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Category Archives: fotografie

spire

Ho bisogno di un attimo in cui tutto taccia tutto sia silenzio e null’altro ho la febbre e non sono pienamente cosciente di me e non sono pienamente sicura di nulla e talvolta appaio a me stessa come quella bambina asociale che con 38 di febbre svaniva in cosmonautiche convulsioni e smetteva di usare la parola poiché semplicemente non aveva nulla da dire a nessuno che sia questa l’ombra oltre il mio volere? riscatto quel riscatto so non ci sarà mai come mai ci sarà la rivoluzione come distante intravedo svanire all’orizzonte una qualsivoglia forma di livellamento come fai a non considerare il male tuo il male del mondo? come fate a dire malattia invece che società? come fate a vedere davvero le scissioni tra le cose? forse era questo l’esistere un filo invisibile di corpi che tutti li unisce.

Anya e Alex li trovo bene forse un po’ disillusi ma tutto sommato crescere significa rinunciare all’hic et nunc in funzione di un futuro possibile e un futuro in Irlanda è possibile più di quanto non lo sia in Italia abitano in un luogo misterico una grande villa del 1830 abbiamo trascorso gran parte del tempo nella loro stanza giorni dublinesi di nebbia e pioggia mentre fuori il cielo è di un viola irreale e i rami lo tagliano come unghie mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa nonostante le alterazioni e non ho temuto il freddo ho scritto e mi sono figurata una perfetta esistenza dublinese piena di libri e un lavoro qualsiasi ma in grado di tenermi in vita e giornate di gelo dietro i vetri gotici dalle lunghe tende bianche dietro i rami riflessi nei vetri dietro un mondo freddissimo di ville antiche e cattedrali e James Joyce e notti anfetaminiche allo Sneijder musica trance e approccio facile uomini spagnoli uomini irlandesi dai lunghi dread rossi esseri umani e io sola nessun contatto sola ovunque ma sto bene starò bene nella mia solitudine.

Quando parto non ho coscienza non ho identità non ho volontà mi lascio deglutire dalle vite degli altri solo così posso apprendere qualcosa il sapere è una forma di annullamento sacrificio in un certo senso cessione d’identità non puoi restare fermo nei tuoi principi se vuoi imparare qualcosa non puoi essere te stesso al diavolo l’autoconservazione.

Il tassista all’andata era schizzato faceva paura aveva un ghigno hitleriano con quei baffi si voltava in mia direzione scatti isterici degni di un perfetto scraccomane stava dando di matto perché non sapeva dove fosse il 245 North Circular Road a Phisbourgh continuava a ripetere come volesse uccidermi I know where is Phisbourgh I know North Circular Road but I don’t know where is 245 North Circular Road continuava a ripetere 245 North Circular Road voltandosi e guardandomi come lo stessi insultando poi mi chiede cosa mi porta a Dublino gli dico di amare questa città di amare Joyce e lui si volta di scatto Joyce? ancora una volta con quel tono iracondo come fosse un pensante insulto e in tono di minaccia you read the Ulysses? timida annuisco borbotta tra sé e sé come fosse un dato gravissimo questo mio amore per Joyce e per la distanza.

Me e Anya sulle sponde del Liffey vedo fumare sigarette di ghiaccio e parole di ghiaccio sopra i massimi sistemi se sia giusto o meno rinunciare alla propria fanciullezza in funzione di cosa se sia possibile ancora opporre una qualche resistenza al flusso indicibile del mondo che ti mastica nella nebbia nascosta lei occhi così chiari in copri capo di lana quell’aria impertinente la differenza tra me e lei è quella che intercorre tra nichilismo e cinismo io dispero e lei ride tutto crolla una pantera bionda vorrei la forza sua d’animo tra fiume plumbeo e nebbia in bianco e nero colori diafani in un mattino eterno in un tempo senza tempo in uno spazio senza fine consacrato all’altrove livido e irreale l’urlo dei gabbiani sulla ringhiera nera mangiamo dolci stupidi e ci fregiamo dell’idea assoluta della nostra eternità non andartene docile in quella buona notte ma infuria contro il morire della luce mutare pelle ogni giorno sopra tutto e tutti avventura odissea.

Nonostante il mal di gola nonostante la mia ansia nonostante il disagio a non finire delle notti postume cerco di emergere dal fango e ce ne andiamo per O’Connell Street e ogni volta fisso lo Spire proprio in alto bucare il cielo compriamo cianfrusaglie in un mercatino vintage una goana rossa dread forti e leziose efelidi labbra sottili vende dolci di fragola e vaniglia mangiamo come bambine sedute su seggiole lunghe iniettate nei profumi della città in questa luce diafana di decorazioni natalizie e brusìo passi che calpestano l’asfalto occhi multietnici e a guardarci dentro puoi indovinarne le intenzioni le dico ci pensi se Joyce si fosse mai seduto qui in questo luogo che magari prima era altro in questo punto preciso chissà cosa c’era prima chissà com’era prima e come vedeva la gente e cosa pensava di loro ci pensi? Anya mi dice pensava fosse scomodo e che i passanti fossero orrendi per le vie di St Peter Green pregne d’aroma di frittura e bancarelle in legno a forma di casetta mangiamo patate mentre parliamo della fine del mondo come una volta mi dice come puoi preoccuparti come può importarti davvero qualcosa? goditela finché dura mangiamo patate al forno e pizze nordiche le innaffiamo con cocacola alla vaniglia che sa di cera il riflesso dei rami degli alberi e del cielo infiammato nei vetri del palazzo di fronte sembra una stampa smerigliata come le foto dei gabbiani sul mare del nord non riesco a smettere di guardare tutta questa bellezza mi dice sai che hanno fatto? hanno manifestato perché non vogliono pagare la tassa dell’acqua e calcola sono solo 50 euro l’anno poi gliel’hanno abbassata a 10 euro l’anno e hanno manifestato di nuovo amo questo popolo calcola se ci fosse una guerra mondiale qui siamo s’un isola felice e guarderei le bombe dallo schermo della mia tv in living room mangiando patatine e tu cerca di venire qui prima che chiudano le frontiere le dico una guerra mondiale già c’è solo che non ce ne accorgiamo ci annebbiano la vista l’udito il tatto ogni cosa la guerra l’abbiamo persa tempo addietro Anya quando avevamo l’opportunità di ricominciare da zero ma i rapporti Anya non dico altro parlo dei rapporti umani non c’è più nulla sotto queste macerie null’altro che mercato e reputazione hanno vinto stravinto e poi dicono psicosi ma è solo una resa non ci resta che danzare sulle rovine.

