Salta la navigazione

Category Archives: Racconti

ila notturna
Mi è capitato, guardandomi allo specchio, di vedervi riflessi due volti. L’uno aveva pelle di pesca, l’altro di carbone. L’uno aveva dodici anni, l’altro quaranta. L’uno incupito e sgomento, l’altro assaporava un riso selvatico e oscuro nel nitore di un’aurora livida e senza sonno, con il fucile dell’arma sottobraccio e le mani macchiate di rosso.
Siamo andati nel bosco di notte trascinando i prigionieri con uncini di ferro. Il mio lo tenevo ben fissato nella carne sua. Gemeva in un dolore muto.
Non fermarti, supplicava il primo riflesso mio, il secondo imprecava pietà, o forse il contrario. Il controllo dello sguardo era fuori dai bordi, in memoria dei miei dodici anni ho acceso un cero prima. Un cero ha rischiarato il filo spinato, le luci intermittenti, il boato dei caccia, i palazzi divelti, per subissare tutto il fuoco nelle iridi alla vista del corpo. Cos’è un corpo? Da dove proviene il ricordo?
Esistono due maschere una sull’altra, disvelano il celato, dice lo psichiatra.
Ero sulla pancia di un uomo o era l’altra?
Trascino il mio prigioniero nel ventre del bosco. Con spilli sottili nell’ombelico fino al sangue, nei capezzoli fino al sangue, nei testicoli fino al sangue. Ero e non ero. Lei mi guardava. Io la guardavo fare e fuggivo. Fuggivo.
Che cosa prova adesso?, dice lo psichiatra.
Perché devi darmi del lei?
Forse teme che io abbia ragione?
Quale ragione? Quale corpo? Quale mente? Sta mentendo o sono io a farlo?
Camminavamo, rette parallele, sul limitare del bosco e dai rami ovunque occhi nella nebbia, ma è stato solo suggestione.
Vuoi fermarti?
Non fermiamoci.
Chi era quell’uomo?
Quale uomo, papà? Non c’era nessuno!
Il segreto del buio è che dentro c’è tutto, dentro c’è tutto, le voci e le sbarre. Quando ero piccola mi chiamavano Tenebra, io non volevo far loro del male ma essergli amica, partecipare al cammina, cammina. E invece accadeva. Non poteva non accadere.
Mi sentivo sprofondare. Gli alberi. I rami. Le fronde. Le serpi. Sibilavano. Il vento del nord. Avevo i piedi di fango. O ero io il fango?
Mio padre su in cima. I volti delle nubi. L’aurora.
Cammina, dico all’uomo e lo trascino. Il collare non è abbastanza stretto e ha ai polsi sei spilli, sanguina. Cammina, cammina. Divisa militare, passi marziali, io, gli altri cinque e il riflesso. Non sono più sola, papà. Non sono più sola nel bosco. E tutti eseguono gli ordini miei. Il prigioniero ha un cappuccio nero. Muto. Bendato. A malapena respira.
Mio padre diceva: che hai fatto? Sei sporca di fango, di fango, che hai fatto?
Cammina!
Con il fucile puntato alle tempie, ai polsi spilli, fluido organico gocciola sulle fronde nere dei cipressi abbattuti e sul fango, sotto una luna di lupo che urla alla notte.
Cammina!
No, striscia e fa l’odore putrido della carne cruda. Striscia! Tu, striscia!
Raccoglie la polvere, la polvere, la polvere, gli insetti, la polvere, negli spilli, nelle ferite aperte, gli schizzi. Polvere, sangue e merda. La polvere. La polvere.
Cammina!
Chi era quell’uomo? Mi disse.
Nessuno, papà, nessun uomo.
Chi era ti ho chiesto! Una puttana sei! E hai solo dodici anni!
Il bosco, con le mani grandi e laide. L’oscurità sovrana. I rami.
Puniscimi! Puniscimi!
L’hai voluto tu, l’hai voluto.
Ricordati, hai detto di sì.
Vostro onore? Consenziente. Vostro onore? Assolto. Vostro onore? Colpa sua. Vostro onore? Colpa sua. Puttana. Consenziente. Assolto.
E striscia, bastardo. Gli anfibi sulle giugulari. Il fucile alle tempie. Alle tempie. Alle tempie. Il volto tumefatto. Nelle labbra una ferita. Torrente. Palude. Bosco. Nella bocca mugugni. Gli anfibi sulla testa. Sul volto incappucciato e muto. Il cappuccio scostato, le gote rigate di rosso e anche il collo. Un volto qualunque. Ricorda mio padre.
Avanti march! Sulla testa. Sui capelli. I miei li ho rasati all’entrata nell’Arma e i suoi li strappo, via il cappuccio, uno per uno, li strappo.
L’hai voluto, ripeto.
Voluto. Consenziente. Bastardo.
Pietà!
Nella bocca il fucile, fino in fondo. Nella bocca. Nella bocca. Chissà se ha lo stesso gusto. Succhia e sta zitta. Chissà se ce l’ha.
E ora prega. Prega. L’hai voluto tu. Prega, bastardo, bravo, da verme, prega.
Il grilletto. La canna. Puntate. Fuoco. Il boato. Violini. Violini, sovrastano l’oscuro baluginare di un albore artico.

