Skip navigation

Tag Archives: identità

image

Vorresti non odiarti, aver cura di te, impegnarti in ciò che fai, stare nelle cose, esserci. E invece non riesci a pensare ad altro che alle cose che possano dissolverti. Hai bisogno di leggerezza, di gioco, ma giochi solo col fuoco. Tutto ciò che ami si trasforma repentinamente in tutto ciò che odi. Vorresti dire al mondo di aspettarti. Non fare progetti. Non lavorare. Prenderti una pausa. Da tutto. Vorresti vedere qualcuno e chiedergli di non chiederti nulla, null’altro che abbracci, divorarsi di baci, darsi solo le stelle. E invece stai qui, ad ascoltare, non sai proprio dire di no. Stai qui a lasciarti manovrare dalle scelte, le decisioni, i sentimenti degli altri. E tu, cosa cerchi? E tu, cosa vuoi? Hai quasi 30 anni e stai ancora giocando con la vita e con la morte. Ma non ti vergogni? Ci vuole un progetto, un’aura di presentabilità. Sei una crocerossina del cazzo, pensi a tutti meno che a te. E poi ti divorano, ti mangiano, con le loro esigenze, con le loro paure, con le richieste cui ora non riesci a rispondere. Che cosa significa dare? Ci sarà pur qualcuno che voglia restare in silenzio, nel vuoto, tenendoti la mano. Senza cercare definizioni, senza pretendere prove, senza chiederti di essere solo la metà di quel che davvero sei. Ma tu hai paura del rifiuto e dell’abbandono, diventi ciò che loro vogliono vedere. Sei sempre stata solo ciò che gli altri vogliono. E tu, chi sei? Chi sei davvero? Lo sai? Lo sai chi sei? Non sai neppure se ti piacciano gli uomini o le donne. Se mangiare carboidrati a cena ti faccia star male. Se bere in quel modo non sia poi un tentativo di uscirne. Il grembo, l’addome, lo stomaco sa bene che stai ingannando il corpo per fottere la mente. Lo sai che stai abitando solo alterazioni per non sentire il peso della scelta, della pelle, della carne e del passato. Ma lui torna, il passato. E lo puoi sniffare ogni notte, in ogni frantumo di polvere una parte di te muore. Rinasce? Non resisti al giudizio. Non sai affrontare prove di cui non hai certi i risvolti. E nessuno finisce di metterti alla prova. La crisi, la sfida. Cercarti e poi mollarti. E lo fanno apposta. Lo sanno che sragioni di fronte agli abbandoni. E nessuno vede la bambina dietro le grate.

© i. p.

4 - performance fonderia 900 7

Prima di iniziare con le cose serie preferivi lasciarti abitare dai dubbi lasciarli fluire nel piano d’immanenza alla fine avresti potuto diventare altro te lo dissi una notte quando ce ne stavamo sole senza uomini era bello lasciarsi scivolare in quella specie di solipsismo solipsistico dove io ero lo specchio tu eri lo specchio dello specchio ci vivevamo insieme in questa specie di simbiosi poi non era simbiosi era un guardarsi attraverso attraverso attraverso attraverso finestre arse tra gli astri e il cielo nell’abisso nella fune avevo sognato te bambina quando avevi paura degli occhi degli altri avevo sognato te che non sapevi districarti da tutte le parole che venivano a martellare martellare avevo sognato te nel dipinto di Munch eravamo noi l’Urlo di Munch l’Urlo di Ginsberg settantasette volte ripetute nel riflesso dovevamo imparare a danzare danzare danzare sulle superfici la profondità era solo una superficie l’abisso era il cielo il corpo era l’anima ogni cosa avveniva capovolta sapevo mentre ti guardavo sapevo che avresti fatto molta strada mentre io sarei rimasta a guardarti all’ombra di un tiglio in una campagna che era simile alla tua casa d’infanzia lo sapevo che avresti saputo sfruttare le condizioni favorevoli piegare il caso incarnare il caos lo sapevo mentre io non riuscivo a parlare e più mi trovavo a un passo dalla vittoria più indietreggiavo e sapevo che saresti stata capace di tenere tutti in una mano i fili delle vite degli altri mentre io precipitavo da tutti i grattacieli mentre io cadevo nell’indistinzione romantica di un grido tu avresti retto i fili della ragnatela che unite ci teneva per i piedi per la testa a nervi tesi tesissimi oltre l’orizzonte degli eventi io ti guardavo fiorire mentre sfiorivo ti sentivo crescere in potenza lanciarti sopra tutti gli specchi frantumarli e con loro l’immagine svaniva racchiusa nell’afflato del vento d’inverno io sapevo tu eri l’estate io l’inverno ci guardavamo distanti crescendo in due differenti angoli del tempo e tu pubblicavi libri aprivi tutte le porte vivevi nella leggerezza effimera dell’istante mentre io pesantissima precipitavo non parlavo mi lasciavo usare cadere cadere cadere non sapevo chiedere dovevo solo dare di me ogni molecola un dono che nessuno vuole e tu li tenevi tutti per le palle tutti per le palle tu entravi in sedici stanze con un nitore chiarissimo degli animi facevi mambassa dei corpi macerie con uno sguardo potevi prenderti tutto e io in uno sguardo tutto avevo donato di me non restava respiro contavo i giorni che mi separavano dal giudizio di dio mentre tu calpestavi ogni sentiero e lo mandavi in rovina alla fine eri il paradiso io l’inferno di fuoco inscalfibile per quanto sapessi giocare con le macerie del tempo giocare stava tutto lì il segreto potevi divorare brandelli di vita senza crucciarti della morte degli altri potevi infischiartene del frastuono del tempo senza caracollare tra le intercapedini della rivolta potevi mascherarti mille volte perché io potessi mille volte riconoscerti ma non potevi guardarmi negli occhi io che non possedevo maschere io che mi lasciavo deglutire dagli sguardi del dolore io che donavo ogni istante di me al dio di chiunque io che sapevo scivolare in basso dove tu nemmeno sognavi di esistere ero io il rovescio la rovina ero io non ci si frappone tra se stessi e il tempo non si può spezzare l’infinito quando reclama a gran voce e più d’ogni altra cosa amavi la bellezza ma ti riflettevi in me con un impeto d’orrore maschere di cera sciolte nella notte tutto un profluvio di tenebra uccidermi non fu una buona idea quando la nemesi scompare si slabbrano i contorni e adesso che non sai più dove sia il cielo dove l’abisso io ti sento in tutte le pareti sarò più forte della vita più forte della morte sarò l’infinito che non vuoi più sentire uno specchio senza riflesso è l’immagine del tempo senza spazio io sono questo tempo senza spazio in cui non puoi riconoscerti non puoi giocare che con le rovine di me nel fondo degli occhi invisibili decostruzioni d’istanti domani ti sveglierai in una nuova carne e non ci sarà nessun negativo nessuna nemesi dovrai diventare tridimensionale quanto può annientarti il saperti sola?

