di festa è? Tu, tre amici arrapati e una tenda? Ti prese in giro Marica.

No, è una festa, continuasti biascicando appena le parole. Dall’altra parte della spiaggia.

Indicasti un punto lontano e invisibile agli occhi.

Aspettavo solo che mi guardassi.

Poi, voglio dire, se a una di voi capitasse la fortuna di scoparmi…

Marica e Giusy risero. Marica mimò con le labbra la parola: è pazzo. Giusy disse che di lì a un minuto avrebbe abbandonato la spiaggia e sarebbe andata a coricarsi in tenda.

E tu a chi vorresti capitasse questa fortuna? Ti domandai.

Le mie amiche mi fissarono impietrite.

Non lo vedi che questo è un povero pazzo, mi disse Giusy alle orecchie. Marica si soffocava le risa nelle mani. Io non smisi mai di fissare quegli occhi così chiari. Il suo sguardo si conficcò nel mio. Una spina di ghiaccio mi attraversò la schiena. Stavamo già facendo l’amore e non ce ne eravamo accorti.

Mi piacciono le rosse, dicesti reggendo il mio sguardo.

Non sono davvero rossa.

Odori di voglia.

Sorrisi.

Le mie amiche si tennero per mano.

Andiamo, vieni con me.

Sei scema? Disse Giusy.

Marica ritrovò la serietà e cominciò a fissarmi con gli occhi della mia insegnate di matematica del liceo mentre sbagliavo un’equazione alla lavagna.

E dove andiamo? Ti chiesi senza smettere di fissarti.

Dall’altra parte della spiaggia.

Andasti avanti e io mi misi a seguirti. Le mie amiche mi afferrarono per le braccia, cominciarono a sussurrarmi che fino a quel momento si era scherzato ma adesso, no, adesso mi stavo mettendo nei guai.

La vita è mia, decido io.

Le liquidai così.

La notte era profonda oltre l’orizzonte e credevo che avrei vissuto tutto quella notte, che sarei arrivata altrove. E invece ero diretta in nessun luogo. Non si vedeva quasi niente e mentre camminavo al seguito di un perfetto sconosciuto mi accorsi che stavo camminando al seguito di un perfetto sconosciuto.

Ehy!

Mi voltai ma la notte era folta, non si vedeva che un cielo stellato, non si sentiva che il frastuono delle onde che s’infrangono sugli scogli e del vento che ne dirige il corso.

Ehy, seguitai a chiamare.

Ti voltasti e non eri più bello come prima, nell’oscurità riuscivo a scorgerti le rughe sul volto, agli angoli della bocca e sulla fronte. Ti avvicinasti a me e inspirai il tuo odore di alghe e salsedine. Quel corpo che prima mi era sembrato così esile ora avvolgeva e sovrastava il mio. Indossavi abiti trasandati, da mare e avevi una specie di peluria incolta sul viso che non poteva definirsi barba. Non avevi meno di quarant’anni ma li portavi in modo naif, come se fossero ancora una volta venti.

Ci guardammo a lungo e non mi baciasti. Il vento sferzava la pelle e la rendeva puntiforme. La tua mano era insolitamente calda. Sollevò il mio copricostume e s’inoltrò nella mutandina rossa del mio costume sgualcito. Strinsi le gambe.

Mi piace questo calore, sussurrasti, stringile ancora.

Le strinsi ancora e ancora fino a farti male. Ma il tuo dito medio era sottile e insistente come una goccia che scava negli scogli. Così mentre mi dicevi di stringere sentivo che entravi dentro, sempre più dentro e il tuo dito si sporcava di me ed era caldo. Lo portavi alle labbra, le tue, poi le mie. Lo facevi scivolare tra le nostre bocche e sulle nostre lingue mentre ci succhiavamo la voglia dalla bocca.

Tu non mi piaci, dissi.

E allora perché mi hai seguito?

Per conoscere il tuo segreto.

