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Category Archives: fatti male

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Oggi, giornata contro la violenza sulle donne, propongo la mia recensione (di circa un anno fa) al libro “Fatti Male” di Ilaria Palomba. Protagonista è Stella, una ragazza che a un certo punto decide di smettere di sopportare…

Da quando ho deciso di fare della scrittura qualcosa in più di un passatempo senza regole né regolarità, ho perso la mia “serenità” di lettrice. Prima divoravo un paio di libri la settimana; mi ci immergevo dentro e mi lasciavo trascinare dalla storia, per poi decidere se il contesto e il modo in cui era espresso mi aggradavano oppure no. Adesso, invece, ho serie difficoltà nel lasciarmi andare, mi soffermo su cose che una volta neppure notavo: la scelta delle parole, il loro suono, il modo in cui son legate tra loro – pure le virgole! – l’autenticità e l’onestà con cui viene raccontata una vicenda… aspetti che mi fanno perdere di vista il piacere puro della lettura e m’innervosiscono parecchio, perché non riesco proprio a controllare l’impulso di comportarmi così. Per questo spesso prendo scuse con me stessa, mi dico che gli impegni quotidiani sono troppi e la sera deve essere per forza dedicata alle chiacchiere col fidanzato. Il risultato è che leggo sempre meno.
Di recente avevo deciso che avrei usato le vacanze natalizie per riprendermi quello status di lettrice che, in effetti, mi manca moltissimo. Ho scelto “Fatti male” per ricominciare. L’ho iniziato il 20 dicembre e finito il 24. Non era esattamente il mio genere – questo lo avevo capito già prima di comprarlo – ma sapevo che il modo di scrivere dell’autrice, di cui conoscevo già le poesie raccolte in “I buchi neri divorano le stelle”, mi piace. La scorrevolezza propria della penna di Ilaria Palomba e la velocità con cui, sebbene arrugginita, sono riuscita a terminare il romanzo, mi hanno dimostrato che avevo ragione: Ilaria è molto brava, ce l’ha fatta perfino a distrarmi dalle mie ansie e manie di “scrittrice psicopatica”!
La protagonista del libro mi trasmette diverse sensazioni. Mi fa rabbia per la sua incapacità di vivere come una ragazza “normale”, nonostante non sia per niente una sciocca, e per il modo in cui permette a un inetto qualunque di seviziarla e venderla come una cosa. Mi fa pena per la sua fragilità, per la situazione familiare che la costringe a cercare attenzione e amore nei posti meno opportuni. Mi fa tenerezza per il suo essere, oltre che estrema, una bambina bisognosa d’affetto. Mi fa ribrezzo quando mi trascina in luoghi che mi sono estranei e che, in vita mia, mi sono sempre rifiutata di frequentare. Mi ripugna quando mi obbliga a spiarla in situazioni che trovo aberranti e prive di senso. Mi fa ridere con l’ironia pungente e il senso di contraddizione un po’ buffa che trasmette col suo pensiero quasi mai espresso a voce alta.
Stella si dà con facilità. Ma gli scambi di coppia, le esperienze con le donne pur non essendo lesbica, l’inesistenza di pudore… cos’altro sono se non l’angoscia, il dolore interno, il bisogno di essere una figlia amata, una compagna amata e perfino un’amica amata? Queste ombre spaventevoli la fanno nascondere dietro l’oblio ingannatore della droga, dietro una sessualità che – almeno per me – di piacevole non ha nulla. C’è chi si rifugia nel cibo o nell’assenza di questo, chi si ferisce braccia e gambe, chi smette di studiare o lo fa davvero troppo, chi si rimbecillisce di sostanze stupefacenti e chi si butta via perché crede di poter essere salvato dal primo farabutto che gli si para davanti. Tanti modi per punirsi. Anche io mi sono messa in castigo da sola innumerevoli volte. Non l’ho fatto come Stella, ma l’ho fatto.
Stella, per una stramba casualità, alla fine del romanzo si libera di quel mostro di Marco… ma sarà riuscita ad allontanare da sé il vero male, se stessa? Io sono positiva per inclinazione e quindi credo di sì. Me la vedo sempre bionda e bistrata di nero, con un vestito aderente su quel corpo perfetto che le invidio un po’, la laurea in filosofia appesa in camera e una consapevolezza di sé tutta nuova. Non m’importa se abbia o meno accanto un uomo, io la visualizzo avvolta dal suo di amore. Nel mio immaginario, Stella deve aver di sicuro imparato ad amarsi e smesso di farsi male.