© i. p.
foto di Marco Fioramanti

caschetto

Una mano, poi l’altra, sull’addome e premo e premo. Sono sopra di lui, lo ribalto, lo afferro. In quegli occhi così scuri ora mi specchio, mi perdo e poi svanisce, lontano, nell’incoscienza. Torno al presente. E poi ancora indietro nel ricordo.
Cosa hai da dirmi Sonia? Qualcosa non ha funzionato nella tua perfetta costruzione segnica? Chi sei Sonia? Chi sei?
Mi aveva detto di leggere L’ermeneutica del soggetto, era l’anello mancante, curarsi di sé, affiorare appena nelle superfici dei gesti. Oggi me ne sto livida in fondo al baratro di questa sera di piombo, forse mi piacerebbe sentire ancora un corpo a contatto con il mio, un corpo qualsiasi. E mangio e mangio, m’ingozzo di cose inutili. Nella bocca il gusto dei salatini, sui pavimenti libri aperti, Foucault alle prime pagine, quando parla dell’Alcibiade e di come Socrate lo invitasse a conoscere se stesso prima di aspirare al potere.
Una volta andavo all’università, fa parte anche questo del gioco degli abbandoni. Mio padre diceva: seguila questa università! E ci provavo, a ogni modo studiavo da non crederci ma poi qualcosa non ha funzionato.
Me ne sto qui riversa sul divano rosso, miasma di cenere, apro un libro a caso e leggo, lo ripongo e ne apro un altro, una qualsiasi pagina di Tropico del Capricorno, quelle sui deliri etilici e ho voglia di bere anch’io. Alle sette ho un colloquio in centro e non sarà Henry Miller a offrirmi il posto di lavoro. Il sole filtra basso dalle persiane del mio monolocale ed è una spada, mi taglia la pelle.
Sei una vigliacca Sonia! No, questo lo psichiatra non l’ha detto. Ripenso a quel mio ex, lo stesso cui penso tutte le volte, tutte le volte che vado giù di alcol o cibo o corpi, c’è quel volto, una maschera di cera, non riesco a pronunciare il suo nome, adesso non sono cosciente dei luoghi. Mio padre mentre mi diceva vai all’università, mi diceva anche: lascialo, è uno stronzo, non ti vuole bene, non gl’importa nulla di te. Mia madre diceva: è ricco, è una persona per bene, tienilo, tienilo con te, è di buona famiglia, parla tre lingue. Non sapevano mica che il ricco di buona famiglia che parla tre lingue fosse un cocainomane e la notte gli piacesse fare di me l’oggetto prelibato di ogni perversione. Mi alzo. S come Sonia. S come questa pancia maledetta. E davanti allo specchio sono un vuoto che si torce in S dimensioni. I libri per terra, i cuscini indiani, la campana tibetana, la locandina del corso di yoga che ho frequentato quando ancora potevo permettermelo. Vorrei dire a mia madre che aveva ragione: dovevo rimanere con lui.
Possibile che non ne ricordi il nome? È un eclatante caso di rimozione, diceva lo psichiatra.
Indosso una camicetta nera troppo stretta per le forme debordanti dei miei fianchi, la stringo addosso per riuscire ad abbottonarla, stringo, stringo, faccio carneficina del corpo. Un jeans troppo stretto mi lascia fuori lembi di carne a forma di ciambella. Le scarpe con il tacco, gli stivali. Sembrerò più alta e più sottile.
Chiudo la porta alle spalle, nel cortile privo di rigogli o piante una Guardia giurata mette in moto il suo RX e mi saluta con un cenno della mano. Prima di andar via mi ricorda di abbassare il volume dello stereo dopo la mezzanotte. La signora del primo piano del palazzo di fronte chiude la tapparella e i due egiziani del mio pianerottolo mi osservano come fosse un miracolo per me varcare la soglia di casa. Non c’è nulla di più pericoloso della propria casa quando assume l’aspetto di una prigione.
Nulla di più grave che restarsene a crogiolare nel disordine materico, dove la sozzura aderisce ai corpi stremandoli. La sozzura mi ha deglutita con fare indifferente, senza prerogative mi lascio abitare dal caos, ma non partorisco alcuna stella danzante. Non rischio di essere sbattuta fuori per la sola ragione che la casa appartiene a mio padre, ciò mi rende ancora più odioso l’abitarci dentro.
Lungo via di San Giovanni in Laterano le auto parcheggiate ai bordi impediscono una degna visuale e a ogni angolo c’è un orientale che prova a venderti portachiavi, accendini o rose, a seconda che sia africano, cinese o pakistano. Passo davanti al Casino Fini e alla facciata tardo-barocca della chiesa di S. Maria delle Lauretane, tre suore sudamericane parlano tra loro con forte accento ispanico, il panneggio nero delle tuniche si adagia ai flussi del vento. C’è odore di fritto, il sole nella sua fase terminale asperge l’aria di un rossore antico e il Colosseo al tramonto è una rovina nera forata dalla luce. L’esercito ne presidia ogni ingresso, i giornali in prima pagina sventolano storie sul terrorismo islamico e in seconda velano i colpi di stato finanziari con l’appellativo di governi tecnici. Giunti a tal punto un edonismo decadentista non è che una forma di scivolamento per non assistere al proprio funerale di esseri umani.
Raggiungo il palazzo settecentesco, l’ampio portone decorato e il cortile interno con alberi di limone in vasi grandi, cardi e camelie dall’afflato gentile di buono, pulito, un’aria che a Roma non respiri troppo spesso. C’è un tappeto rosso, un vuoto all’altezza dello stomaco m’impedisce la scioltezza nei movimenti, cercano una ragazza di bella presenza, non devo fare nulla, nessun talento, devo solo aprire e chiudere porte durante cerimonie e congressi. Solo che ragazza non lo sono più e la presenza più che bella la definirei lasca, abbruttita da quello stesso edonismo con cui ci si difende dalla caduta.
Una silhouette dietro un banco, gli occhi fissi sullo schermo di un mac, occhiali sottili, eyeliner nero all’egiziana, cipria diafana e palpebre basse, seduttive. Una camicetta rosa le lascia intravedere lo spacco tra i seni. È magra. Rabbrividisco, scompaio nella giacca.
La stanza per i colloqui? Chiedo con voce tremula.
L’ultima, in fondo a destra – risponde.
Come il bagno – osservo.
Si sbrighi, stanno per chiudere le liste – dice, senza smettere di seguire con gli occhi qualcosa di essenziale sul desktop.
Mentre raggiungo la stanza della verità, nel corridoio dalle pareti salmone e il tappeto rosso, vengo folgorata da un’immagine. Un rapimento maldestro mi mostra l’esatto speculare del mio volto. Zigomi alti e guance arrotondate, i miei capelli mossi, tra il castano e il biondo, lo stesso taglio scalato. Lo stesso incarnato roseo. L’altezza identica. Anche il taglio orientale degli occhi, il colore nocciola con venature gialle, feline. Un neo sul collo a destra identico, perfettamente identico al mio. Le pupille larghe volte al soffitto.
Il tempo sembra riassorbirsi per un istante. Resto immobile, come senza corpo. Ogni dettaglio s’imprime in me. Il colore vermiglio del cappotto e le scarpe nere alte, l’abito nero di cotone e pizzo, attillato. Non mi vede, passa oltre, è vento. Mi sposta nella sua traiettoria. Ha il corpo che avrei voluto o forse quello che avrei avuto se mi fossi curata di me. Svolta oltre l’angolo della porta per i colloqui. La tentazione irresistibile di seguirla.

