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Category Archives: letteratura

tempio

 O forse semplicemente non avevo pareti e non ne ho ancora hai presente quando ci si spacca e sei un frantumo di ricordi che non vanno a posto essere fuori è essere indietro e avanti senza presente questo mi sento adesso senza presente avere quindici anni e cinquanta come aver perso la partita al ping pong dell’abisso lo leggete ancora l’urlo di ginsberg vorrei poterti dire che oltre il corridoio c’incontreremo ma non è vero non sempre si incontra altro che la propria immaginazione l’immaginazione può fecondare e quando la realtà ti si pianta addosso con la prepotenza di un avvoltoio ingoia le carcasse nel cassetto gli armadi sono diventati bare a furia di metterci scheletri lo so sono dannatamente generica se non lo fossi mi direste che sto parlando di me giusto no ma io sto parlando di voi di tutti voi di un noi che non è noi perché abbiamo perso la guerra abbiamo perso la guerra più di quarant’anni fa e ora ci rifugiamo nelle creature digitali nelle illusioni fantasmagoriche del web dove siamo tutti star e poi magari m’incroci e non vedi il muro di fantasmi e ci vai a sbattere hanno le voci del vento e sussurrano sussurrano con tutte le facce del passato e tu le vedi in me ne senti l’odore l’odore del passato del tradimento dell’abbandono e me lo fai scontare ma io non sono il tuo passato e non sono neanche l’immagine che hai veduto a una dimensione io sono erba bagnata cielo fulgido al vespro sono maree in tempesta sono aria di monte sono lava di vulcano sono lama che infrange trafigge dissipa al vento fa scampoli del corpo e torna alla terra e tu hai voluto pagassi hai voluto pagassi con la carne bloccato il torace il cuore che tace hai voluto vedermi riflessa nel tormento sorgi dalla notte dei tempi sorgi deriva portami fuori fuori da questi specchi sbrecciati in cui condannarmi al ritorno di un sempre e di un mai sorgi e dilania tutte le medesimezze e ovvietà sorgi pietà fa di me un gatto un albero o un fiume fa di me il mare traduci in tempesta la mia umanità spaccami ancora in mille parti e mille occhi così che io possa vedere lontano oltre l’umano fuori da queste quisquilie chincaglierie per le allodole rampicanti senza fiori i boccioli li hanno strappati volevo solo sapere dove arrivare ed è quello l’errore mettersi a cercare il fondo non c’è bisogna scivolare scivolare scivolare più in basso e il più in basso è più in alto senza gravità che senso ha dire alla terra di ruotare il suolo e il cielo lo spaziotempo E = mc2 ma stringimi amore precipito e volo senza vie di mezzo divieni con me bestia e Dio.

© i. p.

rouge

Si dice che una maschera rossa entri nella stanza delle bambine per portar via loro l’innocenza. Ad alcune capita a undici, ad altre a quindici anni. A nessuna così presto, a nessuna. Ti domandavi perché seguire percorsi predefiniti, come l’impossibilità di tracciare una linea tra gli eventi. Solcavi Piazza del Popolo, l’aria aveva la consistenza di un piccolo rovo. Entravi nel negozio di bambole, la signora Cesetti, vita stretta, capelli bianchi, voce grama, occhiali. Tutte le bambole stavano a guardarti.
Il signor Cesetti.
Perché va così lontano? Che motivo c’è? Una religione l’abbiamo anche qui. Ma serviranno poi tutte queste privazioni?
La signora Cesetti.
Le foto di mio figlio in bianco e nero, la comunione, il matrimonio, il divorzio. Quarantasei anni. Mio figlio giornalista sportivo. Ma voi giovani, voi giovani…
Il signor Cesetti.
E ha fatto molti giorni di digiuno? Non la trovo sciupata.
Tua madre.
Mi dia del tu.
Le bambole avevano abiti antichi. Tua madre si commuoveva troppo spesso e troppo spesso s’inviperiva, le cambiava l’espressione, lo faceva anche quando eri bambina, mentre ti abbracciava. Le mani al collo, le mani al collo. È per il tuo bene.
Tua madre.
La mia bambola, la mia bambola era così e aveva questo vestito azzurro e questi occhi turchesi e stava sopra una sedia a dondolo per bambole proprio come questa.
C’era l’odore del legno.
Tua madre.
Perché adesso i giocattoli sono così violenti?
Bisognerebbe allontanare da sé il tempo. Quando hai dieci anni il tempo è una prateria, collima con l’orizzonte al vespro, e la luce indora il nitore delle foglie, delle stoppie, gli infiniti appezzamenti d’erba e grano.
Tu lo sentivi e nel toccare le braccia lisce e fredde di porcellana della bambola anni Cinquanta non avevi memoria del trascorso. Il peso del tempo era una macchia di ruggine sulle lenzuola bianche, la notte. Svegliarsi con lo stomaco silurato. Raggiungere il bagno e sentirsi tremare le gambe. Lo specchio. Un traditore. Traditore. Da questa notte conterai i cicli lunari, ti metterai a strapparti i peli con la pinzetta per le sopracciglia. Da questa notte la carne di troppo somiglierà al sacrilegio. Da questa notte il sangue avrà l’odore del tempo. E se fino ad allora gli anni non erano che numeri segnati sopra candeline azzurre, da questa notte saranno chiodi cui affiggere scadenze.
La signora Cesetti ti prese il viso tra le mani, il mento, le gote.
Questa bambina, questa bambina…
Le lancette scandivano i secondi, i secondi avevano l’afflato del respiro delle bambole.
Quale bambina? Questa bambina sanguina e ha gonfio l’addome e comincia a guardarsi allo specchio di profilo per controllare l’entità del dramma.
Tua madre camminava tre passi avanti, fuori dal negozio e singhiozzava.
La mia bambola d’infanzia, mia madre, mia madre, quante volte le ho detto sparisci e quando l’ha fatto davvero… aver perduto gli anni migliori.
La luce abbacinante del mattino inondava la trama dei fili elettrici su cui si muovevano i tram. Facevano il rumore dei treni e doveva essere lo stesso il secolo scorso, quando la gente si salutava sulle banchine con fazzoletti rossi. Il rosso scandiva i secondi e, mentre camminavi per via Flaminia, sentivi sgorgare il sangue e gli sguardi degli uomini non erano più innocenti.
Ti vedevi capovolta dentro il negozio di bambole, dovevi aver immaginato il volto di tua madre sul corpo.
Mamma, portami ancora in un negozio di bambole.
La gonna a pieghe si scuoteva appena nella bora di settembre.
Non stava a sentirti, aveva dentro tutto un passato che tornava su e si vedeva riflessa negli occhi di sua madre. Eravate prossime alla piscina e non volevi entrare. Non volevi accadesse. Bagnarti i piedi senza poter entrare. Dir loro: è successo, è successo, è venuta a prendermi! L’ho vista, sapete, la maschera, gli occhi di ammannite, le labbra di ferro, il naso di ruggine, e le lancette hanno cominciato a ticchettare, a ticchettare. L’ho vista, sapete, stanotte. L’ho vista. Mi ha detto: sei pronta? Comincia a contare, comincia. Ho fatto quella cosa. L’ho fatta. Socchiudendo le palpebre, l’ho fatta. Mi sono svegliata nel cuore della notte con una specie di chiusura nello sterno. Lo stomaco. Il ventre. E poi giù: la pancia era gonfia, colma di un segreto tremendo. La maschera è venuta, l’ho vista nel fondo del soffitto, a occhi sbarrati, l’ho guardata. Mi ha detto: ti ho presa!
Ho lottato, le ho detto: stanotte voglio dormire ancora. E tu sparirai. Chiuderò gli occhi. Lascerò scivolare le dita sotto il pigiama e tu non ci sarai più. Non ci sarai. Non esisterai. L’ho fatto di nuovo. Il suono dei gemiti riempiva le pareti. Mi metteva i brividi ma non riuscivo a smettere. Si è messa a ridere, si è messa. Rideva e non riuscivo a smettere. Rabbrividivo e non riuscivo a smettere. Sentivo le lancette, le lancette, battere come tamburi. Le dita in bocca. Sapore di ruggine. Un dolore cavo nel basso ventre. Poggiandomi al muro sono andata via e mi ha seguita nel bagno, mi ha seguita. Odore di ruggine. La luce accesa. Lenzuola bianche. Una macchia di ruggine. Ti ho presa! Ti ho presa! Mi appartieni! Le lancette avevano il suono di un tamburo.
Mamma, non riesco a dormire.
Vieni qui, nel mio letto, vieni qui.
Le dita sporche. Le cosce. Il soffitto. Le lancette. La stolida risata. Rigirandoti nel letto hai continuato a sognarla. Ti ha detto: non puoi sfuggire al tempo, non più, non puoi sfuggire.
Le lancette sono diventate tasti di un pianoforte metallico. Fili elettrici. Un ordigno. Il conto alla rovescia. Il conto alla rovescia. Nove. Otto. Sette. Sei. Cinque. Quattro. Tre. Due. Uno. Zero. Hai aperto gli occhi. Nessuno può vedere la propria morte in sogno. Soltanto, tua madre non c’era nel letto. Sentivi singhiozzare dalla stanza attigua: il bagno.
La mia bambina, la mia bambina, la mia bambola, la mia bambina, la mia bambola, la mia bambina. Afferravi gli sguardi. Tagliavi l’aria pesante d’inizio settembre.
La signora Cesetti, le mani sul viso.
Questa bambina…
Tua madre in India non aveva mangiato per una settimana in un ritiro buddhista.
Il signor Cesetti.
Abbiamo la nostra di religione, perché questi digiuni? E questo rigore, e questo rigore… come i terroristi, come i terroristi.
Non ci sono terroristi in India.
Entrando in piscina li vedesti tutti schierati lungo le gradinate. Bambini. L’acqua con il rigoglio argenteo del sole. Questi bambini. Questi bambini. Si prendevano a pizzicotti e correvano.
Vieni, vieni con noi!
E restavi immobile. La maschera, la maschera.
Perché non giochi con noi?
Non oggi. Non più.
Nell’acqua la forma di un volto color ruggine.