rouge

Si dice che una maschera rossa entri nella stanza delle bambine per portar via loro l’innocenza. Ad alcune capita a undici, ad altre a quindici anni. A nessuna così presto, a nessuna. Ti domandavi perché seguire percorsi predefiniti, come l’impossibilità di tracciare una linea tra gli eventi. Solcavi Piazza del Popolo, l’aria aveva la consistenza di un piccolo rovo. Entravi nel negozio di bambole, la signora Cesetti, vita stretta, capelli bianchi, voce grama, occhiali. Tutte le bambole stavano a guardarti.
Il signor Cesetti.
Perché va così lontano? Che motivo c’è? Una religione l’abbiamo anche qui. Ma serviranno poi tutte queste privazioni?
La signora Cesetti.
Le foto di mio figlio in bianco e nero, la comunione, il matrimonio, il divorzio. Quarantasei anni. Mio figlio giornalista sportivo. Ma voi giovani, voi giovani…
Il signor Cesetti.
E ha fatto molti giorni di digiuno? Non la trovo sciupata.
Tua madre.
Mi dia del tu.
Le bambole avevano abiti antichi. Tua madre si commuoveva troppo spesso e troppo spesso s’inviperiva, le cambiava l’espressione, lo faceva anche quando eri bambina, mentre ti abbracciava. Le mani al collo, le mani al collo. È per il tuo bene.
Tua madre.
La mia bambola, la mia bambola era così e aveva questo vestito azzurro e questi occhi turchesi e stava sopra una sedia a dondolo per bambole proprio come questa.
C’era l’odore del legno.
Tua madre.
Perché adesso i giocattoli sono così violenti?
Bisognerebbe allontanare da sé il tempo. Quando hai dieci anni il tempo è una prateria, collima con l’orizzonte al vespro, e la luce indora il nitore delle foglie, delle stoppie, gli infiniti appezzamenti d’erba e grano.
Tu lo sentivi e nel toccare le braccia lisce e fredde di porcellana della bambola anni Cinquanta non avevi memoria del trascorso. Il peso del tempo era una macchia di ruggine sulle lenzuola bianche, la notte. Svegliarsi con lo stomaco silurato. Raggiungere il bagno e sentirsi tremare le gambe. Lo specchio. Un traditore. Traditore. Da questa notte conterai i cicli lunari, ti metterai a strapparti i peli con la pinzetta per le sopracciglia. Da questa notte la carne di troppo somiglierà al sacrilegio. Da questa notte il sangue avrà l’odore del tempo. E se fino ad allora gli anni non erano che numeri segnati sopra candeline azzurre, da questa notte saranno chiodi cui affiggere scadenze.
La signora Cesetti ti prese il viso tra le mani, il mento, le gote.
Questa bambina, questa bambina…
Le lancette scandivano i secondi, i secondi avevano l’afflato del respiro delle bambole.
Quale bambina? Questa bambina sanguina e ha gonfio l’addome e comincia a guardarsi allo specchio di profilo per controllare l’entità del dramma.
Tua madre camminava tre passi avanti, fuori dal negozio e singhiozzava.
La mia bambola d’infanzia, mia madre, mia madre, quante volte le ho detto sparisci e quando l’ha fatto davvero… aver perduto gli anni migliori.
La luce abbacinante del mattino inondava la trama dei fili elettrici su cui si muovevano i tram. Facevano il rumore dei treni e doveva essere lo stesso il secolo scorso, quando la gente si salutava sulle banchine con fazzoletti rossi. Il rosso scandiva i secondi e, mentre camminavi per via Flaminia, sentivi sgorgare il sangue e gli sguardi degli uomini non erano più innocenti.
Ti vedevi capovolta dentro il negozio di bambole, dovevi aver immaginato il volto di tua madre sul corpo.
Mamma, portami ancora in un negozio di bambole.
La gonna a pieghe si scuoteva appena nella bora di settembre.
Non stava a sentirti, aveva dentro tutto un passato che tornava su e si vedeva riflessa negli occhi di sua madre. Eravate prossime alla piscina e non volevi entrare. Non volevi accadesse. Bagnarti i piedi senza poter entrare. Dir loro: è successo, è successo, è venuta a prendermi! L’ho vista, sapete, la maschera, gli occhi di ammannite, le labbra di ferro, il naso di ruggine, e le lancette hanno cominciato a ticchettare, a ticchettare. L’ho vista, sapete, stanotte. L’ho vista. Mi ha detto: sei pronta? Comincia a contare, comincia. Ho fatto quella cosa. L’ho fatta. Socchiudendo le palpebre, l’ho fatta. Mi sono svegliata nel cuore della notte con una specie di chiusura nello sterno. Lo stomaco. Il ventre. E poi giù: la pancia era gonfia, colma di un segreto tremendo. La maschera è venuta, l’ho vista nel fondo del soffitto, a occhi sbarrati, l’ho guardata. Mi ha detto: ti ho presa!
Ho lottato, le ho detto: stanotte voglio dormire ancora. E tu sparirai. Chiuderò gli occhi. Lascerò scivolare le dita sotto il pigiama e tu non ci sarai più. Non ci sarai. Non esisterai. L’ho fatto di nuovo. Il suono dei gemiti riempiva le pareti. Mi metteva i brividi ma non riuscivo a smettere. Si è messa a ridere, si è messa. Rideva e non riuscivo a smettere. Rabbrividivo e non riuscivo a smettere. Sentivo le lancette, le lancette, battere come tamburi. Le dita in bocca. Sapore di ruggine. Un dolore cavo nel basso ventre. Poggiandomi al muro sono andata via e mi ha seguita nel bagno, mi ha seguita. Odore di ruggine. La luce accesa. Lenzuola bianche. Una macchia di ruggine. Ti ho presa! Ti ho presa! Mi appartieni! Le lancette avevano il suono di un tamburo.
Mamma, non riesco a dormire.
Vieni qui, nel mio letto, vieni qui.
Le dita sporche. Le cosce. Il soffitto. Le lancette. La stolida risata. Rigirandoti nel letto hai continuato a sognarla. Ti ha detto: non puoi sfuggire al tempo, non più, non puoi sfuggire.
Le lancette sono diventate tasti di un pianoforte metallico. Fili elettrici. Un ordigno. Il conto alla rovescia. Il conto alla rovescia. Nove. Otto. Sette. Sei. Cinque. Quattro. Tre. Due. Uno. Zero. Hai aperto gli occhi. Nessuno può vedere la propria morte in sogno. Soltanto, tua madre non c’era nel letto. Sentivi singhiozzare dalla stanza attigua: il bagno.
La mia bambina, la mia bambina, la mia bambola, la mia bambina, la mia bambola, la mia bambina. Afferravi gli sguardi. Tagliavi l’aria pesante d’inizio settembre.
La signora Cesetti, le mani sul viso.
Questa bambina…
Tua madre in India non aveva mangiato per una settimana in un ritiro buddhista.
Il signor Cesetti.
Abbiamo la nostra di religione, perché questi digiuni? E questo rigore, e questo rigore… come i terroristi, come i terroristi.
Non ci sono terroristi in India.
Entrando in piscina li vedesti tutti schierati lungo le gradinate. Bambini. L’acqua con il rigoglio argenteo del sole. Questi bambini. Questi bambini. Si prendevano a pizzicotti e correvano.
Vieni, vieni con noi!
E restavi immobile. La maschera, la maschera.
Perché non giochi con noi?
Non oggi. Non più.
Nell’acqua la forma di un volto color ruggine.

