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Category Archives: viaggi

ilacampagna3

La fragilità dei narcisi è consapevolezza inconsapevole caduta silenziosa coscienza incosciente desiderare fino alla morte l’amore senza darlo e fa paura tutto questo sentire e non sentire mai nel buio profondo una caverna di spettri incontrare qualcuno che non ti sia specchio sarebbe un massacro c’è sempre stato un massacro in ogni storia come camminare all’alba sulla battigia e guardarsi riflessi nelle onde ombre di bruma e sguardi stravolti dal gelo ci siamo specchiati così a fondo da esserci lasciati divorare dal mare è musica melanconica sinfonia di tenebra armonia cancellata prossimità del vuoto salto infinito non aver paura di morire ma solo di non esistere come la morte fosse il suggello l’espiazione ultima della colpa d’essere incapaci di amare altro che un riflesso e non saper vivere senza tutto eternamente torna follia nietzscheiana al punto di partenza camminavamo spettrali sul limitare del mare paure primordiali si specchiavano nel buio ingoiato dalla luce eravamo così belli sotto quella luce mezza luna mezza aurora epifanie d’esistenza crepuscolare sapienza dei piedi sabbia umida e fredda rabbrividire nella bora e abbracciarsi prima dell’ultimo salto tornare a casa e sentirsi il cuore in gola illudersi di aver amato per un’ora dimenticarsi il sapore e il vissuto i corpi avvinghiati all’ombra del fuoco restarsene a cantare stornelli non sense e rinnegare ogni cosa per riviverla con il primo chiunquealtro che si fosse presentato alla fine si può invidiare tutto l’amore del mondo tutta la gloria la determinazione quando basta un telefono che squilla a vuoto per non alzarsi dal letto si può invidiare a morte chi ha finito l’università messo su famiglia o è partito per viaggi umanitari avendo qualcosa da raccontare qualcosa che non sia specchio infranto tu invece senza vetro e senza pelle ancora mi parli della vita per starmi accanto devi scendere nel pozzo e danzare in mezzo ai morti ma io non so mica quanta forza hai dentro ho bisogno di essere vinta battuta in battaglia scagliata oltre le fondamenta del muro invisibile prima della battaglia guarda nel fondo della luna ci saranno gli occhi miei scacciami se sei in tempo trafiggimi o salvami una volta per tutte da questo abisso di specchi sbrecciati una sola volta una sola morte affinché non sia vana l’attesa e la luce che a quest’ora s’irradia sulla battigia il colore del cielo rovente e azzurrato senza luogo senza senso come fosse eterno il suono della risacca che inganna le ore come fosse di carne il sapore del mattino che il mare dissipa al vento.

© i. p.

Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.

van2

Alle volte così fragile potrei morire in questa infinita tenerezza e mi distrugge ogni cosa e ti guardo divenire e ti immagino superare ogni ostacolo vivere un’esistenza priva di leggi e padri e uomini e distanze tutta un’epifania della presenza un immanente restarsi ti immagino sulle strade sdrucciole dei quartieri in voga della città con un bicchiere di vino bianco tra le mani e occhi magnetici ascoltare musica atrocemente meravigliosa in giro con Apparat in cuffia e qualche deviazione sul percorso i tetti rossi di Roma paiono un dipinto un altrove e la gente ai tavolini dei bar rideva con i cani lì al guinzaglio e i bicchieri sollevati comincia l’estate e ha l’odore del ricordo ti immagino con me mentre mi lascio attraversare da tutte le strade divento tutte le cose vorrei fosse possibile questa immanenza linea di fuga lasciarsi trafiggere dalla vita proprio in fondo come scivolare sul fondo di un bicchiere e ritrovarsi nell’ebrezza della sera nell’invisibilità della notte dove nulla comincia non esiste fine vorrei essere meno astratta e applicarmi sulle cose non perdere concentrazione a ogni battito d’ali d’albatro vorrei restarmene in eterno a fantasticare sui tuoi occhi e sull’immensità di un istante di soglia nella soglia nel solco si avverano i deliri onirici e si può dimenticare per un istante il presente divenire l’altrove restare sospesi e voglio solo questa sospensione questo eterno riconoscersi prima della partenza c’è sempre tempo per dirsi addio forse ci piace sfidare il potere non per la forza ma per la fragilità del risuono forse abbiamo rinnegato i padri per partorire noi stesse forse siamo sulla stessa linea di confine prima del dissolvimento solo un po’ d’ordine per difenderci dal caos difendimi dal caos divenire caosmos senza sosta non so se riuscirò a tollerare i mutamenti emozionali le alterazioni la follia cui mi dono come un martire e sono perfettamente consapevole che tutto scorra muti nel suo opposto è questo che cerco di evitare incastonando le proiezioni in un fermo immagine non definendo niente e dissolvendo tutto là dove il corpo è l’anima e la notte è giorno e la paura di vivere si traduce in desiderio immenso desiderio dell’altro che è poi irraggiungibile come irraggiungibile è il sorriso della luna come irraggiungibile è il pensiero la potenza del sapere per questo alle volte perdo le speranze di poter concepire un reale che non sia immerso nel sogno nell’altrove nell’immaginario che altri hanno progettato per me e mi getto fuori dai contorni per divenire confine e sfiorare tutte le cose amare senza amare affinché sia un gioco l’esistenza alle volte un gioco al massacro ma pur sempre danza sacra di un fanciullo nel ventre della terra siamo solo bambine travestite da adulte e ci divorerà la luce portami con te per un giorno voglio essere ciò che non si appartiene.

 

© i. p.

