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Category Archives: Distrazioni tanatiche

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Odio il mio corpo.
Agli occhi degli altri sono bella, ma in questo specchio vedo solo deformità. Ho i solchi nella pelle, sono come scavata. Al posto degli occhi ho due burroni. Un volto troppo magro rispetto al busto, le spalle larghe e il torace troppo ampio rispetto ai seni. Questi solchi che fa la mia pelle, sembrano scavati da mani che piegano la carne e la deformano, ogni volta che mi guardo allo specchio. Così devo tagliarla, questa pelle deformata, staccarla con la lama di un coltello, tirarla via.
Avrei voluto essere una regina, perché non lo sono e, credo, questo corpo così sbagliato sia il frutto di certe cattive esperienze. Il Salento era la terra dell’estate. Era lì che si avveravano i miracoli e gli incubi. Non so quanto ci sia di vero e quanto di onirico, d’altronde Trauma e Sogno in tedesco hanno la stessa radice: Traum.
Quanto al mio corpo, avrei preferito essere una di quelle povere cagne violentate per strada da uno sconosciuto, una di quelle che non hanno scelta. Quel che odio di me è che io di scelta ne avevo, l’ho sempre avuta, ho preferito però farmi mangiare dagli sciacalli. I loro denti sulla pelle sono sbarre di un’unica prigione che mi lascio crescere addosso. Quel che odio di me è l’aver concesso loro di dilaniarmi. Avevo scelta, stare nel mondo, seguire strade predefinite, non rivoltarmi così tanto contro certi insegnamenti. Avevo scelta, nell’acqua, nuotare lontano, andare via da quelle braccia e quelle mani ficcate dentro il costume. Avevo dodici anni, sarei potuta fuggire. Avevo scelta dentro quel parco giochi. Il cigolio delle altalene. Il mio top rosa e il mio fuseaux rosa.
Non dirai niente a nessuno.
A nessuno.
Consumai i respiri sui suoi. Non era un estraneo, un malvivente, aveva appena un anno in più di me. Le sue mani dappertutto. E avevo paura. Restai immobile.
Aiutami, disse.
Senti, ho cambiato idea, andiamo via, ti prego.
Le altalene cigolavano e cigolavano e cigolavano. Cercai di alzarmi ma mi tirò giù. Scivolai nel terreno. Le cosce serrate. Io immobile.
Dai! La sua voce s’infilò nel corpo.
Io immobile. Avrei potuto alzarmi e spingerlo via. Ho pensato fosse meglio lasciare che si sfogasse e che tutto finisse quanto prima. Ho chiuso gli occhi. Il suo corpo su di me era quello di una bestia. Il suo respiro. Le altalene cigolavano e cigolavano e cigolavano. Non ero lì, non so dove, ma non lì.
Mi sono svegliata con le cosce e tutto il pantalone bagnato di qualcosa di caldo, il suo odore non andrà mai via.
È l’una, hai fatto tardi, torna a casa, mi disse, ti spiace se non ti accompagno?
Non parlavo più.
Tornai a casa ed era tutto così zuppo e impregnato. Qualcuno mi avrà visto passare con i pantaloni rosa pregni di rosso sul culo e sulle gambe. Solo chiudendomi in bagno l’ho visto, il sangue, tutto quel sangue. Dovetti trovare una scusa da raccontare ai miei. Mia madre bussò.
Sono caduta su un muretto, non ci credette.
Allora uno sconosciuto mi ha violentata in pineta, e svenne.
Che cos’ho fatto? Mi chiesi, sentendomi in colpa.
Poi mio padre seppe farmi confessare, hai detto una bugia, hai fatto molto male a mamma, dobbiamo parlare con quel ragazzo, ci parleremo.
Io non voglio!
E invece ci parleremo. Dovremo portarti dallo zio ginecologo per sapere se sei incinta.
Luci al neon. Dita nella vulva. Ratti. Un miliardo di ratti mi entrano dentro e dilaniano. Tutti a sproloquiare sulla mia intimità, mi hanno violentata per la seconda volta.
L’Oracolo dice sia stato questo l’incipit. E quei farmaci che mi diedero, Tegretol, Tavor, Valium. Stabilizzatori del tono dell’umore, benzodiazepine, ansiolitici.
Sul corpo mio chiunque ha agito e disposto come meglio credeva. Ora questo corpo voglio spezzarlo, infrangerlo, dividermi ancora, essere oltre, indossare maschere mostruose, divenire regina. Questo corpo voglio renderlo totem, oggetto di adorazione, divino. Questo corpo vorrei darlo a tutti e poi sottrarlo a mio piacimento, ma non è mai abbastanza. Sempre mi piego a chi lo disdegna, sempre scelgo immaginarie vittime-carnefici. Vorrei farlo a voi tutto questo male.
A chiunque consegno le chiavi della prigione. Nessuno vuole aprire. E tutti ridono oltre le sbarre.