Camminiamo per Grafton Street vi sono statue nere e solo dopo mi accorgo siano uomini sollevano cappello e occhiali se dai loro una moneta poco più in là un uomo dalla giacca a quadri e il cappello beige fa sculture di sabbia oggi una ragazza distesa sulla pancia di un cane ogni giorno arriva qui all’alba con un mucchio di sabbia gelata e comincia a darle forma un rocchettaro su di giri suona Pink Floyd urlando a più non posso un gruppo di teenager con le renne sui maglioni suona canzoni natalizie salutando noi chiuse nei nostri cappotti del sud e nelle nostre pelli del sud che congelano a dicembre ovunque esplode l’esistenza nelle arterie della città qualche raggio di sole violenta la nebbia diafana la foschia la goliardia dell’istante in questi colori ossianici e iperborei oggi va così tra le strade di Dublino assediate dalla melanconia della partenza e della crescita un ricordo della notte dopo lo Sneijder un uomo barbuto a petto nudo su O’Connell Street spiega cartoni per terra crea un tappeto di cartoni sull’asfalto dico ad Anya guarda è una performance lei dice che sia solo il delirio etilico di un alcolista una performance le dico una performance inconsapevole come gli amici ex tossici che ora si credono posseduti dagli alieni e quelli che invocano i cari morti in sedute spiritiche e i figli dei ricchi ugualmente devastati da anni di rave senza speranza nella luce assente delle periferie armate di cui ora non si vede più confine mi dice Anya sai qual è il punto noi siamo a metà strada tra la vita vera e il nulla ma non siamo ancora perse tutto è faticoso e sarà sempre più faticoso man mano che cresci diminuiscono le possibilità e aumentano le responsabilità.

In volo: le nuvole qui sono un mare di onde immobili il cielo al vespro iniettato di porpora è un incendio un’apocalisse nonostante tutto esiste la bellezza.

© i. p.

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Corpi onirici
nelle cripte della memoria
squarci di identità pregresse
sono ogni essere senziente
la meta è la morte
il presente crolla
ne avverto il peso
ma sono una fenice
tra le ceneri dell’umano
rinasco nel cerchio
oltre l’individuo
verso l’esistenza.

 

© testi: Ilaria Palomba
© foto in alto di Vito Palmisani: performance di Miguel Gomez e Ilaria Palomba, l’8 ottobre 2014, a Bari, presso Federico II Eventi – Women in art.

© foto in basso di Carmen Toscano: performance di Miguel Gomez e Ilaria Palomba, l’8 ottobre 2014, a Bari, presso Federico II Eventi – Women in art.

 

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Diventare un’opera d’arte è la prerogativa dell’uomo postumano, l’uomo ponte che si supera e sacrifica nell’oltre. Nella performamce-art sono annullati i confini tra pubblico e artista, tra artista e opera. L’immaginario fa irruzione nel reale e ne determina l’andamento. La potenza dionisiaca dei demoni si libera sotto forma di energia. Il messaggio si fa carne. I corpi strumenti. Dove l’opera è suprema l’artista scompare, come un burattinaio i cui pupazzi continuino a muoversi per volontà propria anche dietro i sipari.

Il corpo segnato, il corpo dipinto, il corpo trasfigurato, induce all’apertura verso il possibile. Un sentire diverso si fa largo nella carne. Investe i singoli corpi, come emanazioni del grande corpo che è il sociale. Là dove ogni futuro sembra spezzarsi o crollare, l’arte trionfa come una forma di nuova sacralità sotterranea. Con la pittura di Miguel Gomez io sarò un’opera d’arte ma sarò anche non io. La possibilità di non essere se stessi, uscire, mutare identità, provare l’estatica vertigine del superarsi, lenisce le ostilità individuali, quei vincoli identitari che inducono allo scontro con l’alterità. Identità e contraddizione, come unica forma di legame tra me e i molti. Quando irrompe sui corpi, la fruizione artistica, non è più appannaggio dei pochi, ma diventa potenza sociale dal basso, vettore di scambio, totem onirico. Un corpo divenuto opera d’arte è un corpo trasfigurato, aperto alle multiple identità dell’umano. Oltrepassando l’io, l’opera d’arte diventa un insieme, un sentire condiviso che dissolve le individualità, divenendo inconscio collettivo, potenziale mistico. Non possiamo più affidare il futuro all’economia, alla politica, alla burocrazia, ma, sommessamente, trovare squarci di bellezza che dal fondo ci conducano alla luce. Tutto passa per il corpo. Il corpo è un tempio, l’artista un sacerdote. Che il rito si compia!

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Le notti in quella grande casa 245 di north circular road con lupo anya e alex a cercare spiriti nell’ululato del vento a rotolarci in gonfiabili materassi mentre sopra c’è musica tossica alle quattro del mattino svegliandoci di soprassalto per il gran rumore che anya non sopporta e alle quattro del mattino non sopportando si mette a scrivere mail per denunciare l’accaduto ai proprietari e aspettando che l’inquilina chieda spiegazione per dargliele con fuck off annesso e ammette mi sono trattenuta dal dirle di peggio le mattinate con alex che prepara il te svegliandoci con colazioni in camera a girare su bus tour sleeppando sui sedili per non aver dormito la notte per la musica e il vento a cercare i pub delle peregrinazioni di Joyce dopo averne visitato gli appartamenti a bere irish coffie a temple bar con natalizie decorazioni e musicisti folk in rigorose camicie a quadri a ridere di nottambuli limoni e anoressici fantasmi che fuori dallo specchio della lavanderia domandano who are you in precisissimi inglesismi da dopoguerra a rotolarci sul pavimento con irlandesi che offrono costosissimi eccitanti mentre si gioca con cani rebel e si ascolta david bowie parlando multilanguage e comprendendo meno di un terzo dei discorsi strafatti a bere cydro e poi vino e poi wiskey all’una di notte mentre il vento ha la voce di uno spettro a fantasticare dissotterramenti di cadaveri sotto lapidi di byrne incorniciando con fotografici flash i cristi in pietra lavica scolpiti agli angoli di oscuri giardini infernali a guardare film horror leggendo su wikipedia storie sulla north circular road parlando di inspiegabili suicidi e abbandonate stone’s ville una volta rigogliose e prospere ora ricoperte da rampicanti piante demoniache e sterpaglie da incubo a vagare per dublino tra trinity college e st stephen’s green elemosinando il sole di mezzogiorno lasciandoci incantare da gotiche cattedrali in pietra medievale st peter church e st patrick’s church dalle luminosissime vetrate che incendiano l’oscurità incendiano e incantano lo sguardo nell’assoluto bagliore a sbirciare scene di spaccio di uomini in bicicletta che corrono a confessarsi e incontrano pusher knacker in tuta adidas dentro chiese st dominic’s church e corrono fuori a diffondere il verbo dello sballo giriamo al freddo nel vento assassino tra prigioni kilmainham e glasnevin cemetery comprando vomitevoli caffè per banchettare con cornetti e tramezzini da supermercati teco ce ne stiamo nella penombra di uno scenario alla tim burton scattando irriverenti foto su lapidi carton mentre fuori l’odore di pioggia invischia l’aria che cambia ogni istante sole pioggia e tramonto una notte ce ne stiamo a bere vino nel quartiere ultramoderno bord gáis energy theatre tra luci sparate e liffey straripato fa un freddo che immobilizza i muscoli i piedi non li sentiamo più e ci passa davanti un riccetto in bici che ha l’aria di avere meno di diciotto anni chiedendo sigarette e regalando accendini con foglie di marijuana incise sopra si avvicina raccontando strafatto di esser finito sui giornali per aver provocato incidenti in bici e mostrando documenti falsi stampati in francia racconta di aver passato tre giorni in carcere per tentata strage ma di esserne uscito incensurato fottendo il sistema con documenti falsi stampati in francia durante la leva militare mi presenti il tuo spacciatore gli chiedo ma non comprende e anya gli parla e traduce dall’inglese permettendosi di correggere il tutto con qualche bestemmia in barese e così i nostri piedi assiderati domandano venia e ce ne scappiamo con il vento a trafiggere le ossa scappiamo verso lo spire con il fiato mozzato dal gelo e c’è un odore inspiegabile di freddo che s’insinua nelle fenditure delle ossa allo spire l’ultimo taxi ci porterà nella casa degli spettri io e anya resteremo sveglie la notte a rimembrare adolescenziali furori e a non riconoscerci mentre le vite degli altri – nel passato – ci scivolano sopra come oniriche ombre in una notte lunga un’esistenza.

