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Monthly Archives: giugno 2012

Ero immersa in un lavoro mentre il mio corpo andava in frantumi. Stavo scrivendo Terrafelice, di cui conservo ancora le prime e uniche 60 pagine. Il punto è che stavo male, ora, chi l’ha detto che per scrivere devi per forza stare male? Ok, a volte la sofferenza aiuta, è vero ma quando prende il sopravvento non si riesce a creare nulla perché si chiudono quelli che io chiamo pori percettivi. Non per altro mentre tentavo di scrivere Terrafelice, nel giro di tre mesi mi sono tolta un dente del giudizio e l’appendice. A volte il corpo ci parla e se non parla grida e se non grida ti prende a cazzotti. Io e il mio corpo litighiamo spesso, lui è lì ma non in mio nome, lui fa cose che non condivido.

Ho vaghi ricordi del periodo in cui scrivevo quella storia intricata, più che altro non saprei dire quali di questi ricordi siano reali e quali no. Ricordo di essere andata in un consultorio di San Giovanni, ricordo l’odore di pareti stinte, ricordo una psicologa mora dai capelli corti. La verità è che ci sono andata solo per  trarre ispirazione: la mia Iris doveva essere internata in questa clinica con metodi di cura apparentemente straordinari, innovativi, in realtà nazisti, avevo bisogno di incontrare una psicologa cattiva.

Di volta in volta andavo al consultorio, aspettavo in una sala d’attesa verde piena di tavolini con Io Donna e altre riviste del genere, alle pareti poster tipo Esplorando il corpo umano e slogan del tipo: La prevenzione prima di tutto. Andavo lì e leggevo Come dio comanda di Niccolò Ammaniti mentre aspettavo che si liberasse la stanza. Poi entravo e c’era questa signora sui cinquanta, con un viso da professoressa di scuole medie, gli occhialetti, la faccia un po’ seccata, della serie: fammi sentire che caspita vuole quest’altra esaurita. E c’ero io che non volevo raccontare i cazzi miei e inventavo storie, del tipo: sono venuta a Roma per sfuggire a una catastrofe, oppure i miei genitori sono alcolizzati. Ma lei ogni volta voleva scavarmi dentro e finiva che dicevo la quasi-verità.

–          Sì, ma tu cosa vuoi?

–          Voglio scrivere

–          Quindi sei qui per studiare?

E io abbassavo lo sguardo e cercavo risposte nelle fotografie di margherite affisse alle pareti e immaginavo che quelle margherite possedessero un volto, un paio di occhi e una bocca che si apriva e diceva: fuggi!

–          Sì, sto scrivendo un romanzo.

Non mi ha mai domandato di cosa parlasse, non ha dato la minima importanza a questa storia della scrittura. Diceva: ho pazienti più gravi di te e qui dobbiamo parlare di cose serie. Diceva: devo sapere cosa vuoi, cosa ti fa soffrire, altrimenti non posso aiutarti. Diceva: dove abiti? Cosa fai per mantenerti? Che rapporto hai con gli altri?

Faceva tante di quelle domande che le storie che volevo raccontare si bloccavano nell’esofago. Iniziavo a trovare più affinità con l’unghia mangiata del mio pollice che con la faccia di questa tizia. Mi veniva una gran voglia di alzarle le mani, sputarle in faccia, buttare per terra tutte quelle cartacce con cui stava macchinando dietro la scrivania.

E per quanto fosse cinica e indifferente non riuscivo a riconoscere in lei la psicologa di Terrafelice, non possedeva la crudeltà necessaria, il sadismo scientifico-gnoseologico che mi sarebbe servito per creare quel personaggio. Stare lì era diventato del tutto inutile, così un giorno, di punto in bianco non ci andai più.

Nel mese di Marzo mi prese un attacco di appendicite, non so cosa abbia a che fare con la psicologa ma, certe discipline orientali mi hanno insegnato che il corpo è un sentore dell’anima e quando inizia a ribellarsi il corpo, be’ allora vuol dire che c’è qualcosa che non sta funzionando anche nella nostra fottuta psiche.

