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Monthly Archives: luglio 2014

perché amo questo popolo di silvia todeschini_0

“Perché amo questo popolo. Storie di resistenza palestinese” di Silvia Todeschini (Edizioni Bepress, 2013, 183 pp.), è una raccolta di interviste a metà strada tra racconti e reportage narrativi. L’autrice è attivista dell’Internazional Solidarity Movement e della rete italiana ISM. È andata in Cisgiordania all’inizio del 2009, per poi cercare di tornare un anno dopo ed essere respinta all’aeroporto di Tel Aviv dalle forze di frontiera israeliane. È stata attivista a Gaza dall’ottobre 2010 al dicembre 2011. In questo libro ha raccolto storie di resistenza palestinese, grazie a interviste rivolte a donne e uomini di varie estrazioni sociali. Il contadino, Abu Khaled, che, fuggito dalla propria terra dopo aver visto fucilare la sua famiglia, continua a seminare grano, nonostante l’esercito israeliano ogni volta distrugga le coltivazioni. I pescatori, sparati a vista non appena superano le 3 miglia, ovvero un limite insostenibile, dal momento che normalmente la pesca si svolge su minimo dieci miglia. Sparati e arrestati mentre cercano di tornare indietro a prestare soccorso a un amico colpito dai proiettili. L’eroina islamica Fatma, partita incinta per aiutare il suo popolo a difendere la propria terra, subito arrestata e torturata. Costretta a partorire legata al letto, a non poter allattare suo figlio, a vederlo crescere in prigione, maltrattato, offeso e denutrito. Queste e molte altre storie di vita vissuta al limite della sopravvivenza e della sopportabilità, raccontate in modo diretto e cronachistico. Inframezzate da cenni storici che spiegano tutti i passaggi dell’occupazione Israeliana in Palestina, di come lentamente un popolo si sia impadronito della terra e della vita di un altro. Nei racconti fatti da contadini e pescatori, per esempio, emerge come gli israeliani non permettano ai palestinesi di coltivare i terreni e di pescare, poiché non vogliono che siano autosufficienti. Vogliono renderli dipendenti per quanto riguarda i bisogni primari. In oltre, verso la fine del libro, precisamente a pagina 158 c’è un’interessante quanto aberrante esposizione su come il governo italiano sia complice dell’occupazione israeliana. Dal 2008 al 2012, patti Nato, scambi di armi, leggi di sottesa alleanza, esercitazioni militari congiunte e altri accordi di cui non si sa nulla o quasi. Per citarne solo alcuni: “A luglio 2012 è stato ratificato un accordo che prevede la vendita di 30 M346 prodotti da una branca di Finmeccanica italiana per Israele.” “Mario Monti ha particolarmente spinto per la sua attuazione.” “L’Italia è obbligata a comprare da Israele armamenti per un valore non inferiore al miliardo di dollari.” “L’Italia acquista da Israele missili Spike, … droni e i famosi radar antimigranti a lungo raggio, che vengono installati in Sardegna” e in molte altre coste italiane. “Il filo spinato installato in Valsusa per difendere il fortino militare, ai danni degli abitanti del posto, è di ideazione israeliana.” “Nel 2012 sono stati simulati combattimenti aerei tra cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani ed Eurofighter e Tornado italiani, inoltre, cosa gravissima, sono stati eseguiti veri e propri lanci di missili aria-terra e di bombe a caduta libera.” “All’interno dell’Operazione Vega le esercitazioni si ripetono con regolarità da diversi anni.” È un libro coraggioso, parla chiaro e permette al lettore di entrare nella quotidianità delle violenze che il popolo palestinese ha subito e continua a subire. È un libro che fa chiarezza sui meccanismi politici, storici ed economici che hanno portato alla situazione attuale. È un libro profondamente autocritico nei confronti dell’Europa e dell’Italia ma anche portatore di una volontà rivoluzionaria che dal popolo palestinese investe e contagia coloro che ne entrano in contatto. Le ultime pagine raccontano di tre attivisti: un’americana, Rachel Corrie, un tedesco, Thomas Hurndall, e un italiano, Vittorio Arrigoni, brutalmente uccisi dalle forze armate israeliane i primi due, rapito e poi ucciso da un gruppo jihadista il terzo. La prima, uccisa a 23 anni mentre si metteva tra un bulldozzer e la casa di alcuni palestinesi che l’avevano ospitata per mesi. Il secondo, colpito alla testa da un proiettile israeliano, sparato da una torretta di controllo, mentre portava via dalla linea del fuoco due bambine. Il terzo aveva scritto un libro sulla sua esperienza in Palestina e ne avrebbe scritto un altro, raccontava tutto su un blog e una pagina facebook ed è stato ucciso da un gruppo terrorista dichiaratosi afferente all’area jihadista salafita. Queste le parole di Rachel Corrie in una lettera ai genitori: “Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo… Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio… Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili.”