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© Foto: Luigi Annibaldi

© Testo: Ilaria Palomba

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forse avevo solo bisogno di un paio di amici così ho promesso loro che avremmo conquistato il mondo ma a me il mondo non importava non mi è mai importato avrei voluto solenni battaglie in nome di un ipotetico noi identitario mi sono lasciata scalfire dai giudizi dalla desolazione del quotidiano ho danzato su specchi per allodole e li ho infranti

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è che all’improvviso ti senti solo perso nel nulla siderale del tutto la città cresce cancerogena alle tue spalle su di te contro di te dentro di te ogni giorno perdi il senso nel turbinio dei progetti frequenti gli uffici i caleidoscopi le poste le manifestazioni le ossessioni piazza navona piazza di spagna campo de’ fiori stai lì che ti muovi spasmodico e nulla più ha senso… nient’altro che il movimento stesso e così scivoli nell’oblio dimentichi ciò che credevi di sapere le morti le nascite i matrimoni i divorzi ogni cosa cade nell’oblio della velocità nell’inadempienza del volere dimentichi persino chi sei stato e perché sei qui e quel che è peggio dimentichi il corpo le scopate si susseguono identiche attraversando organi sessuali diversi sei qui eppure sei altrove l’ombra sfumata dell’esserci ti vive addosso senza tuttavia lasciare segni il tempo cancella le cicatrici il tuo corpo è in balia di chiunque chiunque può farti sentire vivo o morto a suo piacimento chiunque può decretare il tuo valore con un sì o con un no e tu non sei nessuno non sei più corpo ma volontà di volere insegui spasmodico l’ultimo ricordo che l’eterno splendore della mente non abbia ancora cancellato in favore dell’oblio frenetico poi un giorno ti guardi allo specchio e sei troppo vecchio per accorgerti di poter invertire la marcia delle tue battaglie non è rimasto altro che polvere dei tuoi lavori legnetti spezzati della tua vita fotografie sgranate che incorniciano un’illusione di felicità ti convinci devi convincerti che sia valsa la pena ma per cosa? per chi? per quanto? fermati respira te lo ricordi il respiro?

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silenzio attanaglia il silenzio perchè hai scelto questa vita? riflettici nessun suono nessun gemito nessun rumore dove sei ora? lentamente il respiro s’impossessa di te ti possiede è altrove la vita maya e atma altrove il tuo io altrove il tuo non io il corpo è ancora vivo sei capace di sentirlo? ascolta la pelle la tua pelle vale più di ogni cosa nella tua pelle sono incastonati gli insegnamenti del passato soffia un vento leggero e puoi toccarti sei vivo puoi accarezzarti come un’amante e restare immobile mentre la notte s’impossessa di tutto

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il vuoto non è oblio ma corpo vivo che pulsa puoi sentirti addosso la storia mentre tutto crolla restare immobile sei ancora capace di restare immobile? non ci sono rifiuti che possano scalfire il respiro quando è saldo e costante e segue il fruscio del vento oltre la città vive l’immenso alberi secolari fiumi laghi oceani ogni cosa pulsa con te in te oltre te la vita vive di se stessa è fuoco e si ciba della distruzione delle sue parti vivi oltre l’incombenza rifiuta l’oblio i lavori forzati gli sfratti le scintille anfetaminiche di un eterno delirio oltre il tuo ruolo c’è un’essenza investe tutte le cose e frantuma la singolarità in un unicum osceno è vita e morte è corpo e soffio è tutto ciò che non si può comprare non ha luogo né tempo né quantità né confini esiste solo se decidi di crearlo ma ti vive dentro nel fondo del corpo è carne viva e plastica materia senza legami non ha bisogno del tempo ma lo ingoia in silenzio e tu lentamente apri gli occhi.