metaponto

Mi accostavo al mare, solo l’eterno scorrere delle acque poteva mitigare la colpa. La sentivo fluttuare con la potenza degli abissi. C’era una caletta che chiamavamo Spiaggia Grande ma non era poi così grande. Vi si accedeva per un sentiero nella pineta. Le alte fronde spazzolavano il cielo, c’era l’odore dei pini, lo stormire delle cicale. I passi risuonavano ovattati. Il fragore delle ciabatte, il fruscio della bora estiva, le vesti leggere e arancioni mosse dal vento come le fronde. Alla fine del sentiero la luce, il mare, quel mare del Salento, così chiaro e cristallino, e tutto un pullulare di esseri nella caletta sotto le rocce.
Mi piaceva strisciare le dita nella calce, nell’argilla e restarne graffiata. Lo facevo per sentirmi viva, questo era il dolore, cognizione di sé, consapevolezza. Che cos’era l’eternità? Me lo chiedevo sempre dopo i primi baci e i tradimenti, me lo chiedo ancora. Chi desiderare? Chi amare? Qual è la cosa giusta?
Avevo quindici anni ed ero contesa, per quanto non mi trovassi bella, al contrario, scrutandomi allo specchio prima di uscire non potevo fare a meno di notare certi segni che allora già chiamavo rughe, erano nere macchie e solchi sotto gli occhi e lungo la linea delle guance. Avevo quindici anni e cinquanta insieme. Forse non ero degna della promessa, forse era l’aspetto di quella lì, che mi fissava nello specchio, così sinistro, a spingermi a tradire. Sono così brutta, come posso piacere agli uomini? Uno mi aveva promesso fiabe e celestiali poesie, l’altro lacrime e tormenti. Non sapevo scegliere e mi muovevo silente tra le onde lasciando posare gli sguardi.
L’amore docile di Alessandro, che mi aiutava a scalare montagne di roccia, l’odore della calce, i baci di sottecchi nell’arco scavato dal mare e sotto a nuotare, lui che m’insegnava come trattenere l’aria senza premere le dita contro il naso, io che scivolavo giù e all’inizio bevevo e avevo rossi gli occhi di sale e inesperienza. Aveva diciassette anni Ale e io l’avevo illuso. L’avevo illuso? O m’ero illusa io stessa di una vita. Quanto dura l’eternità? Forse una settimana, al calore del sole mentre leggo Anna Karenina e non capisco proprio tutto, penso alle altre che guardo algide e dinoccolate, profumi d’arancia e cannella, piedi sinuosi, corpi scolpiti. Il palpitare delle onde e i surfisti, la ragazza mora che parla con Ale e io non capisco, vedo e non sento, ma lui guarda me. Le passa attraverso con gli occhi e guarda me. Cosa ci trova in me? Cosa ci vede? Mi chiedevo. Sono domande che non bisogna porsi e continuare forse a contrastare l’assenza con tutti i significati di cui si dispone. Erano dolci i suoi baci, sempre di soppiatto, al gusto delle cose nascoste, come rubare le arance al giardino affianco o scavalcare il muretto della casa abbandonata.
Mia madre diceva che Alessandro fosse buono, gli guardava gli occhi nocciola e li sentiva veri. Nelle profondità dei suoi occhi c’era il rispetto per la mia età e l’attesa di un domani insieme mentre oggi poteva insegnarmi a nuotare e scalare.
C’erano anche altri ma non li vedevo. Li incontravo la sera sulla stessa lingua di sabbia illuminata dalla luce del fuoco, dove cuocevamo la carne, le ragazze perfette facevano il bagno a mezzanotte e io restavo in disparte.
Una notte seguivo la luce crepuscolare del fuoco fin dalla pineta. Alessandro era rimasto a casa, qualcuno dei suoi stava poco bene. Oppure era una scusa. A mia madre dissi che vi sarei andata con lui e con lui sarei tornata. E invece, sola, in pineta, nella notte varcavo soglie proibite e mi allungavo verso l’altro versante della costa. Non di falò era la luce ma di danze notturne e fari e locali proprio sul mare. Una schiera di ragazzi seduti sopra una collina a fumare spinelli. Io non sapevo che farmene e non mi piaceva la musica alta ed elettrica e non mi piacevano gli sguardi che avevano, come non vedessero nulla.
Non ero la sola a esser sola. Portava jeans strappati alle ginocchia e capelli lunghi sul viso, scuri. Occhi così chiari da fare luce nella notte. Forse era il mare, la spregiudicata luminescenza dell’acqua prima di divenire abisso. Aveva efelidi come chicchi di pepe e non parlava con nessuno. Beveva vino in bottiglia da solo. Si mise a sedere al mio fianco.
Ehi.
Non mi parlare, tra un po’ me ne vado.
Dove?
A casa.
E dov’è casa?
Lì, dietro quegli alberi, indicai la pineta.
Sorrise. Aveva, lui sì, rughe attorno agli occhi come tagli. Due fossette oltre le labbra. I denti lievemente storti e quando rideva pareva cattivo.
Beata te. Io mi sa invece che a casa non ci torno.
E dove vai?
Non lo so. Lontano. Vuoi venire con me?
Cosa significa lontano?
Vado fin dove posso, con quello.
Indicò un tre ruote Piaggio azzurro come i suoi occhi. I capelli neri, lunghi, gli coprirono il volto, s’intrecciarono alle labbra. Mi passò la bottiglia di vino. Bevvi. Aveva un sapore di grumi, ruggine, sangue. E non pensai.
Perché non vuoi tornare a casa?
Mi guardò. E aveva negli occhi un’ombra. Era rabbia. Ma anche paura.
Tu fai troppe domande.
Sulla maglietta nera c’era una scritta che diceva: non cercarmi. Fui tentata di domandargli anche di quella. E mi trattenni. Continuai a bere.
Hai sete.
Nient’altro.
Conto fino a tre, poi mi alzo e vado via. Se vuoi vieni con me, altrimenti addio bambina senza nome.
Bambina?
Uno.
Fissava il mare. Le lampare rosse e blu dei pescatori, le lenze. Il faro sopra la collina.
Due.
Prese dalla tasca un pacchetto di sigarette e un accendino. Accese.
Tre.
Si alzò e si avviò al suo particolarissimo mezzo di locomozione.
Avevo il battito cardiaco accelerato. Mi mettevo in continuazione i capelli dietro le orecchie per poi ributtarli sul viso. Respiravo a fatica. E comunque, nonostante la musica, sentivo il fiato venire fuori con un rumore troppo forte. Il fragore di un motore che s’accende. Lasciai la bottiglia ormai vuota. Ruzzolò giù per la collina. Mi misi a correre.
Aspettami.
Entrai. Dovevamo stringerci per stare in un posto solo. Lui aveva l’odore del tabacco. Il Piaggio andava lento e ballonzolava a destra e a manca. Faceva sempre quel rumore e sempre più potente man mano che ci allontanavamo dalla gazzarra. Le dita sul volante erano come scheggiate. Il puzzo delle sigarette che fumava e i pacchetti di cenere riversi sul fondo del mezzo di locomozione particolare.
Perché sei salita?
Come ti chiami?
Tu?
Giulia.
Michele.
Mi diede la mano togliendola dal volante. Sulla strada non c’era nessuno. Ai bordi la campagna di ulivi e vigneti nel buio pareva una foresta nera.
Sai almeno dove stai andando? E se poi finisce la benzina? Hai dei soldi? Quanto tempo vuoi stare lontano?
Smise di nuovo di guardare la strada e guardò me, con la cenere che ruzzolava sui miei vestiti chiari, estivi, di mare. E sulle cosce, bianche, intatte, di bimba.
Perché mi hai seguito?
Voglio andare lontano anch’io.
Lontano da cosa?
Da me.
Cos’hai nella borsa?
Un libro.
Rise. E di nuovo il volto si fece crudele.
Di che parla?
Di una donna sposata che s’innamora di un altro, tradisce e si rovina.
Il Piaggio s’inceppò in una fossa, il motore si spense. Michele sacramentò. Scendemmo. La strada era dismessa, colma di buche, per metà asfaltata e per metà terreno. Non c’era l’ombra di un’anima a destra e a sinistra. Michele diede un calcio a una ruota. Piansi e feci in modo non se ne accorgesse. Continuavo ripetermi: perché sei venuta qui, cosa cercavi, e quando farà l’alba e non sarai a casa, e se non riuscite a tornare, morirete di sete e di fame, fa freddo qui giù, e se ci sono i mostri nel bosco, e se Michele è cattivo e ti uccide.
Vento. La pelle raggricciata faceva vortici viola. Michele diede un altro paio di calci. Mi vide tremare. Mi cinse le spalle. Aveva braccia ancora calde, mani ruvide.
Vieni, arriviamo alla fine della strada.
Voglio tornare a casa.
Non puoi.
Che significa?
Sorrise. Ed era un sorriso pieno di lame. Mi venne vicino. Piangevo. Piangevo. Carezzò le guance.
Da cosa stai scappando?
E tu?
Da qualcosa che non ho fatto.
Continuò ad asciugarmi le lacrime. E aveva nelle dita la delicatezza di un bambino. Le sentivo, le sue dita, colme di premura, quasi volesse liberarmi dal peso del timore. Il corpo smetteva di trattenerla, la paura. Man mano si dileguava. E nasceva in me come una sete, il desiderio potente di lasciarmi rapire.