tramonto dublino

Le nuvole inondano il cielo un cane abbaia in messico la luna è altissima a dublino il vespro bagna d’oro il liffey e a roma c’è il sole siamo qui a dirci cose che poi rinnegheremo tipo ti voglio bene uno zingaro fruga in un cassonetto sull’appia antica una ragazza dai capelli corti e con poco senso dell’orientamento racconta la storia di erode attico e annia regilla agli avventori tutte le coppie del mondo adesso per un istante si guardano di traverso uno sbreco nella parete fa cadere un frammento infinitesimale di calcestruzzo una donna rompe il tacco all’altezza della salita tra via ostiense e stazione omonima in treno un giovane aspirante regista dice a un altro nascosto dalla poltrona che deve intervistare tarantino e poi benigni e ha paura di benigni dice che lo bestemmierà in toscano due studentesse di filosofia si contendono lo scettro del disagio durante una lezione su deleuze e la deterritorializzazione io e te ora guardiamo nella stessa direzione il sole abbacinante illumina per un verso i volti di dieci giapponesi sull’appia antica in stazione tuscolana le macchinette non funzionano una ragazza prende una multa sul 30 express e fa un comizio politico su soldi pubblici spesi per privilegi privati e sputa in faccia al controllore all’altezza di piazza navona poi scappa un analista dice alla sua paziente di non agire non agire non agire non agire quattro ragazzi tornano dal salento pieni di buste d’erba un uomo perde il lavoro e si suicida sua figlia non lo sa ancora e nel frangente sta avendo l’orgasmo più forte dell’esistenza dopo negli anni sceglierà di non provarne più mai più una cinquantenne ancora bella scopre i tradimenti del marito e decide di andare in brasile solo andata una ragazza strappa due buste di biscotti in un supermercato della montagnola perché non sopporta che la realtà sia diversa dalla volontà un ragazzino delle medie comincia a scrivere un romanzo pensando di conquistare una donna matura che nel frattempo piange perché divisa tra amore e desiderio sicurezza e libertà giustizia e verità un clochard perde il cappello in una folata di vento a campo de fiori giordano bruno ci guarda l’immanenza sovrasta i corpi li intende e sottende l’universo si espande immenso e un gruppo di artisti pazzi o solo di pazzi comincia a graffiarlo l’universo per sentirsene parte e lui si spacca si moltiplica si infinitizza le anime della patagonia brillano altissime nel ventre delle stelle l’infinito si muove diacronico c’inghiotte tutti in un istante in un istante in un istante nascono muoiono un milione di bambini altri milioni vengono concepiti in un istante provo a dire addio e non vi riesco in un istante dieci uomini in volo spalancano paracadute in sequenze alternate in un istante un treno sorvola trenta auto inondate di sole lungo la costa di santa marinella e i tetti delle ville sembrano intarsi di una torta in un istante tre esseri umani scovano una teca con quaranta lettere scritte nel ’29 da due amanti disperati in un istante il mondo finisce e ricomincia respiro non respiro mi guardi non mi guardi in un istante assaltata una banca in un istante una testa vola via il sangue stilla in un istante viene approvata una legge per restringere la libertà di movimento in un istante un kamikaze si fa saltare in un istante ci si sposa in un altro si divorzia in un istante le onde del mare il flusso e reflusso in un istante il cielo si spalanca al lucore del crepuscolo in un istante sono qui a chiederti di portarmi via.

@ i. p.

dublino pioggia

 

 

Sto andando in una direzione che non significa nulla o forse tutto mettendo a rischio ogni cosa a volte sento la vita scorrermi ancora in vena e la inseguo la vita nel frattempo frantumo le cose belle lui dice che devo preservare le cose belle i progetti penso quelli imminenti che non bisogna affatto mollare perchè è come una specie di missione ma vorrei solo essere libera da cosa? dal lavoro? dall’amore? da me stessa? quando sono a Dublino è come un sogno lucido allontano le cose le parole il sentire si diluisce fluido e posso scattare foto ai tramonti da qualunque ponte bianco e camminare leggera come un pezzo di nuvola e guardare a fondo le iridi verdi delle ragazze gaeliche e guardare a fondo i passanti e immaginarne storie costruire trame su tessuti d’immagini mangiare schifezze a più non posso su furgoncini hippie pensare all’Urlo di Ginsberg pensare a Joyce e sentirmelo alle spalle essere Molly Bloom con i tormenti e i segreti di donna un po’ maudit comprare scarpe a caso magari anche più piccole della mia taglia parlare con Luana della fine del mondo e del terrorismo islamico del nichilismo del comunismo del nazismo della nostra sorte di biechi e feroci esseri umani camminare sulle scogliere irlandesi tra freddo e sole mentre il mare sciaborda metri e metri più in basso attraversare ponti pericolanti in stile Isola del Tesoro litigare con lui e piangere mortalmente a Temple Bar sentirmi morire decidere e tornare indietro decidere e infrangere decidere per il bene di tutti e poi non reggere il dolore e frantumarmi e poi guardare la signora con Lessie al guinzaglio vicino St Peater Church andare a trovare Alessandro nell’albergo di lusso aspettare sulle altalene bere cocktail con dentro la mia personalità (e il suo disturbo) danzare psy trance nelle luci accecanti della notte fingere che non debba finire mai finire mai finire mai questo gioco di specchi e desideri che uno sull’altro s’infrangono questa vita in bilico dove ancora non so che fine farò domani questi 28 anni che sembrano 18 queste parole gettate come sassi di cui non voglio vedere i cerchi nel lago questi rami e tetti gotici e guglie e senso di non appartenenza e scegliere di non scegliere la vita e pensare che tanto se voglio me ne tiro fuori e pensare che tanto ci sarà pur qualcuno alla fine del tunnel e poi sentirmi abbandonata da tutti quando invece sono io a fuggire lo so sono io sono io l’errore io la folle io l’instabile io l’edonista che sta bene solo se c’è da divertirsi e ogni impegno si trasforma in limitazione ogni relazione in gabbia d’acciaio ogni passo falso in caduta libera nel vuoto ho sognato di saltarci giù da quella scogliera ma poi a pelo d’acqua non sprofondavo volavo volavo alta nel cielo senza nubi ed ero nell’azzurro più profondo ero un gabbiano o un corvo ero assolutamente libera di spalancare le ali sopra la materia io nella metafisica dell’istante superavo il vuoto e la paura di caderci.

@ i.p.

