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Category Archives: Roma

rouge

Si dice che una maschera rossa entri nella stanza delle bambine per portar via loro l’innocenza. Ad alcune capita a undici, ad altre a quindici anni. A nessuna così presto, a nessuna. Ti domandavi perché seguire percorsi predefiniti, come l’impossibilità di tracciare una linea tra gli eventi. Solcavi Piazza del Popolo, l’aria aveva la consistenza di un piccolo rovo. Entravi nel negozio di bambole, la signora Cesetti, vita stretta, capelli bianchi, voce grama, occhiali. Tutte le bambole stavano a guardarti.
Il signor Cesetti.
Perché va così lontano? Che motivo c’è? Una religione l’abbiamo anche qui. Ma serviranno poi tutte queste privazioni?
La signora Cesetti.
Le foto di mio figlio in bianco e nero, la comunione, il matrimonio, il divorzio. Quarantasei anni. Mio figlio giornalista sportivo. Ma voi giovani, voi giovani…
Il signor Cesetti.
E ha fatto molti giorni di digiuno? Non la trovo sciupata.
Tua madre.
Mi dia del tu.
Le bambole avevano abiti antichi. Tua madre si commuoveva troppo spesso e troppo spesso s’inviperiva, le cambiava l’espressione, lo faceva anche quando eri bambina, mentre ti abbracciava. Le mani al collo, le mani al collo. È per il tuo bene.
Tua madre.
La mia bambola, la mia bambola era così e aveva questo vestito azzurro e questi occhi turchesi e stava sopra una sedia a dondolo per bambole proprio come questa.
C’era l’odore del legno.
Tua madre.
Perché adesso i giocattoli sono così violenti?
Bisognerebbe allontanare da sé il tempo. Quando hai dieci anni il tempo è una prateria, collima con l’orizzonte al vespro, e la luce indora il nitore delle foglie, delle stoppie, gli infiniti appezzamenti d’erba e grano.
Tu lo sentivi e nel toccare le braccia lisce e fredde di porcellana della bambola anni Cinquanta non avevi memoria del trascorso. Il peso del tempo era una macchia di ruggine sulle lenzuola bianche, la notte. Svegliarsi con lo stomaco silurato. Raggiungere il bagno e sentirsi tremare le gambe. Lo specchio. Un traditore. Traditore. Da questa notte conterai i cicli lunari, ti metterai a strapparti i peli con la pinzetta per le sopracciglia. Da questa notte la carne di troppo somiglierà al sacrilegio. Da questa notte il sangue avrà l’odore del tempo. E se fino ad allora gli anni non erano che numeri segnati sopra candeline azzurre, da questa notte saranno chiodi cui affiggere scadenze.
La signora Cesetti ti prese il viso tra le mani, il mento, le gote.
Questa bambina, questa bambina…
Le lancette scandivano i secondi, i secondi avevano l’afflato del respiro delle bambole.
Quale bambina? Questa bambina sanguina e ha gonfio l’addome e comincia a guardarsi allo specchio di profilo per controllare l’entità del dramma.
Tua madre camminava tre passi avanti, fuori dal negozio e singhiozzava.
La mia bambola d’infanzia, mia madre, mia madre, quante volte le ho detto sparisci e quando l’ha fatto davvero… aver perduto gli anni migliori.
La luce abbacinante del mattino inondava la trama dei fili elettrici su cui si muovevano i tram. Facevano il rumore dei treni e doveva essere lo stesso il secolo scorso, quando la gente si salutava sulle banchine con fazzoletti rossi. Il rosso scandiva i secondi e, mentre camminavi per via Flaminia, sentivi sgorgare il sangue e gli sguardi degli uomini non erano più innocenti.
Ti vedevi capovolta dentro il negozio di bambole, dovevi aver immaginato il volto di tua madre sul corpo.
Mamma, portami ancora in un negozio di bambole.
La gonna a pieghe si scuoteva appena nella bora di settembre.
Non stava a sentirti, aveva dentro tutto un passato che tornava su e si vedeva riflessa negli occhi di sua madre. Eravate prossime alla piscina e non volevi entrare. Non volevi accadesse. Bagnarti i piedi senza poter entrare. Dir loro: è successo, è successo, è venuta a prendermi! L’ho vista, sapete, la maschera, gli occhi di ammannite, le labbra di ferro, il naso di ruggine, e le lancette hanno cominciato a ticchettare, a ticchettare. L’ho vista, sapete, stanotte. L’ho vista. Mi ha detto: sei pronta? Comincia a contare, comincia. Ho fatto quella cosa. L’ho fatta. Socchiudendo le palpebre, l’ho fatta. Mi sono svegliata nel cuore della notte con una specie di chiusura nello sterno. Lo stomaco. Il ventre. E poi giù: la pancia era gonfia, colma di un segreto tremendo. La maschera è venuta, l’ho vista nel fondo del soffitto, a occhi sbarrati, l’ho guardata. Mi ha detto: ti ho presa!
Ho lottato, le ho detto: stanotte voglio dormire ancora. E tu sparirai. Chiuderò gli occhi. Lascerò scivolare le dita sotto il pigiama e tu non ci sarai più. Non ci sarai. Non esisterai. L’ho fatto di nuovo. Il suono dei gemiti riempiva le pareti. Mi metteva i brividi ma non riuscivo a smettere. Si è messa a ridere, si è messa. Rideva e non riuscivo a smettere. Rabbrividivo e non riuscivo a smettere. Sentivo le lancette, le lancette, battere come tamburi. Le dita in bocca. Sapore di ruggine. Un dolore cavo nel basso ventre. Poggiandomi al muro sono andata via e mi ha seguita nel bagno, mi ha seguita. Odore di ruggine. La luce accesa. Lenzuola bianche. Una macchia di ruggine. Ti ho presa! Ti ho presa! Mi appartieni! Le lancette avevano il suono di un tamburo.
Mamma, non riesco a dormire.
Vieni qui, nel mio letto, vieni qui.
Le dita sporche. Le cosce. Il soffitto. Le lancette. La stolida risata. Rigirandoti nel letto hai continuato a sognarla. Ti ha detto: non puoi sfuggire al tempo, non più, non puoi sfuggire.
Le lancette sono diventate tasti di un pianoforte metallico. Fili elettrici. Un ordigno. Il conto alla rovescia. Il conto alla rovescia. Nove. Otto. Sette. Sei. Cinque. Quattro. Tre. Due. Uno. Zero. Hai aperto gli occhi. Nessuno può vedere la propria morte in sogno. Soltanto, tua madre non c’era nel letto. Sentivi singhiozzare dalla stanza attigua: il bagno.
La mia bambina, la mia bambina, la mia bambola, la mia bambina, la mia bambola, la mia bambina. Afferravi gli sguardi. Tagliavi l’aria pesante d’inizio settembre.
La signora Cesetti, le mani sul viso.
Questa bambina…
Tua madre in India non aveva mangiato per una settimana in un ritiro buddhista.
Il signor Cesetti.
Abbiamo la nostra di religione, perché questi digiuni? E questo rigore, e questo rigore… come i terroristi, come i terroristi.
Non ci sono terroristi in India.
Entrando in piscina li vedesti tutti schierati lungo le gradinate. Bambini. L’acqua con il rigoglio argenteo del sole. Questi bambini. Questi bambini. Si prendevano a pizzicotti e correvano.
Vieni, vieni con noi!
E restavi immobile. La maschera, la maschera.
Perché non giochi con noi?
Non oggi. Non più.
Nell’acqua la forma di un volto color ruggine.