giallaeblu

Aveva frequentato straccioni, raver, borghesi rampanti e intellettuali (o anche tutto questo insieme), e aveva continuato a sentirsi un’outsider, sola, solissima, rispettivamente con ogni categoria. Le mancava sempre qualcosa per esserne parte. Forse quella forma cieca di fanatismo e adesione incondizionata di gruppo. Nonostante il relativismo (in forma assoluta), proprio non ci riusciva ad appiattire i gusti su quelli di un branco. Al personaggio continuava a preferire la persona (se solo avesse potuto vederla, la persona, oltre il riflesso). E, lo sapeva, l’avrebbero condannata per questo. Avrebbe rivissuto a vuoto l’esperienza del diniego fino ai bordi della follia. La solitudine l’aveva abitata. La solitudine era divenuta la più colloquiale tra le dame di compagnia. La solitudine la rendeva capace di usare e abusare dei corpi come fossero suoi. E lasciava a queste ombre, a questi nessuno, la libertà di indossarla e riporla, ovunque. Forse avrebbe trovato nell’immaginario una soluzione in cui sciogliersi.
Ma non oggi. Oggi lui le aveva detto: sei guarita. Puoi dire al mondo che una volta avevi un disturbo borderline.
Le aveva detto che era guarita e lei era sprofondata in un gorgo di autosvalutazione e tremenda melanconia. Se poi guarire significava non farsi violentare dagli sconosciuti, non spegnere sigarette sui genitali di esseri privi di dignità, non rischiare l’overdose ogni fine settimana, sì, evidentemente era guarita, ma da quando gliel’aveva detto si sentiva così vuota. Tolto il disturbo di personalità per par condicio sembrava dileguarsi anche la personalità. Come se le avesse portato via quel qualcosa di speciale che la rendeva unica. Ora era una mediocre chiunque. Capite bene che avrebbe preferito trasformarmi in scarafaggio che essere una chiunque chiunque.
Ma adesso potrai scrivere per tutti, capisci? Per gli altri. Non solo per necessità catartica.
Il disturbo borderline era una sorta di panacea universale.
Non hai spicciato le tue commissioni?
Ho il disturbo borderline.
La casa è un porcile?
Ho il disturbo borderline.
Non hai un lavoro?
Ho il disturbo borderline.
Te ne infischi del prossimo e della sua sensibilità?
Ho il disturbo borderline.
Non riesci ad amare?
Ho il disturbo borderline.
Sei un’adultera con profonda indecisione sessuale?
Ho il disturbo borderline.
Non hai ancora conquistato il mondo?
Ho il disturbo borderline.
E a quante falle doveva sopperire un disturbo di personalità? L’avrà avuta persino lui un granello di ansia da prestazione. Niente. Ora lui si era dileguato, l’aveva lasciata sola, faccia a faccia con la sua nullità. Tutto pesava macigni e non aveva più scuse per evitare le prove d’acciaio con cui si forgiano gli eroi, gli antieroi e i pusillanimi.
Se abbandoni il campo di battaglia non puoi dare più la colpa alla canna di fucile del disturbo di personalità. Vai in trincea. Ti tocca. È il tuo turno. E se fallirai nell’impresa non potrai più ricorrere alle vecchie e amate scappatoie da disertore.
Ora sei lì, circondata dal deserto. Tra le dita granelli di vite in prestito. Una tempesta muove i ricordi. Alla fine della traversata c’è un oceano chiamato Alterità.

