Skip navigation

Category Archives: sogni

rouge

Si dice che una maschera rossa entri nella stanza delle bambine per portar via loro l’innocenza. Ad alcune capita a undici, ad altre a quindici anni. A nessuna così presto, a nessuna. Ti domandavi perché seguire percorsi predefiniti, come l’impossibilità di tracciare una linea tra gli eventi. Solcavi Piazza del Popolo, l’aria aveva la consistenza di un piccolo rovo. Entravi nel negozio di bambole, la signora Cesetti, vita stretta, capelli bianchi, voce grama, occhiali. Tutte le bambole stavano a guardarti.
Il signor Cesetti.
Perché va così lontano? Che motivo c’è? Una religione l’abbiamo anche qui. Ma serviranno poi tutte queste privazioni?
La signora Cesetti.
Le foto di mio figlio in bianco e nero, la comunione, il matrimonio, il divorzio. Quarantasei anni. Mio figlio giornalista sportivo. Ma voi giovani, voi giovani…
Il signor Cesetti.
E ha fatto molti giorni di digiuno? Non la trovo sciupata.
Tua madre.
Mi dia del tu.
Le bambole avevano abiti antichi. Tua madre si commuoveva troppo spesso e troppo spesso s’inviperiva, le cambiava l’espressione, lo faceva anche quando eri bambina, mentre ti abbracciava. Le mani al collo, le mani al collo. È per il tuo bene.
Tua madre.
La mia bambola, la mia bambola era così e aveva questo vestito azzurro e questi occhi turchesi e stava sopra una sedia a dondolo per bambole proprio come questa.
C’era l’odore del legno.
Tua madre.
Perché adesso i giocattoli sono così violenti?
Bisognerebbe allontanare da sé il tempo. Quando hai dieci anni il tempo è una prateria, collima con l’orizzonte al vespro, e la luce indora il nitore delle foglie, delle stoppie, gli infiniti appezzamenti d’erba e grano.
Tu lo sentivi e nel toccare le braccia lisce e fredde di porcellana della bambola anni Cinquanta non avevi memoria del trascorso. Il peso del tempo era una macchia di ruggine sulle lenzuola bianche, la notte. Svegliarsi con lo stomaco silurato. Raggiungere il bagno e sentirsi tremare le gambe. Lo specchio. Un traditore. Traditore. Da questa notte conterai i cicli lunari, ti metterai a strapparti i peli con la pinzetta per le sopracciglia. Da questa notte la carne di troppo somiglierà al sacrilegio. Da questa notte il sangue avrà l’odore del tempo. E se fino ad allora gli anni non erano che numeri segnati sopra candeline azzurre, da questa notte saranno chiodi cui affiggere scadenze.
La signora Cesetti ti prese il viso tra le mani, il mento, le gote.
Questa bambina, questa bambina…
Le lancette scandivano i secondi, i secondi avevano l’afflato del respiro delle bambole.
Quale bambina? Questa bambina sanguina e ha gonfio l’addome e comincia a guardarsi allo specchio di profilo per controllare l’entità del dramma.
Tua madre camminava tre passi avanti, fuori dal negozio e singhiozzava.
La mia bambola d’infanzia, mia madre, mia madre, quante volte le ho detto sparisci e quando l’ha fatto davvero… aver perduto gli anni migliori.
La luce abbacinante del mattino inondava la trama dei fili elettrici su cui si muovevano i tram. Facevano il rumore dei treni e doveva essere lo stesso il secolo scorso, quando la gente si salutava sulle banchine con fazzoletti rossi. Il rosso scandiva i secondi e, mentre camminavi per via Flaminia, sentivi sgorgare il sangue e gli sguardi degli uomini non erano più innocenti.