notte
Quando mi chiama, di rado riesco a rispondere. Forse non ho nulla da dirgli. O forse tutto. L’ultima volta ho accennato al fatto che vorrei scrivere un romanzo su di lui. È stato contento. Siamo identici. Per questo non possiamo coesistere. Nella stanza dalle mattonelle bianche a fiori blu cercavo di dirgli qualcosa. Anche se non ricordo esattamente cosa. Forse volevo chiedergli il motivo. Il motivo per cui non riuscissi a trovare una mia dimensione. Il motivo per cui continuassi a sentirmi fuori luogo ovunque e con chiunque. Il motivo per cui, a un certo punto della relazione, la gente cominciasse a odiarmi, calpestarmi e umiliarmi.
Ho sbagliato a usare droghe pesanti per otto anni. Vivendone almeno cinque in uno spazio senza spazio e in un tempo senza tempo. Gli dicevo: guarda, guarda come sono ridotti i miei vecchi amici, non saranno mai in grado di vivere nel mondo.
C’era l’odore delle melanzane al forno. Fuori dalla cucina arrivavano le voci del vicinato. Qualche grida in pugliese. Una donna al telefono. L’abbaio di un cane.
Non è come pensi. Non hai imparato ancora niente. Le persone vivono nel loro di mondo. Anche i tuoi amici tossici hanno un loro mondo, delle loro leggi. Tu dove vivi?
Mi sono alzata e ho preso del pane integrale. Mi sono guardata attorno e ho visto la prigione. Sartre diceva che l’inferno fossero gli altri. Ma non è vero. Non del tutto.
Il fatto è che, vedi, tu non soffri per qualcosa che gli altri possano comprendere. Io so cosa provi, è capitato anche a me.
Ho staccato dei pezzi di pane a casaccio. Ho cominciato a masticare. Avevano il sapore del legno.
Sento l’immobilità nelle cose. Tu non capisci. Persone rispettabili, persone stimate da tutti, mica criminali, persone a detta degli altri meravigliose, si avvicinano a me e diventano mostri. Io li rendo mostri. Ma non comprendo cosa faccia di così sbagliato.
Ah non lo comprendi?
No, non lo comprendo.
Valichi dei confini. Confini sacri che nessuno al mondo deve permettersi di superare.
Avrei voluto gridare che fosse colpa sua, tutta colpa sua, non avermi reso capace di conoscere i limiti.
Lui ha acceso una sigaretta. Ha versato del vino nel suo bicchiere. Mi ha domandato se ne volessi un po’. Ho avvicinato il bicchiere alla sua mano. E mi è sembrato balordo non riconoscere gli odori e i sapori. Avere il senso dell’indistinto nel palato.
Nel piatto avevo pezzi di mollica e melanzane smembrati. Strappavo, separavo, inzuppavo il pane. Poi lasciavo tutto sul fondo. Per il tavolo le molliche avevano formato un recinto. Aveva la consistenza di un panorama postnucleare. Le pareti erano schizzate di sugo. Mi sembrava il nostro sangue. C’era l’odore della carne alla brace. Lui stava mangiando carne. Io non ne mangiavo ma era lo stesso. Le pentole, tutte insieme sui fornelli, sul lavandino e sul tavolo, erano pezzi di acciaio sporchi. Tutto sembrava esploso.
Provavo a mandar giù quel pane al gusto ligneo ma non saliva e non scendeva. Bevevo del vino e aveva il sapore amaro di un vecchio sciroppo. Il legno s’incastrava nel palato e raschiava l’epiglottide. Il bicchiere mi sembrava pesare il doppio. Ogni cosa in quella stanza sembrava aumentare di peso. Divenire immensa. E schiacciarci.
Non so, è tutto vano, tutto inutile. Vorrei partire. Andare in Palestina, oppure in Africa. Lottare per qualcosa in cui credo. Mi sento impotente.
Ha sorseggiato lentamente e si è messo una mano sulle tempie.
Non capisco come, dopo tutte le esperienze che hai fatto, tu riesca ancora a essere così ingenua.
Forse sono stupida, ci sono rimasta sotto con qualche trip.
No, non credere sia così facile svignartela.
Che intendi?
Lui si è alzato dalla sedia blu e ha fatto sei passi. Ne ho sentito i rimbombi. Ha aperto i vetri del balcone e si è sporto parecchio. Per un attimo ho temuto volesse gettarsi di sotto. Ho affrontato la gravità da cui mi sentivo trattenere. L’ho seguito. Ho visto la punta arancione della sigaretta scintillare roteando nel buio. Mi è sembrato il corpo suo. Giù. Nel vuoto. Finalmente libero. Da me. Ho sollevato lo sguardo ed era ancora qui, a un passo da me. La fronte corrugata. Lo sguardo altrove. A volte vorrei picchiarlo. Vorrei stringergli i polsi e mettermi a gridare: perché non ti va bene niente di me? Perché?
Ho dovuto dominare i miei istinti. Quando è rientrato la tavola era piena di molliche di pane. Ogni pezzo di tavolo era sporco. Le molliche erano ossa e denti. Nelle pentole corpi. Pezzi di corpi. Una ecatombe organica. C’era l’odore di carne e melanzane e sughi indistinti. Cadaveri e sangue. Avevo mangiato solo i bordi. I resti del pranzo giacevano come cadaveri sulla nostra tavola.
Lo sai cosa mi dice la gente? Lo sai? Che sono viziata! Che posso permettermi di star male perché non devo scendere in strada e cercare di guadagnarmi da vivere!
Anche questa è una menzogna che racconti a te stessa. Se contiamo i lavori che hai fatto da quando avevi vent’anni vedrai che giungeremo a una visione del tutto diversa da quella da te proposta. E poi, non ho mai visto nessuno studiare come hai studiato tu, con quella serietà e impegno, quella…
Ossessione?
C’è stato il silenzio. Il silenzio è entrato nei muri. Il silenzio ha attraversato i mobili. Il silenzio ha trafitto gli oggetti. Il silenzio eravamo noi, siamo noi. In questo spazio senza spazio. In questo tempo svuotato.
Dopo qualche minuto mi ha detto di avere sonno e mi ha lasciata sola in quella cucina devastata. Non gli andava di ascoltare. Aveva trascorso l’intera giornata ad ascoltare gli altri. Ora non poteva farlo anche con me. Ho sentito il vuoto. Aprirmi il torace. Entrare con le boccate dell’ultima sigaretta prima del sonno. Ho provato invidia per i miei amici tossici che di quel vuoto si nutrono senza ferirsi. Ho provato invidia per le vite degli altri, così ben riuscite e lontane dall’insignificanza. Ho guardato il fumo entrare nei muri. Avevo il sapore della pioggia nella trachea. Non ho dormito. Non riesco a dormire. Non respiro la notte. I bronchi si stringono e mi cacciano via. Ho letto pagine bellissime di Deleuze. Deleuze, l’antifreudiano, Deleuze. L’antifallico, Deleuze. L’antiedipico, Deleuze. Mi sono addormentata con le prime luci dell’alba e non sono riuscita ad alzarmi prima di mezzogiorno. La casa era vuota e misteriosamente in ordine. Nessuna traccia della battaglia del giorno precedente. Avevo solo quindici minuti per prepararmi e arrivare in stazione e salire sul mio treno. Dal finestrino ho visto i campi di grano sgretolarsi e il cielo schiudersi in una crepa di marmo. Quando è arrivata la pioggia ho sorriso. Va tutto bene e andrà tutto bene sino a che alcuno scoprirà il nome della mia malattia.