Sono stata ricoverata tre giorni in una clinica di Bari, il chirurgo mi aveva promesso che sarei tornata a Roma subito dopo l’operazione. Invece a Bari ci sono rimasta una settimana per accertamenti e controlli vari, e durante questa settimana, fregandomene della cicatrice fresca laparoscopica nel buco dell’ombelico, sono andata a ballare in un luogo che apparteneva al mio passato, ho rivisto un po’ di gente marcia, e tra quella gente, una ragazza di diciannove anni bionda, con gli occhi incazzati, un gruppo di stronzetti che le puntavano gli occhi addosso e la prendevano per il culo.

Avevo mal di pancia e non riuscivo a ballare, me ne stavo in disparte a spiare il mondo. Altro che consultorio… quale manicomio più vero della vita?

Una volta a Roma ho preso quella gente, ne ho stravolto propositi e personalità e l’ho sbattuta su Fatti male. Dopo neanche un anno Fatti male è in libreria.

Quando sono depressa esco di casa e cammino per Roma, Monti, San Giovanni, San Lorenzo, Garbatella, Tor Pignattara, Prenestina, cerco gente viva, posti in cui ci si siede per terra, gradinate, muri scalcagnati, casolari abbandonati e dj, altro che consultorio!

Martedì 19 giugno ’12

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Sono scesa in quell’antro per la prima volta aggirandomi tra odori d’incenso e pece, sguardi sconosciuti, vestiti lunghi, cappelli, giacchette anni ’30. Percorri la rampa di un garage, precipiti in un luogo che ha del surreale: sedie alle pareti, mercatino dell’usato, oggetti d’antiquariato, tappeti rossi. E la gente, la gente è diversa dal mondo comune, sembrano usciti da un’opera di Antonin Artaud o da una Parigi idealizzata, surrealista o bohemien. Sugli scaffali film di Truffaut e Antonioni, libri di poesie, letteratura orientale.

Poi attraversi una porticina bianca e ti siedi su cuscini rossi. La prima volta, due anni fa, c’era questa ragazza seduta s’un divano, con i riccioli scuri davanti al viso, un vestito lungo nero, morbido, gambe divaricate e gomiti sulle cosce a reggersi la testa. Sollevava a poco a poco il capo e cominciava a interpretare poesie di una bellezza struggente.

Quel giorno avvertii un legame con lei, un moto inspiegabile, di pancia, quegli attimi mistici in cui ogni cosa è chiara. Mi sono posta interrogativi sulla sua storia, su come fosse giunta alla poesia e al teatro.

Oggi quella stessa attrice è in scena insieme ad altre cinque persone. Io sono sempre sullo stesso cuscino rosso e sembra che il tempo si sia fermato. Qualche giorno fa ho fatto un’operazione e mi hanno consigliato di restare a casa, con il ghiaccio sulla zona dolente. Ma mentre osservo i loro movimenti ipnotici, quasi una danza, come un mondo che tenta di emergere dalle ceneri del nostro, come un flusso di energia che attraversa le membra, il mio dolore scompare, ogni cosa scompare.

Lei si chiama Alessia D’Errigo e il suo maestro è Antonio Bilo Canella, il luogo in cui mi trovo è il Cineteatro, e non sono ancora certa che si tratti della stessa dimensione in cui si è soliti vivere. Ogni cosa qui è trasfigurata. L’anno scorso ho frequentato un workshop con Antonio Bilo Canella e Hossein Taheri di Performazione, è stato bello e terribile, come confrontarsi con il proprio doppio. Come entrare nella mente di dio e uscire dalle sue cosce diventando altro.

Oggi sette esseri umani diventano Amleto, la guerra, l’amore, la rivoluzione, l’ombra inquietante di un destino segnato. L’inganno, la vendetta. Li vedo aggirarsi fluidi in una specie di trance, li ascolto pronunciare parole che ricordano deliri. È uno spettacolo di ascesi collettiva, siamo tutti Amleto, siamo tutti traditi da un popolo invasore che entra nelle vite con le grazie di un gioco. Il mio regno era l’amore, dice Antonio, ma ho dovuto agire, perché se ti prendono tutto non puoi restare a guardare.

