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Tag Archives: schizoanalisi

4 - performance fonderia 900 7

Prima di iniziare con le cose serie preferivi lasciarti abitare dai dubbi lasciarli fluire nel piano d’immanenza alla fine avresti potuto diventare altro te lo dissi una notte quando ce ne stavamo sole senza uomini era bello lasciarsi scivolare in quella specie di solipsismo solipsistico dove io ero lo specchio tu eri lo specchio dello specchio ci vivevamo insieme in questa specie di simbiosi poi non era simbiosi era un guardarsi attraverso attraverso attraverso attraverso finestre arse tra gli astri e il cielo nell’abisso nella fune avevo sognato te bambina quando avevi paura degli occhi degli altri avevo sognato te che non sapevi districarti da tutte le parole che venivano a martellare martellare avevo sognato te nel dipinto di Munch eravamo noi l’Urlo di Munch l’Urlo di Ginsberg settantasette volte ripetute nel riflesso dovevamo imparare a danzare danzare danzare sulle superfici la profondità era solo una superficie l’abisso era il cielo il corpo era l’anima ogni cosa avveniva capovolta sapevo mentre ti guardavo sapevo che avresti fatto molta strada mentre io sarei rimasta a guardarti all’ombra di un tiglio in una campagna che era simile alla tua casa d’infanzia lo sapevo che avresti saputo sfruttare le condizioni favorevoli piegare il caso incarnare il caos lo sapevo mentre io non riuscivo a parlare e più mi trovavo a un passo dalla vittoria più indietreggiavo e sapevo che saresti stata capace di tenere tutti in una mano i fili delle vite degli altri mentre io precipitavo da tutti i grattacieli mentre io cadevo nell’indistinzione romantica di un grido tu avresti retto i fili della ragnatela che unite ci teneva per i piedi per la testa a nervi tesi tesissimi oltre l’orizzonte degli eventi io ti guardavo fiorire mentre sfiorivo ti sentivo crescere in potenza lanciarti sopra tutti gli specchi frantumarli e con loro l’immagine svaniva racchiusa nell’afflato del vento d’inverno io sapevo tu eri l’estate io l’inverno ci guardavamo distanti crescendo in due differenti angoli del tempo e tu pubblicavi libri aprivi tutte le porte vivevi nella leggerezza effimera dell’istante mentre io pesantissima precipitavo non parlavo mi lasciavo usare cadere cadere cadere non sapevo chiedere dovevo solo dare di me ogni molecola un dono che nessuno vuole e tu li tenevi tutti per le palle tutti per le palle tu entravi in sedici stanze con un nitore chiarissimo degli animi facevi mambassa dei corpi macerie con uno sguardo potevi prenderti tutto e io in uno sguardo tutto avevo donato di me non restava respiro contavo i giorni che mi separavano dal giudizio di dio mentre tu calpestavi ogni sentiero e lo mandavi in rovina alla fine eri il paradiso io l’inferno di fuoco inscalfibile per quanto sapessi giocare con le macerie del tempo giocare stava tutto lì il segreto potevi divorare brandelli di vita senza crucciarti della morte degli altri potevi infischiartene del frastuono del tempo senza caracollare tra le intercapedini della rivolta potevi mascherarti mille volte perché io potessi mille volte riconoscerti ma non potevi guardarmi negli occhi io che non possedevo maschere io che mi lasciavo deglutire dagli sguardi del dolore io che donavo ogni istante di me al dio di chiunque io che sapevo scivolare in basso dove tu nemmeno sognavi di esistere ero io il rovescio la rovina ero io non ci si frappone tra se stessi e il tempo non si può spezzare l’infinito quando reclama a gran voce e più d’ogni altra cosa amavi la bellezza ma ti riflettevi in me con un impeto d’orrore maschere di cera sciolte nella notte tutto un profluvio di tenebra uccidermi non fu una buona idea quando la nemesi scompare si slabbrano i contorni e adesso che non sai più dove sia il cielo dove l’abisso io ti sento in tutte le pareti sarò più forte della vita più forte della morte sarò l’infinito che non vuoi più sentire uno specchio senza riflesso è l’immagine del tempo senza spazio io sono questo tempo senza spazio in cui non puoi riconoscerti non puoi giocare che con le rovine di me nel fondo degli occhi invisibili decostruzioni d’istanti domani ti sveglierai in una nuova carne e non ci sarà nessun negativo nessuna nemesi dovrai diventare tridimensionale quanto può annientarti il saperti sola?