Sorridesti. Ti accarezzai i capelli e tu facesti lo stesso con i miei. I tuoi occhi erano fiammanti. Le labbra socchiuse. La lampo abbassata. Sentivo il tuo sesso spingere sulla mia pelle e la tua mano sfregare. Non ti toccai.

Perché non lo prendi in bocca?

Anche questa volta afferrai i tuoi occhi e fui più cattiva di quanto potessi aspettarti da una sedicenne.

Voglio vederti mentre lo fai. Voglio sentirti mentre ti perdi.

Non abbassai lo sguardo neanche una volta, potevo solo immaginarlo e sentirlo gonfio e caldo sulla superficie delle mie cosce. Sentirlo pulsare. Ascoltare la tua voce spezzarsi nel piacere. Annusare l’odore pesante delle prime gocce di sperma che colavano fuori. Sentirmi inondare gambe e piedi. Sentirmi sporcare da tutto ciò che non conoscevo.

Mi prendesti per mano, la destra, la stessa con cui ti eri toccato. Era appiccicosa e umida. Puzzava ancora del tuo seme. La voglia era cresciuta a dismisura insieme alla notte. I miei piedi scalzi inciamparono in un sasso, poi in un altro. La sabbia era costellata di sassi. In lontananza c’era un faro.

È quella la festa in cui vuoi portarmi?

Non rispondesti ma continuasti a trascinarmi finché i miei piedi non ne furono esausti, scheggiati, sfregiati da minuscoli vetri, tagliati da pietre e scogli e lavati dal freddo delle onde. L’aurora rischiarava e gelava i nostri corpi quando arrivammo al faro. La pelle mi si accapponava, il tuo sguardo era duro e silenzioso, occhi che non vogliono dire nulla.

Ho freddo.

Non me ne importa.

Mi dici dove siamo?

Sali.

Il faro blu notte, rovinato dagli anni e abbellito da scritte e murales, sembrava un vecchio giocattolo pericolante. Un antro dello stesso blu delle pareti e poi una scala a chiocciola. Dietro di me la strada di casa, davanti a me la scoperta del nuovo. Non che mi eccitasse più di tanto. Non c’era nulla di così inebriante a scoprirsi. Nulla che non avessi potuto conoscere anche da sola, nel mio paese di provenienza, con la mia gente. Ma quello che mi si chiedeva era di salire lì sopra e scoprire cosa vi fosse o di tornare indietro e dimenticare tutto. Mi voltai a guardarti. Non eri di grande aiuto. Te ne stavi a braccia conserte in attesa di una mia decisione. Continuavi a non piacermi ma qualcosa di più torbido e oscuro suscitavi nel mio corpo. Un totale scompenso dei sensi, un’alterazione dell’umana percezione. Un moto di tensione sublime e orrida mi sgusciava nelle viscere, lo stesso che mi aveva portato a stringere le gambe attorno al tuo dito medio e a guardarti masturbarti fino all’orgasmo.

Mi poggiavo alle pareti fredde e piene di ruggine mentre risalivo la scala a chiocciola come se stessi risalendo il fondo della mia coscienza. Stanca e senza fiato, con i piedi doloranti, scheggiati da scogli e vetri, salivo gli innumerevoli gradini e ogni volta credevo che sarebbero stati gli ultimi. Il tuo passo silenzioso mi seguiva. Alla fine della scala caddi su me stessa. Battei le mani contro il pavimento. Avvertii tre gocce di sudore rigarmi la fronte e poi sollevai lo sguardo. C’era un materassino da mare e un sacco a pelo aperto. Uno stereo. Una bottiglia d’acqua. Una busta bianca con i resti di qualcosa. Pensai a Giusy e Marica che tra poche ore si sarebbero svegliate e mi avrebbero cercata.

Voglio tornare in campeggio, dissi. Non mi piace questo posto e poi sono stanca.

Sorridesti ma ora non era esattamente un sorriso, era un ghigno sadico che ti inspessiva le rughe sul volto, lasciandoti indossare altri vent’anni.

Prima riposati, sarai stanca, non è così vicino il tuo campeggio.