Mi prese per i capelli e mi baciò. Aveva morbide le labbra, soffici e sottili. Non arrivammo alla fine della strada. I baci furiosi. Avevano un sapore diverso. Eterno, questi sì, disperato. Salimmo sul rimorchio del Piaggio. Era sporco di cenere e terra. Era freddo. Rabbrividivo poggiandovi la schiena.
Solo i suoi occhi parevano rifulgere al buio e io mi ci univo. La lingua nella mia. Sapore di vino, tabacco, e sangue. Le mani sui seni. Cercai di fermarle. Non mi sembrava giusto. E lui non si fermò. Slacciò il nodo del vestitino estivo, arancione. Non portavo il reggiseno, restai nuda, mi divincolai ma non più di tanto. Fece correre la lingua sul collo, sui seni e sul ventre e poi giù, levando gli slip, dolcemente leccava mentre mi torcevo nel piacere. E non vedevo e non sentivo. Mi accorsi, ed era troppo tardi. Me ne accorsi solo per il dolore. Era un dolore dolcissimo. Mi prendeva la nuca i capelli mentre entrava e guardandomi negli occhi diceva: Giulia, Giulia, dimmi che sei mia. E lo dicevo.
Vidi i suoi occhi farsi bianchi. Un calore tumido sporcava le cosce, la vulva. Saliva nel ventre. Lui mise una mano tra le mie cosce e la tirò fuori rossa. Rise e diventò cattivo ma durò solo un istante.
Che cosa ho fatto?, piansi.
L’amore.
E mi attaccò il sangue alle guance.
Continuai a piangere e lui mi strinse forte a sé, finché non smisi. Crollai esausta sul corpo suo.
La notte non pareva estiva, un vento gelido muoveva le cose di una sottile impermanenza. Fui svegliata da bordate di freddo. Odore di brina. Il fondo metallico del montacarichi mi ghiacciava la schiena. Michele non era con me. C’era mai stato? Odore di brina.
Saltando scesi in strada. Dissi il suo nome. Il vento rispose ululando. I piedi sull’asfalto umido parevano mossi da mani di nebbia. La campagna mi chiamava, le fronde erano volti, con occhi luminosi come quelli di Michele.
Dimmi, dove sei. Cosa può il tuo sguardo che la notte trattiene. Dimmi, chi sei. Dove ti ho già visto. Quanto lontano ci siamo spinti. Quanto profonda è la terra. Cosa nasconde il cuore del bosco. Camminavo e i sandali venivano via. Il terriccio freddo si arrotolava alle caviglie come pelle di serpe. Una luna altissima iridava di un pallore niveo il fondo della suolo. Le foglie d’ulivo come occhi. I rami tentacoli. L’immensità si cela negli incubi del bosco. Si aggrovigliavano i rami nell’oscurità di un cielo nero trafitto dal bianco pallore della luna, i rami muovevano le dita per afferrarmi. Chiamavo il suo nome. Il vento rispondeva ululando. Non era un ululato, era il grido di tutte le bestie, dal serpente al lupo, e s’infittiva muovendomi verso un altrove. Finivo nella terra e pensavo alle serpi, alle serpi, attorno alle caviglie. Era solo terra e aria ma pareva viva, come vivi erano i tentacoli di rami, a ogni passo più prossimi alla carne. Fantasie di apnea e strangolamento. Occhi chiari come lucciole nel buio. E poi la bruma.
Nel ventre oscuro del bosco di ulivi, una nube di bruma ottundeva una sagoma. Viva? Morta? Spettro? La pelle raggricciata. Il fiato che ingoia sé stesso. Questo terrore cavo nella bocca dello stomaco.
Michele, dove sei? Ti prego, torna!
La nuvola di bruma lasciava il tempo alla sagoma di divenire corpo. Guardavo nel fondo della nebbia. Un uomo sopra un masso. Occhi dell’azzurro del mare. Capelli neri sul viso. Efelidi come chicchi di pepe. Una sciabolata di rughe attorno agli occhi e alle labbra. Indossava un abito scuro, da cerimonia.
Vieni, Giulia, vieni con me.
Mi tese la mano. Salii. Il masso si tramutò in altare. Un parroco dal volto coperto in una maschera bianca chiedeva: vuoi sposarlo? Michele mi guardava con occhi crudeli e io stessa mi guardavo, avevo indosso un lungo abito bianco, di seta e pizzo, e alle dita pure, uno smalto bianco, un anello sottile, d’oro. E gli occhi azzurri di Michele, come spade, s’imprimevano in me.
Devi solo dire sì, lo voglio.
Lo dissi.
E mentre c’incamminavamo lungo la navata centrale di una chiesa romanica, la gente intorno ci seguiva con il riso nei pugni, il paesaggio ancora mutò.
Ero sola in una casa dalle pareti fredde. Il miasma di umido era l’odore dei panini insaccati nella stagnola e lasciati in frigo per giorni. Michele non c’era. Mi aggrappavo alle pareti. Michele non c’era. Mi aggrappavo ai muri, al calcestruzzo. E i muri venivano via.
Dov’eri la notte, quando non potevo vederti. Dove si nascondeva il sentire. Dov’erano le promesse e le parole piene svuotate da gesti mai compiuti.
Riversa sul pavimento pativo il freddo di tutti gli inverni e nello stomaco avevo il vuoto di una vita. Di fronte a me un cassettone in ebano. Una cornice. La fotografia di una bambina bionda, vestita di rosa. Di cinque o sei anni.
Dov’è lei. Che fine ha fatto il futuro. Chi ha rubato la gioia al castello del tempo. E dove sono le ore trascorse sulla roccia, sul mare, a pregare affinché si salvasse almeno una parte di me.
Il telefono squillava e non era Michele. Dov’era.
Chi sei?
Stai bene?
Cosa vuoi?
Sono Alessandro.
Cosa vuoi?
Hai bisogno di qualcosa?
Di morire.
Giulia…
Cosa faceva Ale ora che avevo la vita frantumata dall’assenza. Veniva a portarmi via dal buio. Le veneziane chiuse. I passi senza suono. La casa un cimitero. Perché c’era ancora. Quando arrivava scostava le tende. Apriva gli scuri. Entrava la luce. La luce del sole mi disintegrava come fa con gli spettri.
Hai mangiato?
Silenzio.
Vuoi uscire?
Silenzio.
Alessandro mi portava al mare. La roccia della Spiaggia Grande era crollata. Restavamo sui frantumi di pietra a guardare la tempesta di onde, nere, bianche, azzurre. E in quell’azzurro rivedevo Michele. La spuma fondersi con le spaccature di un cielo invernale, invaso da lampi. C’era il presagio di un’apocalisse e lui mi guardava come una cosa perduta in adolescenza. Una cosa perduta e spaccata, i cui vetri non possono ricomporsi.
Dov’è Michele?
Se n’è andato, devi dimenticarlo.
E dov’è?
Giulia, ti prego.
Il gusto della tempesta aveva invaso anche il mare. Nel fondo delle onde vedevo la vita divelta. Le scelte sbagliate. L’omicidio del senso. La bambina che giocava con l’acqua. La bambina che si arrampicava nella roccia. Non le avevo insegnato a nuotare e scalare, come Alessandro aveva fatto con me. La bambina saliva sulle rocce. E si lanciava in mare. Non aveva paura dell’acqua. Non aveva paura del volo. Non aveva paura di nulla. E l’acqua se la prese. Per sempre. Il corpo non fu ritrovato.
Al mattino Michele l’andava a cercare. Nella roccia. Nel mare. Sul fondo dei suoi occhi. Tornava al tramonto, sconfitto. Beveva. Qualunque cosa, beveva. Non mangiava. E non mi toccava più. Finché non smise. Di tornare.
Io lo vedevo nelle tende, nelle fessure delle veneziane, negli spazi di luce trafitti dal buio. Io lo vedevo la notte leggendo il soffitto. Lo sentivo respirarmi accanto al mattino, senza smettere mai. Quando veniva Alessandro l’odiavo. L’odiavo come si odiano i risvegli mentre il sogno mi teneva ancorata a un mondo ancora integro. Ogni risveglio è una spaccatura nella coscienza. Manda in frantumi l’illusione che hai fatto di te.
Il cielo nero si spaccò in un’ombra di luce. Un nitore chiarissimo di azzurri e violetti sorse insieme al fulgido baluginare del sole, sgusciato dalle onde come la testa di un uomo di fuoco.
Mia madre aveva chiamato Alessandro, le aveva detto non fossi con lui. Aveva chiamato i genitori di qualche altro amico. Aveva saputo del falò e che mi fossi allontanata nella notte. Mia madre aveva avvisato la polizia. La polizia conosceva Michele. Il padre di Michele. La famiglia di Michele.
Ci trovarono all’alba nel bosco. Io gridavo il suo nome. Avevo quindici anni e cinquanta insieme. C’era il fragore di un’ambulanza. Il suono di una sirena. Vidi Michele in manette guardarmi per l’ultima volta.
Ed è quella buona, disse una guardia. Quella buona che non esci più.
Erano spade, i suoi occhi, e s’incidevano in me con l’inesorabilità della colpa. Qualcuno disse stupro. Nessuno comprese quando mi gettai ai suoi piedi singhiozzando: perdono.
Rividi mia madre, Alessandro. Mi stavano accanto come fossi davvero una vittima. Ma io sapevo, e avevo nel cuore quegli occhi azzurri, il colore degli abissi prima del fondo. E andavo sul mare da sola. Ricordando il futuro. Quanto tempo servirà per cancellare la memoria della colpa.

© i. p.

2016-11-08 17.44.32

Erano in molti. M’inseguivano. I miei genitori non vedevano. Ma i ragazzi entravano in casa. Si nascondevano nei muri e m’inseguivano. Ridevano. Ridevano di me. E quando passavo loro accanto fingevano di non vedermi. Dodici anni sono troppi e troppo pochi. Costruisci un universo immaginario e vai ad abitarci. Il reale sarà l’emanazione delle tue illusioni. Arriverà il giorno in cui ti domanderai se l’hai fabbricato con il cemento, la pietra o il cartone. Dovevo nascondermi, trovare un rifugio. Così mi sentivo, di una trasparenza disarmante. E lui continuava a dirmi: cresci e io continuavo a scacciare l’idea. Fintanto che fossi stata piccola avrei avuto il potere della pazzia, il potere sui corpi, sulle voci, sovrastarle con l’incanto. Salivo sui mobili, in alto, sopra la libreria, e poi giù. Venivo giù agganciando la corda del lampadario. Cercavano di prendermi. Prima mi bloccavano le braccia dietro la schiena. E sapevo curvare lo sguardo fino a strappar loro una lacrima. Avevo l’odore del sale.
La donna disse: hanno paura di lei, hanno paura di starle accanto, non parla con loro e li guarda, li fissa, con quegli occhi. Mi fissa, con quegli occhi. Mi fissa, cosa devo fare? Ma non è cattiva, non è cattiva, è solo selvaggia, una selvaggia furiosa. Lui disse: cresci. Mai le mani mi avevano sfiorato il viso.
Attorcigliai la corda. Attorcigliai la corda del lampadario attorno al collo, due nodi, e restai sospesa. Nell’invenzione dell’aria si accartocciavano i colori del giorno. Il vespro cremisi stingeva pastellato e le rose della carta da parati sfolgoravano in un barbaglio di rossi. Cadevo. Cadevo nelle viscere del vuoto.
Loro sarebbero venuti a cercarmi, lo sentivo. Qualcuno avrebbe pianto. Non mi bastava. Dovevano piangere tutti. Tutti. Dovevano domandarmi perdono in ginocchio. Dovevano pregare. Li sentivo ancora con le voci di corvi, al mattino, gracchiare parole che non potevo capire. Mi avessero detto: ti odio, ti odiamo, io ne avrei carpito l’affronto. Ma neppure mi dichiaravano l’astio, soltanto mi trapassavano. Questa trasparenza, questo sentore d’invisibile, mi spaccava in mille parti, mille frammenti di vetro. E li sentivo farsi largo nella carne, aspergerla di cruore, saettare nelle profondità dei condotti sanguigni, spaccarne gli argini. Il male era vivo e aveva il colore del fuoco. Si moltiplicava sottopelle. Proliferava in una scansione di quanti. Mandrie di iene sottopelle. Nel fondo degli occhi moltiplicazioni di legioni e guerre nucleari. In ogni porzione di carne lo spazio sconfinava e diffrangeva i suoi multipli.
Avevo perso la guerra, una sedia spaccata contro uno di loro. Avevo perso, sì, l’invisibilità, ma avevo conquistato la pazzia. La pazzia si dipingeva duttile nelle bocche dei grandi. La pazzia si slabbrava nelle voci delle pareti. La pazzia salmodiava negli intarsi delle pupille, nell’articolazione delle dita, nell’omega di distanza tra me e le cose.
Adesso sapevo, con il collo stretto in una corda di lampadario, ero cosciente del gaudio, una scuoiatura di cielo attraverso la pelle viola. Non sentivo il dolore che si dice avvertano i condannati alla forca. La forca era la mia personalissima beatitudine. E avevo nel corpo il suono violento di un Mozart al culmine estremo del suo Requiem. Me ne restavo a penzolare dal soffitto e vedevo il giorno e scucivo il giorno in centosette stringhe di colore. Ridevo, ma non potevano sentirmi. Ridevo ma non potevano vedermi. Il corpo dovette cedere al traino feroce della corda. Il collo dovette cedere al peso copioso del busto. E io non sentivo nulla. Mi staccavo. Venivo via. Beata. E già li vedevo piangere in cerchio attorno a una lapide, in silente preghiera, domandare perdono, mentre il nome mio, scritto sopra le case, avrebbe danzato nella volta. Il nome mio li avrebbe seguiti fino alla tomba.

@ i.p.

31 - AAVV - Streghe postmoderne

AlterEgo Edizioni presenta “Streghe Postmoderne” a Roma

Verrà presentata a Roma, sabato 12 marzo 2016 alle 19.30, l’antologia illustrata “Streghe Postmoderne”, AlterEgo Edizioni, in concomitanza con l’uscita in libreria del volume.

La location dell’evento sarà il Baràbook, in via dei Piceni 23, nel quartiere di San Lorenzo, un locale intimo, dall’aspetto rétro, dove saranno presenti l’Editore, le scrittrici coinvolte nel progetto (Olivia Balzar, Flavia Ganzenua, Lié Larousse, Giorgia Mastropasqua e Ilaria Palomba) e alcune delle artiste. Sarà l’occasione per lasciarvi sedurre e trascinare nel mondo oscuro ed onirico di questa raccolta, ispirata all’aspetto inquietante del femminile, sorseggiando dell’ottimo vino.

STREGHE POSTMODERNE

Streghe Postmoderne è una raccolta di racconti e disegni, volta a ripensare la femminilità attraverso l’archetipo del mistico, misterico, magico e surreale. Fiabe postmoderne, a tratti surrealiste, a tratti horror, che ben poco hanno a che fare con la visione della donna come creatura fragile e passiva. Qui si liberano i demoni, invidia, gelosia, preveggenza, presagio, potenza femminea come natura selvaggia, talvolta benefica talaltra distruttrice. Con un lavoro costante sulla parola, sull’utilizzo consapevole della lingua, del ritmo e del tratto, la scrittura e il disegno s’incontrano nel campo del fantastico e del magico.
L’idea di una breve antologia al femminile si propone di conferire valore a una potenza plurale di voci e visioni, per questo coinvolge, accanto ai racconti, alcune tra le più originali artiste dello scenario underground nazionale e internazionale: Natascia Raffio (per il racconto di Giorgia Mastropasqua), Madame Decadent (per il racconto di Lié Larousse), Helbones (Per il racconto di Olivia Balzar), Alix Rodriguez (per il racconto di Ilaria Palomba), Tamara Cascioli (per il racconto di Flavia Ganzenua).

Arbusdone_1394358c

Il tempo si spacca sui corpi, il mio e il tuo, un ritratto d’adolescenza e la morte così vicina, così lontana. Ci piaceva sentirci parte di un tutto organico e io ti spingevo i piedi contro la parete, volevo fossi la mia verità, piccola, da stringerti tutta tra le mani, una vita minuta. Avrei voluto. Vieni qui, non scappare. Ti piacevano quei pomeriggi, l’una nel corpo dell’altra, specchiarci, con la scusa di danzare, quante invenzioni per sottrarci. C’era una luna grande, occhio bianco sulla terra. Mia madre ti diceva di andar via. È tardi, ma i tuoi genitori non dicono nulla? E poi chiudevo a chiave e tu a chiave dentro di me. Premevo sullo sterno, così in basso. Avevi l’odore delle foglie e ce ne stavamo immobili in improbabili posizioni yoga, le mani e le labbra, sempre a un passo dal farlo accadere. Ti costringevo a resistere al dolore e scivolavo su di te, scivolavo, leggera, lasciandoti sentire il suono del fiato, a occhi chiusi. Quella stanza, il cielo in una stanza, ogni giorno, il parquet e la grande finestra in vetro e legno, un triangolo isoscele, lo specchio era una spada. Due corpi. Il mio cedeva, era per via delle pillole, debordava. Il tuo era così piccolo, una libellula, libellula sul lago, io t’immaginavo, in quelle notti di occhio di luna, t’immaginavo planare sulle acque, libellula o falena. Eri piccola e negli occhi nascondevi l’odore di una colpa. Resta con me, non andar via. E a notte fonda nello stesso letto, le mani serrate e le labbra mie sul collo, restavi ferma. Sapevo che avresti finto di dormire. Restavi immobile, ti serravo le labbra, in silenzio, tutto avveniva come in un rito pagano sacro e osceno.

Al mattino non volevi parlarmi, sentivamo bussare. Quante volte vi ho detto di non chiudervi a chiave? E poi sarebbe uscita, era ovvio. Non facevi alcun cenno per spiegarmi, soltanto il tuo odore di strada e campagna scivolava via con te. A scuola non ci andavi, nessuno ad accompagnarti. E io dovevo invece, qualcuno mi aspettava sul ciglio al mattino. Il corpo diviso, non sapevo muovere le labbra, non sapevo più dirmi e quanto mi sentivo minuta in un corpo gigante. Ma tornavano quei pomeriggi e le notti con quella luna. Prima un occhio. Poi mezzo. Soltanto le ciglia. Aspettavo l’imbrunire, la guerra dei rossi e dei viola, fino al buio iniettato di stelle. Quel buio abitato dagli specchi. Guardati allo specchio. E c’eri tu. Guardati. Guardati ancora. Al posto del volto mio, il tuo. Ogni volta, due volte, identico, così stavamo bene, nello stesso corpo, senza morire mai.

