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IL BAMBINO E LA CONCHIGLIA – un dialogo

Arrivo nella piccola piazza, M. mi aspetta con un cappello nero di lana, fa freddo ma oggi almeno non piove. M. lo conosco da un po’, ha 52 anni, mi ha detto che avrei potuto scrivere il suo nome ma poi ci accordiamo per un puntato. Camminiamo un po’ cercando un bar con poca gente. Finiamo in una rosticceria con i tavoli argentati. Prendiamo un te’ freddo e una bottiglietta d’acqua, i rumori delle auto si frappongono alle nostre chiacchiere, gli occhi di M. sono molto chiari e alla luce del sole appaiono ancora più chiari. Fumiamo e cicchiamo per terra. Gli dico che registro.


I: Dimmi, come inizia la tua storia?
M: Sono cresciuto in una famiglia dove i soldi non mancavano, in questa grande città metropolitana. Ma non sono andato all’asilo. Mi sentivo molto a disagio. Era la fine degli anni sessanta. Ho perso la prima occasione di socializzare. Mio fratello invece all’asilo c’è andato.


I: Avevi paura?
M: Forse era paura. Hai fatto bene a chiamarla paura. Paura di tutti e di tutto. Invece alle elementari mi trovavo bene, poi ho iniziato a perdere voti in condotta, a subire le prime sconfitte. Mi è venuto in mente dopo, avevo questo orgoglio, questa arroganza innata. Mio papà faceva il pilota civile, lo vedevo entrare in divisa e pensavo: ho il papà più potente del mondo. A quell’età mio padre iniziò a versarmi un po’ di vino nell’acqua per farmi sorridere.


I: Eri triste?
M: Pensavo molto. Avevo paura, non so di cosa. A me comunque piaceva ’sto vino nell’acqua, invece mio fratello rifiutava. Fatto sta che cominciavo a perdere voti. A che età è iniziato il mio disagio, a che età è iniziato il mio alcolismo, io non lo so.


I: Il disagio è legato all’alcol?
M: Non lo so ma penso ci sia un circolo vizioso. In ogni caso avevo paura del manicomio, a quei tempi mandare una persona dallo psicologo significava aprirgli la strada verso il manicomio. I manicomi li hanno chiusi dopo, nel ‘78, con la legge Basaglia.


I: Cos’è questo circolo vizioso?
M: L’alcol solo alcune persone lo possono bere e sono le persone che hanno bisogno di poco. Io non sono così, io voglio tutto. Comunque, nonostante questo stato di infermità psichica e alcolismo, non sono mai stato bocciato.


I: Questa cosa la dici a posteriori ma nessuno si era accorto che qualcosa non andasse?
M: Mia madre gli diceva che forse non mi faceva bene e mio padre diceva che il vino fa bene al sangue, non fa tremare le gambe.


I: E i rapporti con gli altri?
M: Sono stato sempre un solitario. Mi sono fatto comprare, verso gli 11 anni, il kit del piccolo elettronico e mi mettevo a giocare da solo, mi piacevano i giochi d’ingegno. Gli amichetti del palazzo non mancavano quando c’era da andare a dare quattro calci al pallone ma non mi sono mai appassionato. Ho fatto le medie. In terza mi dissero che avrei dovuto fare il tecnico industriale e invece ho voluto fare il liceo classico. Si è rivelato un piccolo errore.


I: Perché il classico?
M: Mi sono appassionato al greco quando un professore di terza media mi ha fatto vedere la derivazione di una parola dal greco. E così liceo classico.


I: C’è un momento in cui le cose si sono frantumate?
M: I miei si sono messi a litigare in casa, avevo 16 anni, mio fratello 13, deve aver sofferto più di me. Invece di prendere questa cosa con mestizia ero contento. Finalmente si scioglieva quel cappio che avvertivo. Avevo sempre avvertito una tensione. Non lo dicevo, non mi sembrava giusto. Pensai: finalmente posso organizzarmi la vita come voglio io.


I: Ti sei schierato?
M: Mi sono messo all’inizio dalla parte di mio padre, pensando all’uomo forte, in divisa, che ha sempre ragione. Poi ho cambiato bandiera e sono andato a stare con mia madre. Nel frattempo mio padre era stato allontanato dalla compagnia aerea perché beveva. Poi aveva provato ad aprire una compagnia commerciale ma non aveva funzionato. Mio padre non era uno che parlava, agiva sempre. Mia madre si è ammalata.