 

 

ph Pino Alberto Sturniolo

© i. p.

ila notturna
Mi è capitato, guardandomi allo specchio, di vedervi riflessi due volti. L’uno aveva pelle di pesca, l’altro di carbone. L’uno aveva dodici anni, l’altro quaranta. L’uno incupito e sgomento, l’altro assaporava un riso selvatico e oscuro nel nitore di un’aurora livida e senza sonno, con il fucile dell’arma sottobraccio e le mani macchiate di rosso.
Siamo andati nel bosco di notte trascinando i prigionieri con uncini di ferro. Il mio lo tenevo ben fissato nella carne sua. Gemeva in un dolore muto.
Non fermarti, supplicava il primo riflesso mio, il secondo imprecava pietà, o forse il contrario. Il controllo dello sguardo era fuori dai bordi, in memoria dei miei dodici anni ho acceso un cero prima. Un cero ha rischiarato il filo spinato, le luci intermittenti, il boato dei caccia, i palazzi divelti, per subissare tutto il fuoco nelle iridi alla vista del corpo. Cos’è un corpo? Da dove proviene il ricordo?
Esistono due maschere una sull’altra, disvelano il celato, dice lo psichiatra.
Ero sulla pancia di un uomo o era l’altra?
Trascino il mio prigioniero nel ventre del bosco. Con spilli sottili nell’ombelico fino al sangue, nei capezzoli fino al sangue, nei testicoli fino al sangue. Ero e non ero. Lei mi guardava. Io la guardavo fare e fuggivo. Fuggivo.
Che cosa prova adesso?, dice lo psichiatra.
Perché devi darmi del lei?
Forse teme che io abbia ragione?
Quale ragione? Quale corpo? Quale mente? Sta mentendo o sono io a farlo?
Camminavamo, rette parallele, sul limitare del bosco e dai rami ovunque occhi nella nebbia, ma è stato solo suggestione.
Vuoi fermarti?
Non fermiamoci.
Chi era quell’uomo?
Quale uomo, papà? Non c’era nessuno!
Il segreto del buio è che dentro c’è tutto, dentro c’è tutto, le voci e le sbarre. Quando ero piccola mi chiamavano Tenebra, io non volevo far loro del male ma essergli amica, partecipare al cammina, cammina. E invece accadeva. Non poteva non accadere.
Mi sentivo sprofondare. Gli alberi. I rami. Le fronde. Le serpi. Sibilavano. Il vento del nord. Avevo i piedi di fango. O ero io il fango?
Mio padre su in cima. I volti delle nubi. L’aurora.
Cammina, dico all’uomo e lo trascino. Il collare non è abbastanza stretto e ha ai polsi sei spilli, sanguina. Cammina, cammina. Divisa militare, passi marziali, io, gli altri cinque e il riflesso. Non sono più sola, papà. Non sono più sola nel bosco. E tutti eseguono gli ordini miei. Il prigioniero ha un cappuccio nero. Muto. Bendato. A malapena respira.
Mio padre diceva: che hai fatto? Sei sporca di fango, di fango, che hai fatto?
Cammina!
Con il fucile puntato alle tempie, ai polsi spilli, fluido organico gocciola sulle fronde nere dei cipressi abbattuti e sul fango, sotto una luna di lupo che urla alla notte.
Cammina!
No, striscia e fa l’odore putrido della carne cruda. Striscia! Tu, striscia!
Raccoglie la polvere, la polvere, la polvere, gli insetti, la polvere, negli spilli, nelle ferite aperte, gli schizzi. Polvere, sangue e merda. La polvere. La polvere.
Cammina!
Chi era quell’uomo? Mi disse.
Nessuno, papà, nessun uomo.
Chi era ti ho chiesto! Una puttana sei! E hai solo dodici anni!
Il bosco, con le mani grandi e laide. L’oscurità sovrana. I rami.
Puniscimi! Puniscimi!
L’hai voluto tu, l’hai voluto.
Ricordati, hai detto di sì.
Vostro onore? Consenziente. Vostro onore? Assolto. Vostro onore? Colpa sua. Vostro onore? Colpa sua. Puttana. Consenziente. Assolto.
E striscia, bastardo. Gli anfibi sulle giugulari. Il fucile alle tempie. Alle tempie. Alle tempie. Il volto tumefatto. Nelle labbra una ferita. Torrente. Palude. Bosco. Nella bocca mugugni. Gli anfibi sulla testa. Sul volto incappucciato e muto. Il cappuccio scostato, le gote rigate di rosso e anche il collo. Un volto qualunque. Ricorda mio padre.
Avanti march! Sulla testa. Sui capelli. I miei li ho rasati all’entrata nell’Arma e i suoi li strappo, via il cappuccio, uno per uno, li strappo.
L’hai voluto, ripeto.
Voluto. Consenziente. Bastardo.
Pietà!
Nella bocca il fucile, fino in fondo. Nella bocca. Nella bocca. Chissà se ha lo stesso gusto. Succhia e sta zitta. Chissà se ce l’ha.
E ora prega. Prega. L’hai voluto tu. Prega, bastardo, bravo, da verme, prega.
Il grilletto. La canna. Puntate. Fuoco. Il boato. Violini. Violini, sovrastano l’oscuro baluginare di un albore artico.