Ti vedevi capovolta dentro il negozio di bambole, dovevi aver immaginato il volto di tua madre sul corpo.
Mamma, portami ancora in un negozio di bambole.
La gonna a pieghe si scuoteva appena nella bora di settembre.
Non stava a sentirti, aveva dentro tutto un passato che tornava su e si vedeva riflessa negli occhi di sua madre. Eravate prossime alla piscina e non volevi entrare. Non volevi accadesse. Bagnarti i piedi senza poter entrare. Dir loro: è successo, è successo, è venuta a prendermi! L’ho vista, sapete, la maschera, gli occhi di ammannite, le labbra di ferro, il naso di ruggine, e le lancette hanno cominciato a ticchettare, a ticchettare. L’ho vista, sapete, stanotte. L’ho vista. Mi ha detto: sei pronta? Comincia a contare, comincia. Ho fatto quella cosa. L’ho fatta. Socchiudendo le palpebre, l’ho fatta. Mi sono svegliata nel cuore della notte con una specie di chiusura nello sterno. Lo stomaco. Il ventre. E poi giù: la pancia era gonfia, colma di un segreto tremendo. La maschera è venuta, l’ho vista nel fondo del soffitto, a occhi sbarrati, l’ho guardata. Mi ha detto: ti ho presa!
Ho lottato, le ho detto: stanotte voglio dormire ancora. E tu sparirai. Chiuderò gli occhi. Lascerò scivolare le dita sotto il pigiama e tu non ci sarai più. Non ci sarai. Non esisterai. L’ho fatto di nuovo. Il suono dei gemiti riempiva le pareti. Mi metteva i brividi ma non riuscivo a smettere. Si è messa a ridere, si è messa. Rideva e non riuscivo a smettere. Rabbrividivo e non riuscivo a smettere. Sentivo le lancette, le lancette, battere come tamburi. Le dita in bocca. Sapore di ruggine. Un dolore cavo nel basso ventre. Poggiandomi al muro sono andata via e mi ha seguita nel bagno, mi ha seguita. Odore di ruggine. La luce accesa. Lenzuola bianche. Una macchia di ruggine. Ti ho presa! Ti ho presa! Mi appartieni! Le lancette avevano il suono di un tamburo.
Mamma, non riesco a dormire.
Vieni qui, nel mio letto, vieni qui.
Le dita sporche. Le cosce. Il soffitto. Le lancette. La stolida risata. Rigirandoti nel letto hai continuato a sognarla. Ti ha detto: non puoi sfuggire al tempo, non più, non puoi sfuggire.
Le lancette sono diventate tasti di un pianoforte metallico. Fili elettrici. Un ordigno. Il conto alla rovescia. Il conto alla rovescia. Nove. Otto. Sette. Sei. Cinque. Quattro. Tre. Due. Uno. Zero. Hai aperto gli occhi. Nessuno può vedere la propria morte in sogno. Soltanto, tua madre non c’era nel letto. Sentivi singhiozzare dalla stanza attigua: il bagno.
La mia bambina, la mia bambina, la mia bambola, la mia bambina, la mia bambola, la mia bambina. Afferravi gli sguardi. Tagliavi l’aria pesante d’inizio settembre.
La signora Cesetti, le mani sul viso.
Questa bambina…
Tua madre in India non aveva mangiato per una settimana in un ritiro buddhista.
Il signor Cesetti.
Abbiamo la nostra di religione, perché questi digiuni? E questo rigore, e questo rigore… come i terroristi, come i terroristi.
Non ci sono terroristi in India.
Entrando in piscina li vedesti tutti schierati lungo le gradinate. Bambini. L’acqua con il rigoglio argenteo del sole. Questi bambini. Questi bambini. Si prendevano a pizzicotti e correvano.
Vieni, vieni con noi!
E restavi immobile. La maschera, la maschera.
Perché non giochi con noi?
Non oggi. Non più.
Nell’acqua la forma di un volto color ruggine.

