Skip navigation

Tag Archives: psicologia

Copertina Una volta l'Estate

In uscita il 30 giugno per Meridiano Zero

Prima presentazione a Roma: 30 giugno, con Paolo Restuccia e Loredana Germani, alle 18, alla Mondadori di via Piave.

Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.
Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.
I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.
Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi.

Un incommensurabile grazie di cuore a Massimiliano Santarossa e Paolo Restuccia che scrivono:

“In anni in cui troppa narrativa italiana sconta il peccato della distanza dall’impegno, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio, a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota alla controstoria, pertanto verissima storia, degli attuali figli d’Italia.”
Massimiliano Santarossa

“Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali della narrativa italiana di oggi, ironico, surreale, e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzo mette la sua voce al servizio di una storia profonda ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.”
Paolo Restuccia

 

Qui tutte le info, rassegna stampa, interviste, ect

image

Vorresti non odiarti, aver cura di te, impegnarti in ciò che fai, stare nelle cose, esserci. E invece non riesci a pensare ad altro che alle cose che possano dissolverti. Hai bisogno di leggerezza, di gioco, ma giochi solo col fuoco. Tutto ciò che ami si trasforma repentinamente in tutto ciò che odi. Vorresti dire al mondo di aspettarti. Non fare progetti. Non lavorare. Prenderti una pausa. Da tutto. Vorresti vedere qualcuno e chiedergli di non chiederti nulla, null’altro che abbracci, divorarsi di baci, darsi solo le stelle. E invece stai qui, ad ascoltare, non sai proprio dire di no. Stai qui a lasciarti manovrare dalle scelte, le decisioni, i sentimenti degli altri. E tu, cosa cerchi? E tu, cosa vuoi? Hai quasi 30 anni e stai ancora giocando con la vita e con la morte. Ma non ti vergogni? Ci vuole un progetto, un’aura di presentabilità. Sei una crocerossina del cazzo, pensi a tutti meno che a te. E poi ti divorano, ti mangiano, con le loro esigenze, con le loro paure, con le richieste cui ora non riesci a rispondere. Che cosa significa dare? Ci sarà pur qualcuno che voglia restare in silenzio, nel vuoto, tenendoti la mano. Senza cercare definizioni, senza pretendere prove, senza chiederti di essere solo la metà di quel che davvero sei. Ma tu hai paura del rifiuto e dell’abbandono, diventi ciò che loro vogliono vedere. Sei sempre stata solo ciò che gli altri vogliono. E tu, chi sei? Chi sei davvero? Lo sai? Lo sai chi sei? Non sai neppure se ti piacciano gli uomini o le donne. Se mangiare carboidrati a cena ti faccia star male. Se bere in quel modo non sia poi un tentativo di uscirne. Il grembo, l’addome, lo stomaco sa bene che stai ingannando il corpo per fottere la mente. Lo sai che stai abitando solo alterazioni per non sentire il peso della scelta, della pelle, della carne e del passato. Ma lui torna, il passato. E lo puoi sniffare ogni notte, in ogni frantumo di polvere una parte di te muore. Rinasce? Non resisti al giudizio. Non sai affrontare prove di cui non hai certi i risvolti. E nessuno finisce di metterti alla prova. La crisi, la sfida. Cercarti e poi mollarti. E lo fanno apposta. Lo sanno che sragioni di fronte agli abbandoni. E nessuno vede la bambina dietro le grate.

© i. p.