© Anna Valeria Cipolla D’Abruzzo

E’ stata una notte surreale, mi sono ubriacata di musica e delirio. Mi sentivo risucchiata dal suono. La mia voce andava da sé. E i Minimitermini sono assoluti e sublimi.

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Fatti male” vuole essere uno sguardo narrativo non moralistico su una società che rotola su se stessa, vive di notte e danza sulle rovine dell’umanità. Marco e Stella sono espressione della liquidità dei rapporti postmoderni, della guerra tra i sessi, dell’aridità emotiva di una generazione che si trascina in un limbo tra indifferenza ed estasi. Stella è una Justine post-moderna, non soltanto vittima ma anche un po’ carnefice. Il narcisismo, essenza stessa dei nostri tempi, non va criminalizzato ma ritratto per quello che è. Ogni criminalizzazione porta all’innalzamento del crimine. È risaputo che a scuola, per esempio, i ragazzi meno bravi diventano delle vere belve se criminalizzati e stigmatizzati, invece producono risultati se si permette loro di mettersi in gioco. Nel mio libro ho coinvolto centinaia di persone, alcuni esperti lettori, altri si affacciavano per la prima volta alla lettura e di ciò sono entusiasta.

Il narcisismo nasce da una ferita, criminalizzare significa dilaniare la ferita stessa e fare in modo che degeneri in infezione. L’unico risultato che si ottiene in tal caso ha a che fare con la rivolta spietata. Altrimenti si può imparare a mettere da parte il moralismo e provare ad avvicinarsi a ciò che non si conosce e spaventa, senza pregiudizi, in grado invece di apprendere dalle forme di socialità più tribali una modalità esistente che è sottesa in ogni forma di rapporto umano. La cecità produce soltanto vana illusione. L’illusione del bene assoluto conduce alla banalità del male, per citare la Arendt, al nazismo. La biopolitica è l’essenza della nostra epoca: agire sui corpi, normalizzarli e anestetizzarli. Fatti male è un grido che si leva da corpi che si ribellano al nazismo biopolitico che tutti viviamo. 

© Ilaria Palomba

IO E I CARDIOPATICI IN RADIO

I CARDIOPATICI DESTABILIZZANO E SCANDALIZZANO RADIO CITTA’ FUTURA (ascoltaci cliccando qui, siamo nella seconda metà della trasmissione Carta Vetrata)

Foto di Melchiorre Carrara

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VENERDì 5 APRILILE 2013 ore 20.30 LIBRERIA RINASCITA VIALE AGOSTA 36 (Roma)

Performance collettiva: Ilaria Palomba, Paolo Battista, Daniele Casolino,

Luigi Annibaldi, Fausto Rampazzo, Claudia Gizzi con la

partecipazione di Damiana Ardito.

Cuori palpitanti, voci estreme di amore e rabbia, colori ciechi, musica

tattile.

Entrata libera e bar-aperitivo aperto!!!

 

DOMENICA 7 APRILE 2013 LETTI A COLAZIONE ore 11.30 LIBRERIA SCRIPTA MANENT VIA PIETRO FEDELE 54-56 (Roma)

Ilaria Palomba, autrice di Fatti male, presenta il suo romanzo e introduce i Cardiopatici:

Paolo Battista, il direttore della rivista Pastiche, è un poeta on the road come non se ne vedono da decenni, ha scritto un romanzo sulla tossicodipendenza e da anni cercava un gruppo con cui crescere.