ilasigaretta
E poi mi svegliavo a casa di Lucy o di Alex, a seconda dei punti di vita.
Un letto messo di sguincio tra il salone e la cucina. Nell’altra stanza loro. Dormono o scopano, che importa? Mi sveglio pensando ai quasi trent’anni, a come vorrei una vita da adulta, a come non possa averla.
Lei esce dalla stanza con solo una vestaglia giapponese. Prepara un caffè. Ha i capelli scarmigliati, e anch’io. Ci sono stati tempi in cui nell’altra stanza con lei ci sarei stata io. Ma adesso deve presentarmi al mondo come amica. Amiche. Sorelle. Compagne di università. Anche se l’abbiamo mollata dieci anni orsono. Lui le passa accanto in mutande, le stringe un fianco, mi guarda come una cosa qualunque che un giorno potrebbe finire nel suo letto. Fa un sorriso complice. Io no.
Metto Vivaldi in stereo. Le quattro stagioni, L’Estate. Rapita da un sentore di disperazione solenne. Il centro del mondo. Il centro del giorno. La metafisica della notte. Ecco cosa siamo. Mentre lo stereo del bagno spara bollettini di guerra, kamikaze, bombe, eutanasie, sbarchi di inconsapevoli esseri umani finiti nelle mani di laidi sfruttatori, noi, al sesto piano di un appartamento di San Lorenzo, siamo la tragicità del disamore.
Lucia ha ancora il trucco sotto gli occhi e sulle labbra morbide sporche di caffè c’è il ricordo del nostro primo bacio, in una notte di San Lorenzo, in un locale vintage o subito fuori. Adesso anche lei ha dei sospetti. Sospetti sugli occhi del suo amante che non mi si levano di dosso. E lo odio. Lo odio come si odiano i feroci predatori, che ti portano via qualcosa di tuo. Lo odio tutte le mattine quando passando per il bagno deve cercare di afferrarmi per i fianchi. Deve aver sognato di sbattermi a pancia in giù contro il lavandino. E io il giorno dopo sarei andata in uno di quei gruppi d’autoaiuto femminili a raccontare: ciao, sono Antonia, sono lesbica, un uomo ha abusato di me. E Lucia che avrebbe fatto? Per me.
Lucy era quella con cui potevi parlare di esistenzialismo fino a tarda notte con un bicchiere di vino rosso in mano. Quella che ti spiegava ogni volta la similitudine tra atomo e universo. Lei aveva il dolore dipinto negli occhi ma lo portava a spasso con sommessa ironia. E suonava la chitarra, ma solo i Nirvana. Una volta era una fotomodella. Una volta provava a fare di me lo stesso. Ma non ne avevo la stoffa. E adesso aveva un lavoro stupido in un pub, solo per sei mesi. E un uomo bastardo che non mi aveva mai tolto gli occhi di dosso. Tenevo il pigiama fino a mezzogiorno, per evitare ancora d’incontrare Alex in bagno o fuori dal bagno o sul limitare del bagno, proprio accanto alla camera da letto.
Che hai deciso, Antonia?
Lucy non mi aveva mai parlato con freddezza. Sapeva. Un buco dentro. Sapevo anch’io. Prima che potesse dirmelo rividi le notti insieme, nell’altra casa sulla Prenestina. Il copriletto indiano. Il cappello da cawboy che mi faceva provare. E un certo modo di togliermi i vestiti, quasi senza che me ne accorgessi. Le dita sottili, le mani nelle mani, i baci al vino. E il modo che aveva di scivolarmi tra le cosce. E quando si metteva su di me e chiedeva che le mordessi un capezzolo e sussurrava: guarda, ho il seno di una bambina, fai l’amore con una bambina. Aveva cinque anni in più ma era una bambina e cambiava vita con la rapidità di un giro di whiskey.
Ora mi stava innanzi, la vestaglia aperta, l’incarnato panna e i muscoli non più turgidi come due tre anni fa, il pancino da grande bevitrice. Gli occhi pieni di un dolore torvo.
Non è che puoi stare qui per sempre, Antonia. Devi pensare a te, trovarti un lavoro, una donna, un uomo, qualcosa che non sia questo stare qui, come una cosa che non sa dove andare.
Non so dove andare.
E mi stupivo dell’assenza totale della benché minima dignità. E il ricordo di noi si frantumava. Avevi detto che mi saresti stata vicina, qualunque cosa fosse accaduta.
E lei mi piantò addosso uno sguardo pieno di tenebra. Volle guardarmi come mi aveva guardato la prima volta. Una spada.
Sono incinta.
Indietreggiai e caracollai e indietreggiai. Poteva mai esser vero? Addio Lucia Guerra. Con lei le prime droghe al liceo. Con lei il primo viaggio a Berlino, nel ventre della cultura elettronica. Con lei avevo provato a studiare e far funzionare la vita. Non era riuscito a nessuna delle due. Con lei la prima volta. Con lei l’ultima. E nel mezzo una serie di esperienze senza sapore. Lucia Guerra non è più tra noi. Diventerà madre. Sarà davvero la donna di Alex. Davvero starà un bel pezzo con quell’essere. E così presi le mie cose e me ne andai.
Ci volle un po’ per mettere insieme tutto. Probabilmente qualcosa la lasciai. Un cappello e un reggicalze. Lucia si levò la vestaglia e vidi per l’ultima volta il suo corpo nudo. Aveva un corpo strano, di quelli che piacciono agli artisti. Bianchissima. Non completamente donna, non uomo. Una bambina. Una bambina con la pelle candida e il culo perfettamente sferico. Senza seno ma non magra. Il suo non seno era un principio di qualcosa, come in adolescenza. I capelli scendevano morbidi sulla schiena mentre s’infilava i leggins e poi gli stivali. Se li portava indietro, i capelli, con un gesto dinoccolato. Potevo scorgerle unghie dallo smalto nero sbrecciato. E mentre s’infilava la maglietta le vidi per l’ultima volta i seni non seni, promesse di seni, con i capezzoli in fuori, da mordere, caramelle. Si voltò prima che andassi. Non sorrise. Non salutai. Richiusi la porta. Scesi lungo la gradinata fino al piano terra. Dietro di me passi di anfibi.