metaponto

Mi accostavo al mare, solo l’eterno scorrere delle acque poteva mitigare la colpa. La sentivo fluttuare con la potenza degli abissi. C’era una caletta che chiamavamo Spiaggia Grande ma non era poi così grande. Vi si accedeva per un sentiero nella pineta. Le alte fronde spazzolavano il cielo, c’era l’odore dei pini, lo stormire delle cicale. I passi risuonavano ovattati. Il fragore delle ciabatte, il fruscio della bora estiva, le vesti leggere e arancioni mosse dal vento come le fronde. Alla fine del sentiero la luce, il mare, quel mare del Salento, così chiaro e cristallino, e tutto un pullulare di esseri nella caletta sotto le rocce.
Mi piaceva strisciare le dita nella calce, nell’argilla e restarne graffiata. Lo facevo per sentirmi viva, questo era il dolore, cognizione di sé, consapevolezza. Che cos’era l’eternità? Me lo chiedevo sempre dopo i primi baci e i tradimenti, me lo chiedo ancora. Chi desiderare? Chi amare? Qual è la cosa giusta?
Avevo quindici anni ed ero contesa, per quanto non mi trovassi bella, al contrario, scrutandomi allo specchio prima di uscire non potevo fare a meno di notare certi segni che allora già chiamavo rughe, erano nere macchie e solchi sotto gli occhi e lungo la linea delle guance. Avevo quindici anni e cinquanta insieme. Forse non ero degna della promessa, forse era l’aspetto di quella lì, che mi fissava nello specchio, così sinistro, a spingermi a tradire. Sono così brutta, come posso piacere agli uomini? Uno mi aveva promesso fiabe e celestiali poesie, l’altro lacrime e tormenti. Non sapevo scegliere e mi muovevo silente tra le onde lasciando posare gli sguardi.
L’amore docile di Alessandro, che mi aiutava a scalare montagne di roccia, l’odore della calce, i baci di sottecchi nell’arco scavato dal mare e sotto a nuotare, lui che m’insegnava come trattenere l’aria senza premere le dita contro il naso, io che scivolavo giù e all’inizio bevevo e avevo rossi gli occhi di sale e inesperienza. Aveva diciassette anni Ale e io l’avevo illuso. L’avevo illuso? O m’ero illusa io stessa di una vita. Quanto dura l’eternità? Forse una settimana, al calore del sole mentre leggo Anna Karenina e non capisco proprio tutto, penso alle altre che guardo algide e dinoccolate, profumi d’arancia e cannella, piedi sinuosi, corpi scolpiti. Il palpitare delle onde e i surfisti, la ragazza mora che parla con Ale e io non capisco, vedo e non sento, ma lui guarda me. Le passa attraverso con gli occhi e guarda me. Cosa ci trova in me? Cosa ci vede? Mi chiedevo. Sono domande che non bisogna porsi e continuare forse a contrastare l’assenza con tutti i significati di cui si dispone. Erano dolci i suoi baci, sempre di soppiatto, al gusto delle cose nascoste, come rubare le arance al giardino affianco o scavalcare il muretto della casa abbandonata.
Mia madre diceva che Alessandro fosse buono, gli guardava gli occhi nocciola e li sentiva veri. Nelle profondità dei suoi occhi c’era il rispetto per la mia età e l’attesa di un domani insieme mentre oggi poteva insegnarmi a nuotare e scalare.
C’erano anche altri ma non li vedevo. Li incontravo la sera sulla stessa lingua di sabbia illuminata dalla luce del fuoco, dove cuocevamo la carne, le ragazze perfette facevano il bagno a mezzanotte e io restavo in disparte.
Una notte seguivo la luce crepuscolare del fuoco fin dalla pineta. Alessandro era rimasto a casa, qualcuno dei suoi stava poco bene. Oppure era una scusa. A mia madre dissi che vi sarei andata con lui e con lui sarei tornata. E invece, sola, in pineta, nella notte varcavo soglie proibite e mi allungavo verso l’altro versante della costa. Non di falò era la luce ma di danze notturne e fari e locali proprio sul mare. Una schiera di ragazzi seduti sopra una collina a fumare spinelli. Io non sapevo che farmene e non mi piaceva la musica alta ed elettrica e non mi piacevano gli sguardi che avevano, come non vedessero nulla.
Non ero la sola a esser sola. Portava jeans strappati alle ginocchia e capelli lunghi sul viso, scuri. Occhi così chiari da fare luce nella notte. Forse era il mare, la spregiudicata luminescenza dell’acqua prima di divenire abisso. Aveva efelidi come chicchi di pepe e non parlava con nessuno. Beveva vino in bottiglia da solo. Si mise a sedere al mio fianco.