Suoni e luci che riscaldano e poi raffreddano l’ambiente, si espandono e si rabbuiano, mi fanno scivolare nel loro mondo, che non è un mondo dietro il mondo, è una verità intima che tutto unisce in un aroma viscerale di canti ebbri, voci, parole che entrano nella pancia e perforano l’inconscio.

Mi chiedo come sia possibile raggiungere le viscere, loro ci riescono. E la cosa pazzesca è che è tutto improvvisato, non c’è testo, non c’è copione, non ci sono prove, solo laboratori, training, un gioco sacro in cui s’impara a esperire alterazioni della coscienza.

Mi vengono in mente le mie di alterazioni, quando in passato ho danzato a occhi chiusi per dodici ore sotto musica trance ossessiva, danzavo con gli dei nella pancia e i demoni tra le cosce. Mi viene in mente un tempo passato, da bambina, quando, per sfuggire alla morsa del tempo, sbattevo gli occhi e trattenevo il respiro fino a  piombare a terra trafitta dalla luce. Mi tornano in mente i miei sei anni e il dormiveglia di sagome olografiche e balli in maschera ottocenteschi, una colonna sonora Beethoveniana che suonava a lungo ma solo nella mia testa.

Mi torna in mente ogni cosa come se vivesse simultaneamente nel mio corpo e fuori dai bordi di questa realtà che tutto congiunge.

Quando lo spettacolo finisce vado da Alessia per complimentarmi, mi invita a recitar poesie su questo palco tra qualche mese, un sorriso mi solca il viso come una falce e devo fermarlo perché ricomincio a sentire i dolori dell’operazione, la guancia che tira, il fottuto dente del giudizio per cui hanno dovuto aprirmi la mandibola. È il terzo che tolgo in un anno. Si vede che da queste parti il giudizio non arriverà mai, e se arriva va estratto con bisturi e pinze.

Alessia mi chiede di “Fatti male”, dice che vuole comprarlo. Dice che presto pubblicherà anche lei, poesie. Le faccio i  miei complimenti e non ho le parole giuste per esprimere ciò che riesco a provare guardandola in scena, ma non c’è bisogno di parole perché lei lo sa benissimo.

Saluto Antonio Bilo Canella, e lo ringrazio di aver creato un universo così vero.

Torno a casa e comincio a sognare, spero di non svegliarmi mai, non del tutto.

Artisti che hanno preso parte alla performazione: Antonio Bilo Canella, Alessia D’Errigo, Caterina Gramaglia, Tessa Canella, Francesco Di Giacomo, Massimiliano Tradii Bersani.

C’è troppa tristezza nel mondo per lasciarsene inghiottire, per questo, al contrario, ho sempre cercato la gioia pura, impalpabile, fatta di sguardi e voci, la gioia che si perde nello sciabordio delle onde. Ciò di cui mi rammarico è di non essere all’altezza di tale gioia. Due anni fa sono partita per Roma con uno zaino, io stessa non sapevo cos’avrei fatto per campare, sapevo solo di voler scrivere e null’altro. Se sono fuggita è stato perché ciò che mi procurava gioia in passato cominciava a non procurarmene più. Qualcuno la definisce crescita, io mi sentivo uno schifo. Non sapevo nulla, non conoscevo nessuno, non volevo conoscere nessuno. Non ero ancora entrata nel trip del successo, forse per questo riuscivo a scrivere pagine e pagine senza problemi: non mi curavo dell’effetto che potessero sortire. Scrivevo perché volevo creare mondi. La mia gioia risiedeva in un foglio bianco, un personaggio che a poco a poco emergeva, distraendomi da me stessa. Non ero depressa, solo diversamente felice. Ero felice nella solitudine, nella misantropia, nella fragilità degli abbandoni.
Il primo giorno a Roma l’ho trascorso in casa, avevo un piccolo monolocale a San Giovanni, una casa che era appartenuta a mio padre, ci aveva vissuto, studiato, fatto il rivoluzionario con i suoi compagni del ’77, bevuto vino, portato a letto donne. Poi s’era tediato, non so se di Roma, dei compagni o semplicemente di se stesso, aveva conosciuto mia madre ed era scappato in Puglia, la casa di San Giovanni l’aveva messa in affitto. E ora io percorrevo il sentiero opposto: fuggivo dalla Puglia, dall’adolescenza, da rapporti tirannici, da una me stessa che conoscevo a menadito. Fuggivo dalle mie certezze, da romanzi non finiti, da rave infiniti, da desideri masochisti, da poetucoli invidiosi e piccolo borghesi, dai miei genitori.
Sono entrata in quella casa per la prima volta e mi è sembrata un bugigattolo. Attraversavi il cancello, salivi tre gradini, guardavi tra le inferriate gli appartamenti sotterranei, sentivi il brusio di perfetti sconosciuti, molti dei quali stranieri. Il portone di vetro dai contorni neri dava l’idea di un posto poco curato, entravi e c’era una telecamera. Sulla sinistra una porta a righe in legno, infilavi la chiave nella toppa, ne sorbivi il rumore ed entravi. Penombra. Anticamera. Stretto. Ebbi un senso di claustrofobia, m’inoltrai nell’unica stanza della casa, che sarebbe stata per un anno la mia camera da letto, la mia sala da pranzo e il mio soggiorno, alzai la serranda della grande finestra rettangolare, aprii i vetri. C’era tutta quella luce, un getto inondò l’intera casa, non era poi così difficile viste le dimensioni. Cominciai a comprare mobili indiani, stampe surrealiste. Il luogo prese vita. I primi giorni a Roma li trascorsi in casa, a leggere, leggere, leggere, Murakami, Dostoevskij, Palahniuk, Virginia Woolf. Avevo un sacco di gente a cui telefonare, amici pugliesi trasferiti a Roma, parenti, amici d’infanzia romani, eppure me ne stavo da sola. Mi mossi di casa allo scadere della prima settimana, per cercare lavoro.
Fino a un mese prima avrei fatto carte false per vivere la mondanità romana, spulciavo eventi su internet, segnavo sul calendario date di serate techno, mostre fotografiche, cineforum, teatri. Da Bari progettavo nottate a zonzo con sconosciuti, incontri surreali, diversi amanti, tra donne e uomini conosciuti per caso magari in un vicolo di Trastevere o a una fermata del tram. Poi, una volta lì, lontana dai miei, dagli amici di sempre, dai ricordi, tutto si trasformò in una bolla di nebbia. Vivevo in modo ovattato, cucinavo lo stretto indispensabile alla sopravvivenza, un piatto di riso in bianco, un uovo sbattuto. Fumavo una sigaretta dopo l’altra e vivevo in un cumulo di libri, con il computer sempre acceso ma senza mai andare su internet. Ogni tanto spiavo le vite degli altri attraverso la finestra. Ero felice quando, costretta a muovermi per andare al lavoro o al corso di narrativa, dovendo attraversare Roma in bus, mi sfrecciava dinnanzi uno scorcio del Colosseo attraversato dalla luce rossastra del tramonto e quasi per la prima volta mi rendevo conto di aver davvero cambiato città, di essere altrove.
Era un altrove, quello che mi ero costruita dentro, un altrove sconfinato in cui tutto si allontanava. Vivevo in un viaggio onirico che mischiava sogni, frammenti di vita, aforismi d’autore, spezzoni di film. Con tale stato d’animo iniziai a scrivere una cosa mai finita.
Non è durato in eterno. Un giorno di Ottobre un tale conosciuto l’estate precedente mi chiese di uscire. Non vedevo in modo chiaro, tutto in me era lontano e confuso. Non vedevo nulla e non volevo vedere. La ragazza spigliata e fuori di testa che avevo sempre scorto davanti allo specchio mi aveva abbandonata, lasciando il posto a un’estranea, misantropa, silenziosa e insicura. Tutta l’ebrezza maudit di una volta si era tramutata in una ricerca sotterranea, un mondo onirico di voci, odori e colori mischiati in paradisi artificiali. Fortuna volle che quel pomeriggio decisi di uscire con quel tale che non riuscivo a vedere. Andammo a Piazza del Popolo e sedemmo in un costoso caffè dalle poltrone bianche. A poco a poco i tratti si schiarirono: riuscii a distinguerne l’incarnato diafano, i tratti del volto, gli occhi grandi, buoni e feroci, di lupo. Persino l’odore della sua pelle mi giunse alle narici, era miasma di tiglio, mi fece venir voglia di mordergli il collo. E mentre bevevamo caffè, e un vecchio violinista in stracci suonava musica melanconica davanti alla scalinata di Piazza del Popolo, mi accorsi che quel tale che sorseggiava caffè sedutomi di fronte, fosse la prima persona a suscitare in me una pulsione vitale, il desiderio di essere nel mondo. Lui mi faceva domande e io parlavo, parlavo di un improbabile romanzo che avrei voluto scrivere, parlavo del fatto che avessi un disturbo di personalità e turbe relazionali, di quanto mi sentissi diversa, parlavo di Bari e storie di merda, rapporti malsani e feste infinite, ferite profonde. Parlavo di casa di mio padre, di come fosse assurdo vivere lì adesso. Di come a volte ripensassi a Bari, alle storie di merda, ai rapporti malsani, di come tutto mi mancasse, di come mai e poi mai sarei stata a mio agio tra la gente sana. E mentre parlavo lui mi fissava, attento, come se volesse sbranarmi. A un certo punto indicò il mio collare borchiato.
Ma dov’è che l’hai comprato, quello?
Sfiorai le borchie fredde, metalliche, e fu come sentirmi per la prima volta, come se esistessi per la prima volta.
È una lunga storia, ma se vuoi qui dietro c’è un negozio che li vende.
Andiamoci subito.
Mi pagò il caffè e andammo via insieme. Da quel pomeriggio ripresi a vivere.
Dopo qualche mese compresi che la storia che stavo scrivendo non fosse quella giusta e iniziai a scrivere Fatti male. Se non fosse stato per Lupo non l’avrei mai scritto.