IMG_5866
Il pomeriggio vedevo Anya, in quella sua stanza zeppa di poster gotici di donne. Mi raccontava le sue storie, ironizzava su tutto ciò che mi spaventava. Imitavo i suoi gesti, il suo vestire. Calcolavo le dimensioni della sua vita, dei suoi fianchi. Provavo le sue forme cercando somiglianze. Anya mi raccontava disgrazie di gente a noi vicina, finita in overdose o in clinica psichiatrica. Sembrava odiarli tutti, disprezzarli più che altro. Ascoltavamo terrorcore guardando immagini scheletriche sul desktop. Diceva di voler diventare anoressica e rideva, rideva sempre. Anche la sera, fuori da Storie, tra la gente, lei padroneggiava cinismo e sarcasmo. Non sembrava più odiarli. Lei riusciva ad entrare in contatto con loro. Chiunque poteva adorarla. Le stavo dietro ma non brillavo mai della stessa luce. Si allontanava con uomini in larghe felpe e capigliature da opera d’arte concettuale, lungo le vie secondarie del parchetto di via De Vito Francesco. Non parlavo mai con nessuno senza di lei. Tra me e gli altri c’era un muro invisibile. Anya tornava soddisfatta da giri in automobile a sniffare eccitanti di vario genere. Ci sedevamo sulle gradinate delle poste, di fronte alla Taverna. Quando stava a raccontarmi c’era un tono nella sua voce che la rendeva altissima, non si sporcava mai, lei riusciva a non cadere mai. Vendeva vestiti usati a ragazzine smanianti di somigliarle, bastava ti guardasse per farti vergognare della tua stessa esistenza. In questo la trovavo formidabile: nel modo suo di stare al mondo, come se non esistesse il dolore. Forse lei sul serio non soffriva.

Una volta una di quelle ragazzine si mise a piangere. Anya imitava la sua voce e svelava agli astanti segreti sulla famiglia della vittima predestinata. Mi chiese di portarle un’altra birra. Ero andata via mentre un cerchio di persone stava a guardare lo spettacolo, e c’era odore di hashish nell’aria. Anya poggiata a una macchina fumava una sigaretta. L’altra ragazza e una sua amica si erano avvicinate e avevano detto qualcosa circa i vestiti da lei venduti, forse sul prezzo esagerato, a detta loro, o sul fatto che fossero di taglie non conformi, non ricordo bene. Anya manteneva un ghigno di una calma innaturale, quando l’altra disse: io non mi faccio fregare da una stronza. Con molta calma Anya alzò il sopracciglio destro disegnato con la matita, mi guardò.

Mi prendi una birra per favore?

Entrai nella rosticceria che odorava di olio per le macchine. L’uomo senza incisivi mi diede un’heineken. Uscii e trovai la ragazzetta mora dai capelli rasati al lato, piangente, la sua amica ammutolita e la gente in cerchio triplicata. Anya afferrò la birra, le dita sulle mie in quel preciso passaggio mi diedero una scossa. Anya mi guardò complice. I suoi occhi erano così chiari da rasentare il bianco. Prese le mie mani e le mise attorno alla sua vita. In questo gesto io con lei ero invincibile. Continuò a parlare con la ragazzetta circondata da risate e vocalismi dialettali.
Salutami tuo padre, digli che ha tutta la mia stima, anch’io picchierei a sangue mia figlia sapendola così grassa e demente.

L’amica prese sottobraccio la ragazzetta con i capelli rasati solo da un lato, e la trascinò via.

Prima che le alzi le mani! Disse.

Anya gridava alle loro spalle.

Non aspetto altro. Mi avete sentita? E dillo a tuo padre, casomai decidesse di picchiare anche me, digli che lo aspetto con uno strap on!

Tutto intorno la gente sghignazzava e rideva. La schiena di Anya poggiata contro il mio torace mandava un odore di vaniglia. Mi premevo su quella schiena, sarei scomparsa al suo interno. Avvertivo la forma delle vertebre sul mio petto. Mi piaceva sentirmi con lei un unico corpo, una persona aumentata. Non provavo pietà per chi da lei si lasciasse ferire, li trovavo patetici, come lei li definiva. Però non riuscivo a fare lo stesso.

Anya si dileguava nel buio, camminando su quelle zeppe altissime come scalza. Mi tiravo su il cappuccio, la seguivo in case di sconosciuti, alle tre del mattino. Si brindava con superalcolici scadenti e righe bianche. Alla fine del mondo, si brindava. Adoravo la sua crudeltà, era così estrema da non potersi definire davvero crudele. C’era un’innocenza in quella crudeltà, un bambino che nulla sa del mondo e si prende quello che può scalciando a destra e sinistra. Invidiavo quell’innocenza, non sarei mai stata capace di tanto.

