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Monthly Archives: giugno 2013

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essere corpo è doloroso e sterile. non ci sono elefanti neri in danimarca, diceva quel ritornello. ritorno lì dove si rompono i silenzi, nella cripta delle grida. ho paura del tempo, che questo possa dissipare ingiustamente… ingiustamente? paura dell’uomo e del vuoto. precipito. non ci sono mareggiate sotto i grattacieli. la città è buio vivido grigio stellare. non ci sono riferimenti certi. quale città? la mia? la tua? la loro? potrebbe essere roma, amsterdam, parigi, berlino o bari… a chi importerebbe? non ho pianto. non l’ho mai fatto. mi sono divertita a ondeggiare funambolica su quel filo di corda. corda spezzata, attimo ardente. stavamo fuggendo. da cosa? fuggivamo dalla fuga, amica mia, tu eri perfetta con quella lacrima di mascara sotto gli occhi, arancia meccanica. distillato d’illusione. sei pazza? mi avevi chiesto. mentre sfilavi le mie dita nei camerini di un palco-bar di quart’ordine, prima di andare in scena. quale scena? c’eravamo solo io e te, la città spettarle, l’attimo infinito, istante eterno sputato fuori da miliardi di fotografie uguali l’un l’altra. identiche. identità non contraddizione. poggio le mie gambe sul tuo grembo aspetto che tu le accarezzi, sentirò come delle schegge nelle ossa. aspetto che la tua bocca mi deglutisca la voce aspetto che le tue parole mutilino tutta questa distesa di pelle che ti giace sul grembo. hai assaporato la mia lingua. conosci a memoria il sapore della mia saliva. io conosco il gusto del tuo sguardo. sacrilego diniego. ci siamo spiate tra gli specchi, sorella. tra miliardi di frammenti sulla punta dell’iride. ho infilato la mia lingua tra le tue cosce. stavo solo cercando di capire chi fossi. abbiamo danzato a lungo, sorella, sugli assi cartesiani delle linee vertebrali. penombra. nessun suono. ascoltavi la nenia di te stessa. dimenticanza arresa attesa di divenir farfalla. le farfalle vivono un solo giorno per questo io ti brucerò le ali prima che possano spiccare alcun volo. di cosa parla la miseria della terra? aridità di cuori infranti da cartelloni pubblicitari e manganelli. non parlatemi di anima. l’abbiamo mangiata. l’abbiamo deglutita come zucchero a velo. ora ce ne stiamo qui sul bordo del grattacielo di qualunqueluogo, le gambe penzoloni, a masticar menzogne, a masticar sussulti di ciglia spezzate dal vento. a deglutire i simulacri di noi stesse in un cannibalismo che non ha pari. aprimi come un cuore vivisezionato da dio. prendi tutto quello che c’è in fondo al torace. prendimi l’ombra e lasciami nell’evanescenza dell’ora. catapultata miliardi di volte nel corpo, il mio. alla vista del sangue persino la mania si trasforma in grido. grido silenzioso levato da bocche che non dicono più. stammi lontana, sorella di sempre. ti vedo riflessa nello specchio con una ciocca di miei capelli tra le mani. le forbici sono cadute frantumando i pavimenti. sotto i pavimenti la notte dormono i mostri. li conosci i mostri? ecco, vieni, te li presento. il loro nome è insonnia, avidità e paranoia. i mostri, amica mia, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant. non ci saranno che giochi infiniti nel caleidoscopio del nulla. ti attraverserò come fossi vapore. e dentro lo specchio non vi sarà nessun volto. nessun volto a cancellare l’infamia. neppure il mio.

E poi all’improvviso avevi la sensazione di cadere all’indietro. Proprio nel punto più basso del suolo. Ogni tuo timore era personificato e non bastavano i ricordi. Sapevi che avresti potuto spingerti oltre, il precipizio era lì pronto ad accoglierti, ma come ogni volta avevi tutto il tempo per pensarci. E il tempo deglutiva se stesso. All’infinito.

© i. p.