2016-11-08 17.44.32

Erano in molti. M’inseguivano. I miei genitori non vedevano. Ma i ragazzi entravano in casa. Si nascondevano nei muri e m’inseguivano. Ridevano. Ridevano di me. E quando passavo loro accanto fingevano di non vedermi. Dodici anni sono troppi e troppo pochi. Costruisci un universo immaginario e vai ad abitarci. Il reale sarà l’emanazione delle tue illusioni. Arriverà il giorno in cui ti domanderai se l’hai fabbricato con il cemento, la pietra o il cartone. Dovevo nascondermi, trovare un rifugio. Così mi sentivo, di una trasparenza disarmante. E lui continuava a dirmi: cresci e io continuavo a scacciare l’idea. Fintanto che fossi stata piccola avrei avuto il potere della pazzia, il potere sui corpi, sulle voci, sovrastarle con l’incanto. Salivo sui mobili, in alto, sopra la libreria, e poi giù. Venivo giù agganciando la corda del lampadario. Cercavano di prendermi. Prima mi bloccavano le braccia dietro la schiena. E sapevo curvare lo sguardo fino a strappar loro una lacrima. Avevo l’odore del sale.
La donna disse: hanno paura di lei, hanno paura di starle accanto, non parla con loro e li guarda, li fissa, con quegli occhi. Mi fissa, con quegli occhi. Mi fissa, cosa devo fare? Ma non è cattiva, non è cattiva, è solo selvaggia, una selvaggia furiosa. Lui disse: cresci. Mai le mani mi avevano sfiorato il viso.
Attorcigliai la corda. Attorcigliai la corda del lampadario attorno al collo, due nodi, e restai sospesa. Nell’invenzione dell’aria si accartocciavano i colori del giorno. Il vespro cremisi stingeva pastellato e le rose della carta da parati sfolgoravano in un barbaglio di rossi. Cadevo. Cadevo nelle viscere del vuoto.
Loro sarebbero venuti a cercarmi, lo sentivo. Qualcuno avrebbe pianto. Non mi bastava. Dovevano piangere tutti. Tutti. Dovevano domandarmi perdono in ginocchio. Dovevano pregare. Li sentivo ancora con le voci di corvi, al mattino, gracchiare parole che non potevo capire. Mi avessero detto: ti odio, ti odiamo, io ne avrei carpito l’affronto. Ma neppure mi dichiaravano l’astio, soltanto mi trapassavano. Questa trasparenza, questo sentore d’invisibile, mi spaccava in mille parti, mille frammenti di vetro. E li sentivo farsi largo nella carne, aspergerla di cruore, saettare nelle profondità dei condotti sanguigni, spaccarne gli argini. Il male era vivo e aveva il colore del fuoco. Si moltiplicava sottopelle. Proliferava in una scansione di quanti. Mandrie di iene sottopelle. Nel fondo degli occhi moltiplicazioni di legioni e guerre nucleari. In ogni porzione di carne lo spazio sconfinava e diffrangeva i suoi multipli.
Avevo perso la guerra, una sedia spaccata contro uno di loro. Avevo perso, sì, l’invisibilità, ma avevo conquistato la pazzia. La pazzia si dipingeva duttile nelle bocche dei grandi. La pazzia si slabbrava nelle voci delle pareti. La pazzia salmodiava negli intarsi delle pupille, nell’articolazione delle dita, nell’omega di distanza tra me e le cose.
Adesso sapevo, con il collo stretto in una corda di lampadario, ero cosciente del gaudio, una scuoiatura di cielo attraverso la pelle viola. Non sentivo il dolore che si dice avvertano i condannati alla forca. La forca era la mia personalissima beatitudine. E avevo nel corpo il suono violento di un Mozart al culmine estremo del suo Requiem. Me ne restavo a penzolare dal soffitto e vedevo il giorno e scucivo il giorno in centosette stringhe di colore. Ridevo, ma non potevano sentirmi. Ridevo ma non potevano vedermi. Il corpo dovette cedere al traino feroce della corda. Il collo dovette cedere al peso copioso del busto. E io non sentivo nulla. Mi staccavo. Venivo via. Beata. E già li vedevo piangere in cerchio attorno a una lapide, in silente preghiera, domandare perdono, mentre il nome mio, scritto sopra le case, avrebbe danzato nella volta. Il nome mio li avrebbe seguiti fino alla tomba.

