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Tag Archives: erotismo

Claude_Monet_-_The_Houses_of_Parliament,_Sunset

 

Lui le disse: saresti potuta essere molto più di me ma hai scelto le tenebre, l’abnegazione, la malattia. Lei a fatica si tirò su dall’asfalto caldo, diroccato e guardandosi i seni nudi e i lividi sulle cosce, gli corse dietro, per la maglietta lo afferrò e avrebbe voluto sputargli addosso. Se è questo il vostro bene, il senso comune, la retta via, la salute: schiacciare chi non è come voi, preferisco le tenebre e la malattia. Ma lui prima di abbandonarla per sempre le avvicinò le labbra al lobo e lei inspirò il suo odore, chiuse gli occhi e per un attimo dimenticò ogni male e desiderò soltanto essere sua. Chiudere. Ricominciare dal nulla. Non sono io ad averti calpestata, mia cara, se ti rendi zerbino, chiunque può farlo.
L’aveva sbattuta al muro con violenza, infilandole le dita tra le cosce come a volerle strappare via un osceno segreto di altri tempi. Erano le mani di mille uomini e non avrebbe voluto cedere ancora a quelle mani e quel che è peggio, non avrebbe voluto provare piacere. Si era abbassata, docile donnetta senza spina dorsale, gliel’aveva succhiato, poco per volta sempre più dentro, fino a soffocare, poco per volta, sempre più dentro. Dopo averle schizzato in bocca, lui, come una volta, si era riabbottonato i jeans e si era rialzato per andarsene. Lei invece era rimasta a terra con il corpo riverso sull’asfalto e gli occhi che non potevano vedere. Dietro di lui il sole splendeva accecantissimo. Odiava il sole, era così invadente e rendeva ogni altra cosa piccola. Si era sempre sentita una creatura lunare con il viso illuminato solo di traverso.

@ i. p.

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Il tempo si spacca sui corpi, il mio e il tuo, un ritratto d’adolescenza e la morte così vicina, così lontana. Ci piaceva sentirci parte di un tutto organico e io ti spingevo i piedi contro la parete, volevo fossi la mia verità, piccola, da stringerti tutta tra le mani, una vita minuta. Avrei voluto. Vieni qui, non scappare. Ti piacevano quei pomeriggi, l’una nel corpo dell’altra, specchiarci, con la scusa di danzare, quante invenzioni per sottrarci. C’era una luna grande, occhio bianco sulla terra. Mia madre ti diceva di andar via. È tardi, ma i tuoi genitori non dicono nulla? E poi chiudevo a chiave e tu a chiave dentro di me. Premevo sullo sterno, così in basso. Avevi l’odore delle foglie e ce ne stavamo immobili in improbabili posizioni yoga, le mani e le labbra, sempre a un passo dal farlo accadere. Ti costringevo a resistere al dolore e scivolavo su di te, scivolavo, leggera, lasciandoti sentire il suono del fiato, a occhi chiusi. Quella stanza, il cielo in una stanza, ogni giorno, il parquet e la grande finestra in vetro e legno, un triangolo isoscele, lo specchio era una spada. Due corpi. Il mio cedeva, era per via delle pillole, debordava. Il tuo era così piccolo, una libellula, libellula sul lago, io t’immaginavo, in quelle notti di occhio di luna, t’immaginavo planare sulle acque, libellula o falena. Eri piccola e negli occhi nascondevi l’odore di una colpa. Resta con me, non andar via. E a notte fonda nello stesso letto, le mani serrate e le labbra mie sul collo, restavi ferma. Sapevo che avresti finto di dormire. Restavi immobile, ti serravo le labbra, in silenzio, tutto avveniva come in un rito pagano sacro e osceno.

Al mattino non volevi parlarmi, sentivamo bussare. Quante volte vi ho detto di non chiudervi a chiave? E poi sarebbe uscita, era ovvio. Non facevi alcun cenno per spiegarmi, soltanto il tuo odore di strada e campagna scivolava via con te. A scuola non ci andavi, nessuno ad accompagnarti. E io dovevo invece, qualcuno mi aspettava sul ciglio al mattino. Il corpo diviso, non sapevo muovere le labbra, non sapevo più dirmi e quanto mi sentivo minuta in un corpo gigante. Ma tornavano quei pomeriggi e le notti con quella luna. Prima un occhio. Poi mezzo. Soltanto le ciglia. Aspettavo l’imbrunire, la guerra dei rossi e dei viola, fino al buio iniettato di stelle. Quel buio abitato dagli specchi. Guardati allo specchio. E c’eri tu. Guardati. Guardati ancora. Al posto del volto mio, il tuo. Ogni volta, due volte, identico, così stavamo bene, nello stesso corpo, senza morire mai.

