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Tag Archives: poesia

Copertina Una volta l'Estate

In uscita il 30 giugno per Meridiano Zero

Prima presentazione a Roma: 30 giugno, con Paolo Restuccia e Loredana Germani, alle 18, alla Mondadori di via Piave.

Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.
Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.
I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.
Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi.

Un incommensurabile grazie di cuore a Massimiliano Santarossa e Paolo Restuccia che scrivono:

“In anni in cui troppa narrativa italiana sconta il peccato della distanza dall’impegno, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio, a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota alla controstoria, pertanto verissima storia, degli attuali figli d’Italia.”
Massimiliano Santarossa

“Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali della narrativa italiana di oggi, ironico, surreale, e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzo mette la sua voce al servizio di una storia profonda ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.”
Paolo Restuccia

 

Qui tutte le info, rassegna stampa, interviste, ect

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Arthur Schopenhauer diceva che le passioni vincono la volontà e io me ne sento irretita come una specie di Emma Bovary c’è un loop che non si ferma dove batto la testa contro tutte le pareti le mani la testa a occhi chiusi e poi spalancati vorrei poter gridare forte tirare fuori tutto questo cielo rovesciato tutta la mancanza di cui mi faccio scudo tutto il vuoto che nel torace si spande e chiude i polmoni li sigilla apre lo stomaco mi rende fragile vulnerabile ai sussurri delle cose al divenire plastico dei luoghi è un errore un lungo errore io non so più se essere sincera significhi uccidere io non so più se a mancarmi sia la carne o il tormento dell’assenza io non so più se sono stanca della vita dei panni che indosso o di una proiezione di me negli anni io non so cosa sono adesso cosa sarò domani cosa nascerà dai fiori sradicati io non so se l’angoscia sia il sintomo o la causa io non so se il male del mondo forse qui giù si senta più forte – e grida e grida mi chiede di smettere – questo stare qui è come se un mattino il sole non riuscisse a venir fuori io non so se ti ho preso per tirarmi addosso la morte e non vedo null’altro che l’assenza l’assenza infinita di un luogo di un canto di un corpo e se fosse la notte a superarmi se fosse il marcire dentro a sospingere una fuga se fosse l’idea del domani a rabbrividire nei panni bagnati io non sono capace di avvertire le conquiste io le dilanio finché non mi lasciano delirare delirare delirare io non so se ho bisogno di chiunque meno che di chi già possiedo e non sono capace di dirmi felice e non sono capace di amarlo questo mondo che sputa fuori i suoi scarti che sputa fuori i suoi figli come fossero scarti che sputa fuori ciò che richiede cura attenzione carne corpi non ho abbastanza armi per difendermi e fuggire io sono l’eterna sconfitta che su di voi si annida io sono la tarantola l’arpia sono il male che cercate di schiacciare con il diniego – potere appartenenza – io sono la negazione delle cose io sono la perfetta rifrangenza dell’assenza io sono l’assenza e non so perché preferisco amare chimere piuttosto che accettare di assumere il peso dell’essere.

© i. p.

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A volte penso che la poesia possa uccidere non è altro che mettersi a nudo tagliarsi la pelle lasciarsi penetrare dalle cose dalle parole degli altri dalle proprie e io sono troppo adulta per vivere ancora con i sensi spalancati e troppo fanciulla per non sentire la necessità della vertigine a volte penso di non essere in grado di mentire e di dar poi la colpa all’alcool alle sostanze che stringono la pelle come un abito antico a volte mi guardo camminare ebbra per le strade nelle piazze con tutti eppure sola ed è sempre così vicina l’alterità eppure sola forse c’è stato un attimo in cui l’esistenza è divenuta epifania lanciarsi a capofitto nella pelle nell’incoscienza e poi tornare alla non vita non che sia davvero diverso non che sia una forma di morte è qualcosa che sta in mezzo tra la vita e la morte the wall dei pink floyd rende l’idea dico come fai a mentire con la poesia? come fai a fare fiction se aneli alla poesia? come fai a non morire dentro le pareti fitte del muro che è la pelle la tua pelle alle volte me ne sono liberata – del muro? della pelle? di entrambi? – e il mondo il dolore del mondo la bestialità dell’umano mi ha presa a schiaffi piangere per aver visto l’inferno negli occhi di un ragazzino con la felpa rossa nel campo profughi sulla tiburtina sentirsi in colpa mentre tutti scansano il clochard e il suo miasma d’immondizia sul bus credere di morire mentre i passi della puttana minorenne fuggono sulla colombo asciugandosi le lacrime per ricominciare un attimo dopo a sorridere mostrando le cosce e non ha senso quindi le pareti s’innalzano feroci e non sono io il riflesso di quei corpi dannati che si aggirano nei labirinti della disperazione non sono io quella cui viene sempre detto di non disturbare chiudere la porta e non tornare mai più l’ha fatto mio padre una volta poi se n’è pentito ma io avevo le parole sulla pelle nella carne dentro tutte le pareti muri di cemento armato a separarmi dal mondo non crucciatevi per l’insensibile sapore delle cose non vedo non sento non sono più e ora mi alzo sì mi rialzerò immacolata e feroce là dove i ricordi sfrangiano nella bruma dei boschi spalanco tutte le porte e danzo sola sultan of swing come una bambina al centro di una pista da ballo di un paese nordico in un octoberfest non abbiatevene a male se non m’importa più nulla del mondo io sono stanca di tutto questo dolore e voglio danzare sulle rovine vivere d’istanti nella linea che separa il cielo dal suolo.

i.p.

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Corpi onirici
nelle cripte della memoria
squarci di identità pregresse
sono ogni essere senziente
la meta è la morte
il presente crolla
ne avverto il peso
ma sono una fenice
tra le ceneri dell’umano
rinasco nel cerchio
oltre l’individuo
verso l’esistenza.

 

© testi: Ilaria Palomba
© foto in alto di Vito Palmisani: performance di Miguel Gomez e Ilaria Palomba, l’8 ottobre 2014, a Bari, presso Federico II Eventi – Women in art.

© foto in basso di Carmen Toscano: performance di Miguel Gomez e Ilaria Palomba, l’8 ottobre 2014, a Bari, presso Federico II Eventi – Women in art.

 

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Diventare un’opera d’arte è la prerogativa dell’uomo postumano, l’uomo ponte che si supera e sacrifica nell’oltre. Nella performamce-art sono annullati i confini tra pubblico e artista, tra artista e opera. L’immaginario fa irruzione nel reale e ne determina l’andamento. La potenza dionisiaca dei demoni si libera sotto forma di energia. Il messaggio si fa carne. I corpi strumenti. Dove l’opera è suprema l’artista scompare, come un burattinaio i cui pupazzi continuino a muoversi per volontà propria anche dietro i sipari.

Il corpo segnato, il corpo dipinto, il corpo trasfigurato, induce all’apertura verso il possibile. Un sentire diverso si fa largo nella carne. Investe i singoli corpi, come emanazioni del grande corpo che è il sociale. Là dove ogni futuro sembra spezzarsi o crollare, l’arte trionfa come una forma di nuova sacralità sotterranea. Con la pittura di Miguel Gomez io sarò un’opera d’arte ma sarò anche non io. La possibilità di non essere se stessi, uscire, mutare identità, provare l’estatica vertigine del superarsi, lenisce le ostilità individuali, quei vincoli identitari che inducono allo scontro con l’alterità. Identità e contraddizione, come unica forma di legame tra me e i molti. Quando irrompe sui corpi, la fruizione artistica, non è più appannaggio dei pochi, ma diventa potenza sociale dal basso, vettore di scambio, totem onirico. Un corpo divenuto opera d’arte è un corpo trasfigurato, aperto alle multiple identità dell’umano. Oltrepassando l’io, l’opera d’arte diventa un insieme, un sentire condiviso che dissolve le individualità, divenendo inconscio collettivo, potenziale mistico. Non possiamo più affidare il futuro all’economia, alla politica, alla burocrazia, ma, sommessamente, trovare squarci di bellezza che dal fondo ci conducano alla luce. Tutto passa per il corpo. Il corpo è un tempio, l’artista un sacerdote. Che il rito si compia!

