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Tag Archives: identità

tempio

Mi hai chiesto di andar via. E io sono scesa nel parco. I cedri gettavano un’ombra sulle panchine vuote. Mia madre ha pulito il letto tutto il tempo. L’ho guardata dal parco, attraverso le tende bianche.
Quando me l’hai chiesto, sei stato tu ad andare. Ho sentito il tuo odore di salsedine dissolversi nell’andito.
Una volta nella luce cruda di settembre hai scritto il mio nome sulla sabbia.
Non ci sarà nessuna buriana, hai detto.
Mi hai accarezzato le guance e io ho visto le onde frangere sulla battigia, la spuma farsi chiara come un abito da sposa e morire.
Nel parco ho visto le ragazze. Erano bistrate di un trucco troppo intenso e i loro sguardi formavano un’ellissi tra me e i cedri. Si sono sedute nell’ombra. Le ho guardate parlare. Parlavano di te.
Mia madre, quando sono tornata, ha detto: se n’è andato. Aveva un ilare tremore nel tono. La voce si è inarcata ed è diventata un germoglio.
Ho ritrovato il letto senza macchie. Mi sono sdraiata sul copriletto blu e ho iniziato a tremare. Ho visto le ragazze. Una di loro l’ho vista sorriderti e spingerti i seni nelle labbra, mi sono voltata, l’altra ha iniziato a massaggiarti la schiena.
Così lontano, ha detto, così lontano.
Ti teneva per i capelli, li scarmigliava. Le sei salito addosso. Le ragazze si sono fatte strette e le hai legate con un’unica corda.
Mi sono voltata in sei giri. La notte mi piombava addosso. Il cuore sussultava e non smettevo di tremare.
Mia madre mi ha chiesto di comprare il vino. Sono scesa nel parco e ho visto le ragazze. Bevevano alla bottiglia un vino di cui non potevo leggere la marca, era coperto da una busta di plastica.
Sono entrata nel negozio dalle luci arancioni. Le ragazze mi hanno seguita. Il negozio somigliava a un autogrill. Ho vagato per gli scaffali. Ho trovato i tuoi dischi. Le ragazze li prendevano in mano e si scambiavano sguardi. Mi hanno schernita, hanno riso.
Mi è parso di sentire la tua voce e di essere ancora sulla spiaggia. Mi è parso di sentirti cantare. Le onde si alzavano e la spuma sciabordava. Il vento si è alzato forte e ho sentito il sussurro di un lupo cancellare le note. È arrivata la buriana.
Ho cercato il vino tra gli scaffali ma non ho trovato che bottiglie vuote. Giravo e rigiravo nell’autogrill come in un labirinto. Tornavo sempre al punto di partenza. I movimenti perdevano attrito e i tuoi occhi glauchi dalla copertina di un disco non smettevano di fissarmi.
Non piangere, hai detto quando te ne sei andato. Tornerò.
No, non tornerai.
Tornerò, te lo prometto.
Il copriletto blu si è riempito di macchie di colla. Mia madre ha strofinato fortissimo e quando le macchie si sono diradate il tessuto si è raggricciato come la pelle di una donna senescente.
Ho vagato e ho vagato nel negozio, ho incrociato le ragazze sedici volte. Una di loro è venuta a prendermi per un braccio. Aveva il cartellino da commessa sopra una divisa scura.
Sta bene?, ha detto.
L’altra mi ha afferrato i fianchi.
Lasciatemi, devo avere urlato ma non ricordo le parole esatte.
Quando sono tornata nel parco mia madre non si vedeva più. La finestra non aveva tende e nessuna luce rischiarava le stanze.
Sotto i cedri bevo la stessa bottiglia avviluppata in una busta di plastica. La bevo ogni giorno. Ogni giorno finisce e ogni giorno la bevo ancora.
Sono nascosta nell’ombra. Le ragazze di tanto in tanto passano e mi lasciano due centesimi.
Il tuo volto è sempre più lontano e la tua voce si confonde con l’ululato del vento nella buriana. Nella sabbia resta il mio nome, lo stai scrivendo e lo scriverai mille volte ancora.

© i. p.