Arrivò la sera senza luna. Quella sera ti aspettavo, le smorfie allo specchio, i passi di danza, mi guardavo mille volte piroettare e tu nella stanza del parquet senza mobili non arrivavi mai. Lungo le scale il rumore delle scarpe da ginnastica, troppi passi, non eri sola. Mia madre ti aveva lasciata passare e dunque ti vidi e non mi trovai. Le mani tue in quelle di un altro essere, aveva modi forzatamente garbati, parlava un italiano perfetto e portava gli occhiali. Voglio presentarti A. Come non vi fossi mai stata. Lì poi la sua mano aveva la presa di un paguro. Mi ritrassi, strisciai lungo la parete vischiosa, ruvida, le unghie, lì sopra, il rumore di una forchetta. Io e te siamo una cosa sola. Non oggi, dicevi, non più, sono grande adesso. E sentivo dall’altra stanza come un sospiro. Infilavo le unghie, le facevo scivolare, mi graffiavo. Ero una parete, nient’altro che un muro. Eri l’unica e ora nessuno. Passi marziali risalivano le scale. Tu e A. vi voltaste in sincrono. Mia madre aveva in mano un grande orologio, lo affisse nella stanza, il rintocco delle lancette scandiva i secondi.

Non potevo dormire, quel rumore, quel rintocco, scandiva il mio tempo. Così, la notte, mi alzavo e la stanza con il parquet, al buio, senza luna, non era una stanza. Era un varco, un portale e dentro gli specchi non vedevo alcun volto. Li spaccavo, gli specchi. Mi ferivo con i vetri e dentro quel varco avevo mille volti e mille anni. In ogni frammento di vetro ero un’altra. In uno dei tanti avevo il corpo tuo. Senza fiato. Senza ombra. Senza tempo. Saremmo state insieme, ora, per sempre.

… sul Mag O…

© i. p.