Alex venne a inseguirmi lungo le scale, prima che chiudessi il portone.
Non posso fare a meno di te, sei tutti i miei sogni.
Per un attimo mi parve più disperato che bastardo. Gli feci una carezza, aveva il volto ispido di barba di due giorni. Gli concessi un bacio. Non aveva sapore. Era una tregua. Forse una tregua. E, mentre mi allontanavo, lo smarrimento nei suoi occhi si faceva vitreo. Alla finestra Lucia. Ci osservava. E intimamente rideva di un riso amaro e feroce. Sparì. Non feci che otto passi e mi ritrovai Lucia Guerra ad agguantarmi per la giacca.
Allora è questo che fai? Ti infili in casa mia, ti scopi il mio uomo.
No, Lucia.
Indietreggiai. E lei avanzò. Mi sferrò uno schiaffo.
Antonia Dinardi, scandendo bene le lettere. Ti ho tirata fuori da una condizione di inutile ameba. Ti ho difesa dagli insulti dei coglioncelli al liceo. Ti ho insegnato a vestirti come si deve. Ti ho dato la musica giusta, l’energia giusta, i libri giusti. Ti ho portata nei club esclusivi. Ti ho trascinata in giro per l’Italia tra fotografi e artisti. Ti ho creata io. Adesso, tesoro, che vuoi? Vuoi essere me?
E mi prendeva per la colletta mentre lo diceva, mi strattonava. Aveva lampi negli occhi. Saettavano.
Lucia…
Lucia un cazzo! Alessandro è il mio uomo, sta con me, ho suo figlio nella pancia. Tu chi sei? Cosa vuoi? Cosa cerchi da lui? E da me? Da me? Da me? È da quando sei piccola che mi stai incollata al culo. Cosa. Vuoi. Da. Me.
Un morso di belva nello stomaco. I denti. La saliva. Di me. Brandelli. E stringono, i denti, stringono, fino alla gola, stringono. Fuori dagli occhi tutti i ricordi. Liquidi. Salati. Fuori. Tutti. Ora.
Io credevo che tu.
Lei indietreggia. La luce nel suo sguardo è una lama. Ride. Ride. Si tira indietro i capelli. Ride.
Per cosa, per le volte in cui abbiamo giocato?
Ti prego, Lucia.
Era per questo, volevi vendicarti.
Ti prego.
Si riavvicina e posso sentire l’odore d’arancia sul collo della sua maglietta nera. Le sbavature della matita scura sotto gli occhi.
Antonia, Antonia. Credevi, davvero credevi. Abbiamo giocato, Antonia. Era un gioco. Eravamo ragazze. Adesso basta. Adesso avrei una vita normale se non fosse per te.
Sputa per terra. Viene accanto a me. Poggia un piede contro il muro. Posso vedere scintillare la pelle nera dello stivale a contatto con il calcestruzzo. Si fruga nelle tasche. Trova una sigaretta.
Hai da accendere?
Frugo nelle mie. Ho un accendino giallo. Do fuoco alla sua sigaretta. I capelli le vanno nella fiamma, li scosta algida. Ed è bellissima con i capelli neri scarmigliati e il trucco sfatto e gli stivali neri e gli occhi in fiamme e i seni d’adolescente e il pancino non etilico ma di una promessa di vita. Mi prende la mano. Ha unghie lunghe, smalto messo male. Le mie sono cortissime, mangiate dappertutto.
Sono una stupida, Antonia.
Comincia a singhiozzare. E lo fa più forte di me. Più forte di Alex, che di corsa ci raggiunge e ci trova con una sigaretta accesa e le mani che si cercano. Lo guarda, Alex. Alessandro Nitti. Il cattivo della storia. Il bad boy. L’uomo che prometteva a tutte avventure straordinarie tra Amsterdam e Berlino, tra elettronica e paradisi artificiali, tra club e prive’. Il filosofo, Alex. Il fotografo, Alex. Il figlio di puttana. Lucia non poteva che innamorarsi di un figlio di puttana.
E singhiozza. E ride. E singhiozza ancora.
Dovevo immaginarlo. E in fondo l’ho sempre saputo. Alessandro Nitti non poteva che desiderare una lesbica.
Hai una sigaretta?
Me la passa. L’accendo. Fumiamo nevrasteniche e ci prendiamo le mani. Alex sta lì, a guardarci, immobile. Sottilmente compiaciuto.
Adesso non dirmi così. Io non sono una definizione. Sono la tua Antonia, razza di scema. Sono sempre stata la tua Antonia. E questo tizio, questo qui di fronte che ci guarda e se la ride, non c’entra nulla con noi.
Lucia mi prende la mano, stringe. Stringe così forte che potrebbe spezzarla. Ma guarda lui, fissa lui. Con due saette negli occhi.
Alessandro si avvicina. Come lo vedessimo per la prima volta. Per la prima volta non è il fotografo. Il filosofo. Lo strafigo dell’università. L’uomo dalle mille e una menzogna. Con i soldi giusti per fare Roma-Berlino in una notte. Per la prima volta è un uomo che non ha patria.
È vero, vi ho divise. Forse mi piaceva farlo, è vero. Forse desidero Antonia perché a lei gli uomini non piacciono. Forse non sopporto più Lucia perché non voglio essere il padre di suo figlio. Forse non voglio neanche sapere come siamo arrivati fin qui. Forse voglio partire adesso per un luogo mai visto e ricominciare. Forse vivere in casa con voi era impossibile. Forse ho sentito di essere fragile. Forse non ho voglia di crescere. Forse mi detesto al punto da non poter amare nessun altro. Forse siete così perfette insieme che io sono di troppo. Forse siamo un branco di isterici senza futuro.
Forse, lo interruppi, torniamo su e beviamo un Borgogna.
Lucia si asciugava le lacrime con una mano e con l’altra scagliava la sigaretta verso il lato opposto della strada. Io l’abbracciavo. Alessandro se ne stava lì, immobile. Come si vedesse lui stesso per la prima volta. E ci guardava allontanarci, diventare piccole bambole all’ingresso del portone. E restava lì. A guardarci. Ma tra breve ci avrebbe raggiunte.