 

© i.p.

foto di Luigi Annibaldi

Immagine

Ascolto i rumori della strada invadono e mi lascio invadere senza tuttavia lasciarmi scalfire fuori ci sono gli zingari un uomo che vende rose e un altro che rovista nel cassonetto poggio le mani sul vetro lascio i segni delle mie dita arriva una voce di donna il rombo di un’auto in lontananza poi c’è il vento e disegno serpenti con le mani su quel vetro poi le porto a me stringo la carotide fino a farmi mancare l’aria non c’è nulla che somigli a un attacco di panico l’ansia è fisica quello che io provo ha a che fare con il pensiero anche se il corpo dovrebbe essere tutt’uno col pensiero io li vivo dissociati di fondo anche il corpo mio non sta bene la mia testa è piena di rimbombi ma sono le cose che penso a sbattermi in faccia un baratro è l’eterno ritorno dell’identico penso che da questo non si possa guarire non si può guarire da se stessi io posso soltanto tapparmi le orecchie sbatto contro un caleidoscopio dai mille volti e sono sempre io e posso fingere di non vedere dicevo non sono sicura che questa realtà sia vera lui diceva prima di te se l’è chiesto anche Cartesio dicevo non è solo una questione teorica diceva studia leggi impara non prendere droghe col tuo carattere le droghe slatentizzano ma quel che non diceva era cosa queste droghe dovessero slatentizzare tutto ciò che può divenire in atto già esiste in potenza io volevo vedere fino a che punto si può arrivare lanciandosi nel vuoto lo facevo e cadevo ogni volta non toccavo mai fondo ma cadevo e cadevo e cadevo e tutto si ripeteva in un incubo di demenza ascolto la voce di mio padre nel passato dice non esagerare i sintomi ma io NON LI HO MAI ESAGERATI erano veri io ho soffocato quelle ossessioni perché loro mi obbligavano a smettere ho sotterrato il vuoto in un’illusione di pienezza ho sotterrato l’assenza in significati impropri io dicevo di essere chiusa in un labirinto senza via d’uscita e tutti lì a dirmi non esagerare tu stai benissimo vuoi vedere cos’è la pazzia? vuoi vederla? questo è la pazzia mi mostrava gente del centro di igiene mentale gente per lo più sformata ma non vedevo in loro quella pazzia che lui diceva io non li distinguevo dalla gente normale io non comprendevo loro esattamente come non comprendevo i normali per me l’altro era sempre la stessa assurdità mi sentivo chiusa in un labirinto di voci che non significano nulla mi sentivo falsa e sulla finzione basavo il mio stare al mondo fingi di stare bene fingi di essere felice fingi di comprendere le parole fingi di essere intelligente fingi di essere bella fingi di provare emozioni fingi di essere viva.

Io volevo andare incontro al mio baratro cercavo di capire dove si potesse arrivare cercavo soltanto la mia verità e invece poi mi veniva quel dubbio di non stare nel mondo di non stare parlando con nessuno la domenica mattina dopo le feste mi chiudevo nel letto era una scatola una prigione non si poteva dormire usavo il computer e giocavo con le false identità del mostro che per anni mi ha ingannata – non era un vero mostro era solo la mia nemesi o una parte di me – giocavo mentre fumavo sigarette a seni scoperti masturbandomi per finta davanti a una webcam m’illudevo di dominare dal basso con il corpo il mio corpo al centro e fuori lui a spiarmi spiarmi spiarmi credeva di fottermi e io fottevo lui o ci fottevamo entrambi insieme era quasi divertente quel fottersi l’un l’altro ci saremmo uccisi era romantico uccidersi per un gioco erotico dovevo indossare le maschere della banalità per non subire trattamenti sanitari obbligatori questa banalità ora è diventata parte di me ma non voglio viverla in prima persona non voglio appartenerle inficia il mio lavoro mi impone la stessa identica angoscia che mi imponeva la follia così mi sento sospesa tra l’abisso e il pavimento su cui poggio i piedi che non è un vero baratro ma solo un inutile parquet così mi sento inautentica così mi sento falsa così mi sento inadatta a vivere perché parlo di altro per distrarmi da quel baratro ma quel baratro è la mia verità e si rivolta dentro all’infinito impedendomi di guardare fuori.

La mia prima insegnante di yoga diceva non stai morendo non sei sotto le bombe mangi tre volte al giorno hai genitori in vita e ti vogliono bene nessuno ti ha amputato un arto che cos’è questo inferno che descrivi? non esiste.

Nessuno poteva guardare dentro e io ne avevo orrore.

Lui non può guardare dentro quel baratro per quanto possa amarmi lui lì dentro non può entrare nessuno può solo io posso guardarci e poi caderci caderci caderci perché non ti è mai consentito di guardare senza precipitare quando sono troppo dentro non vedo più il fuori ci sarebbe un modo per stare bene ma anche stare bene mi fa male mi fa sentire vuota e priva di identità mi fa sentire simile a tutti mi fa sentire di non poter parlare che di fatti ma i fatti sono ininfluenti i fatti sono Maya la creta che c’è dentro è Atma le azioni non contano le violenze subite gli schiaffi le parole non hanno significato quel che conta è quell’Atma quell’Atma che c’è dentro eppure anche fuori ma nessuno lo vede non lo vedi se non vuoi morire e se lo vedi vivi morto altro che nirvana è un nirvana rovesciato quel che io vivo mi sta mangiando pezzo dopo pezzo quanto ancora riuscirò a fingere?