perfonymphosis

Le Alpi immerse nella bruma spessa con le nuvole alte e rosse nel nitore dell’alba e io che non dormo, mi dissolvo nel paesaggio quasi californiano di una Torino sconosciuta e mi sento più vicina che mai ai luoghi descritti da Pavese. Forse nella necessità è insito il timore, si guarda fuori per fuggire i nemici invisibili – o i loro fantasmi. Oggi a Vercelli il mattino è penombra e sono sveglia nonostante tutto. Aspetto Olivia sul letto della sua infanzia. Ho ancora i piedi sporchi di pavimento e coreutica. Ultima performance. Dalla finestra schiusa entra l’odore dell’inverno e il colore rosso delle tegole iridate da un sole quasi bianco.
Torniamo a Roma tra breve. Porteremo il ricordo del viaggio e di tutti i volti incontrati e di tutti i bicchieri bevuti e dei suoni forti di batteria, chitarra, voci metalliche urlanti. Di tutta questa vita che adesso si sgretola nella memoria ebbra del mattino.
Dire che l’incontro non sia, non del tutto, e avevo mille voci addosso. La voce stanca del telegiornale con gli attentati in primo piano e il fantasma di Salah, e scarpe sparse lungo le strade di Parigi, passi invisibili di spettrale resistenza. La voce del freddo, nella notte, dei miei bronchi malandati. La voce dell’impellenza: università e lavoro, progetti appena iniziati, voler far stare in piedi tutto e vacillare. La voce degli altri scrittori, più scaltri, più svegli, più colti di me. Le voci inarrivabili degli obiettivi posti e mai raggiunti. Avevo l’antidoto, era il vino, il chiaro fumo alcolico e il desiderio dell’eccesso. Ho visto un ragazzo tra i murales, un tale oscuro. Gli piaccio credo, piaccio spesso a chi risulta ostico alla vita. Era venuto per sfidarmi, lo sentivo nel suo sguardo, nel modo circospetto del suo piglio sfrontato, dalle movenze oblique delle traiettorie dei piedi. Non ho ceduto un istante, non ho smesso di reggergli lo sguardo. Mi sono separata dal suolo o vi sono piombata in basso, bevendo, e avevo in mente una persona cara del passato, l’odiata favola dickensiana e catto-capitalistica degli ultimi che saranno i primi, come fosse un privilegio la disgrazia, e ho in mente la mia gente, la mia famiglia: primi che divengono ultimi, questo mi commuove, non lo sforzo vitale ma l’egemonia del negativo. Le scarpe alte e gotiche di zia, cui dico: scrivi un film – nella casa dagli spifferi di freddo e fumo – provaci. E risponde: avevo tutto e me lo sono giocato. Qui danzano i demoni. Troppo facile amare la forza virile del basso che mira all’emancipazione. Il proletario che diventa borghese, il sussulto ultimo del risentimento di classe. Io amo i perduti invece, gli abbandonati da dio e da se stessi, i decadenti. Non per una forma gotica di straripamento, quanto per l’immensità della sconfitta. Me l’hanno detto mille volte: la ragazza dalla promessa senza fine. È una tara famigliare il promettere e non mantenere, un patrimonio di sangue. Sono lì in cerchio, con pochi esseri sconosciuti a discutere della mia impopolare visione delle cose. Quando mi si dice: è difficile, sorrido. No, è impossibile, rispondo. Di quell’impossibilità mi faccio scudo e ci sprofondo. Mi è piaciuto parlare con quei due e non evitare mai lo sguardo risentito del ragazzo che voleva sfidarmi e poi magari gli ho fatto pena o spavento. Non capisco gli uomini cui piaccia umiliare le donne che non possono avere. La volpe e l’uva, vecchia stronzata.
Olivia mi segue nelle traiettorie al vino bianco e ho ancora come un senso di nausea ma lei è pronta ad affrontare ogni parola come una sacra scrittura e la guardo nel baluginare di capelli biondi e viso curato, occhi vispi, freschi di trucco e scarpe nere e abiti neri, nordiche mantelline. La osservo parlare di me come fossi un classico, per poi spostarci altrove. Quel risveglio tra le alpi in piena crisi d’asma, quella fame di respiri, il ricordo delle parole feroci del dottore: andrà sempre peggio. La sigaretta accesa, con le tue mani, con le tue mani sei thanatoeroica, l’eroina dell’autoannientamento, una fragilità disturbante. Una sigaretta in più può ucciderti.
Ora mi guardo venire fuori dalla stanza al mattino, verso stazioni e treni. Olivia parla con un’amica di vecchia data mentre mangiamo pessime piadine al gusto d’aglio, nel bar davanti ai binari. Di diari segreti parliamo, perchè avere un diario? che senso ha? Per parlare con se stessi essendo altro, dice l’amica dai capelli lunghissimi.
Stanotte avevo quel timore delle ultime volte, prima del palco, quel timore da non sono vera, non sono mai stata una vera performer, perciò la mia ultima performance suona un po’ come una farsa. In macchina di Edo, dopo la Mondadori, attraversiamo una Vercelli notturna e all’improvviso le ali bianche d’angelo di una delle statue lungo la facciata di una chiesa ci saltano agli occhi. C’è l’odore dell’inverno, della neve quasi, ai finestrini.
Il locale rock dove avremmo fatto la performance, i gruppi, occhi truccati, borchie e birre e prosecco e sigarette di tabacco sfuso. Un tale che non c’entra niente, sguardo antisociale, irrompe e comincia a mangiarci nel piatto e poi fa scusa, scusa e dico: ecco il pazzo del giorno, e fa: possiamo parlare io e te da soli? Tenta di baciarmi e lo allontano. Guarda i libri, fa: tu saresti la scrittrice? Ne prende uno, come a volerne strappare pagine. Gli uomini fanno così con me quando non ho intenzione di andarvi a letto. E tu saresti una scrittrice? Non m’importa che sia insano o criminale o figlio di criminali – come alcuni ora dicono – io quel libro glielo strappo di mano e dico: lo vedi? Lo vedi perché la gente ti allontana? Tu pretendi rispetto ma non ne dai ed è per questo che ti ridono dietro, perchè non capisci? Non è insultando che avrai la nostra attenzione, e lo dico un po’ anche a me stessa quando impazzisco di gelosia per chi sia più amato e considerato migliore, non è insultandoli che riceverai attenzioni. Questo brutto vizio, tutto italico, di aggredire per non essere aggrediti. Mi dicono: lascia stare, è andato, è scemo, è un criminale, è rimasto sotto. E io insisto invece, perchè tutti hanno gli stessi diritti, nel mio mondo ideale, a tutti si deve almeno una spiegazione. Quindi lo affronto e poi gli dico: bada bene, le donne si rispettano, non ci si getta addosso in quel modo. Se tu mi rispetti io ti rispetto, e questo vale in ogni cosa. Gli offro da bere e vado via. Per meglio digerire il rifiuto decide io sia la donna di Edo e ci lascia in pace.
La performance comincia che quasi non me ne accorgo, mi lascio trasportare dalla voce, la sua voce, la voce di Olivia, la voce di Apparat. E sono alito di fumo nero nella notte, trasparenze immense, carne contorta, occhi altrove. Possedute entrambe, deliriamo, in quest’abbaglio.
Al mattino mi sveglio con quella luce calda che inonda le tegole rosse.
In treno una specie di magone m’induce a restarmene in bilico, tra il diniego e l’anelito a una perfezione che non sarò mai.

© i.p.

Foto di Stefano Borsini: “Nymphosis part I- performance su Homo homini virus” per Nero gallery al Brancaleone di Roma.
Azione performativa, (libera improvvisazione scenica) sulle suggestioni di Homo homini virus ma senza testo, né canovaccio di e con Antonio Bilo Canella, Miguel Gomez, Daniele Casolino, Ilaria Palomba