Sono un freak, lo sono sempre stata, sin da piccola lo ero. Mai al posto giusto, mai nell’ambiente giusto, come se tutto dovesse sparire, come se io dovessi sparire. A scuola ero una punk, tra i punk ero una pischella, tra gli intellettuali una raver, tra i raver una scrittrice. La mia stanza puzza di sigaretta e piatti mai lavati. Le giornate scorrono sui tasti di un computer.
Certi giorni però mi lascio travolgere e sparisco. Il vento sulla pelle diventa una scossa lungo la nuca, c’è Anya che mi rapisce e mi porta nelle caverne del divertimento. Mi copro il viso con i capelli, mani in tasca, cappuccio in testa, schivo gli sguardi, lascio parlare lei al mio posto.
La gente m’inquieta, il divertimento mi rattrista. Ma cosa farei senza di lei, dove sarei in questo istante? Ci vuole un’Anya a rapirti dai cattivi pensieri, ci vuole un uragano biondo dagli occhi di ghiaccio e vestitino maculato a trascinarti fuori da quel muro di gomma. La vedi masticare patatine fritte e bere coca cola, la vedi alzare il sopracciglio e mandarti affanculo quando fai l’afflitta. Si parte in tre su un’Onda Jazz di prima mattina, per ballare due giorni musica nera e ossessiva. La vedi sorridere e andar via col primo che capita. Torni a casa con tutti questi flash maledetti che miscelano mondo e psico-proiezioni. Torni a casa e rivedi lei e tutti i tuoi personaggi.
Scrivi per lasciare ombre di te nel mondo. Scrivi per non cancellarti. Scrivi perché vivi con i mostri, sono troppi, e se non li lasciassi uscire ti sbranerebbero.