@ i.p.

ilaperformancecorpo

Hai trent’anni. Quasi.
Una laurea triennale in discipline umanistiche.
Lavori per sette euro l’ora una volta a settimana.
Qualcuno ti dice sempre che hai talento e che un giorno…
Il tempo passa. Il corpo si trasforma. La scrittura pure. Il giorno non arriva.
Continuano a dirti che sei troppo sofisticata per essere Mainstream.
Troppo poco sofisticata per appartenere a una certa nicchia intellettuale.
In fin dei conti credi solo di essere impulsiva, selvaggia, autentica.
Difetti imperdonabili in una società occidentale su base capitalistica.
A un congresso di psichiatria democratica hanno detto che
il disagio sociale cresce con l’assenza di lavoro.
Punti di riferimento. Progettualità.
Talvolta dici: grazie papà per avermi salvata da un percorso senza ritorno nella psichiatria italiana
in cui ora lavoro quasi da operatrice avendo tutte le carte in regola per esserne utente.
Talvolta dici: vaffanculo mamma e papà
per non avermi insegnato a rimboccarmi le maniche a quindici anni
e spaccarmi il culo con un lavoro degno di questo nome.
Hai fatto la hostess ai congressi.
La cameriera.
L’animatrice per bambini.
L’intervistatrice.
L’insegnante di scrittura.
La tossica.
La scrittrice.
La performer.
La disoccupata.
La donna di qualcuno che conta.
La donna di nessuno.
La fuggitiva.
La perenne ragazza in crisi.
Ora non sei più una ragazza. Sei sempre in crisi.
Qualche volta te la prendi con gli altri.
Quelli che ci credono.
Quelli che non si arrendono.
Il che fa molto pubblicità vintage della CocaCola
con sottotesto da Programmazione Neuro Linguistica.
Qualche volta pensi che forse non sei solo un’allegra disagiata alle prese con un mondo crudele. Qualche volta pensi di avere la chiave.
Qualche volta pensi: io rifiuto di essere come voi.
Il che fa molto festa di quindici anni o disturbo borderline di personalità.
Qualche volta pensi: se rifiuto di essere come voi non sarò nulla.
Qualche volta pensi che non essere nulla sia la soluzione.
Fuori da ogni ruolo prestabilito.
Eternamente in fuga.
Cercando la verità nell’estremo.
Oltre i muri. Nelle pareti scritte di gesso.
Le cose accadono affinché si possano ricordare.
Vengono scritte per questo.
Per esempio se conosci una persona assurda,
in un’accezione di significato prossima al Camus del Mito di Sisifo,
come puoi non scriverne.
Per esempio bisognerebbe fermarsi tutti e guardarsi negli occhi.
E ammettere che conoscere sei lingue, avere quattro lauree
e un fisico da due ore di palestra al giorno
più ritocchi plastici in fisiologica o silicone non sia l’equivalente biochimico di felicità.
Guardatelo negli occhi quello che ci chiedono di essere.
Guardate in faccia questi mostri governati dall’ego riflesso su iphone.
Questi mostri da: amori virtuali, amicizie d’interesse.
Questi mostri da: possiedo dunque sono.
Questi mostri dei quali fai indubbiamente parte anche tu.
Mentre la vita ti passava accanto eri occupata a controllare le notifiche su Facebook.
E poi le cose accadono. Continuano ad accadere.
Cade la neve. Sfavilla il sole d’agosto. Il mare si riempie di spuma al pomeriggio.
La gente muore in massa per cercare di salvarsi la vita.
Inciampiamo nei paradossi. Come se tutto fosse normale.
E allora dici: ficcatevela in culo questa diagnosi.
Non è un disturbo di personalità.
Al più un disturbo di appartenenza.
Non riesco ad appartenere a questo mondo.
Non vi riuscirò mai.
E nonostante tutto ci abito.
Mi costruisco un cantuccio alterato nell’inferno.
Pare faccia caldo da queste parti.
Non ho imparato a vivere.
E non so morire.
Un bel compromesso per la prossima sbornia.
E allora dici: ecco cosa sono, ecco cos’ho fatto.
Cercavo Dio. E ho trovato un foglio word.
Ma questa vena sarcastica. Il sarcasmo lascialo a chi…
Niente va tutto bene.
Un quadro di Van Gogh. O di Edvard Munch.
Qualcosa di coloratissimo e oscuro.
I girasoli con dentro l’urlo.
Avere una famiglia piccolo borghese apparentemente felice.
Ritrovarsi a sputarsi addosso il veleno di una vita.
Avere un uomo. Voltare l’angolo. Sapere con chi è mentre vai via.
O non saperlo. Sono scelte.
Tu sei un’incantatrice di sopravvissuti.
Per questo ami l’anti di ogni cosa.
Antiromanzo. Antipoesia.
Violenza sonora.
Oppure torna alle origini.
La Terra. Mozart. L’Odissea.
Dai, fammi un sorriso.
Questo presunto scettro della paranoia.
Lascialo ai posteri.
Adesso tutto è crollato.
Le pareti. Le fondamenta. L’io.
Qualcuno può goderne.
E perché non dovrebbe.
Perché non dovresti.
Una rave. Un lunaparck di ossa.
Un ossario psicosintetico.
Guarda sciabolare la luce sul soffitto.
Le sue mani sulle tue gambe.
Non ha importanza il dopo.
E neppure il prima.
Vivere bruciando.
L’istante eterno. L’estasi.
Mandare tutto a puttane.
Va bene così.
Il precipizio è infinito.
Non si smette mai di cadere.
Si può godere mentre si cade.
Restare senza ossa.
E ridere.