Chiara Fornesi è una fotografa, piercer e performer, ha vissuto in giro per il mondo, imparando a contare solo sulle proprie spalle, la pelle è il suo tessuto, la sua pagina bianca, la sua tela da lavorare e incidere.

Daniele Casolino è un poeta e narratore capace di volare e precipitare, l’inchiostro dei sonetti di Shakespeare sporcando le tavole del palcoscenico, mettendo in scena un nuovo Borges vestito da Pessoa.

Luigi Annibaldi scrive racconti che hanno del mito, del fantastico, del pop, surreali come quadri, carnivori come dinosauri.

Ermione Claudia Gizzi è una scrittrice erotica e modella Alternative Goth di Milano, scrive storie erotiche e isteriche.

Fausto Rampazzo, autore di Don Giovanni Light (Bompiani), è uno scrittore di altissima qualità che svela l’uomo nelle trame di un erotismo oscuro.

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BERLINO ELECTRODREAMS
I
Guardo il brillare dei chicchi di neve dalle finestre di Neukolln danzo silenziosa a occhi chiusi nella nebbia di Kreuzberg accolgo volti e sguardi riassumo corpi nel tatto della distanza rispondo enigmatica a domande mai formulate mi libro spettrale sopra palcoscenici Berghain Kantine e cammino fredda nella furia del Cardio con Luigi, Paolo, Daniele e i loro scritti che albergano in me come demoni dai mille volti e Chiara e Damiana e la loro arte sanguinante. Cammino fredda nella furia del cardio tagliando atomi al vuoto che imperversa glaciale sulla pelle della notte dalle vetrine del Kadewe. Tu mi baci le dita e ci dimeniamo aurore elettriche al Tresor spiandoci tra le sbarre e torturandoci tra lenzuola nerobianche e fumiamo l’angoscia di ogni partenza a Schönefeld e scopiamo via la morte in filamenti di estasi mentre le ore tagliano pezzi di me sul baratro del tempo. Berlino è un lungo sogno che seduce e abbandona. Miliardi di timori accalcati tra le coperte e mi fermo consumata nell’oscurità a raccogliere gocce di te tra le lenzuola prima di lasciare l’istante proiettata altrove ovunque e in nessun luogo distante.
II
La mia vita esplode, ogni cosa è qui e ora ma tutto mi sfugge. Cerco validi motivi per restare in vita ma non vi è che illusione le strade bianche di neve e luce il giorno fuggente nelle suole delle scarpe sporche di ghiaccio tra Kreuzberg e Frankfurter Allee, Tom e Marianna c’invitano a cena e siamo con loro a parlare di letteratura e poi siamo altrove proiettati verso miliardi di possibilità. io, Lupo e Anya inspiriamo sigarette e veleno. Lupo gira booktrailer con Anya che gioca a uccidersi comprando libri-droghe, fissiamo quadri barocchi nei privè degli electroclub Berlinesi. Dormiamo uno sull’altra all’alba sui sedili gialli della metro mentre il vecchio barbone scolletta e il punkabbestia è lì stravaccato coi suoi cani. Stiamo fuggendo tutti da qualcosa io dal riflesso riverbero assoluto di una donna che disprezzo che divide il qui e ora con l’accetta del cosa sarà e sta a frazionarsi i successi nel dubbio del domani. Disprezzami. Fammi sentire