Un giorno Anya partì per Dublino, mi disse: non ci divideranno, non ci divideranno. Mi aveva comprato un peluche di tigre. Il pomeriggio prima della partenza l’avevamo trascorso da lei, nelle lenzuola, dopo una notte di bagordi. I corpi nostri così vicini, sempre sull’orlo. Non osavo toccarla, mi bastava starle accanto. Potevo sentirmi addosso il suo profumo. Mi teneva le dita sotto le lenzuola. Accarezzavo i fianchi suoi ma non accadeva altro. Ci stavamo accanto, eternamente in bilico. Ascoltavamo Trent Reznor.

Senza di te mi sento divisa, diceva.

Scivolavo tra le sue braccia, nella pelle sua bianchissima.

Quel pomeriggio, andando via da quella casa, al tramonto, non scorgevo i colori del crepuscolo. Vedevo gli alberi spogli. Sentivo freddo. Avevo l’impressione che tutto fosse più spoglio. La città spenta, priva di luce. La strada di casa mi sembrava diversa, come se qualcuno avesse sottratto ai giardini i colori. Mentre camminavo avevo l’impressione che ogni cosa stingesse. Era una fotografia anni trenta e io ero ferma lì, al centro di quella fotografia. Stingevo anch’io.

Quella notte mi ricoverarono in pronto soccorso, per via di una strana allergia. Mi ero svegliata all’improvviso senza respiro. I bronchi otturati. Un prudere fortissimo proprio dentro i polmoni. C’era stato un grande sconquasso. I miei, svegliati dai colpi di tosse forti, mi avevano trascinata d’urgenza in pneumologia. Non sentivo che quel prudere e prudere e prudere. L’aria entrava, immagazzinavo tutto, ma non espiravo mai. Inspiravo, inspiravo, inspiravo e non buttavo mai fuori. Quando arrivai in ospedale mi trovai un ago nel braccio e un aerosol nelle narici. Continuavo a vedere stinto e il medico disse si trattasse di una cheratite acuta. Attribuì anche quello all’allergia. Guardavo il mio scheletro sulla lastra.

Non fumare, disse.

Quando lei arrivò i medici non volevano farla passare. Sentivo i passi nel corridoio e riconoscevo le frequenze della sua voce.

Voglio vederla! Gridai.

Si accostò al letto e io non volevo piangere. Ci lasciarono sole per qualche minuto. Mise le mani sulle sbarre di ferro e in quell’istante pensai di essere patetica come la gente che amava demolire. Poi si avvicinò ancora, mi fissò dritto negli occhi. Mi prese la mano. Il suo calore si diffuse tra le linee dei miei palmi.

Non fare cazzate, disse.

Non sei più partita…

Ho l’aereo tra quattro ore.

Prima di andarsene si era rannicchiata su di me, mi aveva sfiorato le labbra con le sue.

Io smetto, cerca di darti da fare anche tu, non siamo abbastanza patetiche per fare una fine di merda.

Se non avessi ascoltato quelle raccomandazioni avrei vissuto il resto della mia vita in una bara. Ho fatto sempre l’opposto di ciò che mi è stato consigliato, forse l’ho fatto per cattiveria. La mia, meno innocente di quella di Anya, ha a che fare con qualcosa di molto lontano. Dentro c’è un’altra che muore e sono io a ucciderla. Ogni volta che muore io mi sento più forte e più debole, e spingo l’esperimento più a fondo. Ogni volta più a fondo. Ma lei sempre rinasce dal fondo. Fenice. Ogni notte mi sveglio senza respiro. I colori non sono mai tornati quelli di una volta, e ogni anno che passa è tutto sempre più stinto, sempre più stinto, sempre più stinto. Iperboreo. Ossianico. Nordico. Eppure so che quando tutto sarà completamente spento, io tornerò alla luce.