@i.p.

ilariaalnero

anche loro lo sanno tutti lo sanno per questo nessuno ha fiducia ma poi che t’importa che t’importa davvero dei giudizi degli altri ferire qualcuno o non farlo in fondo la follia è una crepa nel muro portante di solito è matta tutta la famiglia ma poi c’è il prescelto il predestinato colui che viene immolato sull’altare della psichiatria mentre gli altri continuano a ripetergli tu sei pazzo volevi uccidermi sei pazzo sai che c’è bambolina io sto con i criminali perché ragiona se arrivi a uccidere quanto male possono averti fatto se arrivi ad ammazzare a infilare un coltello nella gola di chi ti rende la vita un inferno cara mia non sei forte non sei una dura sei una vittima poi ci sono le voci le ricordi le voci la voce della coscienza seccante come un trapano stai sbagliando loro ti amano sei tu il mostro la voce della paranoia nessuno ti vuole bene vogliono la tua anima la tua anima vogliono e poi ti schiacciano prenderti tutto e schiacciarti la voce della rabbia uccidili di’ cattiverie non amare mai usa chi ti ama sfrutta chi ti assiste dilania chi prova a volerti bene uccidili uccidili tutti misera umanità non meritano di vivere e la voce della pietà vedi quell’uomo che piange sulle sponde del fiume egli è come te accoglilo lecca le ferite del mondo e riassorbirai le tue come agire chi ascoltare ti amano ti odiano nessuno si accorge di te sfruttali uccidili perdonali accoglili divorali divorati cosa stiamo facendo in questo grigio altrove che chiamate mondo di cosa ci stiamo nutrendo stai tremando dove sono le mani che t’hanno accolto dove gli occhi dove il perdono una coltellata nel fianco ti ammazzo no non aspettare lo farò da sola posso riuscirci da sola che bisogno ho di aspettare la tua grazia cosa c’era dopo l’universo neppure Joyce conosceva la risposta stiamo precipitando troverò mai un appiglio qualcuno che dica ti prendo sei salva sei mia e dopo possa crollare la terra resteremo sospesi sull’acqua saremo il luccicare della spuma nelle onde forse cerchi la morte perché aspiri al mutamento divenire natura divenire spuma divenire acqua onda sconfinata di quest’abisso e fluire con esso nell’ultraspazio senza spazio e senza tempo senza organi e senza malattia dove gli specchi hanno memoria di te.