Arrivò la sera senza luna. Quella sera ti aspettavo, le smorfie allo specchio, i passi di danza, mi guardavo mille volte piroettare e tu nella stanza del parquet senza mobili non arrivavi mai. Lungo le scale il rumore delle scarpe da ginnastica, troppi passi, non eri sola. Mia madre ti aveva lasciata passare e dunque ti vidi e non mi trovai. Le mani tue in quelle di un altro essere, aveva modi forzatamente garbati, parlava un italiano perfetto e portava gli occhiali. Voglio presentarti A. Come non vi fossi mai stata. Lì poi la sua mano aveva la presa di un paguro. Mi ritrassi, strisciai lungo la parete vischiosa, ruvida, le unghie, lì sopra, il rumore di una forchetta. Io e te siamo una cosa sola. Non oggi, dicevi, non più, sono grande adesso. E sentivo dall’altra stanza come un sospiro. Infilavo le unghie, le facevo scivolare, mi graffiavo. Ero una parete, nient’altro che un muro. Eri l’unica e ora nessuno. Passi marziali risalivano le scale. Tu e A. vi voltaste in sincrono. Mia madre aveva in mano un grande orologio, lo affisse nella stanza, il rintocco delle lancette scandiva i secondi.

Non potevo dormire, quel rumore, quel rintocco, scandiva il mio tempo. Così, la notte, mi alzavo e la stanza con il parquet, al buio, senza luna, non era una stanza. Era un varco, un portale e dentro gli specchi non vedevo alcun volto. Li spaccavo, gli specchi. Mi ferivo con i vetri e dentro quel varco avevo mille volti e mille anni. In ogni frammento di vetro ero un’altra. In uno dei tanti avevo il corpo tuo. Senza fiato. Senza ombra. Senza tempo. Saremmo state insieme, ora, per sempre.

… sul Mag O…

© i. p.

sigaretta

Una volta conobbi un satanico o sedicente tale. In realtà non era propriamente satanico. Apparteneva a una setta sul genere dell’occultismo. Ci siamo conosciuti su uno stupido blog adolescenziale. Non ci siamo mai visti di persona. Ero maledettamente attratta da lui. Non ho mai constatato quale fosse il suo vero nome. Non so se le storie che raccontava fossero realmente accadute. All’inizio l’avevo scambiato per un’altra persona.
Nella stanza del computer, illuminata solo dalla fioca luce della lampada verde sulla scrivania in ferro battuto, mentre scrivevo le mie acritiche fandonie su quel vecchio blog, mi capitò di leggere un post di una decadenza e di un lirismo quasi osceni. Trattava di una donna e scriveva con parole apocalittiche e oracolari la trucida fine che avrebbe voluto riserbarle. Ti farò piangere lacrime di sangue, concludeva.
In effetti in quel periodo c’era davvero qualcuno in grado di farmi piangere lacrime di sangue (vedi Fatti male). Così, nel pieno dominio dell’ingenuità che sfiora l’idiozia, gli scrissi che non comprendevo il motivo per cui desiderasse così spasmodicamente la distruzione di una creatura che lo amasse. Disse che avrebbe distrutto chiunque avesse tentato di comprenderlo. E io rivedevo lui. Le nostre notti estreme. Il desiderio assoluto. L’estasi. Il mio parlare. Il mio cercare un contatto fisico anche dopo sedute di inconsapevole sadomasochismo estremo. Il suo silenzio. La sua distanza. La sua indifferenza. Come se fuori dal corpo non vi fosse nulla in me che valesse la pena scoprire.
Gli scrissi: sei tu, ammettilo. Mi confidò che gli sarebbe piaciuto farmelo credere. Ci si diverte sempre con le anime belle. Disse che se fosse stato realmente così crudele avrebbe giocato con questo mio dubbio. Osare l’impossibile. Grande la confusione. Come in un testo di Lindo Ferretti. Volle convincermi di non essere colui che credevo. In effetti era plausibile, aveva sin troppa proprietà di linguaggio. Affermava che la fotografia del mio avatar mostrasse una donna che cercava di sorridere con le labbra mentre i suoi occhi piangevano. Mi alzai per prendere dell’acqua. Vidi, nel corridoio, la sagoma del mio cane morto anni addietro.
Dopo qualche giorno ci risentimmo. Leggevo i suoi apocalittici sfoghi. Lo trovavo talentuoso e geniale. Molto più di me che da sempre avevo desiderato diventare scrittrice e invece riuscivo solo a propinare all’umanità il mio intrinseco stato dispercettivo. Trovavo nella sua poetica quella bellezza che collima con la mostruosità. Descriveva orge, riti propiziatori, sacrifici animali, stupri, ma lo faceva con un lirismo potentissimo. Aveva un linguaggio ottocentesco. E sentivo tra quelle righe un fil-rouge che dall’orrore si tramutava in disperazione.
Ogni giorno tornavo da lui. Qualcosa in quell’essere risultava spezzato. Da quei brandelli ero attratta. Più che dall’intero. Diceva di aver commesso atroci atti contro l’umano. Diceva di essersi macchiato di irreparabili colpe. Parlava di fisica quantistica e matematica riemanniana, di antimateria, omeostasi ed entropia.
La parola entropia venne introdotta per la prima volta da Rudolf Clausius nel suo Abhandlungen über die mechanische Wärmetheorie(Trattato sulla teoria meccanica del calore), pubblicato nel 1864. In tedesco Entropie deriva dal greco ἐν en, “dentro”, e da τροπή tropé, “cambiamento”, “punto di svolta”, “rivolgimento” (sul modello di Energie, “energia”): per Clausius indicava dove va a finire l’energia fornita ad un sistema. Propriamente Clausius intendeva riferirsi al legame tra movimento interno (al corpo o sistema) ed energia interna o calore, legame che esplicitava la grande intuizione del secolo dei Lumi, che in qualche modo il calore dovesse riferirsi al movimento meccanico di particelle interne al corpo. Egli infatti la definì come il rapporto tra la somma dei piccoli incrementi (infinitesimi) di calore, divisa per la temperatura assoluta durante il cambiamento di stato.
Una volta mi raccontò la sua iniziazione. Aveva 12 anni quando una ragazza di dieci anni più grande lo condusse nel covo. Non me ne fornì una descrizione precisa ma volli figurarmelo come una cantina. Disse di aver amato quella donna così intensamente da aver prosciugato l’intera sfera emozionale.
Quella notte, mi raccontò, fu vittima di una serie di abusi. Continuò ad amarla. Abusò a sua volta di altre persone, ragazze piccole, torturandole e violentandole in gruppo, animali, bambini, migranti privi di documenti, tutto ciò che non aveva il potere di ribellarsi si tramutava in sacrificio. Partecipò a un rito in cui venivano bruciati i genitali di un adolescente. Continuava ad amare quella donna senza tuttavia averla mai sfiorata. Un giorno trovarono il suo corpo che penzolava appeso a una corda. Da quel momento lui non avrebbe più amato, né provato alcun genere di piacere sessuale. Seppure perseverava nel prendere parte a certi rituali, non ne traeva ormai alcun piacere.
Mi raccontò di sentire la voce sua ogni notte, come fossero legati da un piano di nebbia che collega il regno dei vivi a quello dei morti. Quella voce gli ordinava di proseguire il lavoro da lei cominciato, e iniziare nuove vittime alla setta.
Le sceglieva bene le sue vittime. Andava nei locali dark e si nutriva dell’altrui decadenza. Donne abbandonate, tossiche, narcisiste fuori controllo, borderline. Cominciava come un gioco di seduzione e si tramutava in horror. Diceva di voler smettere ma di non poter disobbedire a quella voce. Gli feci intendere che mi sarei volontariamente offerta come vittima. Fu una provocazione. Provocare nell’altro il sentimento di compassione era la mia chiave segreta per addomesticare i mostri. Soltanto che adesso non saprei dire se quei mostri fossero davvero fuori di me. Mi disse che avrebbe dato la vita affinché una creatura innocente come me non finisse per perdersi nelle vie della corruzione. Mi disse di mollare quel porco bastardo che mi faceva tanto soffrire, di mettermi a scrivere seriamente. Leggeva i miei post sul blog, sosteneva che io avessi una qualche forma di talento. Gli dissi di non averne alcuno e di voler porre fine alla mia esistenza per questo. Gli raccontai quello che era accaduto a me a 12 anni. Talvolta ci sentimmo per telefono. Aveva una voce puerile. Parlavamo a lungo dei nostri drammi e dell’impossibilità di uscirne.
Tempo dopo presi un treno. Lo raggiunsi nella sua città. Ci vollero dodici ore di viaggio. Non l’avevo mai visto in volto e non conoscevo il suo vero nome. In quella città fredda e sconosciuta, ricoperta di neve e gente dagli occhi nordici, cercai un internet point. Mi collegai e lo cercai. Gli dissi il luogo e lo aspettai 3 ore. Non aveva neppure risposto. Dopo la terza ora di attesa, tra ubriachi in fase di approccio e islamici indotti, dalla mia gonna corta, a fare le più squallide tra le avance, mi scrisse un messaggio in cui diceva di essere fuori città per diversi giorni.
Trascorsi la notte in una stazione che aveva l’odore della campagna. Un uomo grasso si tirò giù la lampo e mi mostrò i genitali. Una vecchia barbona gli lanciò addosso una bottiglia di birra. Emanava un olezzo di malattia venerea. Il cemento laido di cenere e polvere e avanzi di cibo e lattine, accoglieva il suo letto di cartone. Le diedi tutto quel che avevo nel portafogli e attesi l’aurora intirizzita al fianco del suo ipertrofico russare.
L’indomani presi il primo treno per il mio maledetto sud. Non risentii più l’uomo misterioso. E ancora non me ne spiego la ragione. Eravamo identici nelle nostre sofferenze e violenze subite e inferte. Immaginai molte cose su di lui. Molte ciniche crudeltà: che fosse storpio, che fosse menomato, che fosse disabile, che fosse vecchio, che fosse impotente, che fosse un ragazzino, che avesse l’AIDS, che fosse orribile e non so cos’altro. Però non sono mai riuscita a dimenticarlo.
Nei processi naturali l’entropia dell’universo dello stato finale è sempre maggiore di quella dello stato iniziale. I buchi neri divorano le stelle. Il concetto di mancanza s’incunea nell’umano come unica aderenza a una realtà fisica in decomposizione. Solo ciò che manca ha dignità d’essere, ciò che era e non è, ciò che sfugge, che sfrange, che si dissipa, in tutta la pienezza che per convenienza chiamiamo vuoto.

