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Monthly Archives: febbraio 2016

L’Associazione Le Tre Ghinee/Nemesiache e Eleonora Pimentel
in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
invitano alla presentazione del libro:
Homo Homini Virus di Ilaria Palomba

hhv

 

“Una storia di passioni ossessive, cinici tradimenti, taglienti affondi ed elettiva complicità. Angelo spreca il suo talento nello spietato mondo del giornalismo. Iris cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art entrambi ansiosi e tormentati da un disperato bisogno di riconoscimento. Un empatico psichiatra ripercorre la loro complice, inarrestabile caduta nel delirante abisso in cui da vittime si eleggono a carnefici. L’autenticità non risiede nella gloria, ma nel rischio che si è disposti a correre per la propria verità.”
(Recensione di Lyly Dark su TempiDispari)

Istituto Italiano per gli Studi Filosofici –
Via Monte di Dio 14 -80132 – Napoli 29 febbraio 2016 – ore 16.30

Intervengono con l’autrice : Esther Basile, Rita Felerico, Maria Concetta Piacente
Coordina: Mimma Sardella
Lettura: Teresa Mangiacapra
Videoriprese: Rosy Rubulotta

info: mangiacaprateresa@gmail.com

cavallogiostra

Entrando in casa era buio, i mobili scricchiolavano e avevano un odore come di stantio. Mi portai innanzi e non riconobbi il suo volto. Poche ore prima mi aveva scritto un messaggio carico di promesse. Di te, null’altro che di te, aveva scritto, senza aggiungere soggetto e predicato. Ero rannicchiata sopra un divano con un bicchiere di spumante dolciastro e qualcosa di molle e zuccherato in un piatto rosso di plastica. L’aria odorava di dolce in modo nauseabondo e il corpo alle volte non lo sentivo più. Non avevo alcuna voglia di vederlo. Mi ero comunque vestita per raggiungerlo, lui non era quel genere di uomo che sappia aderire all’inconfessabile. Quel messaggio risuonava fasullo, meschino ma non sapevo dire di no al sesso così come all’alcol, al cibo e a qualsiasi forma di scivolamento. Avevo chiuso un vecchio libro di filosofia e mi ero vestita senza grazia, non lasciandomi sedurre dall’idea di piacergli. Forse mi ero resa conto solo uscendo di quanto avessi indosso, per il freddo suppongo, avevo dimenticato il cappotto ma per la stessa incuria con cui trascuravo ogni resistenza alle passioni tristi, avevo trascurato anche il corpo. Ogni corpo.
Lì il buio mi aveva colpita, uno schiaffo suppongo o una puntura di spillo ripetuta più volte sulle guance e sul collo. Forse era sopraggiunta una specie di stolida compassione per gli ambienti ostili dove serpeggiava un aroma antico e per nulla nobile, per nulla rassicurante, ma neppure spaventevole. Luca mi stava di fronte con i denti bianchi accesi nella penombra senza luce. Mi teneva per la cintura dei pantaloni e senza dire nulla mi trascinava per le stanze scansando con i piedi gli scatoloni.
Ancora quei pacchi, dissi torcendo appena il capo verso il basso.
Manca qualcosa, lui pieno di allusioni.
E mi accorgevo a stento della resistenza che facevo con le scarpe, del rumore stridente delle suole contro le mattonelle. Poi avevo fatto strisciare le unghie contro la parete e continuavo a fissarlo. Non ti accorgi di niente, di niente.
Mi tirò fino alla camera da letto, senza mobili, solo pacchi e un materasso grande a terra coperto da un telo, le sigarette sul pavimento laido, miasma di fumo e intonaco.
Nulla da dirmi? Nulla da dirmi, Carla? Perché non dici mai niente.
Ma lo sapeva, inutile rinvigorire, con la voce speranzosa di obliate persuasioni, tutto quel tempo vuoto che ci accingevamo ad abitare. E cosa avrei dovuto dirgli? Guardati. La barba incolta. E le linee attorno alle labbra, ogni linea un anno perduto a rincorrere chimere. Poi mi vorrai fino allo stremo e dopo il piacere mi riporrai per un mese in uno dei cassetti del subconscio. Possibilmente chiusa a chiave sinché non ritorni a tormentarti il demone. Desiderare. Consumare. Vuotarsi.
Mi lasciai crollare e mentre mi tirava e tirava vidi una foto stropicciata in uno di quei pacchi. Una ragazza. Avrà avuto vent’anni, il corpo esile, l’aria sostenuta.
Le sue mani sul viso, con forza, mi trasse a sé e poi giù, sul materasso.
I piedi contro i miei a cercarne il contatto e rapirmi l’equilibrio. Il fiato sul suo. Non me lo chiese, e neppure io. Forse domani ci saremmo lamentati, io dell’amante sua giovane e lui del mio alcol, dei miei aperitivi solitari e infiniti, tutto quel lasciarsi vivere. E a tratti goderne come di una vittoria sulla logica estensione delle cose.