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(Foto di Luca Caravaggio)

Roberta esce di casa. Una porta che sbatte. I raggi del sole attraverso i rami. Passi concitati. Un silenzio greve si infila nel suo corpo fino in fondo. Detesta l’EUR, ancora si domanda per quale motivo sia lì che la sua vita debba essere relegata. Stamattina non ha fatto colazione. Ha attaccato l’orecchio alla porta della cucina mentre Alessandro e Marika facevano colazione. Sentiva il rumore di tutta quella ferraglia che Marika portava addosso, sulle braccia e in viso. Alessandro le aveva chiesto se volesse essere accompagnata a scuola e Marika aveva risposto nello stesso modo di sempre: non rompermi le palle!

Roberta avrebbe dovuto essere a letto con la febbre ma in verità non c’era nessuna febbre. Lo sa anche ora mentre mette un piede dopo l’altro sull’asfalto, per raggiungere il laghetto. Eppure ha come un dolore nei muscoli, profondo fino al midollo, come se le ossa potessero sgretolarsi e caderle via a ogni sussulto di vento.

… continua…

© Ilaria Palomba

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(foto di Luigi Annibaldi)

Ieri notte ho litigato con mia sorella per una grande idiozia. Non tornavo a casa da un anno circa e di lei non avevo che quelle poche notizie che il web nei tempi dei social network concede. Ci eravamo viste il giorno prima durante la conferenza. C’era stata una enorme conferenza nella piazza antica della città, quella accanto alla muraglia di pietra. Avevo dovuto esibire le mie poche conoscenze socio-astro-antropologiche e controbattere a vecchie tesi liberal-positiviste indubbiamente più trendy dei miei discorsi entropici. Nonostante questo, gli opuscoli erano andati a ruba. Qualcuno si era avvicinato a me credendomi una fattucchiera o non so cosa e mi aveva domandato risposte su questioni molto personali. Avevo risposto in termini ambigui e oracolari, in modo da non scontentare nessuno. Mia sorella si era avvicinata entusiasta, dicendomi: sei il futuro! Devi solo godere delle avversità che provochi, la gente di qui è un po’ dura ma di certo hai aperto un varco.

Mi ha regalato tre collane scure. Ne ho indossata una giusto per la sera, trascorsa a bere sangria in una casa di campagna semi-abbandonata vicino al mare cote-a-cote con le più antiche lavoratrici della strada. Sfortunatamente brutte come l’agonia.

La notte successiva ci sarebbe stato un gran ricevimento, mi aveva detto, tutta la città si sarebbe riunita a casa di D.G.O., importante imprenditore della zona. Mia sorella ci teneva tantissimo ad andarci. D.G.O. Era stato il suo capo per molto tempo. Una volta li avevo visti salutarsi in ufficio. Sembrava che stessero facendo l’amore con gli occhi. Le mani di lui acchiappavano la giacca di lei come se volessero penetrarvi e affondare nella carne fino a strapparle il cuore. Non sapevo per quale motivo lei non lavorasse più nella sua azienda, non sapevo più nulla di lei.

E poi dal prossimo weekend comincio a lavorare in un locale, quindi non avrò più modo di partecipare a questo genere di eventi mondani, mi diceva. Ma io sapevo ci fosse dell’altro. L’avevo vista controllare la pagina facebook di lui con un non so che di tragico e disperato. Lei doveva essere lì la sera del ricevimento, era una questione di vitale importanza, più importante del lavoro, della famiglia e del fatto che io mi fossi fatta tutti quei chilometri in auto per stare con lei.

Ciò che all’inizio non ho rivelato, però, è il fatto che mia sorella non parlasse con i miei genitori da ben dieci anni e io, non avendoli visti né sentiti per un intero anno, ci tenevo a trascorrere anche solo mezza giornata con loro. I miei genitori dunque mi avevano incastrata in una di quelle pallosissime cene di famiglia, in uno di quegli antichissimi ristoranti con ultraspecialità pugliesi e il resto della parentela a tavola. Avevo avvisato mia sorella che sarei arrivata molto più tardi al ricevimento di D.G.O. e avremmo comunque trascorso la serata insieme. D.G.O. Ci teneva a conoscerti, sai, poteva organizzarti certi incontri, con certe aziende, che sarebbero interessate a certe tue teorie e agli opuscoli sulle convergenze cosmiche.

Tra tutti questi messaggi parlavo con i miei vecchi del nuovo lavoro, dello stato della ricerca, dei miei ultimi studi. Mentre l’odore di baccalà fritto si spandeva sulle nostre sagome e il sapore del vino primitivo imbastiva le nostre papille gustative. Mio padre fu definitivo: sì, ma ti pagano?