4 - performance fonderia 900 7

Prima di iniziare con le cose serie preferivi lasciarti abitare dai dubbi lasciarli fluire nel piano d’immanenza alla fine avresti potuto diventare altro te lo dissi una notte quando ce ne stavamo sole senza uomini era bello lasciarsi scivolare in quella specie di solipsismo solipsistico dove io ero lo specchio tu eri lo specchio dello specchio ci vivevamo insieme in questa specie di simbiosi poi non era simbiosi era un guardarsi attraverso attraverso attraverso attraverso finestre arse tra gli astri e il cielo nell’abisso nella fune avevo sognato te bambina quando avevi paura degli occhi degli altri avevo sognato te che non sapevi districarti da tutte le parole che venivano a martellare martellare avevo sognato te nel dipinto di Munch eravamo noi l’Urlo di Munch l’Urlo di Ginsberg settantasette volte ripetute nel riflesso dovevamo imparare a danzare danzare danzare sulle superfici la profondità era solo una superficie l’abisso era il cielo il corpo era l’anima ogni cosa avveniva capovolta sapevo mentre ti guardavo sapevo che avresti fatto molta strada mentre io sarei rimasta a guardarti all’ombra di un tiglio in una campagna che era simile alla tua casa d’infanzia lo sapevo che avresti saputo sfruttare le condizioni favorevoli piegare il caso incarnare il caos lo sapevo mentre io non riuscivo a parlare e più mi trovavo a un passo dalla vittoria più indietreggiavo e sapevo che saresti stata capace di tenere tutti in una mano i fili delle vite degli altri mentre io precipitavo da tutti i grattacieli mentre io cadevo nell’indistinzione romantica di un grido tu avresti retto i fili della ragnatela che unite ci teneva per i piedi per la testa a nervi tesi tesissimi oltre l’orizzonte degli eventi io ti guardavo fiorire mentre sfiorivo ti sentivo crescere in potenza lanciarti sopra tutti gli specchi frantumarli e con loro l’immagine svaniva racchiusa nell’afflato del vento d’inverno io sapevo tu eri l’estate io l’inverno ci guardavamo distanti crescendo in due differenti angoli del tempo e tu pubblicavi libri aprivi tutte le porte vivevi nella leggerezza effimera dell’istante mentre io pesantissima precipitavo non parlavo mi lasciavo usare cadere cadere cadere non sapevo chiedere dovevo solo dare di me ogni molecola un dono che nessuno vuole e tu li tenevi tutti per le palle tutti per le palle tu entravi in sedici stanze con un nitore chiarissimo degli animi facevi mambassa dei corpi macerie con uno sguardo potevi prenderti tutto e io in uno sguardo tutto avevo donato di me non restava respiro contavo i giorni che mi separavano dal giudizio di dio mentre tu calpestavi ogni sentiero e lo mandavi in rovina alla fine eri il paradiso io l’inferno di fuoco inscalfibile per quanto sapessi giocare con le macerie del tempo giocare stava tutto lì il segreto potevi divorare brandelli di vita senza crucciarti della morte degli altri potevi infischiartene del frastuono del tempo senza caracollare tra le intercapedini della rivolta potevi mascherarti mille volte perché io potessi mille volte riconoscerti ma non potevi guardarmi negli occhi io che non possedevo maschere io che mi lasciavo deglutire dagli sguardi del dolore io che donavo ogni istante di me al dio di chiunque io che sapevo scivolare in basso dove tu nemmeno sognavi di esistere ero io il rovescio la rovina ero io non ci si frappone tra se stessi e il tempo non si può spezzare l’infinito quando reclama a gran voce e più d’ogni altra cosa amavi la bellezza ma ti riflettevi in me con un impeto d’orrore maschere di cera sciolte nella notte tutto un profluvio di tenebra uccidermi non fu una buona idea quando la nemesi scompare si slabbrano i contorni e adesso che non sai più dove sia il cielo dove l’abisso io ti sento in tutte le pareti sarò più forte della vita più forte della morte sarò l’infinito che non vuoi più sentire uno specchio senza riflesso è l’immagine del tempo senza spazio io sono questo tempo senza spazio in cui non puoi riconoscerti non puoi giocare che con le rovine di me nel fondo degli occhi invisibili decostruzioni d’istanti domani ti sveglierai in una nuova carne e non ci sarà nessun negativo nessuna nemesi dovrai diventare tridimensionale quanto può annientarti il saperti sola?