l’eco del mio diniego sulle curve del corpo. Ascoltiamo gli Indochine seduti sui gradini di cattedrali sconsacrate. E io come Justine sacrifico la mia vita all’infinito. Le notti si consumano come sigarette al vento e i miei occhi bevono tutta Berlino. Risali ripide le mie cosce fino a inondarne gli argini sporcandomi della tua luna bastarda dell’ululato dei lupi sono ovunque nella notte tra le pareti dentro le cosce non puoi sfuggirgli sei loro preda. Danza e taci. Non puoi essere libero, non ti è concesso. E la gente ride mentre credi di scappare verso oceani di distanza e su fiumi di cemento scorre fluido sangue indelebile di dissidenti ammazzati e dimostrazioni violente e pezzi di muro di Berlino che non sono angeli. Vorresti scaraventarti nella storia e sacrificare la tua vita all’egemonia dell’istante. Esistere è un sacrificio umano e tu lo sai mentre mi saluti nella nebbia a Schönefeld le nostre strade si dividono gli aerei volano gli aerei cadono le nostre vite si dividono. Da questo istante è un doppio gioco stare al mondo tu altrove io ovunque e vorrei scucirmi dalla pelle il dono della presenza strapparmi di dosso utero e intestino lasciarti divagare e sussurrare luce alle mie ossa fragili e sgretolate come gessetti sotto suole martellanti. E vorrei non lasciarti ridere di me dell’idea di me che questa strada ha reso vetro nella pioggia e vorrei suicidare il senso nel non senso e bruciare atomi della mia pelle che ancora grondano te e vorrei dividermi infinitesimale su note elettromaniache tra le pareti del Lido nella foga dei corpi sudati corpo a corpo corpo su corpo la notte al Tresor a danzare condannati dentro gabbie da macello tra le sbarre dell’eterno ritorno a spiarsi la notte sussurrandosi ombra a guardarsi sedurre occhi sconosciuti a guardarsi scopare divisi e a non guardarsi mai. E vorrei gridare al mondo: cristo, anch’io sono un essere umano ma non lo ascolterebbero nessuno ascolterebbe e non posso che gridare: satana io non sono e non sarò mai un essere umano e non lo capirebbero ma io mi capirei attraversandomi Trentemoller Thinking about you pensando a te ora dalle memorie di un Bahnhof Zoo meno tossico e più commerciale trasformato in una macelleria di corpi in transito, turisti e vetrine. Cielo bianco fotografie postmoderne in ciò che una volta doveva essere stato uno squat a Hackescherofe e a ciò che è stato di noi del nostro non morire A-MORS senza morte. Fisso gigantografie di Andy Warhol che i libri d’arte non rendono e rivedo ciò che fu dei nostri corpi saturi di gioia carnivora. La notte seduce il vuoto il mio corpo nudo in penombra proiezioni di ricordi sulla parete finestre spalancate e ce ne stiamo qui a guardare l’incendio che fu del nostro insieme i corpi che colano, gocciolano, inondano e il fuoco che si nutre della loro dissoluzione come il tutto vive della distruzione delle sue parti. Sacralità della distanza danza della distruzione, dissoluzione dell’io nel tutto e tutto ciò che esiste prima o poi abbandona.