specchiula foto luigi

Insonnia fino alle prime luci quando guarderò la città imbellettarsi con i lampioni ancora accesi e il cielo di quel colore indecifrabile tra l’ocra e il blu mentre sfuma e non sarà il Salento la mia terra di quest’estate ricordo l’incipit dirti addio in quella chiesa di periferia in legno non ho pianto sapevo sarebbe arrivato il crollo ma non allora in quella parrocchia semivuota dal miasma d’incenso di questa solitudine ho giustificato le assenze è per via del caldo mi sono detta e poi le due decrepite al posto dei chierichetti accanto al prete africano in tunica viola quante volte ti ho promesso d’incontrarci per pranzare insieme a Monteverde ma c’era sempre altro quante stupide nullità si frapponevano tra me e il mondo e neanche mi accorgevo fosse l’ultima occasione di trascorrere del tempo spensierato e atarassico l’ultima volta prima del buio quante promesse mancate eppure mi sentivo inespugnabile anche in quel cimitero lontano fuori dallo spaziotempo nascosta tra i cipressi nell’afa di inizio agosto dove si issavano lapidi una dietro l’altra come in catena di montaggio ma il momento in cui la voce straniera del parroco ha pronunciato il nome tuo al contrario quello mi ha ferito avrei voluto tacessero tutti intorno gridare silenzio e non lasciar giù le lacrime di mio padre quanto siamo fragili adesso non lasciar nulla su quelle panche di legno che non ridanno vita né assoluzione è stato quando mi hanno raccontato del serpente nel portone sulla Pisana nero e giallo hanno detto lì ho cominciato a domandarmi qualcosa circa segni e simboli è delirante ma non impossibile

li sento strisciare ovunque ne abbiamo visto uno anche in Salento lungo il canneto lui ha scorto una coda bianca io non ho potuto non mi si concedono epifanie negative soltanto l’istante abissale delle immagini riflesse come il suono della risacca al tramonto quando i piedi si mettono in coda verso il sentiero di casa e noi restiamo in spiaggia a guardar l’ombra coprire gli specchi nell’acqua a guardarci coprire d’ombra come fosse il Tempo che scorre e rabbuia la scatola nera delle possibilità ho visto bodyguard portare in spalla un adolescente privo di vita nell’arena di una discoteca del sud sopra le rocce mentre si danza sulle rovine fingendo di amarsi tutti senza fiutare tutta questa morte senza fiutare l’urlo bestiale della falsificazione da the show must go on povero Lorenzo non aveva mica preso nulla e ne hanno fatto un martire da prima pagina allarmistica su shock da stupefacenti era un ragazzo dal cuore debole senza saperlo mai una notte con The Wall dei Pink Floyd piango da tirar fuori l’anima e non so perché non riesco a fermare il flusso e deflusso il vaso di Pandora si spalanca e soffoco ma ancora sono viva un altro giorno ancora sulla scogliera di Sant’Andrea quell’odore di polvere d’Oriente presagio mi domandavo come la gente potesse temere tanto la morte io la vita temo è lì che si annida il dolore l’umiliazione l’odio il senso di rivalsa l’ingiustizia suprema nella vita nelle increspature del linguaggio nelle intercapedini del non detto nell’urlo dei bambini della villa attigua negli sguardi di disprezzo per chi viene dal mare non nell’oblio non nella morte dove il dolore cessa e ci si prepara al grande passaggio

una notte invitati in una villa privata nei boschi di Borgagne con il prato alto campestre e le lucciole tra le spighe i limoni e gli albicocchi arredamento rustico minimale con rami al posto di attaccapanni rami e bastoni raccolti sulle spiagge una signora bionda elegante dai grandi seni e l’entusiasmo di un’adolescente come guardarsi allo specchio tra trent’anni un cane nero a sonnecchiare sul tappeto di vimini all’ingresso pareti porpora i bambini giocavano con serpenti di plastica ce ne stavamo in un angolo a bere sangria quando spunta un istrice dal bosco e tutti lì intorno a toccargli le spine come cortecce al tatto l’umano la più feroce tra le bestie mi venivano presentati biondi trentenni dall’aria angelica pienamente postmoderni vite divise tra Hong Kong e New York faceva il broker il biondo e s’intendeva di arredamento orientale come fa presto il reale a smascherarsi nel suo opposto parlava del sud come d’una rivelazione e di arredamento orientale usava maniere da galateo all’altro estremo del giardino un’amaca tra due ulivi e sedie sparse uno psicologo un ingegnere e uno scrittore parlavano di avvistamenti alieni lo psicologo domandava: perché ci ostiniamo a cercare nello spazio quando tutto quel che davvero vogliamo è conoscerci l’animo? e io dicevo vi fosse almeno una possibilità di ritrovarsi più fuori che dentro vedevo nello spazio sconfinato l’esistenza di una coscienza gemella i buchi neri divorano le stelle e dai buchi neri le stelle rinascono così all’infinito nel samsara leggevo Schopenhauer e meno di ogni cosa volevo smettere di volere ce ne stavamo nel giardino degli aranci con Giacomo e Giorgia a leggere incipit su iphone e indovinare i tratti filosofici di un’esistenza che pullula di particelle tra l’essere e il non essere immaginandone gli spettri come impressioni di quella stessa esistenza lasciate nei luoghi dalle persone al passaggio ancora in vita da qualche parte del mondo l’identità e la coscienza noi osservavamo sgretolarsi al suono dolce di un soffio di bora salentina e c’era come un senso di nostalgia nei gesti nelle sbronze e nottate insonni io e lui a scrivere fino a smembrarci

l’ultima immagine è mia madre con quel bastone che taglia la testa al serpente su Viale dei Pini una valchiria mia madre antica guerriera per poi scoprire fosse solo una povera biscia e torniamo in piena notte verso Roma con Iggy Pop in stereo nei vetri città immaginarie e misteriche con luci bianche come finestre di grattacieli nel buio e oltre quei vetri oltre queste strade ovunque serpeggia il nulla.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

spire

Ho bisogno di un attimo in cui tutto taccia tutto sia silenzio e null’altro ho la febbre e non sono pienamente cosciente di me e non sono pienamente sicura di nulla e talvolta appaio a me stessa come quella bambina asociale che con 38 di febbre svaniva in cosmonautiche convulsioni e smetteva di usare la parola poiché semplicemente non aveva nulla da dire a nessuno che sia questa l’ombra oltre il mio volere? riscatto quel riscatto so non ci sarà mai come mai ci sarà la rivoluzione come distante intravedo svanire all’orizzonte una qualsivoglia forma di livellamento come fai a non considerare il male tuo il male del mondo? come fate a dire malattia invece che società? come fate a vedere davvero le scissioni tra le cose? forse era questo l’esistere un filo invisibile di corpi che tutti li unisce.

Anya e Alex li trovo bene forse un po’ disillusi ma tutto sommato crescere significa rinunciare all’hic et nunc in funzione di un futuro possibile e un futuro in Irlanda è possibile più di quanto non lo sia in Italia abitano in un luogo misterico una grande villa del 1830 abbiamo trascorso gran parte del tempo nella loro stanza giorni dublinesi di nebbia e pioggia mentre fuori il cielo è di un viola irreale e i rami lo tagliano come unghie mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa nonostante le alterazioni e non ho temuto il freddo ho scritto e mi sono figurata una perfetta esistenza dublinese piena di libri e un lavoro qualsiasi ma in grado di tenermi in vita e giornate di gelo dietro i vetri gotici dalle lunghe tende bianche dietro i rami riflessi nei vetri dietro un mondo freddissimo di ville antiche e cattedrali e James Joyce e notti anfetaminiche allo Sneijder musica trance e approccio facile uomini spagnoli uomini irlandesi dai lunghi dread rossi esseri umani e io sola nessun contatto sola ovunque ma sto bene starò bene nella mia solitudine.