Non starmi troppo vicina, Carla, non troppo, sussurrava sarcastico.
Mi allargò appena le cosce, aveva l’odore del tabacco. Non mi avvicinai e non reagii ma lasciai che tutto si compisse senza essere particolarmente vigile o interessata al vorticare ingegnoso dell’impulso. Non opposi resistenza per puro capriccio a lasciarmi avvenire, a lasciar fuori dal corpo ogni traccia di consapevole raziocinio.
Alle volte mi stringeva la carotide fino a lasciarmi semi cosciente e allora i singulti erano un’epifania di ritrovata beatitudine, quella dei bambini piccoli quando credono di creare i seni della madre per berne. Così c’era tra noi un patto mai pronunciato: io avrei lasciato fuori la facoltà di deliberare e lui avrebbe rinvigorito la volontà di potenza. Fino ad allora aveva funzionato. Qualche volta il corpo mio privato di ogni volontà si era acceso in una libidine oscura, onirica, vicina a una qualche forma di estasi. Ci eravamo poi rivestiti e ciascuno aveva proseguito la sceneggiata dell’indifferenza, senza un messaggio, una telefonata, un pensiero gentile, mai. Per poi ritrovarmi magari dopo un mese o due qualcosa come quindici chiamate e un messaggio con su scritto vieni a vivere da me, ti scongiuro.
C’erano le sue mani ora e i pantaloni tirati giù fino al pube. Le mani calde sui fianchi, li torcevano, erano pinze ma non ne sentivo la stretta. Quanto piuttosto la carne, questo sentivo, una porzione immane di carne vuota torcersi e piegarsi, riempirsi, vuotarsi, tremolare e mentre le dita mi cercavano il piacere rivedevo l’immagine esile di ventenne. Chiunque fosse stata. Mi appariva fulgida nel suo piccolo corpo di giovane donna, con uno sguardo tagliente, di ferro, il candore di una vergine e la dentatura appuntita, vampiresca.
Il corpo sopra di me non aveva suono, né peso, persino il suo odore parve scomporsi in una gamma variegata di fragranze di etnie. E gli sentivo addosso mille corpi e mille volti. Mille donne, di me, fare brandelli.
Mi riebbi. E quel corpo dentro il mio era di ferro, come lo sguardo della sua piccola amica in foto. In un istante era una lama e mi tagliava in pezzetti piccolissimi.
Lo spinsi via con foga. Rotolò sul materasso fino a toccare il freddo del pavimento e con quegli occhi bambini sembrò inginocchiarsi.
Carla…
Mi aspettavo un gesto di rabbia, uno scompenso degli equilibri sonori, quanto meno un’offesa, un oggetto lanciato. Ma cosa potevo aspettarmi da uno che tiene la vita segregata in pacchi di cartone da due mesi. Si trascinò sul letto rialzandosi i pantaloni della tuta e si sollevò lieve con una leggerezza da danzatore concettuale.
Tu bevi troppo, disse prendendo una sigaretta e l’accendino dal pacchetto sul pavimento.
Si accostò alla finestra e il tornante cigolò.
Avevo acceso la luce e guardandogli la barba incolta che baluginava di biancore e gli zigomi incupiti e ingrossati dal tempo, ebbi un sussulto e per un attimo gli vidi tutti i suoi cinquant’anni di pena e lavori precari e vessazioni e rinunce e lotte ormai smarrite e tradimenti e abbandoni e figli di cui non sapeva più nulla. Rimasi indietro mentre fumava con le braccia sul marmo e gli occhi bui infossati a cercarmi risposte nei gesti a scatti con cui infilavo le vesti.
Presi una sigaretta anch’io e mi accostai solo per accenderla. Mi tirò ancora per la cintola buttandomi in faccia il fumo.
Che cos’hai in testa? Eh?, sussurrava.
Scostai le dita che mi cercavano il pube, erano briciole, rimasugli di un piatto ormai vuoto.
Non hai bisogno di me, dissi.
Mi volsi a guardare lo scatolone con la foto. Di qui non era che un foglietto bianco in cima a una montagna di cimeli di ruggine.
Tentò un abbraccio.
Ma che dici? Te l’ho detto mille volte, vieni qui. L’alcol ti fa diventare isterica…
Una mano sul labbro e gli impedii di proseguire. Con uno schiocco delle dita gettai la sigaretta contro le luci della notte. A piccoli passi mi allontanai. Lui non si mosse e non smise di guardarmi. Null’altro che un corpo, ricordo, un corpo lasco e vizzo che si piega inesorabile al tempio della giovinezza.
Avevo ancora un miasma sottile di alcol quando la porta mi si richiuse alle spalle. Le vesti un poco sgualcite e il freddo nella carne a picco dalle finestre dell’androne. Ricordo la leggiadria di tutte le porte che si chiusero. E quell’istante frivolo di gaudio mentre correvo al freddo per prendere l’ultima corsa del tram. Con le stelle fulgide e infinitamente piccole nel buio a stravolgere l’opacità stantia e grigia di un luogo che non conoscevo più.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi