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(foto di Marco Fioramanti)
I

Qui è tutto pericoloso per questo c’intriga. Le lunghe e infinite diramazioni dell’Appia Nuova. Folli che sproloquiano in trattorie sulla Laurentina, in botta di droghe assunte un decennio fa. Qualche messaggio compromettente. La volontà di essere altrove. È la terza volta che ascolto questo pezzo degli Knife di cui non conosco il titolo. La musica elettronica è una nuova classica. L’agire del mondo mi risulta estranio. Non lo vedi? È impossibile stare al mondo. In questa impossibilità ci scrutiamo distanti e annulliamo il desiderio in anestetici concerti al Forte Prenestino con un Tricky più rimasto sotto che cantante. Mi muovo nella penombra di spazi vuoti. Nel pieno del vuoto. Scivolo tra le tue gambe. Mi accarezzi i capelli come fossero fili di nylon impregnati di luce. Giorni fa ho desiderato spegnere una sigaretta sul ventre di un uomo. Tu mi stai guardando in questo istante, lo so. Tra le mani il calore delle tue mani. Sogni assassini nei retrobottega di antiche trattorie in campagne toscane. Sogni onirici e blasfemi. Ti prendo per mano e ho degli aghi nelle unghie ma non sanguino. Mi baci. Chiudo la porta. L’ultimo spiraglio di luce va via. Il mio corpo si riempie del buio assoluto. I tuoi occhi sono ovunque. La mia pelle è così nuda da venir via come ferite asciugate dagli anni.

Vorrei essere una bambina che gioca a dadi con il destino. Ma so che non vi è nulla dietro la parete. Devo saperlo. Se non lo sapessi morirei. Devo convincermi che sia tutto vano. Qualunque speranza potrebbe uccidermi. Le speranze ci hanno ucciso. Dal Sessantotto a oggi, ogni attimo di speranza si è tramutato in coltello dal ventre laminato, piantato nel fianco del futuro. Abbiamo lanciato molotov su segni e simboli. Le abbiamo lanciate su noi stessi. Devi sapere che domani sarà uguale a oggi. Che non appena ti fiderai di un’amica ella ti tradirà. Che nessun sole sorgerà oltre lo steccato. Devi sapere a memoria questa favola nera. Eppure continuare a svegliarti al mattino e sognare e desiderare e lottare.

Perché? Mi chiederai.

Per continuare a vivere.

II

Paura.

Di cos’hai paura? Mentre osservi storie francesi su maxi schermi di multisale in quartieri dall’architettura fascista. Non lo sai. Come non sai quale sia il segreto, la cosa che ti rende così vulnerabile.

Paura del mondo degli altri.

Paura del giudizio degli altri.

Paura del sangue rappreso.

Tra tutte queste mani.

Paura di tirare fuori i demoni.

Perché tu sai cosa raccontare ma non puoi farlo. Talvolta non puoi.

Mi guardo intorno e non vedo che macerie. Chi sei tu? Credevo fossi la cattiva della mia storia invece non sei che immensa prevedibilità.

Ho paura delle parole. Le parole come serpi ti strisciano addosso, sulle gambe e salgono dentro, fino alle viscere. Ti mangiano dentro, le parole. Ma non gli insulti, non le crudeltà. Le parole amorevoli, quelle accondiscendenti. Le parole sussurrate da bocche innocenti. Che di innocente non hanno nulla se non la propria stessa tragedia.

Ti piacerebbe poter spiegare. Poter dir loro che hai avuto un’infanzia difficile, che i tuoi genitori ti hanno abbandonata in un cassonetto. Che qualcuno a cui tenevi è morto. Che sei caduta in disgrazia. Che sei venuta da un paese povero e hai dovuto vendere il tuo corpo per sopravvivere. Ma non puoi, perché tu non hai nessun motivo per contenere tutto questo dolore.

Non hai motivi che non siano i tuoi stessi occhi. I tuoi occhi che guardano attraverso le pareti . Guardano e giudicano ogni tuo passo. I tuoi occhi sono gli occhi di quella bambina che fugge dalle case abbandonate in piena e selvaggia campagna. Sono gli occhi pieni di bava dei compagni di banco mentre perdevi i sensi. Sono gli occhi degli uomini che ti hanno spogliata. Sono gli occhi delle donne che ti hanno accoltellata. Sono gli occhi delle amiche fottute bastarde. Sono gli occhi delle amiche che stanno a mangiarti la pelle e guardandoti ridono. Ridono forte come le pareti. E dicono: non sei nulla, non sei nulla, io sono meglio di te, non sei nulla. Sono gli occhi di quei ragazzi quella notte…

io voglio accecare tutti questi occhi. Lasciarli sanguinare in eterno. Io voglio mangiarli, questi occhi. Spolparli vivi. E non lasciare neppure le pupille.

III

La bambina non parla, è assente.

La bambina non gioca con gli altri.

La bambina non ama nessuno.

La bambina è vestita di sangue.

La bambina è un mostro.

Lei non ha nulla, nessuna tragedia. Eppure un segreto la perseguita. Da quando è piccola la bambina guardava ogni cosa e ogni cosa era viva, inondata di presenze. Le pareti avevano bocche giganti che parlavano con gli occhi degli altri. Le pareti le hanno sussurrato il vuoto che lei era. Le pareti le hanno sussurrato il disprezzo che gli altri bambini nutrivano per lei.

Le pareti hanno detto che lei è una stupida e che non è difficile prendersi gioco di lei. Le pareti l’hanno schiacciata. Soffocata dentro mille occhi senza finestre né porte né ante né luce.

Le pareti ora stanno crollando. Quel che rimane è un grido silenzioso. Un silenzioso grido si rompe nelle crepe e quel grido è pieno di occhi e di bocche e parole sanguinanti e verità mutilate che si trascinano su stampelle sghembe a esibirsi in un circo fatto di voci e di facili giudizi.

La bambina stanotte ha rotto le stampelle e le pareti sono crollate.

© i. p.

2 Comments

  1. *__*

  2. ….io…io…non ho molte parole ma…… quello che questa fanciulla dai lunghi capelli dorati scrive e descrive prende forma davanti i miei occhi.Ogni parola ha la sua immagine,i suoi colori,il suo dolore,il suo piacere…etc…tc…c.
    Quante volte….no,non è stato in un’altra vita.


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