Quando parto non ho coscienza non ho identità non ho volontà mi lascio deglutire dalle vite degli altri solo così posso apprendere qualcosa il sapere è una forma di annullamento sacrificio in un certo senso cessione d’identità non puoi restare fermo nei tuoi principi se vuoi imparare qualcosa non puoi essere te stesso al diavolo l’autoconservazione.

Il tassista all’andata era schizzato faceva paura aveva un ghigno hitleriano con quei baffi si voltava in mia direzione scatti isterici degni di un perfetto scraccomane stava dando di matto perché non sapeva dove fosse il 245 North Circular Road a Phisbourgh continuava a ripetere come volesse uccidermi I know where is Phisbourgh I know North Circular Road but I don’t know where is 245 North Circular Road continuava a ripetere 245 North Circular Road voltandosi e guardandomi come lo stessi insultando poi mi chiede cosa mi porta a Dublino gli dico di amare questa città di amare Joyce e lui si volta di scatto Joyce? ancora una volta con quel tono iracondo come fosse un pensante insulto e in tono di minaccia you read the Ulysses? timida annuisco borbotta tra sé e sé come fosse un dato gravissimo questo mio amore per Joyce e per la distanza.

Me e Anya sulle sponde del Liffey vedo fumare sigarette di ghiaccio e parole di ghiaccio sopra i massimi sistemi se sia giusto o meno rinunciare alla propria fanciullezza in funzione di cosa se sia possibile ancora opporre una qualche resistenza al flusso indicibile del mondo che ti mastica nella nebbia nascosta lei occhi così chiari in copri capo di lana quell’aria impertinente la differenza tra me e lei è quella che intercorre tra nichilismo e cinismo io dispero e lei ride tutto crolla una pantera bionda vorrei la forza sua d’animo tra fiume plumbeo e nebbia in bianco e nero colori diafani in un mattino eterno in un tempo senza tempo in uno spazio senza fine consacrato all’altrove livido e irreale l’urlo dei gabbiani sulla ringhiera nera mangiamo dolci stupidi e ci fregiamo dell’idea assoluta della nostra eternità non andartene docile in quella buona notte ma infuria contro il morire della luce mutare pelle ogni giorno sopra tutto e tutti avventura odissea.

Nonostante il mal di gola nonostante la mia ansia nonostante il disagio a non finire delle notti postume cerco di emergere dal fango e ce ne andiamo per O’Connell Street e ogni volta fisso lo Spire proprio in alto bucare il cielo compriamo cianfrusaglie in un mercatino vintage una goana rossa dread forti e leziose efelidi labbra sottili vende dolci di fragola e vaniglia mangiamo come bambine sedute su seggiole lunghe iniettate nei profumi della città in questa luce diafana di decorazioni natalizie e brusìo passi che calpestano l’asfalto occhi multietnici e a guardarci dentro puoi indovinarne le intenzioni le dico ci pensi se Joyce si fosse mai seduto qui in questo luogo che magari prima era altro in questo punto preciso chissà cosa c’era prima chissà com’era prima e come vedeva la gente e cosa pensava di loro ci pensi? Anya mi dice pensava fosse scomodo e che i passanti fossero orrendi per le vie di St Peter Green pregne d’aroma di frittura e bancarelle in legno a forma di casetta mangiamo patate mentre parliamo della fine del mondo come una volta mi dice come puoi preoccuparti come può importarti davvero qualcosa? goditela finché dura mangiamo patate al forno e pizze nordiche le innaffiamo con cocacola alla vaniglia che sa di cera il riflesso dei rami degli alberi e del cielo infiammato nei vetri del palazzo di fronte sembra una stampa smerigliata come le foto dei gabbiani sul mare del nord non riesco a smettere di guardare tutta questa bellezza mi dice sai che hanno fatto? hanno manifestato perché non vogliono pagare la tassa dell’acqua e calcola sono solo 50 euro l’anno poi gliel’hanno abbassata a 10 euro l’anno e hanno manifestato di nuovo amo questo popolo calcola se ci fosse una guerra mondiale qui siamo s’un isola felice e guarderei le bombe dallo schermo della mia tv in living room mangiando patatine e tu cerca di venire qui prima che chiudano le frontiere le dico una guerra mondiale già c’è solo che non ce ne accorgiamo ci annebbiano la vista l’udito il tatto ogni cosa la guerra l’abbiamo persa tempo addietro Anya quando avevamo l’opportunità di ricominciare da zero ma i rapporti Anya non dico altro parlo dei rapporti umani non c’è più nulla sotto queste macerie null’altro che mercato e reputazione hanno vinto stravinto e poi dicono psicosi ma è solo una resa non ci resta che danzare sulle rovine.

Camminiamo per Grafton Street vi sono statue nere e solo dopo mi accorgo siano uomini sollevano cappello e occhiali se dai loro una moneta poco più in là un uomo dalla giacca a quadri e il cappello beige fa sculture di sabbia oggi una ragazza distesa sulla pancia di un cane ogni giorno arriva qui all’alba con un mucchio di sabbia gelata e comincia a darle forma un rocchettaro su di giri suona Pink Floyd urlando a più non posso un gruppo di teenager con le renne sui maglioni suona canzoni natalizie salutando noi chiuse nei nostri cappotti del sud e nelle nostre pelli del sud che congelano a dicembre ovunque esplode l’esistenza nelle arterie della città qualche raggio di sole violenta la nebbia diafana la foschia la goliardia dell’istante in questi colori ossianici e iperborei oggi va così tra le strade di Dublino assediate dalla melanconia della partenza e della crescita un ricordo della notte dopo lo Sneijder un uomo barbuto a petto nudo su O’Connell Street spiega cartoni per terra crea un tappeto di cartoni sull’asfalto dico ad Anya guarda è una performance lei dice che sia solo il delirio etilico di un alcolista una performance le dico una performance inconsapevole come gli amici ex tossici che ora si credono posseduti dagli alieni e quelli che invocano i cari morti in sedute spiritiche e i figli dei ricchi ugualmente devastati da anni di rave senza speranza nella luce assente delle periferie armate di cui ora non si vede più confine mi dice Anya sai qual è il punto noi siamo a metà strada tra la vita vera e il nulla ma non siamo ancora perse tutto è faticoso e sarà sempre più faticoso man mano che cresci diminuiscono le possibilità e aumentano le responsabilità.

In volo: le nuvole qui sono un mare di onde immobili il cielo al vespro iniettato di porpora è un incendio un’apocalisse nonostante tutto esiste la bellezza.