Ehi.
Non mi parlare, tra un po’ me ne vado.
Dove?
A casa.
E dov’è casa?
Lì, dietro quegli alberi, indicai la pineta.
Sorrise. Aveva, lui sì, rughe attorno agli occhi come tagli. Due fossette oltre le labbra. I denti lievemente storti e quando rideva pareva cattivo.
Beata te. Io mi sa invece che a casa non ci torno.
E dove vai?
Non lo so. Lontano. Vuoi venire con me?
Cosa significa lontano?
Vado fin dove posso, con quello.
Indicò un tre ruote Piaggio azzurro come i suoi occhi. I capelli neri, lunghi, gli coprirono il volto, s’intrecciarono alle labbra. Mi passò la bottiglia di vino. Bevvi. Aveva un sapore di grumi, ruggine, sangue. E non pensai.
Perché non vuoi tornare a casa?
Mi guardò. E aveva negli occhi un’ombra. Era rabbia. Ma anche paura.
Tu fai troppe domande.
Sulla maglietta nera c’era una scritta che diceva: non cercarmi. Fui tentata di domandargli anche di quella. E mi trattenni. Continuai a bere.
Hai sete.
Nient’altro.
Conto fino a tre, poi mi alzo e vado via. Se vuoi vieni con me, altrimenti addio bambina senza nome.
Bambina?
Uno.
Fissava il mare. Le lampare rosse e blu dei pescatori, le lenze. Il faro sopra la collina.
Due.
Prese dalla tasca un pacchetto di sigarette e un accendino. Accese.
Tre.
Si alzò e si avviò al suo particolarissimo mezzo di locomozione.
Avevo il battito cardiaco accelerato. Mi mettevo in continuazione i capelli dietro le orecchie per poi ributtarli sul viso. Respiravo a fatica. E comunque, nonostante la musica, sentivo il fiato venire fuori con un rumore troppo forte. Il fragore di un motore che s’accende. Lasciai la bottiglia ormai vuota. Ruzzolò giù per la collina. Mi misi a correre.
Aspettami.
Entrai. Dovevamo stringerci per stare in un posto solo. Lui aveva l’odore del tabacco. Il Piaggio andava lento e ballonzolava a destra e a manca. Faceva sempre quel rumore e sempre più potente man mano che ci allontanavamo dalla gazzarra. Le dita sul volante erano come scheggiate. Il puzzo delle sigarette che fumava e i pacchetti di cenere riversi sul fondo del mezzo di locomozione particolare.
Perché sei salita?
Come ti chiami?
Tu?
Giulia.
Michele.
Mi diede la mano togliendola dal volante. Sulla strada non c’era nessuno. Ai bordi la campagna di ulivi e vigneti nel buio pareva una foresta nera.
Sai almeno dove stai andando? E se poi finisce la benzina? Hai dei soldi? Quanto tempo vuoi stare lontano?
Smise di nuovo di guardare la strada e guardò me, con la cenere che ruzzolava sui miei vestiti chiari, estivi, di mare. E sulle cosce, bianche, intatte, di bimba.
Perché mi hai seguito?
Voglio andare lontano anch’io.
Lontano da cosa?
Da me.
Cos’hai nella borsa?
Un libro.
Rise. E di nuovo il volto si fece crudele.
Di che parla?
Di una donna sposata che s’innamora di un altro, tradisce e si rovina.
Il Piaggio s’inceppò in una fossa, il motore si spense. Michele sacramentò. Scendemmo. La strada era dismessa, colma di buche, per metà asfaltata e per metà terreno. Non c’era l’ombra di un’anima a destra e a sinistra. Michele diede un calcio a una ruota. Piansi e feci in modo non se ne accorgesse. Continuavo ripetermi: perché sei venuta qui, cosa cercavi, e quando farà l’alba e non sarai a casa, e se non riuscite a tornare, morirete di sete e di fame, fa freddo qui giù, e se ci sono i mostri nel bosco, e se Michele è cattivo e ti uccide.
Vento. La pelle raggricciata faceva vortici viola. Michele diede un altro paio di calci. Mi vide tremare. Mi cinse le spalle. Aveva braccia ancora calde, mani ruvide.
Vieni, arriviamo alla fine della strada.
Voglio tornare a casa.
Non puoi.
Che significa?
Sorrise. Ed era un sorriso pieno di lame. Mi venne vicino. Piangevo. Piangevo. Carezzò le guance.
Da cosa stai scappando?
E tu?
Da qualcosa che non ho fatto.
Continuò ad asciugarmi le lacrime. E aveva nelle dita la delicatezza di un bambino. Le sentivo, le sue dita, colme di premura, quasi volesse liberarmi dal peso del timore. Il corpo smetteva di trattenerla, la paura. Man mano si dileguava. E nasceva in me come una sete, il desiderio potente di lasciarmi rapire.
