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Tag Archives: tradimento

cavallogiostra

Entrando in casa era buio, i mobili scricchiolavano e avevano un odore come di stantio. Mi portai innanzi e non riconobbi il suo volto. Poche ore prima mi aveva scritto un messaggio carico di promesse. Di te, null’altro che di te, aveva scritto, senza aggiungere soggetto e predicato. Ero rannicchiata sopra un divano con un bicchiere di spumante dolciastro e qualcosa di molle e zuccherato in un piatto rosso di plastica. L’aria odorava di dolce in modo nauseabondo e il corpo alle volte non lo sentivo più. Non avevo alcuna voglia di vederlo. Mi ero comunque vestita per raggiungerlo, lui non era quel genere di uomo che sappia aderire all’inconfessabile. Quel messaggio risuonava fasullo, meschino ma non sapevo dire di no al sesso così come all’alcol, al cibo e a qualsiasi forma di scivolamento. Avevo chiuso un vecchio libro di filosofia e mi ero vestita senza grazia, non lasciandomi sedurre dall’idea di piacergli. Forse mi ero resa conto solo uscendo di quanto avessi indosso, per il freddo suppongo, avevo dimenticato il cappotto ma per la stessa incuria con cui trascuravo ogni resistenza alle passioni tristi, avevo trascurato anche il corpo. Ogni corpo.
Lì il buio mi aveva colpita, uno schiaffo suppongo o una puntura di spillo ripetuta più volte sulle guance e sul collo. Forse era sopraggiunta una specie di stolida compassione per gli ambienti ostili dove serpeggiava un aroma antico e per nulla nobile, per nulla rassicurante, ma neppure spaventevole. Luca mi stava di fronte con i denti bianchi accesi nella penombra senza luce. Mi teneva per la cintura dei pantaloni e senza dire nulla mi trascinava per le stanze scansando con i piedi gli scatoloni.
Ancora quei pacchi, dissi torcendo appena il capo verso il basso.
Manca qualcosa, lui pieno di allusioni.
E mi accorgevo a stento della resistenza che facevo con le scarpe, del rumore stridente delle suole contro le mattonelle. Poi avevo fatto strisciare le unghie contro la parete e continuavo a fissarlo. Non ti accorgi di niente, di niente.
Mi tirò fino alla camera da letto, senza mobili, solo pacchi e un materasso grande a terra coperto da un telo, le sigarette sul pavimento laido, miasma di fumo e intonaco.
Nulla da dirmi? Nulla da dirmi, Carla? Perché non dici mai niente.
Ma lo sapeva, inutile rinvigorire, con la voce speranzosa di obliate persuasioni, tutto quel tempo vuoto che ci accingevamo ad abitare. E cosa avrei dovuto dirgli? Guardati. La barba incolta. E le linee attorno alle labbra, ogni linea un anno perduto a rincorrere chimere. Poi mi vorrai fino allo stremo e dopo il piacere mi riporrai per un mese in uno dei cassetti del subconscio. Possibilmente chiusa a chiave sinché non ritorni a tormentarti il demone. Desiderare. Consumare. Vuotarsi.
Mi lasciai crollare e mentre mi tirava e tirava vidi una foto stropicciata in uno di quei pacchi. Una ragazza. Avrà avuto vent’anni, il corpo esile, l’aria sostenuta.
Le sue mani sul viso, con forza, mi trasse a sé e poi giù, sul materasso.
I piedi contro i miei a cercarne il contatto e rapirmi l’equilibrio. Il fiato sul suo. Non me lo chiese, e neppure io. Forse domani ci saremmo lamentati, io dell’amante sua giovane e lui del mio alcol, dei miei aperitivi solitari e infiniti, tutto quel lasciarsi vivere. E a tratti goderne come di una vittoria sulla logica estensione delle cose.
Non starmi troppo vicina, Carla, non troppo, sussurrava sarcastico.
Mi allargò appena le cosce, aveva l’odore del tabacco. Non mi avvicinai e non reagii ma lasciai che tutto si compisse senza essere particolarmente vigile o interessata al vorticare ingegnoso dell’impulso. Non opposi resistenza per puro capriccio a lasciarmi avvenire, a lasciar fuori dal corpo ogni traccia di consapevole raziocinio.
Alle volte mi stringeva la carotide fino a lasciarmi semi cosciente e allora i singulti erano un’epifania di ritrovata beatitudine, quella dei bambini piccoli quando credono di creare i seni della madre per berne. Così c’era tra noi un patto mai pronunciato: io avrei lasciato fuori la facoltà di deliberare e lui avrebbe rinvigorito la volontà di potenza. Fino ad allora aveva funzionato. Qualche volta il corpo mio privato di ogni volontà si era acceso in una libidine oscura, onirica, vicina a una qualche forma di estasi. Ci eravamo poi rivestiti e ciascuno aveva proseguito la sceneggiata dell’indifferenza, senza un messaggio, una telefonata, un pensiero gentile, mai. Per poi ritrovarmi magari dopo un mese o due qualcosa come quindici chiamate e un messaggio con su scritto vieni a vivere da me, ti scongiuro.