Mi pagheranno… tergiversai, per ora mi è stato detto che ho svolto un ottimo lavoro.

Per me non esiste lavoro senza onorario, per quanto mi riguarda stai solo sprecando il tuo tempo.

Mia madre tentò di tergiversare ma espresse la sua solidarietà col vecchio, aggiungendo anche che loro avrebbero potuto presentarmi certi loro vecchi amici per farmi lavorare nell’ufficio di un usuraio. Ciò avrebbe significato l’abbandono repentino di tutti i miei progetti.

Ecco che mi vedevo stramaledire il momento in cui avessi deciso di cenare con loro. Tacevo, in ogni caso, per evitare il peggio. Rispondevo ai messaggi minatori di mia sorella. Trangugiavo vino primitivo come fosse acqua limpida di fonte purissima.

Non credere di poter contare su di noi, qui non ci sta più un centesimo, disse mio padre.

Però ci sono certi nostri vecchi amici… disse mia madre.

All’ennesimo bicchiere di vino e all’ennesimo messaggio di mia sorella: che fine hai fatto? Ti sto aspettando da tre ore! Decisi di prendere in considerazione l’ipotesi di raggiungere la mia autovettura e scapicollarmi lontano da quel delirio.

Sicura che puoi guidare? Stai bene? Disse mia madre.

Fresca come una rosa, le risposi.

La mia audi era parcheggiata di sguincio tra una peujeot e un pezzo di muro medievale diroccato. Misi in moto e avvisai mia sorella che sarei arrivata a breve. Solo che mentre mandavo il messaggio per un attimo non guardai la strada e proprio in quell’attimo fui abbagliata dalle luci di un camion e tract: finii fuori strada, sfondando il guardrail. I clacson suonarono come campane di chiesa prima di un funerale. La macchina finì in un fosso. Mi ritrovai a quasi un metro di profondità dal livello della strada e quando provai a rimettere in moto mi accorsi che il motore fosse bloccato. Prima ancora di chiamare soccorsi avvisai mia sorella che non avrei più preso parte al ricevimento e soprattutto non sarei più andata a prenderla. Prima che potessi chiamare soccorsi il mio cellulare squillò nevrotico. Risposi.

Avresti fatto bene a non tornare affatto! Disse mia sorella. Mi hai rovinato l’ultimo weekend libero! Con me hai chiuso!

Non replicai, nella speranza che si calmasse. Scoprii ben presto di aver spaccato la macchina. Dovetti farmi venire a prendere da un carro attrezzi e trascorrere la notte in hotel perché da una parte non volevo che i miei sapessero nulla dell’incidente, dall’altra non avevo certo intenzione di andare a dormire da mia sorella. Il giorno dopo le scrissi un messaggio in cui cercavo di spiegarle che non fosse colpa mia se ero finita con l’auto di testa nel guardrail e avevo spaccato le frizioni. A quanto pare era colpa mia: un atto mancato, un lapsus, un gioco di prestigio dell’inconscio. Io a quel ricevimento evidentemente non volevo andarci ed ero così risentita e miserabile che volevo non ci andasse neanche lei, ecco tutto. Be’ devo ammettere che a taluni la psicoanalisi non faccia affatto bene. Ecco cosa pensavo di mia sorella e glielo dissi, le dissi che la sua psicanalista stava giocando a bowling con il suo cervello e presto avrebbe fatto strike. Mi accorgo solo ora che non avrei mai dovuto scriverle questo messaggio. Ora che sono sul treno per tornare a casa, la mia casa, ben lontano dal mio luogo di nascita. Ora che ho fatto un balordo incontro, giusto qualche minuto prima di partire. Dunque dovevo tornare a Roma con il treno visto che la macchina era K.O. allora, dato che proprio passavo per la stazione, disse mia madre, potevo fare un salto a salutare i suoi certi vecchi amici, mostrandomi molto cordiale e accondiscendente e portando anche due pagine di curriculum. No, mamma, lasciami in pace, non voglio incontrare nessuno.