Frequenza cardiaca accelerata, brividi, fame di respiri.

Mi guardai intorno. Mi sembrava, in questo luogo, di esserci già stata. L’odore di ruggine e sale sulle pareti. Il materassino con quella coperta. Tutto questo blu. Sollevai lo sguardo e ancora ti guardai.

Penso di non sentirmi bene, ti dissi.

Riposati, rispondesti, sarà tutto più chiaro.

Non so nemmeno il tuo nome, dissi in ansia. Da quanto tempo sono qui?

Mi guardai intorno meglio, infilai gli occhi dentro gli oggetti, quasi a volerli svuotare con lo sguardo. La ruggine alle pareti sembrava sangue incrostato. Sollevai le coperte del letto e trovai tre grossi coltelli da cucina, sei spine di pesce. Con il cappuccio della felpa ti copristi la testa. Sentivo l’eco delle nostre risate la prima sera, quando trovammo questo posto. Vedevo i nostri corpi avvinghiati uno sull’altro.

Devo tornare.

Non tornare.

Devo.

No, non tornare, resta qui con me.

Ma come faccio?

Sarà un sogno, te lo prometto. Vivremo qui, avremo tutto.

Sento l’odore della carne putrescente.

Dimmi la verità, quanto tempo è passato?

Taci.

Sento puzza di cadavere nella nostra stanza e vedo occhi ovunque. Gli occhi di quei ragazzi una notte d’estate. Gli occhi dei giornali che denunciavano la mia scomparsa. Gli occhi gonfi di lacrime delle mie amiche. Gli occhi di tutte le notti che ci siamo fatti di illusioni, come narcotici per nasconderci dal mondo.

Vedo i nostri corpi uno sull’altro. Il tuo sesso nel mio e il tuo seme nel mio corpo. Ero a cavalcioni su di te, sulla tua pancia. La mia fica aveva ingoiato il tuo seme come un’avida bocca.

Devo pisciare.

Falla qui.

Ma che dici?

Voglio che mi pisci addosso.

Le tue dita a stimolarmi i sensi. Le tue dita nella mia fica e poi bagnate sul clitoride.

Voglio che mi pisci addosso.

Le tue dita muoversi lì come due piccole lingue umide dei miei stessi umori. Sentivo il calore farsi largo tra le cosce e il piacere sgusciare insieme al getto caldo e sottile di urina che bagnava la tua pancia, i tuoi peli e i materassini sui quali dormivamo, del mio fluido caldo e dorato.

Vedo i nostri occhi fissare le stelle in una notte d’inverno. Le nostre sagome avvinghiate e avvolte da coperte di lana. Il nostro odore sempre più simile al mare, da un lato e al puzzo di urina che si era impossessato di noi, dall’altro. Di quel puzzo ne erano piene le pareti, i vestiti, la nostra pelle.

Quanti anni ho? Sedici? Ventisei? Non so più nulla. Vidi la nostra storia riflessa nei tuoi occhi. La vedo ancora, adesso che sono qui con te di nuovo e non ricordo chiaramente cosa sia accaduto. Dev’esserci stato l’amore. Deve. Non avrei rinunciato a dieci anni della mia vita, sparendo dal mondo senza lasciare tracce, senza un valido motivo. Sì, doveva essere amore. Un amore sporco e maledetto che ci teneva fragili e distanti dal mondo. Fuori della realtà ogni cosa acquista consistenza. Le pareti, i muri, ogni cosa è impregnata di noi, del nostro odore. Una notte vennero a scovarci. Temevamo che fosse la polizia. Era ancora estate, l’ennesima estate. Un gruppo di persone indicava verso il nostro mondo, il nostro rifugio. Chi erano queste persone? La curiosità ebbe la meglio e andai loro incontro. C’era l’odore del fuoco di inizio estate. Di gioia, briosità. Mi persi con questi ragazzi. Credevano di aver trovato il tesoro. Come un tesoro mi lasciai maneggiare. Non vi era alcuna violenza. Leggiadra affondai birra e vino e droghe pazze nella mia bocca. Affondai la mia bocca in quella di ciascuno di loro. Non venisti a cercarmi. Forse avresti potuto salvarmi ma non lo facesti. Me ne domando ancora il motivo. Queste persone per me non avevano volto né nome. Erano la promessa di una vita senza sbarre. Erano la promessa di un ritorno alla realtà. Fu per questo che li lasciai entrare. Uno per volta, mi presero. Non guardai mai i loro volti ma mi lasciai afferrare, anzi, fui io a provocarli. Ho giocato con la loro pelle fino a vederli contorcersi di voglia. Volevo fuggire dall’incantesimo. Ho lasciato che spalancassero le mie cosce e che m’iniettassero del loro seme. Uno per volta li ho sedotti, amati, divorati. E mi è piaciuto. Mi è piaciuto avere l’immagine di te che mi aspettavi lì sul faro sbattendo la testa contro il muro mentre i miei seni morbidi erano accarezzati da mani e lingue di sconosciuti senza volto né nome. Mi piaceva l’idea di ferirti. Tu avevi ferito me per tanto tempo e non ne eri neppure consapevole. Quella notte si estinse in un’orgia di luce blu elettrica all’orizzonte e uno di loro mi chiese di accompagnarli in campeggio. Si parlava di viaggi e promesse di trascorrere l’estate insieme all’insegna della gioia, della libertà, del desiderio, della scoperta. Ma non appena intravidi il sentiero che riportava nel mondo dal quale mancavo da ben nove anni, ebbi un sussulto. Il mio stomaco si contrasse e i miei organi sembrarono spazzati via da un’ondata di freddo. Quel sentiero, gli uomini, la vita. Ancora non ero pronta. Avevo violentato me stessa col corpo degli altri per costringermi a vivere ma questa vita che mi scorreva addosso non potevo afferrarla. Non vedevo che vuoto e mi odiavo e ti odiavo perché sapevo esserti simile come nulla al mondo. L’unico, saresti stato l’unico ad avermi. Ti eri preso la mia esistenza, i miei anni, la mia giovinezza e ora non potevo più tornare come prima. Potevo sedurre milioni di uomini, fare orge con un’intera legione ma il muro tra me e il mondo reale non potevo distruggerlo. Quel muro aveva il tuo volto e il tuo nome. Li abbandonai. Guardandoli allontanarsi nella foschia dell’alba, fissavo le loro orme travolgere granelli e sparire. Fissavo le mie di orme e contavo i passi che mi separavano dal faro. Non molti in realtà. Quando tornai, tu non volesti guardarmi. Trascorremmo un intero mese come perfetti estranei finché non mi accorsi di una cosa.

Non ho il ciclo da un mese.

Per un attimo mi guardasti come la prima volta. Sperasti di poter essere tu il padre. Trascorsero i giorni, le settimane, i mesi. Mi tenevo le gambe con le mani e guardavo il mio ventre crescere. I tuoi occhi crudeli si posavano su di me come all’inizio e le tue mani sapevano accarezzarmi come la prima volta. M’illusi che quello fosse nostro figlio. M’illusi fino al giorno in cui mi dicesti di scegliere.

O me o lui.

Ma che dici? È tuo.

Non è mio, lo so.

Per una notte di baldorie?

Ne sono certo.

Mi chiedo ancora come tu abbia potuto mettermi di fronte a una scelta del genere. Ricordo le parole di mia cugina la prima notte: è pazzo. Forse eri pazzo, forse lo sei ancora, quel che ignoravo era che la follia avrebbe travolto anche me. Ottundendo i miei sensi. Non esiste raziocinio là dove la realtà è sacrificata all’immaginazione. L’immaginazione è immensa e immonda come una divinità dal duplice volto.

Quella busta bianca piena di resti di qualcosa. Cibo? Quella busta comincia a darmi il voltastomaco.

Cosa c’è là dentro?

Lo sai.

No, non è vero!

