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Tag Archives: morte

Titolo bellissimo per un romanzo sorprendente.
Gli autori, Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, sono riusciti a comporre un quadro caleidoscopico di una relazione trovando due frecce ai rispettivi archi che poi sono un solo arco, comune:
1) potenza della voce;
2) bellezza della lingua letteraria.
Aggiungerei un terzo pregio: la felicità dello stile che proviene dritta da una felicità di racconto.
Riguardo alla voce, anzi -è bene precisarlo- al coro di voci che come in una tragedia greca cantano questa storia, la varietà è mirabile e non ne inficia l’intensità. Quanto alla lingua, è densa pregnante pulsante – e precisa, tagliente come un taglierino affilatissimo.
Perché questo romanzo, per ciò che racconta e per la formulazione del racconto, taglia davvero il ghiaccio più che come il coltello kafkiano: come un bisturi che va a segno e non genera inutile sanguinamento, come una resezione ripetuta e millimetrica, come un laser che mentre taglia cauterizza.
La lingua mi ha colpita molto anche perché in questo romanzo si fa una battaglia strenua in difesa del congiuntivo, sia presente che imperfetto – con predilezione per questo secondo, con un tale amore del rischio che a volte i volteggi le capriole le piroette i salti mortali invocano una rete sotto per porre riparo all’avventatezza e allo scapicollo mai ingenui ma sempre molto avvertiti dei due taumaturghi unificati in un solo, prodigioso racconto.
La pagina si gremisce di voci, come un proscenio, e questo permette di sondare superfici e profondità, ambiguità e sdoppiamenti, ironia e senso del tragico, e permette anche di muoversi disinvoltamente sullo schermo del tempo e di collegare punti sparati via nello spazio e pronti a riaggregarsi attraverso un fitto eppure lieve gioco di corrispondenze di baudelairiana memoria.

ipaigiunavolta

Ilaria Palomba e Luigi Annibaldi, gli autori.

Maya è una rabdomante della conoscenza, la sua rapsodica visione del mondo è impetuosa e cromatica, la sua percezione è impressionistica e poco impressionabile, non richiede ordine e costruzione ma tende ad ascoltare la natura, a partecipare del suo spirito – Anya che la seduce e la deride col cinismo di chi sopprime i sentimenti e approfitta del sentire le toglie tutto: tutto può essere tolto a chiunque, anche a chi non ne ha cognizione e perde ogni cosa, ne è defraudato, senza che questo attenui il dolore, anzi esaltandolo semmai.
Edoardo non è meno risparmiato dalla realtà che gli sbatte in faccia di continuo nei teatri di guerra dove deve di continuo raccattare parti di corpi sparpagliati attorno da bombe mine colpi di mitraglia, e non è meno dolente o dolorante, però è sagace o crede d’esserlo, ha un rapporto ordinato con gli oggetti mentre è scompaginato a dispetto persino di sé stesso dalle persone. Costituisce un duo comico irresistibile con l’aiutante in campo Salicetti che riesce a farlo vomitare più di quanto non gli venga naturale per esempio elencandogli le risorse del cuoco di campo Rinaldi.
Attorno a loro un vero coro greco: tutti medici e sapienti (direbbe Edoardo Bennato) salvo la povera madre di Maya – al cuore (nerissimo) di questa vicenda composita (alla lettera) sorge un luogo, una casa abbandonata, dove giace una figura lynchana che potremmo prenderci il lusso di battezzare Laura Palmer, e molto sullo sfondo si sfoca la figura del padre di Maya e con lui il rapporto padre-figlia, l’intrico triangolare padre-madre con figlia, l’amore e la gelosia, la competizione femminile, e il nascosto-rimosso (Caché, come nell’omonimo film di Machael Haneke, premio per la regia Cannes 2005) che forse è il fondo che sobolle alla base dell’intera storia – Lacan regna, forse: ma la lettura psico- è quella buona? Di sicuro diventa possibile, incombe pende pencola, a dispetto della fede positiva nella sapienza clinica dei due luminari convocati sulla scena, uno psichiatra e un ginecologo.
Come capite bene, questo è un vero romanzo romantico: non perché sia sentimentale ma perché riconosce al sentire una potenza conoscitiva strabiliante, dà corda all’intuizione, si puntella su intuito e sentire, assicura trionfo all’immaginazione – cioè alla irresistibile e immediata traduzione in immagini della lettura del mondo, una sorta di ‘restituzione per immagini’ del conosciuto, cioè dell’esperienza, da parte dell’artista.
Samuel Taylor Coleridge, l’autore della Ballata del Vecchio Marinaio (che ha poi ispirato molta musica rock, da A Salty Dog dei Procol Harum fino a quasi un intero album di Sting, The Soul Cages), ha specificato che la fantasia è di tutti gli esseri umani ma l’immaginazione è solo dei poeti – non perché i poeti siano super uomini o sciamani o vati ma perché sono afflitti da un più acuto anzi acuminato sentire, come i pittori. E questo più acuminato sentire impone loro dei compiti, l’irrinunciabilità ad esprimere ciò che più profondamente e lucidamente vedono nella caligine del tormento: in questo romanzo, in cui domina una percezione spettrografica, si staglia a un certo punto L’Urlo di Edvard Munch, la ferita che ha aperto in lui il solco di quella creazione. Del resto l’acme della felicità di racconto e di stile e di linguaggio arriva a pagina 140: – Arturo era mio padre, mio figlio era mio padre. Stiamo dalle parti di William Wordsworth, The Child is Father to the Man: il bambino è padre all’uomo, perché il figlio viene prima del padre in quanto il bambino precede l’uomo. Magnifico!