Eppure non era servito a niente perché certi vecchi amici mi stavano aspettando in stazione e mi stavano offrendo di comprarmi il biglietto del treno, darmi quel posto di lavoro fisso e tante altre belle cose in cambio di un certo vecchio voto da mettere su una certa vecchia schedina elettorale. Avevo detto un certo vecchio: non so se proprio sia il caso ma mi era stata donata una certa vecchia banconota in cambio per cui avevo dovuto pronunciare un certo vecchio sì. E avevo dovuto stringere una certa vecchia mano a certi vecchi amici di mia madre che pareva avessero la chiave di volta di certi miei vecchi problemi. Ma poi subito dopo avevo avuto certi vecchi travasi di bile. Il mio stomaco mi stava risucchiando. Scivolavo nel mio corpo che deglutiva se stesso. Mi perdevo in un caleidoscopio di specchi in cui risuonavano tutte le voci delle persone che avevano provato a corrompermi. Così rifeci la strada al contrario, raggiunsi la giacca Armani di certi vecchi amici e come in una moviola la sfilai. Il proprietario della giacca lentamente si voltò. Poi lentamente si voltarono tutti gli altri. Ancora più lentamente mi vidi pronunciare una bestemmia mentre ancora più lentamente, come in un film, strappavo quella banconota davanti ai loro occhi.

È stato dunque dopo aver rotto la mia auto, aver perso per sempre l’amicizia e la stima di mia sorella, aver quasi dato la mia anima in pasto a certi vecchi amici dei miei e aver strappato cento euro con le mie mani, che feci l’incontro. Si trattava di un incontro che in qualsiasi altro contesto non avrei neanche preso lontanamente in considerazione ma dato che le cose si erano messe in quel modo, quando ho incontrato la zingarella della stazione, stamattina, sono crollata. Tu hai tanta gente che ti vuole male, ha detto. Non ho soldi, ho risposto. I tuoi genitori ti hanno messo nei guai, ora c’è una persona che ti vuole bene ma non vuole più vederti. Hai tanta invidia addosso. Qualcuno ti ha fatto il malocchio. Aveva quei modi confidenziali che hanno le persone che vogliono fregarti, mi ha fatto recitare una strana cantilena. Non devi ridere, ha detto. Le ho dato dei soldi, lo faccio solo perché mi fai pena, ho detto, ma non era vero. Per strada la gente era mostruosa. Belle facce in giacca e cravatta. Giovani che reclutano cavie umane da sfruttare. Vecchi porci che si dilettano ad apostrofare culi e seni di minorenni più scaltre di me. Anziane donne travestite da prefiche a braccetto nel quartiere del parchetto in cui mi sfasciavo a quindici anni. Questa città è avvolta da un’improbabile aura esoterica. Dovrei averne timore e invece inizio a divertirmi. Sono salita sul treno e ho chiuso il cuore a chiave. Pochi contatti umani. Poco spazio alle concessioni.

Ora sono qui che cerco di tornare a casa, la mia vera casa, lontano da tutti. Il sedile su cui avrei dovuto sedermi è bagnato. La donna accanto a cui avrei dovuto sedermi sembra una strafiga da paura. Mi metto sul sedile davanti, finalmente sola. Uno slavo o non so cosa mi chiede se il posto accanto a me sia libero. Con una punta di sadismo gli rispondo che non è libero neanche quello su cui sono seduta, avrei dovuto essere sul sedile a me posteriore ma è bagnato. Una giovane controllora passa per chiedere i biglietti e, con il mio sottile sadismo, mi godo tutta la scena del piccolo slavo moro moro dagli occhi verdi, la pelle lacera e la corporatura scheletrica, che dice: ce l’ha il mio amico più avanti. E portami dov’è il tuo amico, fa la controllora. Lui ribatte ancora ma lei lo costringe ad alzarsi. Dopo dieci minuti tornano qui accanto a me, la controllora gli dice che dovrà scendere a Benevento. Lui guarda me per un attimo. Sollevo le spalle trattenendo un sorriso, come per dire: è la vita. Vedo i due uomini allontanarsi. Sento una donna grassa imprecare perché troppi telefoni squillano e troppa gente risponde ad alta voce. La strafiga allucinante dietro di me, accanto al posto in cui avrei dovuto sedermi, risponde al telefono e ha una voce da orco. La fisso per un istante attraverso lo spacco tra i sedili. Poi prendo l’ultimo dei miei opuscoli dalla borsetta. Coincidenze cosmiche ed entropia, giusto? Mi dirigo in bagno, butto l’opuscolo nel cesso e tiro lo scarico. Mi sfugge un sorriso.

© Ilaria Palomba