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vorrei che nessuno avesse il potere di dissuadermi dal desiderio alle volte sento la guerra dentro e ne inspiro i riflessi inondano sommergono vedo dovunque giganti schiacciano calpestano il sacro cerchio è ormai chiuso e tu ne sei fuori perché non posso entrare? non sono colei che vorreste non sono la donna del dominio e dell’inganno cammino su strade dismesse caracollando calpesto l’asfalto e lui calpesta me non sono la donna del dominio e dell’inganno non sono colei che cercate sulle curve immerse nel sole nascente mi brucio la pelle ascolto le voci dei bambini sui ballatoi loro spingono e deridono non riesco a guardarli non appartengo ai branchi li scanso raccolgo i cocci delle bambole rotte frammenti di angeli senza colori non mi appartiene ingannare spezzare schiacciare e io non appartengo a quel regno darwiniano rifuggo l’umano vivo nei sottosuoli rizomi e zolle so creare il caos dalla fine dei mondi so scavare la terra e raggiungere il fuoco le mani degli angeli afferro quando non sanno volare non ci appartiene il regno del potere e della ragione non ci scalfisce la voce del tempo noi siamo altro e nulla potranno le porte sbattute in faccia e le parole lanciate come chiodi voi vi riempite la bocca di chiodi e non vedete oltre il vostro naso voi vi riempite gli orecchi di eco e non sentite i mari in tempesta voi inscenate trionfi sulla pelle di chi porta le stigmate voi non potete toccarci e noi saremo ovunque fuori dagli occhi di cemento in cui vi sentite al sicuro.

© i.p.
foto di Olivia Balzar

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My dear friends, dal 21 al 29 giugno parte il tour con Olivia Balzar e altri artisti di cui vi dirò qui di seguito. Se uno di questi eventi capita dalle vostre parti non perdetevelo assolutamente!

Sabato 21 giugno

https://www.facebook.com/sverginarte

La performer Marked Melody ha ideato:
Svergin_Arte – Arte in Azione a Torino, 21 giugno 2014 @ VARVARA FESTIVAL “Festa della Musica” – San Pietro in Vincoli

“Svergin_Arte” saranno presenti:
★ Ilaria Palomba – Scrittrice, poetessa, performer – ROMA – Presentazione del saggio “Io sono un’opera d’arte – Viaggio nel mondo della Performance Art
★Luigi Annibaldi – Scrittore e insegnante – Scuola di scrittura Omero (ROMA) presenterà il suo libro “SUSHI PIN UP” e farà ciò che vorrà!
★Olivia Balzar – Scrittrice e poetessa – ROMA
★Vega Roze Scrittrice – TORINO – Presentazione del libro “La Quadratura del Cerchio”
★ Pino Olivieri ) Scrittore – TORINO – Presentazione di STELLINE E STELLETTE
★Alan Mauro Vai di Eidos Teatro Torino presenterà la sua opera teatrale: “SARAH & LUCA – An Entropic Love Story” by NUDI – Nuovi Drammaturghi Indipendenti.