© i. p.
foto di Marco Fioramanti

ila sui tetti

Dimmi, dico.
Cosa?, dice.
Dimmi cosa significa questa frase.
Tendo il palmo, glielo mostro. C’è scritto, in nero, non qui.
Lui mi guarda. Fuori dal locale persone con lunghi impermeabili neri.
E perché non andiamo dentro, come fanno tutti?, dico.
È vuoto, dice.
Ha i capelli ricci e non ricordo di averlo mai visto, eppure gli parlo come fosse un fratello.
Devo andare, dice.
Dove?, dico.
Non posso dirtelo.
Sparisce nella pioggia. Lo seguo fino a uno svincolo. La sua sagoma si confonde con quella della pioggia, il fragore delle suole con il tinnire delle gocce.
Raggiungo una via alberata. Mi sembra che i luoghi siano anonimi, non un’indicazione stradale, non un monumento. Nulla che possa ricondurre a un qui o a un altrove. La pioggia batte e sono fradicia, l’acqua scende sui capelli, sul collo, s’infila nella maglietta.
Sto cercando la via, ma è ben difficile trovarla dal momento che i nomi delle strade sono cancellati ed è così buio da non permettermi una rappresentazione fisica dei luoghi.
Un nitore biancastro illumina un tavolo in legno con una tovaglia bianca dietro il vetro di una porta da ambulatorio. Mi avvicino, citofono. Non risponde nessuno. Citofono ancora. Una donna senescente in vestaglia apre. Fa per richiudere.
La prego, dico, credevo fosse un locale. La prego, posso chiamare un taxi?
Dietro la donna c’è una bambina in abito da sposa. La donna le dice di andare in camera sua. La bambina scompare oltre gli stipiti di un’altra porta.
La vecchia mi fa entrare.
Nell’ingresso c’è un telefono bianco. Compongo il numero. Nulla. Nemmeno il più piccolo suono. Non si sente nulla.
Sento che sta per salirmi la febbre. Piango al telefono. La donna senescente si avvicina. Si curva. Le sue labbra hanno l’aspetto di un taglio.
Cosa succede, cara?
Voglio solo tornare a casa.
Ma, potevi dirlo, ti accompagno io.
Indossa uno scialle bianco sopra la vestaglia. Prende un ombrello nero. Piove ancora, il cielo è così buio che sembra sparire. All’angolo c’è un’automobile di cui non distinguo i contorni. Montiamo su. La donna accende il motore.
Dove abiti, cara?
Le dico la via.
Non fa domande, non cerca indicazioni. Parte, come conoscesse a memoria i luoghi.
Svoltiamo per un vicolo, poi per un altro. Spegne il motore.
Che c’è?, dico.
Guarda, dice.
Un uomo disteso al centro della strada, la pioggia batte su di lui. Tutt’intorno, incuranti dell’acqua, gli uomini e le donne con i mantelli neri fumano e bevono vino. L’uomo, lo riconosco, è la persona con cui parlavo all’inizio.
Cambiamo strada, dico.
Non si può, dice la vecchia, questa è l’unica.
Come facciamo?, dico.
Dobbiamo passarci attraverso, dice.
No!, dico.
Il taglio sulle sue labbra si curva in sorriso.
I banchettatori non si spostano. L’auto non li investe. Passa attraverso, come fossero ologrammi.
Poggio la mano sulla spalla della vecchia.
Solo la pioggia è vera, dice.
L’auto si spegne.
Apre lo sportello. La seguo. Cerco di ricordare come sono arrivata fin lì, cosa sia successo prima, chi sia l’uomo disteso per terra con cui avevo parlato.
Procedo sotto l’ombrello della donna.
Da un vicolo sbuca un’altra auto scurissima che riesco a intravedere solo grazie ai fari puntati contro di noi. L’auto va in retromarcia e spinge il motore al massimo come volesse investire l’uomo a terra. Fuggo per non essere presa mentre la vecchia si staglia dinnanzi al corpo dell’uomo disteso.
L’auto investe la donna. Si ferma subito dopo. L’uomo esce a controllare. Mi avvicino anch’io. Al posto della vecchia, riversa sull’asfalto, c’è la bambina vestita da sposa.
Che cosa ho fatto?, dico.
L’uomo dell’auto mi guarda negli occhi.
Hai ucciso una bambina, dice.
E sono lì pronta a dirgli che lui, lui, ha ucciso una bambina, quando l’uomo sparisce sotto l’impermeabile. L’impermeabile resta sospeso in aria, i contorni scuri sono appena accennati nel buio. Intorno a me tutte le persone con gli impermeabili sono sparite. Gli impermeabili, soli e vuoti, transitano nell’aria. L’uomo a terra, il mio presunto amico con i capelli ricci, si alza. Viene verso di me, mi accarezza.
Perdonami, dice.
Sopra di me i fanali di un’auto, tutta quella gente curva sul mio corpo. Li riconosco: l’uomo dai capelli ricci, l’altro: il proprietario dell’auto, la bambina, la donna senescente con un cappello da infermiera, la tovaglia bianca che invece è un lenzuolo, la sala operatoria. Non qui.

© i. p.