 

 

iris
Voglio che tutto sia profondo e lacerante la superficialità mi ripugna mi ripugna la ripetizione dell’identico mi ripugna la dialettica servo-padrone maestro-allievo io cerco altro da molto tempo ho abbandonato quelle vesti mentre a mie spese scoprivo nel fuoco quanto poco fossi padrona io di me stessa allora ho compreso di esser dominata da tutto ciò che m’illudevo di dominare leggevo il freddo e il crudele di Deleuze riscoprivo la libertà di infrangere i ruoli inventavo fantasmagorie da demoniaca santificazione inventavo Iris l’ideale dell’io capovolto e adesso sono qui con lei a parlare della fine del mondo mentre la sua libertà collima con la mia libertà di scegliere e comprendere forse un giorno avrò parole diverse per gli abissi parole nazional-popolari come quelle che piacciono a voi forse un giorno scoprirò il mistero della seduttività programmata forse un giorno abbandonerò l’istinto in funzione della ragione calcolatrice ma adesso adesso lasciatemi ridere di tanta inutile banalità lasciatemi con Iris preda e predatore perdermi in questi abissi blu elettrico prima che il cielo divori l’orizzonte in apnea nelle venature dell’estremo dove c’è spazio solo per beati e battuti santi e dannati folli e mostri quelli che vi accapponano la pelle quelli che vi piace insultare poiché non conoscono il linguaggio della menzogna borghese lasciatemi nel mio universo-mondo santi sono solo i fottuti su queste note violente al chiaro di luna spezzato lasciatemi infrangere barriere di carne divorare corpi e ridere come Lighea alla presenza dell’umano.