© ilaria palomba
foto di luigi annibaldi

notte
Quando mi chiama, di rado riesco a rispondere. Forse non ho nulla da dirgli. O forse tutto. L’ultima volta ho accennato al fatto che vorrei scrivere un romanzo su di lui. È stato contento. Siamo identici. Per questo non possiamo coesistere. Nella stanza dalle mattonelle bianche a fiori blu cercavo di dirgli qualcosa. Anche se non ricordo esattamente cosa. Forse volevo chiedergli il motivo. Il motivo per cui non riuscissi a trovare una mia dimensione. Il motivo per cui continuassi a sentirmi fuori luogo ovunque e con chiunque. Il motivo per cui, a un certo punto della relazione, la gente cominciasse a odiarmi, calpestarmi e umiliarmi.
Ho sbagliato a usare droghe pesanti per otto anni. Vivendone almeno cinque in uno spazio senza spazio e in un tempo senza tempo. Gli dicevo: guarda, guarda come sono ridotti i miei vecchi amici, non saranno mai in grado di vivere nel mondo.
C’era l’odore delle melanzane al forno. Fuori dalla cucina arrivavano le voci del vicinato. Qualche grida in pugliese. Una donna al telefono. L’abbaio di un cane.
Non è come pensi. Non hai imparato ancora niente. Le persone vivono nel loro di mondo. Anche i tuoi amici tossici hanno un loro mondo, delle loro leggi. Tu dove vivi?
Mi sono alzata e ho preso del pane integrale. Mi sono guardata attorno e ho visto la prigione. Sartre diceva che l’inferno fossero gli altri. Ma non è vero. Non del tutto.
Il fatto è che, vedi, tu non soffri per qualcosa che gli altri possano comprendere. Io so cosa provi, è capitato anche a me.
Ho staccato dei pezzi di pane a casaccio. Ho cominciato a masticare. Avevano il sapore del legno.
Sento l’immobilità nelle cose. Tu non capisci. Persone rispettabili, persone stimate da tutti, mica criminali, persone a detta degli altri meravigliose, si avvicinano a me e diventano mostri. Io li rendo mostri. Ma non comprendo cosa faccia di così sbagliato.
Ah non lo comprendi?
No, non lo comprendo.
Valichi dei confini. Confini sacri che nessuno al mondo deve permettersi di superare.
Avrei voluto gridare che fosse colpa sua, tutta colpa sua, non avermi reso capace di conoscere i limiti.
Lui ha acceso una sigaretta. Ha versato del vino nel suo bicchiere. Mi ha domandato se ne volessi un po’. Ho avvicinato il bicchiere alla sua mano. E mi è sembrato balordo non riconoscere gli odori e i sapori. Avere il senso dell’indistinto nel palato.
Nel piatto avevo pezzi di mollica e melanzane smembrati. Strappavo, separavo, inzuppavo il pane. Poi lasciavo tutto sul fondo. Per il tavolo le molliche avevano formato un recinto. Aveva la consistenza di un panorama postnucleare. Le pareti erano schizzate di sugo. Mi sembrava il nostro sangue. C’era l’odore della carne alla brace. Lui stava mangiando carne. Io non ne mangiavo ma era lo stesso. Le pentole, tutte insieme sui fornelli, sul lavandino e sul tavolo, erano pezzi di acciaio sporchi. Tutto sembrava esploso.
Provavo a mandar giù quel pane al gusto ligneo ma non saliva e non scendeva. Bevevo del vino e aveva il sapore amaro di un vecchio sciroppo. Il legno s’incastrava nel palato e raschiava l’epiglottide. Il bicchiere mi sembrava pesare il doppio. Ogni cosa in quella stanza sembrava aumentare di peso. Divenire immensa. E schiacciarci.
Non so, è tutto vano, tutto inutile. Vorrei partire. Andare in Palestina, oppure in Africa. Lottare per qualcosa in cui credo. Mi sento impotente.
Ha sorseggiato lentamente e si è messo una mano sulle tempie.
Non capisco come, dopo tutte le esperienze che hai fatto, tu riesca ancora a essere così ingenua.
Forse sono stupida, ci sono rimasta sotto con qualche trip.
No, non credere sia così facile svignartela.
Che intendi?
Lui si è alzato dalla sedia blu e ha fatto sei passi. Ne ho sentito i rimbombi. Ha aperto i vetri del balcone e si è sporto parecchio. Per un attimo ho temuto volesse gettarsi di sotto. Ho affrontato la gravità da cui mi sentivo trattenere. L’ho seguito. Ho visto la punta arancione della sigaretta scintillare roteando nel buio. Mi è sembrato il corpo suo. Giù. Nel vuoto. Finalmente libero. Da me. Ho sollevato lo sguardo ed era ancora qui, a un passo da me. La fronte corrugata. Lo sguardo altrove. A volte vorrei picchiarlo. Vorrei stringergli i polsi e mettermi a gridare: perché non ti va bene niente di me? Perché?
Ho dovuto dominare i miei istinti. Quando è rientrato la tavola era piena di molliche di pane. Ogni pezzo di tavolo era sporco. Le molliche erano ossa e denti. Nelle pentole corpi. Pezzi di corpi. Una ecatombe organica. C’era l’odore di carne e melanzane e sughi indistinti. Cadaveri e sangue. Avevo mangiato solo i bordi. I resti del pranzo giacevano come cadaveri sulla nostra tavola.
Lo sai cosa mi dice la gente? Lo sai? Che sono viziata! Che posso permettermi di star male perché non devo scendere in strada e cercare di guadagnarmi da vivere!
Anche questa è una menzogna che racconti a te stessa. Se contiamo i lavori che hai fatto da quando avevi vent’anni vedrai che giungeremo a una visione del tutto diversa da quella da te proposta. E poi, non ho mai visto nessuno studiare come hai studiato tu, con quella serietà e impegno, quella…
Ossessione?
C’è stato il silenzio. Il silenzio è entrato nei muri. Il silenzio ha attraversato i mobili. Il silenzio ha trafitto gli oggetti. Il silenzio eravamo noi, siamo noi. In questo spazio senza spazio. In questo tempo svuotato.
Dopo qualche minuto mi ha detto di avere sonno e mi ha lasciata sola in quella cucina devastata. Non gli andava di ascoltare. Aveva trascorso l’intera giornata ad ascoltare gli altri. Ora non poteva farlo anche con me. Ho sentito il vuoto. Aprirmi il torace. Entrare con le boccate dell’ultima sigaretta prima del sonno. Ho provato invidia per i miei amici tossici che di quel vuoto si nutrono senza ferirsi. Ho provato invidia per le vite degli altri, così ben riuscite e lontane dall’insignificanza. Ho guardato il fumo entrare nei muri. Avevo il sapore della pioggia nella trachea. Non ho dormito. Non riesco a dormire. Non respiro la notte. I bronchi si stringono e mi cacciano via. Ho letto pagine bellissime di Deleuze. Deleuze, l’antifreudiano, Deleuze. L’antifallico, Deleuze. L’antiedipico, Deleuze. Mi sono addormentata con le prime luci dell’alba e non sono riuscita ad alzarmi prima di mezzogiorno. La casa era vuota e misteriosamente in ordine. Nessuna traccia della battaglia del giorno precedente. Avevo solo quindici minuti per prepararmi e arrivare in stazione e salire sul mio treno. Dal finestrino ho visto i campi di grano sgretolarsi e il cielo schiudersi in una crepa di marmo. Quando è arrivata la pioggia ho sorriso. Va tutto bene e andrà tutto bene sino a che alcuno scoprirà il nome della mia malattia.