imagesyhelambThe Lamb, Willaim Blake

Il bambino del resto come l’agnello che belando fa gioire tutte le valli era già l’eroe innocente e puro di William Blake, il più rock dei poeti romantici, padre dei Doors, e ispiratore del Jimi Hendricks di Little Wing – per esempio, e William Blake era poeta e pittore anzi incisore, era scorticato interprete del suo tempo. Come Maya, dopotutto. E come Edoardo, sotto sotto.
Soprattutto William Blake era un artista. Questo romanzo è anche un ragionamento sulla posizione dell’artista nella società e nel mondo, sulla possibilità non tanto che sia compreso ma che sia lasciato in pace, che sia lasciato creare e donare al mondo la sua visione sacra.
Ecco, in questo romanzo ricorrono, nominati apertamente, senza timore, i termini ‘visione’ o ‘visionario’ e ‘gotico’: alla faccia, questo è parlar franco! La visionarietà e gli abissi o gli slanci che immaginiamo quando pronunciamo l’aggettivo ‘gotico’ qui sono materia diretta di racconto, mentre manca la musica, anzi essa è un disturbo con tutta la caciara del mondo e rimanda semmai a una paesanità che è familiare a chi ha vissuto in provincia prima di traslosare a Roma.
E perché manca la musica? Perché si torna alle radici della cultura occidentale, a quel ‘tempesta e impeto’ da cui la musica si è generata. Pensateci.

DANIELA MATRONOLA, SABATO 2 LUGLIO 2016

Claude_Monet_-_The_Houses_of_Parliament,_Sunset

 

Lui le disse: saresti potuta essere molto più di me ma hai scelto le tenebre, l’abnegazione, la malattia. Lei a fatica si tirò su dall’asfalto caldo, diroccato e guardandosi i seni nudi e i lividi sulle cosce, gli corse dietro, per la maglietta lo afferrò e avrebbe voluto sputargli addosso. Se è questo il vostro bene, il senso comune, la retta via, la salute: schiacciare chi non è come voi, preferisco le tenebre e la malattia. Ma lui prima di abbandonarla per sempre le avvicinò le labbra al lobo e lei inspirò il suo odore, chiuse gli occhi e per un attimo dimenticò ogni male e desiderò soltanto essere sua. Chiudere. Ricominciare dal nulla. Non sono io ad averti calpestata, mia cara, se ti rendi zerbino, chiunque può farlo.
L’aveva sbattuta al muro con violenza, infilandole le dita tra le cosce come a volerle strappare via un osceno segreto di altri tempi. Erano le mani di mille uomini e non avrebbe voluto cedere ancora a quelle mani e quel che è peggio, non avrebbe voluto provare piacere. Si era abbassata, docile donnetta senza spina dorsale, gliel’aveva succhiato, poco per volta sempre più dentro, fino a soffocare, poco per volta, sempre più dentro. Dopo averle schizzato in bocca, lui, come una volta, si era riabbottonato i jeans e si era rialzato per andarsene. Lei invece era rimasta a terra con il corpo riverso sull’asfalto e gli occhi che non potevano vedere. Dietro di lui il sole splendeva accecantissimo. Odiava il sole, era così invadente e rendeva ogni altra cosa piccola. Si era sempre sentita una creatura lunare con il viso illuminato solo di traverso.

