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Monthly Archives: aprile 2013

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(foto di Marco Fioramanti)
I

Qui è tutto pericoloso per questo c’intriga. Le lunghe e infinite diramazioni dell’Appia Nuova. Folli che sproloquiano in trattorie sulla Laurentina, in botta di droghe assunte un decennio fa. Qualche messaggio compromettente. La volontà di essere altrove. È la terza volta che ascolto questo pezzo degli Knife di cui non conosco il titolo. La musica elettronica è una nuova classica. L’agire del mondo mi risulta estranio. Non lo vedi? È impossibile stare al mondo. In questa impossibilità ci scrutiamo distanti e annulliamo il desiderio in anestetici concerti al Forte Prenestino con un Tricky più rimasto sotto che cantante. Mi muovo nella penombra di spazi vuoti. Nel pieno del vuoto. Scivolo tra le tue gambe. Mi accarezzi i capelli come fossero fili di nylon impregnati di luce. Giorni fa ho desiderato spegnere una sigaretta sul ventre di un uomo. Tu mi stai guardando in questo istante, lo so. Tra le mani il calore delle tue mani. Sogni assassini nei retrobottega di antiche trattorie in campagne toscane. Sogni onirici e blasfemi. Ti prendo per mano e ho degli aghi nelle unghie ma non sanguino. Mi baci. Chiudo la porta. L’ultimo spiraglio di luce va via. Il mio corpo si riempie del buio assoluto. I tuoi occhi sono ovunque. La mia pelle è così nuda da venir via come ferite asciugate dagli anni.

Vorrei essere una bambina che gioca a dadi con il destino. Ma so che non vi è nulla dietro la parete. Devo saperlo. Se non lo sapessi morirei. Devo convincermi che sia tutto vano. Qualunque speranza potrebbe uccidermi. Le speranze ci hanno ucciso. Dal Sessantotto a oggi, ogni attimo di speranza si è tramutato in coltello dal ventre laminato, piantato nel fianco del futuro. Abbiamo lanciato molotov su segni e simboli. Le abbiamo lanciate su noi stessi. Devi sapere che domani sarà uguale a oggi. Che non appena ti fiderai di un’amica ella ti tradirà. Che nessun sole sorgerà oltre lo steccato. Devi sapere a memoria questa favola nera. Eppure continuare a svegliarti al mattino e sognare e desiderare e lottare.

Perché? Mi chiederai.

Per continuare a vivere.

II

Paura.

Di cos’hai paura? Mentre osservi storie francesi su maxi schermi di multisale in quartieri dall’architettura fascista. Non lo sai. Come non sai quale sia il segreto, la cosa che ti rende così vulnerabile.

Paura del mondo degli altri.

Paura del giudizio degli altri.

Paura del sangue rappreso.

Tra tutte queste mani.

Paura di tirare fuori i demoni.

Perché tu sai cosa raccontare ma non puoi farlo. Talvolta non puoi.

Mi guardo intorno e non vedo che macerie. Chi sei tu? Credevo fossi la cattiva della mia storia invece non sei che immensa prevedibilità.

Ho paura delle parole. Le parole come serpi ti strisciano addosso, sulle gambe e salgono dentro, fino alle viscere. Ti mangiano dentro, le parole. Ma non gli insulti, non le crudeltà. Le parole amorevoli, quelle accondiscendenti. Le parole sussurrate da bocche innocenti. Che di innocente non hanno nulla se non la propria stessa tragedia.

Ti piacerebbe poter spiegare. Poter dir loro che hai avuto un’infanzia difficile, che i tuoi genitori ti hanno abbandonata in un cassonetto. Che qualcuno a cui tenevi è morto. Che sei caduta in disgrazia. Che sei venuta da un paese povero e hai dovuto vendere il tuo corpo per sopravvivere. Ma non puoi, perché tu non hai nessun motivo per contenere tutto questo dolore.