metaponto

Mi accostavo al mare, solo l’eterno scorrere delle acque poteva mitigare la colpa. La sentivo fluttuare con la potenza degli abissi. C’era una caletta che chiamavamo Spiaggia Grande ma non era poi così grande. Vi si accedeva per un sentiero nella pineta. Le alte fronde spazzolavano il cielo, c’era l’odore dei pini, lo stormire delle cicale. I passi risuonavano ovattati. Il fragore delle ciabatte, il fruscio della bora estiva, le vesti leggere e arancioni mosse dal vento come le fronde. Alla fine del sentiero la luce, il mare, quel mare del Salento, così chiaro e cristallino, e tutto un pullulare di esseri nella caletta sotto le rocce.
Mi piaceva strisciare le dita nella calce, nell’argilla e restarne graffiata. Lo facevo per sentirmi viva, questo era il dolore, cognizione di sé, consapevolezza. Che cos’era l’eternità? Me lo chiedevo sempre dopo i primi baci e i tradimenti, me lo chiedo ancora. Chi desiderare? Chi amare? Qual è la cosa giusta?
Avevo quindici anni ed ero contesa, per quanto non mi trovassi bella, al contrario, scrutandomi allo specchio prima di uscire non potevo fare a meno di notare certi segni che allora già chiamavo rughe, erano nere macchie e solchi sotto gli occhi e lungo la linea delle guance. Avevo quindici anni e cinquanta insieme. Forse non ero degna della promessa, forse era l’aspetto di quella lì, che mi fissava nello specchio, così sinistro, a spingermi a tradire. Sono così brutta, come posso piacere agli uomini? Uno mi aveva promesso fiabe e celestiali poesie, l’altro lacrime e tormenti. Non sapevo scegliere e mi muovevo silente tra le onde lasciando posare gli sguardi.
L’amore docile di Alessandro, che mi aiutava a scalare montagne di roccia, l’odore della calce, i baci di sottecchi nell’arco scavato dal mare e sotto a nuotare, lui che m’insegnava come trattenere l’aria senza premere le dita contro il naso, io che scivolavo giù e all’inizio bevevo e avevo rossi gli occhi di sale e inesperienza. Aveva diciassette anni Ale e io l’avevo illuso. L’avevo illuso? O m’ero illusa io stessa di una vita. Quanto dura l’eternità? Forse una settimana, al calore del sole mentre leggo Anna Karenina e non capisco proprio tutto, penso alle altre che guardo algide e dinoccolate, profumi d’arancia e cannella, piedi sinuosi, corpi scolpiti. Il palpitare delle onde e i surfisti, la ragazza mora che parla con Ale e io non capisco, vedo e non sento, ma lui guarda me. Le passa attraverso con gli occhi e guarda me. Cosa ci trova in me? Cosa ci vede? Mi chiedevo. Sono domande che non bisogna porsi e continuare forse a contrastare l’assenza con tutti i significati di cui si dispone. Erano dolci i suoi baci, sempre di soppiatto, al gusto delle cose nascoste, come rubare le arance al giardino affianco o scavalcare il muretto della casa abbandonata.
Mia madre diceva che Alessandro fosse buono, gli guardava gli occhi nocciola e li sentiva veri. Nelle profondità dei suoi occhi c’era il rispetto per la mia età e l’attesa di un domani insieme mentre oggi poteva insegnarmi a nuotare e scalare.
C’erano anche altri ma non li vedevo. Li incontravo la sera sulla stessa lingua di sabbia illuminata dalla luce del fuoco, dove cuocevamo la carne, le ragazze perfette facevano il bagno a mezzanotte e io restavo in disparte.
Una notte seguivo la luce crepuscolare del fuoco fin dalla pineta. Alessandro era rimasto a casa, qualcuno dei suoi stava poco bene. Oppure era una scusa. A mia madre dissi che vi sarei andata con lui e con lui sarei tornata. E invece, sola, in pineta, nella notte varcavo soglie proibite e mi allungavo verso l’altro versante della costa. Non di falò era la luce ma di danze notturne e fari e locali proprio sul mare. Una schiera di ragazzi seduti sopra una collina a fumare spinelli. Io non sapevo che farmene e non mi piaceva la musica alta ed elettrica e non mi piacevano gli sguardi che avevano, come non vedessero nulla.
Non ero la sola a esser sola. Portava jeans strappati alle ginocchia e capelli lunghi sul viso, scuri. Occhi così chiari da fare luce nella notte. Forse era il mare, la spregiudicata luminescenza dell’acqua prima di divenire abisso. Aveva efelidi come chicchi di pepe e non parlava con nessuno. Beveva vino in bottiglia da solo. Si mise a sedere al mio fianco.
Ehi.
Non mi parlare, tra un po’ me ne vado.
Dove?
A casa.
E dov’è casa?
Lì, dietro quegli alberi, indicai la pineta.
Sorrise. Aveva, lui sì, rughe attorno agli occhi come tagli. Due fossette oltre le labbra. I denti lievemente storti e quando rideva pareva cattivo.
Beata te. Io mi sa invece che a casa non ci torno.
E dove vai?
Non lo so. Lontano. Vuoi venire con me?
Cosa significa lontano?
Vado fin dove posso, con quello.
Indicò un tre ruote Piaggio azzurro come i suoi occhi. I capelli neri, lunghi, gli coprirono il volto, s’intrecciarono alle labbra. Mi passò la bottiglia di vino. Bevvi. Aveva un sapore di grumi, ruggine, sangue. E non pensai.
Perché non vuoi tornare a casa?
Mi guardò. E aveva negli occhi un’ombra. Era rabbia. Ma anche paura.
Tu fai troppe domande.
Sulla maglietta nera c’era una scritta che diceva: non cercarmi. Fui tentata di domandargli anche di quella. E mi trattenni. Continuai a bere.
Hai sete.
Nient’altro.
Conto fino a tre, poi mi alzo e vado via. Se vuoi vieni con me, altrimenti addio bambina senza nome.
Bambina?
Uno.
Fissava il mare. Le lampare rosse e blu dei pescatori, le lenze. Il faro sopra la collina.
Due.
Prese dalla tasca un pacchetto di sigarette e un accendino. Accese.
Tre.
Si alzò e si avviò al suo particolarissimo mezzo di locomozione.