I: Di cosa?
M: Disturbo bipolare. Fu ricoverata. Mio padre l’ha mandata via di casa, l’ha spedita dalla madre. L’ha allontanata. Erano gli anni ’80, da poco avevano chiuso i manicomi. Non era molto accettabile stare male.


I: Pensi che tuo padre abbia avuto paura?
M: Certo, il pregiudizio è terribile. Accade spesso, anche quando giro nei bar me ne accorgo.


I: Che succede?
M: Lo avverto. Per esempio so che mi vesto in modo strano. Ho notato, quando ero al bar, che un banchista mi chiamava sempre ragazzo, anche a quarant’anni, mi sono chiesto: perché questo mi chiama sempre ragazzo? Ho notato che la gente quando inizio a parlare di certi problemi non vuole più parlare.


I: Perché?
M: Manca la connessione con la soluzione, la connessione razionale con il fatto che esista una via d’uscita. Da quando sono in cura, dal 1997, ne ho trovate di soluzioni temporanee, non ero così 10 anni fa, 20 anni fa. Ho trovato su internet un video che si chiama “Ti stai sbagliando, mi riprendo la vita”. Lì c’è gente che è migliorata, si può vivere bene, è una cosa raggiungibilissima, non sono né psichiatra né psicologo ma ho una certa esperienza.


I: Com’è stata la tua maturità?
M: Dopo il liceo sono partito per l’Inghilterra. Mio padre mi aveva detto: Non vuoi lavorare, almeno vai a imparare l’inglese. Lì ero nella stanza di un maestro d’arte, ho fatto un mese di corso d’inglese e poi ho cercato lavoro, non ci volevo tornare a casa. Sono finito al McDonald’s, sono stato lì nove mesi, ho bevuto pochissimo in questi nove mesi. 


I: E poi sei tornato in Italia?
M: Uno dei problemi che ho è di prendere decisioni. Voglio prendere tutte le strade. 


I: Cos’è il tempo?
M: Dimenticarsi dell’età. Io non ci penso mai alla morte, tranne quando vedevo qualche film. Sai come ho fatto? Mi sono messo il timer a 30 minuti. Mi sono detto: Sto pensando e sono passati 5 minuti, sto pensando e sono passati 10 minuti. Sto pensando e sono passati 30 minuti.


I: Cos’è l’infinito?
M: C’è un uomo che vede un bambino in una spiaggia, con una conchiglia mette sempre l’acqua in una buca e gli chiede: Cosa stai facendo? E quello dice: Io voglio mettere tutto il male qua dentro. Sembra una storia simile. È la storia di un santo. L’infinito però ha un significato matematico.


I: Cos’è Dio?
M: Una persona.


I: La famiglia?
M: Abbiamo avuto un volpino nero che è impazzito a stare in famiglia, l’abbiamo dovuto abbattere.


I: Perché?
M: Il non detto ti ammazza, ti fa a pezzi, il non detto è pericolosissimo. Quando qualcosa non andava bene mio padre si chiudeva e non parlava più. Non ricordo una volta in cui i miei si siano dati un bacio sulla guancia. 


I: Non hai pensato mai di farti una famiglia tua?
M: Sì, ma con l’esperienza della mia famiglia non me la sono sentita. Con una sono stato quattro anni ma l’ho tradita e non ho avuto il coraggio di tornare e chiedere scusa, le ho fatto una sceneggiata davanti all’uscio di casa e basta, è finita là, in chiaro non ho messo niente. Come mi hanno insegnato a casa.


I: A parte il vino nell’acqua da bambino, quando hai iniziato per conto tuo?
M: A ubriacarmi ho iniziato alle feste. Ero timido, arrivavo alle feste del liceo già ubriaco, poi continuavo, finché non mi hanno invitato più. Ero assente, non c’ero proprio. Poi ho continuato per conto mio.