Non hai motivi che non siano i tuoi stessi occhi. I tuoi occhi che guardano attraverso le pareti . Guardano e giudicano ogni tuo passo. I tuoi occhi sono gli occhi di quella bambina che fugge dalle case abbandonate in piena e selvaggia campagna. Sono gli occhi pieni di bava dei compagni di banco mentre perdevi i sensi. Sono gli occhi degli uomini che ti hanno spogliata. Sono gli occhi delle donne che ti hanno accoltellata. Sono gli occhi delle amiche fottute bastarde. Sono gli occhi delle amiche che stanno a mangiarti la pelle e guardandoti ridono. Ridono forte come le pareti. E dicono: non sei nulla, non sei nulla, io sono meglio di te, non sei nulla. Sono gli occhi di quei ragazzi quella notte…

io voglio accecare tutti questi occhi. Lasciarli sanguinare in eterno. Io voglio mangiarli, questi occhi. Spolparli vivi. E non lasciare neppure le pupille.

III

La bambina non parla, è assente.

La bambina non gioca con gli altri.

La bambina non ama nessuno.

La bambina è vestita di sangue.

La bambina è un mostro.

Lei non ha nulla, nessuna tragedia. Eppure un segreto la perseguita. Da quando è piccola la bambina guardava ogni cosa e ogni cosa era viva, inondata di presenze. Le pareti avevano bocche giganti che parlavano con gli occhi degli altri. Le pareti le hanno sussurrato il vuoto che lei era. Le pareti le hanno sussurrato il disprezzo che gli altri bambini nutrivano per lei.

Le pareti hanno detto che lei è una stupida e che non è difficile prendersi gioco di lei. Le pareti l’hanno schiacciata. Soffocata dentro mille occhi senza finestre né porte né ante né luce.

Le pareti ora stanno crollando. Quel che rimane è un grido silenzioso. Un silenzioso grido si rompe nelle crepe e quel grido è pieno di occhi e di bocche e parole sanguinanti e verità mutilate che si trascinano su stampelle sghembe a esibirsi in un circo fatto di voci e di facili giudizi.

La bambina stanotte ha rotto le stampelle e le pareti sono crollate.

© i. p.

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Non lo vedi che non mangia?

Cosa?

Il cane, non mangia, ha qualcosa che non va.

Magari non ha fame

Magari non avremmo dovuto lasciarlo da Pasquale per così tanto tempo

Ti preoccupi troppo, vedrai, se avrà fame mangerà.

Durante tutta la discussione Toby era stato a leccarsi le zampe sdraiato nella cuccia blu relegata in un angolino del retrocucina. A cosa poteva pensare un cane? Me lo chiedevo di continuo ma non riuscivo a trovare una risposta. Era un bel cane, un pastore tedesco un po’ più scuro del dovuto e con un pelo liscio e folto.

Mia madre si avvicinava alla ciotola gialla in cui aveva lasciato dei pezzettini di pane inzuppato nell’acqua e condito con gli avanzi del nostro pranzo. Mio padre era andato a cercare lo spray alla rinazina per l’allergia.

Mai una volta che si pensi a me in questa casa, borbottava, gliel’avevo detto che tenere un cane in casa con l’allergia che mi ritrovo non sarebbe stata una buona idea.

Mia madre si avvicinava circospetta alla cuccia di Toby e poi superava la serranda del balcone, sollevata solo per metà, piegandosi in due con l’andatura di un australopitecus zoppo.