ilafarfalle

La vasca da bagno era troppo piccola. Quando la trovò, era tutta rannicchiata nella ceramica. L’acqua esondava e lui si bagnò le scarpe. Le piaceva telefonargli prima di farlo. E restare ore a dirgli: adesso lo faccio.
Perché me lo stai dicendo?
Si sentiva un armadio o peggio un cassetto, una cosa in cui riporre lettere d’addio.
Addio, gli diceva ogni volta. E lui sfondava la porta. C’era sempre il terrore di arrivare troppo tardi. Ma era terrore? Se ne vergogna ma l’aveva sperato, sì, che si ammazzasse. Sperava di contare i guazzi di sangue sulle mattonelle a fiori del bagno senza doverle bendare i polsi. Senza doverla pregare di andare al pronto soccorso.
Sei matto? Una volta ci sono andata e mi ci hanno tenuta tre giorni in quel posto, sai, con le pareti bianche e la gente che si dondola ai bordi del letto e l’odore di brodino freddo e il personale che ti sequestra la limetta per le unghie e i lacci delle scarpe. E il miasma di pelle rancida e capelli non lavati. E l’aria condizionata che non fa aria e le pupille in midriasi e il sapore pastoso del bario impregnato di sostanze chimiche.
Perché ti devi ammazzare se poi non muori?
Stamattina un uomo mi ha chiesto il numero di telefono su via Pico della Mirandola, prima mi ha detto di essere stato a Barcellona e di aver speso ottocento euro tra cene e hotel sulla Rambla, grande passione con una strana ragazza che poi è svanita come un sogno. Ieri sono andata a una festa. La solita roba. Tutti vestiti bene.
Perché usi solo il nero?
Faccio fatica ad abbinare i colori.
E poi si andava nei prati di ginestre e margherite a Villa Pamphilj e si guardavano i lecci dal basso e lui le prendeva la mano e la domandava in sposa e lei gli rideva addosso.
Quindi se non ti sposo smetti di salvarmi?
Le regalava margherite, a lei sembrava un sacrilegio staccarle dall’erba. L’erba era bagnata, il vento caldo.
A volte mi sembra un purgatorio dal quale non si esce e non si entra, intendo non si entra in paradiso, diceva lei.
E poi si camminava per Monteverde vecchio, fermandosi al Vascello per controllare se ci fosse Antonio Rezza.
Si contavano i soldi per capire se ci si potesse permettere il teatro ma si optava sempre per l’osteria, quella con le botti fuori e le rose e i tavolini verdi in ferro battuto accanto alle rose. Prima di sedersi a bere vino, lei restava a guardare i fiorai pakistani e le donne ubriache, domandandosi mille volte perché quel genere di esseri umani si attirasse in tal modo. Che mai fosse accaduto a un fioraio pakistano di sposare una damina della Roma bene, o a una clochard di incontrare una rockstar e venire portata via su un’Harley Davidson. Le fantasmagorie che aveva del presente erano saturate dall’immaginario del sentito dire, che non era proprio uguale al luogo comune, era un mondo ovattato di cose che sembrano disegni e personaggi a una dimensione.
Quando stava con lui si sentiva libera di dire quello che il resto del mondo non le avrebbe perdonato.
La bellezza insozzerà il mondo. Gli esseri umani sono la più feroce delle belve. Gli spettacoli di beneficenza servono ai vanagloriosi per sentirsi artisti. La letteratura impegnata è un modo come un altro per finire in televisione.
Allora perché frequenti le feste sfarzose, resti a guardare le luci della città, la cupola di San Pietro e i fori del Colosseo, dall’alto delle terrazze, incantata in mezzo ai qualcuno di cui non sai nulla?
E lei non rispondeva.
Una stilettata vederla rincasare ogni sera con un uomo diverso. Disegnava le costellazioni di rughe che avevano lungo le guance. E poi stava a fissargli le palpebre immobili e calate come quelle delle statue.
Che lui l’amasse non faceva differenza. Si prende ciò di cui si ha bisogno, fintanto che gli altri sono disposti a donare. E non bisogna tornare indietro. Tornare ai monolocali scarni e agli studi lasciati a metà. Forse aveva imparato a rubare gli sguardi, a fare delle cicatrici armi, con l’intimità degli altri si faceva una corazza e ricopriva le cose di una sorta di insignificanza. Voleva vivere nei castelli, godere del buon vino e dei violini, guardare il tramonto ogni giorno da una torre diversa e sconfinare. Per questo la definivano matta. Pretendere che il mondo sia all’altezza del proprio immaginario, ecco cosa si dice follia.
Lui l’aveva chiamata Holly, come la protagonista di Colazione da Tiffany, e a ogni nuova conquista aspettava solo di sentirla franare e strillare e lanciare le rose dal balcone e piegarsi alla realtà di tutte le ragazze di provincia desiderose di appartenere al pianeta che brilla.
Quando si tagliava le vene riusciva sempre a comporre il suo numero prima e a raccontargli dell’ultimo porco bastardo e dell’ultimo quadro e dell’ultima foto d’arte e dell’ultima sbornia e dell’ultima maledetta sgualdrina più ricca e più giovane che gliel’aveva portato via.
E adesso ancora lui sfondava la porta. Le mattonelle a fiori erano chiazzate di rosso. Ma lei non era morta. Ansimava e rantolava e lo pregava di non portarla al pronto soccorso. E lui la cullava come si cullano le bambine. Le regalava il dipinto di una sirena con la coda di sangue. Le parlava di Socrate e Alcibiade mentre le bendava i polsi straziati dai tagli, dalle abrasioni. E le diceva: cosa vuoi tu Alcibiade? Vuoi che s’inginocchino a te? Ma lo sai, non puoi. Non puoi conquistare un popolo finché non diventerai una persona migliore.
E come si diventa migliori, maestro?
Quando non si cerca fuori quello che ci sta scritto dentro.
E le toccava il petto. E le scuciva il petto. Era così che si convinceva a vivere ancora un giorno, ma non per le parole di Socrate. Per un’altra festa, per un’altra passeggiata a villa Pamphilj, per un’altra osteria di Monteverde e per ricordarsi il colore fulgido dei tramonti di Roma, quando le nuvole artigliano il cielo e lo aspergono di rossi e di viola, ogni sera da una torre diversa.