@ i. p.

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Vorresti non odiarti, aver cura di te, impegnarti in ciò che fai, stare nelle cose, esserci. E invece non riesci a pensare ad altro che alle cose che possano dissolverti. Hai bisogno di leggerezza, di gioco, ma giochi solo col fuoco. Tutto ciò che ami si trasforma repentinamente in tutto ciò che odi. Vorresti dire al mondo di aspettarti. Non fare progetti. Non lavorare. Prenderti una pausa. Da tutto. Vorresti vedere qualcuno e chiedergli di non chiederti nulla, null’altro che abbracci, divorarsi di baci, darsi solo le stelle. E invece stai qui, ad ascoltare, non sai proprio dire di no. Stai qui a lasciarti manovrare dalle scelte, le decisioni, i sentimenti degli altri. E tu, cosa cerchi? E tu, cosa vuoi? Hai quasi 30 anni e stai ancora giocando con la vita e con la morte. Ma non ti vergogni? Ci vuole un progetto, un’aura di presentabilità. Sei una crocerossina del cazzo, pensi a tutti meno che a te. E poi ti divorano, ti mangiano, con le loro esigenze, con le loro paure, con le richieste cui ora non riesci a rispondere. Che cosa significa dare? Ci sarà pur qualcuno che voglia restare in silenzio, nel vuoto, tenendoti la mano. Senza cercare definizioni, senza pretendere prove, senza chiederti di essere solo la metà di quel che davvero sei. Ma tu hai paura del rifiuto e dell’abbandono, diventi ciò che loro vogliono vedere. Sei sempre stata solo ciò che gli altri vogliono. E tu, chi sei? Chi sei davvero? Lo sai? Lo sai chi sei? Non sai neppure se ti piacciano gli uomini o le donne. Se mangiare carboidrati a cena ti faccia star male. Se bere in quel modo non sia poi un tentativo di uscirne. Il grembo, l’addome, lo stomaco sa bene che stai ingannando il corpo per fottere la mente. Lo sai che stai abitando solo alterazioni per non sentire il peso della scelta, della pelle, della carne e del passato. Ma lui torna, il passato. E lo puoi sniffare ogni notte, in ogni frantumo di polvere una parte di te muore. Rinasce? Non resisti al giudizio. Non sai affrontare prove di cui non hai certi i risvolti. E nessuno finisce di metterti alla prova. La crisi, la sfida. Cercarti e poi mollarti. E lo fanno apposta. Lo sanno che sragioni di fronte agli abbandoni. E nessuno vede la bambina dietro le grate.

© i. p.

dublino pioggia

 

 

Sto andando in una direzione che non significa nulla o forse tutto mettendo a rischio ogni cosa a volte sento la vita scorrermi ancora in vena e la inseguo la vita nel frattempo frantumo le cose belle lui dice che devo preservare le cose belle i progetti penso quelli imminenti che non bisogna affatto mollare perchè è come una specie di missione ma vorrei solo essere libera da cosa? dal lavoro? dall’amore? da me stessa? quando sono a Dublino è come un sogno lucido allontano le cose le parole il sentire si diluisce fluido e posso scattare foto ai tramonti da qualunque ponte bianco e camminare leggera come un pezzo di nuvola e guardare a fondo le iridi verdi delle ragazze gaeliche e guardare a fondo i passanti e immaginarne storie costruire trame su tessuti d’immagini mangiare schifezze a più non posso su furgoncini hippie pensare all’Urlo di Ginsberg pensare a Joyce e sentirmelo alle spalle essere Molly Bloom con i tormenti e i segreti di donna un po’ maudit comprare scarpe a caso magari anche più piccole della mia taglia parlare con Luana della fine del mondo e del terrorismo islamico del nichilismo del comunismo del nazismo della nostra sorte di biechi e feroci esseri umani camminare sulle scogliere irlandesi tra freddo e sole mentre il mare sciaborda metri e metri più in basso attraversare ponti pericolanti in stile Isola del Tesoro litigare con lui e piangere mortalmente a Temple Bar sentirmi morire decidere e tornare indietro decidere e infrangere decidere per il bene di tutti e poi non reggere il dolore e frantumarmi e poi guardare la signora con Lessie al guinzaglio vicino St Peater Church andare a trovare Alessandro nell’albergo di lusso aspettare sulle altalene bere cocktail con dentro la mia personalità (e il suo disturbo) danzare psy trance nelle luci accecanti della notte fingere che non debba finire mai finire mai finire mai questo gioco di specchi e desideri che uno sull’altro s’infrangono questa vita in bilico dove ancora non so che fine farò domani questi 28 anni che sembrano 18 queste parole gettate come sassi di cui non voglio vedere i cerchi nel lago questi rami e tetti gotici e guglie e senso di non appartenenza e scegliere di non scegliere la vita e pensare che tanto se voglio me ne tiro fuori e pensare che tanto ci sarà pur qualcuno alla fine del tunnel e poi sentirmi abbandonata da tutti quando invece sono io a fuggire lo so sono io sono io l’errore io la folle io l’instabile io l’edonista che sta bene solo se c’è da divertirsi e ogni impegno si trasforma in limitazione ogni relazione in gabbia d’acciaio ogni passo falso in caduta libera nel vuoto ho sognato di saltarci giù da quella scogliera ma poi a pelo d’acqua non sprofondavo volavo volavo alta nel cielo senza nubi ed ero nell’azzurro più profondo ero un gabbiano o un corvo ero assolutamente libera di spalancare le ali sopra la materia io nella metafisica dell’istante superavo il vuoto e la paura di caderci.