© i.p.

Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.

Copertina Una volta l'Estate

In uscita il 30 giugno per Meridiano Zero

Prima presentazione a Roma: 30 giugno, con Paolo Restuccia e Loredana Germani, alle 18, alla Mondadori di via Piave.

Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.
Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.
I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.
Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi.

Un incommensurabile grazie di cuore a Massimiliano Santarossa e Paolo Restuccia che scrivono:

“In anni in cui troppa narrativa italiana sconta il peccato della distanza dall’impegno, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio, a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota alla controstoria, pertanto verissima storia, degli attuali figli d’Italia.”
Massimiliano Santarossa

“Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali della narrativa italiana di oggi, ironico, surreale, e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzo mette la sua voce al servizio di una storia profonda ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.”
Paolo Restuccia

 

Qui tutte le info, rassegna stampa, interviste, ect

Roma2008

 

Al mattino il cielo è buio. Esco con una specie di peso sul torace. Confabulazioni solipsistiche non lasciano spazio ad attraversamenti. Mi pare che nulla possa tangermi, nulla incroci il mio sguardo. E sono nel nulla.
Arrivo a Piazza del Popolo e la luce è mutata, più chiara, il cielo altissimo. Faccio un giro per la piazza in cerca di un bar per prendere una bottiglia d’acqua. La Basilica di Santa Maria del Popolo è nascosta da un’impalcatura, ma prima, al centro della piazza, verso la Basilica, noto una struttura, un carro, qualcosa che somiglia a una giostra, e intorno due bancarelle indiane, una vende stoffe, sari, l’altra è bianca e ci sono degli uomini con tuniche bianche e collane colorate. Uno di loro mi ferma per porgermi un opuscolo. Sopra c’è scritto Hare Krishna. Il tizio sembra avere un accento del sud e gli domando se sia pugliese. Non lo è. È di Roma. Gli dico di essere pugliese.
Ma vivo a Roma da un po’, a Montagnola.
Maddai, ho un bar a Montagnola (mi dice dove).
E’ proprio vicino a dove abito.
Fai delle pratiche?, chiede, meditazione o yoga?
No, però vado in Nepal quest’estate.
Bello. Ma credi in Dio?
Non ne sono certa. Credo nell’immensità del cosmo.
Vieni ai nostri incontri. Non è un caso che tu sia capitata qui.
Bello quando ero una bambina mistica e credevo in tutto. Era bello essere ingenui. Lasciarsi trascinare nelle cose. Ormai non credo più alle persone che mi dicono: non è un caso tu sia capitata qui, non è un caso il nostro incontro, c’è qualcosa tra noi, qualcosa o qualcuno ti ha chiamata. Perché? Perché me ne capitano troppi, di questi incontri. Una volta in treno per Bari incontrai un ex di mia cugina che era appena entrato in una specie di setta buddista che all’epoca anch’io frequentavo (cercò di dirmi non fosse un caso essersi incontrati lì, dopo anni, e parlare di Karma). No, non frequentavo. Semplicemente ripetevo certi mantra e cercavo in tal modo di far avverare i desideri. Qualcosa avveniva. Ad esempio pensavo intensamente a una persona e poi quella persona mi scriveva o mi telefonava. A dirla tutta sarebbe stato meglio non aver ricevuto quel genere di attenzioni da quella persona. Con questo gioco di risuoni siamo andati avanti per quattro anni. Quattro stupidi anni di agonia. Poi capitava lo sognassi e il giorno seguente mi chiamava, magari non ci eravamo sentiti per due mesi. Sincronicità dicesi. Una volta ho avuto un’esperienza di sincronicità pazzesca. Sono andata a trovare mia zia, moribonda, in ospedale. Sapevo stesse per morire e non volevo vederla in certe condizioni. Ci andai però, allora, perché mi sentii come chiamata. E ci vedemmo per l’ultima volta, il giorno dopo si spense.
Un’estate mi è capitato di sognare di ruzzolare giù da una montagna e il giorno seguente il giornale riportava la notizia di alcuni alpinisti caduti sotto una valanga. Un’altra volta mi è accaduto di andare a vedere un film e di averlo consigliato a una persona che mi rivelò di aver visto lo stesso film lo stesso giorno. Poi sognai di essere morsa da una vipera e il giorno seguente scoprii di essere stata morsa dall’invidia di una tizia che frequentava un laboratorio con me. Poi se ci fai caso noti tutti i segni. I segni vengono al pettine. Allora devi smetterla con questo risuono. L’esistenza stessa risuona. Non puoi permetterti di sentire così tanto, ne va della tua integrità psicofisica.
Chissà come si vive da Hare Krishna, magari stanno meglio di noi, magari credere in qualcosa aiuta a superare i momenti di abisso, di scivolamento. Bisogna essere disposti alla disciplina, e per quanto mi riguarda la vedo difficile. Forse la felicità è nella disciplina, nel seguire un precetto fino al raggiungimento della serenità.
Piazza del Popolo è bellissima, piena di trampolieri e con questo carro indiano che alle diciassette si aprirà e darà luogo a una festa Hare Krishna, nel pieno spirito di deterrirtorializzazione della città. Amo ogni forma di deterritorializzazione, di soglia. A volte credo che l’intera esistenza per me sia una soglia, uno stare tra due dimensioni non appartenendo del tutto a nessuna. È una soglia la non scelta, la non azione o l’azione non premeditata. Dicesi acting out. L’analista dice che bisogna andarci piano con l’esplosione dell’emotività, che a parte perdere persone importanti per aver sputato loro in faccia cattiverie di ogni genere, uno potrebbe anche fottersi la vita, tipo farsi un giro in spdc e venirne fuori con un corpo che non gli appartiene. Si può vivere bene nella soglia? Nell’indefinizione? Può darsi. Taluni non hanno scelta, non possono farne a meno. Come non scegliere la propria identità sessuale, lasciarsi attrarre dalle cose, dalle persone, dagli incontri fortuiti, dagli odori, non razionalizzare, non decodificare i segni, dare attenzione solo al significante senza fare segno, senza significazione.
Mi piace sorridere alla gente che incontro per caso, immaginare chi sono, che stanno facendo. I trampolieri per esempio, prima di essere qui dov’erano. Com’è la vita di un trampoliere? È anche quella una zona di soglia? O forse poi qualunque forma di vita diviene abitudine? Forse l’unica differenza fra me e gli altri è che io ho preteso di più dal tramonto. Colori più spettacolari quando il sole arriva all’orizzonte. Forse è questo il mio unico peccato. (Joe) Lars von Trier.
Ricordi d’adolescenza. Ci sentivamo potenti. Ci sentivamo eroi. Ci sentivamo fuorilegge. Ci sentivamo criminali. Eretici. Ribelli. Fragili. Crudeli. Bellissimi. E di base eravamo solo dei drogati. Anche il margine ha le sue regole. Mi hanno spinta fuori anche dai margini. Non riuscire ad abitare nessun reale e pretenderli tutti. Ho sognato un caleidoscopio, come quelli che si vedono sotto LSD. Non riuscivo a stare in nessuno specchio ma un po’ di me era in ciascuno.
Com’è bella Roma di sabato mattina. Piazza del Popolo è piena d’esistenza. E sto aspettando un’epifania. Un rapimento. Godot.
Attraverso gli archi, scendo nella metro e prendo il treno per Termini, da lì cambio per andare a San Paolo e sulla banchina in direzione Laurentina ci sono due suore vestite completamente di bianco, con gli abiti bianchi e i veli bianchi. Una è solo una suora. L’altra è bella come La primavera del Botticelli, ha gli occhi verdi e un riccio biondo scuro impertinente fuori dal cappuccio. La guardo come guarderei una tanghera. Mi sorride. Sorrido anch’io. Com’è bella Roma di sabato mattina.

© i.p.

van2

Alle volte così fragile potrei morire in questa infinita tenerezza e mi distrugge ogni cosa e ti guardo divenire e ti immagino superare ogni ostacolo vivere un’esistenza priva di leggi e padri e uomini e distanze tutta un’epifania della presenza un immanente restarsi ti immagino sulle strade sdrucciole dei quartieri in voga della città con un bicchiere di vino bianco tra le mani e occhi magnetici ascoltare musica atrocemente meravigliosa in giro con Apparat in cuffia e qualche deviazione sul percorso i tetti rossi di Roma paiono un dipinto un altrove e la gente ai tavolini dei bar rideva con i cani lì al guinzaglio e i bicchieri sollevati comincia l’estate e ha l’odore del ricordo ti immagino con me mentre mi lascio attraversare da tutte le strade divento tutte le cose vorrei fosse possibile questa immanenza linea di fuga lasciarsi trafiggere dalla vita proprio in fondo come scivolare sul fondo di un bicchiere e ritrovarsi nell’ebrezza della sera nell’invisibilità della notte dove nulla comincia non esiste fine vorrei essere meno astratta e applicarmi sulle cose non perdere concentrazione a ogni battito d’ali d’albatro vorrei restarmene in eterno a fantasticare sui tuoi occhi e sull’immensità di un istante di soglia nella soglia nel solco si avverano i deliri onirici e si può dimenticare per un istante il presente divenire l’altrove restare sospesi e voglio solo questa sospensione questo eterno riconoscersi prima della partenza c’è sempre tempo per dirsi addio forse ci piace sfidare il potere non per la forza ma per la fragilità del risuono forse abbiamo rinnegato i padri per partorire noi stesse forse siamo sulla stessa linea di confine prima del dissolvimento solo un po’ d’ordine per difenderci dal caos difendimi dal caos divenire caosmos senza sosta non so se riuscirò a tollerare i mutamenti emozionali le alterazioni la follia cui mi dono come un martire e sono perfettamente consapevole che tutto scorra muti nel suo opposto è questo che cerco di evitare incastonando le proiezioni in un fermo immagine non definendo niente e dissolvendo tutto là dove il corpo è l’anima e la notte è giorno e la paura di vivere si traduce in desiderio immenso desiderio dell’altro che è poi irraggiungibile come irraggiungibile è il sorriso della luna come irraggiungibile è il pensiero la potenza del sapere per questo alle volte perdo le speranze di poter concepire un reale che non sia immerso nel sogno nell’altrove nell’immaginario che altri hanno progettato per me e mi getto fuori dai contorni per divenire confine e sfiorare tutte le cose amare senza amare affinché sia un gioco l’esistenza alle volte un gioco al massacro ma pur sempre danza sacra di un fanciullo nel ventre della terra siamo solo bambine travestite da adulte e ci divorerà la luce portami con te per un giorno voglio essere ciò che non si appartiene.