I: C’è stato anche altro, hai studiato?
M: Ho fatto il militare, lì tutto bene. Poi mia madre ha detto: O lavori o fai l’università. A me non andava. Ho iniziato ma ho mollato anche l’università e sono andato in Germania. Studiavo sistemi informatici aziendali. Nella mia mania di prendere tutto e di vivere eternamente pensai: mia madre mi ha detto fai economia, a me piaceva la tecnologia, accontentiamo tutti. Poi l’alcol ha preso il sopravvento. In Germania c’è la birra, figurati. 


I: E adesso?
M: Adesso continuo a fare delle cose a vuoto ma mi rendo conto che non va bene. Devo bilanciare. Sennò finisco in reparto.


I: Ti hanno mai ricoverato?
M: Dopo la Germania sono tornato in Italia, da mio padre, dopo tre mesi sono stato al F., un ospedale pubblico, è stato un po’ traumatico, mi ci ha portato mio padre, è stato il primo ricovero in psichiatria. Non mi hanno mai fatto TSO, sono andato spesso volontariamente. Se ti fanno un TSO sei forzato e il personale ti tiene a distanza invece se vai volontario, dicono: Questo ha bisogno di un’aggiustatina, un po’ di riposo. 


I: Perché ti ricoveravi?
M: Provavo a seguire quello che mi diceva la testa e mi rendevo conto: no, c’è qualcosa che non funziona. Mi si accendeva la lampadina e dicevo: ma perché continui a fallire? Dopo aver vagato tutta la notte, andavo nel reparto più vicino e dicevo: Ho bisogno di essere ricoverato.


I: Secondo te la psichiatria in Italia funziona?
M: Funziona molto meglio di qualche anno fa, pensa a quando c’erano i manicomi. 


I: Forse dipende anche da dove capiti…
M: Questo è vero.


I: Cos’è che serve?
M: Servono più reti, non internet, reti umane. Il sogno sarebbe che andassero tutti d’accordo, gli operatori, per trasmettere una sensazione di armonia anche a noi. Io mi sono sempre dato da fare.


I: In che senso?
M: Tra colloqui, assistenti, sociali, educatrici, psicologi, sono finito a fare un corso di ristorazione collettiva che è cominciato nel 1998. Hanno aperto una cooperativa sociale, ho iniziato a lavorare lì come socio, è andata bene per un po’, poi la mia impressione è che si siano fatti entusiasmare dal denaro, hanno perso un po’ la missione di aiutare le persone con disagio psichico allora mi sono licenziato e me ne sono andato. Ho fatto il volontario a Sant’Egidio con i pazienti psichiatrici.


I: Non è faticoso lavorare con persone con disturbi psichici?
M: Se le hai sentite sulla tua pelle, certe cose, ti viene anche la serenità e la tranquillità di confrontarti, alla fine diventa un mondo, c’è anche il pericolo che ti chiudi in quel mondo e con i normali non ci stai più.


I: Tu come ti percepisci? Solo come paziente o sei prima di tutto tu con la tua identità?
M: Quando riesci a unire le due cose, in quel momento stai bene. È importante anche spendersi, religiosamente.


I: Quando hai sentito questa necessità religiosa?
M: Ho cominciato facendo avanti e indietro nelle navate di Sant’Ambrogio, capivo che lì c’era qualcosa che volevo e non sapevo cosa fosse ma, pensavo, ci dev’essere qualcosa, cos’è questo vuoto? Poi una signora un giorno mi chiese di leggere una messa ed entrai in un gruppo liturgico. Ho cercato sempre di andare a messa, la domenica poi c’è la messa in latino.


I: Cos’è la morte?
M: Ho il conforto della religione che mi dice che quando morirò ci sarà o l’Inferno o il Purgatorio o il Paradiso. Non ho paura di scomparire neanche dopo quest’intervista. Penso che mi sto comportando abbastanza bene per guadagnarmi anche il Paradiso.


I: Cos’è il suicidio?
M: Ho tentato anche il suicidio. Con il taglio, con la varichina, con le pillole. Mia madre mi ha salvato quando l’ho fatto con le pillole. Con la varichina mi sono salvato da solo. Con i polsi aperti sono andato da solo al pronto soccorso. In quei momenti là pensi che sei un fallito, la speranza se ne va, vuoi scomparire. Io ce l’ho ancora questo pensiero, di scomparire, ma adesso mi metto una mascherina nera, mi stendo sul letto e metto la musica, spesso i Pink Floyd.

Dialogo tra M.D.S. e Ilaria Palomba

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