© ilaria palomba

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Ascolto i rumori della strada invadono e mi lascio invadere senza tuttavia lasciarmi scalfire fuori ci sono gli zingari un uomo che vende rose e un altro che rovista nel cassonetto poggio le mani sul vetro lascio i segni delle mie dita arriva una voce di donna il rombo di un’auto in lontananza poi c’è il vento e disegno serpenti con le mani su quel vetro poi le porto a me stringo la carotide fino a farmi mancare l’aria non c’è nulla che somigli a un attacco di panico l’ansia è fisica quello che io provo ha a che fare con il pensiero anche se il corpo dovrebbe essere tutt’uno col pensiero io li vivo dissociati di fondo anche il corpo mio non sta bene la mia testa è piena di rimbombi ma sono le cose che penso a sbattermi in faccia un baratro è l’eterno ritorno dell’identico penso che da questo non si possa guarire non si può guarire da se stessi io posso soltanto tapparmi le orecchie sbatto contro un caleidoscopio dai mille volti e sono sempre io e posso fingere di non vedere dicevo non sono sicura che questa realtà sia vera lui diceva prima di te se l’è chiesto anche Cartesio dicevo non è solo una questione teorica diceva studia leggi impara non prendere droghe col tuo carattere le droghe slatentizzano ma quel che non diceva era cosa queste droghe dovessero slatentizzare tutto ciò che può divenire in atto già esiste in potenza io volevo vedere fino a che punto si può arrivare lanciandosi nel vuoto lo facevo e cadevo ogni volta non toccavo mai fondo ma cadevo e cadevo e cadevo e tutto si ripeteva in un incubo di demenza ascolto la voce di mio padre nel passato dice non esagerare i sintomi ma io NON LI HO MAI ESAGERATI erano veri io ho soffocato quelle ossessioni perché loro mi obbligavano a smettere ho sotterrato il vuoto in un’illusione di pienezza ho sotterrato l’assenza in significati impropri io dicevo di essere chiusa in un labirinto senza via d’uscita e tutti lì a dirmi non esagerare tu stai benissimo vuoi vedere cos’è la pazzia? vuoi vederla? questo è la pazzia mi mostrava gente del centro di igiene mentale gente per lo più sformata ma non vedevo in loro quella pazzia che lui diceva io non li distinguevo dalla gente normale io non comprendevo loro esattamente come non comprendevo i normali per me l’altro era sempre la stessa assurdità mi sentivo chiusa in un labirinto di voci che non significano nulla mi sentivo falsa e sulla finzione basavo il mio stare al mondo fingi di stare bene fingi di essere felice fingi di comprendere le parole fingi di essere intelligente fingi di essere bella fingi di provare emozioni fingi di essere viva.

Io volevo andare incontro al mio baratro cercavo di capire dove si potesse arrivare cercavo soltanto la mia verità e invece poi mi veniva quel dubbio di non stare nel mondo di non stare parlando con nessuno la domenica mattina dopo le feste mi chiudevo nel letto era una scatola una prigione non si poteva dormire usavo il computer e giocavo con le false identità del mostro che per anni mi ha ingannata – non era un vero mostro era solo la mia nemesi o una parte di me – giocavo mentre fumavo sigarette a seni scoperti masturbandomi per finta davanti a una webcam m’illudevo di dominare dal basso con il corpo il mio corpo al centro e fuori lui a spiarmi spiarmi spiarmi credeva di fottermi e io fottevo lui o ci fottevamo entrambi insieme era quasi divertente quel fottersi l’un l’altro ci saremmo uccisi era romantico uccidersi per un gioco erotico dovevo indossare le maschere della banalità per non subire trattamenti sanitari obbligatori questa banalità ora è diventata parte di me ma non voglio viverla in prima persona non voglio appartenerle inficia il mio lavoro mi impone la stessa identica angoscia che mi imponeva la follia così mi sento sospesa tra l’abisso e il pavimento su cui poggio i piedi che non è un vero baratro ma solo un inutile parquet così mi sento inautentica così mi sento falsa così mi sento inadatta a vivere perché parlo di altro per distrarmi da quel baratro ma quel baratro è la mia verità e si rivolta dentro all’infinito impedendomi di guardare fuori.

La mia prima insegnante di yoga diceva non stai morendo non sei sotto le bombe mangi tre volte al giorno hai genitori in vita e ti vogliono bene nessuno ti ha amputato un arto che cos’è questo inferno che descrivi? non esiste.

Nessuno poteva guardare dentro e io ne avevo orrore.

Lui non può guardare dentro quel baratro per quanto possa amarmi lui lì dentro non può entrare nessuno può solo io posso guardarci e poi caderci caderci caderci perché non ti è mai consentito di guardare senza precipitare quando sono troppo dentro non vedo più il fuori ci sarebbe un modo per stare bene ma anche stare bene mi fa male mi fa sentire vuota e priva di identità mi fa sentire simile a tutti mi fa sentire di non poter parlare che di fatti ma i fatti sono ininfluenti i fatti sono Maya la creta che c’è dentro è Atma le azioni non contano le violenze subite gli schiaffi le parole non hanno significato quel che conta è quell’Atma quell’Atma che c’è dentro eppure anche fuori ma nessuno lo vede non lo vedi se non vuoi morire e se lo vedi vivi morto altro che nirvana è un nirvana rovesciato quel che io vivo mi sta mangiando pezzo dopo pezzo quanto ancora riuscirò a fingere?

