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Tag Archives: attualità

Titolo bellissimo per un romanzo sorprendente.
Gli autori, Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, sono riusciti a comporre un quadro caleidoscopico di una relazione trovando due frecce ai rispettivi archi che poi sono un solo arco, comune:
1) potenza della voce;
2) bellezza della lingua letteraria.
Aggiungerei un terzo pregio: la felicità dello stile che proviene dritta da una felicità di racconto.
Riguardo alla voce, anzi -è bene precisarlo- al coro di voci che come in una tragedia greca cantano questa storia, la varietà è mirabile e non ne inficia l’intensità. Quanto alla lingua, è densa pregnante pulsante – e precisa, tagliente come un taglierino affilatissimo.
Perché questo romanzo, per ciò che racconta e per la formulazione del racconto, taglia davvero il ghiaccio più che come il coltello kafkiano: come un bisturi che va a segno e non genera inutile sanguinamento, come una resezione ripetuta e millimetrica, come un laser che mentre taglia cauterizza.
La lingua mi ha colpita molto anche perché in questo romanzo si fa una battaglia strenua in difesa del congiuntivo, sia presente che imperfetto – con predilezione per questo secondo, con un tale amore del rischio che a volte i volteggi le capriole le piroette i salti mortali invocano una rete sotto per porre riparo all’avventatezza e allo scapicollo mai ingenui ma sempre molto avvertiti dei due taumaturghi unificati in un solo, prodigioso racconto.
La pagina si gremisce di voci, come un proscenio, e questo permette di sondare superfici e profondità, ambiguità e sdoppiamenti, ironia e senso del tragico, e permette anche di muoversi disinvoltamente sullo schermo del tempo e di collegare punti sparati via nello spazio e pronti a riaggregarsi attraverso un fitto eppure lieve gioco di corrispondenze di baudelairiana memoria.

ipaigiunavolta

Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, gli autori.

Maya è una rabdomante della conoscenza, la sua rapsodica visione del mondo è impetuosa e cromatica, la sua percezione è impressionistica e poco impressionabile, non richiede ordine e costruzione ma tende ad ascoltare la natura, a partecipare del suo spirito – Anya che la seduce e la deride col cinismo di chi sopprime i sentimenti e approfitta del sentire le toglie tutto: tutto può essere tolto a chiunque, anche a chi non ne ha cognizione e perde ogni cosa, ne è defraudato, senza che questo attenui il dolore, anzi esaltandolo semmai.
Edoardo non è meno risparmiato dalla realtà che gli sbatte in faccia di continuo nei teatri di guerra dove deve di continuo raccattare parti di corpi sparpagliati attorno da bombe mine colpi di mitraglia, e non è meno dolente o dolorante, però è sagace o crede d’esserlo, ha un rapporto ordinato con gli oggetti mentre è scompaginato a dispetto persino di sé stesso dalle persone. Costituisce un duo comico irresistibile con l’aiutante in campo Salicetti che riesce a farlo vomitare più di quanto non gli venga naturale per esempio elencandogli le risorse del cuoco di campo Rinaldi.
Attorno a loro un vero coro greco: tutti medici e sapienti (direbbe Edoardo Bennato) salvo la povera madre di Maya – al cuore (nerissimo) di questa vicenda composita (alla lettera) sorge un luogo, una casa abbandonata, dove giace una figura lynchana che potremmo prenderci il lusso di battezzare Laura Palmer, e molto sullo sfondo si sfoca la figura del padre di Maya e con lui il rapporto padre-figlia, l’intrico triangolare padre-madre con figlia, l’amore e la gelosia, la competizione femminile, e il nascosto-rimosso (Caché, come nell’omonimo film di Machael Haneke, premio per la regia Cannes 2005) che forse è il fondo che sobolle alla base dell’intera storia – Lacan regna, forse: ma la lettura psico- è quella buona? Di sicuro diventa possibile, incombe pende pencola, a dispetto della fede positiva nella sapienza clinica dei due luminari convocati sulla scena, uno psichiatra e un ginecologo.
Come capite bene, questo è un vero romanzo romantico: non perché sia sentimentale ma perché riconosce al sentire una potenza conoscitiva strabiliante, dà corda all’intuizione, si puntella su intuito e sentire, assicura trionfo all’immaginazione – cioè alla irresistibile e immediata traduzione in immagini della lettura del mondo, una sorta di ‘restituzione per immagini’ del conosciuto, cioè dell’esperienza, da parte dell’artista.
Samuel Taylor Coleridge, l’autore della Ballata del Vecchio Marinaio (che ha poi ispirato molta musica rock, da A Salty Dog dei Procol Harum fino a quasi un intero album di Sting, The Soul Cages), ha specificato che la fantasia è di tutti gli esseri umani ma l’immaginazione è solo dei poeti – non perché i poeti siano super uomini o sciamani o vati ma perché sono afflitti da un più acuto anzi acuminato sentire, come i pittori. E questo più acuminato sentire impone loro dei compiti, l’irrinunciabilità ad esprimere ciò che più profondamente e lucidamente vedono nella caligine del tormento: in questo romanzo, in cui domina una percezione spettrografica, si staglia a un certo punto L’Urlo di Edvard Munch, la ferita che ha aperto in lui il solco di quella creazione. Del resto l’acme della felicità di racconto e di stile e di linguaggio arriva a pagina 140: – Arturo era mio padre, mio figlio era mio padre. Stiamo dalle parti di William Wordsworth, The Child is Father to the Man: il bambino è padre all’uomo, perché il figlio viene prima del padre in quanto il bambino precede l’uomo. Magnifico!

imagesyhelambThe Lamb, Willaim Blake

Il bambino del resto come l’agnello che belando fa gioire tutte le valli era già l’eroe innocente e puro di William Blake, il più rock dei poeti romantici, padre dei Doors, e ispiratore del Jimi Hendricks di Little Wing – per esempio, e William Blake era poeta e pittore anzi incisore, era scorticato interprete del suo tempo. Come Maya, dopotutto. E come Edoardo, sotto sotto.
Soprattutto William Blake era un artista. Questo romanzo è anche un ragionamento sulla posizione dell’artista nella società e nel mondo, sulla possibilità non tanto che sia compreso ma che sia lasciato in pace, che sia lasciato creare e donare al mondo la sua visione sacra.
Ecco, in questo romanzo ricorrono, nominati apertamente, senza timore, i termini ‘visione’ o ‘visionario’ e ‘gotico’: alla faccia, questo è parlar franco! La visionarietà e gli abissi o gli slanci che immaginiamo quando pronunciamo l’aggettivo ‘gotico’ qui sono materia diretta di racconto, mentre manca la musica, anzi essa è un disturbo con tutta la caciara del mondo e rimanda semmai a una paesanità che è familiare a chi ha vissuto in provincia prima di traslosare a Roma.
E perché manca la musica? Perché si torna alle radici della cultura occidentale, a quel ‘tempesta e impeto’ da cui la musica si è generata. Pensateci.