@ i.p.

ilaRosso

Ho smesso di fare performance perché di me vorrei parlasse solo la scrittura il dolore di un’autoconfessione mi sto perdendo ma non nella maniera in cui amereste vedermi perduta non esiste passato l’ho ingoiato il passato io sono solo projectus non abito il corpo e il tempo mi piacerebbe perdermi come tutti per amore o droga o corruzione o miseria l’ho fatto sì a 19 anni e poi l’ho fatto ancora io mi perdo nella separatezza è altro non sto nei ranghi della disgregazione sento ogni cosa pesare amplificazioni paraedoliche ho solo voglia di divorar libri è grave? può darsi non sento più il peso e ne sento uno abnorme all’altezza dello stomaco ho un disturbo di personalità lo so ma lui dice che io sia solo una persona fragile o forse competizione col padre qualcosa di simile alle volte è solo il vuoto così forte da strapparmi le ciglia questo vuoto questo vuoto senza tempo un rimpiangersi l’istante vorrei vi fosse un luogo tra l’io e il tu un’esistenza vivida e invece i contorni si sfrangiano e perdo la vera battaglia all’incisione sul fuoco una battaglia sterile di marionette variopinte abitare le increspature del tempo dirsi interessati a qualcosa quindi sei depressa ho detto al mio amore che prima di andare in un’isola deserta voglio esser certa di avere un bel corpo e che sotto possano proliferare i vermi ma devo mostrarmi impeccabile al nulla prima che tutto crolli e lo sento il crollo lo schianto così imminente sarà per la fragilità dei legami con gli oggetti o per la rivolta violenta della terra madre e io voglio sentire gli altri corpi in ogni modo lasciarmene trascinare abitare le strade come potevo a sedici anni ho 15 giorni di tempo per mutare il corso del declino sarò altrove e ti guarderò correre dietro il mio treno ci lasceremo inghiottire dalle prerogative se penso di uccidermi è per una questione di convergenze non resisto all’insignificanza e quando mi si dice che il tempo è finito la terra svuotata la guerra ci ha invasi allora sento l’esistenza e mi ci perdo come un numero inutile una cambiale in bianco vorrei credere ai tumulti di piazza inneggiare a Malatesta e invece non so far più nulla e resto nei libri lì dentro e fuori dal presente accanto ai volti di carta che sanno meglio di me quanto sia vana l’attesa e la gloria quanto sia tutta un’illusione la luce del sole e l’atmosfera voglio sentirti piangere per un istante come in un brano dei Marlene Kuntz alle volte mi figuro il passato in una clessidra le cui polveri sono stupefacenti da overdose credo di essermi sparata in vena ogni ricordo e non resti più il colore dei volti l’odore dei corpi sulla pelle di nulla si può parlare di null’altro che di quest’assenza è simile al desiderio alla morte e a Dio.