Avevo il battito cardiaco accelerato. Mi mettevo in continuazione i capelli dietro le orecchie per poi ributtarli sul viso. Respiravo a fatica. E comunque, nonostante la musica, sentivo il fiato venire fuori con un rumore troppo forte. Il fragore di un motore che s’accende. Lasciai la bottiglia ormai vuota. Ruzzolò giù per la collina. Mi misi a correre.
Aspettami.
Entrai. Dovevamo stringerci per stare in un posto solo. Lui aveva l’odore del tabacco. Il Piaggio andava lento e ballonzolava a destra e a manca. Faceva sempre quel rumore e sempre più potente man mano che ci allontanavamo dalla gazzarra. Le dita sul volante erano come scheggiate. Il puzzo delle sigarette che fumava e i pacchetti di cenere riversi sul fondo del mezzo di locomozione particolare.
Perché sei salita?
Come ti chiami?
Tu?
Giulia.
Michele.
Mi diede la mano togliendola dal volante. Sulla strada non c’era nessuno. Ai bordi la campagna di ulivi e vigneti nel buio pareva una foresta nera.
Sai almeno dove stai andando? E se poi finisce la benzina? Hai dei soldi? Quanto tempo vuoi stare lontano?
Smise di nuovo di guardare la strada e guardò me, con la cenere che ruzzolava sui miei vestiti chiari, estivi, di mare. E sulle cosce, bianche, intatte, di bimba.
Perché mi hai seguito?
Voglio andare lontano anch’io.
Lontano da cosa?
Da me.
Cos’hai nella borsa?
Un libro.
Rise. E di nuovo il volto si fece crudele.
Di che parla?
Di una donna sposata che s’innamora di un altro, tradisce e si rovina.
Il Piaggio s’inceppò in una fossa, il motore si spense. Michele sacramentò. Scendemmo. La strada era dismessa, colma di buche, per metà asfaltata e per metà terreno. Non c’era l’ombra di un’anima a destra e a sinistra. Michele diede un calcio a una ruota. Piansi e feci in modo non se ne accorgesse. Continuavo ripetermi: perché sei venuta qui, cosa cercavi, e quando farà l’alba e non sarai a casa, e se non riuscite a tornare, morirete di sete e di fame, fa freddo qui giù, e se ci sono i mostri nel bosco, e se Michele è cattivo e ti uccide.
Vento. La pelle raggricciata faceva vortici viola. Michele diede un altro paio di calci. Mi vide tremare. Mi cinse le spalle. Aveva braccia ancora calde, mani ruvide.
Vieni, arriviamo alla fine della strada.
Voglio tornare a casa.
Non puoi.
Che significa?
Sorrise. Ed era un sorriso pieno di lame. Mi venne vicino. Piangevo. Piangevo. Carezzò le guance.
Da cosa stai scappando?
E tu?
Da qualcosa che non ho fatto.
Continuò ad asciugarmi le lacrime. E aveva nelle dita la delicatezza di un bambino. Le sentivo, le sue dita, colme di premura, quasi volesse liberarmi dal peso del timore. Il corpo smetteva di trattenerla, la paura. Man mano si dileguava. E nasceva in me come una sete, il desiderio potente di lasciarmi rapire.
Mi prese per i capelli e mi baciò. Aveva morbide le labbra, soffici e sottili. Non arrivammo alla fine della strada. I baci furiosi. Avevano un sapore diverso. Eterno, questi sì, disperato. Salimmo sul rimorchio del Piaggio. Era sporco di cenere e terra. Era freddo. Rabbrividivo poggiandovi la schiena.
Solo i suoi occhi parevano rifulgere al buio e io mi ci univo. La lingua nella mia. Sapore di vino, tabacco, e sangue. Le mani sui seni. Cercai di fermarle. Non mi sembrava giusto. E lui non si fermò. Slacciò il nodo del vestitino estivo, arancione. Non portavo il reggiseno, restai nuda, mi divincolai ma non più di tanto. Fece correre la lingua sul collo, sui seni e sul ventre e poi giù, levando gli slip, dolcemente leccava mentre mi torcevo nel piacere. E non vedevo e non sentivo. Mi accorsi, ed era troppo tardi. Me ne accorsi solo per il dolore. Era un dolore dolcissimo. Mi prendeva la nuca i capelli mentre entrava e guardandomi negli occhi diceva: Giulia, Giulia, dimmi che sei mia. E lo dicevo.
Vidi i suoi occhi farsi bianchi. Un calore tumido sporcava le cosce, la vulva. Saliva nel ventre. Lui mise una mano tra le mie cosce e la tirò fuori rossa. Rise e diventò cattivo ma durò solo un istante.
Che cosa ho fatto?, piansi.
L’amore.
E mi attaccò il sangue alle guance.
Continuai a piangere e lui mi strinse forte a sé, finché non smisi. Crollai esausta sul corpo suo.
La notte non pareva estiva, un vento gelido muoveva le cose di una sottile impermanenza. Fui svegliata da bordate di freddo. Odore di brina. Il fondo metallico del montacarichi mi ghiacciava la schiena. Michele non era con me. C’era mai stato? Odore di brina.
Saltando scesi in strada. Dissi il suo nome. Il vento rispose ululando. I piedi sull’asfalto umido parevano mossi da mani di nebbia. La campagna mi chiamava, le fronde erano volti, con occhi luminosi come quelli di Michele.
Dimmi, dove sei. Cosa può il tuo sguardo che la notte trattiene. Dimmi, chi sei. Dove ti ho già visto. Quanto lontano ci siamo spinti. Quanto profonda è la terra. Cosa nasconde il cuore del bosco. Camminavo e i sandali venivano via. Il terriccio freddo si arrotolava alle caviglie come pelle di serpe. Una luna altissima iridava di un pallore niveo il fondo della suolo. Le foglie d’ulivo come occhi. I rami tentacoli. L’immensità si cela negli incubi del bosco. Si aggrovigliavano i rami nell’oscurità di un cielo nero trafitto dal bianco pallore della luna, i rami muovevano le dita per afferrarmi. Chiamavo il suo nome. Il vento rispondeva ululando. Non era un ululato, era il grido di tutte le bestie, dal serpente al lupo, e s’infittiva muovendomi verso un altrove. Finivo nella terra e pensavo alle serpi, alle serpi, attorno alle caviglie. Era solo terra e aria ma pareva viva, come vivi erano i tentacoli di rami, a ogni passo più prossimi alla carne. Fantasie di apnea e strangolamento. Occhi chiari come lucciole nel buio. E poi la bruma.