Non posso dirlo a nessuno perché tutti scapperebbero tutti scappano dal dolore solo io sembro volermici ficcare dentro apposta è un gioco pericoloso lo faccio troppo spesso per non restarne mutilata.

Noi non eravamo che carne segregata in polvere temevo di scoprire di dover rinunciare alle mie notti era una mano che mi afferrava le tempie e spingeva giù il corpo fino a rovesciarlo c’era anya con me mi consigliava di ridere c’era anya con me in quelle notti scavalcavamo i significati c’era l’odore chimico di pelle sudata non avrei voluto ascoltare non avrei voluto sentirmi dire che non potevo farlo anya non mi avrebbe lasciata non potevo confessarle di aver visto di aver sentito la prima volta che accedi a quella cosa non puoi darle nome né significato alcuno non riesci a percepire altro c’era un uomo alle mie spalle mi sarebbe piaciuto afferrarlo ma ogni volta io mi voltavo e non c’era nessuno eppure sentivo il suo fiato mi voltavo era un mostro di carta dalle forme scheletriche io non sapevo riconoscerne i contorni avrei potuto ridere per le stesse ossessioni per cui piangevo era questa evanescenza a smembrarmi la certezza che non esistessero i luoghi l’impossibilità di guardarli quando c’era anya lei era la mia certezza poi tutto cambiava i volti assumevano sembianze sconosciute i luoghi divenivano altro quelle campagne erano dettagli di specchi frantumati cercavo la mano sentirmi afferrata cercavo nei libri di herman hesse il significato dei miei vissuti raccontavo a mio padre i miei timori suggestione diceva come nelle sedute spiritiche se vedi il fantasma è solo per suggestione e se lo vedono tutti? suggestione collettiva qui invece nessuno si suggestionava io vedevo morire le menti non riuscivo a distinguere i corpi le persone diventavano sagome confuse ombre erano morti ma erano ancora in vita facevano tutti lo stesso odore di muffa mi chiedevo se a un osservatore esterno anch’io apparissi allo stesso modo mi guardavo allo specchio a casa e mi trovavo bellissima e tutta la notte ci avevo dato giù con alcol e altro buttandomi in mischie di corpi tutte le notti a sentirmi tra le cosce pezzi di carne sconosciuti eppure avevo l’impressione che fosse sempre la stessa persona il primo uomo l’ultimo uomo quella donna l’unica donna mia sorella mia gemella monozigota separata alla nascita tornavo a casa e man mano tutto sfioriva non sapevo riconoscere i sapori tra le labbra avevo solo questo vuoto questo senso di eterna sete incolmabile mi chiudevo nei libri di filosofia rimanete fratelli fedeli al corpo e alla terra poiché è l’unica cosa di cui si possa dispensar certezza ascoltavo the end imparando a memoria i movimenti delle sue labbra il primo uomo l’ultimo uomo nello specchio c’era un volto e poi nulla ero circondata da presenze e a volte le pareti ridevano con la voce di mia madre pensavo che brutto scherzo mi stanno tirando andavo in bagno e mi guardavo mi guardavo diventavo orrenda i miei occhi si gonfiavano come rane e la pelle stingeva fino a colare via non m’importava di pesarmi perché io credevo solo a quel che vedevo e quel che vedevo era un mostro di grasso e rughe che a diciott’anni non sarebbe stato logico avere e sentivo sul corpo mio l’odore di quei corpi e per quanto mi lavassi e mi lavassi quell’odore mi entrava dentro era diventato un altro pezzo di pelle e sottopelle scavava ogni volta avevo paura di guardarmi allo specchio mi stringevo la carne tra le mani e stringevo e stringevo fino a lasciare segni rossi e viola su quei fianchi che avrei tantissimo tagliato mi sarei fatta mangiare a morsi da una belva e così trovavo numeri sconosciuti nella rubrica e chiamavo fingendo un’intimità di cui non mi credevo capace a mala pena ricordavo il nome di quelle persone eppure parlavo loro come fossero miei lo erano dicevo che fai? dicevo io mi annoio dicevo mi racconti un sogno? dicevo come t’immagini di scoparmi? dicevo non mi avrai mai dicevo e dicevo poi mi truccavo a dovere e scivolavo via di casa allora ero di nuovo bellissima avevo nel corpo una misterica sensualità mi fingevo innocente m’immaginavo vestita di nero in un paesaggio irlandese tutto di ghiaccio mi sentivo forte e invincibile scavalcavo le strade raggiungevo le cantine gli scarni monolocali