Mi prese per i capelli e mi baciò. Aveva morbide le labbra, soffici e sottili. Non arrivammo alla fine della strada. I baci furiosi. Avevano un sapore diverso. Eterno, questi sì, disperato. Salimmo sul rimorchio del Piaggio. Era sporco di cenere e terra. Era freddo. Rabbrividivo poggiandovi la schiena.
Solo i suoi occhi parevano rifulgere al buio e io mi ci univo. La lingua nella mia. Sapore di vino, tabacco, e sangue. Le mani sui seni. Cercai di fermarle. Non mi sembrava giusto. E lui non si fermò. Slacciò il nodo del vestitino estivo, arancione. Non portavo il reggiseno, restai nuda, mi divincolai ma non più di tanto. Fece correre la lingua sul collo, sui seni e sul ventre e poi giù, levando gli slip, dolcemente leccava mentre mi torcevo nel piacere. E non vedevo e non sentivo. Mi accorsi, ed era troppo tardi. Me ne accorsi solo per il dolore. Era un dolore dolcissimo. Mi prendeva la nuca i capelli mentre entrava e guardandomi negli occhi diceva: Giulia, Giulia, dimmi che sei mia. E lo dicevo.
Vidi i suoi occhi farsi bianchi. Un calore tumido sporcava le cosce, la vulva. Saliva nel ventre. Lui mise una mano tra le mie cosce e la tirò fuori rossa. Rise e diventò cattivo ma durò solo un istante.
Che cosa ho fatto?, piansi.
L’amore.
E mi attaccò il sangue alle guance.
Continuai a piangere e lui mi strinse forte a sé, finché non smisi. Crollai esausta sul corpo suo.
La notte non pareva estiva, un vento gelido muoveva le cose di una sottile impermanenza. Fui svegliata da bordate di freddo. Odore di brina. Il fondo metallico del montacarichi mi ghiacciava la schiena. Michele non era con me. C’era mai stato? Odore di brina.
Saltando scesi in strada. Dissi il suo nome. Il vento rispose ululando. I piedi sull’asfalto umido parevano mossi da mani di nebbia. La campagna mi chiamava, le fronde erano volti, con occhi luminosi come quelli di Michele.
Dimmi, dove sei. Cosa può il tuo sguardo che la notte trattiene. Dimmi, chi sei. Dove ti ho già visto. Quanto lontano ci siamo spinti. Quanto profonda è la terra. Cosa nasconde il cuore del bosco. Camminavo e i sandali venivano via. Il terriccio freddo si arrotolava alle caviglie come pelle di serpe. Una luna altissima iridava di un pallore niveo il fondo della suolo. Le foglie d’ulivo come occhi. I rami tentacoli. L’immensità si cela negli incubi del bosco. Si aggrovigliavano i rami nell’oscurità di un cielo nero trafitto dal bianco pallore della luna, i rami muovevano le dita per afferrarmi. Chiamavo il suo nome. Il vento rispondeva ululando. Non era un ululato, era il grido di tutte le bestie, dal serpente al lupo, e s’infittiva muovendomi verso un altrove. Finivo nella terra e pensavo alle serpi, alle serpi, attorno alle caviglie. Era solo terra e aria ma pareva viva, come vivi erano i tentacoli di rami, a ogni passo più prossimi alla carne. Fantasie di apnea e strangolamento. Occhi chiari come lucciole nel buio. E poi la bruma.
Nel ventre oscuro del bosco di ulivi, una nube di bruma ottundeva una sagoma. Viva? Morta? Spettro? La pelle raggricciata. Il fiato che ingoia sé stesso. Questo terrore cavo nella bocca dello stomaco.
Michele, dove sei? Ti prego, torna!
La nuvola di bruma lasciava il tempo alla sagoma di divenire corpo. Guardavo nel fondo della nebbia. Un uomo sopra un masso. Occhi dell’azzurro del mare. Capelli neri sul viso. Efelidi come chicchi di pepe. Una sciabolata di rughe attorno agli occhi e alle labbra. Indossava un abito scuro, da cerimonia.
Vieni, Giulia, vieni con me.
Mi tese la mano. Salii. Il masso si tramutò in altare. Un parroco dal volto coperto in una maschera bianca chiedeva: vuoi sposarlo? Michele mi guardava con occhi crudeli e io stessa mi guardavo, avevo indosso un lungo abito bianco, di seta e pizzo, e alle dita pure, uno smalto bianco, un anello sottile, d’oro. E gli occhi azzurri di Michele, come spade, s’imprimevano in me.
Devi solo dire sì, lo voglio.
Lo dissi.
E mentre c’incamminavamo lungo la navata centrale di una chiesa romanica, la gente intorno ci seguiva con il riso nei pugni, il paesaggio ancora mutò.