© i. p.
foto di Marco Fioramanti

giallaeblu

Aveva frequentato straccioni, raver, borghesi rampanti e intellettuali (o anche tutto questo insieme), e aveva continuato a sentirsi un’outsider, sola, solissima, rispettivamente con ogni categoria. Le mancava sempre qualcosa per esserne parte. Forse quella forma cieca di fanatismo e adesione incondizionata di gruppo. Nonostante il relativismo (in forma assoluta), proprio non ci riusciva ad appiattire i gusti su quelli di un branco. Al personaggio continuava a preferire la persona (se solo avesse potuto vederla, la persona, oltre il riflesso). E, lo sapeva, l’avrebbero condannata per questo. Avrebbe rivissuto a vuoto l’esperienza del diniego fino ai bordi della follia. La solitudine l’aveva abitata. La solitudine era divenuta la più colloquiale tra le dame di compagnia. La solitudine la rendeva capace di usare e abusare dei corpi come fossero suoi. E lasciava a queste ombre, a questi nessuno, la libertà di indossarla e riporla, ovunque. Forse avrebbe trovato nell’immaginario una soluzione in cui sciogliersi.
Ma non oggi. Oggi lui le aveva detto: sei guarita. Puoi dire al mondo che una volta avevi un disturbo borderline.
Le aveva detto che era guarita e lei era sprofondata in un gorgo di autosvalutazione e tremenda melanconia. Se poi guarire significava non farsi violentare dagli sconosciuti, non spegnere sigarette sui genitali di esseri privi di dignità, non rischiare l’overdose ogni fine settimana, sì, evidentemente era guarita, ma da quando gliel’aveva detto si sentiva così vuota. Tolto il disturbo di personalità per par condicio sembrava dileguarsi anche la personalità. Come se le avesse portato via quel qualcosa di speciale che la rendeva unica. Ora era una mediocre chiunque. Capite bene che avrebbe preferito trasformarmi in scarafaggio che essere una chiunque chiunque.
Ma adesso potrai scrivere per tutti, capisci? Per gli altri. Non solo per necessità catartica.
Il disturbo borderline era una sorta di panacea universale.
Non hai spicciato le tue commissioni?
Ho il disturbo borderline.
La casa è un porcile?
Ho il disturbo borderline.
Non hai un lavoro?
Ho il disturbo borderline.
Te ne infischi del prossimo e della sua sensibilità?
Ho il disturbo borderline.
Non riesci ad amare?
Ho il disturbo borderline.
Sei un’adultera con profonda indecisione sessuale?
Ho il disturbo borderline.
Non hai ancora conquistato il mondo?
Ho il disturbo borderline.
E a quante falle doveva sopperire un disturbo di personalità? L’avrà avuta persino lui un granello di ansia da prestazione. Niente. Ora lui si era dileguato, l’aveva lasciata sola, faccia a faccia con la sua nullità. Tutto pesava macigni e non aveva più scuse per evitare le prove d’acciaio con cui si forgiano gli eroi, gli antieroi e i pusillanimi.
Se abbandoni il campo di battaglia non puoi dare più la colpa alla canna di fucile del disturbo di personalità. Vai in trincea. Ti tocca. È il tuo turno. E se fallirai nell’impresa non potrai più ricorrere alle vecchie e amate scappatoie da disertore.
Ora sei lì, circondata dal deserto. Tra le dita granelli di vite in prestito. Una tempesta muove i ricordi. Alla fine della traversata c’è un oceano chiamato Alterità.

 

© i.p.