 

© i. p.

tramonto dublino

Le nuvole inondano il cielo un cane abbaia in messico la luna è altissima a dublino il vespro bagna d’oro il liffey e a roma c’è il sole siamo qui a dirci cose che poi rinnegheremo tipo ti voglio bene uno zingaro fruga in un cassonetto sull’appia antica una ragazza dai capelli corti e con poco senso dell’orientamento racconta la storia di erode attico e annia regilla agli avventori tutte le coppie del mondo adesso per un istante si guardano di traverso uno sbreco nella parete fa cadere un frammento infinitesimale di calcestruzzo una donna rompe il tacco all’altezza della salita tra via ostiense e stazione omonima in treno un giovane aspirante regista dice a un altro nascosto dalla poltrona che deve intervistare tarantino e poi benigni e ha paura di benigni dice che lo bestemmierà in toscano due studentesse di filosofia si contendono lo scettro del disagio durante una lezione su deleuze e la deterritorializzazione io e te ora guardiamo nella stessa direzione il sole abbacinante illumina per un verso i volti di dieci giapponesi sull’appia antica in stazione tuscolana le macchinette non funzionano una ragazza prende una multa sul 30 express e fa un comizio politico su soldi pubblici spesi per privilegi privati e sputa in faccia al controllore all’altezza di piazza navona poi scappa un analista dice alla sua paziente di non agire non agire non agire non agire quattro ragazzi tornano dal salento pieni di buste d’erba un uomo perde il lavoro e si suicida sua figlia non lo sa ancora e nel frangente sta avendo l’orgasmo più forte dell’esistenza dopo negli anni sceglierà di non provarne più mai più una cinquantenne ancora bella scopre i tradimenti del marito e decide di andare in brasile solo andata una ragazza strappa due buste di biscotti in un supermercato della montagnola perché non sopporta che la realtà sia diversa dalla volontà un ragazzino delle medie comincia a scrivere un romanzo pensando di conquistare una donna matura che nel frattempo piange perché divisa tra amore e desiderio sicurezza e libertà giustizia e verità un clochard perde il cappello in una folata di vento a campo de fiori giordano bruno ci guarda l’immanenza sovrasta i corpi li intende e sottende l’universo si espande immenso e un gruppo di artisti pazzi o solo di pazzi comincia a graffiarlo l’universo per sentirsene parte e lui si spacca si moltiplica si infinitizza le anime della patagonia brillano altissime nel ventre delle stelle l’infinito si muove diacronico c’inghiotte tutti in un istante in un istante in un istante nascono muoiono un milione di bambini altri milioni vengono concepiti in un istante provo a dire addio e non vi riesco in un istante dieci uomini in volo spalancano paracadute in sequenze alternate in un istante un treno sorvola trenta auto inondate di sole lungo la costa di santa marinella e i tetti delle ville sembrano intarsi di una torta in un istante tre esseri umani scovano una teca con quaranta lettere scritte nel ’29 da due amanti disperati in un istante il mondo finisce e ricomincia respiro non respiro mi guardi non mi guardi in un istante assaltata una banca in un istante una testa vola via il sangue stilla in un istante viene approvata una legge per restringere la libertà di movimento in un istante un kamikaze si fa saltare in un istante ci si sposa in un altro si divorzia in un istante le onde del mare il flusso e reflusso in un istante il cielo si spalanca al lucore del crepuscolo in un istante sono qui a chiederti di portarmi via.

@ i. p.