DANIELA MATRONOLA, SABATO 2 LUGLIO 2016

perfonymphosis

Le Alpi immerse nella bruma spessa con le nuvole alte e rosse nel nitore dell’alba e io che non dormo, mi dissolvo nel paesaggio quasi californiano di una Torino sconosciuta e mi sento più vicina che mai ai luoghi descritti da Pavese. Forse nella necessità è insito il timore, si guarda fuori per fuggire i nemici invisibili – o i loro fantasmi. Oggi a Vercelli il mattino è penombra e sono sveglia nonostante tutto. Aspetto Olivia sul letto della sua infanzia. Ho ancora i piedi sporchi di pavimento e coreutica. Ultima performance. Dalla finestra schiusa entra l’odore dell’inverno e il colore rosso delle tegole iridate da un sole quasi bianco.
Torniamo a Roma tra breve. Porteremo il ricordo del viaggio e di tutti i volti incontrati e di tutti i bicchieri bevuti e dei suoni forti di batteria, chitarra, voci metalliche urlanti. Di tutta questa vita che adesso si sgretola nella memoria ebbra del mattino.
Dire che l’incontro non sia, non del tutto, e avevo mille voci addosso. La voce stanca del telegiornale con gli attentati in primo piano e il fantasma di Salah, e scarpe sparse lungo le strade di Parigi, passi invisibili di spettrale resistenza. La voce del freddo, nella notte, dei miei bronchi malandati. La voce dell’impellenza: università e lavoro, progetti appena iniziati, voler far stare in piedi tutto e vacillare. La voce degli altri scrittori, più scaltri, più svegli, più colti di me. Le voci inarrivabili degli obiettivi posti e mai raggiunti. Avevo l’antidoto, era il vino, il chiaro fumo alcolico e il desiderio dell’eccesso. Ho visto un ragazzo tra i murales, un tale oscuro. Gli piaccio credo, piaccio spesso a chi risulta ostico alla vita. Era venuto per sfidarmi, lo sentivo nel suo sguardo, nel modo circospetto del suo piglio sfrontato, dalle movenze oblique delle traiettorie dei piedi. Non ho ceduto un istante, non ho smesso di reggergli lo sguardo. Mi sono separata dal suolo o vi sono piombata in basso, bevendo, e avevo in mente una persona cara del passato, l’odiata favola dickensiana e catto-capitalistica degli ultimi che saranno i primi, come fosse un privilegio la disgrazia, e ho in mente la mia gente, la mia famiglia: primi che divengono ultimi, questo mi commuove, non lo sforzo vitale ma l’egemonia del negativo. Le scarpe alte e gotiche di zia, cui dico: scrivi un film – nella casa dagli spifferi di freddo e fumo – provaci. E risponde: avevo tutto e me lo sono giocato. Qui danzano i demoni. Troppo facile amare la forza virile del basso che mira all’emancipazione. Il proletario che diventa borghese, il sussulto ultimo del risentimento di classe. Io amo i perduti invece, gli abbandonati da dio e da se stessi, i decadenti. Non per una forma gotica di straripamento, quanto per l’immensità della sconfitta. Me l’hanno detto mille volte: la ragazza dalla promessa senza fine. È una tara famigliare il promettere e non mantenere, un patrimonio di sangue. Sono lì in cerchio, con pochi esseri sconosciuti a discutere della mia impopolare visione delle cose. Quando mi si dice: è difficile, sorrido. No, è impossibile, rispondo. Di quell’impossibilità mi faccio scudo e ci sprofondo. Mi è piaciuto parlare con quei due e non evitare mai lo sguardo risentito del ragazzo che voleva sfidarmi e poi magari gli ho fatto pena o spavento. Non capisco gli uomini cui piaccia umiliare le donne che non possono avere. La volpe e l’uva, vecchia stronzata.
Olivia mi segue nelle traiettorie al vino bianco e ho ancora come un senso di nausea ma lei è pronta ad affrontare ogni parola come una sacra scrittura e la guardo nel baluginare di capelli biondi e viso curato, occhi vispi, freschi di trucco e scarpe nere e abiti neri, nordiche mantelline. La osservo parlare di me come fossi un classico, per poi spostarci altrove. Quel risveglio tra le alpi in piena crisi d’asma, quella fame di respiri, il ricordo delle parole feroci del dottore: andrà sempre peggio. La sigaretta accesa, con le tue mani, con le tue mani sei thanatoeroica, l’eroina dell’autoannientamento, una fragilità disturbante. Una sigaretta in più può ucciderti.
Ora mi guardo venire fuori dalla stanza al mattino, verso stazioni e treni. Olivia parla con un’amica di vecchia data mentre mangiamo pessime piadine al gusto d’aglio, nel bar davanti ai binari. Di diari segreti parliamo, perchè avere un diario? che senso ha? Per parlare con se stessi essendo altro, dice l’amica dai capelli lunghissimi.
Stanotte avevo quel timore delle ultime volte, prima del palco, quel timore da non sono vera, non sono mai stata una vera performer, perciò la mia ultima performance suona un po’ come una farsa. In macchina di Edo, dopo la Mondadori, attraversiamo una Vercelli notturna e all’improvviso le ali bianche d’angelo di una delle statue lungo la facciata di una chiesa ci saltano agli occhi. C’è l’odore dell’inverno, della neve quasi, ai finestrini.
Il locale rock dove avremmo fatto la performance, i gruppi, occhi truccati, borchie e birre e prosecco e sigarette di tabacco sfuso. Un tale che non c’entra niente, sguardo antisociale, irrompe e comincia a mangiarci nel piatto e poi fa scusa, scusa e dico: ecco il pazzo del giorno, e fa: possiamo parlare io e te da soli? Tenta di baciarmi e lo allontano. Guarda i libri, fa: tu saresti la scrittrice? Ne prende uno, come a volerne strappare pagine. Gli uomini fanno così con me quando non ho intenzione di andarvi a letto. E tu saresti una scrittrice? Non m’importa che sia insano o criminale o figlio di criminali – come alcuni ora dicono – io quel libro glielo strappo di mano e dico: lo vedi? Lo vedi perché la gente ti allontana? Tu pretendi rispetto ma non ne dai ed è per questo che ti ridono dietro, perchè non capisci? Non è insultando che avrai la nostra attenzione, e lo dico un po’ anche a me stessa quando impazzisco di gelosia per chi sia più amato e considerato migliore, non è insultandoli che riceverai attenzioni. Questo brutto vizio, tutto italico, di aggredire per non essere aggrediti. Mi dicono: lascia stare, è andato, è scemo, è un criminale, è rimasto sotto. E io insisto invece, perchè tutti hanno gli stessi diritti, nel mio mondo ideale, a tutti si deve almeno una spiegazione. Quindi lo affronto e poi gli dico: bada bene, le donne si rispettano, non ci si getta addosso in quel modo. Se tu mi rispetti io ti rispetto, e questo vale in ogni cosa. Gli offro da bere e vado via. Per meglio digerire il rifiuto decide io sia la donna di Edo e ci lascia in pace.
La performance comincia che quasi non me ne accorgo, mi lascio trasportare dalla voce, la sua voce, la voce di Olivia, la voce di Apparat. E sono alito di fumo nero nella notte, trasparenze immense, carne contorta, occhi altrove. Possedute entrambe, deliriamo, in quest’abbaglio.
Al mattino mi sveglio con quella luce calda che inonda le tegole rosse.
In treno una specie di magone m’induce a restarmene in bilico, tra il diniego e l’anelito a una perfezione che non sarò mai.