© i.p.

notte
Quando mi chiama, di rado riesco a rispondere. Forse non ho nulla da dirgli. O forse tutto. L’ultima volta ho accennato al fatto che vorrei scrivere un romanzo su di lui. È stato contento. Siamo identici. Per questo non possiamo coesistere. Nella stanza dalle mattonelle bianche a fiori blu cercavo di dirgli qualcosa. Anche se non ricordo esattamente cosa. Forse volevo chiedergli il motivo. Il motivo per cui non riuscissi a trovare una mia dimensione. Il motivo per cui continuassi a sentirmi fuori luogo ovunque e con chiunque. Il motivo per cui, a un certo punto della relazione, la gente cominciasse a odiarmi, calpestarmi e umiliarmi.
Ho sbagliato a usare droghe pesanti per otto anni. Vivendone almeno cinque in uno spazio senza spazio e in un tempo senza tempo. Gli dicevo: guarda, guarda come sono ridotti i miei vecchi amici, non saranno mai in grado di vivere nel mondo.
C’era l’odore delle melanzane al forno. Fuori dalla cucina arrivavano le voci del vicinato. Qualche grida in pugliese. Una donna al telefono. L’abbaio di un cane.
Non è come pensi. Non hai imparato ancora niente. Le persone vivono nel loro di mondo. Anche i tuoi amici tossici hanno un loro mondo, delle loro leggi. Tu dove vivi?
Mi sono alzata e ho preso del pane integrale. Mi sono guardata attorno e ho visto la prigione. Sartre diceva che l’inferno fossero gli altri. Ma non è vero. Non del tutto.
Il fatto è che, vedi, tu non soffri per qualcosa che gli altri possano comprendere. Io so cosa provi, è capitato anche a me.
Ho staccato dei pezzi di pane a casaccio. Ho cominciato a masticare. Avevano il sapore del legno.
Sento l’immobilità nelle cose. Tu non capisci. Persone rispettabili, persone stimate da tutti, mica criminali, persone a detta degli altri meravigliose, si avvicinano a me e diventano mostri. Io li rendo mostri. Ma non comprendo cosa faccia di così sbagliato.
Ah non lo comprendi?
No, non lo comprendo.
Valichi dei confini. Confini sacri che nessuno al mondo deve permettersi di superare.
Avrei voluto gridare che fosse colpa sua, tutta colpa sua, non avermi reso capace di conoscere i limiti.
Lui ha acceso una sigaretta. Ha versato del vino nel suo bicchiere. Mi ha domandato se ne volessi un po’. Ho avvicinato il bicchiere alla sua mano. E mi è sembrato balordo non riconoscere gli odori e i sapori. Avere il senso dell’indistinto nel palato.
Nel piatto avevo pezzi di mollica e melanzane smembrati. Strappavo, separavo, inzuppavo il pane. Poi lasciavo tutto sul fondo. Per il tavolo le molliche avevano formato un recinto. Aveva la consistenza di un panorama postnucleare. Le pareti erano schizzate di sugo. Mi sembrava il nostro sangue. C’era l’odore della carne alla brace. Lui stava mangiando carne. Io non ne mangiavo ma era lo stesso. Le pentole, tutte insieme sui fornelli, sul lavandino e sul tavolo, erano pezzi di acciaio sporchi. Tutto sembrava esploso.
Provavo a mandar giù quel pane al gusto ligneo ma non saliva e non scendeva. Bevevo del vino e aveva il sapore amaro di un vecchio sciroppo. Il legno s’incastrava nel palato e raschiava l’epiglottide. Il bicchiere mi sembrava pesare il doppio. Ogni cosa in quella stanza sembrava aumentare di peso. Divenire immensa. E schiacciarci.
Non so, è tutto vano, tutto inutile. Vorrei partire. Andare in Palestina, oppure in Africa. Lottare per qualcosa in cui credo. Mi sento impotente.