© i. p.
foto di Luigi Annibaldi

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Il tempo si spacca sui corpi, il mio e il tuo, un ritratto d’adolescenza e la morte così vicina, così lontana. Ci piaceva sentirci parte di un tutto organico e io ti spingevo i piedi contro la parete, volevo fossi la mia verità, piccola, da stringerti tutta tra le mani, una vita minuta. Avrei voluto. Vieni qui, non scappare. Ti piacevano quei pomeriggi, l’una nel corpo dell’altra, specchiarci, con la scusa di danzare, quante invenzioni per sottrarci. C’era una luna grande, occhio bianco sulla terra. Mia madre ti diceva di andar via…

… continua sul Mag O…

© i. p.

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foto: Stefano Borsini

performance: “L’ultimo viaggio” di Ilaria Palomba, con Ilaria Palomba, Olivia Balzar, Luigi Annibaldi

pil

avevo voglia di bere e non potevo non potevo agire stanotte ieri lou reed moriva altrove incontravo donne dai capelli biondo-rossi e amici i pochi gli unici dove non conta davvero il grado di psicopatia raggiunto quel che conta è un aporetico stare assieme al di là delle dissolvenze interpersonali avevo trascorso l’intera giornata a vomitare non avevo assunto alcuna droga e mi chiedevo – mi chiedo – se non fosse peggio la lucidità l’assoluto esserci Heideggeriano la donna rossa dai capelli biondi – o viceversa – mi trascinava verso orizzonti di eterni ritorni mi sarebbe piaciuto sconvolgere gli animi ricordare trascorsi lisergici alcolizzarmi fino al termine della notte per dimenticare i nomi delle vie postindustriali e un tantino mussoliniane che mi accingevo a percorrere per dimenticare le rughe immaginifiche che vedevo comparire sul mio volto vissuto solo a metà mi sarebbe piaciuto darle l’immagine di me che aveva conosciuto un tempo i nostri uomini discutevano di oscene possibilità la donna rossa dai capelli biondi immaginava come capitalizzare l’evento eravamo fuori da ogni contesto riassorbiti dalle luci stroboscopiche dell’eur senza più domandarci il significato della parola lavoro (per me ormai invisibile arcano) mi hanno trascinata in un concerto dei pil – che per fortuna non sta per prodotto interno lordo – è stato incredibile lo stesso giorno conoscevo uno dei miei miti adolescenziali johnny rotten – ho imparato a muovermi sul palco per schivare le bottiglie che arrivavano dal pubblico – mentre l’altro mio mito adolescenziale spirava altrove scoprivo nuove verità nascoste nel corpo intravedevo perfette immagini femminee di transgender all’uscita dal fungo camminavamo tra odori di escrementi d’elefante fuori dal circo moira orfei per raggiungere l’atlantico posteggiando due chilometri più in là ascoltavo le sonorità postpunk dei pil librandomi in danze d’altri tempi mentre la voce di rotten ancora molto punk beveva e sputava assoluta giovinezza ancora come se non fosse trascorso un solo istante dal ’75

rivedevo frammenti della grande truffa del rock and roll e poi gente da ritual vista e rivista da anni ma mai conosciuta mai salutata mi avvolgevo sinotticamente nell’illusione prossemica scalfita da un vetro spesso generazioni non potevo accettare quella distanza e così mi perdevo danzando ogni cosa diveniva lontana e confusa lontana e confusa lontana e confusa ho nel corpo così tanti stupefacenti del passato da saperli liberare al momento opportuno danzavo posseduta per un attimo dimenticavo ogni dolore ero meraviglia assoluta per una volta riuscivo ad amarmi amavo i ricordi di chitarre suonate con anarchy in the uk e le labbra carnose della mia amica sbighi al liceo quel gruppo di borderline che non eravamo altro meraviglia delle meraviglie quando sapevo far tesoro della mia diversità G. la mia amica dai capelli rossi era sempre stata un passo avanti a me musicalmente esistenzialmente letterariamente mi aveva insegnato a dirimere l’apparenza dall’essenza e a riderci su ci sono stati baci sulle spiagge salentine nella notte e profetici bagni di mezzanotte completamente nude ci sono state saffiche allusioni ora è strano essere qui ognuna con il suo uomo mentre loro progettano di fuggire a new york e noi pensiamo di perderci in misticismi indiani in viaggi di sola andata verso l’atma più profondo e vorace era strano danzavo ed ero uguale a quella ragazzina che sono stata quando ci spiavamo distanti ognuna con la sua vita improbabile ora chi l’avrebbe mai detto lei in banca e io ancora nel battesimo dell’impossibilità senza lavori senza vincoli identitari la notte era finita così a frugarci nelle tasche per comprare l’ultima birra ad assumere farmaci non psicotropi per alleviare dolori di stomaco frutto dell’abuso di sé si era concluso il giorno e anche la notte volgeva al termine ma non riuscivo a dormire mi sentivo ancora avvolta in quella musica e nella mia danza senza freni libera volavo sopra le cose mi lasciavo pervadere dallo spirito dei tempi fissavo johnny rotten il mio mito adolescenziale e pensavo a lou reed altro mio mito adolescenziale e pensavo all’intera mia vita consacrata a tempi mai vissuti a spiare il passato come fosse presente a spiare dal buco della serratura gli anni migliori che non mi sono stati concessi lupo guardava documentari sui sex pistols io leggevo articoli sulla morte del grande lou reed e aspettavo fotografie di attrici e performer concettuali e guardavo quelle foto e guardavo alla mia danza e alla mia amica rossa dai capelli biondi e viceversa e mi rivedevo e ci rivedevo nell’assoluta potenza della giovinezza che già mi sento sfiorire.