 

 

 

 

© Ilaria Palomba

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Mentre scrivevo Fatti male la odiavo, la odiavo perché faceva di testa sua. Avrei voluto dirle di smetterla, il suo atteggiamento era irritante. Avrei voluto obbligarla a lasciar perdere Marco.

Ero seduta a un tavolo della biblioteca di San Luigi dei francesi, ero andata lì per studiare grammatica francese ma avevo con me anche il computer. Lo stomaco brontolava e avrei messo volentieri qualcosa sotto i denti, sarei andata a Piazza Navona, mi sarei seduta ai bordi della fontana del Bernini e avrei guardato i pittori sgranocchiando un trancio di pizza. Però ero lì dovevo studiare, avrei acceso il computer giusto un attimo, per appuntare un’idea e poi avrei cominciato a studiare,  me l’ero promesso, dovevo tenere il culo incollato alla sedia.

Quindi accesi il computer, sentivo passi di persone che entravano e uscivano dalla biblioteca, voci di donne in francese e in italiano. Per aiutarmi a trovare la concentrazione presi la USB dallo zaino e m’infilai un paio di cuffie. Nei timpani le note di People are strange dei Doors.

Non staccai la testa dallo schermo, cominciai ad appuntare l’idea e prima che potessi separarmene lei mi travolse. Stella mi trascinava in luoghi e situazioni che avrei volentieri evitato. Io sapevo tutto di Marco, sapevo fino a che punto potesse essere bastardo, ma lei non voleva ascoltarmi. Non facevo nulla, li guardavo agire e scrivevo. A tratti piangevo ma quando io piangevo lei tirava fuori una delle sue frasi ciniche oppure si metteva lì a fissarmi con quel fare strafottente da diciannovenne drogata, incrociava le braccia e sussurrava: patetica.

Mi sforzavo di mettere le parole una dietro l’altra come piccoli passi attraverso i quali cercavo di allontanarla da lui. Marco mi guardava di traverso dall’interno del monitor, sghignazzava, lo sguardo gelido, le mani in tasca. Mi sputava in faccia, mi diceva che non avevo capito un cazzo, che tanto lei sarebbe caduta, sarebbe caduta sempre più in fondo e non avrei potuto fare nulla.

Ero a Roma ma all’improvviso mi trovavo in Puglia. Mi trovavo catapultata in questi vicoli e garage che puzzavano di crack. Mi trovavo a ballare techno hardkore in casolari abbandonati nel cuore della Murgia. Mi trovavo immersa tra Marco e Stella, Alberto, Lory, Tina, il Ganzo, e tutti gli altri. La musica la sentivo nella pancia. Vedevo Stella sparire dietro un muro scalcagnato spruzzato di murales rosso rame. Vedevo Stella sparire con Marco. La seguivo con gli occhi. Andavo lì, le gridavo:

–          Scappa, Stella, scappa

Ma lei mi rispondeva alzando il medio.

Li raggiungevo e c’era Marco con le dita dendtro gli slip di Stella.

–          Farai tutto quello che voglio – le ordinava.

E lei annuiva come una stupida. E  io ero lì che sentivo tutto addosso come chiodi che ti entrano nella pelle. Ero lì e mi mettevo tra loro come un muro, a braccia aperte, cercavo di dividerli. Me la prendevo con Marco, gli dicevo che avrei impedito che facesse di lei ciò che voleva: io so chi sei, dicevo. Stella ingoiava pasticche e aveva dei lividi sulle braccia.

–          Guarda cosa le hai fatto! – dicevo a Marco.

Lui mi fissava, con quello sguardo gelido, le labbra socchiuse, quel suo modo di fare da fashion techno raver.

–          Io non le ho fatto nulla – diceva.

Stella rideva, stendeva righe di emmeddì sul muretto scalcagnavo. Marco le infilava ancora la mano nei pantaloni, glieli abbassava perché potessi vedere tutti i lividi che aveva addosso. Gli dissi che l’avrei cancellato dalla mia storia. Stella sollevò lo sguardo tirando su con il naso, dopo essersi fatta l’ultima striscia.

–          Non puoi cancellarci, – disse sfatta – non potrai mai.

Staccai le dita dal computer ed ero di nuovo a Roma, la luce era cupa, gli scaffali di legno della biblioteca, erano immersi in una penombra che non lasciava distinguere titoli di libri e film. Sollevai lo sguardo e vidi una ragazza seduta di fronte a me, aveva gli occhi scuri, degli anfibi neri poggiati sul banco, una maglietta a righe bianche e nere le lasciava scoperta la pancia. Aveva un livido sul ventre grande quanto una pallina da tennis. Anche lei mi guardò, la riconobbi. Alzò il dito  medio mentre le labbra ciancicavano qualcosa, forse una gomma, forse una pasticca. Abbassai lo sguardo e ripresi a scrivere.

I personaggi sono così: finché non li finisci ti tormentano.