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Evento CARDIOPATICA 2

Performance CONTRONATURA con Manuela Centrone

Testo Ilaria Palomba

Musica Sigur Ros

Video Manuela Centrone

Foto Marco Fioramanti e Giancarlo Capozzoli

la musica ha accompagnato ogni istante mi sono librata in paraedoliche orge musicali avevo solo diciassette anni e ancora non conoscevo il sapore della consapevolezza mi sono ancorata al battito di una cassa dritta eravamo così belli noi in viaggio per milano davvero poco io ricordo quelle notti erano ancestrali avevo degli amici e forse anche una relazione di pseudoamore con uno dei miei amici che s’illudeva di salvarmi dalla mia autocrocifissione così partivamo su questo largo treno ubriacandoci di vino e hashish aspettando l’agognato oltre era tutto qui e ora tutto sinotticamente vivo scivolavo su ansiogeni chilom assumevo lorazepam tegretol valium e derivati oppiacei di vario genere m’illudevo di essere nel regno della libera scelta m’illudevo di essere parte di qualcosa non ricordo come arrivai a quella festa tutto quel che ricordo sono i volti degli astanti miei presunti amici immaginate un george harrison giovane immaginate uno spud trainspotting style meno sfatto e più figo immaginate una pink postpunk immaginate una pamela morrison vestita da eminem (quella ero io) la notte milanese del capodanno di nove anni fa in piena notte glaciale cercavamo indicazioni per il rave di capodanno alla ex pirelli optammo alla fine per un taxi avreste dovuto vedere l’espressione del conducente quando ci vide scendere in quel cumulo di macerie tra migliaia di teste rasate e dread e piercing e camper prima di allora probabilmente non aveva mai visto nulla del genere lui entrammo lentamente ogni passo rimbombava nell’aria le pareti di questa fabbrica erano immani sembravano loculi mortuari o piramidi rovesciate la notte s’infilava nella pelle la musica era rumore condensato stato adrenalinico puro endorfina liquida sparata dritta in vena non m’importava uscirne viva stavo entrando nella bocca dell’inferno sarei stata risucchiata dal rumore ora lo sapevo facevo parte della seconda generazione raver non quella anni novanta della gioia di vivere estatica spensieratezza musica vitaminica culi stratosferici muscoli laccati pantaloni lucidi abiti fluorescenti e capelli colorati da effimere bombolette spry no io mentre entravo nella bocca dell’inferno sonoro tra camper fumanti pusher a ogni angolo venditori di pizze funghi e paste io a ogni passo mi avvicinavo alla decadenza e mi piaceva fottutamente niente abiti fluorescenti solo creste dread e piercing qualche tintura scolorita il nero predominava su tutto larghe felpe numerate e larghi pantaloni sdruciti di una bellezza deforme le anime là dentro danzavano era l’ade mi sarebbe piaciuto rimanerci per sempre dimenticare l’hic et nunc i prometeici studi i volti familiari perdermi agognavo tra le fauci del sottomondo le casse erano muri incompresi di suono deforme le persone erano ombre confuse piatte come schede telefoniche a una sola dimensione abbiamo danzato l’intera notte in botta di anestetici per elefanti abbiamo attraversato scale mobili lucenti e dismetriche altalene sospese nel buio ricordo il mio amico di allora spaventato di fronte al mio non riconoscerlo ricordo un uomo scheletrico e sfatto al nostro fianco tra odore di cenere e plastica bruciata raccontarci di coma k e viaggi di sola andata era caronte ricordo le parole dello scheletrico uomo lasciala perdere quella roba diceva a volte avevo paura di non essere corpo e insieme ciò mi donava un brivido ero tutte le cose transeunte immanentemente viva e morta eternamente sospesa tra i due mondi mai dentro mai fuori sospesa in un limbo psichedelico ricordo spud raccontare di aver visto le porte della percezione dopo due trip e tre pasticche mescaliniche ricordo di aver ritrovato un mio amico d’infanzia all’alba nella neve e di non aver provato freddo alcuno ricordo george harrison reggere la testa a un uomo smadonnante in grida paraboliche contro l’esistenza di dio mentre ne vomitava l’essenza ricordo i loro volti e poi non li ricordo più avevo diciassette anni e credevo che sarebbe stato bello vivere l’eterno nella musica ancestrale era rumore vivo divino che copriva le grida del mio passato avrei vissuto danzando nuda in tutto quel rumore per annientare la paura di vivere avrei danzato nuda tra le rovine rasentando la maledizione dell’eterna giovinezza per prostrarmi ai piedi dell’idea beatificata di me stessa avrei scopato di folle libido con tutti loro senza tregua per innamorarmi estaticamente di me ancora e ancora e ancora ma così non fu quegli anni furono esasperanti per quanto io mi dividessi da tutto e giorno per giorno mi cresceva dentro il demone dell’assenza non fummo mai l’agognata famiglia di cui mi ero illusa io ne restavo fuori e man mano che gli anni passavano ero sempre più fuori e rimpiangevo quel giorno nel tentativo palingenetico di rivivere quel capodanno milanese nella neve di un rave party devastante e oggi sono qui a raccontarlo con grumi di rimpianto nelle papille gustative ho preso parte a innumerevoli raduni party rave tecnival ma ogni volta era peggio ogni volta mi sentivo in quel limbo mai completamente sulla terraferma mai completamente nell’inferno sempre a un passo da tutto e da tutti quando passo accanto a quella gente nessuno di loro più mi conosce e mi sento estranea una non iniziata e insieme vampirizzata da un mondo che ha fatto parte per dieci anni di me mi sono illusa che avrei creato demiurgici universi a occhi chiusi nella danza estatica di giorni e ore e tempi indistinti mi sono illusa di essere parte di una tribù mi sono illusa di essere come loro e tante e tante volte mi sono illusa di essere parte di qualcosa ma ora so che non è vero non è mai stato vero io nella mia danza ero sola e sola sono ancora la mia weltanschauung collide con quella di chiunque a volte mi sono chiesta cosa sarei stata se non avessi sprecato dieci anni della mia vita a illudermi di allucinata bellezza e atroce musica fuori dal tempo probabilmente sarei diventata una qualche forma umana alternamente condivisibile o forse no sarei stata come sono divisa ovunque un’ombra silenziosa scarnificata dai gesti forse è questa la mia essenza l’ottundimento non è facile starmi accanto e per me non è facile stare accanto agli altri ma le cicatrici che ho sulla pelle sono la mia forza la mia storia la mia unicità un ritratto sublime incastonato nel corpo e questo senso tragico con cui vivo ogni esperienza è per me in verità fonte di gioia estrema in ultima analisi coincide con la mia estasi.

© i. p.

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PARTE I

sono le 03:45 del 1 settembre 2013 il sonno tarda ad arrivare fuori per strada il vociare di genti a me ignote nel mio letto vivide rose piccoli frattali le paure mi assalgono demoni possedendo le mie ore come fossero di latta solida consistenza che beve il tempo corrode il corpo attimo dopo attimo vorrei vivere a cinque sensi ma la paura mi blocca è un piccolo mattone nel torace che man mano si fa sempre più grande sempre più grande sempre più grande pesa nel petto e frastaglia pezzi di me contro natura e ti guardo dormire amore mio e sento di non aver avuto mai nulla di così prezioso e mi sento morire all’idea che il nostro presente possa divenire abitudine e voglio fuggire e sento le voci che sono pezzi di me contro natura che sussurrano mi sento morire si chiudono i bronchi e comincio a tossire troppo stanca per alzarmi e troppo sveglia per dormire mi manchi amore mio mentre chiudi gli occhi e mugoli nel sonno ti guarderò respirare ascolterò il flusso ne carpirò l’odore lo catturerò nella mia pelle prima di uscire di casa in piena notte scalza cedendo al desiderio di abbandono quello che spinge per uscire quello che grida dentro tradimenti lunghi un’infanzia sento le pareti tremare mi manca la grecia amore gli attimi spensierati e antieconomici l’atarassia dell’istante le canzonette improbabili in alfabeti cirillici le rovine di civiltà che mi distano millenni medievali castelli a pelo d’onda sospesi su tramonti rosso sogno nell’aria di un irraggiungibile altrove e poi monemvasia le rocce a picco sul mare la scalata il mio affanno asmatico per salire sin là su e le tue mani così calde se vuoi possiamo fermarci no ti prego non voglio fermarmi contro natura salire fino al punto in cui le stelle sono sotto possiamo calpestarle senza pari gridare urla trecento questa è sparta mentre siamo a mistrass e sciami di francesi aleggiano parlottando aritmci mi sento precipitare qualcosa si agita nel petto cosa cerchi in grecia mi chiedevi tutto rispondevo e aspettavo la notte per inforcare le unghie nella tua carne spingerti più dentro guardarti godere rubarti l’odore con la guancia destra poggiata sul tuo petto ruvido da uomo che è amante e padre nemico e angelo sentire tutta la storia sul tuo petto mentre vieni dentro e io ti stringo fortissimo per non farti respirare black out avrei voluto tutte le notti rubare ogni stella del firmamento per te ma le guardo morire piccole fette di cuore poco per volta si sgretolano e non so cosa mi accada vorrei essere ancora lì ma non è questo è altro la vita che mi scorre via mentre sei su di me dentro e fuori non voglio ricominci la giostra il mio non vivere qui e ora diranno che sono stati tempi difficili ma la verità è che non c’ho nemmeno provato e questo mi strazia amore il saperci poi così diversi tu così pronto alla vita io così divisa di spada tagliata perfettamente doppia c’è qualcosa là fuori? comincio a dimenticarmene e sono stanca di vedermi allineare istanti contro natura io contro natura vorrei rimpicciolire fino all’utero.

