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Tag Archives: mancanza

Claude_Monet_-_The_Houses_of_Parliament,_Sunset

 

Lui le disse: saresti potuta essere molto più di me ma hai scelto le tenebre, l’abnegazione, la malattia. Lei a fatica si tirò su dall’asfalto caldo, diroccato e guardandosi i seni nudi e i lividi sulle cosce, gli corse dietro, per la maglietta lo afferrò e avrebbe voluto sputargli addosso. Se è questo il vostro bene, il senso comune, la retta via, la salute: schiacciare chi non è come voi, preferisco le tenebre e la malattia. Ma lui prima di abbandonarla per sempre le avvicinò le labbra al lobo e lei inspirò il suo odore, chiuse gli occhi e per un attimo dimenticò ogni male e desiderò soltanto essere sua. Chiudere. Ricominciare dal nulla. Non sono io ad averti calpestata, mia cara, se ti rendi zerbino, chiunque può farlo.
L’aveva sbattuta al muro con violenza, infilandole le dita tra le cosce come a volerle strappare via un osceno segreto di altri tempi. Erano le mani di mille uomini e non avrebbe voluto cedere ancora a quelle mani e quel che è peggio, non avrebbe voluto provare piacere. Si era abbassata, docile donnetta senza spina dorsale, gliel’aveva succhiato, poco per volta sempre più dentro, fino a soffocare, poco per volta, sempre più dentro. Dopo averle schizzato in bocca, lui, come una volta, si era riabbottonato i jeans e si era rialzato per andarsene. Lei invece era rimasta a terra con il corpo riverso sull’asfalto e gli occhi che non potevano vedere. Dietro di lui il sole splendeva accecantissimo. Odiava il sole, era così invadente e rendeva ogni altra cosa piccola. Si era sempre sentita una creatura lunare con il viso illuminato solo di traverso.

@ i. p.

tempio

Mi hai chiesto di andar via. E io sono scesa nel parco. I cedri gettavano un’ombra sulle panchine vuote. Mia madre ha pulito il letto tutto il tempo. L’ho guardata dal parco, attraverso le tende bianche.
Quando me l’hai chiesto, sei stato tu ad andare. Ho sentito il tuo odore di salsedine dissolversi nell’andito.
Una volta nella luce cruda di settembre hai scritto il mio nome sulla sabbia.
Non ci sarà nessuna buriana, hai detto.
Mi hai accarezzato le guance e io ho visto le onde frangere sulla battigia, la spuma farsi chiara come un abito da sposa e morire.
Nel parco ho visto le ragazze. Erano bistrate di un trucco troppo intenso e i loro sguardi formavano un’ellissi tra me e i cedri. Si sono sedute nell’ombra. Le ho guardate parlare. Parlavano di te.
Mia madre, quando sono tornata, ha detto: se n’è andato. Aveva un ilare tremore nel tono. La voce si è inarcata ed è diventata un germoglio.
Ho ritrovato il letto senza macchie. Mi sono sdraiata sul copriletto blu e ho iniziato a tremare. Ho visto le ragazze. Una di loro l’ho vista sorriderti e spingerti i seni nelle labbra, mi sono voltata, l’altra ha iniziato a massaggiarti la schiena.
Così lontano, ha detto, così lontano.
Ti teneva per i capelli, li scarmigliava. Le sei salito addosso. Le ragazze si sono fatte strette e le hai legate con un’unica corda.
Mi sono voltata in sei giri. La notte mi piombava addosso. Il cuore sussultava e non smettevo di tremare.
Mia madre mi ha chiesto di comprare il vino. Sono scesa nel parco e ho visto le ragazze. Bevevano alla bottiglia un vino di cui non potevo leggere la marca, era coperto da una busta di plastica.
Sono entrata nel negozio dalle luci arancioni. Le ragazze mi hanno seguita. Il negozio somigliava a un autogrill. Ho vagato per gli scaffali. Ho trovato i tuoi dischi. Le ragazze li prendevano in mano e si scambiavano sguardi. Mi hanno schernita, hanno riso.
Mi è parso di sentire la tua voce e di essere ancora sulla spiaggia. Mi è parso di sentirti cantare. Le onde si alzavano e la spuma sciabordava. Il vento si è alzato forte e ho sentito il sussurro di un lupo cancellare le note. È arrivata la buriana.
Ho cercato il vino tra gli scaffali ma non ho trovato che bottiglie vuote. Giravo e rigiravo nell’autogrill come in un labirinto. Tornavo sempre al punto di partenza. I movimenti perdevano attrito e i tuoi occhi glauchi dalla copertina di un disco non smettevano di fissarmi.
Non piangere, hai detto quando te ne sei andato. Tornerò.
No, non tornerai.
Tornerò, te lo prometto.
Il copriletto blu si è riempito di macchie di colla. Mia madre ha strofinato fortissimo e quando le macchie si sono diradate il tessuto si è raggricciato come la pelle di una donna senescente.
Ho vagato e ho vagato nel negozio, ho incrociato le ragazze sedici volte. Una di loro è venuta a prendermi per un braccio. Aveva il cartellino da commessa sopra una divisa scura.
Sta bene?, ha detto.
L’altra mi ha afferrato i fianchi.
Lasciatemi, devo avere urlato ma non ricordo le parole esatte.
Quando sono tornata nel parco mia madre non si vedeva più. La finestra non aveva tende e nessuna luce rischiarava le stanze.
Sotto i cedri bevo la stessa bottiglia avviluppata in una busta di plastica. La bevo ogni giorno. Ogni giorno finisce e ogni giorno la bevo ancora.
Sono nascosta nell’ombra. Le ragazze di tanto in tanto passano e mi lasciano due centesimi.
Il tuo volto è sempre più lontano e la tua voce si confonde con l’ululato del vento nella buriana. Nella sabbia resta il mio nome, lo stai scrivendo e lo scriverai mille volte ancora.

© i. p.

primo piano

Il sole raschiava l’asfalto. Fuori dal cancello i ragazzi giocavano agli indiani. Avevano la pelle più scura della mia di qualche tonalità. Mia madre mi vestiva per andare a scuola. Le linee dei suoi palmi sul mio collo a stirare le pieghe che si formavano sul grembiule. Che poi non capivo a che diavolo servisse vestirsi di tutto punto per poi nascondersi in un grembiule. Spesso me lo toglievo, ero smorfiosa come non mai, dimostravo almeno cinque anni in più, ero abbastanza brava, abbastanza intelligente, abbastanza di buona famiglia, abbastanza bionda ma in realtà non ero niente. Non so cos’avrei dato per togliermi quell’abbastanza dalla faccia.

Mentre lei mi sistemava il fiocco blu sul grembiule bianco, osservavo quei ragazzi là fuori, erano una decina ma la mia attenzione era sul tipo con le orecchie a sventola. Lui non era abbastanza nulla, era sporco e basta.

* Questo è l’incipit di un racconto che verrà pubblicato su un altro magazine, presto vi darò notizie.