© Ilaria Palomba

foto di Luigi Annibaldi

la musica ha accompagnato ogni istante mi sono librata in paraedoliche orge musicali avevo solo diciassette anni e ancora non conoscevo il sapore della consapevolezza mi sono ancorata al battito di una cassa dritta eravamo così belli noi in viaggio per milano davvero poco io ricordo quelle notti erano ancestrali avevo degli amici e forse anche una relazione di pseudoamore con uno dei miei amici che s’illudeva di salvarmi dalla mia autocrocifissione così partivamo su questo largo treno ubriacandoci di vino e hashish aspettando l’agognato oltre era tutto qui e ora tutto sinotticamente vivo scivolavo su ansiogeni chilom assumevo lorazepam tegretol valium e derivati oppiacei di vario genere m’illudevo di essere nel regno della libera scelta m’illudevo di essere parte di qualcosa non ricordo come arrivai a quella festa tutto quel che ricordo sono i volti degli astanti miei presunti amici immaginate un george harrison giovane immaginate uno spud trainspotting style meno sfatto e più figo immaginate una pink postpunk immaginate una pamela morrison vestita da eminem (quella ero io) la notte milanese del capodanno di nove anni fa in piena notte glaciale cercavamo indicazioni per il rave di capodanno alla ex pirelli optammo alla fine per un taxi avreste dovuto vedere l’espressione del conducente quando ci vide scendere in quel cumulo di macerie tra migliaia di teste rasate e dread e piercing e camper prima di allora probabilmente non aveva mai visto nulla del genere lui entrammo lentamente ogni passo rimbombava nell’aria le pareti di questa fabbrica erano immani sembravano loculi mortuari o piramidi rovesciate la notte s’infilava nella pelle la musica era rumore condensato stato adrenalinico puro endorfina liquida sparata dritta in vena non m’importava uscirne viva stavo entrando nella bocca dell’inferno sarei stata risucchiata dal rumore ora lo sapevo facevo parte della seconda generazione raver non quella anni novanta della gioia di vivere estatica spensieratezza musica vitaminica culi stratosferici muscoli laccati pantaloni lucidi abiti fluorescenti e capelli colorati da effimere bombolette spry no io mentre entravo nella bocca dell’inferno sonoro tra camper fumanti pusher a ogni angolo venditori di pizze funghi e paste io a ogni passo mi avvicinavo alla decadenza e mi piaceva fottutamente niente abiti fluorescenti solo creste dread e piercing qualche tintura scolorita il nero predominava su tutto larghe felpe numerate e larghi pantaloni sdruciti di una bellezza deforme le anime là dentro danzavano era l’ade mi sarebbe piaciuto rimanerci per sempre dimenticare l’hic et nunc i prometeici studi i volti familiari perdermi agognavo tra le fauci del sottomondo le casse erano muri incompresi di suono deforme le persone erano ombre confuse piatte come schede telefoniche a una sola dimensione abbiamo danzato l’intera notte in botta di anestetici per elefanti abbiamo attraversato scale mobili lucenti e dismetriche altalene sospese nel buio ricordo il mio amico di allora spaventato di fronte al mio non riconoscerlo ricordo un uomo scheletrico e sfatto al nostro fianco tra odore di cenere e plastica bruciata raccontarci di coma k e viaggi di