tempio

Mi hai chiesto di andar via. E io sono scesa nel parco. I cedri gettavano un’ombra sulle panchine vuote. Mia madre ha pulito il letto tutto il tempo. L’ho guardata dal parco, attraverso le tende bianche.
Quando me l’hai chiesto, sei stato tu ad andare. Ho sentito il tuo odore di salsedine dissolversi nell’andito.
Una volta nella luce cruda di settembre hai scritto il mio nome sulla sabbia.
Non ci sarà nessuna buriana, hai detto.
Mi hai accarezzato le guance e io ho visto le onde frangere sulla battigia, la spuma farsi chiara come un abito da sposa e morire.
Nel parco ho visto le ragazze. Erano bistrate di un trucco troppo intenso e i loro sguardi formavano un’ellissi tra me e i cedri. Si sono sedute nell’ombra. Le ho guardate parlare. Parlavano di te.
Mia madre, quando sono tornata, ha detto: se n’è andato. Aveva un ilare tremore nel tono. La voce si è inarcata ed è diventata un germoglio.
Ho ritrovato il letto senza macchie. Mi sono sdraiata sul copriletto blu e ho iniziato a tremare. Ho visto le ragazze. Una di loro l’ho vista sorriderti e spingerti i seni nelle labbra, mi sono voltata, l’altra ha iniziato a massaggiarti la schiena.
Così lontano, ha detto, così lontano.
Ti teneva per i capelli, li scarmigliava. Le sei salito addosso. Le ragazze si sono fatte strette e le hai legate con un’unica corda.
Mi sono voltata in sei giri. La notte mi piombava addosso. Il cuore sussultava e non smettevo di tremare.
Mia madre mi ha chiesto di comprare il vino. Sono scesa nel parco e ho visto le ragazze. Bevevano alla bottiglia un vino di cui non potevo leggere la marca, era coperto da una busta di plastica.
Sono entrata nel negozio dalle luci arancioni. Le ragazze mi hanno seguita. Il negozio somigliava a un autogrill. Ho vagato per gli scaffali. Ho trovato i tuoi dischi. Le ragazze li prendevano in mano e si scambiavano sguardi. Mi hanno schernita, hanno riso.
Mi è parso di sentire la tua voce e di essere ancora sulla spiaggia. Mi è parso di sentirti cantare. Le onde si alzavano e la spuma sciabordava. Il vento si è alzato forte e ho sentito il sussurro di un lupo cancellare le note. È arrivata la buriana.
Ho cercato il vino tra gli scaffali ma non ho trovato che bottiglie vuote. Giravo e rigiravo nell’autogrill come in un labirinto. Tornavo sempre al punto di partenza. I movimenti perdevano attrito e i tuoi occhi glauchi dalla copertina di un disco non smettevano di fissarmi.
Non piangere, hai detto quando te ne sei andato. Tornerò.
No, non tornerai.
Tornerò, te lo prometto.
Il copriletto blu si è riempito di macchie di colla. Mia madre ha strofinato fortissimo e quando le macchie si sono diradate il tessuto si è raggricciato come la pelle di una donna senescente.
Ho vagato e ho vagato nel negozio, ho incrociato le ragazze sedici volte. Una di loro è venuta a prendermi per un braccio. Aveva il cartellino da commessa sopra una divisa scura.
Sta bene?, ha detto.
L’altra mi ha afferrato i fianchi.
Lasciatemi, devo avere urlato ma non ricordo le parole esatte.
Quando sono tornata nel parco mia madre non si vedeva più. La finestra non aveva tende e nessuna luce rischiarava le stanze.
Sotto i cedri bevo la stessa bottiglia avviluppata in una busta di plastica. La bevo ogni giorno. Ogni giorno finisce e ogni giorno la bevo ancora.
Sono nascosta nell’ombra. Le ragazze di tanto in tanto passano e mi lasciano due centesimi.
Il tuo volto è sempre più lontano e la tua voce si confonde con l’ululato del vento nella buriana. Nella sabbia resta il mio nome, lo stai scrivendo e lo scriverai mille volte ancora.

© i. p.

iladublino

Perché scrivi?
Può sembrarti sciocco o infantile ma alle volte la realtà non mi basta. Non mi bastano i suoi schemi predefiniti, le relazioni, i luoghi.
Mi dici che non sono capace di guardare fuori. Che sono cieca.
I veri scrittori guardano i passanti fuori dalla finestra. La signora che cammina tenendo con una mano il passeggino e con l’altra il cellulare. A chi sta pensando? La donna che guarda il foglio bianco e sembra abbia visto la morte. Ci sono – dici – una banca e un laboratorio analisi. Secondo te perché piange?
Non piange, ti rispondo.
Ah, è vero, sei tu che piangi. Perché piangi?
Non piango, ti rispondo.
E ti guardo. Ti sento. Hai un odore di adolescenza. Sì, di adolescenza.
Io e te ci siamo trovati perché siamo rimasti adolescenti. Ognuno a suo modo. Ognuno nel suo mondo.
Sono cieca?
No, hai gli occhi chiusi.
E tu, puoi aprirli? Puoi aprirli, i miei occhi?
Mi metti le mani sulle palpebre, sulle guance, sulle labbra. Sono ruvide, le dita, calde.
Io devo sentire i corpi, capisci? Non riesco a vedere se non sento i corpi. Scrivo solo di ciò che mi evoca emozioni.
È una bella cosa, dici, e ti rabbui.
No, è una cosa terribile.
Le spalle, lo sterno. Le mani sui vestiti. Gli occhi, i tuoi, scuri, grandi, di lupo.
Quanto male?
Scrivi per me, ora. Scrivi per me.
Ed è come avessi detto spogliati. Ora. Per me. Ma non è questo che dici. Piuttosto mi guardi ancora e sussurri una parola che non comprendo ma nel mio mondo significa: non posso aprirli io i tuoi occhi, non più.