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PARTE II

vi osservo io voi da un punto distante dello spaziotempo e la vostra funzionale esistenza mi rende fobica me ne sto in disparte in un quartiere residenziale di roma sai che è roma solo perché ci sono parchi e quel tipo di chiese moderne che vorrebbero scimmiottare il paleocristiano ascolto smells like teen spirit come avessi quindici anni ricordo il rosso dei capelli di sbighi mentre io e lei intente a fumare del tetraedrocannabinolo esalando hashish dalla finestra di casa sua usciva il fumo così onesto a detta sua e i miei occhi si perdevano sulle smagliature dei suoi seni che trovavo così sexy la vita vissuta sempre riesco a trovarla seducente e leggo e rileggo i brani più poeticoerotici di tropico del capricorno immagino come sarebbe stato scoparsi henry miller o cosa avrebbe pensato lui della mia fica come l’avrebbe descritta mi ritrovo con le mani giù forti nell’elastico degli slip laceri e poi grida fino all’orgasmo mi chiedo se ci sia mai stato un me un corpo fuori dal corpo leggo essere e tempo e poi stoner e rileggo zarathustra e poi usciamo con abiti greci io e sandali troppo alti con cui non riesco quasi a starti accanto ricomincio a cadere sulle pagine facebook la consapevolezza del margine l’origine dell’esclusione assumo antistaminici evitando accuratamente gli antipsicotici evitando accuratamente gli stati border che spesso mi sono stati diagnosticati mi nascondo nel tuo corpo come una bambina dietro la gonna della propria madre ascolto trentemoller una volta dopo l’altra fino all’implosione dei legami nucleici ascolto mia madre che parla con tua madre ti prendo la mano sotto al tavolo le mie dita disegnano cerchi concentrici nei tuoi palmi la stringi forte questa mia mano scappiamo ti dico scappiamo con i miei occhi scappiamo rientro nei ranghi negli impegni riprendo i contatti leggo notizie siriane in cui si prevedono guerre cui mi prevedo manifestare contro mi prevedo sconfitta leggo notizie su notizie mi preparo a implodere mi preparo a esplodere portami via scappiamo da cosa mi chiedi da tutto tutto questo possiamo fuggire da tutto miky? sono la tua mallory ti prego prendi il porto d’armi andiamo in giro a sparare a zero su tutti assumiamo soltanto psilocibe amminoacidi lisergici ti prego una strage non sopporto più la vita voglio fare fuoco su chiunque rapire ragazze innocenti e legarle al letto non riesco più a sopportare la vita che scorre l’ordinario contiene il germe dello straordinario partenogenesi del divino io e te siamo potenziali assassini questa vita io vorrei un piccolo camper e due calibro 38 fare fuoco su tutto mandare a monte la triade hegeliana che c’imprigiona abbiamo vissuto in ogni tribù postmoderna e ne siamo stati sputati fuori come frutti acerbi e ora siamo troppo marci per poter un giorno maturare non conosco vie d’uscita ho vissuto solo un’infanzia negata non conosco tutto il resto e non m’importa l’idea di essere incastrata in questo corpo sociale mi nausea quasi quanto l’idea di essere incastrata in questo corpo umano noi non abbiamo un corpo noi siamo un corpo diceva mio padre lo dice ancora ecco poi lui è quel quid sovrasostanziale sangue del mio sangue l’unico che può farmi sentire fiera di me fiera di me fiera di me e tu sei qui anche se non posso vederti vorrei scriverti lettere lunghe addii e continuare il viaggio anche senza di te ricordo l’altro giorno nel salento a san foca o giù di lì ci siamo inoltrati su spiagge notturne di stupidi indierock e trovavo l’umanità così ripugnante ma io non sono cattiva solo non concorde disturbo narcisistico di personalità a sfondo antisociale ami tuo padre? allora non sei antisociale eppure sto così male con gli altri il restante resto di niente non ci sono paesaggi qui dentro se non quelli del mio odio vedevo sulla spiaggia non c’era altro che il desiderio sospeso nell’aria immenso infinito desiderio e insieme anche orrore meccanicistico incredibile quanto tutto possa riassumersi nella negazione tutto è libido gioco l’erotismo risiede nella modalità della negazione nel non coito mi piacerebbe giocare ancora e mentre ti confessavo queste cose fissavi il mio mojto ancora non vuoto e rincorrevamo righe bianche e i tuoi occhi erano così tristi credevi di non bastarmi ma non era questo che intendevo così ti ho trascinato via da quel ruvido sito di deplorevoli indie fashion e ti ho trascinato su una pista ignorante come dite dalle tue parti nel lido accanto una festa electro beat con numero dieci invitati e noi al centro pista genti partenopee intorno mi muovevo spasmodica altamente consapevole della perfezione sferica dei miei fianchi come la bambola del testo dei no braino siamo scesi giù all’alba è il sole a rovinare le notti infausto stupratore di lune stregatte il giorno dopo abbiamo brindato con vino greco e amici tedeschi nel vespaio della veranda non ti posso offrire non ti posso dare una famiglia felice e una casa al mare ci siamo ritrovati a rincorrere la pioggia in città bianche sali scendi su gradini dopo torre guaceto scappavamo a ostuni e i miei piedi erano così zuppi di pozzanghera che avrei potuto tagliarmeli abbiamo assaggiato gelati al lampone rossi come i capelli rossi della mia adolescente amica del liceo al lampone erano i suoi baci di quel lampone purissimo e fulgido fuori dal confine ho avuto un tale singulto di bellezza mentre la città in festa illuminata e la banda suonava e deglutivo lampone tra sguardi silenti di verità aleteia venute fuori da apparentemente innocui giochi di amore e fuga abbiamo osservato poi la notte dall’auto e ancora trentemoller apparat kalkbrenner e knife che gran bella musica ascolti dice tom e poi siamo saliti e mi sono guardata dentro e ho visto la mia casa sgretolarsi con i canneti che cadevano e una tormenta di vento che mette le onde in subbuglio e la notte un’altra notte ci è passata alle spalle e ha dormito sulle prime luci violacee ho letto di velocità e lentezza milan kundera e politici ballerini ho rivisto i miei giorni il mio paese la mia condizione il mio non lavoro la mia diagnosi ho guardato con tom e mari e tra le tue braccia l’ultimo giorno di mare e sole nascosto da fameliche nuvole dagli occhi cerchiati vespe e serpenti piccole bisce nere nel letto ho sognato lunghi cobra sbranarmi ho tremato lasciandomi avvolgere dalle tue braccia penetrare come fosse la prima volta e ho pensato a henry miller mentre si masturbava e la sua amica che si sgrillettava un po’ anche lei e gli piomba in stanza e lo trova a darsi da fare su e giù con la mano e lui desidera solo che lei ci si sieda sopra e pensavo a lui e anais nin che ci davano dentro alla grande e ti ho scopato amore come se fossi stata tutte le donne della letteratura e ti ho bevuto fino all’ultima goccia mentre eri tutti gli uomini della storia e ho letto di superomismi nietzscheiani fai pace con la natura perché la natura è la tua grande madre assassina ed è questa la mia patologia io sono un’elettra potenziale scopa tuo padre uccidi tua madre la natura io la odio sto malissimo nella pelle si formano microfratture sono allergica a qualsiasi forma di vita le vespe mi fanno gridare forte e i serpenti mi fanno orrore solo l’orgasmo mi libera dal male amen credo che dio sia la somma di tutti gli orgasmi della terra ho una gran voglia di sotterrare la paura nella pelle tra le cosce lasciandomi sgrillettare immaginando orge enormi copulazioni sulle spiagge di dioniso perché non restiamo qui ti ho proposto mentre in una corsa contro il tempo accompagnavamo i nostri amici tedeschi alla stazione di lecce vuoi restare in salento eri perplesso poco convinto dell’idea no intendo in un non luogo davvero natural born killer sfanculiamo la società civile quella cosa che dà nomi alle cose sfanculiamo il logos viviamo qui nel tropico del delirio vieni con me baby solo musica da urlo viviamo in una macchina un paio di pistole e boom in giro per l’eternità stai scherzando certo sto scherzando però sarebbe una bomba ora sto ripensando agli istanti per me non cambia poi molto io sono soltanto una ragazzina viziata cresciuta con tutto e finita con niente e nessuno mi ha mai insegnato a campare il corpo ho dovuto insegnarmelo da sola un due tre stella ho vissuto dentro troppo dentro e ora il fuori mi sembra un enorme muro di gomma il fatto è che la realtà mi uccide poco per volta lentamente mi fa a fette sempre più sottili sto cercando di scappare ma non potrai ancora per molto dici ne sono consapevole eppure quando mi dicono di essere fuori dalla realtà mi chiedo cosa sia questa realtà cui tutti inneggiano io credo che ognuno ne abbia una generata non creata della stessa sostanza del padre a ciascuno la sua realtà e a ciascuno il suo fuori-dalla-realtà voglio plasmare la bellezza nel sussulto infinito ma so che dovrò far pace con la natura far pace con la simbolica matrigna da cui mi sento ferita.