incontravo l’uomo della telefonata e mi sembrava di non riuscire neppure a vederlo mantenevo tra le dita sigarette ciccavo sui pavimenti mi sedevo sui divani troppo stretti ero io qui e io dall’altra parte finché i corpi non mi mangiavano e mentre accadeva non riuscivo a sentirmi io chiedevo loro il dolore perché non sentivo nulla gridavo colpiscimi e c’erano mani a dilaniare la carne ero viva e morta credevo nel nirvana orgastico credevo di sparire tra le mani di chiunque un pezzo di me rideva l’altro gridava e allora dicevo alza la musica alza il volume voglio il volume altissimo voglio sentirti addosso colpiscimi musica e polvere chimica e mani e capelli e morsi e cosa realmente accadesse in quelle notti io non lo ricordo a volte entravo in una stanza incontravo un uomo e poi mi ritrovavo tra due tre quattro corpi a volte sparivo con un’amica e all’improvviso lei mi stava toccando tra le cosce ma era tutto così confuso un lungo sogno e i volti cambiavano c’erano almeno dieci persone in una e viceversa corri adesso corri alla fine dei giochi riuscivo solo a correre e mi sentivo orrenda con il trucco ormai sciolto e nessun mistero da custodire altrove mi sentivo altrove sempre e c’era quell’uomo a inseguirmi dietro di me i suoi passi rimbombavano attraversavo le strade dei borghi e nelle campagne sentivo l’ululato dei lupi erano solo cani tachicardica avvertivo punture di spillo nel torace c’era un negozio di dischi e una basilica c’era quella serranda mezza chiusa e la gente di paese che mi guardava e tutte le strade che mi guardavano e sentivo rompersi dentro il torace andare in mille pezzi quel ghiaccio che credevo di aver custodito salivo sui treni tremavo e non era solo panico il panico non dura così tanto tremavo come se mi rendessi conto di qualcosa di terribile non ero mai sicura di essere veramente lì dov’ero fissavo i campi di grano oltre i binari erano dipinti di van gogh m’infilavo le cuffie ascoltavo chemical brothers fissavo il dissolversi del grano nella musica ascoltavo i bassi lasciavo che coprissero le urla nello stomaco lasciavo che il mondo mi convincesse della sua pregnanza e poi sparivo ed era l’unico istante di gioia la sensazione di sparire nella musica era vera reale la sensazione che il corpo mio non ci fosse e tutto il resto intorno fosse bianco era il nulla e così stavo bene nel nulla poi il treno si fermava arrivavo a bari erano le otto del mattino i riflessi del sole addosso mi facevano sentire sporca e c’era quell’odore quel maledetto odore che non sapevo più a chi appartenesse e la pelle mia ancora faceva pieghe livide come se sotto ci fosse un’altra persona la stazione di bari di giorno era piena di tassisti e ubriaconi che mi avvicinavano e all’improvviso le loro voci mi facevano paura quando la musica finisce spegni la luce corri corri corri attraversa il sottopassaggio non parlare con nessuno non guardarli in faccia corri corri corri fino a casa mi mancava il respiro avevo rantoli ai polmoni corri corri corri fino alla fine salivo fissando la mia immagine nell’ascensore sentivo le crepe nella pelle una volta mio padre mi disse tu vivi all’inverso sei sempre nel prima e nel dopo e non sei mai qui non sei mai qui allora mi sembrò orribile mi accarezzò i capelli e pensai come faccio a parlarti se tu mi credi un’altra ma non dissi nulla eravamo su una panchina ma non so dove e lui proprio questo mi stava a ricordare che il presente è fatto di storie di persone di parole e di dettagli e io mi sforzavo in ogni modo di registrare questo presente queste storie questi dettagli questa realtà ma era come se qualcosa di più forte catturasse la mia attenzione c’era il sole ma tutto era coperto da uno strato di nebbia diceva che t’importa della morte quando lei c’è tu non ci sei non potevo credere a queste stronzate non potevo credere alla fine mi sembrava di vederla quella morte un caleidoscopio dove tutto ricomincia sempre identico e così dicevo io non riesco a vivere il presente non riesco ad ascoltare nessuno a registrare dettagli non me ne importa niente del luogo in cui siamo dei volti che incontro non me ne frega proprio niente io vedo sempre quel caleidoscopio io sento di esserci finita dentro e il naufragar m’è dolce in questo mar.

