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Tag Archives: resistenza

ilacampagna2

Accompagnavo Eli a cogliere i pinoli, guardavamo le bocche del sole tra le fronde, aghi nelle pupille. Eli aveva occhi grigi bistrati di nero, labbra sanguigne, efelidi sul principio del naso e sulle gote, fossette agli angoli della bocca. Portava minigonne da urlo, Tshirt scollatissime e catenelle di metallo dalla nuca alla gola. Sollevava lo sguardo, nei tratti del volto un altro volto, maschera di belva.
Eli aveva visto. Sul ballatoio. Il padre fuggire. La madre schiantarsi di schiena contro la parete ruvida e bianca. Strappare i fiori dal roseto. Ferirsi con le spine. Tutti i petali frantumarsi nella luce. Aveva mani lunghe e screpolate, la mamma di Eli. Ci piaceva guardare le unghie rosse sbrecciate di bianco innaffiare i vasi di rose e orchidee.
Non era l’assenza del padre quanto quell’immagine. L’immagine dei petali frantumati nel sole. Lo stesso frantumo spaccava la pelle.
Coglieva i pinoli dal bordo dei tronchi, Eli. Li teneva con le mani a giumella e si macchiava, i palmi, le dita. Ne coglievo in gran quantità e mi rimproverava quando ne lasciavo cadere. Si chinava a raccoglierli. La maglietta gialla veniva su. Lembi di addome scoperti. Una rastrellata di sangue rappreso.
Cos’hai qui?
Non toccare.
Scherniva con occhi velati. E cercavo di tenerle la mano. La scaraventava altrove.
Chi ti ha fatto questo?
Sta lontana da me.
Un’unghia feroce sulla pelle. Avambraccio ferito. Aveva le unghie di sua madre, Eli, e non me n’ero accorta.
Camminando la gonna le lasciava scoperta una costellazione di lividi tra le cosce. I tacchi degli anfibi scricchiolavano strofinandosi l’un l’altro.
Perché ti fai del male?
Si accostò. Mi guardò con occhi di avvoltoio prima di dilaniare la sua carne. Una mano sul petto, quasi a volermi strappare le vesti.
Ti sei mai chiesta, Gemma, perché veniamo qui ogni giorno a prendere i pinoli? Ogni giorno alla stessa ora.
Silenzio.
E ti sei mai chiesta perché tu sia vestita da bambina e io da donna?
Silenzio.
E Ti sei mai chiesta che cosa significhi non avere un padre?
Silenzio. Uno sguardo. L’abisso.
Tu ce l’hai, un padre. È lontano ma ce l’hai.
Perché continui a frequentarmi?
Silenzio.
Indietreggiai. E vidi anch’io, per la prima volta, quei petali. Petali di rosa frantumati dalla luce feroce del sole d’agosto.
Eli fece altri tre passi. Si voltò a sorridermi in un ghigno maldestro. Svanì dietro i cespugli prima del mare.
Seguivo le orme. E dentro c’erano i giorni insieme, bambine, nella sabbia. Gli inverni dietro le finestre di casa sua, quando la stufa era rotta. Il freddo e gli abbracci. La madre che entrava. E avevamo paura dei suoi occhi. Senza luce. Ci portava il te’ all’arancia, ne sentivamo l’aroma da lontano. Entrava e tentava di sorridere, aveva dolce la voce, sussurrando, diceva bambine state bene. E lei stava male, le guardavamo gli occhi. Doveva essersi persa. In un giardino innevato. Alla finestra le lampare ghiacciate dal gelo. E nella stanza solo il fiato di Eli sul mio, in quell’invenzione di bacio.