© foto di Luigi Annibaldi
testo di Ilaria Palomba

Prima c’era tutta quella gente, ora ci siamo solo io e te. È buio. Una pioggerellina estiva graffia i vetri e il vento bussa. Sotto le tue ginocchia un lenzuolo bianco, immacolato. Le tue braccia sono legate da un singol colon, come le tue caviglie. La stessa corda, passa al centro della tua schiena, sotto le ascelle e sul torace. Sulle labbra ti ho attaccato un pezzo di nastro adesivo. Nella penombra del corridoio riesci solo a fissare l’affresco della Madonna mentre il campanile di Santa Maria in Trastevere rintocca le due di notte.

… continua…

© Ilaria Palomba

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Is your secret safe tonight and are we out of sight

Will our world come tumbling down

Will they find our hiding place

Is this our last embrace

Or will the world stop caving in

Muse – The Resistance

The Resistance dei Muse nello stereo. Piedi nudi sul legno. Luce fioca, senza sole e senza lampade. I rami degli ulivi attraverso la finestra. Una maglietta rosa slabbrata e trasparente. Ti piace dimenarti a occhi chiusi. Senti la pelle dei fianchi stringersi e tirarsi. Le mani afferrare parti di pelle, modellarla, sembra farina. I capelli sconvolti. La fronte sudata. Le labbra semichiuse. Lo fai ogni santo giorno. Ti lasci scivolare a terra feroce graffiandoti le ginocchia. Ti capovolgi, piroetti, sfidi l’affanno. Percepisci il gusto della saliva che si secca nel palato. Ridi, sola, convinta che nessuno possa vederti. Sono gli unici momenti in cui ridi, quelli.

Da bambina a scuola di danza non ridevi mai. Camminavi in punta e non chiudevi mai gli occhi. Le gemelline ridevano di te. Sapevi di non dover staccare i piedi dal pavimento. Le unghie si spezzavano, i piedi cedevano. Avresti voluto smettere di tremare.

Ora ti sleghi i capelli e sbatti le mani alle pareti, ti liberi di tutta la morale che ti ha incatenato il corpo.

Ieri sera a cena eri così rigida. Ti sembrava di avere ancora l’insegnante a punzecchiarti i glutei con un bastone per farteli stringere, le risate delle ballerine, eco nelle pareti.

E invece eri solo in un pub con amiche. Ti sarebbe piaciuto prenderle la mano. Ma lei si era alzata troppo in fretta. Mentre il tuo corpo rabbrividiva eri distante da tutto e ti consumavi nel riverbero di te. Ti stavo guardando ma tu non potevi vedermi.

Accarezzi il pavimento, è il corpo di un amante e poi ci strisci sopra come un serpente. I capelli sparsi sono fili di seta. La testa che preme contro il parquet. Gli occhi chiusi. I piedi contro il muro. Quel vuoto ancestrale si fa largo nella pancia e nel petto, sale alle tempie. Quel vuoto da cui non vorresti uscire più.

Mi fai vedere la tua piroetta? Nello spogliatoio ti avevano incastrata. E ti sentivi costretta, eri il corpo di un cadavere in una bara. Ridevano, cagne affamate.

Dai, facci vedere la tua piroetta, diceva una delle gemelle. Secondo me non è in grado, cade, diceva l’altra. Le mani alle tempie, gli occhi che guardano attraverso i gomiti. E le loro mani su di te erano tentacoli. Gli occhi lucidi in preda a un attacco di pianto che non sbocciava mai. Ti avevano portato con forza in palestra. Con forza, ti avevano strappato la calzamaglia. Erano pezzi di pelle che venivano via.

Avanti, facci vedere come fai la piroetta!

Ora sei senza pelle e puoi ballare soltanto chiusa nella tua mansarda. Le tue gambe fendono il vuoto. Le dita accarezzano i seni, i fianchi ondeggiano spasmodici. E io sto qui a guardarti, sono sempre stata qui. Dietro di te, un’ombra.

Avanti, facci questa piroetta. Eri nuda, senza vestiti e senza epidermide. Ti si accapponava quella pelle che non avevi più. E provavi e riprovavi a girare ma non ti riusciva mai.

Ti volti, piroettando ora due, tre, quattro volte, con il piede nudo in una punta impeccabile. E mentre piroetti incontri i miei occhi dietro le grate, tra le foglie di ulivo. I miei occhi ti spogliano ancora, fino a lasciarti senza muscoli e poi s’infilano nelle ossa. Fanno tremare i pavimenti.

Con le lacrime che non volevano uscire. Nuda e spezzata avevi volteggiato su te stessa. Ti avevano presa a spinte fino a farti perdere l’equilibrio. Sei una sega! Una sega! Aveva detto una delle gemelle. Perdendo l’equilibrio, il polso storto sul pavimento. La botta aveva spezzato qualcosa in fondo. Le loro risa si erano trasformate in grida vedendoti lì, con il polso che penzolava fuori dai confini del braccio.

Provi a chiudere la serranda ma non puoi. E poi accosti il viso alla carta da parati. Ti asciughi il sudore con le mani. Io sono ancora qui a guardare dentro. Vorrei che la porta si spalancasse, vorrei stringerti forte fino a toglierti ogni respiro. Io sono il tuo caleidoscopio. E mi disseto di ogni tuo corpo. Allunghi una mano contro il vetro e io anche.

Sei in bagno. Un buco nelle grate mi lascia entrare nel tuo appartamento. Quando esci sono di fronte a te ma non puoi gridare, ti ho serrato le labbra con le mie. Ti chiedo dove tu sia adesso, mi rispondi nel silenzio.

Avevano riso anche quando eri tornata a scuola con il gesso. I loro occhi entravano nei muscoli e attraversavano i nervi. Fu l’ultima volta per te lì dentro.

Siamo distese sul tappeto. Le tue gambe a cavalcioni con le mie. Cerchi di sfuggirmi, ma non puoi. Sono la tua pelle. Quella che ti hanno strappato tutte quelle mani. Ora fuori è notte. Gli alberi non si vedono. Il vento ulula. Bussa per entrare. Ho tra le labbra il sapore del tuo sudore. Tra le mani stringo i tuoi seni. E ti chiedo di danzare. Ora, solo per me. Non lo fai. Ma io ti lego a me con un foulard nero e il tuo bacino aderisce al mio, il mare alla terra. Il foulard stringe i tuoi fianchi e gli occhi te li bendo con un altro foulard. Ora sei costretta a danzare tra le mie mani. Che saranno solo le mie. Muovi i fianchi lentamente facendoli ondeggiare sui miei. Strisciami dentro. Vorrei mangiarti. Trangugiare ogni tuo desiderio. Iniettarmi in vena il tuo odore. Starti dentro, senza uscire mai. E mentre stiamo qui a dondolare, ti accarezzo il torace con mani che sono bisturi. Bacio i tuoi capezzoli, sono bocche. E seziono il tuo ventre con le unghie. Mi metti una mano sulla fronte. Mi allontani. Non capisci come io abbia fatto a entrare. Quanto tempo sia trascorso dall’ultima volta.