© i.p.

Foto di Stefano Borsini: “Nymphosis part I- performance su Homo homini virus” per Nero gallery al Brancaleone di Roma.
Azione performativa, (libera improvvisazione scenica) sulle suggestioni di Homo homini virus ma senza testo, né canovaccio di e con Antonio Bilo Canella, Miguel Gomez, Daniele Casolino, Ilaria Palomba

perché amo questo popolo di silvia todeschini_0

“Perché amo questo popolo. Storie di resistenza palestinese” di Silvia Todeschini (Edizioni Bepress, 2013, 183 pp.), è una raccolta di interviste a metà strada tra racconti e reportage narrativi. L’autrice è attivista dell’Internazional Solidarity Movement e della rete italiana ISM. È andata in Cisgiordania all’inizio del 2009, per poi cercare di tornare un anno dopo ed essere respinta all’aeroporto di Tel Aviv dalle forze di frontiera israeliane. È stata attivista a Gaza dall’ottobre 2010 al dicembre 2011. In questo libro ha raccolto storie di resistenza palestinese, grazie a interviste rivolte a donne e uomini di varie estrazioni sociali. Il contadino, Abu Khaled, che, fuggito dalla propria terra dopo aver visto fucilare la sua famiglia, continua a seminare grano, nonostante l’esercito israeliano ogni volta distrugga le coltivazioni. I pescatori, sparati a vista non appena superano le 3 miglia, ovvero un limite insostenibile, dal momento che normalmente la pesca si svolge su minimo dieci miglia. Sparati e arrestati mentre cercano di tornare indietro a prestare soccorso a un amico colpito dai proiettili. L’eroina islamica Fatma, partita incinta per aiutare il suo popolo a difendere la propria terra, subito arrestata e torturata. Costretta a partorire legata al letto, a non poter allattare suo figlio, a vederlo crescere in prigione, maltrattato, offeso e denutrito. Queste e molte altre storie di vita vissuta al limite della sopravvivenza e della sopportabilità, raccontate in modo diretto e cronachistico. Inframezzate da cenni storici che spiegano tutti i passaggi dell’occupazione Israeliana in Palestina, di come lentamente un popolo si sia impadronito della terra e della vita di un altro. Nei racconti fatti da contadini e pescatori, per esempio, emerge come gli israeliani non permettano ai palestinesi di coltivare i terreni e di pescare, poiché non vogliono che siano autosufficienti. Vogliono renderli dipendenti per quanto riguarda i bisogni primari. In oltre, verso la fine del libro, precisamente a pagina 158 c’è un’interessante quanto aberrante esposizione su come il governo italiano sia complice dell’occupazione israeliana. Dal 2008 al 2012, patti Nato, scambi di armi, leggi di sottesa alleanza, esercitazioni militari congiunte e altri accordi di cui non si sa nulla o quasi. Per citarne solo alcuni: “A luglio 2012 è stato ratificato un accordo che prevede la vendita di 30 M346 prodotti da una branca di Finmeccanica italiana per Israele.” “Mario Monti ha particolarmente spinto per la sua attuazione.” “L’Italia è obbligata a comprare da Israele armamenti per un valore non inferiore al miliardo di dollari.” “L’Italia acquista da Israele missili Spike, … droni e i famosi radar antimigranti a lungo raggio, che vengono installati in Sardegna” e in molte altre coste italiane. “Il filo spinato installato in Valsusa per difendere il fortino militare, ai danni degli abitanti del posto, è di ideazione israeliana.” “Nel 2012 sono stati simulati combattimenti aerei tra cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani ed Eurofighter e Tornado italiani, inoltre, cosa gravissima, sono stati eseguiti veri e propri lanci di missili aria-terra e di bombe a caduta libera.” “All’interno dell’Operazione Vega le esercitazioni si ripetono con regolarità da diversi anni.” È un libro coraggioso, parla chiaro e permette al lettore di entrare nella quotidianità delle violenze che il popolo palestinese ha subito e continua a subire. È un libro che fa chiarezza sui meccanismi politici, storici ed economici che hanno portato alla situazione attuale. È un libro profondamente autocritico nei confronti dell’Europa e dell’Italia ma anche portatore di una volontà rivoluzionaria che dal popolo palestinese investe e contagia coloro che ne entrano in contatto. Le ultime pagine raccontano di tre attivisti: un’americana, Rachel Corrie, un tedesco, Thomas Hurndall, e un italiano, Vittorio Arrigoni, brutalmente uccisi dalle forze armate israeliane i primi due, rapito e poi ucciso da un gruppo jihadista il terzo. La prima, uccisa a 23 anni mentre si metteva tra un bulldozzer e la casa di alcuni palestinesi che l’avevano ospitata per mesi. Il secondo, colpito alla testa da un proiettile israeliano, sparato da una torretta di controllo, mentre portava via dalla linea del fuoco due bambine. Il terzo aveva scritto un libro sulla sua esperienza in Palestina e ne avrebbe scritto un altro, raccontava tutto su un blog e una pagina facebook ed è stato ucciso da un gruppo terrorista dichiaratosi afferente all’area jihadista salafita. Queste le parole di Rachel Corrie in una lettera ai genitori: “Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo… Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio… Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili.”