sola andata era caronte ricordo le parole dello scheletrico uomo lasciala perdere quella roba diceva a volte avevo paura di non essere corpo e insieme ciò mi donava un brivido ero tutte le cose transeunte immanentemente viva e morta eternamente sospesa tra i due mondi mai dentro mai fuori sospesa in un limbo psichedelico ricordo spud raccontare di aver visto le porte della percezione dopo due trip e tre pasticche mescaliniche ricordo di aver ritrovato un mio amico d’infanzia all’alba nella neve e di non aver provato freddo alcuno ricordo george harrison reggere la testa a un uomo smadonnante in grida paraboliche contro l’esistenza di dio mentre ne vomitava l’essenza ricordo i loro volti e poi non li ricordo più avevo diciassette anni e credevo che sarebbe stato bello vivere l’eterno nella musica ancestrale era rumore vivo divino che copriva le grida del mio passato avrei vissuto danzando nuda in tutto quel rumore per annientare la paura di vivere avrei danzato nuda tra le rovine rasentando la maledizione dell’eterna giovinezza per prostrarmi ai piedi dell’idea beatificata di me stessa avrei scopato di folle libido con tutti loro senza tregua per innamorarmi estaticamente di me ancora e ancora e ancora ma così non fu quegli anni furono esasperanti per quanto io mi dividessi da tutto e giorno per giorno mi cresceva dentro il demone dell’assenza non fummo mai l’agognata famiglia di cui mi ero illusa io ne restavo fuori e man mano che gli anni passavano ero sempre più fuori e rimpiangevo quel giorno nel tentativo palingenetico di rivivere quel capodanno milanese nella neve di un rave party devastante e oggi sono qui a raccontarlo con grumi di rimpianto nelle papille gustative ho preso parte a innumerevoli raduni party rave tecnival ma ogni volta era peggio ogni volta mi sentivo in quel limbo mai completamente sulla terraferma mai completamente nell’inferno sempre a un passo da tutto e da tutti quando passo accanto a quella gente nessuno di loro più mi conosce e mi sento estranea una non iniziata e insieme vampirizzata da un mondo che ha fatto parte per dieci anni di me mi sono illusa che avrei creato demiurgici universi a occhi chiusi nella danza estatica di giorni e ore e tempi indistinti mi sono illusa di essere parte di una tribù mi sono illusa di essere come loro e tante e tante volte mi sono illusa di essere parte di qualcosa ma ora so che non è vero non è mai stato vero io nella mia danza ero sola e sola sono ancora la mia weltanschauung collide con quella di chiunque a volte mi sono chiesta cosa sarei stata se non avessi sprecato dieci anni della mia vita a illudermi di allucinata bellezza e atroce musica fuori dal tempo probabilmente sarei diventata una qualche forma umana alternamente condivisibile o forse no sarei stata come sono divisa ovunque un’ombra silenziosa scarnificata dai gesti forse è questa la mia essenza l’ottundimento non è facile starmi accanto e per me non è facile stare accanto agli altri ma le cicatrici che ho sulla pelle sono la mia forza la mia storia la mia unicità un ritratto sublime incastonato nel corpo e questo senso tragico con cui vivo ogni esperienza è per me in verità fonte di gioia estrema in ultima analisi coincide con la mia estasi.