 

ilafarfalle

La vasca da bagno era troppo piccola. Quando la trovò, era tutta rannicchiata nella ceramica. L’acqua esondava e lui si bagnò le scarpe. Le piaceva telefonargli prima di farlo. E restare ore a dirgli: adesso lo faccio.
Perché me lo stai dicendo?
Si sentiva un armadio o peggio un cassetto, una cosa in cui riporre lettere d’addio.
Addio, gli diceva ogni volta. E lui sfondava la porta. C’era sempre il terrore di arrivare troppo tardi. Ma era terrore? Se ne vergogna ma l’aveva sperato, sì, che si ammazzasse. Sperava di contare i guazzi di sangue sulle mattonelle a fiori del bagno senza doverle bendare i polsi. Senza doverla pregare di andare al pronto soccorso.
Sei matto? Una volta ci sono andata e mi ci hanno tenuta tre giorni in quel posto, sai, con le pareti bianche e la gente che si dondola ai bordi del letto e l’odore di brodino freddo e il personale che ti sequestra la limetta per le unghie e i lacci delle scarpe. E il miasma di pelle rancida e capelli non lavati. E l’aria condizionata che non fa aria e le pupille in midriasi e il sapore pastoso del bario impregnato di sostanze chimiche.
Perché ti devi ammazzare se poi non muori?
Stamattina un uomo mi ha chiesto il numero di telefono su via Pico della Mirandola, prima mi ha detto di essere stato a Barcellona e di aver speso ottocento euro tra cene e hotel sulla Rambla, grande passione con una strana ragazza che poi è svanita come un sogno. Ieri sono andata a una festa. La solita roba. Tutti vestiti bene.
Perché usi solo il nero?
Faccio fatica ad abbinare i colori.
E poi si andava nei prati di ginestre e margherite a Villa Pamphilj e si guardavano i lecci dal basso e lui le prendeva la mano e la domandava in sposa e lei gli rideva addosso.
Quindi se non ti sposo smetti di salvarmi?
Le regalava margherite, a lei sembrava un sacrilegio staccarle dall’erba. L’erba era bagnata, il vento caldo.
A volte mi sembra un purgatorio dal quale non si esce e non si entra, intendo non si entra in paradiso, diceva lei.
E poi si camminava per Monteverde vecchio, fermandosi al Vascello per controllare se ci fosse Antonio Rezza.
Si contavano i soldi per capire se ci si potesse permettere il teatro ma si optava sempre per l’osteria, quella con le botti fuori e le rose e i tavolini verdi in ferro battuto accanto alle rose. Prima di sedersi a bere vino, lei restava a guardare i fiorai pakistani e le donne ubriache, domandandosi mille volte perché quel genere di esseri umani si attirasse in tal modo. Che mai fosse accaduto a un fioraio pakistano di sposare una damina della Roma bene, o a una clochard di incontrare una rockstar e venire portata via su un’Harley Davidson. Le fantasmagorie che aveva del presente erano saturate dall’immaginario del sentito dire, che non era proprio uguale al luogo comune, era un mondo ovattato di cose che sembrano disegni e personaggi a una dimensione.
Quando stava con lui si sentiva libera di dire quello che il resto del mondo non le avrebbe perdonato.
La bellezza insozzerà il mondo. Gli esseri umani sono la più feroce delle belve. Gli spettacoli di beneficenza servono ai vanagloriosi per sentirsi artisti. La letteratura impegnata è un modo come un altro per finire in televisione.
Allora perché frequenti le feste sfarzose, resti a guardare le luci della città, la cupola di San Pietro e i fori del Colosseo, dall’alto delle terrazze, incantata in mezzo ai qualcuno di cui non sai nulla?
E lei non rispondeva.
Una stilettata vederla rincasare ogni sera con un uomo diverso. Disegnava le costellazioni di rughe che avevano lungo le guance. E poi stava a fissargli le palpebre immobili e calate come quelle delle statue.
Che lui l’amasse non faceva differenza. Si prende ciò di cui si ha bisogno, fintanto che gli altri sono disposti a donare. E non bisogna tornare indietro. Tornare ai monolocali scarni e agli studi lasciati a metà. Forse aveva imparato a rubare gli sguardi, a fare delle cicatrici armi, con l’intimità degli altri si faceva una corazza e ricopriva le cose di una sorta di insignificanza. Voleva vivere nei castelli, godere del buon vino e dei violini, guardare il tramonto ogni giorno da una torre diversa e sconfinare. Per questo la definivano matta. Pretendere che il mondo sia all’altezza del proprio immaginario, ecco cosa si dice follia.
Lui l’aveva chiamata Holly, come la protagonista di Colazione da Tiffany, e a ogni nuova conquista aspettava solo di sentirla franare e strillare e lanciare le rose dal balcone e piegarsi alla realtà di tutte le ragazze di provincia desiderose di appartenere al pianeta che brilla.
Quando si tagliava le vene riusciva sempre a comporre il suo numero prima e a raccontargli dell’ultimo porco bastardo e dell’ultimo quadro e dell’ultima foto d’arte e dell’ultima sbornia e dell’ultima maledetta sgualdrina più ricca e più giovane che gliel’aveva portato via.
E adesso ancora lui sfondava la porta. Le mattonelle a fiori erano chiazzate di rosso. Ma lei non era morta. Ansimava e rantolava e lo pregava di non portarla al pronto soccorso. E lui la cullava come si cullano le bambine. Le regalava il dipinto di una sirena con la coda di sangue. Le parlava di Socrate e Alcibiade mentre le bendava i polsi straziati dai tagli, dalle abrasioni. E le diceva: cosa vuoi tu Alcibiade? Vuoi che s’inginocchino a te? Ma lo sai, non puoi. Non puoi conquistare un popolo finché non diventerai una persona migliore.
E come si diventa migliori, maestro?
Quando non si cerca fuori quello che ci sta scritto dentro.
E le toccava il petto. E le scuciva il petto. Era così che si convinceva a vivere ancora un giorno, ma non per le parole di Socrate. Per un’altra festa, per un’altra passeggiata a villa Pamphilj, per un’altra osteria di Monteverde e per ricordarsi il colore fulgido dei tramonti di Roma, quando le nuvole artigliano il cielo e lo aspergono di rossi e di viola, ogni sera da una torre diversa.

© ilaria palomba

l'ultimoviaggio

 

foto: Stefano Borsini

performance: “L’ultimo viaggio” di Ilaria Palomba, con Ilaria Palomba, Olivia Balzar, Luigi Annibaldi