© i. p.

 

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Fatti male” vuole essere uno sguardo narrativo non moralistico su una società che rotola su se stessa, vive di notte e danza sulle rovine dell’umanità. Marco e Stella sono espressione della liquidità dei rapporti postmoderni, della guerra tra i sessi, dell’aridità emotiva di una generazione che si trascina in un limbo tra indifferenza ed estasi. Stella è una Justine post-moderna, non soltanto vittima ma anche un po’ carnefice. Il narcisismo, essenza stessa dei nostri tempi, non va criminalizzato ma ritratto per quello che è. Ogni criminalizzazione porta all’innalzamento del crimine. È risaputo che a scuola, per esempio, i ragazzi meno bravi diventano delle vere belve se criminalizzati e stigmatizzati, invece producono risultati se si permette loro di mettersi in gioco. Nel mio libro ho coinvolto centinaia di persone, alcuni esperti lettori, altri si affacciavano per la prima volta alla lettura e di ciò sono entusiasta.

Il narcisismo nasce da una ferita, criminalizzare significa dilaniare la ferita stessa e fare in modo che degeneri in infezione. L’unico risultato che si ottiene in tal caso ha a che fare con la rivolta spietata. Altrimenti si può imparare a mettere da parte il moralismo e provare ad avvicinarsi a ciò che non si conosce e spaventa, senza pregiudizi, in grado invece di apprendere dalle forme di socialità più tribali una modalità esistente che è sottesa in ogni forma di rapporto umano. La cecità produce soltanto vana illusione. L’illusione del bene assoluto conduce alla banalità del male, per citare la Arendt, al nazismo. La biopolitica è l’essenza della nostra epoca: agire sui corpi, normalizzarli e anestetizzarli. Fatti male è un grido che si leva da corpi che si ribellano al nazismo biopolitico che tutti viviamo. 