© i. p.

ilapanchina

Lei entrò in ateneo camminando con la foga di una volpe. Mi fissava. Allora avevo una sconsiderata paura di esistere. Per qualche incomprensibile motivo un piccolo editore aveva deciso di pubblicare un mio libro, scrivendo prefazioni su quanto la mia poetica fosse un flusso di coscienza disincantato sull’io e il mondo, forse non tutti erano consapevoli del fatto che io e il mondo non ci conoscessimo affatto e aprioristicamente ci odiassimo. Lei era un’hegeliana, parlava in modo filosoficamente forbito intervallando il tutto con costanti cioè raga minchia gaggi. Diceva di odiare Anya. Eppure quando la incontrava la salutava con patetiche effusioni. Ciò accadeva d’estate, sulle panchine del Marrakesh. Anya parlava di sparizioni in pieno stile Chi l’ha visto. L’altra parlava di Hegel. Fu allora che la soprannominammo L’Hegeliana. Non ci eravamo mai scambiate neppure una sillaba. Mai fino a quel pomeriggio d’autunno in ateneo. Incespicando tra filosofese, giovanilismo postsessantottino e parole in tedesco, cercava di comunicare. Sospendevo il vomitevole giudizio che avrei dato di lei. La ragazza mi poneva domande letterarie sul mio libro. Fissavo la luce fioca novembrina fuori dalle finestre dell’ateneo. Evadevo ogni risposta. All’epoca non avevo gran voglia di comunicare, studiavo disperatamente e altrettanto disperatamente dissolvevo il tutto nelle ombre sballate dei riti del sabatonotte. Aveva i miei stessi occhi allungati a mandorla, possenti e oscuri ma non il mio corpo. Forme poco aggraziate le conferivano un aspetto di mammifero bruno. Gli abiti larghi non erano sufficienti a nascondere quella pesantezza, la attribuivo alla sua negazione, in piena antitesi hegeliana. Lei indossava maschere di complicità mentre mi offriva una notte insieme. Dopo lezione uscimmo, camminammo verso la taverna di via Nicolai, attraversammo il giallore delle luci di quella zona che donavano al luogo un’atmosfera cimiteriale. Attraversammo le scale del lungo edificio metallico delle poste e ci mettemmo in piedi fuori dalla Taverna del Maltese mentre anziani clochard ascoltavano I Beach Boys da stereo verdi e sozzi, e indiani venditori di rose ci importunavano credendoci una coppia lesbo. Poi c’era una fila di ragazzi dagli abiti scuri e sdruciti, copricapo retrò e capelli colorati. M’incamminavo nel dominio dell’inautentico, tra tutte quelle teste, baciavo il George Harrison che credeva di possedermi, banalmente ascoltavo l’ingenuità in cuffia sotto forma di Muse, lasciandomi denigrare da falsi punkabbestia, miei vicini, figli di borghesi, sulle scale delle poste.
Che musica è pischella dimmerda!
La ragazza hegeliana mi difendeva ai loro occhi soltanto per dimostrarmi la sua superiorità onto-anagrafica. Un anello di metallo le scintillava all’angolo destro del naso, sarebbe potuta essere bella se solo avesse voluto. Quelle notti baresi, a bere coca e rum e vomitare sul rosso pavimento della taverna vecchia, lei si prendeva gioco delle mie nevrotiche rappresentazioni adolescenziali. Probabilmente ora direbbe lo stesso di me, non ricordo i nostri discorsi, è tutto come sommerso da una nebbia leggera che ricopre ogni cosa. Ricordo le traversate immaginifiche verso borghi dell’entroterra su lerci regionali con veleni ketaminici nascosti nel reggipetto e femminei discorsi sull’uso e usufrutto che uomini trentenni facevano dei nostri corpi. Le parlavo di M. Allora possedevo la nichilista convinzione di un dominio dal basso, raccontavo alla mia presunta amica di quanto piacevole fosse il dolore sadomasochistico alla Pauline Rege.
Un giorno lui ti ucciderà – diceva sempre – un giorno ti farà fuori.
Sembrava quasi dimostrarmi una qualche forma di bene ma allora ignoravo quanto labile fosse la demarcazione tra bene e male, tra essenza ed esistenza, tra essere e tempo. Allora ero il tempo. Ero l’incondizionato. Ero l’assolutamente altro. E per questa mia psicotica alterità non veniva poi difficile prendersi gioco di me. Sniffavamo la keta su copertine di dischi rovinati, piegando il capo sotto i sedili. Vagavamo nei paradisi sintetici per non esperire gli inferni metropolitani. Il treno si fermò e scendemmo. Un uomo grasso e sformato da zoloft e abuso d’alcol da discount e anfetamina, ci venne incontro. Quell’uomo si chiamava Pace, nel pieno dominio dell’ironia della sorte. C’incamminammo verso il primo bar dalle forti luci al neon e versammo vino rosso in calici, brindammo, stendemmo altre righe, sniffammo. Avveniva un inganno libidico nella favola postmoderna che stavamo a raccontarci. Avveniva la sospensione dei corpi perché questo è la ketamina: antimateria. E in quella felicità liquida l’anestesia atrofizzava ogni cosa. L’uomo grasso ci raccontò di aver torto la coda al proprio gatto e di averlo poi spellato lentamente con un coltello, ancora vivo, l’aveva scuoiato. Il micetto miagolava e lui scuoiava, il micetto piangeva e lui scuoiava, il micetto urlava e lui scuoiava. La pelle, raccontava, veniva via con tutto il pelo. La coda sembrava un lungo verme peloso e le membra si staccavano, il sangue colava sulle sue mani, s’incrostava nelle unghie. L’anestesia cresceva, si compivano atti terrificanti e li si copriva con risa scarne. Nel frattempo stavo aspettando M. ma non lo davo a vedere, la mia presunta amica se n’era accorta, lanciava spiacevoli sottintesi mentre i miei occhi balenavano fuori dalle luci al neon, verso il giallore dei viottoli antichi del borgo.