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Ho attraversato una manifestazione in zona Largo Argentina. Un blocco. Io ero un punto fermo tra una linea retta e un blocco. Il mio desiderio era perdermi ma non ne ho avuto il coraggio. Apparat nelle orecchie da Octane ad Arcadia. Full album. Non ho avuto la faccia di perdermi nel corteo. Se l’avessi fatto sarebbe stato solo per lanciarmi negli scontri. Ho bisogno di violenza. È un momento di crisi dunque posso incolpare stato e polizia. Il punto è che sono ancora un punto e non già un rizoma. Punti e linee rette intersecano manifestazioni, vespe e orchidee, ma non le collegano. Sono un punto che viaggia in linea retta e questo mi disintegra. La bambina che sono stata mi ha sfanculata con un medio e un rovescio. La bambina che sono è una molecola impazzita. Non posso manifestare con loro perché non conosco i loro slogan, la loro musica mi fa cagare, non mi sintonizzo sui loro piani di realtà. Perciò quella manifestazione io l’ho attraversata senza tuttavia viverla. Da bambina avrei dato l’anima pur di picchiare uno sbirro. Era già pronto lo zaino per Genova ma mio padre non mi ha permesso di varcare la soglia dell’uscio. Per questo ho optato per una sana ed onesta tossicodipendenza dal dolore. Un no può cambiare il flusso degli eventi, in modo definitivo oserei dire. Non puoi andare al G8 di Genova, hai solo 14 anni. Non puoi diventare lesbica, hai solo 16 anni. Non puoi lavorare, hai solo 18 anni.

La verità è che sono stata una bambina obbediente, ho obbedito a ogni sua parola, a ogni loro parola e sono diventata la loro nullità.

Se avessi fatto quel che realmente avrei voluto ora non starei qui, seduta sui gradini di Piazza S. Maria in Trastevere a guardare giocolieri scarsi mentre una sgangherata urla, con una bottiglia in mano, che le hanno fregato il suo cappotto migliore, quello di pelliccia. Lei, unta e sdentata, con i capelli appiccicati sul viso e quell’odore di malattia venerea attaccato alla pelle, lei, è chiaramente la proprietaria della pelliccia che dichiara d’aver perso, non ci sono dubbi.

Bevo dell’acqua. La manifestazione è già sfiorita, ho attraversato Roma in cerca di COSA? Di diventare ecceità, nebbia, luce cruda.

Ora torno esangue sulla strada di casa, prendo il 30 express mentre ascolto ancora Octane, è una nenia. I palazzi settecenteschi si sgretolano come marzapane, l’autobus è pieno di frasi fatte contro il governo, la crisi, questa parola su tutte le bocche boccheggianti di anziani spiaccicati effetto sardina nel vetro del conducente. Esistono soltanto due possibilità, una è il liberismo, l’altra il liberismo meno meno. Ma si tratta pur sempre della stessa famiglia. Puzza di fogna, i loro aliti. Puzza di vuoto, le mie giornate.

Ho fatto ventiquattro colloqui cercando ventotto lavori diversi. Schiacciata nelle puzze della città che mi sono scelta come tomba ritorno, puntiforme verso la Colombo e poi a casa, al sicuro, lontano da un modo che seduce e divora, Kronos, i suoi figli bastardi.

Mentre salgo le scale e il portone fa un tonfo, il cellulare mi vibra in borsa. Dopo duemila tentativi di ricerca tattile tra moleskine, deodoranti, porta trucchi e sigarette, eccolo, lo afferro.

Ti ho sognata stanotte, mi sono masturbata.

Con questo messaggio bloccato nell’esofago giro tre volte la chiave nella toppa e ci sei tu, che sei tornato prima di me e c’è odore di sugo nell’aria, salsa fatta in casa e occhi che sorridono. Il mio maglione è impregnato di fumo di sigaretta.

Com’è andata?

Solita storia.

Ti avvicini, mi sfiori, c’è questa energia potenziale che si trasforma in occhio spalancato sui nostri corpi. Me ne sto distante da tutto e sono giovane e vecchia. Mi accarezzi le spalle, per te c’è ancora speranza. Le pareti viola sono un occhio che ci guarda e spoglia. Lo specchio di fronte al letto, le tue mani tra le mie cosce e le mie che ti acchiappano i polsi. E le tue che si liberano, s’infilano nel mio maglione. Quel telefono vibra, vibra sempre. Mentre lo specchio spia le nostre nudità, io mi volto a guardarlo, il telefono, è ancora lei. La tua testa tra le mie gambe, la tua lingua a cercare infiniti. La mia voglia che è una linea. Questa terra senza organi. Mi sento fremere, accarezzo i miei seni, sfiorando le areole, ti prendo per i capelli spingendoti dentro quasi volessi inglobarti nella mia vulva. E allo specchio siamo un tetraedro di pelle. C’è un odore forte di limone, umori sottili, sperma e lacrime. Ti spingi dentro come se volessi cancellarmi i ricordi. E ci riesci. Adesso fumo distante, ho le cosce bagnate e una mano tra le gambe.

Chi era al telefono?

Non era nessuno.

Non è vero.

Cosa cerchi, amore, la mia verginità? L’ho smarrita molto presto. La purezza l’ho sotterrata nel cemento dei crateri di macerie su cui ho danzato libera da forme e morali. Su cui ho danzato i miei duemilaedodici sospiri mentre tutto attorno crollava e continuavo a non vedere futuri ma omicidi, tingere di rosso i muri di queste arcane pareti. Ho danzato note technossessive mentre gli altri erano cumuli di zombie. Ho danzato il teatro metonimico della mia decadenza. E poi sono uscita dai casolari distopici e ho visto tutte le albe del mondo diventare dinamite. Ho visto kamikaze lanciarsi a picco sui miei sogni e profanare le mie illusioni in un unico botto di morte e overdose e pseudoamici invidiosi e disastri in fabbrica. Era l’apocalisse ma io continuavo, amore, a ballare mentre il futuro si sgretolava e i soldi finivano e tutto mi sfuggiva. Io danzavo su queste macerie e ridevo a crepapelle figurandomi allo specchio l’immagine del dio che mi stava strangolando.