Nel ventre oscuro del bosco di ulivi, una nube di bruma ottundeva una sagoma. Viva? Morta? Spettro? La pelle raggricciata. Il fiato che ingoia sé stesso. Questo terrore cavo nella bocca dello stomaco.
Michele, dove sei? Ti prego, torna!
La nuvola di bruma lasciava il tempo alla sagoma di divenire corpo. Guardavo nel fondo della nebbia. Un uomo sopra un masso. Occhi dell’azzurro del mare. Capelli neri sul viso. Efelidi come chicchi di pepe. Una sciabolata di rughe attorno agli occhi e alle labbra. Indossava un abito scuro, da cerimonia.
Vieni, Giulia, vieni con me.
Mi tese la mano. Salii. Il masso si tramutò in altare. Un parroco dal volto coperto in una maschera bianca chiedeva: vuoi sposarlo? Michele mi guardava con occhi crudeli e io stessa mi guardavo, avevo indosso un lungo abito bianco, di seta e pizzo, e alle dita pure, uno smalto bianco, un anello sottile, d’oro. E gli occhi azzurri di Michele, come spade, s’imprimevano in me.
Devi solo dire sì, lo voglio.
Lo dissi.
E mentre c’incamminavamo lungo la navata centrale di una chiesa romanica, la gente intorno ci seguiva con il riso nei pugni, il paesaggio ancora mutò.
Ero sola in una casa dalle pareti fredde. Il miasma di umido era l’odore dei panini insaccati nella stagnola e lasciati in frigo per giorni. Michele non c’era. Mi aggrappavo alle pareti. Michele non c’era. Mi aggrappavo ai muri, al calcestruzzo. E i muri venivano via.
Dov’eri la notte, quando non potevo vederti. Dove si nascondeva il sentire. Dov’erano le promesse e le parole piene svuotate da gesti mai compiuti.
Riversa sul pavimento pativo il freddo di tutti gli inverni e nello stomaco avevo il vuoto di una vita. Di fronte a me un cassettone in ebano. Una cornice. La fotografia di una bambina bionda, vestita di rosa. Di cinque o sei anni.
Dov’è lei. Che fine ha fatto il futuro. Chi ha rubato la gioia al castello del tempo. E dove sono le ore trascorse sulla roccia, sul mare, a pregare affinché si salvasse almeno una parte di me.
Il telefono squillava e non era Michele. Dov’era.
Chi sei?
Stai bene?
Cosa vuoi?
Sono Alessandro.
Cosa vuoi?
Hai bisogno di qualcosa?
Di morire.
Giulia…
Cosa faceva Ale ora che avevo la vita frantumata dall’assenza. Veniva a portarmi via dal buio. Le veneziane chiuse. I passi senza suono. La casa un cimitero. Perché c’era ancora. Quando arrivava scostava le tende. Apriva gli scuri. Entrava la luce. La luce del sole mi disintegrava come fa con gli spettri.
Hai mangiato?
Silenzio.
Vuoi uscire?
Silenzio.
Alessandro mi portava al mare. La roccia della Spiaggia Grande era crollata. Restavamo sui frantumi di pietra a guardare la tempesta di onde, nere, bianche, azzurre. E in quell’azzurro rivedevo Michele. La spuma fondersi con le spaccature di un cielo invernale, invaso da lampi. C’era il presagio di un’apocalisse e lui mi guardava come una cosa perduta in adolescenza. Una cosa perduta e spaccata, i cui vetri non possono ricomporsi.
Dov’è Michele?
Se n’è andato, devi dimenticarlo.
E dov’è?
Giulia, ti prego.
Il gusto della tempesta aveva invaso anche il mare. Nel fondo delle onde vedevo la vita divelta. Le scelte sbagliate. L’omicidio del senso. La bambina che giocava con l’acqua. La bambina che si arrampicava nella roccia. Non le avevo insegnato a nuotare e scalare, come Alessandro aveva fatto con me. La bambina saliva sulle rocce. E si lanciava in mare. Non aveva paura dell’acqua. Non aveva paura del volo. Non aveva paura di nulla. E l’acqua se la prese. Per sempre. Il corpo non fu ritrovato.
Al mattino Michele l’andava a cercare. Nella roccia. Nel mare. Sul fondo dei suoi occhi. Tornava al tramonto, sconfitto. Beveva. Qualunque cosa, beveva. Non mangiava. E non mi toccava più. Finché non smise. Di tornare.
Io lo vedevo nelle tende, nelle fessure delle veneziane, negli spazi di luce trafitti dal buio. Io lo vedevo la notte leggendo il soffitto. Lo sentivo respirarmi accanto al mattino, senza smettere mai. Quando veniva Alessandro l’odiavo. L’odiavo come si odiano i risvegli mentre il sogno mi teneva ancorata a un mondo ancora integro. Ogni risveglio è una spaccatura nella coscienza. Manda in frantumi l’illusione che hai fatto di te.
Il cielo nero si spaccò in un’ombra di luce. Un nitore chiarissimo di azzurri e violetti sorse insieme al fulgido baluginare del sole, sgusciato dalle onde come la testa di un uomo di fuoco.
Mia madre aveva chiamato Alessandro, le aveva detto non fossi con lui. Aveva chiamato i genitori di qualche altro amico. Aveva saputo del falò e che mi fossi allontanata nella notte. Mia madre aveva avvisato la polizia. La polizia conosceva Michele. Il padre di Michele. La famiglia di Michele.
Ci trovarono all’alba nel bosco. Io gridavo il suo nome. Avevo quindici anni e cinquanta insieme. C’era il fragore di un’ambulanza. Il suono di una sirena. Vidi Michele in manette guardarmi per l’ultima volta.
Ed è quella buona, disse una guardia. Quella buona che non esci più.
Erano spade, i suoi occhi, e s’incidevano in me con l’inesorabilità della colpa. Qualcuno disse stupro. Nessuno comprese quando mi gettai ai suoi piedi singhiozzando: perdono.
Rividi mia madre, Alessandro. Mi stavano accanto come fossi davvero una vittima. Ma io sapevo, e avevo nel cuore quegli occhi azzurri, il colore degli abissi prima del fondo. E andavo sul mare da sola. Ricordando il futuro. Quanto tempo servirà per cancellare la memoria della colpa.