sorriso2

A volte penso che la poesia possa uccidere non è altro che mettersi a nudo tagliarsi la pelle lasciarsi penetrare dalle cose dalle parole degli altri dalle proprie e io sono troppo adulta per vivere ancora con i sensi spalancati e troppo fanciulla per non sentire la necessità della vertigine a volte penso di non essere in grado di mentire e di dar poi la colpa all’alcool alle sostanze che stringono la pelle come un abito antico a volte mi guardo camminare ebbra per le strade nelle piazze con tutti eppure sola ed è sempre così vicina l’alterità eppure sola forse c’è stato un attimo in cui l’esistenza è divenuta epifania lanciarsi a capofitto nella pelle nell’incoscienza e poi tornare alla non vita non che sia davvero diverso non che sia una forma di morte è qualcosa che sta in mezzo tra la vita e la morte the wall dei pink floyd rende l’idea dico come fai a mentire con la poesia? come fai a fare fiction se aneli alla poesia? come fai a non morire dentro le pareti fitte del muro che è la pelle la tua pelle alle volte me ne sono liberata – del muro? della pelle? di entrambi? – e il mondo il dolore del mondo la bestialità dell’umano mi ha presa a schiaffi piangere per aver visto l’inferno negli occhi di un ragazzino con la felpa rossa nel campo profughi sulla tiburtina sentirsi in colpa mentre tutti scansano il clochard e il suo miasma d’immondizia sul bus credere di morire mentre i passi della puttana minorenne fuggono sulla colombo asciugandosi le lacrime per ricominciare un attimo dopo a sorridere mostrando le cosce e non ha senso quindi le pareti s’innalzano feroci e non sono io il riflesso di quei corpi dannati che si aggirano nei labirinti della disperazione non sono io quella cui viene sempre detto di non disturbare chiudere la porta e non tornare mai più l’ha fatto mio padre una volta poi se n’è pentito ma io avevo le parole sulla pelle nella carne dentro tutte le pareti muri di cemento armato a separarmi dal mondo non crucciatevi per l’insensibile sapore delle cose non vedo non sento non sono più e ora mi alzo sì mi rialzerò immacolata e feroce là dove i ricordi sfrangiano nella bruma dei boschi spalanco tutte le porte e danzo sola sultan of swing come una bambina al centro di una pista da ballo di un paese nordico in un octoberfest non abbiatevene a male se non m’importa più nulla del mondo io sono stanca di tutto questo dolore e voglio danzare sulle rovine vivere d’istanti nella linea che separa il cielo dal suolo.

i.p.

4 - performance fonderia 900 7

Prima di iniziare con le cose serie preferivi lasciarti abitare dai dubbi lasciarli fluire nel piano d’immanenza alla fine avresti potuto diventare altro te lo dissi una notte quando ce ne stavamo sole senza uomini era bello lasciarsi scivolare in quella specie di solipsismo solipsistico dove io ero lo specchio tu eri lo specchio dello specchio ci vivevamo insieme in questa specie di simbiosi poi non era simbiosi era un guardarsi attraverso attraverso attraverso attraverso finestre arse tra gli astri e il cielo nell’abisso nella fune avevo sognato te bambina quando avevi paura degli occhi degli altri avevo sognato te che non sapevi districarti da tutte le parole che venivano a martellare martellare avevo sognato te nel dipinto di Munch eravamo noi l’Urlo di Munch l’Urlo di Ginsberg settantasette volte ripetute nel riflesso dovevamo imparare a danzare danzare danzare sulle superfici la profondità era solo una superficie l’abisso era il cielo il corpo era l’anima ogni cosa avveniva capovolta sapevo mentre ti guardavo sapevo che avresti fatto molta strada mentre io sarei rimasta a guardarti all’ombra di un tiglio in una campagna che era simile alla tua casa d’infanzia lo sapevo che avresti saputo sfruttare le condizioni favorevoli piegare il caso incarnare il caos lo sapevo mentre io non riuscivo a parlare e più mi trovavo a un passo dalla vittoria più indietreggiavo e sapevo che saresti stata capace di tenere tutti in una mano i fili delle vite degli altri mentre io precipitavo da tutti i grattacieli mentre io cadevo nell’indistinzione romantica di un grido tu avresti retto i fili della ragnatela che unite ci teneva per i piedi per la testa a nervi tesi tesissimi oltre l’orizzonte degli eventi io ti guardavo fiorire mentre sfiorivo ti sentivo crescere in potenza lanciarti sopra tutti gli specchi frantumarli e con loro l’immagine svaniva racchiusa nell’afflato del vento d’inverno io sapevo tu eri l’estate io l’inverno ci guardavamo distanti crescendo in due differenti angoli del tempo e tu pubblicavi libri aprivi tutte le porte vivevi nella leggerezza effimera dell’istante mentre io pesantissima precipitavo non parlavo mi lasciavo usare cadere cadere cadere non sapevo chiedere dovevo solo dare di me ogni molecola un dono che nessuno vuole e tu li tenevi tutti per le palle tutti per le palle tu entravi in sedici stanze con un nitore chiarissimo degli animi facevi mambassa dei corpi macerie con uno sguardo potevi prenderti tutto e io in uno sguardo tutto avevo donato di me non restava respiro contavo i giorni che mi separavano dal giudizio di dio mentre tu calpestavi ogni sentiero e lo mandavi in rovina alla fine eri il paradiso io l’inferno di fuoco inscalfibile per quanto sapessi giocare con le macerie del tempo giocare stava tutto lì il segreto potevi divorare brandelli di vita senza crucciarti della morte degli altri potevi infischiartene del frastuono del tempo senza caracollare tra le intercapedini della rivolta potevi mascherarti mille volte perché io potessi mille volte riconoscerti ma non potevi guardarmi negli occhi io che non possedevo maschere io che mi lasciavo deglutire dagli sguardi del dolore io che donavo ogni istante di me al dio di chiunque io che sapevo scivolare in basso dove tu nemmeno sognavi di esistere ero io il rovescio la rovina ero io non ci si frappone tra se stessi e il tempo non si può spezzare l’infinito quando reclama a gran voce e più d’ogni altra cosa amavi la bellezza ma ti riflettevi in me con un impeto d’orrore maschere di cera sciolte nella notte tutto un profluvio di tenebra uccidermi non fu una buona idea quando la nemesi scompare si slabbrano i contorni e adesso che non sai più dove sia il cielo dove l’abisso io ti sento in tutte le pareti sarò più forte della vita più forte della morte sarò l’infinito che non vuoi più sentire uno specchio senza riflesso è l’immagine del tempo senza spazio io sono questo tempo senza spazio in cui non puoi riconoscerti non puoi giocare che con le rovine di me nel fondo degli occhi invisibili decostruzioni d’istanti domani ti sveglierai in una nuova carne e non ci sarà nessun negativo nessuna nemesi dovrai diventare tridimensionale quanto può annientarti il saperti sola?