Non posso dirlo a nessuno perché tutti scapperebbero tutti scappano dal dolore solo io sembro volermici ficcare dentro apposta è un gioco pericoloso lo faccio troppo spesso per non restarne mutilata.

Noi non eravamo che carne segregata in polvere temevo di scoprire di dover rinunciare alle mie notti era una mano che mi afferrava le tempie e spingeva giù il corpo fino a rovesciarlo c’era anya con me mi consigliava di ridere c’era anya con me in quelle notti scavalcavamo i significati c’era l’odore chimico di pelle sudata non avrei voluto ascoltare non avrei voluto sentirmi dire che non potevo farlo anya non mi avrebbe lasciata non potevo confessarle di aver visto di aver sentito la prima volta che accedi a quella cosa non puoi darle nome né significato alcuno non riesci a percepire altro c’era un uomo alle mie spalle mi sarebbe piaciuto afferrarlo ma ogni volta io mi voltavo e non c’era nessuno eppure sentivo il suo fiato mi voltavo era un mostro di carta dalle forme scheletriche io non sapevo riconoscerne i contorni avrei potuto ridere per le stesse ossessioni per cui piangevo era questa evanescenza a smembrarmi la certezza che non esistessero i luoghi l’impossibilità di guardarli quando c’era anya lei era la mia certezza poi tutto cambiava i volti assumevano sembianze sconosciute i luoghi divenivano altro quelle campagne erano dettagli di specchi frantumati cercavo la mano sentirmi afferrata cercavo nei libri di herman hesse il significato dei miei vissuti raccontavo a mio padre i miei timori suggestione diceva come nelle sedute spiritiche se vedi il fantasma è solo per suggestione e se lo vedono tutti? suggestione collettiva qui invece nessuno si suggestionava io vedevo morire le menti non riuscivo a distinguere i corpi le persone diventavano sagome confuse ombre erano morti ma erano ancora in vita facevano tutti lo stesso odore di muffa mi chiedevo se a un osservatore esterno anch’io apparissi allo stesso modo mi guardavo allo specchio a casa e mi trovavo bellissima e tutta la notte ci avevo dato giù con alcol e altro buttandomi in mischie di corpi tutte le notti a sentirmi tra le cosce pezzi di carne sconosciuti eppure avevo l’impressione che fosse sempre la stessa persona il primo uomo l’ultimo uomo quella donna l’unica donna mia sorella mia gemella monozigota separata alla nascita tornavo a casa e man mano tutto sfioriva non sapevo riconoscere i sapori tra le labbra avevo solo questo vuoto questo senso di eterna sete incolmabile mi chiudevo nei libri di filosofia rimanete fratelli fedeli al corpo e alla terra poiché è l’unica cosa di cui si possa dispensar certezza ascoltavo the end imparando a memoria i movimenti delle sue labbra il primo uomo l’ultimo uomo nello specchio c’era un volto e poi nulla ero circondata da presenze e a volte le pareti ridevano con la voce di mia madre pensavo che brutto scherzo mi stanno tirando andavo in bagno e mi guardavo mi guardavo diventavo orrenda i miei occhi si gonfiavano come rane e la pelle stingeva fino a colare via non m’importava di pesarmi perché io credevo solo a quel che vedevo e quel che vedevo era un mostro di grasso e rughe che a diciott’anni non sarebbe stato logico avere e sentivo sul corpo mio l’odore di quei corpi e per quanto mi lavassi e mi lavassi quell’odore mi entrava dentro era diventato un altro pezzo di pelle e sottopelle scavava ogni volta avevo paura di guardarmi allo specchio mi stringevo la carne tra le mani e stringevo e stringevo fino a lasciare segni rossi e viola su quei fianchi che avrei tantissimo tagliato mi sarei fatta mangiare a morsi da una belva e così trovavo numeri sconosciuti nella rubrica e chiamavo fingendo un’intimità di cui non mi credevo capace a mala pena ricordavo il nome di quelle persone eppure parlavo loro come fossero miei lo erano dicevo che fai? dicevo io mi annoio dicevo mi racconti un sogno? dicevo come t’immagini di scoparmi? dicevo non mi avrai mai dicevo e dicevo poi mi truccavo a dovere e scivolavo via di casa allora ero di nuovo bellissima avevo nel corpo una misterica sensualità mi fingevo innocente m’immaginavo vestita di nero in un paesaggio irlandese tutto di ghiaccio mi sentivo forte e invincibile scavalcavo le strade raggiungevo le cantine gli scarni monolocali incontravo l’uomo della telefonata e mi sembrava di non riuscire neppure a vederlo mantenevo tra le dita sigarette ciccavo sui pavimenti mi sedevo sui divani troppo stretti ero io qui e io dall’altra parte finché i corpi non mi mangiavano e mentre accadeva non riuscivo a sentirmi io chiedevo loro il dolore perché non sentivo nulla gridavo colpiscimi e c’erano mani a dilaniare la carne ero viva e morta credevo nel nirvana orgastico credevo di sparire tra le mani di chiunque un pezzo di me rideva l’altro gridava e allora dicevo alza la musica alza il volume voglio il volume altissimo voglio sentirti addosso colpiscimi musica e polvere chimica e mani e capelli e morsi e cosa realmente accadesse in quelle notti io non lo ricordo a volte entravo in una stanza incontravo un uomo e poi mi ritrovavo tra due tre quattro corpi a volte sparivo con un’amica e all’improvviso lei mi stava toccando tra le cosce ma era tutto così confuso un lungo sogno e i volti cambiavano c’erano almeno dieci persone in una e viceversa corri adesso corri alla fine dei giochi riuscivo solo a correre e mi sentivo orrenda con il trucco ormai sciolto e nessun mistero da custodire altrove mi sentivo altrove sempre e c’era quell’uomo a inseguirmi dietro di me i suoi passi rimbombavano attraversavo le strade dei borghi e nelle campagne sentivo l’ululato dei lupi erano solo cani tachicardica avvertivo punture di spillo nel torace c’era un negozio di dischi e una basilica c’era quella serranda mezza chiusa e la gente di paese che mi guardava e tutte le strade che mi guardavano e sentivo rompersi dentro il torace andare in mille pezzi quel ghiaccio che credevo di aver custodito salivo sui treni tremavo e non era solo panico il panico non dura così tanto tremavo come se mi rendessi conto di qualcosa di terribile non ero mai sicura di essere veramente lì dov’ero fissavo i campi di grano oltre i binari erano dipinti di van gogh m’infilavo le cuffie ascoltavo chemical brothers fissavo il dissolversi del grano nella musica ascoltavo i bassi lasciavo che coprissero le urla nello stomaco lasciavo che il mondo mi convincesse della sua pregnanza e poi sparivo ed era l’unico istante di gioia la sensazione di sparire nella musica era vera reale la sensazione che il corpo mio non ci fosse e tutto il resto intorno fosse bianco era il nulla e così stavo bene nel nulla poi il treno si fermava arrivavo a bari erano le otto del mattino i riflessi del sole addosso mi facevano sentire sporca e c’era quell’odore quel maledetto odore che non sapevo più a chi appartenesse e la pelle mia ancora faceva pieghe livide come se sotto ci fosse un’altra persona la stazione di bari di giorno era piena di tassisti e ubriaconi che mi avvicinavano e all’improvviso le loro voci mi facevano paura quando la musica finisce spegni la luce corri corri corri attraversa il sottopassaggio non parlare con nessuno non guardarli in faccia corri corri corri fino a casa mi mancava il respiro avevo rantoli ai polmoni corri corri corri fino alla fine salivo fissando la mia immagine nell’ascensore sentivo le crepe nella pelle una volta mio padre mi disse tu vivi all’inverso sei sempre nel prima e nel dopo e non sei mai qui non sei mai qui allora mi sembrò orribile mi accarezzò i capelli e pensai come faccio a parlarti se tu mi credi un’altra ma non dissi nulla eravamo su una panchina ma non so dove e lui proprio questo mi stava a ricordare che il presente è fatto di storie di persone di parole e di dettagli e io mi sforzavo in ogni modo di registrare questo presente queste storie questi dettagli questa realtà ma era come se qualcosa di più forte catturasse la mia attenzione c’era il sole ma tutto era coperto da uno strato di nebbia diceva che t’importa della morte quando lei c’è tu non ci sei non potevo credere a queste stronzate non potevo credere alla fine mi sembrava di vederla quella morte un caleidoscopio dove tutto ricomincia sempre identico e così dicevo io non riesco a vivere il presente non riesco ad ascoltare nessuno a registrare dettagli non me ne importa niente del luogo in cui siamo dei volti che incontro non me ne frega proprio niente io vedo sempre quel caleidoscopio io sento di esserci finita dentro e il naufragar m’è dolce in questo mar.