Sedici gradini a piedi scalzi per spiarla. Restava impietrita, raggelata, nel vestito bianco, nello sguardo ai muri. E quando il padre tornava si consumava tra loro il rito della banalità, mille parole mute. E lei altrove, ma dove? Dov’erano quegli occhi che il sogno trasse in inganno? Dove le movenze antiche dall’incarnato pallido? Dove l’anima gentile e guerriera di un tempo? Qualche ciuffo bianco nella lunga chioma. E lo sguardo degli spettri.
Seguivo le orme e nelle orme c’era il riflesso del sole in frantumi. Quei petali. Sulla roccia. I pinoli. Petali di rose e pinoli a tracciare un sentiero fino a Eli. Dondolava sull’orlo del precipizio, graffiandosi l’addome. Lasciava dondolare una gamba nel vuoto. Cinquanta metri sul livello del mare. Le cose lì giù erano insetti. Puntini. E lei, spalancava le braccia e chiudeva gli occhi. Aveva nel corpo il corpo della madre.
Non puoi! – gridai forte – Non adesso. Non puoi. Non farlo.
La voce da grido si fece caverna.
Eli si voltò. Aveva negli occhi la furia degli avvoltoi, e l’innocenza dei cerbiatti.
Si voltò e si mise a sedere sull’orlo del precipizio. In bilico. Sussultai.
Ho tracciato un sentiero, di modo che possa vedere tutto. Di modo che possa raggiungermi proprio qui. Ho tracciato un sentiero. E non posso far altro che seguirlo, io stessa, fino in fondo, fino al vuoto.
La vita va avanti, Eli, va avanti. Le persone ci passano accanto e ci portano via pezzi di noi, ma la vita va avanti.
Sì, incontreremo altri, che ci porteranno via altri pezzi. Mio padre si è portato via la sua anima. A cosa serve un corpo senz’anima? Non esiste null’altro che sconfitta. Bisognerebbe arrendersi al nulla. Anche le persone convinte di essere nel bene, di essere nel giusto, o addirittura di essere felici, vivono solo una stupenda illusione. Tutto crolla. A volte le cose crollano perché le fondamenta sono labili. Si frana irrimediabilmente. Essere in cielo o nel baratro, in fin dei conti, non fa alcuna differenza. Forse sarebbe meglio non costruire nulla. Errare nella notte respirando aria buona, quando tira. E per il resto cercando di non farsi avvelenare dalla polvere. Siamo polvere. Tutto è polvere. Niente esiste sul serio. In fondo cosa cambia. Se guardi a fondo una cosa, questa smette di esistere in quanto cosa. Se ti concentri su una faccia, a poco a poco perde la dignità di faccia e diventa un tripudio di pelle e pori e nei e piccoli sfoghi e quant’altro. Di base vediamo negli altri ciò che sta dentro di noi. E neanche poi così a fondo. Anche in noi non c’è null’altro che illusione. Se analizzi un comportamento o una pulsione fino al limite diventa assolutamente inconsistente. Se arrivi a meditare profondamente sul tuo stesso desiderare o temere, gli oggetti stessi di desiderio e paura svaniscono e forse anche il desiderio e la paura. In un modo o nell’altro arrivi alla Grande Indifferenza. Indifferenza alla vita. Indifferenza alla morte. Indifferenza a sé stessi. Agli altri. Alle tragedie del mondo. All’uomo che muore. Al dolore di una madre. Questa indifferenza, Gemma, è uno scudo ma anche una malattia. Questa indifferenza rende inconsistente il varco tra bene e male, vita e morte.
Mi avvicinai, le scrutai le mani nere di pinoli. Con le dita raccolsi le sue. Mi guardò e non era più avvoltoio né cerbiatto ma uccello.
Chiusi gli occhi.
Salto con te.
E lei fece un passo indietro.
Non puoi, devo prima insegnarti a volare.