C’erano le sue mani ora e i pantaloni tirati giù fino al pube. Le mani calde sui fianchi, li torcevano, erano pinze ma non ne sentivo la stretta. Quanto piuttosto la carne, questo sentivo, una porzione immane di carne vuota torcersi e piegarsi, riempirsi, vuotarsi, tremolare e mentre le dita mi cercavano il piacere rivedevo l’immagine esile di ventenne. Chiunque fosse stata. Mi appariva fulgida nel suo piccolo corpo di giovane donna, con uno sguardo tagliente, di ferro, il candore di una vergine e la dentatura appuntita, vampiresca.
Il corpo sopra di me non aveva suono, né peso, persino il suo odore parve scomporsi in una gamma variegata di fragranze di etnie. E gli sentivo addosso mille corpi e mille volti. Mille donne, di me, fare brandelli.
Mi riebbi. E quel corpo dentro il mio era di ferro, come lo sguardo della sua piccola amica in foto. In un istante era una lama e mi tagliava in pezzetti piccolissimi.
Lo spinsi via con foga. Rotolò sul materasso fino a toccare il freddo del pavimento e con quegli occhi bambini sembrò inginocchiarsi.
Carla…
Mi aspettavo un gesto di rabbia, uno scompenso degli equilibri sonori, quanto meno un’offesa, un oggetto lanciato. Ma cosa potevo aspettarmi da uno che tiene la vita segregata in pacchi di cartone da due mesi. Si trascinò sul letto rialzandosi i pantaloni della tuta e si sollevò lieve con una leggerezza da danzatore concettuale.
Tu bevi troppo, disse prendendo una sigaretta e l’accendino dal pacchetto sul pavimento.
Si accostò alla finestra e il tornante cigolò.
Avevo acceso la luce e guardandogli la barba incolta che baluginava di biancore e gli zigomi incupiti e ingrossati dal tempo, ebbi un sussulto e per un attimo gli vidi tutti i suoi cinquant’anni di pena e lavori precari e vessazioni e rinunce e lotte ormai smarrite e tradimenti e abbandoni e figli di cui non sapeva più nulla. Rimasi indietro mentre fumava con le braccia sul marmo e gli occhi bui infossati a cercarmi risposte nei gesti a scatti con cui infilavo le vesti.
Presi una sigaretta anch’io e mi accostai solo per accenderla. Mi tirò ancora per la cintola buttandomi in faccia il fumo.
Che cos’hai in testa? Eh?, sussurrava.
Scostai le dita che mi cercavano il pube, erano briciole, rimasugli di un piatto ormai vuoto.
Non hai bisogno di me, dissi.
Mi volsi a guardare lo scatolone con la foto. Di qui non era che un foglietto bianco in cima a una montagna di cimeli di ruggine.
Tentò un abbraccio.
Ma che dici? Te l’ho detto mille volte, vieni qui. L’alcol ti fa diventare isterica…
Una mano sul labbro e gli impedii di proseguire. Con uno schiocco delle dita gettai la sigaretta contro le luci della notte. A piccoli passi mi allontanai. Lui non si mosse e non smise di guardarmi. Null’altro che un corpo, ricordo, un corpo lasco e vizzo che si piega inesorabile al tempio della giovinezza.