© i. p.

2016-11-08 17.44.32

Erano in molti. M’inseguivano. I miei genitori non vedevano. Ma i ragazzi entravano in casa. Si nascondevano nei muri e m’inseguivano. Ridevano. Ridevano di me. E quando passavo loro accanto fingevano di non vedermi. Dodici anni sono troppi e troppo pochi. Costruisci un universo immaginario e vai ad abitarci. Il reale sarà l’emanazione delle tue illusioni. Arriverà il giorno in cui ti domanderai se l’hai fabbricato con il cemento, la pietra o il cartone. Dovevo nascondermi, trovare un rifugio. Così mi sentivo, di una trasparenza disarmante. E lui continuava a dirmi: cresci e io continuavo a scacciare l’idea. Fintanto che fossi stata piccola avrei avuto il potere della pazzia, il potere sui corpi, sulle voci, sovrastarle con l’incanto. Salivo sui mobili, in alto, sopra la libreria, e poi giù. Venivo giù agganciando la corda del lampadario. Cercavano di prendermi. Prima mi bloccavano le braccia dietro la schiena. E sapevo curvare lo sguardo fino a strappar loro una lacrima. Avevo l’odore del sale.
La donna disse: hanno paura di lei, hanno paura di starle accanto, non parla con loro e li guarda, li fissa, con quegli occhi. Mi fissa, con quegli occhi. Mi fissa, cosa devo fare? Ma non è cattiva, non è cattiva, è solo selvaggia, una selvaggia furiosa. Lui disse: cresci. Mai le mani mi avevano sfiorato il viso.
Attorcigliai la corda. Attorcigliai la corda del lampadario attorno al collo, due nodi, e restai sospesa. Nell’invenzione dell’aria si accartocciavano i colori del giorno. Il vespro cremisi stingeva pastellato e le rose della carta da parati sfolgoravano in un barbaglio di rossi. Cadevo. Cadevo nelle viscere del vuoto.
Loro sarebbero venuti a cercarmi, lo sentivo. Qualcuno avrebbe pianto. Non mi bastava. Dovevano piangere tutti. Tutti. Dovevano domandarmi perdono in ginocchio. Dovevano pregare. Li sentivo ancora con le voci di corvi, al mattino, gracchiare parole che non potevo capire. Mi avessero detto: ti odio, ti odiamo, io ne avrei carpito l’affronto. Ma neppure mi dichiaravano l’astio, soltanto mi trapassavano. Questa trasparenza, questo sentore d’invisibile, mi spaccava in mille parti, mille frammenti di vetro. E li sentivo farsi largo nella carne, aspergerla di cruore, saettare nelle profondità dei condotti sanguigni, spaccarne gli argini. Il male era vivo e aveva il colore del fuoco. Si moltiplicava sottopelle. Proliferava in una scansione di quanti. Mandrie di iene sottopelle. Nel fondo degli occhi moltiplicazioni di legioni e guerre nucleari. In ogni porzione di carne lo spazio sconfinava e diffrangeva i suoi multipli.
Avevo perso la guerra, una sedia spaccata contro uno di loro. Avevo perso, sì, l’invisibilità, ma avevo conquistato la pazzia. La pazzia si dipingeva duttile nelle bocche dei grandi. La pazzia si slabbrava nelle voci delle pareti. La pazzia salmodiava negli intarsi delle pupille, nell’articolazione delle dita, nell’omega di distanza tra me e le cose.
Adesso sapevo, con il collo stretto in una corda di lampadario, ero cosciente del gaudio, una scuoiatura di cielo attraverso la pelle viola. Non sentivo il dolore che si dice avvertano i condannati alla forca. La forca era la mia personalissima beatitudine. E avevo nel corpo il suono violento di un Mozart al culmine estremo del suo Requiem. Me ne restavo a penzolare dal soffitto e vedevo il giorno e scucivo il giorno in centosette stringhe di colore. Ridevo, ma non potevano sentirmi. Ridevo ma non potevano vedermi. Il corpo dovette cedere al traino feroce della corda. Il collo dovette cedere al peso copioso del busto. E io non sentivo nulla. Mi staccavo. Venivo via. Beata. E già li vedevo piangere in cerchio attorno a una lapide, in silente preghiera, domandare perdono, mentre il nome mio, scritto sopra le case, avrebbe danzato nella volta. Il nome mio li avrebbe seguiti fino alla tomba.

@ i.p.

ilaperformancecorpo

Hai trent’anni. Quasi.
Una laurea triennale in discipline umanistiche.
Lavori per sette euro l’ora una volta a settimana.
Qualcuno ti dice sempre che hai talento e che un giorno…
Il tempo passa. Il corpo si trasforma. La scrittura pure. Il giorno non arriva.
Continuano a dirti che sei troppo sofisticata per essere Mainstream.
Troppo poco sofisticata per appartenere a una certa nicchia intellettuale.
In fin dei conti credi solo di essere impulsiva, selvaggia, autentica.
Difetti imperdonabili in una società occidentale su base capitalistica.
A un congresso di psichiatria democratica hanno detto che
il disagio sociale cresce con l’assenza di lavoro.
Punti di riferimento. Progettualità.
Talvolta dici: grazie papà per avermi salvata da un percorso senza ritorno nella psichiatria italiana
in cui ora lavoro quasi da operatrice avendo tutte le carte in regola per esserne utente.
Talvolta dici: vaffanculo mamma e papà
per non avermi insegnato a rimboccarmi le maniche a quindici anni
e spaccarmi il culo con un lavoro degno di questo nome.
Hai fatto la hostess ai congressi.
La cameriera.
L’animatrice per bambini.
L’intervistatrice.
L’insegnante di scrittura.
La tossica.
La scrittrice.
La performer.
La disoccupata.
La donna di qualcuno che conta.
La donna di nessuno.
La fuggitiva.
La perenne ragazza in crisi.
Ora non sei più una ragazza. Sei sempre in crisi.
Qualche volta te la prendi con gli altri.
Quelli che ci credono.
Quelli che non si arrendono.
Il che fa molto pubblicità vintage della CocaCola
con sottotesto da Programmazione Neuro Linguistica.
Qualche volta pensi che forse non sei solo un’allegra disagiata alle prese con un mondo crudele. Qualche volta pensi di avere la chiave.
Qualche volta pensi: io rifiuto di essere come voi.
Il che fa molto festa di quindici anni o disturbo borderline di personalità.
Qualche volta pensi: se rifiuto di essere come voi non sarò nulla.
Qualche volta pensi che non essere nulla sia la soluzione.
Fuori da ogni ruolo prestabilito.
Eternamente in fuga.
Cercando la verità nell’estremo.
Oltre i muri. Nelle pareti scritte di gesso.
Le cose accadono affinché si possano ricordare.
Vengono scritte per questo.
Per esempio se conosci una persona assurda,
in un’accezione di significato prossima al Camus del Mito di Sisifo,
come puoi non scriverne.
Per esempio bisognerebbe fermarsi tutti e guardarsi negli occhi.
E ammettere che conoscere sei lingue, avere quattro lauree
e un fisico da due ore di palestra al giorno
più ritocchi plastici in fisiologica o silicone non sia l’equivalente biochimico di felicità.
Guardatelo negli occhi quello che ci chiedono di essere.
Guardate in faccia questi mostri governati dall’ego riflesso su iphone.
Questi mostri da: amori virtuali, amicizie d’interesse.
Questi mostri da: possiedo dunque sono.
Questi mostri dei quali fai indubbiamente parte anche tu.
Mentre la vita ti passava accanto eri occupata a controllare le notifiche su Facebook.
E poi le cose accadono. Continuano ad accadere.
Cade la neve. Sfavilla il sole d’agosto. Il mare si riempie di spuma al pomeriggio.
La gente muore in massa per cercare di salvarsi la vita.
Inciampiamo nei paradossi. Come se tutto fosse normale.
E allora dici: ficcatevela in culo questa diagnosi.
Non è un disturbo di personalità.
Al più un disturbo di appartenenza.
Non riesco ad appartenere a questo mondo.
Non vi riuscirò mai.
E nonostante tutto ci abito.
Mi costruisco un cantuccio alterato nell’inferno.
Pare faccia caldo da queste parti.
Non ho imparato a vivere.
E non so morire.
Un bel compromesso per la prossima sbornia.
E allora dici: ecco cosa sono, ecco cos’ho fatto.
Cercavo Dio. E ho trovato un foglio word.
Ma questa vena sarcastica. Il sarcasmo lascialo a chi…
Niente va tutto bene.
Un quadro di Van Gogh. O di Edvard Munch.
Qualcosa di coloratissimo e oscuro.
I girasoli con dentro l’urlo.
Avere una famiglia piccolo borghese apparentemente felice.
Ritrovarsi a sputarsi addosso il veleno di una vita.
Avere un uomo. Voltare l’angolo. Sapere con chi è mentre vai via.
O non saperlo. Sono scelte.
Tu sei un’incantatrice di sopravvissuti.
Per questo ami l’anti di ogni cosa.
Antiromanzo. Antipoesia.
Violenza sonora.
Oppure torna alle origini.
La Terra. Mozart. L’Odissea.
Dai, fammi un sorriso.
Questo presunto scettro della paranoia.
Lascialo ai posteri.
Adesso tutto è crollato.
Le pareti. Le fondamenta. L’io.
Qualcuno può goderne.
E perché non dovrebbe.
Perché non dovresti.
Una rave. Un lunaparck di ossa.
Un ossario psicosintetico.
Guarda sciabolare la luce sul soffitto.
Le sue mani sulle tue gambe.
Non ha importanza il dopo.
E neppure il prima.
Vivere bruciando.
L’istante eterno. L’estasi.
Mandare tutto a puttane.
Va bene così.
Il precipizio è infinito.
Non si smette mai di cadere.
Si può godere mentre si cade.
Restare senza ossa.
E ridere.