© i. p.

 

Image

essere corpo è doloroso e sterile. non ci sono elefanti neri in danimarca, diceva quel ritornello. ritorno lì dove si rompono i silenzi, nella cripta delle grida. ho paura del tempo, che questo possa dissipare ingiustamente… ingiustamente? paura dell’uomo e del vuoto. precipito. non ci sono mareggiate sotto i grattacieli. la città è buio vivido grigio stellare. non ci sono riferimenti certi. quale città? la mia? la tua? la loro? potrebbe essere roma, amsterdam, parigi, berlino o bari… a chi importerebbe? non ho pianto. non l’ho mai fatto. mi sono divertita a ondeggiare funambolica su quel filo di corda. corda spezzata, attimo ardente. stavamo fuggendo. da cosa? fuggivamo dalla fuga, amica mia, tu eri perfetta con quella lacrima di mascara sotto gli occhi, arancia meccanica. distillato d’illusione. sei pazza? mi avevi chiesto. mentre sfilavi le mie dita nei camerini di un palco-bar di quart’ordine, prima di andare in scena. quale scena? c’eravamo solo io e te, la città spettarle, l’attimo infinito, istante eterno sputato fuori da miliardi di fotografie uguali l’un l’altra. identiche. identità non contraddizione. poggio le mie gambe sul tuo grembo aspetto che tu le accarezzi, sentirò come delle schegge nelle ossa. aspetto che la tua bocca mi deglutisca la voce aspetto che le tue parole mutilino tutta questa distesa di pelle che ti giace sul grembo. hai assaporato la mia lingua. conosci a memoria il sapore della mia saliva. io conosco il gusto del tuo sguardo. sacrilego diniego. ci siamo spiate tra gli specchi, sorella. tra miliardi di frammenti sulla punta dell’iride. ho infilato la mia lingua tra le tue cosce. stavo solo cercando di capire chi fossi. abbiamo danzato a lungo, sorella, sugli assi cartesiani delle linee vertebrali. penombra. nessun suono. ascoltavi la nenia di te stessa. dimenticanza arresa attesa di divenir farfalla. le farfalle vivono un solo giorno per questo io ti brucerò le ali prima che possano spiccare alcun volo. di cosa parla la miseria della terra? aridità di cuori infranti da cartelloni pubblicitari e manganelli. non parlatemi di anima. l’abbiamo mangiata. l’abbiamo deglutita come zucchero a velo. ora ce ne stiamo qui sul bordo del grattacielo di qualunqueluogo, le gambe penzoloni, a masticar menzogne, a masticar sussulti di ciglia spezzate dal vento. a deglutire i simulacri di noi stesse in un cannibalismo che non ha pari. aprimi come un cuore vivisezionato da dio. prendi tutto quello che c’è in fondo al torace. prendimi l’ombra e lasciami nell’evanescenza dell’ora. catapultata miliardi di volte nel corpo, il mio. alla vista del sangue persino la mania si trasforma in grido. grido silenzioso levato da bocche che non dicono più. stammi lontana, sorella di sempre. ti vedo riflessa nello specchio con una ciocca di miei capelli tra le mani. le forbici sono cadute frantumando i pavimenti. sotto i pavimenti la notte dormono i mostri. li conosci i mostri? ecco, vieni, te li presento. il loro nome è insonnia, avidità e paranoia. i mostri, amica mia, stanno aspettando che infili le dita nel fondo della terra. stanno aspettando di sfilarti le dita come fossero collant. non ci saranno che giochi infiniti nel caleidoscopio del nulla. ti attraverserò come fossi vapore. e dentro lo specchio non vi sarà nessun volto. nessun volto a cancellare l’infamia. neppure il mio.