Si vede che aspetti lui – diceva – devi imparare a fingere – diceva – stendine un’altra – diceva – anestesia!
Ci alzammo nel pieno della liquidità psicofisica, camminammo tenendoci l’un l’altro per le braccia come vecchi ubriaconi. Volevo il cielo, era una ferita, uno squarcio verticale di mondo ingoiato. I corpi erano completamente insensibili al tatto così potevo ignorare di passeggiare accanto a una troia e a un assassino. Di fronte ci camminava un gruppetto di esseri vestiti di nero, mi sarebbe piaciuto guardarli in profondità. Fu allora che dovetti ri-acquisire la consapevolezza corporea. I muscoli si irrigidirono e la bocca dello stomaco mi sputò fuori il veleno in un getto di bile verde acido. Il cielo iniettato di stelle si gonfiava e sgonfiava con me al suo interno che cadevo e non toccavo mai fondo. Mi sembrava di avvertire l’urlo isterico di quelle risa. Quando sollevai gli occhi era troppo tardi, M. e i suoi amici ci erano passati oltre. La notte si consumò in un ex-statico cercarsi di occhi tra misture alcoliche e strisce di inappartenenza. La mia amica continuava a ripetermi le forme addominali della mia ingenuità. A un certo punto credetti mi amasse. Cercava di sfiorarmi le dita che non avevano più il dono del tatto.
Che t’importa di lui? – diceva.
All’alba abbandonammo lo squartatore di gatti e c’incamminammo nella foschia della stazione addormentandoci l’una sul corpo dell’altra e poi sul treno fino a casa. Erano notti inconcludenti e inappropriate, trivellate da inopportune telefonate di genitori smadonnanti in crisi di panico.
Quando uscimmo dal treno l’aurora squarciava i palazzi, la fontana di piazza Moro era un ricordo irreale di monadi e metafisici annullamenti. L’amica assonnata e dal forte alito di rum annunciava paniche crisi e antitetici timori del giorno a venire.
Resti a casa da me? – diceva – ho bisogno di affetto – diceva – non sopporto la domenica – diceva.
Mi lasciavo convincere dall’oscurità dei suoi occhi, così affrontavamo il giorno e la terra e i pesanti corpi privi di anestesia, corrosi dai più disparati veleni. Facevamo colazione in scalcagnati bar di San Pasquale con i panni appesi sopra le teste e gli schiamazzi in gergo dei ragazzi sui motorini. Bar traslucidi dalle sedie zebrate e baristi pelati con davvero pochi denti in bocca. Bar con biliardini, videopoker, cessi guasti e lunghi banconi a specchio, dove lei attaccava bottone con eleganti alcolizzati del mattino. Uscivamo nascondendoci dalla pesantezza del sole, ci aggrappavamo al cigolio delle reti di sovraffollati letti. Assumevamo ipnoinducenti, eppure non dormivamo. L’amica mi teneva una mano sul collo e schiudendo labbra e occhi mi implorava di baciarla. Levandosi le vesti esponeva nudo il suo corpo di forme adulte a me sconosciute. Non sono certa di esserne stata realmente attratta, anzi, in alcuni momenti l’odore alcolico del suo fiato e della sua pelle mi facevano ribrezzo. Nonostante tutto lo feci. Mi spinsi su di lei, dentro di lei. Toccai la fronte sua con la mia. Accarezzai le sue labbra e le spinsi la lingua nella cavità orale. Era un sapore ruvido, di unione più che di libido. Raccolsi i suoi morbidi seni tra le mani, allargando il più possibile le dita, sfiorai i grandi capezzoli che s’irrigidirono incontrando le mie mani e superai il sapore acido che mandava il suo corpo di tossica e alcolizzata. La feci mia così. Mi sentivo potente come un uomo e fragile come una bambina, accarezzavo il crespo dei suoi peli. Lei non si muoveva. Non ero certa le piacesse. Eppure la vedevo contorcersi. Gemeva. Ansimava. Io ero questo puro piacere da donare. Orgasmica libidine. Ero corpo e stomaco e odore senza ragione. Mi lasciavo irretire dagli altri corpi poiché solo come madonna del godimento potevo sentirmi. Infilavo le mie dita nel taglio tra le sue cosce. Le impregnavo. Ci mettevo anche le labbra e leccavo. Poi mi disse:
Fai con questo.
E mi passò il cellulare.
Mettilo dentro – mi disse.
Mi sembrò una cosa orrenda ma lo feci per adorarmi nell’altrui piacere e infilai questo oggetto metallico nella sua fica fino a sentirla contrarsi ed esplodere. Mi liberai e lei si addormentò. Era mezzogiorno trascorso, le tende alle finestre facevano bolle d’aria. I miei dovevano aver chiamato la polizia denunciando la mia sparizione.
Qualche sera più in là Anya mi raccontò di aver udito l’Hegeliana sproloquiare sulla presunta banalità del mio libro. Se pubblicano lei, allora io devo vincere il nobel per la letteratura, affermava di averle sentito dire dinanzi ad alcuni dei nostri cosiddetti amici, per giunta. Anya mi disse: non fidarti di lei e non perdonarla, lo rifarà. Anya mi disse: non fidarti di nessuno, ti tradiranno. Anya mi disse: devi sconfiggerli prima che lo facciano loro.
Allora mi resi conto di quanto poco valessero i corpi. Mi resi conto dell’esistenza della ferocia dei perdenti. In fondo quella sera avevo tradito più d’un principio. Avevo parlato con un assassino di gatti in botta di anestetici per elefanti. Avevo scopato con la mia futura nemica senza nemmeno pretendere di goderne. Avevo vomitato ai piedi dell’uomo che credevo di amare. Avevo sprecato un’altra notte nel dominio metafisico dell’inautentico e non avevo avuto ciò che desideravo.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