@i.p.

ilacampagna2

Accompagnavo Eli a cogliere i pinoli, guardavamo le bocche del sole tra le fronde, aghi nelle pupille. Eli aveva occhi grigi bistrati di nero, labbra sanguigne, efelidi sul principio del naso e sulle gote, fossette agli angoli della bocca. Portava minigonne da urlo, Tshirt scollatissime e catenelle di metallo dalla nuca alla gola. Sollevava lo sguardo, nei tratti del volto un altro volto, maschera di belva.
Eli aveva visto. Sul ballatoio. Il padre fuggire. La madre schiantarsi di schiena contro la parete ruvida e bianca. Strappare i fiori dal roseto. Ferirsi con le spine. Tutti i petali frantumarsi nella luce. Aveva mani lunghe e screpolate, la mamma di Eli. Ci piaceva guardare le unghie rosse sbrecciate di bianco innaffiare i vasi di rose e orchidee.
Non era l’assenza del padre quanto quell’immagine. L’immagine dei petali frantumati nel sole. Lo stesso frantumo spaccava la pelle.
Coglieva i pinoli dal bordo dei tronchi, Eli. Li teneva con le mani a giumella e si macchiava, i palmi, le dita. Ne coglievo in gran quantità e mi rimproverava quando ne lasciavo cadere. Si chinava a raccoglierli. La maglietta gialla veniva su. Lembi di addome scoperti. Una rastrellata di sangue rappreso.
Cos’hai qui?
Non toccare.
Scherniva con occhi velati. E cercavo di tenerle la mano. La scaraventava altrove.
Chi ti ha fatto questo?
Sta lontana da me.
Un’unghia feroce sulla pelle. Avambraccio ferito. Aveva le unghie di sua madre, Eli, e non me n’ero accorta.
Camminando la gonna le lasciava scoperta una costellazione di lividi tra le cosce. I tacchi degli anfibi scricchiolavano strofinandosi l’un l’altro.
Perché ti fai del male?
Si accostò. Mi guardò con occhi di avvoltoio prima di dilaniare la sua carne. Una mano sul petto, quasi a volermi strappare le vesti.
Ti sei mai chiesta, Gemma, perché veniamo qui ogni giorno a prendere i pinoli? Ogni giorno alla stessa ora.
Silenzio.
E ti sei mai chiesta perché tu sia vestita da bambina e io da donna?
Silenzio.
E Ti sei mai chiesta che cosa significhi non avere un padre?
Silenzio. Uno sguardo. L’abisso.
Tu ce l’hai, un padre. È lontano ma ce l’hai.
Perché continui a frequentarmi?
Silenzio.
Indietreggiai. E vidi anch’io, per la prima volta, quei petali. Petali di rosa frantumati dalla luce feroce del sole d’agosto.
Eli fece altri tre passi. Si voltò a sorridermi in un ghigno maldestro. Svanì dietro i cespugli prima del mare.
Seguivo le orme. E dentro c’erano i giorni insieme, bambine, nella sabbia. Gli inverni dietro le finestre di casa sua, quando la stufa era rotta. Il freddo e gli abbracci. La madre che entrava. E avevamo paura dei suoi occhi. Senza luce. Ci portava il te’ all’arancia, ne sentivamo l’aroma da lontano. Entrava e tentava di sorridere, aveva dolce la voce, sussurrando, diceva bambine state bene. E lei stava male, le guardavamo gli occhi. Doveva essersi persa. In un giardino innevato. Alla finestra le lampare ghiacciate dal gelo. E nella stanza solo il fiato di Eli sul mio, in quell’invenzione di bacio.
Sedici gradini a piedi scalzi per spiarla. Restava impietrita, raggelata, nel vestito bianco, nello sguardo ai muri. E quando il padre tornava si consumava tra loro il rito della banalità, mille parole mute. E lei altrove, ma dove? Dov’erano quegli occhi che il sogno trasse in inganno? Dove le movenze antiche dall’incarnato pallido? Dove l’anima gentile e guerriera di un tempo? Qualche ciuffo bianco nella lunga chioma. E lo sguardo degli spettri.
Seguivo le orme e nelle orme c’era il riflesso del sole in frantumi. Quei petali. Sulla roccia. I pinoli. Petali di rose e pinoli a tracciare un sentiero fino a Eli. Dondolava sull’orlo del precipizio, graffiandosi l’addome. Lasciava dondolare una gamba nel vuoto. Cinquanta metri sul livello del mare. Le cose lì giù erano insetti. Puntini. E lei, spalancava le braccia e chiudeva gli occhi. Aveva nel corpo il corpo della madre.
Non puoi! – gridai forte – Non adesso. Non puoi. Non farlo.
La voce da grido si fece caverna.
Eli si voltò. Aveva negli occhi la furia degli avvoltoi, e l’innocenza dei cerbiatti.
Si voltò e si mise a sedere sull’orlo del precipizio. In bilico. Sussultai.
Ho tracciato un sentiero, di modo che possa vedere tutto. Di modo che possa raggiungermi proprio qui. Ho tracciato un sentiero. E non posso far altro che seguirlo, io stessa, fino in fondo, fino al vuoto.
La vita va avanti, Eli, va avanti. Le persone ci passano accanto e ci portano via pezzi di noi, ma la vita va avanti.
Sì, incontreremo altri, che ci porteranno via altri pezzi. Mio padre si è portato via la sua anima. A cosa serve un corpo senz’anima? Non esiste null’altro che sconfitta. Bisognerebbe arrendersi al nulla. Anche le persone convinte di essere nel bene, di essere nel giusto, o addirittura di essere felici, vivono solo una stupenda illusione. Tutto crolla. A volte le cose crollano perché le fondamenta sono labili. Si frana irrimediabilmente. Essere in cielo o nel baratro, in fin dei conti, non fa alcuna differenza. Forse sarebbe meglio non costruire nulla. Errare nella notte respirando aria buona, quando tira. E per il resto cercando di non farsi avvelenare dalla polvere. Siamo polvere. Tutto è polvere. Niente esiste sul serio. In fondo cosa cambia. Se guardi a fondo una cosa, questa smette di esistere in quanto cosa. Se ti concentri su una faccia, a poco a poco perde la dignità di faccia e diventa un tripudio di pelle e pori e nei e piccoli sfoghi e quant’altro. Di base vediamo negli altri ciò che sta dentro di noi. E neanche poi così a fondo. Anche in noi non c’è null’altro che illusione. Se analizzi un comportamento o una pulsione fino al limite diventa assolutamente inconsistente. Se arrivi a meditare profondamente sul tuo stesso desiderare o temere, gli oggetti stessi di desiderio e paura svaniscono e forse anche il desiderio e la paura. In un modo o nell’altro arrivi alla Grande Indifferenza. Indifferenza alla vita. Indifferenza alla morte. Indifferenza a sé stessi. Agli altri. Alle tragedie del mondo. All’uomo che muore. Al dolore di una madre. Questa indifferenza, Gemma, è uno scudo ma anche una malattia. Questa indifferenza rende inconsistente il varco tra bene e male, vita e morte.
Mi avvicinai, le scrutai le mani nere di pinoli. Con le dita raccolsi le sue. Mi guardò e non era più avvoltoio né cerbiatto ma uccello.
Chiusi gli occhi.
Salto con te.
E lei fece un passo indietro.
Non puoi, devo prima insegnarti a volare.