Ero sola in una casa dalle pareti fredde. Il miasma di umido era l’odore dei panini insaccati nella stagnola e lasciati in frigo per giorni. Michele non c’era. Mi aggrappavo alle pareti. Michele non c’era. Mi aggrappavo ai muri, al calcestruzzo. E i muri venivano via.
Dov’eri la notte, quando non potevo vederti. Dove si nascondeva il sentire. Dov’erano le promesse e le parole piene svuotate da gesti mai compiuti.
Riversa sul pavimento pativo il freddo di tutti gli inverni e nello stomaco avevo il vuoto di una vita. Di fronte a me un cassettone in ebano. Una cornice. La fotografia di una bambina bionda, vestita di rosa. Di cinque o sei anni.
Dov’è lei. Che fine ha fatto il futuro. Chi ha rubato la gioia al castello del tempo. E dove sono le ore trascorse sulla roccia, sul mare, a pregare affinché si salvasse almeno una parte di me.
Il telefono squillava e non era Michele. Dov’era.
Chi sei?
Stai bene?
Cosa vuoi?
Sono Alessandro.
Cosa vuoi?
Hai bisogno di qualcosa?
Di morire.
Giulia…
Cosa faceva Ale ora che avevo la vita frantumata dall’assenza. Veniva a portarmi via dal buio. Le veneziane chiuse. I passi senza suono. La casa un cimitero. Perché c’era ancora. Quando arrivava scostava le tende. Apriva gli scuri. Entrava la luce. La luce del sole mi disintegrava come fa con gli spettri.
Hai mangiato?
Silenzio.
Vuoi uscire?
Silenzio.
Alessandro mi portava al mare. La roccia della Spiaggia Grande era crollata. Restavamo sui frantumi di pietra a guardare la tempesta di onde, nere, bianche, azzurre. E in quell’azzurro rivedevo Michele. La spuma fondersi con le spaccature di un cielo invernale, invaso da lampi. C’era il presagio di un’apocalisse e lui mi guardava come una cosa perduta in adolescenza. Una cosa perduta e spaccata, i cui vetri non possono ricomporsi.
Dov’è Michele?
Se n’è andato, devi dimenticarlo.
E dov’è?
Giulia, ti prego.
Il gusto della tempesta aveva invaso anche il mare. Nel fondo delle onde vedevo la vita divelta. Le scelte sbagliate. L’omicidio del senso. La bambina che giocava con l’acqua. La bambina che si arrampicava nella roccia. Non le avevo insegnato a nuotare e scalare, come Alessandro aveva fatto con me. La bambina saliva sulle rocce. E si lanciava in mare. Non aveva paura dell’acqua. Non aveva paura del volo. Non aveva paura di nulla. E l’acqua se la prese. Per sempre. Il corpo non fu ritrovato.
Al mattino Michele l’andava a cercare. Nella roccia. Nel mare. Sul fondo dei suoi occhi. Tornava al tramonto, sconfitto. Beveva. Qualunque cosa, beveva. Non mangiava. E non mi toccava più. Finché non smise. Di tornare.
Io lo vedevo nelle tende, nelle fessure delle veneziane, negli spazi di luce trafitti dal buio. Io lo vedevo la notte leggendo il soffitto. Lo sentivo respirarmi accanto al mattino, senza smettere mai. Quando veniva Alessandro l’odiavo. L’odiavo come si odiano i risvegli mentre il sogno mi teneva ancorata a un mondo ancora integro. Ogni risveglio è una spaccatura nella coscienza. Manda in frantumi l’illusione che hai fatto di te.
Il cielo nero si spaccò in un’ombra di luce. Un nitore chiarissimo di azzurri e violetti sorse insieme al fulgido baluginare del sole, sgusciato dalle onde come la testa di un uomo di fuoco.
Mia madre aveva chiamato Alessandro, le aveva detto non fossi con lui. Aveva chiamato i genitori di qualche altro amico. Aveva saputo del falò e che mi fossi allontanata nella notte. Mia madre aveva avvisato la polizia. La polizia conosceva Michele. Il padre di Michele. La famiglia di Michele.
Ci trovarono all’alba nel bosco. Io gridavo il suo nome. Avevo quindici anni e cinquanta insieme. C’era il fragore di un’ambulanza. Il suono di una sirena. Vidi Michele in manette guardarmi per l’ultima volta.
Ed è quella buona, disse una guardia. Quella buona che non esci più.
Erano spade, i suoi occhi, e s’incidevano in me con l’inesorabilità della colpa. Qualcuno disse stupro. Nessuno comprese quando mi gettai ai suoi piedi singhiozzando: perdono.
Rividi mia madre, Alessandro. Mi stavano accanto come fossi davvero una vittima. Ma io sapevo, e avevo nel cuore quegli occhi azzurri, il colore degli abissi prima del fondo. E andavo sul mare da sola. Ricordando il futuro. Quanto tempo servirà per cancellare la memoria della colpa.