(foto di Luigi Annibaldi)

 

Fumare una sigaretta sul balcone, ascoltare il rombo delle auto sulla Colombo, scrivere i nomi delle persone e poi cambiarli, scrivere le storia che io immagino abbiano, vivere come se tutto dovesse distruggersi.

Scrivere è una forma di profanazione. Sono qui seduta e aspetto, a volte mi sento troppo diversa dal resto del mondo, non so se una persona così diversa potrà mai essere ascoltata se non con le cattive.

Seduta alla scrivania mentre la pioggia sporca i vestiti sullo stendi panni, la voce un po’ cupa per via delle sigarette e dell’asma, lo stomaco pieno. Sto parlando con uno spettro. Dico che scrivere è una forma di profanazione, anzi, di stupro. Lo dico perché so quello che ho fatto. Ciò che ho fatto è gravissimo, imperdonabile: ho preso dei volti e dei nomi, li ho stravolti e ne ho inventato storie. Per questo merito la forca. Ne sono consapevole. Ho rubato esistenze e le ho trasformate in altro. Sono una sadica, ma, sapete una cosa? Mi piace. È ciò di cui vorrei vivere.

Sono seduta s’una sedia in plastica e gomma gialla, il mento poggiato alla scrivania nera. Una pila di piatti mi attende nel lavabo, una massa di vestiti neri sul letto ancora disfatto, il telefono squilla imperterrito ma non mi muovo. Sto parlando con lei, e se mi sforzassi, potrei addirittura vederla, a volte mi somiglia così tanto da fare schifo, e io spero non mi costringa a vedere altro, a fare altro, perché sin’ora ho già visto fin troppo.

Mi parla attraverso le lettere, scrivo il suo nome mille volte e mille volte lo cambio. Un flashback mi riporta indietro, come una molla che si spezza e inizia a perdere pezzi, il mio corpo rimpicciolisce, poggio il gomito sul banco, la guancia sul palmo, lo sguardo sugli ulivi fuori dalla finestra mentre l’insegnante disegna numeri sulla lavagna.

Mi volto verso la mia compagna di banco e mi accorgo che ha il mio stesso volto ed è vestita come me: jeans e maglietta, ha una coda bionda e mi fissa dritto negli occhi. Profuma di talcoboro.

L’insegnante ha i capelli lunghi e lisci, le labbra larghe con un rossetto arancione: vedo le sue labbra allargarsi, il gesso stride sulla lavagna, le palpebre si abbassano sotto gli occhiali e pronuncia il mio nome.

Mi chiede se so ripeterle la tabellina dell’otto. Non mi lascia il tempo di rispondere: scendi dalle nuvole, dice. Da quel momento in poi saranno in molti a dirmelo.

L’altra bambina si alza in piedi e va alla lavagna. Fa una figuraccia: tutto ciò che scrive è un errore e tutto ciò che dice non ha senso. Alla fine è stata lei a prendere un’insufficienza al mio posto. Sono scappata, l’ho cercata ma non l’ho più vista per diverso tempo.

Poi, una notte a Sant’Andrea l’ho vista parlare con dei ragazzi, avevo dodici anni e suppongo che anche lei avesse la mia stessa età. C’era quella brezza agostina che faceva il solletico sulle braccia, il profumo del mare quando è notte. Io ero sulla scogliera con un amico, era la notte di San Lorenzo e guardavamo le stelle che sembravano lanterne appese al buio, lei era giù in spiaggia, non riuscivo a distinguere i suoi tratti ma qualcosa mi diceva che fosse lei. Era lì giù, sola, con quattro ragazzi, il rumore delle onde copriva le loro parole, desideravo scendere in spiaggia e dirle di stare in guardia, che di quei quattro non c’era da fidarsi, ma stavo con un tipo e appena misi il primo piede sulla scaletta di legno lui mi chiamò e mi disse di restare con lui a guardare le stelle cadenti. Avevo un rametto incastrato tra i piedi che arrossava lo spazio tra due dita, mi sporsi un po’ dalla scogliera per vedere di cosa si trattasse, il rametto mi fece perdere l’equilibrio e il mio amico dovette scattare come un razzo per acchiapparmi. Una volta tra le sue braccia il bacio andò da sé. Le nostre lingue danzarono a lungo nel palato come due serpenti che s’intrecciano, avevo un sapore diverso tra le labbra e una lacrima bloccata sotto gli occhi, per un attimo mi mancò il respiro. Qualcuno là sotto urlò ma non appena provai a sporgermi ancora, il tipo mi trascinò via e tornammo verso il viale alberato. Tra il mio primo bacio e il suo, immagino ci siano state delle grosse differenze.

