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Monthly Archives: settembre 2012

(foto di Luigi Annibaldi)

 

Alcuni non hanno digerito il mio libro, sia negli ambienti letterari che in quelli underground, le reazioni sono state molteplici. C’è chi mi ha scritto entusiasta, chi ha preferito tacere, chi invece mi ha accusata di aver infamato fatti e situazioni, chi, al contrario, mormora che il mio sia un messaggio di complice distruzione e autodistruzione.

Posso dire che la scrittura, almeno per me, sia un atto  necessario. A chi mi chiede: quanto c’è di te in Fatti male? Rispondo: tutto. A chi mi chiede: ma è la tua storia? Rispondo: no. A chi mi chiede: è una storia vera? Rispondo: sì. È una storia necessaria perché è un baratro in cui chiunque potrebbe cadere. Ma non tutti frequentano quegli ambienti, mi direte. Ma non importa perché quegli ambienti sono solo la componente più estrema di un sociale che rovina. Per me Marco e Stella sono entrambi vittime e non di quell’ambiente. Non ho intenzione né di contestare le droghe né di osannarle, la droga è solo un corollario, la vera dipendenza di cui parlo è quella dai rapporti tritacarne.

Allora io mi chiedo: perché uno finisce a desiderare la distruzione dell’altro o a farsi sfruttare ingannando se stesso? Allora io mi chiedo: qual è la molla che fa scattare questo meccanismo? Allora io mi chiedo se non ci sia qualcosa di comune nel mondo occidentale in cui viviamo che ci porti a preferire un mondo dietro il mondo, un mondo di illusioni e dipendenze.

Non ho una risposta a queste domande, forse non l’avrò mai ma vi invito a riflettere e a parlarne.

 

 

 

© Ilaria Palomba

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(foto di Giorgia Mastropasqua)

 

Ci fu un periodo in cui fui felice, non è facile a dirsi ma una linea rossa può cambiare il corso degli eventi. Dopo il primo inter-rail decisi che avrei trascorso l’intero anno in attesa di quello successivo. Eravamo io, Scheggia e Ringhio. Pezzetti d’incondizionato lanciati nel mondo alla velocità dei bolidi da corsa. Il treno era la nostra casa e ovunque andassimo ciò che vedevamo erano stazioni, stazioni, stazioni su stazioni, palazzi, case, un paio di cattedrali, odore di hashish e oppio, un castello romanico, gotico o barocco e parchetti da tossici. I momenti più belli erano quando ci mettevamo a cucinare su fornelli elettrici, sbevacchiando pessimo vino, nel bel mezzo della Rambla e c’era Ringhio che tentava di abbordare le bamboline ispaniche tutto-dare offrendo loro pezzi di fusilli alla bolognese appena cucinati in strada come zingari. Una volta una ci stava pure e ce la portammo con noi in spiaggia. Scheggia mi amava, non faceva che flirtare con me e Ringhio si buttò sulla spagnolita. A un certo punto lei, infrangendo le traiettorie di un bieco determinismo misogino, si mise a provarci con me. Tu mui bela, diceva, e si metteva ad accarezzarmi i capelli. Tu vieni con me in hotel, diceva. Credo di aver davvero abbandonato i miei amici per seguire la spagnolita in un improbabile hotel scalcagnato di prostitute e cocainomani. Credo che Scheggia mi abbia assassinata ottantotto volte con gli occhi. Credo che abbia giocato quarantacinque volte con i dread prima di dire a Ringhio: andiamo a farci una stagnola. Credo che mi abbiano maledetta milleduecentosettanta volte prima di collassare dietro il parco di Gaudì. Fu bello stare tra le sue cosce, come una pantera. Fu bello sentire il tanfo dei miliardi di odori dei miliardi di sessi consumati su quel letto-divano di velluto rosso. Fu bello uscire dal palazzo a specchi e baciare le sue labbra lampone sapendo di non doverla rivedere mai più. Fu bello quasi quanto lo svenimento improvviso sul sedile della metro che mi fece ritrovare assalita da avvoltoi e grondante sudore verde, con l’idea che sarei diventata pappina per fruitori sgangherati di ospizi dell’ultima spiaggia. fu bello svegliarmi con dieci mani addosso. Fu bello non ritrovare i miei amici sulla Rambla. Fu bello cercare un albergo per dormire e non trovare nulla nel raggio di cinque chilometri di camminata con zaino sparapesi e paranoie. Fu bello spendere gli ultimi risparmi per una guida di ostelli barcellonesi e arrivare in piena notte in piena campagna in un posto dove l’unico rumore che si sentiva era quello dei grilli. La mia coscienza?