Ha sorseggiato lentamente e si è messo una mano sulle tempie.
Non capisco come, dopo tutte le esperienze che hai fatto, tu riesca ancora a essere così ingenua.
Forse sono stupida, ci sono rimasta sotto con qualche trip.
No, non credere sia così facile svignartela.
Che intendi?
Lui si è alzato dalla sedia blu e ha fatto sei passi. Ne ho sentito i rimbombi. Ha aperto i vetri del balcone e si è sporto parecchio. Per un attimo ho temuto volesse gettarsi di sotto. Ho affrontato la gravità da cui mi sentivo trattenere. L’ho seguito. Ho visto la punta arancione della sigaretta scintillare roteando nel buio. Mi è sembrato il corpo suo. Giù. Nel vuoto. Finalmente libero. Da me. Ho sollevato lo sguardo ed era ancora qui, a un passo da me. La fronte corrugata. Lo sguardo altrove. A volte vorrei picchiarlo. Vorrei stringergli i polsi e mettermi a gridare: perché non ti va bene niente di me? Perché?
Ho dovuto dominare i miei istinti. Quando è rientrato la tavola era piena di molliche di pane. Ogni pezzo di tavolo era sporco. Le molliche erano ossa e denti. Nelle pentole corpi. Pezzi di corpi. Una ecatombe organica. C’era l’odore di carne e melanzane e sughi indistinti. Cadaveri e sangue. Avevo mangiato solo i bordi. I resti del pranzo giacevano come cadaveri sulla nostra tavola.
Lo sai cosa mi dice la gente? Lo sai? Che sono viziata! Che posso permettermi di star male perché non devo scendere in strada e cercare di guadagnarmi da vivere!
Anche questa è una menzogna che racconti a te stessa. Se contiamo i lavori che hai fatto da quando avevi vent’anni vedrai che giungeremo a una visione del tutto diversa da quella da te proposta. E poi, non ho mai visto nessuno studiare come hai studiato tu, con quella serietà e impegno, quella…
Ossessione?
C’è stato il silenzio. Il silenzio è entrato nei muri. Il silenzio ha attraversato i mobili. Il silenzio ha trafitto gli oggetti. Il silenzio eravamo noi, siamo noi. In questo spazio senza spazio. In questo tempo svuotato.
Dopo qualche minuto mi ha detto di avere sonno e mi ha lasciata sola in quella cucina devastata. Non gli andava di ascoltare. Aveva trascorso l’intera giornata ad ascoltare gli altri. Ora non poteva farlo anche con me. Ho sentito il vuoto. Aprirmi il torace. Entrare con le boccate dell’ultima sigaretta prima del sonno. Ho provato invidia per i miei amici tossici che di quel vuoto si nutrono senza ferirsi. Ho provato invidia per le vite degli altri, così ben riuscite e lontane dall’insignificanza. Ho guardato il fumo entrare nei muri. Avevo il sapore della pioggia nella trachea. Non ho dormito. Non riesco a dormire. Non respiro la notte. I bronchi si stringono e mi cacciano via. Ho letto pagine bellissime di Deleuze. Deleuze, l’antifreudiano, Deleuze. L’antifallico, Deleuze. L’antiedipico, Deleuze. Mi sono addormentata con le prime luci dell’alba e non sono riuscita ad alzarmi prima di mezzogiorno. La casa era vuota e misteriosamente in ordine. Nessuna traccia della battaglia del giorno precedente. Avevo solo quindici minuti per prepararmi e arrivare in stazione e salire sul mio treno. Dal finestrino ho visto i campi di grano sgretolarsi e il cielo schiudersi in una crepa di marmo. Quando è arrivata la pioggia ho sorriso. Va tutto bene e andrà tutto bene sino a che alcuno scoprirà il nome della mia malattia.