C’ero anch’io, te lo ricordi? Eri corsa via fino alla fine della strada. Auto e insegne di negozi e poi campi di ulivi e grano si sgretolavano nella corsa forsennata che ti mangiava i respiri. Ti rincorrevo ma tu non mi vedevi, non ti voltavi mai.

E mentre la benda sui tuoi occhi offusca ogni cosa, nelle tue membra ha inizio l’abbandono, il nero assoluto. Io spingo la mia lingua tra le tue labbra, le mie dita sul monte di venere, liscio e rado. Le mie dita dentro di te fino a sentirti pulsare. I nostri corpi che si mangiano voraci e lasciano al mattino chiazze bianche sui tappeti. Poi vado via mentre dormi e sei ancora umida di me. Mi nascondo tra le foglie per guardarti. So che uscirai a cercarmi e mi nasconderò dietro i tuoi passi per illudermi che la notte sia eterna.

© i. p.

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(Foto di Luca Caravaggio)

Roberta esce di casa. Una porta che sbatte. I raggi del sole attraverso i rami. Passi concitati. Un silenzio greve si infila nel suo corpo fino in fondo. Detesta l’EUR, ancora si domanda per quale motivo sia lì che la sua vita debba essere relegata. Stamattina non ha fatto colazione. Ha attaccato l’orecchio alla porta della cucina mentre Alessandro e Marika facevano colazione. Sentiva il rumore di tutta quella ferraglia che Marika portava addosso, sulle braccia e in viso. Alessandro le aveva chiesto se volesse essere accompagnata a scuola e Marika aveva risposto nello stesso modo di sempre: non rompermi le palle!

Roberta avrebbe dovuto essere a letto con la febbre ma in verità non c’era nessuna febbre. Lo sa anche ora mentre mette un piede dopo l’altro sull’asfalto, per raggiungere il laghetto. Eppure ha come un dolore nei muscoli, profondo fino al midollo, come se le ossa potessero sgretolarsi e caderle via a ogni sussulto di vento.

… continua…

© Ilaria Palomba

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(foto di Luigi Annibaldi)

Ieri notte ho litigato con mia sorella per una grande idiozia. Non tornavo a casa da un anno circa e di lei non avevo che quelle poche notizie che il web nei tempi dei social network concede. Ci eravamo viste il giorno prima durante la conferenza. C’era stata una enorme conferenza nella piazza antica della città, quella accanto alla muraglia di pietra. Avevo dovuto esibire le mie poche conoscenze socio-astro-antropologiche e controbattere a vecchie tesi liberal-positiviste indubbiamente più trendy dei miei discorsi entropici. Nonostante questo, gli opuscoli erano andati a ruba. Qualcuno si era avvicinato a me credendomi una fattucchiera o non so cosa e mi aveva domandato risposte su questioni molto personali. Avevo risposto in termini ambigui e oracolari, in modo da non scontentare nessuno. Mia sorella si era avvicinata entusiasta, dicendomi: sei il futuro! Devi solo godere delle avversità che provochi, la gente di qui è un po’ dura ma di certo hai aperto un varco.

Mi ha regalato tre collane scure. Ne ho indossata una giusto per la sera, trascorsa a bere sangria in una casa di campagna semi-abbandonata vicino al mare cote-a-cote con le più antiche lavoratrici della strada. Sfortunatamente brutte come l’agonia.

La notte successiva ci sarebbe stato un gran ricevimento, mi aveva detto, tutta la città si sarebbe riunita a casa di D.G.O., importante imprenditore della zona. Mia sorella ci teneva tantissimo ad andarci. D.G.O. Era stato il suo capo per molto tempo. Una volta li avevo visti salutarsi in ufficio. Sembrava che stessero facendo l’amore con gli occhi. Le mani di lui acchiappavano la giacca di lei come se volessero penetrarvi e affondare nella carne fino a strapparle il cuore. Non sapevo per quale motivo lei non lavorasse più nella sua azienda, non sapevo più nulla di lei.

E poi dal prossimo weekend comincio a lavorare in un locale, quindi non avrò più modo di partecipare a questo genere di eventi mondani, mi diceva. Ma io sapevo ci fosse dell’altro. L’avevo vista controllare la pagina facebook di lui con un non so che di tragico e disperato. Lei doveva essere lì la sera del ricevimento, era una questione di vitale importanza, più importante del lavoro, della famiglia e del fatto che io mi fossi fatta tutti quei chilometri in auto per stare con lei.

Ciò che all’inizio non ho rivelato, però, è il fatto che mia sorella non parlasse con i miei genitori da ben dieci anni e io, non avendoli visti né sentiti per un intero anno, ci tenevo a trascorrere anche solo mezza giornata con loro. I miei genitori dunque mi avevano incastrata in una di quelle pallosissime cene di famiglia, in uno di quegli antichissimi ristoranti con ultraspecialità pugliesi e il resto della parentela a tavola. Avevo avvisato mia sorella che sarei arrivata molto più tardi al ricevimento di D.G.O. e avremmo comunque trascorso la serata insieme. D.G.O. Ci teneva a conoscerti, sai, poteva organizzarti certi incontri, con certe aziende, che sarebbero interessate a certe tue teorie e agli opuscoli sulle convergenze cosmiche.

Tra tutti questi messaggi parlavo con i miei vecchi del nuovo lavoro, dello stato della ricerca, dei miei ultimi studi. Mentre l’odore di baccalà fritto si spandeva sulle nostre sagome e il sapore del vino primitivo imbastiva le nostre papille gustative. Mio padre fu definitivo: sì, ma ti pagano?

Mi pagheranno… tergiversai, per ora mi è stato detto che ho svolto un ottimo lavoro.

Per me non esiste lavoro senza onorario, per quanto mi riguarda stai solo sprecando il tuo tempo.

Mia madre tentò di tergiversare ma espresse la sua solidarietà col vecchio, aggiungendo anche che loro avrebbero potuto presentarmi certi loro vecchi amici per farmi lavorare nell’ufficio di un usuraio. Ciò avrebbe significato l’abbandono repentino di tutti i miei progetti.

Ecco che mi vedevo stramaledire il momento in cui avessi deciso di cenare con loro. Tacevo, in ogni caso, per evitare il peggio. Rispondevo ai messaggi minatori di mia sorella. Trangugiavo vino primitivo come fosse acqua limpida di fonte purissima.

Non credere di poter contare su di noi, qui non ci sta più un centesimo, disse mio padre.

Però ci sono certi nostri vecchi amici… disse mia madre.

All’ennesimo bicchiere di vino e all’ennesimo messaggio di mia sorella: che fine hai fatto? Ti sto aspettando da tre ore! Decisi di prendere in considerazione l’ipotesi di raggiungere la mia autovettura e scapicollarmi lontano da quel delirio.