Ero prossima al suicidio. Davvero, mi sarei fatta fuori, le modalità non saprei riferirle con esattezza ma tutto convergeva in quella direzione. Voi cosa fareste se, tornando alle dieci di mattina la domenica a casa, con la capigliatura adatta a un film sugli zombie e gli occhi simili a pezzi di ricambio per automobili guaste, lo stomaco stretto come un tubicino delle flebo e la gola secca che tutto ciò che vorreste fare è bere un litro d’acqua, fumare una sigaretta e sfogare le paranoie su di un foglio con parole meta esistenziali, scopriste uno dei vostri genitori che traccheggia con il vostro personale computer, e l’altro che cerca di pulire la stanza ma solo per trovare una scusa per guardarvi negli occhi e rinfacciarvi tutto ciò che avete o peggio che non avete fatto?
C’era odore di caffè bevuto con rabbia. I quadri impressionisti alle pareti ripercorrevano il naufragio del mio corpo, il mio corpo era un cumulo di pelle accatastata, pelle che non vuole morire in alcun modo. Avevo cominciato a scrivere un romanzo, lo scrivevo alle dieci della domenica mattina, su fogli di carta, alcuni poi li gettavo, altri li trascrivevo al computer, quando lo trovavo libero. La condizione per scriverlo era non pensare. Fluttuare. Tutto ciò che mi passava per le viscere finiva sul foglio, senza interazioni razionali. Pensavo che per non temermi dovessi superarmi, il non pensiero mi superava. Alle otto di mattina, alle nove di mattina, alle dieci di mattina, alle due di notte, in casa, muscoli indolenziti da nottate di danze estreme, testa intorpidita da paranoie suburbane, musica techno, Prodigy o Ellen Allien, Apparat, Massive Attack, qualsiasi cosa mi distraesse da me stessa. A volte scrivevo in viaggio, sul treno, altre volte al mare, con la salsedine nelle narici e tanto cristallo puro negli occhi. Sarebbe stato un successo, una cosa da brivido, sapevo che quella fosse la storia giusta.
Una mattina misi insieme tutti questi pezzi disgregati che avevo scritto, li rilessi. Uno dei miei genitori, di cui non preciserò nome né sesso, mi spiava in silenzio. Sorrideva mentre io leggevo ad alta voce, sorrideva con gli occhi. Avevo L’insostenibile leggerezza dell’essere aperto sul tavolino del computer e Il lupo della steppa sul davanzale della finestra. Era gennaio, il freddo scalfiva le ossa. La stanza del computer era un cumulo di libri, sopra di me il quadro di Karl Marx che mi guardava come se volesse darmi della blasfema. Allora il genitore entrò in studio e guardandomi con un cenno di compassione, quasi pena, nei tratti del viso, disse:
– Soffrirai.
Per un istante il battito cardiaco s’arrestò. Mi domandai se fosse reale o se l’avessi solo immaginato o sognato, il che faceva molto Paura e delirio a Las Vegas. Lo osservai storcendo il labbro inferiore, tipo cartone animato giapponese. Non ebbi il coraggio di dire una parola ma in cuor mio brulicavo di curiosità: aveva ascoltato? Cosa aveva ascoltato? Spero non le scene di sesso violento… gli era piaciuto? L’aveva trovato una merda?
– Sei brava, – disse – per ciò so già che ti metterai in un bel guaio, t’illuderai di fare strada con questa roba e soffrirai come una pazza, buono a sapersi, non cercarmi per piangere sulla mia spalla quando invierai questa roba alle case editrici senza ricevere risposta.
Io zitta, fingendo di non essere interessata.
– L’ho scritto per gioco – dicevo.
Dentro il petto bruciavo, qualcosa si spezzava, avvertivo un rumore di vetri infranti che capitolavano giù per delle scale che non c’erano. Osservai gli anfibi per accertarmi di non aver schiacciato nulla. Non avevo schiacciato nulla.
– Bene, allora, ascoltami, lascia perdere questo gioco, ascoltami, smettila di fare nottate, viaggi e cazzate, mettiti a studiare, diventa ordinaria di Filosofia e poi, dopo, mettiti a scrivere romanzi, non fare cazzate, senti a me.