 

 

i. p.

ilasangue

stare tra gli altri può essere istruttivo ma il più delle volte mi dà il voltastomaco fin da bambina guardavo la linea di confine chiamata orizzonte e vi scorgevo battaglie cromatiche immaginavo la grecia sacerdotesse e divinità non riuscivo a stare con gli altri alle feste delle medie mi pigiavo sotto i tavoli e c’era l’odore dei panini di gomma prosciutto stantio l’unto del rossetto delle zie e il rumore dei palloncini che scoppiano si compivano giochi atroci e avevo il timore di finire al centro del cerchio tra le risa fradice e tutti quei botti restavo nascosta nel legno ne seguivo le ispide insenature con le dita aspettavo tremando l’ora in cui quello scempio si sarebbe concluso così adesso con nessuno riesco a vivere in pace i piedi calpestavano l’asfalto di zone industriali e le voci per me non avevano suono c’era l’odore dell’estate nell’aria la luce solare aveva la consistenza degli incendi e guardavo nelle pieghe della pelle degli altri intravedevo storie ancora da profanare ascoltavo per stravolgere e desideravo per negare camminavo al fianco di tutta quella gente che inneggiava alla rivolta eppure ero sola all’ombra di uno specchio che non rimandava alcun riflesso mi hai detto che devo risolverla dentro questa faccenda della fuga prima non potrò scriverci un romanzo mi hai detto che anni e anni di sacrificio siano valsi solo a migliorare l’apparato semantico e vedo infrangersi nei coni d’ombra l’immagine di me che ho costruito negli anni come insegna siddharta bisogna prima diventare nessuno per arrivare a sé poi non è detto che questo sé esista davvero che sia solo il rimando negli specchi che non riuscivo a vedere che sia solo la danza delle illusioni cui da sempre mi son sentita avulsa quel miasma di corpi e suoni metropolitani e piani di realtà intersecati al buio dove vanno i ricordi se l’io è morto? dove sarà un giorno tutta questa esistenza di cui ciascuno è tramite? me ne sto in disparte a osservare le storie compiersi nella schiuma del mare i corpi fremere e crollare nell’assoluto dominio del tempo che ci abita e sovrasta in ogni brandello di questa luce agostina io vedo l’immenso ieri pomeriggio sulla via verso la metro c’erano i conigli fuggiti dal recinto si nascondevano tra le auto e tremavano cercavo di prenderli ma fuggivano fermavo la gente per strada ma nessuno voleva ascoltarmi chiamavo numeri verdi perennemente occupati credevo di essere come quei piccoli conigli fuggiti da un recinto troppo stretto e gettati in una voragine dove qualunque cosa in un istante può ucciderti vorrei che mi capissi amore quando ti parlo dei corpi avvicinandoti all’idea che ho della conoscenza vorrei che mi capissi amore mentre rovino la notte in orizzonti che non ti appartengono se fossimo capaci di stare al mondo come tutti non avremmo questo disperato bisogno di renderci dono e sporcarci di terra e di carne come se si trattasse di una qualche forma di redenzione e vorrei fossimo oltre la banalità del quotidiano il dominio tattile degli oggetti e delle merci – ciò che possiedi ti possiede – oltre l’identità cui scagliamo contro invidia rancore possesso denaro gloria gelosia sconfitta vorrei fossimo liberi su quella spiaggia in fiamme al vespro e potessimo raccontarci la vita come fosse la storia di qualcun altro.

© i. p.
foto di Vito Palmisani

ipapozzo

 

vorrei che nessuno avesse il potere di dissuadermi dal desiderio alle volte sento la guerra dentro e ne inspiro i riflessi inondano sommergono vedo dovunque giganti schiacciano calpestano il sacro cerchio è ormai chiuso e tu ne sei fuori perché non posso entrare? non sono colei che vorreste non sono la donna del dominio e dell’inganno cammino su strade dismesse caracollando calpesto l’asfalto e lui calpesta me non sono la donna del dominio e dell’inganno non sono colei che cercate sulle curve immerse nel sole nascente mi brucio la pelle ascolto le voci dei bambini sui ballatoi loro spingono e deridono non riesco a guardarli non appartengo ai branchi li scanso raccolgo i cocci delle bambole rotte frammenti di angeli senza colori non mi appartiene ingannare spezzare schiacciare e io non appartengo a quel regno darwiniano rifuggo l’umano vivo nei sottosuoli rizomi e zolle so creare il caos dalla fine dei mondi so scavare la terra e raggiungere il fuoco le mani degli angeli afferro quando non sanno volare non ci appartiene il regno del potere e della ragione non ci scalfisce la voce del tempo noi siamo altro e nulla potranno le porte sbattute in faccia e le parole lanciate come chiodi voi vi riempite la bocca di chiodi e non vedete oltre il vostro naso voi vi riempite gli orecchi di eco e non sentite i mari in tempesta voi inscenate trionfi sulla pelle di chi porta le stigmate voi non potete toccarci e noi saremo ovunque fuori dagli occhi di cemento in cui vi sentite al sicuro.

© i.p.
foto di Olivia Balzar