© Ilaria Palomba

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Il cane nero mi è addosso ma è un’ombra. Proteggo il grillo.
Il grillo ha la voce delle foglie. Il giardino di limoni e lecci nasconde altre cose che non posso vedere. Sento frinire i cespugli.
Il grillo sussurra con la stessa voce dei cespugli.
Sono senza scudi, dice. Senza neanche un cappello, dice.
Non sono certa di potergli parlare e se gli parlo non sono certa possa sentirmi.
La luce cava della luna è un fiato che frantuma le foglie. Il silenzio si macchia di voci.
Se ascoltassi saresti più vicina alla fonte, dice il grillo.
Non ho uno scudo, non ho un cappello, dico.
Rientriamo, il grillo mi sta sulla nuca e temo possa pizzicarmi con le scarne zampe. Il formicolio sulla nuca è un atto che non posso controllare, non posso tormentarlo e non posso neppure ignorarlo. Sta lì e io aspetto che muti.
Nelle stanze l’ombra del cane nero è un colosso, si allarga, si slabbra, fa sua la parete, fora la parete e vi si imprime dentro. Il grillo trema.
Lo sento muoversi dal collo alla scapola come se un esercito di formiche brulicasse sulla pelle.
L’ombra è una bocca, deglutisce la stanza. Il cane nero diventa reale e mi sta di fronte con le fauci spalancate. Il bario stilla e bagna il pavimento, una statua di colla.
Nugoli di ferraglia pregni di luccicore biancastro. La bava sporca le cose, le riempie, le dilata, è l’altra faccia dell’ombra.
Il cane non ringhia. Il grillo sussurra: siamo morti.
Trema, non smette di tremare. Lo raccolgo tra le mani. So che il cane non vuole sbranarmi ma non posso dire lo stesso per il grillo. Il cane l’ha puntato, so che lo brama, so che lo addenterà.
Racchiudo tra le mani il grillo. Entro in una stanza con una culla vuota. Tra le sbarre un uncinetto rosa e un sonaglio.
Ripongo il grillo nella culla. Non smette di tremare.
Non lasciarmi, dice.
Non può venire qui, non può attraversare le sbarre, dico.
Ho paura, dice.
Il cane nell’altra stanza non c’è. Resta la sua bava sulle cose, come una coltre, ricopre pentole e piatti e ferraglie e computer e libri, chincaglierie accatastate sul pavimento. Mi stendo sul letto e le lenzuola sono pregne della stessa bava che è la stessa ombra. La stessa viscosità della colla.
All’angolo una sedia di legno con i miei vestiti asserragliati sulla spalliera.
Il mio corpo nudo è pregno di bava. Al mio fianco nel letto un uomo, viene dal passato. Ha la barba e i capelli lunghi. Viene da un altro luogo, non dovrebbe conoscere questa casa.
Dov’è lui?, dice.
È uscito presto, dico.
E tu non ti domandi?, dice.
Preferisco ignorare, dico.
L’uomo affonda i denti in un lembo di carne tra il collo e la spalla. L’ombra del cane si spalanca su di noi. Chiudo gli occhi e mi lascio prendere. Stringo le mani alle sbarre. Sono nella culla e l’uomo mi è dentro. Penso solo al grillo. Al suo piccolo corpo frantumato dai nostri. Riapro gli occhi. L’uomo mi dorme accanto. Non siamo nella culla, non ci entreremmo. L’ombra del cane è svanita.
Mi alzo per cercare il grillo. Una pozza d’acqua sotto la sedia e l’umidità nei miei vestiti. Li tocco e sono colmi di acqua che non è acqua, è colla e non è colla, è bava e non è bava, è urina. Ha l’afrore dell’urina. I vestiti s’incollano alle dita e sono lembi di carne, umori, cuore, polmoni, fegato, intestino. Sono colmi di piscio e sangue. Grondano sangue e piscio e fanno il puzzo delle carcasse.
Corro nell’altra stanza. La culla. La culla. La culla è senza sbarre. Il grillo è sparito.
Vado in giardino. La luna è offuscata da una coltre di nubi nere, il cielo si fa scarlatto. La luna ha il volto di un teschio e poi stinge, cola via. La sento sulla pelle, è bava. Il grillo non c’è. Il frinire delle foglie è un frantumo di voci.
Dietro di me il cane nero. Guaisce e si accuccia come un cucciolo, strofina la testa contro la mia gamba. Lo accarezzo. Si calma.
Le nubi spazzano via il rossore del cielo e sul corpo della luna le zampe scarne del grillo sono faglie e frammenti.
Il cane mi lappa le dita. E ci avviciniamo alla notte, fuori dal giardino. Ci avviciniamo. Ci avviciniamo. Nel fondo del cielo un chiarore che deflagra.

© i. p.

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Lettura affrontata violentemente e voracemente. Per me, questo libro non può che essere letto così, come una cicuta amarissima, ma di cui non puoi eludere il gusto, seppure sgradevole, e neppure il retrogusto, altrettanto pungente e persistente. La narrazione è precisa, tagliente. Bella. Feroce. Come può esserlo una donna, in via di “crescita”, soffocata da un ambiente familiare iperprotettivo, perfettamente collocato nella provincia, altrettanto soffocante e “piccola”. Quale migliore via di fuga di quella offerta da droghe e sesso?
La giovinezza offre prospettive di immortalità, ma non senza conseguenze. Lo capirà dopo non poche sofferenze, Stella. Sì, una stella in un firmamento nero, fatto di galassie non sempre scintillanti e limpide. Anzi. Il cielo della sue breve, ma intensa esistenza, è un magma viscido e melmoso. Gli uomini che ruotano intorno alla sua vita, sono ombre, senza spina dorsale. Nessuno escluso. Si sa, da sempre, che la donna, (ragazza, ancora) specialmente nei primi approcci con la vita “sociale” è molto più curiosa e coraggiosa dei rappresentanti del cosiddetto “sesso forte”. Molto più disposta a rischiare, osare, vivere.
Marco, dotato di fascino oscuro e maledetto, spesso piange. Ed é credibile, nella suo perversa confessione del suo bisogno di emozioni “forti”. Duro ma molle. La doppia narrazione, silenziosa e verbale di Stella, fa penetrare dentro le viscere della giovanissima protagonista.
Il viaggio è sconvolgente, ma vero. Epilogo degno di migliori noir o anche tragedia notturna. La liberazione dal Male è un taglio profondo. Ilaria lo affronta, per conto di Stella, con l’aiuto del grande Bataille e del suo “Erotismo”, in una fotografia cruda e lunare, con lunghe ombre che proiettano, in sovraimpressione, la figura di Justine, disegnata dal Maestro dell’ Erotismo e Perversione in successione spesso tanto drammatica, quanto poetica: De Sade. Grazie Ilaria.

 

 

© Melchiorre Carrara