sigaretta

Una volta conobbi un satanico o sedicente tale. In realtà non era propriamente satanico. Apparteneva a una setta sul genere dell’occultismo. Ci siamo conosciuti su uno stupido blog adolescenziale. Non ci siamo mai visti di persona. Ero maledettamente attratta da lui. Non ho mai constatato quale fosse il suo vero nome. Non so se le storie che raccontava fossero realmente accadute. All’inizio l’avevo scambiato per un’altra persona.
Nella stanza del computer, illuminata solo dalla fioca luce della lampada verde sulla scrivania in ferro battuto, mentre scrivevo le mie acritiche fandonie su quel vecchio blog, mi capitò di leggere un post di una decadenza e di un lirismo quasi osceni. Trattava di una donna e scriveva con parole apocalittiche e oracolari la trucida fine che avrebbe voluto riserbarle. Ti farò piangere lacrime di sangue, concludeva.
In effetti in quel periodo c’era davvero qualcuno in grado di farmi piangere lacrime di sangue (vedi Fatti male). Così, nel pieno dominio dell’ingenuità che sfiora l’idiozia, gli scrissi che non comprendevo il motivo per cui desiderasse così spasmodicamente la distruzione di una creatura che lo amasse. Disse che avrebbe distrutto chiunque avesse tentato di comprenderlo. E io rivedevo lui. Le nostre notti estreme. Il desiderio assoluto. L’estasi. Il mio parlare. Il mio cercare un contatto fisico anche dopo sedute di inconsapevole sadomasochismo estremo. Il suo silenzio. La sua distanza. La sua indifferenza. Come se fuori dal corpo non vi fosse nulla in me che valesse la pena scoprire.
Gli scrissi: sei tu, ammettilo. Mi confidò che gli sarebbe piaciuto farmelo credere. Ci si diverte sempre con le anime belle. Disse che se fosse stato realmente così crudele avrebbe giocato con questo mio dubbio. Osare l’impossibile. Grande la confusione. Come in un testo di Lindo Ferretti. Volle convincermi di non essere colui che credevo. In effetti era plausibile, aveva sin troppa proprietà di linguaggio. Affermava che la fotografia del mio avatar mostrasse una donna che cercava di sorridere con le labbra mentre i suoi occhi piangevano. Mi alzai per prendere dell’acqua. Vidi, nel corridoio, la sagoma del mio cane morto anni addietro.
Dopo qualche giorno ci risentimmo. Leggevo i suoi apocalittici sfoghi. Lo trovavo talentuoso e geniale. Molto più di me che da sempre avevo desiderato diventare scrittrice e invece riuscivo solo a propinare all’umanità il mio intrinseco stato dispercettivo. Trovavo nella sua poetica quella bellezza che collima con la mostruosità. Descriveva orge, riti propiziatori, sacrifici animali, stupri, ma lo faceva con un lirismo potentissimo. Aveva un linguaggio ottocentesco. E sentivo tra quelle righe un fil-rouge che dall’orrore si tramutava in disperazione.
Ogni giorno tornavo da lui. Qualcosa in quell’essere risultava spezzato. Da quei brandelli ero attratta. Più che dall’intero. Diceva di aver commesso atroci atti contro l’umano. Diceva di essersi macchiato di irreparabili colpe. Parlava di fisica quantistica e matematica riemanniana, di antimateria, omeostasi ed entropia.
La parola entropia venne introdotta per la prima volta da Rudolf Clausius nel suo Abhandlungen über die mechanische Wärmetheorie(Trattato sulla teoria meccanica del calore), pubblicato nel 1864. In tedesco Entropie deriva dal greco ἐν en, “dentro”, e da τροπή tropé, “cambiamento”, “punto di svolta”, “rivolgimento” (sul modello di Energie, “energia”): per Clausius indicava dove va a finire l’energia fornita ad un sistema. Propriamente Clausius intendeva riferirsi al legame tra movimento interno (al corpo o sistema) ed energia interna o calore, legame che esplicitava la grande intuizione del secolo dei Lumi, che in qualche modo il calore dovesse riferirsi al movimento meccanico di particelle interne al corpo. Egli infatti la definì come il rapporto tra la somma dei piccoli incrementi (infinitesimi) di calore, divisa per la temperatura assoluta durante il cambiamento di stato.
Una volta mi raccontò la sua iniziazione. Aveva 12 anni quando una ragazza di dieci anni più grande lo condusse nel covo. Non me ne fornì una descrizione precisa ma volli figurarmelo come una cantina. Disse di aver amato quella donna così intensamente da aver prosciugato l’intera sfera emozionale.
Quella notte, mi raccontò, fu vittima di una serie di abusi. Continuò ad amarla. Abusò a sua volta di altre persone, ragazze piccole, torturandole e violentandole in gruppo, animali, bambini, migranti privi di documenti, tutto ciò che non aveva il potere di ribellarsi si tramutava in sacrificio. Partecipò a un rito in cui venivano bruciati i genitali di un adolescente. Continuava ad amare quella donna senza tuttavia averla mai sfiorata. Un giorno trovarono il suo corpo che penzolava appeso a una corda. Da quel momento lui non avrebbe più amato, né provato alcun genere di piacere sessuale. Seppure perseverava nel prendere parte a certi rituali, non ne traeva ormai alcun piacere.
Mi raccontò di sentire la voce sua ogni notte, come fossero legati da un piano di nebbia che collega il regno dei vivi a quello dei morti. Quella voce gli ordinava di proseguire il lavoro da lei cominciato, e iniziare nuove vittime alla setta.
Le sceglieva bene le sue vittime. Andava nei locali dark e si nutriva dell’altrui decadenza. Donne abbandonate, tossiche, narcisiste fuori controllo, borderline. Cominciava come un gioco di seduzione e si tramutava in horror. Diceva di voler smettere ma di non poter disobbedire a quella voce. Gli feci intendere che mi sarei volontariamente offerta come vittima. Fu una provocazione. Provocare nell’altro il sentimento di compassione era la mia chiave segreta per addomesticare i mostri. Soltanto che adesso non saprei dire se quei mostri fossero davvero fuori di me. Mi disse che avrebbe dato la vita affinché una creatura innocente come me non finisse per perdersi nelle vie della corruzione. Mi disse di mollare quel porco bastardo che mi faceva tanto soffrire, di mettermi a scrivere seriamente. Leggeva i miei post sul blog, sosteneva che io avessi una qualche forma di talento. Gli dissi di non averne alcuno e di voler porre fine alla mia esistenza per questo. Gli raccontai quello che era accaduto a me a 12 anni. Talvolta ci sentimmo per telefono. Aveva una voce puerile. Parlavamo a lungo dei nostri drammi e dell’impossibilità di uscirne.
Tempo dopo presi un treno. Lo raggiunsi nella sua città. Ci vollero dodici ore di viaggio. Non l’avevo mai visto in volto e non conoscevo il suo vero nome. In quella città fredda e sconosciuta, ricoperta di neve e gente dagli occhi nordici, cercai un internet point. Mi collegai e lo cercai. Gli dissi il luogo e lo aspettai 3 ore. Non aveva neppure risposto. Dopo la terza ora di attesa, tra ubriachi in fase di approccio e islamici indotti, dalla mia gonna corta, a fare le più squallide tra le avance, mi scrisse un messaggio in cui diceva di essere fuori città per diversi giorni.
Trascorsi la notte in una stazione che aveva l’odore della campagna. Un uomo grasso si tirò giù la lampo e mi mostrò i genitali. Una vecchia barbona gli lanciò addosso una bottiglia di birra. Emanava un olezzo di malattia venerea. Il cemento laido di cenere e polvere e avanzi di cibo e lattine, accoglieva il suo letto di cartone. Le diedi tutto quel che avevo nel portafogli e attesi l’aurora intirizzita al fianco del suo ipertrofico russare.
L’indomani presi il primo treno per il mio maledetto sud. Non risentii più l’uomo misterioso. E ancora non me ne spiego la ragione. Eravamo identici nelle nostre sofferenze e violenze subite e inferte. Immaginai molte cose su di lui. Molte ciniche crudeltà: che fosse storpio, che fosse menomato, che fosse disabile, che fosse vecchio, che fosse impotente, che fosse un ragazzino, che avesse l’AIDS, che fosse orribile e non so cos’altro. Però non sono mai riuscita a dimenticarlo.
Nei processi naturali l’entropia dell’universo dello stato finale è sempre maggiore di quella dello stato iniziale. I buchi neri divorano le stelle. Il concetto di mancanza s’incunea nell’umano come unica aderenza a una realtà fisica in decomposizione. Solo ciò che manca ha dignità d’essere, ciò che era e non è, ciò che sfugge, che sfrange, che si dissipa, in tutta la pienezza che per convenienza chiamiamo vuoto.

© ilaria palomba
foto di luigi annibaldi