Avevo ancora un miasma sottile di alcol quando la porta mi si richiuse alle spalle. Le vesti un poco sgualcite e il freddo nella carne a picco dalle finestre dell’androne. Ricordo la leggiadria di tutte le porte che si chiusero. E quell’istante frivolo di gaudio mentre correvo al freddo per prendere l’ultima corsa del tram. Con le stelle fulgide e infinitamente piccole nel buio a stravolgere l’opacità stantia e grigia di un luogo che non conoscevo più.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

ilapanchina

Lei entrò in ateneo camminando con la foga di una volpe. Mi fissava. Allora avevo una sconsiderata paura di esistere. Per qualche incomprensibile motivo un piccolo editore aveva deciso di pubblicare un mio libro, scrivendo prefazioni su quanto la mia poetica fosse un flusso di coscienza disincantato sull’io e il mondo, forse non tutti erano consapevoli del fatto che io e il mondo non ci conoscessimo affatto e aprioristicamente ci odiassimo. Lei era un’hegeliana, parlava in modo filosoficamente forbito intervallando il tutto con costanti cioè raga minchia gaggi. Diceva di odiare Anya. Eppure quando la incontrava la salutava con patetiche effusioni. Ciò accadeva d’estate, sulle panchine del Marrakesh. Anya parlava di sparizioni in pieno stile Chi l’ha visto. L’altra parlava di Hegel. Fu allora che la soprannominammo L’Hegeliana. Non ci eravamo mai scambiate neppure una sillaba. Mai fino a quel pomeriggio d’autunno in ateneo. Incespicando tra filosofese, giovanilismo postsessantottino e parole in tedesco, cercava di comunicare. Sospendevo il vomitevole giudizio che avrei dato di lei. La ragazza mi poneva domande letterarie sul mio libro. Fissavo la luce fioca novembrina fuori dalle finestre dell’ateneo. Evadevo ogni risposta. All’epoca non avevo gran voglia di comunicare, studiavo disperatamente e altrettanto disperatamente dissolvevo il tutto nelle ombre sballate dei riti del sabatonotte. Aveva i miei stessi occhi allungati a mandorla, possenti e oscuri ma non il mio corpo. Forme poco aggraziate le conferivano un aspetto di mammifero bruno. Gli abiti larghi non erano sufficienti a nascondere quella pesantezza, la attribuivo alla sua negazione, in piena antitesi hegeliana. Lei indossava maschere di complicità mentre mi offriva una notte insieme. Dopo lezione uscimmo, camminammo verso la taverna di via Nicolai, attraversammo il giallore delle luci di quella zona che donavano al luogo un’atmosfera cimiteriale. Attraversammo le scale del lungo edificio metallico delle poste e ci mettemmo in piedi fuori dalla Taverna del Maltese mentre anziani clochard ascoltavano I Beach Boys da stereo verdi e sozzi, e indiani venditori di rose ci importunavano credendoci una coppia lesbo. Poi c’era una fila di ragazzi dagli abiti scuri e sdruciti, copricapo retrò e capelli colorati. M’incamminavo nel dominio dell’inautentico, tra tutte quelle teste, baciavo il George Harrison che credeva di possedermi, banalmente ascoltavo l’ingenuità in cuffia sotto forma di Muse, lasciandomi denigrare da falsi punkabbestia, miei vicini, figli di borghesi, sulle scale delle poste.
Che musica è pischella dimmerda!
La ragazza hegeliana mi difendeva ai loro occhi soltanto per dimostrarmi la sua superiorità onto-anagrafica. Un anello di metallo le scintillava all’angolo destro del naso, sarebbe potuta essere bella se solo avesse voluto. Quelle notti baresi, a bere coca e rum e vomitare sul rosso pavimento della taverna vecchia, lei si prendeva gioco delle mie nevrotiche rappresentazioni adolescenziali. Probabilmente ora direbbe lo stesso di me, non ricordo i nostri discorsi, è tutto come sommerso da una nebbia leggera che ricopre ogni cosa. Ricordo le traversate immaginifiche verso borghi dell’entroterra su lerci regionali con veleni ketaminici nascosti nel reggipetto e femminei discorsi sull’uso e usufrutto che uomini trentenni facevano dei nostri corpi. Le parlavo di M. Allora possedevo la nichilista convinzione di un dominio dal basso, raccontavo alla mia presunta amica di quanto piacevole fosse il dolore sadomasochistico alla Pauline Rege.
Un giorno lui ti ucciderà – diceva sempre – un giorno ti farà fuori.
Sembrava quasi dimostrarmi una qualche forma di bene ma allora ignoravo quanto labile fosse la demarcazione tra bene e male, tra essenza ed esistenza, tra essere e tempo. Allora ero il tempo. Ero l’incondizionato. Ero l’assolutamente altro. E per questa mia psicotica alterità non veniva poi difficile prendersi gioco di me. Sniffavamo la keta su copertine di dischi rovinati, piegando il capo sotto i sedili. Vagavamo nei paradisi sintetici per non esperire gli inferni metropolitani. Il treno si fermò e scendemmo. Un uomo grasso e sformato da zoloft e abuso d’alcol da discount e anfetamina, ci venne incontro. Quell’uomo si chiamava Pace, nel pieno dominio dell’ironia della sorte. C’incamminammo verso il primo bar dalle forti luci al neon e versammo vino rosso in calici, brindammo, stendemmo altre righe, sniffammo. Avveniva un inganno libidico nella favola postmoderna che stavamo a raccontarci. Avveniva la sospensione dei corpi perché questo è la ketamina: antimateria. E in quella felicità liquida l’anestesia atrofizzava ogni cosa. L’uomo grasso ci raccontò di aver torto la coda al proprio gatto e di averlo poi spellato lentamente con un coltello, ancora vivo, l’aveva scuoiato. Il micetto miagolava e lui scuoiava, il micetto piangeva e lui scuoiava, il micetto urlava e lui scuoiava. La pelle, raccontava, veniva via con tutto il pelo. La coda sembrava un lungo verme peloso e le membra si staccavano, il sangue colava sulle sue mani, s’incrostava nelle unghie. L’anestesia cresceva, si compivano atti terrificanti e li si copriva con risa scarne. Nel frattempo stavo aspettando M. ma non lo davo a vedere, la mia presunta amica se n’era accorta, lanciava spiacevoli sottintesi mentre i miei occhi balenavano fuori dalle luci al neon, verso il giallore dei viottoli antichi del borgo.