In pratica il primo romanzo l’avrei pubblicato a sessant’anni, sempre se non fossi diventata una di quelle vecchie prof impegnate nell’attività di distruzione dell’altrui bellezza e genuinità a causa della famosa malattia che colpisce le donne dopo i quaranta, altrimenti detta invidia dell’utero funzionante. No. Io non avrei mai fatto anni e anni di lecchinaggi (in tutti i sensi) a improbabili prof grassi e vecchi, per tentare una carriera che poi magari non avrei raggiunto e dunque per poi finire, frustrata e sconsolata, in una scuola secondaria (come le chiamano ora) a seviziare ragazzini, per rifarmi delle ingiustizie dell’esistenza. No, dissi a me stessa, io non propagherò la catena di questo infausto dolore. Io spaccherò il mondo, con le buone o con le cattive.
Naturalmente non lo dissi in quel momento, annuii, mollai il computer, uscii e telefonai a un mio amico farmacista che vendeva pillole della felicità.
Feci leggere quanto scritto a quattro persone, tutte e quattro dissero che era roba forte. Dopo due giorni inviai il romanzo a tre case editrici. L’unica che ebbe la benevolenza di rispondermi, di cui non faccio nome, scrisse testuali parole: il suo romanzo è troppo avanti per noi, una scrittura troppo sperimentale rischia di fagocitare la trama al punto da ridurla a un nonsense.
Una di quelle domeniche mattina, tornai a casa dopo una brutta nottata, di guerre di sguardi e stati ansiolisergici, rizomi monocorde, psicosi dell’alchimia smarrita. Tornai a casa e decisi che mi sarei tagliata le vene. L’avrei fatto davanti al computer. Sulla mia lapide avrebbero scritto: Santa Ilaria Martire del postmoderno, dei rave party, della scrittura psicoattiva, dei blog metatechnoanalogici, e dei Social Network a interazione multipla.
Utilizzai un coltello da cucina e mi produssi tre tagli orizzontali sul braccio sinistro, il sangue cominciò a zampillare ma il dolore tardava a farsi sentire, pensai che colpendo la pelle, il dolore dell’anima si trasformasse in sangue, senza sporcare gli occhi di lacrime né il mondo di stronzate. Quel giorno il prudente genitore che mi mise in guardia sul potere tanatico della scrittura, non c’era. Quel giorno non c’era nessuno. Le attenzioni degli amici, quando ne hai bisogno, a tutti son rivolte meno che a te. La vista si annebbiava, l’odore di rame inondava la stanza, nelle orecchie avevo come una musica barocca e sulla pelle il formicolare di piume di gabbiano. Prima di esalare l’ultimo respiro, digitai sul computer, con la mano non inondata di sangue, la parola scrittura. Ciò che colpii i miei occhi fu il nome di una scuola di scrittura creativa, non avevo mai creduto nelle scuole di scrittura, le trovavo una cosa stupida, inutile, molto borghese. Ma in quel momento, quel nome, mi salvò la vita. All’improvviso mi accorsi che quello che avevo sulle braccia non fosse altro che un misero taglietto, che quella musica che credevo fosse il richiamo dell’aldilà in realtà provenisse dall’appartamento accanto, che il formicolio sulle braccia fosse dovuto all’allergia e che dovevo sbrigarmi a fare la valigia e partire per Roma, prima che fosse troppo tardi.
Corsi a disinfettarmi, preparai lo zaino e scappai di casa.
Il romanzo che avevo scritto lo accantonai ma conservai la trama e, allora, mai avrei immaginato che quella trama si trasformasse in Fatti male. Ma questa è un’altra storia.

http://www.youtube.com/watch?v=Ogg3uEkoKwQ

 

 

 

© Ilaria Palomba (racconto e foto)

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Venerdì 25 Maggio, dopo un anno lontano dall’Italia, da Roma, dagli omerici, torno a casa e vado a seguire il corso su Come si scrive un romanzo, tenuto da Paolo Restuccia ed Enrico Valenzi (Scuola Omero) in Casa delle Letterature.

Questa volta però non sono tra gli studenti ma vengo intervistata da Paolo: che sogno!