 

_MG_5460

(foto di Luigi Annibaldi)

Ieri notte ho litigato con mia sorella per una grande idiozia. Non tornavo a casa da un anno circa e di lei non avevo che quelle poche notizie che il web nei tempi dei social network concede. Ci eravamo viste il giorno prima durante la conferenza. C’era stata una enorme conferenza nella piazza antica della città, quella accanto alla muraglia di pietra. Avevo dovuto esibire le mie poche conoscenze socio-astro-antropologiche e controbattere a vecchie tesi liberal-positiviste indubbiamente più trendy dei miei discorsi entropici. Nonostante questo, gli opuscoli erano andati a ruba. Qualcuno si era avvicinato a me credendomi una fattucchiera o non so cosa e mi aveva domandato risposte su questioni molto personali. Avevo risposto in termini ambigui e oracolari, in modo da non scontentare nessuno. Mia sorella si era avvicinata entusiasta, dicendomi: sei il futuro! Devi solo godere delle avversità che provochi, la gente di qui è un po’ dura ma di certo hai aperto un varco.

Mi ha regalato tre collane scure. Ne ho indossata una giusto per la sera, trascorsa a bere sangria in una casa di campagna semi-abbandonata vicino al mare cote-a-cote con le più antiche lavoratrici della strada. Sfortunatamente brutte come l’agonia.

La notte successiva ci sarebbe stato un gran ricevimento, mi aveva detto, tutta la città si sarebbe riunita a casa di D.G.O., importante imprenditore della zona. Mia sorella ci teneva tantissimo ad andarci. D.G.O. Era stato il suo capo per molto tempo. Una volta li avevo visti salutarsi in ufficio. Sembrava che stessero facendo l’amore con gli occhi. Le mani di lui acchiappavano la giacca di lei come se volessero penetrarvi e affondare nella carne fino a strapparle il cuore. Non sapevo per quale motivo lei non lavorasse più nella sua azienda, non sapevo più nulla di lei.

E poi dal prossimo weekend comincio a lavorare in un locale, quindi non avrò più modo di partecipare a questo genere di eventi mondani, mi diceva. Ma io sapevo ci fosse dell’altro. L’avevo vista controllare la pagina facebook di lui con un non so che di tragico e disperato. Lei doveva essere lì la sera del ricevimento, era una questione di vitale importanza, più importante del lavoro, della famiglia e del fatto che io mi fossi fatta tutti quei chilometri in auto per stare con lei.

Ciò che all’inizio non ho rivelato, però, è il fatto che mia sorella non parlasse con i miei genitori da ben dieci anni e io, non avendoli visti né sentiti per un intero anno, ci tenevo a trascorrere anche solo mezza giornata con loro. I miei genitori dunque mi avevano incastrata in una di quelle pallosissime cene di famiglia, in uno di quegli antichissimi ristoranti con ultraspecialità pugliesi e il resto della parentela a tavola. Avevo avvisato mia sorella che sarei arrivata molto più tardi al ricevimento di D.G.O. e avremmo comunque trascorso la serata insieme. D.G.O. Ci teneva a conoscerti, sai, poteva organizzarti certi incontri, con certe aziende, che sarebbero interessate a certe tue teorie e agli opuscoli sulle convergenze cosmiche.

Tra tutti questi messaggi parlavo con i miei vecchi del nuovo lavoro, dello stato della ricerca, dei miei ultimi studi. Mentre l’odore di baccalà fritto si spandeva sulle nostre sagome e il sapore del vino primitivo imbastiva le nostre papille gustative. Mio padre fu definitivo: sì, ma ti pagano?

Mi pagheranno… tergiversai, per ora mi è stato detto che ho svolto un ottimo lavoro.

Per me non esiste lavoro senza onorario, per quanto mi riguarda stai solo sprecando il tuo tempo.

Mia madre tentò di tergiversare ma espresse la sua solidarietà col vecchio, aggiungendo anche che loro avrebbero potuto presentarmi certi loro vecchi amici per farmi lavorare nell’ufficio di un usuraio. Ciò avrebbe significato l’abbandono repentino di tutti i miei progetti.

Ecco che mi vedevo stramaledire il momento in cui avessi deciso di cenare con loro. Tacevo, in ogni caso, per evitare il peggio. Rispondevo ai messaggi minatori di mia sorella. Trangugiavo vino primitivo come fosse acqua limpida di fonte purissima.