foto di Luigi Annibaldi

Immagine

Ascolto i rumori della strada invadono e mi lascio invadere senza tuttavia lasciarmi scalfire fuori ci sono gli zingari un uomo che vende rose e un altro che rovista nel cassonetto poggio le mani sul vetro lascio i segni delle mie dita arriva una voce di donna il rombo di un’auto in lontananza poi c’è il vento e disegno serpenti con le mani su quel vetro poi le porto a me stringo la carotide fino a farmi mancare l’aria non c’è nulla che somigli a un attacco di panico l’ansia è fisica quello che io provo ha a che fare con il pensiero anche se il corpo dovrebbe essere tutt’uno col pensiero io li vivo dissociati di fondo anche il corpo mio non sta bene la mia testa è piena di rimbombi ma sono le cose che penso a sbattermi in faccia un baratro è l’eterno ritorno dell’identico penso che da questo non si possa guarire non si può guarire da se stessi io posso soltanto tapparmi le orecchie sbatto contro un caleidoscopio dai mille volti e sono sempre io e posso fingere di non vedere dicevo non sono sicura che questa realtà sia vera lui diceva prima di te se l’è chiesto anche Cartesio dicevo non è solo una questione teorica diceva studia leggi impara non prendere droghe col tuo carattere le droghe slatentizzano ma quel che non diceva era cosa queste droghe dovessero slatentizzare tutto ciò che può divenire in atto già esiste in potenza io volevo vedere fino a che punto si può arrivare lanciandosi nel vuoto lo facevo e cadevo ogni volta non toccavo mai fondo ma cadevo e cadevo e cadevo e tutto si ripeteva in un incubo di demenza ascolto la voce di mio padre nel passato dice non esagerare i sintomi ma io NON LI HO MAI ESAGERATI erano veri io ho soffocato quelle ossessioni perché loro mi obbligavano a smettere ho sotterrato il vuoto in un’illusione di pienezza ho sotterrato l’assenza in significati impropri io dicevo di essere chiusa in un labirinto senza via d’uscita e tutti lì a dirmi non esagerare tu stai benissimo vuoi vedere cos’è la pazzia? vuoi vederla? questo è la pazzia mi mostrava gente del centro di igiene mentale gente per lo più sformata ma non vedevo in loro quella pazzia che lui diceva io non li distinguevo dalla gente normale io non comprendevo loro esattamente come non comprendevo i normali per me l’altro era sempre la stessa assurdità mi sentivo chiusa in un labirinto di voci che non significano nulla mi sentivo falsa e sulla finzione basavo il mio stare al mondo fingi di stare bene fingi di essere felice fingi di comprendere le parole fingi di essere intelligente fingi di essere bella fingi di provare emozioni fingi di essere viva.

Io volevo andare incontro al mio baratro cercavo di capire dove si potesse arrivare cercavo soltanto la mia verità e invece poi mi veniva quel dubbio di non stare nel mondo di non stare parlando con nessuno la domenica mattina dopo le feste mi chiudevo nel letto era una scatola una prigione non si poteva dormire usavo il computer e giocavo con le false identità del mostro che per anni mi ha ingannata – non era un vero mostro era solo la mia nemesi o una parte di me – giocavo mentre fumavo sigarette a seni scoperti masturbandomi per finta davanti a una webcam m’illudevo di dominare dal basso con il corpo il mio corpo al centro e fuori lui a spiarmi spiarmi spiarmi credeva di fottermi e io fottevo lui o ci fottevamo entrambi insieme era quasi divertente quel fottersi l’un l’altro ci saremmo uccisi era romantico uccidersi per un gioco erotico dovevo indossare le maschere della banalità per non subire trattamenti sanitari obbligatori questa banalità ora è diventata parte di me ma non voglio viverla in prima persona non voglio appartenerle inficia il mio lavoro mi impone la stessa identica angoscia che mi imponeva la follia così mi sento sospesa tra l’abisso e il pavimento su cui poggio i piedi che non è un vero baratro ma solo un inutile parquet così mi sento inautentica così mi sento falsa così mi sento inadatta a vivere perché parlo di altro per distrarmi da quel baratro ma quel baratro è la mia verità e si rivolta dentro all’infinito impedendomi di guardare fuori.

La mia prima insegnante di yoga diceva non stai morendo non sei sotto le bombe mangi tre volte al giorno hai genitori in vita e ti vogliono bene nessuno ti ha amputato un arto che cos’è questo inferno che descrivi? non esiste.

Nessuno poteva guardare dentro e io ne avevo orrore.

Lui non può guardare dentro quel baratro per quanto possa amarmi lui lì dentro non può entrare nessuno può solo io posso guardarci e poi caderci caderci caderci perché non ti è mai consentito di guardare senza precipitare quando sono troppo dentro non vedo più il fuori ci sarebbe un modo per stare bene ma anche stare bene mi fa male mi fa sentire vuota e priva di identità mi fa sentire simile a tutti mi fa sentire di non poter parlare che di fatti ma i fatti sono ininfluenti i fatti sono Maya la creta che c’è dentro è Atma le azioni non contano le violenze subite gli schiaffi le parole non hanno significato quel che conta è quell’Atma quell’Atma che c’è dentro eppure anche fuori ma nessuno lo vede non lo vedi se non vuoi morire e se lo vedi vivi morto altro che nirvana è un nirvana rovesciato quel che io vivo mi sta mangiando pezzo dopo pezzo quanto ancora riuscirò a fingere?