Ora siamo qui, uniti ma distanti, quanti orgasmi servirebbero a cancellare il quotidiano.

Non puoi fuggire per sempre – mi dici – un giorno la realtà verrà a cercarti.

Lo so, ma non lo ammetto. Fumo, tossisco, smanetto sul computer, smanetto per riscrivere un romanzo che mi strazia. Ma a cosa serve? A cosa servirà?

C’è lei che mi tenta.

Vorrei abbracciarti, mi scrive.

E sbranarmi, rispondo.

Vieni qui, ti farò divertire.

Le sue parole sono il becco di un picchio. E mentre conto gli spiccioli per il biglietto ti osservo e mi guardi e qualcosa non va, lo sappiamo entrambi ma nessuno prova a muovere un solo muscolo. Devo riuscire a perderti per poterti ritrovare, il punto è che non so se reggerò la botta. Sto preparando un inferno di favole. Tu mi odierai e saremo altrove. Non ho voglia di ammettere, devo schivare, tutto e tutti, persino il tuo dannato tentativo di salvarmi. Da cosa, poi? Da me stessa? Non puoi salvarmi da me stessa. E ti odio, questo penso mentre ancora la tua mano è tra i miei seni e il tuo sguardo acchiappa il mio come a volerci leggere dentro l’anelito della menzogna che ci stiamo raccontando per resistere al mondo. Al mondo che ci divora.

 

 

© ilaria palomba

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Le sue mani sanno di anice. È un odore che non proviene dal suo fiato e non ci sono segni nel suo volto di trascorsi alcolici. Sono quelle mani, ora così vicine alle mie. Le sento fortissimo sulle mie labbra, premere contro il cuscino. È un odore che mi fa sentire in gabbia. Me lo ricordo perché la prima volta non sono riuscita a resistergli.