© i. p.

pavimento4

La percezione obliqua del senso quando tutto muove e non senti gli argini arrancare tenersi a galla ti dicono guardati con tutti questi successi ti permetti ancora sprofondo nel gorgo oscuro è che mi vivo dissimile forse il tempo mi ha tradita da bambina il tempo il corpo l’immagine allo specchio e tutti i giorni chiusa in casa a lasciarli passare sul carcame del futuro se non vinco ogni giorno il risultato è non esisto vai a vedere che tutto il silenzio era rumore o viceversa vai a vedere che gli eccessi celavano solo una mania da prima della classe vinco quindi sono cosa succede se perdo ti chiedesti e ti perdesti lasciarsi dominare dal vuoto assurgere al diniego restarsene inchiodati alle brame degli altri non potevi sottrarti non volevi sentire le voci questo dono era un ricatto e quando ti dicevano troia hai tradito avresti voluto urlare e voi voi no tutti mi tradite con gli sguardi altrove le luci spente le voci rotte mentre rantolo e soffoco e giro gli occhi e sento l’occhio di dio trasmutarsi in zolfo cenere d’inferno tutti mi lasciate morire tanto che in fondo al pozzo la morte è divenuta la più fedele amica e danziamo danziamo sulle superfici mi sento viva al limite mentre mi guarda con occhi di corvo e respiro respiro riprendo fiato e respiro mentre i lacci mi segano i polsi potrei amare solo chi mi promettesse una fine del mondo non esiste null’altro che il dono dell’assenza questo desiderio atroce di tornare cenere un indietro senza tempo una volta siamo stati spazio no non guardare non fare paragoni da dove viene questa foga mamma guardami papà ascoltami e loro a litigare io ero polvere resistere al limite mamma ho preso nove perché non dieci dicevano ma noi ti amiamo ti amiamo tantissimo anche mentre svieni e ti assenti e non parli e t’imbottisci di anfetamine tutto l’amore in uno schiaffo un calcio in faccia dicevano sei bella allora perché mi sentivo un mostro sei bella se ti togli le mutande dicevano i ragazzi mettiti lì toccati i seni apri le gambe e chiudi gli occhi brava così sei bella avanti la prossima questa è meglio tu sei una mummia non hai seno hai i fianchi larghi avevi paura ma non osavi se è questo il pedaggio per essere vivi ero vita e morte l’obsolescenza del limite sai che non è vero tu sei tenerezza e passione non quell’idiota che piscia in pubblico per attirare i mostri a cosa è servito non voglio paragoni non faccio paragoni non m’importa davvero non cerco sguardi e sussurri una volta cercavo ora non più sono scesa così in basso che non vedo più il cielo ma si sta bene qui nel sottosuolo legata a un altare sotto una croce il corpo di cristo amen così in basso da essere in alto così in basso da essere dio.

© i. p.
foto Stefano Borsini

Claude_Monet_-_The_Houses_of_Parliament,_Sunset

 

Lui le disse: saresti potuta essere molto più di me ma hai scelto le tenebre, l’abnegazione, la malattia. Lei a fatica si tirò su dall’asfalto caldo, diroccato e guardandosi i seni nudi e i lividi sulle cosce, gli corse dietro, per la maglietta lo afferrò e avrebbe voluto sputargli addosso. Se è questo il vostro bene, il senso comune, la retta via, la salute: schiacciare chi non è come voi, preferisco le tenebre e la malattia. Ma lui prima di abbandonarla per sempre le avvicinò le labbra al lobo e lei inspirò il suo odore, chiuse gli occhi e per un attimo dimenticò ogni male e desiderò soltanto essere sua. Chiudere. Ricominciare dal nulla. Non sono io ad averti calpestata, mia cara, se ti rendi zerbino, chiunque può farlo.
L’aveva sbattuta al muro con violenza, infilandole le dita tra le cosce come a volerle strappare via un osceno segreto di altri tempi. Erano le mani di mille uomini e non avrebbe voluto cedere ancora a quelle mani e quel che è peggio, non avrebbe voluto provare piacere. Si era abbassata, docile donnetta senza spina dorsale, gliel’aveva succhiato, poco per volta sempre più dentro, fino a soffocare, poco per volta, sempre più dentro. Dopo averle schizzato in bocca, lui, come una volta, si era riabbottonato i jeans e si era rialzato per andarsene. Lei invece era rimasta a terra con il corpo riverso sull’asfalto e gli occhi che non potevano vedere. Dietro di lui il sole splendeva accecantissimo. Odiava il sole, era così invadente e rendeva ogni altra cosa piccola. Si era sempre sentita una creatura lunare con il viso illuminato solo di traverso.