caschetto

Una mano, poi l’altra, sull’addome e premo e premo. Sono sopra di lui, lo ribalto, lo afferro. In quegli occhi così scuri ora mi specchio, mi perdo e poi svanisce, lontano, nell’incoscienza. Torno al presente. E poi ancora indietro nel ricordo.
Cosa hai da dirmi Sonia? Qualcosa non ha funzionato nella tua perfetta costruzione segnica? Chi sei Sonia? Chi sei?
Mi aveva detto di leggere L’ermeneutica del soggetto, era l’anello mancante, curarsi di sé, affiorare appena nelle superfici dei gesti. Oggi me ne sto livida in fondo al baratro di questa sera di piombo, forse mi piacerebbe sentire ancora un corpo a contatto con il mio, un corpo qualsiasi. E mangio e mangio, m’ingozzo di cose inutili. Nella bocca il gusto dei salatini, sui pavimenti libri aperti, Foucault alle prime pagine, quando parla dell’Alcibiade e di come Socrate lo invitasse a conoscere se stesso prima di aspirare al potere.
Una volta andavo all’università, fa parte anche questo del gioco degli abbandoni. Mio padre diceva: seguila questa università! E ci provavo, a ogni modo studiavo da non crederci ma poi qualcosa non ha funzionato.
Me ne sto qui riversa sul divano rosso, miasma di cenere, apro un libro a caso e leggo, lo ripongo e ne apro un altro, una qualsiasi pagina di Tropico del Capricorno, quelle sui deliri etilici e ho voglia di bere anch’io. Alle sette ho un colloquio in centro e non sarà Henry Miller a offrirmi il posto di lavoro. Il sole filtra basso dalle persiane del mio monolocale ed è una spada, mi taglia la pelle.
Sei una vigliacca Sonia! No, questo lo psichiatra non l’ha detto. Ripenso a quel mio ex, lo stesso cui penso tutte le volte, tutte le volte che vado giù di alcol o cibo o corpi, c’è quel volto, una maschera di cera, non riesco a pronunciare il suo nome, adesso non sono cosciente dei luoghi. Mio padre mentre mi diceva vai all’università, mi diceva anche: lascialo, è uno stronzo, non ti vuole bene, non gl’importa nulla di te. Mia madre diceva: è ricco, è una persona per bene, tienilo, tienilo con te, è di buona famiglia, parla tre lingue. Non sapevano mica che il ricco di buona famiglia che parla tre lingue fosse un cocainomane e la notte gli piacesse fare di me l’oggetto prelibato di ogni perversione. Mi alzo. S come Sonia. S come questa pancia maledetta. E davanti allo specchio sono un vuoto che si torce in S dimensioni. I libri per terra, i cuscini indiani, la campana tibetana, la locandina del corso di yoga che ho frequentato quando ancora potevo permettermelo. Vorrei dire a mia madre che aveva ragione: dovevo rimanere con lui.
Possibile che non ne ricordi il nome? È un eclatante caso di rimozione, diceva lo psichiatra.
Indosso una camicetta nera troppo stretta per le forme debordanti dei miei fianchi, la stringo addosso per riuscire ad abbottonarla, stringo, stringo, faccio carneficina del corpo. Un jeans troppo stretto mi lascia fuori lembi di carne a forma di ciambella. Le scarpe con il tacco, gli stivali. Sembrerò più alta e più sottile.
Chiudo la porta alle spalle, nel cortile privo di rigogli o piante una Guardia giurata mette in moto il suo RX e mi saluta con un cenno della mano. Prima di andar via mi ricorda di abbassare il volume dello stereo dopo la mezzanotte. La signora del primo piano del palazzo di fronte chiude la tapparella e i due egiziani del mio pianerottolo mi osservano come fosse un miracolo per me varcare la soglia di casa. Non c’è nulla di più pericoloso della propria casa quando assume l’aspetto di una prigione.
Nulla di più grave che restarsene a crogiolare nel disordine materico, dove la sozzura aderisce ai corpi stremandoli. La sozzura mi ha deglutita con fare indifferente, senza prerogative mi lascio abitare dal caos, ma non partorisco alcuna stella danzante. Non rischio di essere sbattuta fuori per la sola ragione che la casa appartiene a mio padre, ciò mi rende ancora più odioso l’abitarci dentro.
Lungo via di San Giovanni in Laterano le auto parcheggiate ai bordi impediscono una degna visuale e a ogni angolo c’è un orientale che prova a venderti portachiavi, accendini o rose, a seconda che sia africano, cinese o pakistano. Passo davanti al Casino Fini e alla facciata tardo-barocca della chiesa di S. Maria delle Lauretane, tre suore sudamericane parlano tra loro con forte accento ispanico, il panneggio nero delle tuniche si adagia ai flussi del vento. C’è odore di fritto, il sole nella sua fase terminale asperge l’aria di un rossore antico e il Colosseo al tramonto è una rovina nera forata dalla luce. L’esercito ne presidia ogni ingresso, i giornali in prima pagina sventolano storie sul terrorismo islamico e in seconda velano i colpi di stato finanziari con l’appellativo di governi tecnici. Giunti a tal punto un edonismo decadentista non è che una forma di scivolamento per non assistere al proprio funerale di esseri umani.
Raggiungo il palazzo settecentesco, l’ampio portone decorato e il cortile interno con alberi di limone in vasi grandi, cardi e camelie dall’afflato gentile di buono, pulito, un’aria che a Roma non respiri troppo spesso. C’è un tappeto rosso, un vuoto all’altezza dello stomaco m’impedisce la scioltezza nei movimenti, cercano una ragazza di bella presenza, non devo fare nulla, nessun talento, devo solo aprire e chiudere porte durante cerimonie e congressi. Solo che ragazza non lo sono più e la presenza più che bella la definirei lasca, abbruttita da quello stesso edonismo con cui ci si difende dalla caduta.
Una silhouette dietro un banco, gli occhi fissi sullo schermo di un mac, occhiali sottili, eyeliner nero all’egiziana, cipria diafana e palpebre basse, seduttive. Una camicetta rosa le lascia intravedere lo spacco tra i seni. È magra. Rabbrividisco, scompaio nella giacca.
La stanza per i colloqui? Chiedo con voce tremula.
L’ultima, in fondo a destra – risponde.
Come il bagno – osservo.
Si sbrighi, stanno per chiudere le liste – dice, senza smettere di seguire con gli occhi qualcosa di essenziale sul desktop.
Mentre raggiungo la stanza della verità, nel corridoio dalle pareti salmone e il tappeto rosso, vengo folgorata da un’immagine. Un rapimento maldestro mi mostra l’esatto speculare del mio volto. Zigomi alti e guance arrotondate, i miei capelli mossi, tra il castano e il biondo, lo stesso taglio scalato. Lo stesso incarnato roseo. L’altezza identica. Anche il taglio orientale degli occhi, il colore nocciola con venature gialle, feline. Un neo sul collo a destra identico, perfettamente identico al mio. Le pupille larghe volte al soffitto.
Il tempo sembra riassorbirsi per un istante. Resto immobile, come senza corpo. Ogni dettaglio s’imprime in me. Il colore vermiglio del cappotto e le scarpe nere alte, l’abito nero di cotone e pizzo, attillato. Non mi vede, passa oltre, è vento. Mi sposta nella sua traiettoria. Ha il corpo che avrei voluto o forse quello che avrei avuto se mi fossi curata di me. Svolta oltre l’angolo della porta per i colloqui. La tentazione irresistibile di seguirla.

fdproductions

Booktrailer:

Intervista di Paolo Restuccia:
http://www.omero.it/omero-magazine/interviste/ilaria-palomba-siamo-tutti-virus/

Recensione su CheDonna.it:
http://www.chedonna.it/2015/03/19/libri-homo-homini-virus/

Intervista su Radio Città Futura:

Il booktrailer di Homo homini virus su Antinoya:
http://www.antinoya.it/un-tuffo-nel-mondo-della-performance-art/

Recensione su NotiziaOggi, giornale di Vercelli, 30/03/2015

Intervista di Filippo La Porta su Wikicritics:
http://www.wikicritics.com/ilaria-palomba/
“Ilaria Palomba viene ritratta sul Web come “una bionda dark lady dall’anima punk-rock”, e il suo notevole esordio letterario – Fatti male, uscito nel 2012– è definito “romanzo di perdizione”. Ce ne è abbastanza per farne un personaggio spettacolare e intrigante, tutto virato sulla Retorica della Trasgressione. In realtà Ilaria, nata a Bari nel 1987, è una scrittrice di talento, ha uno stile personalissimo, che fonde registro diaristico, meditazione filosofica e racconto dal ritmo incalzante, cinematografico.”

Recensione di Paolo Restuccia su Succedeoggi:
http://www.succedeoggi.it/2015/04/il-romanzo-del-corpo/
“Insomma è più vicina di quanto possa sembrare a un autore che dichiara di amare molto, Michel Houellebecq, con il quale ha in comune la critica radicale della società vista come strumento di sopraffazione che porta al sacrificio chi non cede al suo nichilismo amorale e condanna gli altri a farsi carnefici o indifferenti.”

Recensione di Ilaria Oriente su Stile, il blog de La Stampa
http://www.stile.it/divertirsi/tendenze/articolo/art/body-art-e-potere-dei-media-homo-homini-virus-id-20066/
“Giocando con l’alterazione dell’espressione latina ‘homo homini lupus’ il titolo del romanzo evoca la concatenazione di incontri, di rapporti, di rappresentazioni che la società moderna tramuta in potenziali discese all’inferno. I media e la loro capacità di strumentalizzare sono protagonisti del romanzo tanto quanto i suoi personaggi, così come il mondo dell’arte performativa, che l’autrice conosce grazie all’esperienza diretta.”

Recensione di Lyly Dark su TempiDispari:
http://www.tempi-dispari.it/2015/04/14/homo-homini-virus-il-nuovo-romanzo-di-ilaria-palomba/
“Una storia di passioni ossessive, cinici tradimenti, taglienti affondi ed elettiva complicità. Angelo spreca il suo talento nello spietato mondo del giornalismo. Iris cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art entrambi ansiosi e tormentati da un disperato bisogno di riconoscimento. Un empatico psichiatra ripercorre la loro complice, inarrestabile caduta nel delirante abisso in cui da vittime si eleggono a carnefici. L’autenticità non risiede nella gloria, ma nel rischio che si è disposti a correre per la propria verità.”