© i. p.

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BERLINO ELECTRODREAMS
I
Guardo il brillare dei chicchi di neve dalle finestre di Neukolln danzo silenziosa a occhi chiusi nella nebbia di Kreuzberg accolgo volti e sguardi riassumo corpi nel tatto della distanza rispondo enigmatica a domande mai formulate mi libro spettrale sopra palcoscenici Berghain Kantine e cammino fredda nella furia del Cardio con Luigi, Paolo, Daniele e i loro scritti che albergano in me come demoni dai mille volti e Chiara e Damiana e la loro arte sanguinante. Cammino fredda nella furia del cardio tagliando atomi al vuoto che imperversa glaciale sulla pelle della notte dalle vetrine del Kadewe. Tu mi baci le dita e ci dimeniamo aurore elettriche al Tresor spiandoci tra le sbarre e torturandoci tra lenzuola nerobianche e fumiamo l’angoscia di ogni partenza a Schönefeld e scopiamo via la morte in filamenti di estasi mentre le ore tagliano pezzi di me sul baratro del tempo. Berlino è un lungo sogno che seduce e abbandona. Miliardi di timori accalcati tra le coperte e mi fermo consumata nell’oscurità a raccogliere gocce di te tra le lenzuola prima di lasciare l’istante proiettata altrove ovunque e in nessun luogo distante.
II
La mia vita esplode, ogni cosa è qui e ora ma tutto mi sfugge. Cerco validi motivi per restare in vita ma non vi è che illusione le strade bianche di neve e luce il giorno fuggente nelle suole delle scarpe sporche di ghiaccio tra Kreuzberg e Frankfurter Allee, Tom e Marianna c’invitano a cena e siamo con loro a parlare di letteratura e poi siamo altrove proiettati verso miliardi di possibilità. io, Lupo e Anya inspiriamo sigarette e veleno. Lupo gira booktrailer con Anya che gioca a uccidersi comprando libri-droghe, fissiamo quadri barocchi nei privè degli electroclub Berlinesi. Dormiamo uno sull’altra all’alba sui sedili gialli della metro mentre il vecchio barbone scolletta e il punkabbestia è lì stravaccato coi suoi cani. Stiamo fuggendo tutti da qualcosa io dal riflesso riverbero assoluto di una donna che disprezzo che divide il qui e ora con l’accetta del cosa sarà e sta a frazionarsi i successi nel dubbio del domani. Disprezzami. Fammi sentire l’eco del mio diniego sulle curve del corpo. Ascoltiamo gli Indochine seduti sui gradini di cattedrali sconsacrate. E io come Justine sacrifico la mia vita all’infinito. Le notti si consumano come sigarette al vento e i miei occhi bevono tutta Berlino. Risali ripide le mie cosce fino a inondarne gli argini sporcandomi della tua luna bastarda dell’ululato dei lupi sono ovunque nella notte tra le pareti dentro le cosce non puoi sfuggirgli sei loro preda. Danza e taci. Non puoi essere libero, non ti è concesso. E la gente ride mentre credi di scappare verso oceani di distanza e su fiumi di cemento scorre fluido sangue indelebile di dissidenti ammazzati e dimostrazioni violente e pezzi di muro di Berlino che non sono angeli. Vorresti scaraventarti nella storia e sacrificare la tua vita all’egemonia dell’istante. Esistere è un sacrificio umano e tu lo sai mentre mi saluti nella nebbia a Schönefeld le nostre strade si dividono gli aerei volano gli aerei cadono le nostre vite si dividono. Da questo istante è un doppio gioco stare al mondo tu altrove io ovunque e vorrei scucirmi dalla pelle il dono della presenza strapparmi di dosso utero e intestino lasciarti divagare e sussurrare luce alle mie ossa fragili e sgretolate come gessetti sotto suole martellanti. E vorrei non lasciarti ridere di me dell’idea di me che questa strada ha reso vetro nella pioggia e vorrei suicidare il senso nel non senso e bruciare atomi della mia pelle che ancora grondano te e vorrei dividermi infinitesimale su note elettromaniache tra le pareti del Lido nella foga dei corpi sudati corpo a corpo corpo su corpo la notte al Tresor a danzare condannati dentro gabbie da macello tra le sbarre dell’eterno ritorno a spiarsi la notte sussurrandosi ombra a guardarsi sedurre occhi sconosciuti a guardarsi scopare divisi e a non guardarsi mai. E vorrei gridare al mondo: cristo, anch’io sono un essere umano ma non lo ascolterebbero nessuno ascolterebbe e non posso che gridare: satana io non sono e non sarò mai un essere umano e non lo capirebbero ma io mi capirei attraversandomi Trentemoller Thinking about you pensando a te ora dalle memorie di un Bahnhof Zoo meno tossico e più commerciale trasformato in una macelleria di corpi in transito, turisti e vetrine. Cielo bianco fotografie postmoderne in ciò che una volta doveva essere stato uno squat a Hackescherofe e a ciò che è stato di noi del nostro non morire A-MORS senza morte. Fisso gigantografie di Andy Warhol che i libri d’arte non rendono e rivedo ciò che fu dei nostri corpi saturi di gioia carnivora. La notte seduce il vuoto il mio corpo nudo in penombra proiezioni di ricordi sulla parete finestre spalancate e ce ne stiamo qui a guardare l’incendio che fu del nostro insieme i corpi che colano, gocciolano, inondano e il fuoco che si nutre della loro dissoluzione come il tutto vive della distruzione delle sue parti. Sacralità della distanza danza della distruzione, dissoluzione dell’io nel tutto e tutto ciò che esiste prima o poi abbandona.

 

 

 

 

© Ilaria Palomba