Non credere di poter contare su di noi, qui non ci sta più un centesimo, disse mio padre.

Però ci sono certi nostri vecchi amici… disse mia madre.

All’ennesimo bicchiere di vino e all’ennesimo messaggio di mia sorella: che fine hai fatto? Ti sto aspettando da tre ore! Decisi di prendere in considerazione l’ipotesi di raggiungere la mia autovettura e scapicollarmi lontano da quel delirio.

Sicura che puoi guidare? Stai bene? Disse mia madre.

Fresca come una rosa, le risposi.

La mia audi era parcheggiata di sguincio tra una peujeot e un pezzo di muro medievale diroccato. Misi in moto e avvisai mia sorella che sarei arrivata a breve. Solo che mentre mandavo il messaggio per un attimo non guardai la strada e proprio in quell’attimo fui abbagliata dalle luci di un camion e tract: finii fuori strada, sfondando il guardrail. I clacson suonarono come campane di chiesa prima di un funerale. La macchina finì in un fosso. Mi ritrovai a quasi un metro di profondità dal livello della strada e quando provai a rimettere in moto mi accorsi che il motore fosse bloccato. Prima ancora di chiamare soccorsi avvisai mia sorella che non avrei più preso parte al ricevimento e soprattutto non sarei più andata a prenderla. Prima che potessi chiamare soccorsi il mio cellulare squillò nevrotico. Risposi.

Avresti fatto bene a non tornare affatto! Disse mia sorella. Mi hai rovinato l’ultimo weekend libero! Con me hai chiuso!

Non replicai, nella speranza che si calmasse. Scoprii ben presto di aver spaccato la macchina. Dovetti farmi venire a prendere da un carro attrezzi e trascorrere la notte in hotel perché da una parte non volevo che i miei sapessero nulla dell’incidente, dall’altra non avevo certo intenzione di andare a dormire da mia sorella. Il giorno dopo le scrissi un messaggio in cui cercavo di spiegarle che non fosse colpa mia se ero finita con l’auto di testa nel guardrail e avevo spaccato le frizioni. A quanto pare era colpa mia: un atto mancato, un lapsus, un gioco di prestigio dell’inconscio. Io a quel ricevimento evidentemente non volevo andarci ed ero così risentita e miserabile che volevo non ci andasse neanche lei, ecco tutto. Be’ devo ammettere che a taluni la psicoanalisi non faccia affatto bene. Ecco cosa pensavo di mia sorella e glielo dissi, le dissi che la sua psicanalista stava giocando a bowling con il suo cervello e presto avrebbe fatto strike. Mi accorgo solo ora che non avrei mai dovuto scriverle questo messaggio. Ora che sono sul treno per tornare a casa, la mia casa, ben lontano dal mio luogo di nascita. Ora che ho fatto un balordo incontro, giusto qualche minuto prima di partire. Dunque dovevo tornare a Roma con il treno visto che la macchina era K.O. allora, dato che proprio passavo per la stazione, disse mia madre, potevo fare un salto a salutare i suoi certi vecchi amici, mostrandomi molto cordiale e accondiscendente e portando anche due pagine di curriculum. No, mamma, lasciami in pace, non voglio incontrare nessuno.

Eppure non era servito a niente perché certi vecchi amici mi stavano aspettando in stazione e mi stavano offrendo di comprarmi il biglietto del treno, darmi quel posto di lavoro fisso e tante altre belle cose in cambio di un certo vecchio voto da mettere su una certa vecchia schedina elettorale. Avevo detto un certo vecchio: non so se proprio sia il caso ma mi era stata donata una certa vecchia banconota in cambio per cui avevo dovuto pronunciare un certo vecchio sì. E avevo dovuto stringere una certa vecchia mano a certi vecchi amici di mia madre che pareva avessero la chiave di volta di certi miei vecchi problemi. Ma poi subito dopo avevo avuto certi vecchi travasi di bile. Il mio stomaco mi stava risucchiando. Scivolavo nel mio corpo che deglutiva se stesso. Mi perdevo in un caleidoscopio di specchi in cui risuonavano tutte le voci delle persone che avevano provato a corrompermi. Così rifeci la strada al contrario, raggiunsi la giacca Armani di certi vecchi amici e come in una moviola la sfilai. Il proprietario della giacca lentamente si voltò. Poi lentamente si voltarono tutti gli altri. Ancora più lentamente mi vidi pronunciare una bestemmia mentre ancora più lentamente, come in un film, strappavo quella banconota davanti ai loro occhi.