Dopo quella volta sparì ancora per diversi anni. Poi, un giorno, sul treno vidi salire una zingara che per certi versi le somigliava, sarei fuggita da quella visione, sarei fuggita lontano perché le sue guance scavate e il manico di scopa, chiamato corpo, con cui si reggeva in piedi non erano esattamente ciò che avrei desiderato per lei. Avrei voluto donarle tutta me stessa e invece le diedi solo un biglietto per Trani. Quel giorno era Iris, era Iris più di chiunque altro al mondo, diventò un disegno e poi un avatar, poi una semplice voce senza corpo. Cominciò a sussurrarmi delle parole, la notte. Scrivevo poesie, ma non erano mie quelle parole, erano sue. Cominciò a raccontarmi storie, pregandomi solo di riportarle fedelmente su carta. Pregandomi solo di questo.

La incontrai nella metropolitana di Parigi, a quattro fermate dalla mia e tutto si fermò. Non andartene, la pregai, senza di te, io non sono niente, le dissi. C’incontreremo ancora, mi disse, c’incontreremo per l’eternità, ma ricorda, tutto ciò che immagini, io l’ho fatto, tutto ciò che penserai, io lo subirò, tutti coloro che ti tradiranno, io li massacrerò. Prima di andar via mi disse un’ultima cosa: ti diverti? La osservai con gli occhi a punto interrogativo. Sorrise. Schiacciò il tasto per aprire le portelle della metro. Divertiti, disse. La vita è fottutamente magnifica. Anch’io amo distruggermi, ma per lo meno mi diverto nel farlo. Detto questo mi abbandonò. La vidi sparire dietro i tabelloni pubblicitari della fermata Cluny.

Cominciai a scrivere un romanzo, lei parlava nelle mie orecchie anche se non potevo vederla. Adesso mi chiamo Stella, diceva, e ti racconterò la mia storia. Fatti male scrivendola, io me ne sono fatta nel viverla.

 

 

 

© Ilaria Palomba

Credo che curriculum e biografie siano quanto di più futile esista al mondo: siamo davvero la somma dei nostri successi? Io potrei essere anche solo una frase, un punto messo in un modo piuttosto che in un altro, un ricordo, qualcosa che deve essere superato. Potrei essere oggi ciò che domani non comprenderò, potrei essere stata già vecchia, una volta, e potrei diventare bambina, un giorno, con un certo impegno.
Un blog significa darsi al flusso del mondo con la velocità di cui è propria la rete. Un blog significa che oggi sono esattamente ciò che ho postato, sia esso uno stralcio di film, un aforisma, una canzone. Oggi potrei essere musica techno ossessiva, domani
L’inverno delle Quattro Stagioni di Vivaldi, domani ancora, il silenzio.


Adesso mi sento una bambina che abita in Via Alghero a Canosa di Puglia, sono le 15:42, il sole batte a picco sugli albicocchi, un gatto tigrato tra le mani, accovacciata in un giardino pieno di margherite. Fuori, per strada, dei ragazzi parlano in dialetto pugliese e si nascondono tra i cespugli mentre fumano. Dalla finestra che dà sull’ingresso di casa si sente
La canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè ma io sono troppo concentrata sul mio gatto tigrato, e sul suo pelo soffice, per accorgermene. Gli accarezzo il capo e lui si stende sui miei piedi scalzi e li fa vibrare tutti. Lo invidio, mentre lo accarezzo: lui non ha bisogno di altri per sopravvivere, oggi è tra le mie braccia e domani chissà dove, a cercare prede, a cercare posti che non conosce. Lui ha sette vite, io forse solo questa. Domani mi sveglierò, sarà il mio primo giorno di scuola, il mio gatto non ci sarà più.