Osservavo la scena dalla sedia blu della cucina adiacente allo stanzino in cui se ne stava Toby, incurante di noi e delle nostre attenzioni. Mi avvicinai e cercai di accarezzarlo per quella sorta di sentimento di universale compassione che i bambini a dieci anni posseggono di loro. Proprio in quel momento, mia madre stava armeggiando con la ciotola del cane, intenta a cambiargli quel cibo che pareva non piacergli neanche un po’. La mia mano sfiorava il pelo liscio di Toby e lui continuava a non calcolarmi, quando si accorse di mia madre con le mani nella sua ciotola e cominciò a ringhiare. Io non l’avevo mai sentito ringhiare prima e non me ne preoccupai affatto, continuai ad accarezzarlo e cercai di voltargli il muso in mia direzione. Mia madre sollevò la ciotola per portarla via e sostituirne il contenuto e io avevo tra le mani il muso bagnato e ringhiante di Toby che preso dalla rabbia abbaiò feroce come un lupo e mi azzannò la mano. Mi sentii strappare la carne come se avessi un bisturi nel palmo senza anestesia. Il sangue cominciò a inondarmi la pelle. Ho ancora i segni dei suoi denti nell’incavo tra pollice e indice.

Il rumore della ciotola che sbatte sul pavimento del balcone, il rosa del pane insugato che cade sul grigio di quel pavimento. Le mani di mia madre che tentano di raggiungere le mie. La fuga di Toby verso il balcone con la coda tra le gambe, la tosse di mio padre che si avvicina sempre più, tutto questo era chiaro, distinto, incredibilmente lento. Poi il vuoto. Quando mi riebbi c’era mia madre che mi bendava la mano immersa in un liquido disinfettante e anestetico. Mio padre, sempre tossendo a gran voce, bofonchiava: il cane se ne deve andare.

Mi asciugavo le lacrime con l’altro palmo, quello sano e cercavo di capire cosa avessi fatto di tanto sbagliato.

Toby arrivò in bagno con le orecchie tirate indietro come un topo al vento e la coda tra le gambe. Mio padre lo vide e lo cacciò via con il dito indice e una solennità nel tono di voce.

Sparisci! Sparisci! Cagnaccio! Domani ti riporto da Pasquale e non voglio vederti mai più!

Toby aveva iniziato a guaire forte e si era rimesso nella cuccia depresso senza toccare cibo né acqua. Perfino mia madre aveva smesso di coccolarlo e di portargli del cibo e io ora non mi ci avvicinavo più.

Quella notte non riuscivo a dormire, fissavo nel buio la luce provenire dallo spiraglio della porta della mia stanza semichiusa. Mi sembrava di vedere l’ombra del cane venirmi incontro ringhiando e la cosa mi paralizzava tra le coperte. Avvertivo il battito cardiaco a una frequenza insolita e credevo che mi sarebbe successo qualcosa di terribile. A un tratto sentii cigolare la porta e notai nel buio la forma delle orecchie triangolari di Toby. Mi misi a tremare e a sussurrare: vattene, va via, lasciami in pace! Ma lui niente, restava lì. Avevo paura persino di accendere la luce, me ne stavo immobile nel letto. E lui lì immobile sull’uscio della mia stanza.

Cercavo di farmi forza e respirare e dicevo a me stessa che non sarebbe successo niente. Poi di scatto mi alzai. Lui rimase lì fermo. Accostai la mano al ruvido della carta da parati e a tentoni cercai l’interruttore. Quando riuscii ad accendere, solo allora, lui si avvicinò.

Non ti arrabbiare, ti prego, non ti arrabbiare, supplicavo.

Lui era sempre più vicino e io avevo sempre più paura. Ma qualcosa nei suoi occhi mi diceva di calmarmi, non mi avrebbe fatto alcun male. Lo capii quando avvertii il freddo e umido del muso sulla gamba destra su cui era poggiata la mano fasciata, io me ne stavo lì rigida e imbalsamata come un pezzo di marmo e invece lui voleva riappacificarsi. A quel punto poco per volta avvicinai l’altra mano alla sua testa e gli lisciai il pelo con piccole carezze. Fuori dalla finestra le prime luci dell’alba rischiaravano i palazzi con una luce violacea, facendoli sembrare di cartone. Io e Toby ci addormentammo uno accanto all’altra, io tra le coperte e lui ai piedi del mio letto.