E poi all’improvviso avevi la sensazione di cadere all’indietro. Proprio nel punto più basso del suolo. Ogni tuo timore era personificato e non bastavano i ricordi. Sapevi che avresti potuto spingerti oltre, il precipizio era lì pronto ad accoglierti, ma come ogni volta avevi tutto il tempo per pensarci. E il tempo deglutiva se stesso. All’infinito.

© i. p.

Image

(Quadro di Silvia Faieta: “La forma dell’amore”)

Si guardava allo specchio ed era così bella. Si scrutava chirurgica e con la lentezza di un serpente in torsione, si toccava gli angoli del viso, le gote lisce e calde, le labbra umide e socchiuse, poi scendeva giù, carezzandosi il collo, la carotide, le clavicole, i seni, piccoli ma pieni, sodi. Accarezzava il ventre morbido con la punta delle unghie lasciandosi piccoli graffi rossi che solo a guardarli si desiderava troppo. Arrivava fino all’inguine e le sue dita danzavano come farfalle in volo fino a raggiungere il pube rado, la vulva umida e lì giù il piacere la conduceva a inarcare la schiena e mordersi le labbra. Massaggiandosi il clitoride gemeva ma solo nell’attimo dell’orgasmo. Poi continuava la sua danza spandendo sulle gambe gocce del suo piacere, le strofinava, le gambe, come se stesse distribuendo sui muscoli una crema lenitiva. Poi cominciava il rito della vestizione, allo specchio, sempre religiosamente dinanzi a uno specchio. Le mutandine di pizzo, i collant trasparenti, la mini nera, gli stivaletti. Il reggiseno imbottito, la maglietta di pizzo, la collana azzurra, i capelli pettinati a dovere, testa in avanti, chiaroscuri, rifrangenze della luce del sole soffiata da una finestra semichiusa. Lacca al gelsomino. Testa in su, chioma mogano sulle spalle. Trucco nero, occhi a mandorla, matita tirata lunga all’egiziana, rossetto viola, cipria bianchissima, carnagione diafana. Giubbotto di pelle e via, lasciandosi alle spalle un disordine degno di una ciurma di pirati all’assalto: il letto celeste disfatto, i vestiti sparsi per la stanza, il parquet sporco e impolverato, il cassettone rosso con i cassetti aperti e vesti e sciarpe e collane poggiate lì sopra come un tappeto di foglie morte.