Sento nelle ossa il dolore della colpa. Vedo i giorni cadere come granelli di sabbia al vento.

E poi ricordo la notte in cui ebbi le doglie. Quella busta. E il mio male. Il mio errore. Il nostro errore.

Che cosa abbiamo fatto?

Ti domando rabbrividendo.

Cerchi di abbracciarmi ma ti spingo via.

Che cosa abbiamo fatto? Che cosa abbiamo fatto?

Non puoi tornare indietro.

Voglio, devo!

Non puoi cancellare gli eventi come se non fossero mai esistiti.

Sì che posso.

No, non puoi.

Cammino adesso su questa spiaggia insieme a mia cugina, Giusy, giornalista, sposata con due figli e a Marica, banchiera dal felice fidanzamento. Cammino per questa sabbia l’ultima volta prima di sparire definitivamente tra le onde. Io e i miei capelli rossi di bambina che non voleva crescere. Di madre assassina. Allucinata. Demone dall’ignobile fattezza. Cammino a piedi scalzi fino al mare. Mi volto e non c’è più nulla e nessuno: né Giusy, né Marica. Forse non vi è mai stato nulla e nessuno. Tu sei qui, vicino a me, tra le onde. Nostro figlio è disseminato nel mare. E questo mare ci appartiene o forse siamo noi ad appartenergli. Non c’è più nulla là fuori che valga la pena scoprire. E forse non vi è mai stato nulla.