★PERFORMANCE ART ★
★by Olivia Balzar & Ilaria Palomba
★by Ilaria Palomba & Marked Melody
★MUSIC BY Fed Conti –

VARVARA FESTIVAL on fb:

https://www.facebook.com/profile.php?id=517782758297958&ref=ts&fref=ts

 

Domenica 22 giugno

Presentazione di Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art (Edizioni dal Sud), a Vercelli presso Circolino Porta Torino, corso Marcello Prestinari, 193
Presenta Olivia Balzar
Dj set

 

Martedì 24 giugno dalle ore 21

Ex-Caserma Liberata – Via Giulio Petroni 8/C – Bari

Ilaria Palomba e Olivia Balzar in: Poesia di sangue (Un rito pagano in cui entrare in contatto con la Poesia attraverso il fuoco delle candele e il rosso inchiostro del corpo) a seguire Open Read: Poesia in libertà.

https://www.facebook.com/events/1424540897824928/?context=create&ref_dashboard_filter=upcoming&source=49

 

Martedì 1 luglio dalle ore 22

Il Primo luglio a partire dalle 21, sul palco del Rainbow Bar, gestito anche quest’anno dal Gay Center all’interno della Festa dell’unità in via di Porta Ardeatina a Roma, si svolgerà il Rainbow Love reading and music. Un reading, intervallato da dj set di Giacomo Davanzo, che esprima l’amore in tutte le sue forme, oltrepassando i generi. Massimiliano Ciarrocca (prossima pubblicazione con Fazi), Ilaria Palomba (Fatti male, Gaffi), Flavia Ganzenua (La conta delle lentiggini, Caratteri Mobili), Luigi Annibaldi (Sushi pin up, Omero), Angela Botta, Giorgia Mastropasqua, Andrea Bocchia e Gino Falorni, leggeranno i propri scritti sul tema Rainbow Love. Il tema sarà l’Amore diverso, Amore senza discriminazioni.

Avete una storia di un amore diverso da raccontare? Questo è il vostro momento.
Oltre al reading è previsto un contest dove verranno letti i migliori racconti e poesie che chiunque potrà inviare sul tema Amore diverso, Amore senza discriminazioni.
Un attore, ospite del Rainbow Love, reading and music interpreterà le storie più riuscite!
Per partecipare al concorso Rainbow Love Reading, i testi devono essere inviati all’indirizzo: rainbowlovereading@gmail.com, specificando nel corpo della mail se si tratti di poesia o narrativa. Unica regola per l’invio delle opere: non bisogna superare le due cartelle (4000 battute spazi inclusi) per la narrativa e i trenta versi per la poesia. Scadenza per l’invio: 27 giugno ore 23:59.
Premio: il primo classificato per ogni categoria, vedrà il suo testo letto in pubblico da un attore e si aggiudicherà una bottiglia di Primitivo di Manduria.
http://www.omero.it/omero-magazine/segnalazioni-di-o/rainbow-love-reading-and-music/

bozza-Copertina-Rainbow-Love-Reading


Presentazione del libro “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance-art” (Edizioni Dal Sud), domenica 30 marzo presso il Caffè Letterario Ostiense, all’interno dell’evento “Nella mia ferita sgorga il tuo sangue”.

 

© Video di Lucia Pappalardo

portasegreta

Quello di Paolo Battista è un urlo ginsbergiano. In “Porta Segreta” (Edizioni Progetto Cultura), c’è un paesaggio allucinatorio di una Roma postmoderna. Una poetica che alla beat generation rimanda soprattutto per stile e struttura, volta a far coincidere poesia, prosa, scrittura automatica e poema. Non in versi ma in un gioco visivo di spazi, respiri e flusso di parole, le poesie di Battista, possono essere lette ciascuna in almeno tre modi. Un uso anarchico della punteggiatura e delle maiuscole ne accentuano l’entità postmoderna.

Porta Segreta” è il luogo che emerge da questo ritratto neorealista e assolutamente beat che miscela con fervore i luoghi della realtà «un carnaio di corpi smunti pronti a invadere i sobborghi: roma… saracinesche abbassate, l’eco di uno stupido programma generalista, urina che scorre», con quelli di un’interiorità malata, ossessionata, tossica, in cui l’amore figura come vittima sacrificale «lungo la stazione: porte scorrevoli, croci ombre poveri diavoli, tossici piegati stremati ai bordi della strada, amore sgraziato stremato o spiaccicato sul marciapiede come un morto ammazzato».