… continua…

© Ilaria Palomba

sangue

Dove sei? Sono più di due ore che sei fuori. Sei uscita con quella tua amica, quella un po’ zoccola, bionda. Andiamo a fare shopping, hai detto. Ma sono le otto di sera, ora i negozi sono chiusi. Dunque dove sei? Non sarete andate a ballare, perché se foste andate a ballare me l’avresti detto. E poi a te non piace ballare, non ti è mai piaciuto. Allora dove sei? Da quanto tempo ti sto aspettando? Attimi. Minuti. Ore. Dove sei? Il sapore amaro del caffè Illy. Quel profumo al gelsomino sulle lenzuola sfatte. La voce insistente del telegiornale che tenta di colpirmi ma con scarsi risultati. Le mie orecchie assorbono ogni sillaba ma non rimandano l’impulso al cervello. La mia mente è altrove. Dove cazzo sei? Mi dilanio le unghie, la pelle si stira, si contorce, viene via. Dove sei? Probabilmente quella grandissima troia ti avrà portata in un pub, sì, uno di quei posti in cui la gente beve, parla, ride, scherza e approccia. Ora starete ascoltando dell’immonda musica commerciale mentre le sue labbra si accostano al tuo lobo e ti sussurrano: li vedi quelli? E tu li vedi. Ora sai che puoi guardare altri uomini oltre me. Uno dei due è riccio e ha gli occhi verdi, un maglione dello stesso verde degli occhi, l’altro, un professorino occhialuto molto magro, con lo sguardo da falco. Il riccio incrocia il tuo sguardo. Dove cazzo sei? Per un attimo ti senti una merda per averlo fissato così insistentemente. Ci hanno puntate da un pezzo, osserva la tua amica zoccola. E tu ti fingi distratta, il sapore della Guinness tra le papille gustative, la lingua passata sui denti con la stessa frenesia con cui hai distolto lo sguardo dal riccio. Dove sei, bastarda? Sono le nove di sera. I negozi sono chiusi e tu sei in un fottutissimo pub. Il tagliere di salumi è quasi finito. Hai mangiato tutti quelli piccanti. Ora hai quel sapore in bocca e lo innaffi di Guinness, te la scoli in un attimo per toglierti il piccante dalle labbra. Uno di loro si alza in piedi e viene verso di voi. La bionda si stira un ciuffo di capelli freschi e laccati con l’indice e il medio. Vi scambiate sguardi complici. Dove sei? Il professorino finge di essere molto occupato con qualcosa sull’iphone. Dove sei? Il riccio è a un passo da voi, avete da accendere? Non si può fumare qui dentro. Adesso fai anche la spiritosa, peccato che con me non va mai così, l’ironia devo cavartela fuori come un dentista caverebbe un dente cariato. Il riccio indica la porta. Andiamo un attimo lì fuori. La bionda zoccola annuisce contenta, ha un golf rosso con uno spacco a V sul seno, due bocce rifatte che rimbalzano negli occhi del riccio. Dove cazzo sei? Stai già tirando fuori l’accendino dalla borsetta nera di Furla mentre la tua amica si è alzata in piedi, respira profondo, mostrando quel miracolo di chirurgia estetica un po’ a tutto il locale. C’è quella stupida canzone di Cesare Cremonini, com’è che fa: una come te? Ecco adesso il riccio infila gli occhi nei tuoi, è sicuro che insomma vi siete intesi. Gli porgi l’accendino, lui ricambia con una sigaretta. Il professorino si alza in piedi e viene verso di voi senza aver mai tolto gli occhi dalla scollatura della tua amica mignotta. Avete quattro sigarette in mano. Il sapore della birra amara giù per la gola. Uscite. Tu indossi un paio di jeans di quelli ben stretti sul culo. Il riccio adesso t’incolla gli occhi a quel culo che si muove verso l’uscita del locale e diventa un cuore. Il riccio non toglie mai i suoi occhi schifosi come artigli da quel cuore pulsante. Immagina di toccarlo, assaporarlo, morderlo, penetrarlo. Siete fuori, il rumore delle auto, il freddo d’inizio febbraio. Andiamo dentro a prendere le giacche? La zoccola non accenna a muoversi. No, poi non si noterebbero più le sue tettone rifatte, allora una cosa diavolo spende seimila euro a zinna se poi deve indossare un giubbotto che gliele nasconde? Soprattutto in situazioni come queste. Il gusto secco della Galouise che stai fumando. Il sapore del lucidalabbra al lampone appiccicato al filtro della sigaretta. Presentazioni. Che fate dopo? C’è un concertino jazz in un locale a Trastevere. Veramente dovrei tornare a casa, accenni, mio marito mi aspetta. E facciamoli aspettare questi mariti, ti zittisce subito la zoccola mentre il professorino le ha già piantato una mano intorno alla vita, ora stringe la carne dei suoi fianchi. La tua pelle è intirizzita, dalle labbra sputi fumo anche se hai finito la sigaretta da più di dieci minuti. Entriamo? Il riccio paga la tua Guinness e il professorino lo spritz della zoccola. Troia, dove cazzo sei? Sei imbarazzata, lo so, ma non lo dai a vedere. Quegli occhi verdi scrutano ogni dettaglio. S’infilano nelle fibre della maglietta, nelle tasche dei jeans. Quegli occhi sono cazzi e ti strusciano ovunque. E poi le rughe d’espressione sulla fronte, la carnagione ancora abbronzata. Cosa fai? Vai a sciare? Veramente sono un subacqueo. Cioè sono un avvocato ma ho sempre avuto la passione per le immersioni. Tu cosa fai? Lavoro per un’agenzia immobiliare. No, non guadagno molto, di questi tempi poi. Si è passati da Cremonini a Vasco Rossi. Voglio trovare un senso a questa vita. Dove cazzo sei, baldracca? La tua amica è lì che gioca con le dita del professorino. Gli sta dicendo che lavora in un negozio di alta moda mentre il suo indice fa cerchi concentrici nel palmo di lui. In realtà fa la commessa in un negozio di cinesi. Lui ovviamente insegna storia dell’arte ma al momento non è di ruolo. Sì, è un momentaccio per tutti. E poi via, fuori a bere ancora. A confondere nell’alcol i desideri di questa notte. E io qui su questo divano a sciroccarmi una televendita con altre due zoccole, ma con vent’anni meno di te e della tua amichetta succhiacazzi. Tutta questa carne esposta e svenduta in primissimo piano. Sono le dieci di sera, dove cazzo sei? C’è quel pane duro di ieri ancora lì incartato. Ecco, lo scarto. Prendo il coltelo da cucina, quello di venti centimetri per tre, manico rosso, affilato, i miei occhi iracondi si specchiano nella lama. Il pane duro si taglia come un pezzo di ricotta. Faccio due fettine e il resto lo conservo. I primi due li infarcisco di prosciutto crudo e parmigiano di stamattina. Ripongo il coltello nel mobile, anzi no, lo lascio sul lavabo, dovessi volermi tagliare altro pane. Mi scolo un’altra heineken. La terza di stasera. Addento il panino e immagino di addentare il tuo collo candido. Quel collo che ti sfiori mentre sei in macchina, sedile davanti, accanto al riccio che guida con quegli occhi dello stesso verde del maglione e non guarda la strada, guarda te. Spero che vi ammazziate. Ti volti un attimo, la mano sul collo ti ha provocato un eritema, hai sempre avuto la pelle sensibile. O mio dio, non ci posso credere. La tua amica pomicia come una grandissima baldracca con il professorino che per l’occasione ha pensato bene d’infilarle anche una mano tra lo spacco di quelle tette, così grosse. Ti irrigidisci. Perché tu, sì, sei troia, ma non così troia. Dove cazzo sei? Su quel sedile diventi di pietra. Fai un paio di sorrisi forzati. Il riccio cerca di sorriderti anche lui, sai, il mio amico non ha una femmina tra le mani da più di due anni, vorrebbe dirti ma non lo fa. Dove cazzo sei? Siete arrivati nel jazz club, vicino piazza Trilussa. È una porticina nera. Si entra. I due maschioni pagano l’ingresso. Si scende. Le pareti sono rosse. C’è odore di vino d’annata appena stappato. In fondo alla scala una luce soffusa. Dieci tavolini rotondi e delle sedie lavorate in ferro battuto. Sul palco di fronte un paio di tizi, uno con un sax l’altro al pianoforte a coda, di quelli che ti piacevano tanto e che avresti voluto in casa prima di smettere definitivamente di suonare. Ecco, sediamoci lì. Mi raccomando, scegliete l’angolo più appartato. Dove cazzo sei? Si avvicina un cameriere, di quelli col papillon. Sono le undici. Dove cazzo sei, troia? Una bottiglia di chardonnays, il riccio vuole fare il galante. Tartine e chardonnays. La biondaccia con le zinne rifatte si siede sulle gambe del professorino. Ecco il vassoio. Il