Sicura che puoi guidare? Stai bene? Disse mia madre.

Fresca come una rosa, le risposi.

La mia audi era parcheggiata di sguincio tra una peujeot e un pezzo di muro medievale diroccato. Misi in moto e avvisai mia sorella che sarei arrivata a breve. Solo che mentre mandavo il messaggio per un attimo non guardai la strada e proprio in quell’attimo fui abbagliata dalle luci di un camion e tract: finii fuori strada, sfondando il guardrail. I clacson suonarono come campane di chiesa prima di un funerale. La macchina finì in un fosso. Mi ritrovai a quasi un metro di profondità dal livello della strada e quando provai a rimettere in moto mi accorsi che il motore fosse bloccato. Prima ancora di chiamare soccorsi avvisai mia sorella che non avrei più preso parte al ricevimento e soprattutto non sarei più andata a prenderla. Prima che potessi chiamare soccorsi il mio cellulare squillò nevrotico. Risposi.

Avresti fatto bene a non tornare affatto! Disse mia sorella. Mi hai rovinato l’ultimo weekend libero! Con me hai chiuso!

Non replicai, nella speranza che si calmasse. Scoprii ben presto di aver spaccato la macchina. Dovetti farmi venire a prendere da un carro attrezzi e trascorrere la notte in hotel perché da una parte non volevo che i miei sapessero nulla dell’incidente, dall’altra non avevo certo intenzione di andare a dormire da mia sorella. Il giorno dopo le scrissi un messaggio in cui cercavo di spiegarle che non fosse colpa mia se ero finita con l’auto di testa nel guardrail e avevo spaccato le frizioni. A quanto pare era colpa mia: un atto mancato, un lapsus, un gioco di prestigio dell’inconscio. Io a quel ricevimento evidentemente non volevo andarci ed ero così risentita e miserabile che volevo non ci andasse neanche lei, ecco tutto. Be’ devo ammettere che a taluni la psicoanalisi non faccia affatto bene. Ecco cosa pensavo di mia sorella e glielo dissi, le dissi che la sua psicanalista stava giocando a bowling con il suo cervello e presto avrebbe fatto strike. Mi accorgo solo ora che non avrei mai dovuto scriverle questo messaggio. Ora che sono sul treno per tornare a casa, la mia casa, ben lontano dal mio luogo di nascita. Ora che ho fatto un balordo incontro, giusto qualche minuto prima di partire. Dunque dovevo tornare a Roma con il treno visto che la macchina era K.O. allora, dato che proprio passavo per la stazione, disse mia madre, potevo fare un salto a salutare i suoi certi vecchi amici, mostrandomi molto cordiale e accondiscendente e portando anche due pagine di curriculum. No, mamma, lasciami in pace, non voglio incontrare nessuno.

Eppure non era servito a niente perché certi vecchi amici mi stavano aspettando in stazione e mi stavano offrendo di comprarmi il biglietto del treno, darmi quel posto di lavoro fisso e tante altre belle cose in cambio di un certo vecchio voto da mettere su una certa vecchia schedina elettorale. Avevo detto un certo vecchio: non so se proprio sia il caso ma mi era stata donata una certa vecchia banconota in cambio per cui avevo dovuto pronunciare un certo vecchio sì. E avevo dovuto stringere una certa vecchia mano a certi vecchi amici di mia madre che pareva avessero la chiave di volta di certi miei vecchi problemi. Ma poi subito dopo avevo avuto certi vecchi travasi di bile. Il mio stomaco mi stava risucchiando. Scivolavo nel mio corpo che deglutiva se stesso. Mi perdevo in un caleidoscopio di specchi in cui risuonavano tutte le voci delle persone che avevano provato a corrompermi. Così rifeci la strada al contrario, raggiunsi la giacca Armani di certi vecchi amici e come in una moviola la sfilai. Il proprietario della giacca lentamente si voltò. Poi lentamente si voltarono tutti gli altri. Ancora più lentamente mi vidi pronunciare una bestemmia mentre ancora più lentamente, come in un film, strappavo quella banconota davanti ai loro occhi.

È stato dunque dopo aver rotto la mia auto, aver perso per sempre l’amicizia e la stima di mia sorella, aver quasi dato la mia anima in pasto a certi vecchi amici dei miei e aver strappato cento euro con le mie mani, che feci l’incontro. Si trattava di un incontro che in qualsiasi altro contesto non avrei neanche preso lontanamente in considerazione ma dato che le cose si erano messe in quel modo, quando ho incontrato la zingarella della stazione, stamattina, sono crollata. Tu hai tanta gente che ti vuole male, ha detto. Non ho soldi, ho risposto. I tuoi genitori ti hanno messo nei guai, ora c’è una persona che ti vuole bene ma non vuole più vederti. Hai tanta invidia addosso. Qualcuno ti ha fatto il malocchio. Aveva quei modi confidenziali che hanno le persone che vogliono fregarti, mi ha fatto recitare una strana cantilena. Non devi ridere, ha detto. Le ho dato dei soldi, lo faccio solo perché mi fai pena, ho detto, ma non era vero. Per strada la gente era mostruosa. Belle facce in giacca e cravatta. Giovani che reclutano cavie umane da sfruttare. Vecchi porci che si dilettano ad apostrofare culi e seni di minorenni più scaltre di me. Anziane donne travestite da prefiche a braccetto nel quartiere del parchetto in cui mi sfasciavo a quindici anni. Questa città è avvolta da un’improbabile aura esoterica. Dovrei averne timore e invece inizio a divertirmi. Sono salita sul treno e ho chiuso il cuore a chiave. Pochi contatti umani. Poco spazio alle concessioni.

Ora sono qui che cerco di tornare a casa, la mia vera casa, lontano da tutti. Il sedile su cui avrei dovuto sedermi è bagnato. La donna accanto a cui avrei dovuto sedermi sembra una strafiga da paura. Mi metto sul sedile davanti, finalmente sola. Uno slavo o non so cosa mi chiede se il posto accanto a me sia libero. Con una punta di sadismo gli rispondo che non è libero neanche quello su cui sono seduta, avrei dovuto essere sul sedile a me posteriore ma è bagnato. Una giovane controllora passa per chiedere i biglietti e, con il mio sottile sadismo, mi godo tutta la scena del piccolo slavo moro moro dagli occhi verdi, la pelle lacera e la corporatura scheletrica, che dice: ce l’ha il mio amico più avanti. E portami dov’è il tuo amico, fa la controllora. Lui ribatte ancora ma lei lo costringe ad alzarsi. Dopo dieci minuti tornano qui accanto a me, la controllora gli dice che dovrà scendere a Benevento. Lui guarda me per un attimo. Sollevo le spalle trattenendo un sorriso, come per dire: è la vita. Vedo i due uomini allontanarsi. Sento una donna grassa imprecare perché troppi telefoni squillano e troppa gente risponde ad alta voce. La strafiga allucinante dietro di me, accanto al posto in cui avrei dovuto sedermi, risponde al telefono e ha una voce da orco. La fisso per un istante attraverso lo spacco tra i sedili. Poi prendo l’ultimo dei miei opuscoli dalla borsetta. Coincidenze cosmiche ed entropia, giusto? Mi dirigo in bagno, butto l’opuscolo nel cesso e tiro lo scarico. Mi sfugge un sorriso.

© Ilaria Palomba