Un giorno mi sveglierò nel giardino della Tour Eiffel con cinque amici che come me dopo la maturità hanno deciso di fare un viaggio all’avventura senza un soldo in tasca. Dopo sei anni mi sveglierò un’altra volta a Parigi, vicino al Pantheon, percorrerò Rue Vallette, con il centro copie e il ragazzo che ogni mese deve stamparmi un biglietto per l’Italia, il bar Zig Zag con tutti quei tavolini all’aperto anche d’inverno, pieno di studenti che leggono o lavorano al computer, ignoro che sia proprio lì che andrò a studiare i pomeriggi. Percorrerò la strada di fretta per raggiungere l’università e ci sarà l’arabo che sforna baguette ripiene e mi saluterà ogni volta sperando che ne compri una. Guarderò di sfuggita la libreria Pier Brunette di cui non avrò mai il piacere di conoscere il proprietario, Place Maubert, con il mercato, tutti quegli odori di pane caldo e formaggio e vestiti usati. Arriverò su Boulevard St Germain scavalcherò un clochard e andrò dritta fino all’ingresso della Sorbonne.


Una di quelle notti parigine la trascorrerò al fresco e non per aver infranto la legge, almeno non questa volta. Mi sdraierò s’un materasso grigio e lercio, sopra una panca di cemento, mentre nell’altra stanza stanno picchiando una tossica perché si è spogliata nuda e si è accesa una sigaretta. Stramaledirò Parigi e la mia solitudine, l’aver preferito il carcere a una casa piena d’insetti.


Un altro giorno ancora mi sveglierò a Roma e rimpiangerò i miei diciotto anni, i viaggi in autostop, le notti all’addiaccio con amici mezzi punkabbestia, e le nottate in spiaggia a ballare per ore che sembrano eternità e innamorarsi di chiunque ma solo per gioco. Un giorno rimpiangerò la solitudine parigina e stramaledirò gli anni e i ruoli sociali e avrò qualche difficoltà ad accollarmene uno.


Un giorno vedrò il mio primo romanzo: Fatti male, sugli scaffali delle Feltrinelli e benedirò tutte quelle notti tra sigarette e crisi di panico a scrivere, a cercare seguiti, a parlare con persone o personaggi immaginari, a ricordare vissuti e inventarne di nuovi, e non sapere mai dove sia la linea che separa il mio mondo dalla realtà, o saperlo benissimo che è l’immaginazione a creare la realtà.


Ma ora io tutto questo non posso saperlo, perché ora io sono quella bambina che gioca con il gatto tigrato e non vuole che lui fugga, e non vuole andare a scuola il giorno seguente. Ora non lo so ma un giorno forse mi sveglierò e sarò quel gatto, potrò andarmene a zonzo senza pensare a nulla se non ai miei istinti, avrò sette vite e guarderò negli occhi una bambina, mi godrò le sue carezze sul pelo che si farà sempre più liscio. Il giorno dopo me ne andrò dal giardino di margherite in via Alghero. Me ne andrò lontano. Senza zaini, senza ruoli, cercherò un po’ di latte, magari un pesce e una gatta tigrata. Cercherò e sarò fuori da una Feltrinelli, vedrò un paio di gambe umane camminare, alzerò lo sguardo e vedrò un libro con la scritta Fatti male, tra le loro braccia, naturalmente la scritta non la leggerò ma in quel momento sentirò un brivido sulla nuca. E poi ricomincerò a vagare.