 

© Ilaria Palomba

ilacampagna3

La fragilità dei narcisi è consapevolezza inconsapevole caduta silenziosa coscienza incosciente desiderare fino alla morte l’amore senza darlo e fa paura tutto questo sentire e non sentire mai nel buio profondo una caverna di spettri incontrare qualcuno che non ti sia specchio sarebbe un massacro c’è sempre stato un massacro in ogni storia come camminare all’alba sulla battigia e guardarsi riflessi nelle onde ombre di bruma e sguardi stravolti dal gelo ci siamo specchiati così a fondo da esserci lasciati divorare dal mare è musica melanconica sinfonia di tenebra armonia cancellata prossimità del vuoto salto infinito non aver paura di morire ma solo di non esistere come la morte fosse il suggello l’espiazione ultima della colpa d’essere incapaci di amare altro che un riflesso e non saper vivere senza tutto eternamente torna follia nietzscheiana al punto di partenza camminavamo spettrali sul limitare del mare paure primordiali si specchiavano nel buio ingoiato dalla luce eravamo così belli sotto quella luce mezza luna mezza aurora epifanie d’esistenza crepuscolare sapienza dei piedi sabbia umida e fredda rabbrividire nella bora e abbracciarsi prima dell’ultimo salto tornare a casa e sentirsi il cuore in gola illudersi di aver amato per un’ora dimenticarsi il sapore e il vissuto i corpi avvinghiati all’ombra del fuoco restarsene a cantare stornelli non sense e rinnegare ogni cosa per riviverla con il primo chiunquealtro che si fosse presentato alla fine si può invidiare tutto l’amore del mondo tutta la gloria la determinazione quando basta un telefono che squilla a vuoto per non alzarsi dal letto si può invidiare a morte chi ha finito l’università messo su famiglia o è partito per viaggi umanitari avendo qualcosa da raccontare qualcosa che non sia specchio infranto tu invece senza vetro e senza pelle ancora mi parli della vita per starmi accanto devi scendere nel pozzo e danzare in mezzo ai morti ma io non so mica quanta forza hai dentro ho bisogno di essere vinta battuta in battaglia scagliata oltre le fondamenta del muro invisibile prima della battaglia guarda nel fondo della luna ci saranno gli occhi miei scacciami se sei in tempo trafiggimi o salvami una volta per tutte da questo abisso di specchi sbrecciati una sola volta una sola morte affinché non sia vana l’attesa e la luce che a quest’ora s’irradia sulla battigia il colore del cielo rovente e azzurrato senza luogo senza senso come fosse eterno il suono della risacca che inganna le ore come fosse di carne il sapore del mattino che il mare dissipa al vento.

© i. p.

Una volta l’estate
La distopia di un mondo nel quale l’estate rovente continua ad avanzare implacabile è entrata nei miei pensieri.
Non mi lascerà più. Questo libro è un mondo di porte che si dischiudono sulle brillanti oscurità che ci sforziamo di nascondere agli occhi del mondo. Ma Maya non vive di maschere. Maya, la protagonista, cerca l’amore e l’accettazione delle sue contraddizioni.
Lei vuole rimettere insieme i pezzi e ritornare integra attraverso la socialità di un matrimonio con Edoardo Carducci, addirittura sposato due volte, con rito civile e religioso. Per un po’ la sicurezza del matrimonio sembra farle trovare un posto nel mondo.
La realtà però è molto complessa e di fatto il matrimonio, e la successiva gravidanza, fanno esplodere il precario equilibrio di un’anima la cui sensibilità è troppo grande per essere compressa in un ruolo.
I due si cercano e si sfuggono in un tempo sospeso che ripropone sempre la luce accecante di un torrido paese del sud, di una casa a Roma con lenzuola disfatte e sudate o di una loro precedente vacanza in Grecia.
Il tempo del romanzo è un tempo talmente denso e immobile da rendere tangibile quello che tante volte pensiamo accada in mondi paralleli. Non c’è altro che un eterno, terribile presente, in cui tutto è destinato a replicarsi. I mondi pregni di colore delle tele di Maya, in particolare “la donna con il braccialetto”, esplodono dalle pagine di carta e ci macchiano l’anima.
Sfumature di blu oltremare, rossi sanguigni e voraci, profondità che ci ricordano che la realtà che viviamo è davvero solo un velo.
L’incontro con Anya, la postina inquieta e seducente, e l’allontanamento di Edoardo in una missione di pace fanno evolvere gli incubi frammisti ai ricordi traumatici di un’infanzia vissuta sotto il segno della perdita del padre e dell’inaffettività della madre.
Maya a un certo punto perde tutto, pure il suo nome, tanto che i medici finiscono con il chiamarla signora Carducci, cristallizzata nel ruolo di giovane moglie e madre, e questo sarà la miccia che farà esplodere le contraddizioni di chi le vive accanto e non vuole lasciarla libera.
Chi vuole bene a Maya? Sicuramente i lettori. Quelli che amano le storie di persone con problemi, quelle che sembrano sconfitte e invece sono solo alla ricerca di qualcosa di autentico oltre la corporeità.
Le voci di Maya ed Edoardo sono inframmezzate da quelle di Anya, della madre di Maya, del ginecologo, dallo psichiatra che ci portano, ognuna nel loro mondo. E questa coralità che non si sovrappone ma rimane incalzante e lirica è propria dei bravi scrittori, quali sono gli autori.
Il romanzo sfugge a qualunque genere entrando in una sola categoria: quello delle cose lette che non dimentichi e che ti seguono come ombre attaccate all’anima.
Bellissimo.

Titolo bellissimo per un romanzo sorprendente.
Gli autori, Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, sono riusciti a comporre un quadro caleidoscopico di una relazione trovando due frecce ai rispettivi archi che poi sono un solo arco, comune:
1) potenza della voce;
2) bellezza della lingua letteraria.
Aggiungerei un terzo pregio: la felicità dello stile che proviene dritta da una felicità di racconto.
Riguardo alla voce, anzi -è bene precisarlo- al coro di voci che come in una tragedia greca cantano questa storia, la varietà è mirabile e non ne inficia l’intensità. Quanto alla lingua, è densa pregnante pulsante – e precisa, tagliente come un taglierino affilatissimo.
Perché questo romanzo, per ciò che racconta e per la formulazione del racconto, taglia davvero il ghiaccio più che come il coltello kafkiano: come un bisturi che va a segno e non genera inutile sanguinamento, come una resezione ripetuta e millimetrica, come un laser che mentre taglia cauterizza.
La lingua mi ha colpita molto anche perché in questo romanzo si fa una battaglia strenua in difesa del congiuntivo, sia presente che imperfetto – con predilezione per questo secondo, con un tale amore del rischio che a volte i volteggi le capriole le piroette i salti mortali invocano una rete sotto per porre riparo all’avventatezza e allo scapicollo mai ingenui ma sempre molto avvertiti dei due taumaturghi unificati in un solo, prodigioso racconto.
La pagina si gremisce di voci, come un proscenio, e questo permette di sondare superfici e profondità, ambiguità e sdoppiamenti, ironia e senso del tragico, e permette anche di muoversi disinvoltamente sullo schermo del tempo e di collegare punti sparati via nello spazio e pronti a riaggregarsi attraverso un fitto eppure lieve gioco di corrispondenze di baudelairiana memoria.

ipaigiunavolta

Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, gli autori.

