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dalla prefazione di Antonella Rizzo

La parola non può essere collocata fuori dal corpo ma nel centro, nell’addome femminile esposto alla deflagrazione, alla malinconia, alla semina infruttuosa perché, nonostante le razzie compiute dai predatori, rimane vergine e solenne. Ilaria è Poesia, e trascina nella sua ingenuità ‘inferica’ il circolo dei suoi iniziati, che nella lettura dei suoi versi ritrovano le istanze più scomode dello spirito. Non è la descrizione minuziosa di un’esistenza quella che si compie ma una Eucarestia di confine, un rito hic et nunc che non ammette deroghe all’ascolto, un rapimento improvviso dei sensi.
Figlia della Gestalt e della percezione immediata del mondo fenomenico, la sua è una parola circolare e pregna di significato, una consecuzione di eventi che fanno capo allo stesso organismo, bersagliato dagli insulti di una realtà di non allineamento e disforica nelle richieste. […] Non esiste coraggio più grande di una Poeta oggi, nel tempo della doppia morale. Chi lo fa strumentalmente, non dura il tempo dei suoi versi, destinati alla lallazione di una realtà semplificata. Il prezzo da pagare è altissimo quando si segue una strada segnata per natura, minacciata dalle insidie di ogni genere.

Ignazio Gori scrive:

Da una barella, in semicoscienza, mentre qualcuno spazza il freddo pavimento di una corsia d’ospedale. Da un giardino sbiadito, riflesso in una scheggia di vetro. Da una spiaggetta lunare e un mare livido a lambire un’ombra. Da un qualsiasi limbo astrale che troppo somiglia a un obitorio cosciente.

Ecco, sembrano queste le dimensioni da cui Ilaria Palomba scrive i versi di Deserto. Un libro che come il precedente Mancanza (Augh! Edizioni 2017) identifica in un “vuoto” incolmabile il rifugio estremo alla vita o all’apparenza di essa, un’ombrosa matrigna che Ilaria sublima in poesia. La tremebonda paura che Ilaria si cuce addosso dopo l’ennesima sconfitta – sconfitta che ha il sapore di una rosa passita – sconfina in un urlo d’amore e di lacerazione e il “tu” o il “lui” cui l’autrice ferita si riferisce è senz’altro un sordo contraccolpo senza risposta: Cercami dove non finiscono gli addii.

Un susseguirsi di soffocamenti, di promesse di fughe, sospese tra polsi recisi e oscene notti di pillole soppesate allo spasimo degli occhi. Fa male leggere Deserto, ma è un male che esorcizza e in qualche modo cicatrizza una ferita in evoluzione. È una autopsia a mente lucida e il lettore è lo stesso Dottor Caligari che è costretto, per andare avanti, a toccare gli organi vitali (o forse occorrerebbe dire “ancora vitali”) della poetessa-cadavere. Strapparmi lembi di carne/per darli in pasto a te/e chiederti: È buona?/È buona la mia carne?/Tu dirai: No, è vizza. È amara./Allora dirò: Ingoiala tutta/così saprai/ciò che hai fatto.

Nelle recensioni si usa quasi sempre citare degli autori di riferimento – e in questo caso mi vengono in mente Clarice Lispector, Silvia Plath … – ma nel caso di Ilaria Palomba non mi sento di paragonarla o accomunarla a qualcun’altro e d’altronde è sempre valida la definizione che i “poeti veri” sono unici e in quanto tali custodi di un dolore esclusivo. Per chiunque avesse letto il censuratissimo libro Suicidio, istruzioni per l’uso a cura dei francesi Claude Guillon e Yves le Bonniec, sa bene che l’autolesionismo è la più grande manifestazione di autoironia e anche se a “tinte fosche”, Ilaria Palomba non ha alcun timore di esporre le frattaglie della sua stessa bambola tagliuzzata. Non ha timore di mostrarsi geisha dark che danza sul filo del rasoio con il suo stesso disperato bisogno di masochismo. Non ha paura infine di beffarsi di uno sconforto, dell’ultima delusione rifilata da una “troia vita”.

Quanto tutto sta per franare intorno; quando il Giordano è prosciugato e finanche le pecore più bianche del gregge si macchiano di nero; quando grandinano micce incandescenti; quando salgono dal ventre quelle voglie serpentarie da soffocare con un horribilis umido lenzuolo … allora tutto, tutto sembrerà perduto.

Ma in realtà, nella poesia di Ilaria, anche la voglia di essere perdonata o perdonare, è un deus ex machina che vigila la propria grottesca emozione.

Non lasciarmi/ rifugio./ Potrei franare./ Solo il fiume/ conosce/ la profondità/ della sete.

Scheda libro:

Titolo: Deserto
Autrice: Ilaria Palomba
Editore: FusibiliaLibri
Collana: nastri
Anno 2019
pp. 64
formato 15×15
13,00 euro
ISBN 9788898649507

Prefazione di Antonella Rizzo

Recensioni e segnalazioni:

Prattismo

La Poesia e lo Spirito

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