Non posso dirlo a nessuno perché tutti scapperebbero tutti scappano dal dolore solo io sembro volermici ficcare dentro apposta è un gioco pericoloso lo faccio troppo spesso per non restarne mutilata.

Noi non eravamo che carne segregata in polvere temevo di scoprire di dover rinunciare alle mie notti era una mano che mi afferrava le tempie e spingeva giù il corpo fino a rovesciarlo c’era anya con me mi consigliava di ridere c’era anya con me in quelle notti scavalcavamo i significati c’era l’odore chimico di pelle sudata non avrei voluto ascoltare non avrei voluto sentirmi dire che non potevo farlo anya non mi avrebbe lasciata non potevo confessarle di aver visto di aver sentito la prima volta che accedi a quella cosa non puoi darle nome né significato alcuno non riesci a percepire altro c’era un uomo alle mie spalle mi sarebbe piaciuto afferrarlo ma ogni volta io mi voltavo e non c’era nessuno eppure sentivo il suo fiato mi voltavo era un mostro di carta dalle forme scheletriche io non sapevo riconoscerne i contorni avrei potuto ridere per le stesse ossessioni per cui piangevo era questa evanescenza a smembrarmi la certezza che non esistessero i luoghi l’impossibilità di guardarli quando c’era anya lei era la mia certezza poi tutto cambiava i volti assumevano sembianze sconosciute i luoghi divenivano altro quelle campagne erano dettagli di specchi frantumati cercavo la mano sentirmi afferrata cercavo nei libri di herman hesse il significato dei miei vissuti raccontavo a mio padre i miei timori suggestione diceva come nelle sedute spiritiche se vedi il fantasma è solo per suggestione e se lo vedono tutti? suggestione collettiva qui invece nessuno si suggestionava io vedevo morire le menti non riuscivo a distinguere i corpi le persone diventavano sagome confuse ombre erano morti ma erano ancora in vita facevano tutti lo stesso odore di muffa mi chiedevo se a un osservatore esterno anch’io apparissi allo stesso modo mi guardavo allo specchio a casa e mi trovavo bellissima e tutta la notte ci avevo dato giù con alcol e altro buttandomi in mischie di corpi tutte le notti a sentirmi tra le cosce pezzi di carne sconosciuti eppure avevo l’impressione che fosse sempre la stessa persona il primo uomo l’ultimo uomo quella donna l’unica donna mia sorella mia gemella monozigota separata alla nascita tornavo a casa e man mano tutto sfioriva non sapevo riconoscere i sapori tra le labbra avevo solo questo vuoto questo senso di eterna sete incolmabile mi chiudevo nei libri di filosofia rimanete fratelli fedeli al corpo e alla terra poiché è l’unica cosa di cui si possa dispensar certezza ascoltavo the end imparando a memoria i movimenti delle sue labbra il primo uomo l’ultimo uomo nello specchio c’era un volto e poi nulla ero circondata da presenze e a volte le pareti ridevano con la voce di mia madre pensavo che brutto scherzo mi stanno tirando andavo in bagno e mi guardavo mi guardavo diventavo orrenda i miei occhi si gonfiavano come rane e la pelle stingeva fino a colare via non m’importava di pesarmi perché io credevo solo a quel che vedevo e quel che vedevo era un mostro di grasso e rughe che a diciott’anni non sarebbe stato logico avere e sentivo sul corpo mio l’odore di quei corpi e per quanto mi lavassi e mi lavassi quell’odore mi entrava dentro era diventato un altro pezzo di pelle e sottopelle scavava ogni volta avevo paura di guardarmi allo specchio mi stringevo la carne tra le mani e stringevo e stringevo fino a lasciare segni rossi e viola su quei fianchi che avrei tantissimo tagliato mi sarei fatta mangiare a morsi da una belva e così trovavo numeri sconosciuti nella rubrica e chiamavo fingendo un’intimità di cui non mi credevo capace a mala pena ricordavo il nome di quelle persone eppure parlavo loro come fossero miei lo erano dicevo che fai? dicevo io mi annoio dicevo mi racconti un sogno? dicevo come t’immagini di scoparmi? dicevo non mi avrai mai dicevo e dicevo poi mi truccavo a dovere e scivolavo via di casa allora ero di nuovo bellissima avevo nel corpo una misterica sensualità mi fingevo innocente m’immaginavo vestita di nero in un paesaggio irlandese tutto di ghiaccio mi sentivo forte e invincibile scavalcavo le strade raggiungevo le cantine gli scarni monolocali