vino scende nell’esofago. Le tartine al tartufo deliziano le papille gustative. Il riccio t’incolla gli occhi addosso, ti acchiappa con i suoi e non ti molla più. Vai un attimo in bagno, devi pisciare, non ti trattieni. Ti guarda il culo a forma di cuore mentre lo muovi lontano da lui. Cammini reggendosi alle pareti rosse. Cazzo, quanto ho bevuto, pensi. Poi l’alcol proprio non lo reggi. Ecco, sei arrivata in bagno, rischiando un paio di volte di intralciare i camerieri con i vassoi. Una porta nera col disegno stilizzato che sta per signore. Ecco, ci sei. Una goccia di urina ti ha sporcato gli slip. Finalmente apri la porta, slacci i jeans, abbassi le collant e le mutandine bianche di pizzo. Uno scroscio di pioggia dorata scende fluido centrando il fondo del cesso. Mannaggia, non c’è la carta igienica, va be’, pazienza, ti tiri su le mutandine che ti lasciano una sensazione di umidità tra le gambe. Una goccia calda ti scivola lungo la coscia mentre ti rialzi i pantaloni. Ti lavi le mani, te le asciughi addosso. Dove cazzo sei? Fai per uscire dal bagno della signore quando osp sbatti contro qualcuno che causalmente, con tanto di disegno che capirebbe anche un bambino, ha sbagliato porta. Dove cazzo sei? Di là suonano Summertime a luci soffuse, la tua amica si è fatta infilare le dita nelle mutande, davanti a tutti, dal professorino. È mezzanotte. Dove cazzo sei? Sbatti i pugni contro il suo maglione verde acqua poi sollevi lo sguardo ed è lui. E allora non puoi più trattenerti. La sua lingua nella tua bocca cerca la tua. Le sue mani finalmente acchiappano quel culo tondo e sodo su cui ha sbavato per tutta la sera. Le sue bave sulle tue labbra. Il segno del tuo lampone sul suo collo. Le mani nelle increspature dei capelli. Vi chiudete nel cesso. Le tue mani sul lavandino freddo. Le sue a sbottonarti i jeans. I tuoi occhi socchiusi sbirciano lo specchio. Il suo bacino in avanti. I tuoi jeans giù fino alle ginocchia. Le sue labbra spalancate. Una mano sui tuoi fianchi l’altra sulla schiena e poi giù tra le tue gambe ad accarezzarti i peli. Quella goccia di pipì si è trasformata in un lago. I tuoi occhi nello specchio acchiappano i suoi, socchiusi e trasognati, vogliosi, predatori, mentre le sue dita scivolano nel tuo ano e poi qualcosa di grosso e caldo. Ahia, mi fai male. Lasciati andare. Lasciati andare un paio di palle. Ormai è già dentro. Ti brucia. E poi guardi nello specchio il suo bacino avanti e indietro avanti e indietro e poi sempre più veloce. E la tua schiena sempre più schiacciata sul lavandino. La tua mano destra afferra il rubinetto freddo come fosse un cazzo. E lui sempre più avanti e indietro nel tuo culo mentre le sue dita sfiorano il clitoride e i tuoi umori ti sporcano le gambe. Dove cazzo sei? Troia, te la stai spassando? Sono alla decima heineken e un filmaccio americano tra inseguimenti e sparatorie. Non riesco più a comprendere una sola parola e adesso neanche a sentirle le parole. Queste immagini del cazzo mi ronzano in testa come mosche fastidiose, ansi zanzare, zanzare tigri. Ecco che sta venendo. Il suo seme scivola fluido nel tuo culo. Arriva fino all’intestino. Poi vi rivestite. O mio dio, cos’ho fatto. Anch’io sono sposato, dai, dopo tanti anni, queste cose capitano. Ti tranquillizza. Dove cazzo sei? Il concerto è finito. Sono andati via tutti. La troia e il prof aspettano solo voi. Lei ti sorride sgargiante. Ecco la mia amica, addirittura più troia di me. Sigaretta? Indubbiamente. Quattro passi per raggiungere l’auto. Fa un freddo boia. Dove cazzo sei? Ora ha anche una mano intorno alla tua vita. Le Galouise stanno per diventare le tue sigarette preferite. Posso avere il tuo numero? Meglio di no. Tanto lui ha il mio, esordisce la biondaccia, organizziamo un’altra uscita a quattro in questi giorni. Sì, ma non diamo nell’occhio, sai mio marito. Azzardi. Tuo marito deve darsi una bella calmata! Fa la zoccola. Mandalo in psicoterapia come ho fatto col mio, adesso prende il darkene e la sera si addormenta ancora prima che io esca. Risate. Ecco che vi lasciano dove avete parcheggiato. Saluti salutini baci bacetti. Sulla bocca? No, no, sulla guancia, dai, sulla bocca è esagerato, in fondo è stata solo una bella scopata. Ci risentiamo, allora. Contateci. E adesso siete nella sua smart, rossa come il suo maglione. Dai, racconta! No, no, m’imbarazza. Ve la siete spassata, eh’ tutto quel tempo in bagno… Abbastanza. Ma ora sono in ansia. È l’una, cosa dico a mio marito. Dove cazzo sei, lurida troia, baldracca, pompinara? Ma dai, digli che stasera abbiamo giocato a fare le teenager, che siamo andate al concerto di quel gruppo… come si chiama’ quello che ti piace tanto. I Portishead? Eh! Sì, brava, loro. Ma scherzi? Ci sarei andata con lui e poi avrei preso i biglietti secoli prima, non è mica scemo. Va be’, dai, una scusa la trovi. Intanto siete al Pigneto. La smart rossa attende che tu infili le chiavi nella toppa. Il rumore delle tue mani che tremano. Non trovi la chiave. La bionda se la ride. Eccola, l’hai trovata. Poi tutti quei piani a piedi. Hai il fiatone. Dove cazzo sei? Cammino avanti e indietro nell’ingresso. Questo mobile in legno con tutte le cartacce da riordinare è tuo. Perché io non lavoro da ormai un anno e non ho più nessuna cartaccia da riordinare. Cammino avanti e indietro e mi tocco la testa stempiata e mi tocco la barba. Avverto un rumore di tacchi. Poi la chiave che gira nella toppa. Eccoti. Entri. Hai il fiatone. I capelli in disordine. La voce del telegiornale parla di elezioni, disoccupazione, accoltellamenti. Accoltellamenti. Eccoti. Divertita? Hai i capelli in disordine. Li metti dietro le orecchie. Guardami! Ti grido contro. Mi guardi. Sono stata con la mia amica. Lo so che sei stata con quella baldracca della tua amica. Ma ti senti bene? Perché fai così? Cammino avanti e indietro. Voglio solo sapere se te la sei spassata ben bene. Siamo state al cinema. Ah, sì? A vedere cosa? L’ultimo di Tornatore. Ah sì? E di che parla. Cominci a spiegarlo. Non ti ascolto, non sento neanche un millesimo delle tue parole. Boiate! Amore, ma stai bene? Sei tutto rosso paonazzo, ti prego. Boiate! La mia mano si schianta sulla tua guancia. Lanci un urlo. Ti schiacci contro il muro punti la porta. Ma che sei scemo? Gridi. Il coltello è lì accanto al lavabo, in una casa di quaranta metri quadri non ci si mette nulla a trovare gli oggetti quando servono. Benissimo, dico, adesso calmo. Dove cazzo sei stata? Te l’ho detto al cinema, ora tremi. Tremi forte. La mia mano stringe il manico di plastica del coltello. Ti prego non fare così, mi spaventi. Voglio la verità. È la verità! E allora dalle otto alle dieci dove sei stata? In un bar, a bere una cosa. A bere, rido, rido forte adesso avvicinandomi a te lentamente con l’arma in mano. A bere, ripeto. A bere, ripeto ancora più lentamente. Amore, ti prego. Adesso senti il tanfo del mio alito da dieci litri di birra. A bere, ripeto ancora sussurrando. Sono a un palmo da te. Con quella zoccola. Non parlare così di… non ti lascio finire. Il mio coltello contro la tua gola. Ti prego sussurri, ora piangi, piangi, brava, godo quando piangi a causa mia. Finalmente conto qualcosa. A bere. Ripeto. Ti sfioro la gola. Gridi. Ti tappo la bocca. Zitta troia. Ti spingo il palmo contro le labbra, mi sporco delle tue bave. Piangi forte forte e mi sporco anche delle tue lacrime. A bere. Ora il mio coltello preme sulla tua carotide, le prime gocce di sangue sgorgano libere sul tuo collo bianco. Poi di scatto mi tiri via con un calcio in pancia. Faccio un passo indietro. Afferri la maniglia, stai per scappare. Dove cazzo vai? Richiudo la porta, ti prendo per i capelli. Ti metti a urlare. Ti scaravento a terra e poi mi avvento si di te. Una coltellata in gola, quel collo così candido, una nello stomaco e una nel cuore, così vediamo se ce l’hai un cuore. Il suono di una sirena. Il coltello sporco del tuo sangue ora finisce nella mia gola. Meglio la morte che il gabbio. E tutto questo per colpa tua, troia. Non riuscivo a credere che fossi così vuota come persona, ho dovuto squartarti per accertarmene.