© i. p.
foto di Marco Fioramanti

dublino pioggia

 

 

Sto andando in una direzione che non significa nulla o forse tutto mettendo a rischio ogni cosa a volte sento la vita scorrermi ancora in vena e la inseguo la vita nel frattempo frantumo le cose belle lui dice che devo preservare le cose belle i progetti penso quelli imminenti che non bisogna affatto mollare perchè è come una specie di missione ma vorrei solo essere libera da cosa? dal lavoro? dall’amore? da me stessa? quando sono a Dublino è come un sogno lucido allontano le cose le parole il sentire si diluisce fluido e posso scattare foto ai tramonti da qualunque ponte bianco e camminare leggera come un pezzo di nuvola e guardare a fondo le iridi verdi delle ragazze gaeliche e guardare a fondo i passanti e immaginarne storie costruire trame su tessuti d’immagini mangiare schifezze a più non posso su furgoncini hippie pensare all’Urlo di Ginsberg pensare a Joyce e sentirmelo alle spalle essere Molly Bloom con i tormenti e i segreti di donna un po’ maudit comprare scarpe a caso magari anche più piccole della mia taglia parlare con Luana della fine del mondo e del terrorismo islamico del nichilismo del comunismo del nazismo della nostra sorte di biechi e feroci esseri umani camminare sulle scogliere irlandesi tra freddo e sole mentre il mare sciaborda metri e metri più in basso attraversare ponti pericolanti in stile Isola del Tesoro litigare con lui e piangere mortalmente a Temple Bar sentirmi morire decidere e tornare indietro decidere e infrangere decidere per il bene di tutti e poi non reggere il dolore e frantumarmi e poi guardare la signora con Lessie al guinzaglio vicino St Peater Church andare a trovare Alessandro nell’albergo di lusso aspettare sulle altalene bere cocktail con dentro la mia personalità (e il suo disturbo) danzare psy trance nelle luci accecanti della notte fingere che non debba finire mai finire mai finire mai questo gioco di specchi e desideri che uno sull’altro s’infrangono questa vita in bilico dove ancora non so che fine farò domani questi 28 anni che sembrano 18 queste parole gettate come sassi di cui non voglio vedere i cerchi nel lago questi rami e tetti gotici e guglie e senso di non appartenenza e scegliere di non scegliere la vita e pensare che tanto se voglio me ne tiro fuori e pensare che tanto ci sarà pur qualcuno alla fine del tunnel e poi sentirmi abbandonata da tutti quando invece sono io a fuggire lo so sono io sono io l’errore io la folle io l’instabile io l’edonista che sta bene solo se c’è da divertirsi e ogni impegno si trasforma in limitazione ogni relazione in gabbia d’acciaio ogni passo falso in caduta libera nel vuoto ho sognato di saltarci giù da quella scogliera ma poi a pelo d’acqua non sprofondavo volavo volavo alta nel cielo senza nubi ed ero nell’azzurro più profondo ero un gabbiano o un corvo ero assolutamente libera di spalancare le ali sopra la materia io nella metafisica dell’istante superavo il vuoto e la paura di caderci.

@ i.p.