C’è la lotta contro un reale troppo minaccioso per non essere schivato bramando «la molle sonnolenza di oliosi papaveri selvatici». Riprende poi tematiche di stampo stirneriano come l’atavica lotta tra l’individuo e una società non più in grado di comprenderlo e rifiuta i compromessi: «ci deve pur essere una via d’uscita ma non parlatemi di compromessi!»

Una prosa maledetta in cui è costante il richiamo al Rimbaud di “Una stagione in inferno”, si scontra poi con l’ineluttabile degrado del contemporaneo occidentale «bamboline anestetizzate. improbabili fatine. e non ci accorgiamo di essere prigionieri della modernità!», con costanti rimandi ai sobborghi, le periferie, i luoghi tossici e osceni che diventano altro nel delirio allucinatorio da cannabionoidi e oppiacei. «Grandi nuvole con le mammelle di una mucca e tori dalle corna di ceralacca si confondono alla nebbia polverosa che impregna la cima di sette alberi in sequenza. Il cielo si sforma… così cado nel rosso cremisi di allucinazioni da hashish». Della poetica beat recupera l’automatismo di una scrittura priva di freni ma ne rifiuta la mistica. Non ci sono sconti, né mistificazioni, nei luoghi del degrado, ma solo corpi corrosi dall’abuso di sé, negazione di un presente dove la lotta non è più possibile. Quella di Paolo Battista è la testimonianza di un’epoca priva di ideologiche illusioni. Un mondo che è di per sé orrorifico e melanconico «vedo animarsi la città di agonizzanti barboni, impiegatucci da strapazzo, immigrati di cartone, e l’alba inghiottita ormai dal grigiume illogico della metropoli è un calendario privo di stagioni».

Nel complesso il libro è uno sguardo diverso su un sociale che cade a pezzi. La prosa ritmata e musicale colpisce e trascina, nonostante la sua complessità.

Paolo Battista da un paio d’anni dirige la Rivista Indipendente “Pastiche”. Fa parte del gruppo artistico-letterario I Cardiopatici. Ha pubblicato già due libri di Poesie “Canti urbani” e “Inferno di Contorno”. Ha scritto un romanzo sperimentale, con un impianto diaristico sulla tossicodipendenza a Roma (ancora inedito), in cui c’è una forte ricerca linguistica, ottima caratterizzazione dei personaggi, ai dialoghi in un romanesco pasoliniano si alternano flussi di coscienza del protagonista non dissimili da alcune liriche presenti in Porta Segreta.

Spesso si teme l’indomabile potenza della verità, non si riconosce la novità di un certo modo di scrivere che sempre più sta prendendo piede tra le nuove generazioni, si chiudono gli occhi o si finge di chiuderli dinanzi a quelle che potrebbero essere le nuove avanguardie. C’è da chiedersi per quale motivo. Credo abbia a che fare con il rischio che la società letteraria italiana non vuole assumersi. Il rischio di dare spazio a nuove voci, in un momento in cui, se si escludono i bestseller e la letteratura patinata, nessuno sembra più interessato alla lettura. Il rischio di vedere un certo tipo di realtà estreme e senza speranza, che tuttavia esistono e continueranno a esistere anche se i benpensanti chiudono gli occhi. Il rischio che il nuovo prenda piede e soppianti l’edulcorato, e certamente meno coraggioso, panorama letterario cui siamo fin troppo abituati.

 

© Ilaria Palomba

Con Ilaria Palomba, Pastiche Rivista, Paolo Battista, Luigi Annibaldi, Daniele Casolino, Chiara Fornesi.