Il brutto non arrivò quando dovetti salire s’un sentiero di montagna completamente sola con i rumori dei grilli e le grida silenziose del vento. Non arrivò neanche quando incontrai due ebrei, di quelli con barbetta e cappellino, proprio come nelle foto delle guide turistiche ebraiche, chiesi loro la strada per l’ostello e mi risposero che stavano cercando la stessa cosa senza tuttavia aspettarmi lungo il sentiero. Non arrivò neanche quando, nuovamente sola, non ressi il peso spaccaschiena dello zaino interreiloso e capitolai con tutto lo zaino giù per il sentiero. Non arrivò neanche quando riprendendo la strada ebbi un bruciaingorgo di stomaco e vomitai bile al vino rosso. E non arrivò neanche quando avendo finalmente raggiunto l’ostello mi misero in una camerata da ventiquattro letti, che manco al militare, e mi dissero che non potevo pagare col postepay ma potevo pagare domani, lasciando un documento, e tornando a Barcellona per prelevare. No, non è questa la parte spiacevole della storia ma quella in cui dormo: finalmente mi addormento nel mio letto al quarto piano di un enorme letto a stracastello, dormo felice e beata e all’improvviso qualcuno bussa alla porta. Ed è Scheggia tutto preso male, dice che mi hanno cercata tutta la notte. Che razza di fine hai fatto, Fiamma, ma sei impazzita, non si possono fare viaggi con te, come cazzo ti salta in mente di sparire così senza avvisare nessuno. E mi butta giù dal letto. Andiamo, dice. Non possiamo andare, dico, devo pagare. Ma Scheggia ha già pagato o almeno è quello che dice e mi sembra sia vero dal momento che è un raro caso, questo, in cui nessuno ci corre dietro per furti o altre piccole stracazzate. Mi girava la testa tanto che sembrava che la stagnola fossi stata io a farmela, forse nel mondo in cui ero entrata senza saperlo funzionava così: due si drogano e il terzo ha gli effetti. Il brutto arrivò quando svenni un’altra volta sul sentiero del ritorno e mi svegliai all’alba e mi trovai la faccia rossa lentigginosa di Scheggia davanti. Il brutto fu quando mi guardò come un medico che vuole avvisare il consorte di un paziente con metastasi interne che il paziente non ce la farà. Il brutto fu quando mi chiese: ma ti sono venute le mestruazioni questo mese? Per un attimo vidi l’alba come una sfera incandescente che schiaccia la placenta delle ovvietà. No, dissi, perché? Scheggia si mise a giocherellare con i dread sempre più nervosamente, fece circa ventottomila giri di dread tra le dita e poi eruppe così: andiamo in farmacia.