incontravo l’uomo della telefonata e mi sembrava di non riuscire neppure a vederlo mantenevo tra le dita sigarette ciccavo sui pavimenti mi sedevo sui divani troppo stretti ero io qui e io dall’altra parte finché i corpi non mi mangiavano e mentre accadeva non riuscivo a sentirmi io chiedevo loro il dolore perché non sentivo nulla gridavo colpiscimi e c’erano mani a dilaniare la carne ero viva e morta credevo nel nirvana orgastico credevo di sparire tra le mani di chiunque un pezzo di me rideva l’altro gridava e allora dicevo alza la musica alza il volume voglio il volume altissimo voglio sentirti addosso colpiscimi musica e polvere chimica e mani e capelli e morsi e cosa realmente accadesse in quelle notti io non lo ricordo a volte entravo in una stanza incontravo un uomo e poi mi ritrovavo tra due tre quattro corpi a volte sparivo con un’amica e all’improvviso lei mi stava toccando tra le cosce ma era tutto così confuso un lungo sogno e i volti cambiavano c’erano almeno dieci persone in una e viceversa corri adesso corri alla fine dei giochi riuscivo solo a correre e mi sentivo orrenda con il trucco ormai sciolto e nessun mistero da custodire altrove mi sentivo altrove sempre e c’era quell’uomo a inseguirmi dietro di me i suoi passi rimbombavano attraversavo le strade dei borghi e nelle campagne sentivo l’ululato dei lupi erano solo cani tachicardica avvertivo punture di spillo nel torace c’era un negozio di dischi e una basilica c’era quella serranda mezza chiusa e la gente di paese che mi guardava e tutte le strade che mi guardavano e sentivo rompersi dentro il torace andare in mille pezzi quel ghiaccio che credevo di aver custodito salivo sui treni tremavo e non era solo panico il panico non dura così tanto tremavo come se mi rendessi conto di qualcosa di terribile non ero mai sicura di essere veramente lì dov’ero fissavo i campi di grano oltre i binari erano dipinti di van gogh m’infilavo le cuffie ascoltavo chemical brothers fissavo il dissolversi del grano nella musica ascoltavo i bassi lasciavo che coprissero le urla nello stomaco lasciavo che il mondo mi convincesse della sua pregnanza e poi sparivo ed era l’unico istante di gioia la sensazione di sparire nella musica era vera reale la sensazione che il corpo mio non ci fosse e tutto il resto intorno fosse bianco era il nulla e così stavo bene nel nulla poi il treno si fermava arrivavo a bari erano le otto del mattino i riflessi del sole addosso mi facevano sentire sporca e c’era quell’odore quel maledetto odore che non sapevo più a chi appartenesse e la pelle mia ancora faceva pieghe livide come se sotto ci fosse un’altra persona la stazione di bari di giorno era piena di tassisti e ubriaconi che mi avvicinavano e all’improvviso le loro voci mi facevano paura quando la musica finisce spegni la luce corri corri corri attraversa il sottopassaggio non parlare con nessuno non guardarli in faccia corri corri corri fino a casa mi mancava il respiro avevo rantoli ai polmoni corri corri corri fino alla fine salivo fissando la mia immagine nell’ascensore sentivo le crepe nella pelle una volta mio padre mi disse tu vivi all’inverso sei sempre nel prima e nel dopo e non sei mai qui non sei mai qui allora mi sembrò orribile mi accarezzò i capelli e pensai come faccio a parlarti se tu mi credi un’altra ma non dissi nulla eravamo su una panchina ma non so dove e lui proprio questo mi stava a ricordare che il presente è fatto di storie di persone di parole e di dettagli e io mi sforzavo in ogni modo di registrare questo presente queste storie questi dettagli questa realtà ma era come se qualcosa di più forte catturasse la mia attenzione c’era il sole ma tutto era coperto da uno strato di nebbia diceva che t’importa della morte quando lei c’è tu non ci sei non potevo credere a queste stronzate non potevo credere alla fine mi sembrava di vederla quella morte un caleidoscopio dove tutto ricomincia sempre identico e così dicevo io non riesco a vivere il presente non riesco ad ascoltare nessuno a registrare dettagli non me ne importa niente del luogo in cui siamo dei volti che incontro non me ne frega proprio niente io vedo sempre quel caleidoscopio io sento di esserci finita dentro e il naufragar m’è dolce in questo mar.