 

© Ilaria Palomba

Copertina Una volta l'Estate

In uscita il 30 giugno per Meridiano Zero

Prima presentazione a Roma: 30 giugno, con Paolo Restuccia e Loredana Germani, alle 18, alla Mondadori di via Piave.

Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.
Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.
I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.
Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi.

Un incommensurabile grazie di cuore a Massimiliano Santarossa e Paolo Restuccia che scrivono:

“In anni in cui troppa narrativa italiana sconta il peccato della distanza dall’impegno, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio, a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota alla controstoria, pertanto verissima storia, degli attuali figli d’Italia.”
Massimiliano Santarossa

“Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali della narrativa italiana di oggi, ironico, surreale, e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzo mette la sua voce al servizio di una storia profonda ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.”
Paolo Restuccia

 

Qui tutte le info, rassegna stampa, interviste, ect

perché amo questo popolo di silvia todeschini_0

“Perché amo questo popolo. Storie di resistenza palestinese” di Silvia Todeschini (Edizioni Bepress, 2013, 183 pp.), è una raccolta di interviste a metà strada tra racconti e reportage narrativi. L’autrice è attivista dell’Internazional Solidarity Movement e della rete italiana ISM. È andata in Cisgiordania all’inizio del 2009, per poi cercare di tornare un anno dopo ed essere respinta all’aeroporto di Tel Aviv dalle forze di frontiera israeliane. È stata attivista a Gaza dall’ottobre 2010 al dicembre 2011. In questo libro ha raccolto storie di resistenza palestinese, grazie a interviste rivolte a donne e uomini di varie estrazioni sociali. Il contadino, Abu Khaled, che, fuggito dalla propria terra dopo aver visto fucilare la sua famiglia, continua a seminare grano, nonostante l’esercito israeliano ogni volta distrugga le coltivazioni. I pescatori, sparati a vista non appena superano le 3 miglia, ovvero un limite insostenibile, dal momento che normalmente la pesca si svolge su minimo dieci miglia. Sparati e arrestati mentre cercano di tornare indietro a prestare soccorso a un amico colpito dai proiettili. L’eroina islamica Fatma, partita incinta per aiutare il suo popolo a difendere la propria terra, subito arrestata e torturata. Costretta a partorire legata al letto, a non poter allattare suo figlio, a vederlo crescere in prigione, maltrattato, offeso e denutrito. Queste e molte altre storie di vita vissuta al limite della sopravvivenza e della sopportabilità, raccontate in modo diretto e cronachistico. Inframezzate da cenni storici che spiegano tutti i passaggi dell’occupazione Israeliana in Palestina, di come lentamente un popolo si sia impadronito della terra e della vita di un altro. Nei racconti fatti da contadini e pescatori, per esempio, emerge come gli israeliani non permettano ai palestinesi di coltivare i terreni e di pescare, poiché non vogliono che siano autosufficienti. Vogliono renderli dipendenti per quanto riguarda i bisogni primari. In oltre, verso la fine del libro, precisamente a pagina 158 c’è un’interessante quanto aberrante esposizione su come il governo italiano sia complice dell’occupazione israeliana. Dal 2008 al 2012, patti Nato, scambi di armi, leggi di sottesa alleanza, esercitazioni militari congiunte e altri accordi di cui non si sa nulla o quasi. Per citarne solo alcuni: “A luglio 2012 è stato ratificato un accordo che prevede la vendita di 30 M346 prodotti da una branca di Finmeccanica italiana per Israele.” “Mario Monti ha particolarmente spinto per la sua attuazione.” “L’Italia è obbligata a comprare da Israele armamenti per un valore non inferiore al miliardo di dollari.” “L’Italia acquista da Israele missili Spike, … droni e i famosi radar antimigranti a lungo raggio, che vengono installati in Sardegna” e in molte altre coste italiane. “Il filo spinato installato in Valsusa per difendere il fortino militare, ai danni degli abitanti del posto, è di ideazione israeliana.” “Nel 2012 sono stati simulati combattimenti aerei tra cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani ed Eurofighter e Tornado italiani, inoltre, cosa gravissima, sono stati eseguiti veri e propri lanci di missili aria-terra e di bombe a caduta libera.” “All’interno dell’Operazione Vega le esercitazioni si ripetono con regolarità da diversi anni.” È un libro coraggioso, parla chiaro e permette al lettore di entrare nella quotidianità delle violenze che il popolo palestinese ha subito e continua a subire. È un libro che fa chiarezza sui meccanismi politici, storici ed economici che hanno portato alla situazione attuale. È un libro profondamente autocritico nei confronti dell’Europa e dell’Italia ma anche portatore di una volontà rivoluzionaria che dal popolo palestinese investe e contagia coloro che ne entrano in contatto. Le ultime pagine raccontano di tre attivisti: un’americana, Rachel Corrie, un tedesco, Thomas Hurndall, e un italiano, Vittorio Arrigoni, brutalmente uccisi dalle forze armate israeliane i primi due, rapito e poi ucciso da un gruppo jihadista il terzo. La prima, uccisa a 23 anni mentre si metteva tra un bulldozzer e la casa di alcuni palestinesi che l’avevano ospitata per mesi. Il secondo, colpito alla testa da un proiettile israeliano, sparato da una torretta di controllo, mentre portava via dalla linea del fuoco due bambine. Il terzo aveva scritto un libro sulla sua esperienza in Palestina e ne avrebbe scritto un altro, raccontava tutto su un blog e una pagina facebook ed è stato ucciso da un gruppo terrorista dichiaratosi afferente all’area jihadista salafita. Queste le parole di Rachel Corrie in una lettera ai genitori: “Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo… Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio… Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili.”