 

 

 

 

 

 

© Ilaria Palomba

Ieri sono uscita tardi, non c’era grande tensione, solo, il 714 non mi ha portata a Termini, c’erano delle deviazioni, nessuno dei pendolari stava andando a manifestare. Scendo su via Merulana e una volta al Colosseo prendo la metro per Policlinico. C’è poca gente in giro, poche auto, il solito odore di Roma: smog. Il Tevere è inquieto e ha le sue ragioni, anche se è lercio, è pur sempre un fiume e qualcuno diceva che i fiumi conoscono tutte le cose.

 

Mi reco alla Sapienza, anche lì dentro pochi studenti, qualche striscione: medicina preoccupata, 14 novembre sciopero generale, qualche studente che strimpella roba dei Radiohead alla chitarra. In Piazza Aldo Moro cominciano gli schiamazzi. C’è un delirio di gente. Non si contano per quanti sono. Mi butto nella mischia. Mi sento un po’ a disagio, non sono mai andata sola a una manifestazione.

 

Molti sembrano minorenni. Immagino che molti di loro, come me al liceo, completamente inconsapevoli. Io mi buttavo in risse, scioperi, manifestazioni violente, occupazioni, per il solo piacere di stare con gli altri. Poi era chiaro che poco per volta tutto mi stava togliendo pezzi di ossigeno, ma io andavo lì perché ero una ragazza sola e forse anche un certo tipo di socialità diversa da quella prestabilita, può essere rivoluzionaria. Comunque non me ne sbatteva molto dei motivi, non li conoscevo mai in modo approfondito.

 

Qualcuno però qui li conosce molto bene, ed è incazzato nero.
Puzza di fumogeni, nubi rosa nell’aria, caschi integrali. Qualcuno qui sa benissimo che Monti, Gelmini, e compagnia bella, destra e sinistra insieme, si spartiscono l’Italia mentre fingono di scazzottarsi per dare spettacolo. Qualcuno qui con i suoi sedici anni è molto più convinto e consapevole di quanto non lo fossi io alla sua età. Forse perché la vita, anno dopo anno, si è inclinata vero una caduta ripida senza ritorno. Noi protestavamo contro la Moratti, contro la guerra in Iraq. Qui c’è gente che non vede più un futuro. Io stessa sono qui perché non vedo uno straccio di futuro, non sono riuscita a trovare uno straccio di lavoro, mi chiedono di pagarmi 3000 euro di corso d’inglese per lavorare. Studio e scrivo dalla mattina alla sera ma il sistema editoriale italiano, a meno che non sforni un bestseller con film incluso, non ti permette di campare con la cosiddetta arte. Arte è sinonimo di scansa fatiche in questo paese del cazzo. Porca puttana la gente vive nelle tende, nei capannoni, senza acqua calda. La scuola va a puttane, pare non serva più a niente. Vogliono un popolo di idioti così possono drogarci ogni giorno con le loro stronzate e convincerci a COMPRARE anche quando non sappiamo come arrivare a fine mese. Mi ricorda il film Essi vivono. La fantascienza è ormai divenuta realtà. I più grandi incubi horror del Novecento sono all’orine del giorno in questa vita di decadenza duemilesca. Io stessa non ho voluto fare la specialistica perché non ho certo bisogno di un’altra pezza per pulirmi il culo. Qui, se non si occupa tutto, ci ridurranno a tanti zombie che si nutrono l’uno del sangue dell’altro.

 

Parte il corteo. Mi sento un po’ strana. Qualcuno fa anche un po’ di battutine sui miei anfibi démodé. Qualcun altro mi guarda di traverso. Mi accorgo che quella ragazza sola vive ancora dentro di me e non vuole proprio lasciarmi. Ho imparato a non cercare l’approvazione negli altri. A tenermi il mio disagio, la mia solitudine, facendo lo stesso ciò che desidero, in ogni momento. Tra cori, schiamazzi e fumogeni, arriviamo a Termini nella più totale non violenza. Ci sono anche diversi insegnanti qui a manifestare con i loro studenti. E poi naturalmente i lavoratori precari, chi non ha più pensione, i centri sociali e tutti coloro che vorrebbero costruire qualcosa di diverso.

 

A mezzogiorno mi allontano perché ho un appuntamento importante a San Lorenzo. Ma sento che nell’aria c’è qualcosa. Qualcosa che non gira bene. So che qualcuno si farà male. Il Tevere vorrebbe straripare. Quando cerco di raggiungere il corteo il delirio è già iniziato. Arresti, gente che si prende manganellate in faccia. Qualcuno ci resterà sfregiato a vita. Il Lungo Tevere è attraversato da un’ondata di sangue e terrore. Penso che sarei potuta essere io quella con la faccia fracassata da un manganello. Penso che sarei potuta essere io una degli arrestati che continueranno a subire umiliazioni e vessazioni in questura. Penso che sarei potuta essere io quella identificata e denunciata, che vedrà sfiorire anche la lontana possibilità di un posto di lavoro. Penso che devo comprarmi un casco integrale e delle scarpe da ginnastica, perché qualunque altra cosa accada, io voglio essere lì, con loro. Quello che coloro che ci governano non sanno è che dopo che ci avranno tolto tutto, non avremo più nulla da perdere e allora diventeremo delle belve.

 

© Ilaria Palomba (articolo e foto)