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essere corpo è doloroso e sterile. non ci sono elefanti neri in danimarca, diceva quel ritornello. ritorno lì dove si rompono i silenzi, nella cripta delle grida. ho paura del tempo, che questo possa dissipare ingiustamente… ingiustamente? paura dell’uomo e del vuoto. precipito. non ci sono mareggiate sotto i grattacieli. la città è buio vivido grigio stellare. non ci sono riferimenti certi. quale città? la mia? la tua? la loro? potrebbe essere roma, amsterdam, parigi, berlino o bari… a chi importerebbe? non ho pianto. non l’ho mai fatto. mi sono divertita a ondeggiare funambolica su quel filo di corda. corda spezzata, attimo ardente. stavamo fuggendo. da cosa? fuggivamo dalla fuga, amica mia, tu eri perfetta con quella lacrima di mascara sotto gli occhi, arancia meccanica. distillato d’illusione. sei pazza? mi avevi chiesto. mentre sfilavi le mie dita nei camerini di un palco-bar di quart’ordine, prima di andare in scena. quale scena? c’eravamo solo io e te, la città spettarle, l’attimo infinito, istante eterno sputato fuori da miliardi di fotografie uguali l’un l’altra. identiche. identità non contraddizione. poggio le mie gambe sul tuo grembo aspetto che tu le accarezzi, sentirò come delle schegge nelle ossa. aspetto che la tua bocca mi deglutisca la voce aspetto che le tue parole mutilino tutta questa distesa di pelle che ti giace sul grembo. hai assaporato la mia lingua. conosci a memoria il sapore della mia saliva. io conosco il gusto del tuo sguardo. sacrilego diniego. ci siamo spiate tra gli specchi, sorella. tra miliardi di frammenti sulla punta dell’iride. ho infilato la mia lingua tra le tue cosce. stavo solo cercando di capire chi fossi. abbiamo danzato a lungo, sorella, sugli assi cartesiani delle linee vertebrali. penombra. nessun suono. ascoltavi la nenia di te stessa. dimenticanza arresa attesa di divenir farfalla. le farfalle vivono un solo giorno per questo io ti brucerò le ali prima che possano spiccare alcun volo. di cosa parla la miseria della terra? aridità di cuori infranti da cartelloni pubblicitari e manganelli. non parlatemi di anima. l’abbiamo mangiata. l’abbiamo deglutita come zucchero a velo. ora ce ne stiamo qui sul bordo del grattacielo di qualunqueluogo, le gambe penzoloni, a masticar menzogne, a masticar sussulti di ciglia spezzate dal vento. a deglutire i simulacri di noi stesse in un cannibalismo che non ha pari. aprimi come un cuore vivisezionato da dio. prendi tutto quello che c’è in fondo al torace. prendimi l’ombra e lasciami nell’evanescenza dell’ora. catapultata miliardi di volte nel corpo, il mio. alla vista del sangue persino la mania si trasforma in grido. grido silenzioso levato da bocche che non dicono più. stammi lontana, sorella di sempre. ti vedo riflessa nello specchio con una ciocca di miei capelli tra le mani. le forbici sono cadute frantumando i pavimenti. sotto i pavimenti la notte dormono i mostri. li conosci i mostri? ecco, vieni, te li presento. il loro nome è insonnia, avidità e paranoia. i mostri, amica mia, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant. non ci saranno che giochi infiniti nel caleidoscopio del nulla. ti attraverserò come fossi vapore. e dentro lo specchio non vi sarà nessun volto. nessun volto a cancellare l’infamia. neppure il mio.

E poi all’improvviso avevi la sensazione di cadere all’indietro. Proprio nel punto più basso del suolo. Ogni tuo timore era personificato e non bastavano i ricordi. Sapevi che avresti potuto spingerti oltre, il precipizio era lì pronto ad accoglierti, ma come ogni volta avevi tutto il tempo per pensarci. E il tempo deglutiva se stesso. All’infinito.

© i. p.