Aspettammo dalle sei alle nove davanti alla saracinesca di una farmacia, Scheggia si addormentò sulla mia spalla e potei aspirare tutta la fragranza di un mese in giro per l’Europa senza lavarci, lui, perché almeno io in ostello una doccia me l’ero fatta. Ora il problema non furono le cose che disse Ringhio o quella brutta, brutta, allucinatoria, esperienza narcotica a gambe aperte sotto i ferri, con cinquanta dosi di anestesia perché non mi pigliava e i medici che dicono parole che mai e poi mai avrei potuto comprendere. Il brutto non furono i dolori dei giorni seguenti, né la fine della mia storia d’amore con Scheggia. Non furono neanche le brutte parole che mi disse Ringhio vedendo arrivare me e Scheggia dopo l’operazione, con lui che mi portava lo zaino. Viziataapprofittatricefigliadipapà, disse. Il brutto fu entrare in quel cesso pubblico con quel pezzetto di verità bianco in mano mentre Scheggia e Ringhio aspettavano fuori dalla porta come le lancette di orologio a coucou. Il brutto fu farsi venire da pisciare con l’adrenalina a palla e i pensieri che volgono alle più alte sfere della metafisica per non rendersi conto di quanto stesse accadendo. Il brutto fu quando quella pisciata arrivò e quella lineetta diventò rossa. Il brutto fu guardarsi allo specchio e ammettere che quella fosse la fine della mia adolescenza. E come diceva qualcuno: del doman non v’è certezza.

 

 

 

© Ilaria Palomba

(foto di Vittoria Santamaria)

 

Prima di guardare in faccia mio padre morto mi sparo una botta di anfe, quantomeno ora non avrà nulla da ridire.

La parola del giorno è: paranoia.

Mani in tasca, bustina ruvida, odore di varechina.

Respiro. Respiro. Citofono.

Mamma, come stai? Ricordavo una certa somiglianza tra te e un bulldog ma non immaginavo avessi imparato anche ad abbaiare, perché è questo il verso che fai vedendomi.

Quando entro c’è un odore pesante, e non è l’anfetamina che ho nel naso, è una specie di odore acre mitigato da vaniglia, tipo l’insieme di tutti i sudori coperti da profumi.

Mio padre, stecchito, al centro della stanza, con gli occhi chiusi, è la stessa persona che mi prendeva a sberle quando tornavo a casa all’alba, lo stesso che mi sbatteva la testa contro la scrivania quando non finivo i compiti, lo stesso che mi prendeva a calci in culo quando mi sgamava i messaggi lesbo sul cellulare.

Mio padre, se potesse vedermi, ora, da morto, mi direbbe che sono vestita come una zoccola e che il teschio sulla spalla destra potevo coprirlo, almeno nel giorno del suo funerale.

– Perché sei venuta qui? – abbaia lei.

Carino da parte tua, mamma, non desiderare la mia presenza neanche oggi, dopo quattro anni di silenzio. Ho l’impulso fortissimo di andarmene, di dirti: hai ragione, non c’entro un cazzo io con voi, di indietreggiare e farti rimbombare nelle orecchie la parola: addio. Però non lo faccio. Resto qui sull’uscio della porta del soggiorno, a reggere il tuo sguardo che è un lanciafiamme carico, con il mio, che è un bambola assassina post-punk .

Dentro ci sono tutti quei volti che a guardarli c’è da spararsi un colpo dritto in faccia. La zia Gloria, bionda, grassa, con quella collana di perle che sembra l’addobbo per un maiale gonfiato e servito a tavola. C’è lo zio Mario che finge di leggere quando lo sappiamo tutti che non ci vede una minchia neanche con gli occhiali, tira su col naso e tutti dicono sia raffreddore, ma lo sappiamo tutti che tira cocaina come un dannato, la differenza tra me e lui è che lui ha i soldi per farlo senza che nessuno dica nulla, io no. E poi, to’, c’è mio fratello Aldo. Aldo che mi guarda come se avesse visto la madonna, il che mi sembra plausibile dal momento che due anni fa dopo essere stato lasciato dall’ennesimo partner che faceva passare per donna (senza averla mai presentata a nessuno, ovviamente), ha avuto una crisi mistica ed è diventato evangelista.

La parola del giorno è: disgusto.

– Come va? – dico.