Stralcio della delirante intervista di martedì 21 aprile su Radio kalashnikov – Radio Popolare – con Alexandro Sabetti, Hermes Leonardi, Claudio Milo:

Articolo di Arturo e Arianna Belluardo sulla prima presentazione di Homo homini virus da Giufà:
http://www.omero.it/omero-magazine/bella-di-papa/corruption-of-the-innocent-ilaria-palombas-hhv/
“Il 16 aprile sono andato con mia figlia Arianna, 13 anni, alla presentazione del romanzo di Ilaria Palomba, Homo Homini Virus, alla Libreria Giufà di Roma. Ero molto curioso di sapere cosa le fosse arrivato delle parole di Ilaria, di Paolo Restuccia, di Simona Baldelli e di Giorgio Patrizi. E soprattutto, della perfomance della body artist, Tiger Orchid. Le ho chiesto quindi di scrivere una cronaca per Mag O.”

Intervista di Marilù Oliva su Libroguerriero:
https://libroguerriero.wordpress.com/2015/04/27/ilaria-palomba/
“Una delle arti da cui è attraversato il romanzo (oltre a quella, inseguite e mai braccata, del giornalismo e della sopravvivenza) è quella della body art, incarnata da Iris, che è pura rivolta, istinto selvaggio, “gioca con il sangue come fosse un colore a olio e la sua pelle una tela da profanare”. La mia sensazione è che Iris sia metafora anche di altro: anelito di libertà, comunione con l’altro, passione.”

Recensione di Lorenzo Mazzoni su Il Fatto Quotidiano:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/30/libri-dentro-le-traiettorie-di-bianchi-la-scrittura-del-corpo-di-palomba-la-lampada-di-curtis/1633417/
“Un romanzo carnale, capace di descrivere la degenerazione dell’epoca contemporanea in una città eterna come Roma, ormai abbruttita dal rigurgito della globalizzazione. Una prosa asciutta, diretta, senza fronzoli. Si tratta de Homo homini virus di Ilaria Palomba (Meridiano Zero), la storia di un giovane pugliese arrivato nella capitale con il sogno quasi fanciullesco di diventare una grande firma del giornalismo che si occupa di musica e si ritroverà nel vortice di un mondo a lui sconosciuto, quello della body art, un mondo che inizialmente disprezza, ma che imparerà ad amare dopo l’incontro con una selvaggia performer che usa il proprio sangue come inchiostro.”

lacroce
Recensione di Flaminia Naro su La Croce del 5/5/2015

Recensione di Valentino Colapinto su LSDmagazine
http://www.lsdmagazine.com/homo-homini-virus-ilaria-palomba-racconta-il-degrado-sociale-contemporaneo-nel-suo-ultimo-romanzo/22568/
“Homo homini virus è un romanzo di (de)formazione, un’allucinata discesa negli inferi, raccontata a più voci tramite il dialogo di Angelo col suo psicanalista e il visionario diario di Iris. Pagine crude e cupe, che dissezionano senza misericordia alcuna lo squallore esistenziale dei nostri tempi, in cui l’umanità sembra essersi degradata in un morbo contagioso e distruttivo, un virus per l’appunto.”

Recensione di Stefano Savella su Puglia Libre:
http://www.puglialibre.it/2015/05/homo-homini-virus-di-ilaria-palomba/
“I contatti tra il mondo del giornalismo (ad eccezione di quello specializzato) e il mondo della body art non sono particolarmente consueti. Il primo fagocitato dalla cronaca, dalla bulimia di notizie; il secondo chiuso spesso in teatri off, in contesti metropolitani frequentati da un circolo ristretto di persone interessate. Ad Angelo, un giovane pugliese trapiantato a Roma, spetta un po’ per caso il difficile compito di avvicinare la carta stampata al racconto di performance estreme, ideate e messe in opera rigorosamente fuori dagli schemi. Il punto di congiunzione tra i due mondi sarà rappresentato da Iris, una ragazza che nelle sue esibizioni supera quanto già sperimentato dalla madre della body art, Marina Abramovic, ferendosi e mettendo a disposizione il proprio corpo in scena, per dimostrare che «il sacrificio spezza l’individualità umana, quel fottuto ego che tanto ci angustia. Il sacrificio dell’innocente non è un castigo: è illuminazione, coincide con la libidine più estrema, in ultimo con il Nirvana.”

Recensione di Francesco Greco sul Giornale di Puglia
http://www.giornaledipuglia.com/2015/05/dai-lupi-ai-virus-la-perdita.html
“E dunque “Homo Homini Virus” cita l’underground americano (echi di Kerouac) e si riallaccia ai lupi di Hobbes, Bacone e tanti altri e a quelli, ultimi, della steppa di Hesse: stessa alienazione e solitudine cosmica, leopardiana, stessa rabbia sterile, disperata, stessa impotenza, rassegnazione rispetto ai destini toccati in sorte. E traccia un solco fra prima e dopo. Dopo averlo letto, non saremo più gli stessi proveremo nausea e noia per i romanzetti che ci assediano. E’ bene dirlo prima. Non perché la scrittrice ha trovato una sua koinè, come pure è, ma perché è stata impietosa, senza alibi: non ha taciuto nulla, a se stessa e alla pagina. Niente rimozioni, autocensure. E’ risalita all’etimologia primitiva della parola, del senso, della vita: al Big-Bang. Questo si prefiggeva, questo ha fatto.”

14 maggio Repubblica e La Gazzetta del Mezzogiorno parlano della presentazione di Homo homini virus presso La Feltrinelli di Bari con Vincenzo Susca, Claudia Attimonelli, Miguel Gomez.

Recensione e intervista di Luca Piccolo su Word Social Forum:
http://wordsocialforum.com/2015/05/20/homo-homini-virus-il-contagioso-romanzo-di-ilaria-palomba/
“Le sconfitte di Angelo, i suoi occhi curiosi e rabbiosi ci danno modo di osservare attivamente l’ambiente e la società in cui ora stiamo vivendo: lo spietato mondo del giornalismo, la lotta contro il proprio simile, il senso di non-appartenenza a ciò che si manifesta al di fuori, la finzione dei nostri simili, la vittima sacrificale, la continua ricerca dello scandalo e il conseguente facile-fraintendimento, la mercificazione dell’Arte… Iris, con la sua femminile “passività” (in senso mistico) ci permette di ricevere e vivere fisicamente la dimensione psichica e artistica della protagonista.”

Recensione di Antonella Marino su Premio Lum:
http://premiolum.it/articolo/homo-homini-virus-le-pulsioni-estreme-del-romanzo-di-ilaria-palomba
“Una discesa negli abissi della psiche, lì dove l’ancoraggio al corpo come “ultimo baluardo dell’umano” confina con il desiderio di negarlo e oltrepassarlo, l’erotismo vira verso il sacro, ed errore e orrore, vittima e carnefice, perversione e innocenza, caduta e salvezza, vita e morte finiscono per coincidere.”

Recensione di Raffaello Ferrante su Mangia Libri:
http://www.mangialibri.com/libri/homo-homini-virus#sthash.V5PWDWqv.dpuf
“Con una scrittura sempre lucida e affilata, la Palomba tratteggia attraverso le voci di Angelo, agnello sacrificale del suo professore di giornalismo d’assalto Paolini e i diari di Iris, performer di body art che dietro la voglia di emergere nasconde ferite mai rimarginate, una società e una realtà per niente consolante e consolatoria, uno stato di natura dove a vincere sono solo l’egoismo e la sopraffazione e persino l’amore, l’arte, l’amicizia, il lavoro, non sembrano essere altro che effimeri, vacui e consolatori strumenti di sopraffazione altrui.”