© i. p.

 

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essere corpo è doloroso e sterile. non ci sono elefanti neri in danimarca, diceva quel ritornello. ritorno lì dove si rompono i silenzi, nella cripta delle grida. ho paura del tempo, che questo possa dissipare ingiustamente… ingiustamente? paura dell’uomo e del vuoto. precipito. non ci sono mareggiate sotto i grattacieli. la città è buio vivido grigio stellare. non ci sono riferimenti certi. quale città? la mia? la tua? la loro? potrebbe essere roma, amsterdam, parigi, berlino o bari… a chi importerebbe? non ho pianto. non l’ho mai fatto. mi sono divertita a ondeggiare funambolica su quel filo di corda. corda spezzata, attimo ardente. stavamo fuggendo. da cosa? fuggivamo dalla fuga, amica mia, tu eri perfetta con quella lacrima di mascara sotto gli occhi, arancia meccanica. distillato d’illusione. sei pazza? mi avevi chiesto. mentre sfilavi le mie dita nei camerini di un palco-bar di quart’ordine, prima di andare in scena. quale scena? c’eravamo solo io e te, la città spettarle, l’attimo infinito, istante eterno sputato fuori da miliardi di fotografie uguali l’un l’altra. identiche. identità non contraddizione. poggio le mie gambe sul tuo grembo aspetto che tu le accarezzi, sentirò come delle schegge nelle ossa. aspetto che la tua bocca mi deglutisca la voce aspetto che le tue parole mutilino tutta questa distesa di pelle che ti giace sul grembo. hai assaporato la mia lingua. conosci a memoria il sapore della mia saliva. io conosco il gusto del tuo sguardo. sacrilego diniego. ci siamo spiate tra gli specchi, sorella. tra miliardi di frammenti sulla punta dell’iride. ho infilato la mia lingua tra le tue cosce. stavo solo cercando di capire chi fossi. abbiamo danzato a lungo, sorella, sugli assi cartesiani delle linee vertebrali. penombra. nessun suono. ascoltavi la nenia di te stessa. dimenticanza arresa attesa di divenir farfalla. le farfalle vivono un solo giorno per questo io ti brucerò le ali prima che possano spiccare alcun volo. di cosa parla la miseria della terra? aridità di cuori infranti da cartelloni pubblicitari e manganelli. non parlatemi di anima. l’abbiamo mangiata. l’abbiamo deglutita come zucchero a velo. ora ce ne stiamo qui sul bordo del grattacielo di qualunqueluogo, le gambe penzoloni, a masticar menzogne, a masticar sussulti di ciglia spezzate dal vento. a deglutire i simulacri di noi stesse in un cannibalismo che non ha pari. aprimi come un cuore vivisezionato da dio. prendi tutto quello che c’è in fondo al torace. prendimi l’ombra e lasciami nell’evanescenza dell’ora. catapultata miliardi di volte nel corpo, il mio. alla vista del sangue persino la mania si trasforma in grido. grido silenzioso levato da bocche che non dicono più. stammi lontana, sorella di sempre. ti vedo riflessa nello specchio con una ciocca di miei capelli tra le mani. le forbici sono cadute frantumando i pavimenti. sotto i pavimenti la notte dormono i mostri. li conosci i mostri? ecco, vieni, te li presento. il loro nome è insonnia, avidità e paranoia. i mostri, amica mia, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant. non ci saranno che giochi infiniti nel caleidoscopio del nulla. ti attraverserò come fossi vapore. e dentro lo specchio non vi sarà nessun volto. nessun volto a cancellare l’infamia. neppure il mio.

E poi all’improvviso avevi la sensazione di cadere all’indietro. Proprio nel punto più basso del suolo. Ogni tuo timore era personificato e non bastavano i ricordi. Sapevi che avresti potuto spingerti oltre, il precipizio era lì pronto ad accoglierti, ma come ogni volta avevi tutto il tempo per pensarci. E il tempo deglutiva se stesso. All’infinito.

© i. p.