Sono tutti vestiti di nero, mia zia e mia madre, da brave prefiche, si sono messe anche un velo nero a fiori sulla testa, l’idea che vogliono dare è quella del pianto esasperato e non dello sciacallaggio dell’eredità. Passo accanto a mio padre morto, le mie mani toccano il velo, ruvido, puntiforme, passo la mano sul tavolo di legno liscio, tocco ogni cosa, i bicchieri smerlati, i ricami ruvidi a otto della tovaglia, il cesto della frutta, le bottiglie fredde di alcolici. Tutti mi seguono con gli occhi come se avessi una cinta di dinamite. Mi verso una vodka e poi la sollevo in alto.

– All’eredità! – sparo a gran voce – Che incassi il migliore!

La parola del giorno è: verità.

La zia Gloria sgrana gli occhi come una vecchia scrofa, fa per alzarsi dalla poltrona producendo uno stridio insopportabile. Mentre sorseggio la mia vodka passo l’altra mano sul tavolo e poi sul velo.

Mia madre comincia a singhiozzare, perfetto, ora da bulldog è passata allo stato di bulldog agonizzante. La zia Gloria si alza e viene verso di me. Per un attimo il brusio cessa. Tutti mi guardano. (…continua su “O”)

 

 

 

© Ilaria Palomba

http://youtu.be/FiPdqfYKJKM

Vacci piano, che fa male!

(foto di Luigi Annibaldi)

 

Vai lì tutta convinta di scrivere il racconto del secolo, tanto ormai tiri fuori un racconto al giorno senza tanti sforzi e nessuno ti può più dire niente sulla tua scrittura, sulla conformità o meno alle regole drammaturgiche e sul tuo stile.

Invece noti che già il primo giorno di lezione c’è chi tira fuori idee parecchio originali, parecchio più originali delle tue. C’è chi va a leggere ed è subito accolto, dai prof e dagli altri scrittori, con entusiasmo. C’è chi ha già un incipit che sta in piedi.

Tu invece, che vieni presentata come l’autrice dell’anno: il tuo romanzo, Fatti male, è in libreria e stai per concludere un contratto anche all’estero, non riesci a cavare un ragno dal buco, l’idea iniziale ti sembra ridicola rispetto a quelle proposte dagli altri e mentre a casa avresti buttato giù qualcosa di decente in cinque minuti, qui ti senti bloccata, proprio non hai voglia di metterti in gioco, tutti ti guardano e chiacchierano, chissà cosa si aspettano, oppure parlano male di te: invidiosi.

Il secondo giorno un paio di persone leggono racconti che ti sembrano perfetti e ti vien voglia di ritirarti in camera e spararti duecento antidepressivi.

Il terzo giorno, quando vai a leggere la roba che ti è saltata in mente, non sei affatto sicura di ciò che hai scritto, ti trema la voce e ti si blocca il respiro in gola. Guardi i prof come se fossero un plotone di esecuzione. Loro ti danno dei consigli su come migliorare il racconto e quasi li ringrazi per non averti distrutta pubblicamente. Qualcuno dei tuoi colleghi si mette a ciancicare cose su come dovrebbe essere o meno la tua protagonista e su come dovrebbero reagire o meno gli altri personaggi, sull’età che dovrebbero avere e sulla verosimiglianza dei loro rapporti di parentela.

E no, ora basta, non lo dici ma lo pensi: ora te ne vai, torni a scrivere ciò che vuoi senza nessuno che ti giudichi o si intrometta nel rapporto tra te e i tuoi personaggi. Cosa ci sono venuta a fare qui, dici a te stessa: non mi è bastato due anni fa, la mia prima full immersion? Quell’anno hai pianto tutta la settimana, non hai parlato con nessuno e hai tirato fuori il racconto più crudele della full. Poi in un anno, frequentando tutti i possibili corsi omerici di narrativa, hai buttato giù una trentina di racconti e un romanzo e te l’hanno pure pubblicato. Avresti dovuto fermarti lì, lasciare di te quest’immagine e sparire. Invece no, sei qui, da grande autrice dei miei coglioni a ultima delle capre, perché, diciamocelo, di fronte a una full immersion siamo tutti ugualmente al punto di partenza e non esistono vantaggi. (… continua su Rivista “O”)

 

 

 

© Ilaria Palomba