© Ilaria Palomba

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Di me bambina ricordo l’innocenza della crudeltà. L’ambivalente foga da perversa polimorfa, direbbe Freud. Ricordo di sguardi indagatori mentre rompevo le teste delle bambole e chiedevo a mio padre di ricomporle. Ricordo l’ardore con cui sbattevo il capo al pavimento e il corpo al muro facendomi lividi viola. Ricordo le lunghe masturbazioni, fantasticando su corpi che mai sarei stata.
Lo facevo sempre, lo facevo in luoghi poco consoni all’atto. Avevo iniziato a cinque anni nel bagno dalle mattonelle verdi mentre l’acqua scrosciava sulla mia vagina, non l’avevo fatto a posta, sfiorandomi avevo avvertito una scossa nei muscoli. Si propagava e filtrava. Invadeva la carne. Era gioia fisica. Mi osservavo e scoprivo che là giù qualcosa s’ingrossasse e che da quell’ingrossamento dipendesse il piacere. Dopo aver provato questo giochetto l’avevo ripetuto ovunque: sotto le lenzuola, sul tappeto di vimini della mia stanza, sul divano bianco arricciato del salone, la sera, mentre ero lì seduta a guardare la tv con i miei. Mi ignoravano.
Una sera mio padre mi chiese cosa stessi facendo. Quella fu la prima volta che mi resi conto dell’errore. Non mi fermai. Ho prurito, dissi. Era estasi e angoscia, innocenza priva di significazione. Mia madre, medico, subito andò a cercare creme lenitive, saponi antimicotici e antiallergici.
Ripensavo alle parole di mio padre, ai loro sguardi. Non provai mai più per intero quella gioia. Ora si legava alla colpa, al timore di essere scoperta. Il desiderio di farlo mi veniva quando c’erano corpi di donne, pezzi di carne al vento, labbra rosse, sfioramenti, schiene nude e pelle contro pelle, nei film. Quella sera era stato così, una maggiorata in tv si spogliava in una stanza d’albergo davanti a un uomo dal torace ampio e lo sguardo acceso. Automaticamente, senza pensarci, avevo iniziato a sfregare le dita nel cavallo dei pantaloni e per lungo tempo i miei non mi avevano vista o avevano fatto finta di non vedermi. Poi a un tratto quella domanda di mio padre. Fu una frustata. Eppure non potevo trattenermi. Arrivai alla fine, a quella scossa e provai piacere cercando di non emettere suoni. Dopo mi venne da piangere. Ebbi la sensazione di aver fatto una cosa orrenda anche se non sapevo di cosa si trattasse. Più mi sentivo in colpa e più volevo toccarmi.
Una volta lo feci al cinema e nessuno se ne accorse. Un’altra volta fu davanti alla mia baby-sitter che leggeva chissà cosa a labbra socchiuse brillanti di lucidalabbra lampone. Un’altra volta ancora lo feci in Chiesa quando il prete recitava la Santa Messa. Non faceva che fissarmi mentre mi toccavo e aveva gli occhi piccoli e fiammanti, come se volesse darmele di santa ragione. Più mi fissava e più mi toccavo. E volevo che mi sgridasse, che mi prendesse a schiaffi, volevo tantissimo sentirlo imprecare. La voglia andò via dopo la scossa, quando il senso di colpa regnava sovrano. Era una tristezza che si manifestava come un vuoto all’altezza dello sterno. Lo stomaco si chiudeva, gli occhi s’inumidivano e la gola diveniva secca.
Il prete aveva lo sguardo degli sciacalli. Mandò a chiamare i miei genitori dopo la messa. Io li spiavo parlare ma non riuscivo a sentire. Alla fine mia madre mi prese in disparte e mi chiese perché facessi quelle strane cose. Non volli parlare, era orribile, qualcosa di sporco, non nel mio atto ma in tutto l’interesse che suscitava. Mio padre mi fece promettere che non l’avrei più fatto. La notte fissavo il soffitto al buio e vedevo le ombre. Frusciavano lievi e sembrava parlassero. Avevano la voce di mia madre. Dicevano: che cos’hai fatto? Che cos’hai fatto?
Così cercai di trattenermi, di evitare di toccarmi ogni qual volta vedessi una donna dai seni grandi, dalle labbra umide, una coppia pomiciare o quando semplicemente mi sentissi sola. Non lo feci per alcuni giorni finché una volta il prete, dai capelli bianchi e gli occhi sgranati, mi fermò fuori dalla chiesa di Viale Caracciolo. C’era un sole splendente e i giardinetti erano gremiti di ragazzi con i pattini. I miei quella mattina non erano andati a messa e neanch’io. Passeggiavo, volevo un gelato dal bar accanto alla chiesa. Il prete mi vide e mi disse che doveva parlarmi. Avevo canini nella pancia. Finita la messa entrò nel confessionale e mi disse che avrei dovuto chiedere perdono per ciò che avevo fatto quella mattina a messa. Sentivo strappare via lo stomaco. Gli dissi che non sapevo a cosa si riferisse. Ma lui continuò imprecando: certo che lo sai, peccatrice, recita dieci padre Nostro e nove Ave Maria. Pungolata da quei denti ero un fuoco. Gli dissi che non conoscevo le parole e memoria. Allora lui, con voce stridula e rantolante, m’invitò a entrare nel confessionale. Adesso ti faccio vedere io cos’hai fatto. Così aprì la porticina e io entrai. Eravamo solo io e lui lì dentro al buio. Il suo fiato era pesante, sapeva di aceto. L’odore della sua pelle era acre. Mi prese il polso con tale fervore che credei volesse strapparmelo. Poi condusse la mia mano tra le mie gambe, lì dove ero solita sfregarmi. Mi sentii così offesa da questo gesto, come se l’avesse svelato al mondo intero. Nella pancia quei denti mi mangiavano. Ecco, cosa facevi, sussurrava ansimando, questo facevi, peccatrice, blasfema! E io lì, arsa dalla vergogna, chiusa in quel mezzo metro buio e fetente, non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel che cresceva nella sua tunica. Lo sentivo strisciare addosso ma questa volta non provavo alcun desiderio di toccarmi. Se non sai recitare le preghiere, per farti perdonare tocca qui. Guidò la mia mano sotto la sua tunica e per un attimo sentii qualcosa di caldo e duro. Poi mi dimenai gridando e scappai via in un lampo. Una volta a casa raccontai l’accaduto ai miei genitori. Non andammo in chiesa per parecchio tempo e quando tornammo il vecchio parroco non c’era più.

© Ilaria Palomba