@ i. p.

4 - performance fonderia 900 7

Prima di iniziare con le cose serie preferivi lasciarti abitare dai dubbi lasciarli fluire nel piano d’immanenza alla fine avresti potuto diventare altro te lo dissi una notte quando ce ne stavamo sole senza uomini era bello lasciarsi scivolare in quella specie di solipsismo solipsistico dove io ero lo specchio tu eri lo specchio dello specchio ci vivevamo insieme in questa specie di simbiosi poi non era simbiosi era un guardarsi attraverso attraverso attraverso attraverso finestre arse tra gli astri e il cielo nell’abisso nella fune avevo sognato te bambina quando avevi paura degli occhi degli altri avevo sognato te che non sapevi districarti da tutte le parole che venivano a martellare martellare avevo sognato te nel dipinto di Munch eravamo noi l’Urlo di Munch l’Urlo di Ginsberg settantasette volte ripetute nel riflesso dovevamo imparare a danzare danzare danzare sulle superfici la profondità era solo una superficie l’abisso era il cielo il corpo era l’anima ogni cosa avveniva capovolta sapevo mentre ti guardavo sapevo che avresti fatto molta strada mentre io sarei rimasta a guardarti all’ombra di un tiglio in una campagna che era simile alla tua casa d’infanzia lo sapevo che avresti saputo sfruttare le condizioni favorevoli piegare il caso incarnare il caos lo sapevo mentre io non riuscivo a parlare e più mi trovavo a un passo dalla vittoria più indietreggiavo e sapevo che saresti stata capace di tenere tutti in una mano i fili delle vite degli altri mentre io precipitavo da tutti i grattacieli mentre io cadevo nell’indistinzione romantica di un grido tu avresti retto i fili della ragnatela che unite ci teneva per i piedi per la testa a nervi tesi tesissimi oltre l’orizzonte degli eventi io ti guardavo fiorire mentre sfiorivo ti sentivo crescere in potenza lanciarti sopra tutti gli specchi frantumarli e con loro l’immagine svaniva racchiusa nell’afflato del vento d’inverno io sapevo tu eri l’estate io l’inverno ci guardavamo distanti crescendo in due differenti angoli del tempo e tu pubblicavi libri aprivi tutte le porte vivevi nella leggerezza effimera dell’istante mentre io pesantissima precipitavo non parlavo mi lasciavo usare cadere cadere cadere non sapevo chiedere dovevo solo dare di me ogni molecola un dono che nessuno vuole e tu li tenevi tutti per le palle tutti per le palle tu entravi in sedici stanze con un nitore chiarissimo degli animi facevi mambassa dei corpi macerie con uno sguardo potevi prenderti tutto e io in uno sguardo tutto avevo donato di me non restava respiro contavo i giorni che mi separavano dal giudizio di dio mentre tu calpestavi ogni sentiero e lo mandavi in rovina alla fine eri il paradiso io l’inferno di fuoco inscalfibile per quanto sapessi giocare con le macerie del tempo giocare stava tutto lì il segreto potevi divorare brandelli di vita senza crucciarti della morte degli altri potevi infischiartene del frastuono del tempo senza caracollare tra le intercapedini della rivolta potevi mascherarti mille volte perché io potessi mille volte riconoscerti ma non potevi guardarmi negli occhi io che non possedevo maschere io che mi lasciavo deglutire dagli sguardi del dolore io che donavo ogni istante di me al dio di chiunque io che sapevo scivolare in basso dove tu nemmeno sognavi di esistere ero io il rovescio la rovina ero io non ci si frappone tra se stessi e il tempo non si può spezzare l’infinito quando reclama a gran voce e più d’ogni altra cosa amavi la bellezza ma ti riflettevi in me con un impeto d’orrore maschere di cera sciolte nella notte tutto un profluvio di tenebra uccidermi non fu una buona idea quando la nemesi scompare si slabbrano i contorni e adesso che non sai più dove sia il cielo dove l’abisso io ti sento in tutte le pareti sarò più forte della vita più forte della morte sarò l’infinito che non vuoi più sentire uno specchio senza riflesso è l’immagine del tempo senza spazio io sono questo tempo senza spazio in cui non puoi riconoscerti non puoi giocare che con le rovine di me nel fondo degli occhi invisibili decostruzioni d’istanti domani ti sveglierai in una nuova carne e non ci sarà nessun negativo nessuna nemesi dovrai diventare tridimensionale quanto può annientarti il saperti sola?

© i. p.
foto di Marco Fioramanti