Quando mi svegliai lui non c’era più. Era una domenica mattina e i miei mi avevano lasciata dormire fino a tardi. Dall’altra stanza arrivava l’odore del pomodoro che cuoce e io mi avvicinai assonnata alla cucina.

Mia madre girava il sugo mentre mio padre leggeva le notizie sul giornale, questa volta senza tossire o starnutire. Mia madre aveva un’espressione triste ma quando mi vide finse un sorriso. Io corsi nello stanzino della cuccia e il cane non c’era più.

Dove l’avete portato? Gridai.

Da Pasquale, disse mia madre, di sicuro starà meglio lì.

Non dissi nulla ma cominciarono a uscirmi due grossi lacrimoni dagli occhi.

Come, non sei contenta? Niente più morsi. Disse mio padre.

Io scappai in camera mia e mi vestii di corsa. Uscii di casa senza dare spiegazioni. Mio padre si mise a urlare e mia madre mi seguì giù per il giardino. Raggiunsi la villetta di Pasquale alla fine della strada in cui abitavo. Citofonai ma non c’era nessuno. L’erba non era potata e la casa era cadente, il muro con le crepe e le finestre serrate. Citofonai e citofonai e citofonai ma quella villetta era disabitata. In quel momento capii che Toby non l’avrei rivisto mai più.

© Ilaria Palomba

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Le sue mani sanno di anice. È un odore che non proviene dal suo fiato e non ci sono segni nel suo volto di trascorsi alcolici. Sono quelle mani, ora così vicine alle mie. Le sento fortissimo sulle mie labbra, premere contro il cuscino. È un odore che mi fa sentire in gabbia. Me lo ricordo perché la prima volta non sono riuscita a resistergli.

… continua…

© Ilaria Palomba

IO E I CARDIOPATICI IN RADIO

I CARDIOPATICI DESTABILIZZANO E SCANDALIZZANO RADIO CITTA’ FUTURA (ascoltaci cliccando qui, siamo nella seconda metà della trasmissione Carta Vetrata)

Foto di Melchiorre Carrara

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VENERDì 5 APRILILE 2013 ore 20.30 LIBRERIA RINASCITA VIALE AGOSTA 36 (Roma)

Performance collettiva: Ilaria Palomba, Paolo Battista, Daniele Casolino,

Luigi Annibaldi, Fausto Rampazzo, Claudia Gizzi con la

partecipazione di Damiana Ardito.

Cuori palpitanti, voci estreme di amore e rabbia, colori ciechi, musica

tattile.

Entrata libera e bar-aperitivo aperto!!!

 

DOMENICA 7 APRILE 2013 LETTI A COLAZIONE ore 11.30 LIBRERIA SCRIPTA MANENT VIA PIETRO FEDELE 54-56 (Roma)

Ilaria Palomba, autrice di Fatti male, presenta il suo romanzo e introduce i Cardiopatici:

Paolo Battista, il direttore della rivista Pastiche, è un poeta on the road come non se ne vedono da decenni, ha scritto un romanzo sulla tossicodipendenza e da anni cercava un gruppo con cui crescere.

Chiara Fornesi è una fotografa, piercer e performer, ha vissuto in giro per il mondo, imparando a contare solo sulle proprie spalle, la pelle è il suo tessuto, la sua pagina bianca, la sua tela da lavorare e incidere.

Daniele Casolino è un poeta e narratore capace di volare e precipitare, l’inchiostro dei sonetti di Shakespeare sporcando le tavole del palcoscenico, mettendo in scena un nuovo Borges vestito da Pessoa.

Luigi Annibaldi scrive racconti che hanno del mito, del fantastico, del pop, surreali come quadri, carnivori come dinosauri.

Ermione Claudia Gizzi è una scrittrice erotica e modella Alternative Goth di Milano, scrive storie erotiche e isteriche.

Fausto Rampazzo, autore di Don Giovanni Light (Bompiani), è uno scrittore di altissima qualità che svela l’uomo nelle trame di un erotismo oscuro.

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