Maya è una rabdomante della conoscenza, la sua rapsodica visione del mondo è impetuosa e cromatica, la sua percezione è impressionistica e poco impressionabile, non richiede ordine e costruzione ma tende ad ascoltare la natura, a partecipare del suo spirito – Anya che la seduce e la deride col cinismo di chi sopprime i sentimenti e approfitta del sentire le toglie tutto: tutto può essere tolto a chiunque, anche a chi non ne ha cognizione e perde ogni cosa, ne è defraudato, senza che questo attenui il dolore, anzi esaltandolo semmai.
Edoardo non è meno risparmiato dalla realtà che gli sbatte in faccia di continuo nei teatri di guerra dove deve di continuo raccattare parti di corpi sparpagliati attorno da bombe mine colpi di mitraglia, e non è meno dolente o dolorante, però è sagace o crede d’esserlo, ha un rapporto ordinato con gli oggetti mentre è scompaginato a dispetto persino di sé stesso dalle persone. Costituisce un duo comico irresistibile con l’aiutante in campo Salicetti che riesce a farlo vomitare più di quanto non gli venga naturale per esempio elencandogli le risorse del cuoco di campo Rinaldi.
Attorno a loro un vero coro greco: tutti medici e sapienti (direbbe Edoardo Bennato) salvo la povera madre di Maya – al cuore (nerissimo) di questa vicenda composita (alla lettera) sorge un luogo, una casa abbandonata, dove giace una figura lynchana che potremmo prenderci il lusso di battezzare Laura Palmer, e molto sullo sfondo si sfoca la figura del padre di Maya e con lui il rapporto padre-figlia, l’intrico triangolare padre-madre con figlia, l’amore e la gelosia, la competizione femminile, e il nascosto-rimosso (Caché, come nell’omonimo film di Machael Haneke, premio per la regia Cannes 2005) che forse è il fondo che sobolle alla base dell’intera storia – Lacan regna, forse: ma la lettura psico- è quella buona? Di sicuro diventa possibile, incombe pende pencola, a dispetto della fede positiva nella sapienza clinica dei due luminari convocati sulla scena, uno psichiatra e un ginecologo.
Come capite bene, questo è un vero romanzo romantico: non perché sia sentimentale ma perché riconosce al sentire una potenza conoscitiva strabiliante, dà corda all’intuizione, si puntella su intuito e sentire, assicura trionfo all’immaginazione – cioè alla irresistibile e immediata traduzione in immagini della lettura del mondo, una sorta di ‘restituzione per immagini’ del conosciuto, cioè dell’esperienza, da parte dell’artista.
Samuel Taylor Coleridge, l’autore della Ballata del Vecchio Marinaio (che ha poi ispirato molta musica rock, da A Salty Dog dei Procol Harum fino a quasi un intero album di Sting, The Soul Cages), ha specificato che la fantasia è di tutti gli esseri umani ma l’immaginazione è solo dei poeti – non perché i poeti siano super uomini o sciamani o vati ma perché sono afflitti da un più acuto anzi acuminato sentire, come i pittori. E questo più acuminato sentire impone loro dei compiti, l’irrinunciabilità ad esprimere ciò che più profondamente e lucidamente vedono nella caligine del tormento: in questo romanzo, in cui domina una percezione spettrografica, si staglia a un certo punto L’Urlo di Edvard Munch, la ferita che ha aperto in lui il solco di quella creazione. Del resto l’acme della felicità di racconto e di stile e di linguaggio arriva a pagina 140: – Arturo era mio padre, mio figlio era mio padre. Stiamo dalle parti di William Wordsworth, The Child is Father to the Man: il bambino è padre all’uomo, perché il figlio viene prima del padre in quanto il bambino precede l’uomo. Magnifico!

imagesyhelambThe Lamb, Willaim Blake

Il bambino del resto come l’agnello che belando fa gioire tutte le valli era già l’eroe innocente e puro di William Blake, il più rock dei poeti romantici, padre dei Doors, e ispiratore del Jimi Hendricks di Little Wing – per esempio, e William Blake era poeta e pittore anzi incisore, era scorticato interprete del suo tempo. Come Maya, dopotutto. E come Edoardo, sotto sotto.
Soprattutto William Blake era un artista. Questo romanzo è anche un ragionamento sulla posizione dell’artista nella società e nel mondo, sulla possibilità non tanto che sia compreso ma che sia lasciato in pace, che sia lasciato creare e donare al mondo la sua visione sacra.
Ecco, in questo romanzo ricorrono, nominati apertamente, senza timore, i termini ‘visione’ o ‘visionario’ e ‘gotico’: alla faccia, questo è parlar franco! La visionarietà e gli abissi o gli slanci che immaginiamo quando pronunciamo l’aggettivo ‘gotico’ qui sono materia diretta di racconto, mentre manca la musica, anzi essa è un disturbo con tutta la caciara del mondo e rimanda semmai a una paesanità che è familiare a chi ha vissuto in provincia prima di traslosare a Roma.
E perché manca la musica? Perché si torna alle radici della cultura occidentale, a quel ‘tempesta e impeto’ da cui la musica si è generata. Pensateci.

DANIELA MATRONOLA, SABATO 2 LUGLIO 2016

Copertina Una volta l'Estate

In uscita il 30 giugno per Meridiano Zero

Prima presentazione a Roma: 30 giugno, con Paolo Restuccia e Loredana Germani, alle 18, alla Mondadori di via Piave.

Una volta l’estate è un thriller fatto di frammenti, punti di vista, luoghi fluidi.
Una postina ruba il figlio appena nato di Maya, casalinga, ex artista, mentre suo marito Edoardo, sottufficiale in missione in un luogo del Medio Oriente, è messo sotto torchio da un suo superiore. La madre di Maya sente sua figlia in pericolo, sola, incinta, nella Capitale. Il medico curante, il professor Curci, si accorge che alla sua paziente stia accadendo qualcosa di strano. Uno psichiatra, il dottor Traversi, cerca di ricomporre i frammenti del caleidoscopio che è diventata la vita di Maya ed Edoardo.
I due protagonisti si conoscono per le vie centrali della Capitale, in autobus, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti, in un periodo in cui tutti sono in allerta per gli attentati terroristici. Si guardano e non riescono a resistersi. Di lì a poco si ritrovano ad abitare insieme a casa di Edoardo in una zona residenziale. Maya comincia presto a odiare la sua nuova vita formattata secondo le buone regole del nucleo familiare sacrificando la sua parte artistica. Ma lo sguardo di Maya rimane quello di un’artista, uno sguardo che il militare Edoardo non comprende. Per Maya i paesaggi della Capitale sono descritti come dipinti di Monet, Van Gogh, Munch, Dalì. L’ambientazione è fluida, la città diventa un luogo immaginifico, una costruzione onirica. Quando Edoardo è via, Maya incontra Anya, la misteriosa postina, che la metterà nelle condizioni di chiedersi cosa voglia davvero. Anya, che in effetti sembra non essere solo una postina, incontrerà Maya ogni volta in un luogo diverso, nei bar di periferia, nei ristoranti giapponesi nei pressi del Parlamento, nelle ricche dimore di politici e uomini illustri: strani circoli in cui Anya cercherà di dimostrare a Maya come vivere senza rinunciare.
Il bambino che Maya porta in grembo assume un valore ambivalente. Il dottor Traversi, nel tentativo di ricomporre gli eventi, traccerà le connessioni tra il piccolo Arturo, l’infanzia e il padre di Maya, morto troppo presto, sacrificandosi per salvare sua figlia. O forse non è andata esattamente così. Forse questo è solo il modo in cui Maya ha ricostruito i fatti per dar loro un senso. Edoardo, come Ulisse, capisce che deve tornare nella Capitale, da Maya. C’è ancora qualcosa che possono fare per salvarsi.

Un incommensurabile grazie di cuore a Massimiliano Santarossa e Paolo Restuccia che scrivono:

“In anni in cui troppa narrativa italiana sconta il peccato della distanza dall’impegno, a favore di un intrattenimento vuoto, Ilaria Palomba, con un atto di coraggio, a tratti estremo, narra criticamente, sociologicamente e politicamente la sua generazione persa nell’enorme mostro antimorale chiamato Italia. Una delle più nere e luminose voci, devota alla controstoria, pertanto verissima storia, degli attuali figli d’Italia.”
Massimiliano Santarossa

“Luigi Annibaldi scrive racconti che l’hanno rivelato come uno degli autori più originali della narrativa italiana di oggi, ironico, surreale, e sempre in bilico tra realismo e fantastico. In questo romanzo mette la sua voce al servizio di una storia profonda ed estrema, illuminandola con un punto di vista unico, che si rivela nelle continue piccole sorprese, nelle intuizioni, in uno sguardo che può essere soltanto il suo.”
Paolo Restuccia

 

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