Fuori era diverso, le strade di periferia in cui abitava, ordinate come mai prima, i casermoni grigi, degni del paragone con l’architettura sovietica, ordinati e precisi, come sempre. Le aiuole dei giardinetti ben potate, l’umanità, assente. Solo una signora, le sembrava, in lontananza. Una sagoma di donna. La ragazza le si avvicinò con l’affanno. Scusi, potrei chiederle un’informazione? La donna si voltò di scatto e lei la vide. Aveva i suoi occhi, truccati all’egiziana con lo stesso colore di matita, la stessa sua pelle diafana incipriata a dovere, le stesse sue labbra scure, dipinte di viola. Il mento rotondo, gli zigomi alti, gli abiti neri, gli stivaletti con tacco. Non credeva ai suoi occhi. Emanava persino lo stesso suo odore di lacca, doveva averne una dello stesso marchio. Prego, dica pure. La cosa che le faceva più specie era la totale disinvoltura dell’altra, come se fosse normale aver incontrato una sosia, ma che sosia, una gemella siamese, e stare lì a parlarle senza provare alcun genere di stupore. Esitò, balbettò poi decise comunque di proseguire. L’altra la guardava a occhi sgranati come si fa con i mendicanti o con i folli. Sto cercando la gente, diceva lei, ansiosa, dov’è la gente? La sua sosia sembrò non comprendere il significato di questa parola e si sforzò di immaginare il prototipo di gente ma alla fine non fu capace di dare alcuna risposta. La ragazza allora turbata e preoccupata ripeté a voce più alta e con tono più deciso la stessa frase. Cerco la gente, l’umanità, le persone, dove sono finite le persone? Di fronte a tanta sicurezza l’altra sollevò le spalle incredula e scosse la testa come una a cui si è appena domandato di trovare un ofiuco nella neve. La ragazza allora le fece cenno col capo di lasciar perdere e proseguì il suo percorso nel deserto che ormai era diventato il suo quartiere. I passi battevano sull’asfalto come martellate e facevano eco nell’aria rimbombando sulle pareti vuote dei palazzi grigi. La ragazza si chiedeva da quanto tempo il suo quartiere fosse diventato così deserto. Da ieri? Dall’altro ieri? Da una settimana? Da un mese? Per quanto si sforzasse proprio non riusciva a ricordarlo. Si avvicinò alla vetrina di un negozio di vestiti che ricordava essere lì, all’angolo accanto al semaforo, nel palazzo di fronte al parco con il salice piangente. Qui ci sarà qualcuno, pensò, e così provò a entrare e vide una commessa che aveva i suoi stessi capelli. La ragazza ebbe un attimo di timore, una sottile scarica elettrica le attraversò i muscoli. Era solo un vago dubbio ma non appena la commessa alzò lo sguardo lei si accorse che avesse i suoi stessi occhi a mandorla e il suo stesso trucco nero all’egiziana e la sua stessa carnagione diafana, le gambe snelle, gli stivaletti con tacco. O mio dio! Uscì fuori dal negozio urlando. La commessa, stranita, la seguì con gli occhi osservandola correre e imprecare per un motivo a lei ignoto. La ragazza sudata e ansimante, raggiunse l’edicola di un giornale, la stessa scena si ripropose, poi un bar, un’infermeria, una piazza con un parco, piena di tante copie di sé. Provò a strappare dalle mani di queste sosia i giornali che leggevano sedute sulle panchine dei parchi. Di rubare loro le borse e vuotarle sui pavimenti. Provò anche a picchiare una di queste sosia identiche. Arrivò a buttarla a terra. La colpì con un pugno sul viso, lasciandole un cerchio scuro sotto l’occhio destro che sembrava il mento di un ranocchio. Poi la calciò con la suola metallica delle scarpe sulla pancia. Vide la pelle del fianco sinistro della sua sosia raggrinzirsi e sporcarsi di terreno e sangue. La gente che si era affollata lì, sconcertata, osservava lo spettacolo agghiacciante di questa tizia impazzita. A un tratto arrivarono le guardie. Le poliziotte ovviamente erano tante se stessa e l’arrestarono infilandola in una cella in compagnia di se stessa. Certo, l’idea di farci sesso, con se stessa, come poche ore prima aveva fatto con la propria immagine allo specchio, non le guizzava per l’encefalo neanche per sbaglio. L’unica cosa che le venne in mente fu di inginocchiarsi dinanzi alla sua compagna di cella e pregarla di strangolarla. Ti prego, uccidimi, implorava e piangeva. L’altra non capiva, esattamente come tutte le altre sosia non avevano compreso la sua balorda reazione poco prima al parco. Se non lo farai tu, lo farò io, la minacciò. Quindi, ancora una volta, uccidimi, strangolami, non posso più continuare a vivere in questa gabbia. Ma ti hanno dato solo sei mesi, disse l’altra, pensa a me che devo starci tre anni. Tu non capisci, gridò la ragazza, non è questa la gabbia di cui parlo. Voi non capite! Si gettò a terra in lacrime. Così l’altra, impietosita, provò a consolarla. Allora la ragazza si alzò in piedi e avvicinò le mani al collo della sua sosia. Se non vuoi farlo tu, lo farò io. La sosia si decise, dopo essersi difesa mise le mani al collo della ragazza e cominciò a stringere, a stringere forte, a stringere davvero forte. I segni lividi sul collo della ragazza la lasciarono priva di vita sul pavimento. La sua anima vagò per la prigione e venne poi risucchiata da una specie di crepa nell’aria e si trovò avvolta in una luce bianca bianchissima e intravide dei lineamenti giganteschi come disegnati tra le fenditure della luce. Era il suo volto. Il suo dio: se stessa. Le grida le si ruppero in gola a quella vista pietrificante. Si scagliò contro dio ma non poteva ucciderlo. Precipitò in basso tanto in basso da ritrovarsi nel suo letto.

Aprì un poco gli occhi, nel suo letto e per placare l’angoscia di quell’incubo cominciò a guardarsi allo specchio. Si guardava allo specchio ed era così bella. Si scrutava chirurgica e con la lentezza di un serpente in torsione, si toccava gli angoli del viso, le gote lisce e calde, le labbra umide e socchiuse, poi scendeva giù, carezzandosi il collo, la carotide, le clavicole, i seni, piccoli ma pieni, sodi. Accarezzava il ventre morbido con la punta delle unghie lasciandosi piccoli graffi rossi che solo a guardarli si desiderava troppo. Arrivava fino all’inguine e le sue dita danzavano come farfalle in volo fino a raggiungere il pube rado, la vulva umida e lì giù il piacere la conduceva a inarcare la schiena e mordersi le labbra. Massaggiandosi il clitoride gemeva ma solo nell’attimo dell’orgasmo. Poi continuava la sua danza spandendo sulle gambe gocce del suo piacere, le strofinava, le gambe, come se stesse distribuendo sui muscoli una crema lenitiva. Poi cominciava il rito della vestizione, allo specchio, sempre religiosamente dinanzi a uno specchio. Le mutandine di pizzo, i collant trasparenti, la mini nera, gli stivaletti. Il reggiseno imbottito, la maglietta di pizzo, la collana azzurra, i capelli pettinati a dovere, testa in avanti, chiaroscuri, rifrangenze della luce del sole soffiata da una finestra semichiusa. Lacca al gelsomino. Testa in su, chioma mogano sulle spalle. Trucco nero, occhi a mandorla, matita tirata lunga all’egiziana, rossetto viola, cipria bianchissima, carnagione diafana. Giubbotto di pelle e via, lasciandosi alle spalle un disordine degno di una ciurma di pirati all’assalto: il letto celeste disfatto, i vestiti sparsi per la stanza, il parquet sporco e impolverato, il cassettone rosso con i cassetti aperti e vesti e sciarpe e collane poggiate sopra come un tappeto di foglie morte. Fuori era diverso, le strade di periferia in cui abitava ordinate come mai prima, i casermoni grigi, degni del paragone con l’architettura sovietica, ordinati e precisi, come sempre. Le aiuole dei giardinetti ben potate, l’umanità, assente. Solo una signora, le sembrava, in lontananza. Una sagoma di donna. Un dubbio, un atroce dubbio.

© Ilaria Palomba