È stato dunque dopo aver rotto la mia auto, aver perso per sempre l’amicizia e la stima di mia sorella, aver quasi dato la mia anima in pasto a certi vecchi amici dei miei e aver strappato cento euro con le mie mani, che feci l’incontro. Si trattava di un incontro che in qualsiasi altro contesto non avrei neanche preso lontanamente in considerazione ma dato che le cose si erano messe in quel modo, quando ho incontrato la zingarella della stazione, stamattina, sono crollata. Tu hai tanta gente che ti vuole male, ha detto. Non ho soldi, ho risposto. I tuoi genitori ti hanno messo nei guai, ora c’è una persona che ti vuole bene ma non vuole più vederti. Hai tanta invidia addosso. Qualcuno ti ha fatto il malocchio. Aveva quei modi confidenziali che hanno le persone che vogliono fregarti, mi ha fatto recitare una strana cantilena. Non devi ridere, ha detto. Le ho dato dei soldi, lo faccio solo perché mi fai pena, ho detto, ma non era vero. Per strada la gente era mostruosa. Belle facce in giacca e cravatta. Giovani che reclutano cavie umane da sfruttare. Vecchi porci che si dilettano ad apostrofare culi e seni di minorenni più scaltre di me. Anziane donne travestite da prefiche a braccetto nel quartiere del parchetto in cui mi sfasciavo a quindici anni. Questa città è avvolta da un’improbabile aura esoterica. Dovrei averne timore e invece inizio a divertirmi. Sono salita sul treno e ho chiuso il cuore a chiave. Pochi contatti umani. Poco spazio alle concessioni.

Ora sono qui che cerco di tornare a casa, la mia vera casa, lontano da tutti. Il sedile su cui avrei dovuto sedermi è bagnato. La donna accanto a cui avrei dovuto sedermi sembra una strafiga da paura. Mi metto sul sedile davanti, finalmente sola. Uno slavo o non so cosa mi chiede se il posto accanto a me sia libero. Con una punta di sadismo gli rispondo che non è libero neanche quello su cui sono seduta, avrei dovuto essere sul sedile a me posteriore ma è bagnato. Una giovane controllora passa per chiedere i biglietti e, con il mio sottile sadismo, mi godo tutta la scena del piccolo slavo moro moro dagli occhi verdi, la pelle lacera e la corporatura scheletrica, che dice: ce l’ha il mio amico più avanti. E portami dov’è il tuo amico, fa la controllora. Lui ribatte ancora ma lei lo costringe ad alzarsi. Dopo dieci minuti tornano qui accanto a me, la controllora gli dice che dovrà scendere a Benevento. Lui guarda me per un attimo. Sollevo le spalle trattenendo un sorriso, come per dire: è la vita. Vedo i due uomini allontanarsi. Sento una donna grassa imprecare perché troppi telefoni squillano e troppa gente risponde ad alta voce. La strafiga allucinante dietro di me, accanto al posto in cui avrei dovuto sedermi, risponde al telefono e ha una voce da orco. La fisso per un istante attraverso lo spacco tra i sedili. Poi prendo l’ultimo dei miei opuscoli dalla borsetta. Coincidenze cosmiche ed entropia, giusto? Mi dirigo in bagno, butto l’opuscolo nel cesso e tiro lo scarico. Mi sfugge un sorriso.

© Ilaria Palomba