Servizio di Daniela Mazzacane su TgNorba24:

Recensione di Massimo Onofri su La Nuova Sardegna:
Articolo Nuova Sardegna
“Com’è possibile che una scrittrice nemmeno trentenne viva già il privilegio e la disgrazia d’uno sguardo così lucido e disperato? D’un così acuto male di vivere? Non bastano il talento – indubbio – l’intelligenza e la cultura a spiegarcelo. Ci voleva un grande candore per guardare in faccia gli occhi di medusa della propria gioventù.”

Recensione e intervista a cura di Toten Schwan per la fanzine Tritacarne:
http://www.mediafire.com/download/zg73bq9bheq89r5/%5BDIECI%5D.pdf
“ANSIA E FRUSTRAZIONE PER LE PREVARICAZIONI SOCIALI SONO SOLTANTO LE PRIME SENSAZIONI CHE SI IMPADRONISCONO DI NOI MENTRE FACCIAMO LA CONOSCENZA DEI PERSONAGGI CHE INSANGUINERANNO COI LORO SENTIMENTI E LE LORO [RE]AZIONI LE OLTRE TRECENTO PAGINE VERGATE DA ILARIA. IL MONDO DELLE PERFORMANCE ARTS E’ SOLO IL LUOGO CHE OSPITA IL VISSUTO E NON L’ELEMENTO FONDANTE DEL ROMANZO. SIAMO DI FRONTE INFATTI AD UNA DENUNCIA SOCIALE CHE HA COME MIRA LA PERDITA DI UMANITA’ ORMAI DILAGANTE ED INARRESTABILE. E’ UN LIBRO DI DENUNCIA, NON UN EROS BOOK ANCHE SE A TRATTI QUALCUNO POTREBBE PENSARE IL CONTRARIO.”

Commento di Caterina Arcangelo e stralcio di Homo homini virus pubblicato su FuoriAsse:
fuoriasse.hhv

Commento di Nicola Vacca e stralcio di Homo homini virus pubblicato su Zona di disagio:
https://zonadidisagio.wordpress.com/2015/07/14/homo-homini-virus-di-ilaria-palomba-ecco-lincipit/
«”Homo homini virus” è un affresco tagliente della nostra decadenza di essere umani. Ilaria Palomba è una scrittrice che chiama le cose con il loro nome e certo non usa parole accomodanti per narrare tutta la drammatica viralità dell’uomo abisso dell’altro uomo.
“Dedico Homo homini virus ai santi, ai dannati, agli artisti incompresi, ai folli e a tutti coloro che sono, oggi più che mai delusi dall’umano”. Sono sufficienti queste parole di Ilaria poste all’inizio del libro per rendersi conto della caduta in cui si precipiterà avventurandosi nella lettura. Homo homini virus è libro inattuale e coraggioso. Un romanzo destinato a fare male, un antidoto contro l’imbecillità di ogni conformismo.»

Recensione di Marco Enrico Giacomelli sul blog del Messaggero (HHV è il V libro):
http://www.artribune.com/2015/07/letture-estive-seconda-settimana-narrazioni-ad-arte/
“IL CORPO AL CENTRO
Non si può certo dire che Ilaria Palomba scriva di performance art senza cognizione di causa. Eh sì, perché la studia con ottimi risultati saggistici e accademici; perché la pratica, inizialmente al fianco di Franko B. e poi con il gruppo I Cardiopatici, di cui è fondatrice; perché ne racconta la scena. E lo fa ancora in queste trecento pagine à bout de souffle, strutturate in capitoli brevi e brevissimi. Anzi, non capitoli ma tracce, tracce musicali.”

Recensione di Nicola Vacca su Satisfiction:
http://www.satisfiction.me/homo-homini-virus/
“HOMO HOMINI VIRUS
«Homo homini virus» è un libro estremo di considerazioni inattuali sul disfacimento del nostro corpo nel cuore di una decadenza che sta uccidendo tutto e tutti in un tempo in cui i nichilismi invadono ogni cosa.”

IL MESSAGGERO:

messaggeroCarver

IL GIORNALE LETTERARIO:

“E’ una storia di cadute, di talenti sprecati, di ricerca incessante di riconoscimenti, tra ansia e tormenti, il romanzo vincitore della sezione narrativa alla tredicesima edizione del Contropremio Carver. “Homo Homini Virus” di Ilaria Palomba edito da Meridiano Zero.
Racconta la storia di Angelo, che spreca i suoi sogni e professionalità nello spietato mondo del giornalismo, e Iris che cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art.
Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza.”

ARTICOLO COMPLETO:
https://ilgiornaleletterario.wordpress.com/2015/11/09/ilaria-palomba-sauro-albisani-e-daniela-musini-vincono-il-contropremio-carver-2015/

BARLETTA NEWS:

“È pugliese una delle tre vincitrici del Premio Carver 2015. Classe 1987, una laurea in Filosofia, la giovane e commossa Ilaria Palomba è arrivata prima nella sezione narrativa con il suo romanzo “Homo Homini Virus”. È Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza – si legge tra le motivazioni ufficiali del premio.” Giusy Del Salvatore

ARTICOLO COMPLETO:
http://www.barlettanews.it/controintervista-alla-scrittrice-pugliese-ilaria-palomba-premio-carver-narrativa-2015/

PREMIO CARVER:

“E’ una storia di cadute, di talenti sprecati, di ricerca incessante di riconoscimenti, tra ansia e tormenti, il romanzo vincitore della sezione narrativa alla tredicesima edizione del Contropremio Carver. “Homo Homini Virus” di Ilaria Palomba edito da Meridiano Zero.
Racconta la storia di Angelo, che spreca i suoi sogni e professionalità nello spietato mondo del giornalismo, e Iris che cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art.
Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza.”

ARTICOLO COMPLETO:

https://premiocarver.wordpress.com/

PROSPEKTIVA:

“E’ una storia di cadute, di talenti sprecati, di ricerca incessante di riconoscimenti, tra ansia e tormenti, il romanzo vincitore della sezione narrativa alla tredicesima edizione del Contropremio Carver. “Homo Homini Virus” di Ilaria Palomba edito da Meridiano Zero.
Racconta la storia di Angelo, che spreca i suoi sogni e professionalità nello spietato mondo del giornalismo, e Iris che cerca redenzione e sacralità nella fraintesa dimensione della body art.
Un romanzo abissale che è cicatrice profonda e che meglio di altri ha saputo raccontare il nostro contemporaneo anelito alla salvezza.”

ARTICOLO COMPLETO:

https://prospektiva.wordpress.com/2015/11/09/ilaria-palomba-sauro-albisani-e-daniela-musini-vincono-il-contropremio-carver-2015/

RADIO KAOSITALY PODCAST DELLA PUNTATA DEL 16 dicembre 2015

RADIO1PLOTMACHINE RAI PODCAST 28 dicembre 2015 e 4 gennaio 2016

PREMIO NABOKOV FINALISTI 2016

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© ilaria palomba
foto 1 by DF Produzioni
performance con Miguel Gomez “Io sono un’opera d’arte” presso Women in art
foto 2 e 3 by Stefano Borsini
performance con Miguel Gomez e Daniele Casolino “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” presso Stigmate Night