Si vede che aspetti lui – diceva – devi imparare a fingere – diceva – stendine un’altra – diceva – anestesia!
Ci alzammo nel pieno della liquidità psicofisica, camminammo tenendoci l’un l’altro per le braccia come vecchi ubriaconi. Volevo il cielo, era una ferita, uno squarcio verticale di mondo ingoiato. I corpi erano completamente insensibili al tatto così potevo ignorare di passeggiare accanto a una troia e a un assassino. Di fronte ci camminava un gruppetto di esseri vestiti di nero, mi sarebbe piaciuto guardarli in profondità. Fu allora che dovetti ri-acquisire la consapevolezza corporea. I muscoli si irrigidirono e la bocca dello stomaco mi sputò fuori il veleno in un getto di bile verde acido. Il cielo iniettato di stelle si gonfiava e sgonfiava con me al suo interno che cadevo e non toccavo mai fondo. Mi sembrava di avvertire l’urlo isterico di quelle risa. Quando sollevai gli occhi era troppo tardi, M. e i suoi amici ci erano passati oltre. La notte si consumò in un ex-statico cercarsi di occhi tra misture alcoliche e strisce di inappartenenza. La mia amica continuava a ripetermi le forme addominali della mia ingenuità. A un certo punto credetti mi amasse. Cercava di sfiorarmi le dita che non avevano più il dono del tatto.
Che t’importa di lui? – diceva.
All’alba abbandonammo lo squartatore di gatti e c’incamminammo nella foschia della stazione addormentandoci l’una sul corpo dell’altra e poi sul treno fino a casa. Erano notti inconcludenti e inappropriate, trivellate da inopportune telefonate di genitori smadonnanti in crisi di panico.
Quando uscimmo dal treno l’aurora squarciava i palazzi, la fontana di piazza Moro era un ricordo irreale di monadi e metafisici annullamenti. L’amica assonnata e dal forte alito di rum annunciava paniche crisi e antitetici timori del giorno a venire.
Resti a casa da me? – diceva – ho bisogno di affetto – diceva – non sopporto la domenica – diceva.
Mi lasciavo convincere dall’oscurità dei suoi occhi, così affrontavamo il giorno e la terra e i pesanti corpi privi di anestesia, corrosi dai più disparati veleni. Facevamo colazione in scalcagnati bar di San Pasquale con i panni appesi sopra le teste e gli schiamazzi in gergo dei ragazzi sui motorini. Bar traslucidi dalle sedie zebrate e baristi pelati con davvero pochi denti in bocca. Bar con biliardini, videopoker, cessi guasti e lunghi banconi a specchio, dove lei attaccava bottone con eleganti alcolizzati del mattino. Uscivamo nascondendoci dalla pesantezza del sole, ci aggrappavamo al cigolio delle reti di sovraffollati letti. Assumevamo ipnoinducenti, eppure non dormivamo. L’amica mi teneva una mano sul collo e schiudendo labbra e occhi mi implorava di baciarla. Levandosi le vesti esponeva nudo il suo corpo di forme adulte a me sconosciute. Non sono certa di esserne stata realmente attratta, anzi, in alcuni momenti l’odore alcolico del suo fiato e della sua pelle mi facevano ribrezzo. Nonostante tutto lo feci. Mi spinsi su di lei, dentro di lei. Toccai la fronte sua con la mia. Accarezzai le sue labbra e le spinsi la lingua nella cavità orale. Era un sapore ruvido, di unione più che di libido. Raccolsi i suoi morbidi seni tra le mani, allargando il più possibile le dita, sfiorai i grandi capezzoli che s’irrigidirono incontrando le mie mani e superai il sapore acido che mandava il suo corpo di tossica e alcolizzata. La feci mia così. Mi sentivo potente come un uomo e fragile come una bambina, accarezzavo il crespo dei suoi peli. Lei non si muoveva. Non ero certa le piacesse. Eppure la vedevo contorcersi. Gemeva. Ansimava. Io ero questo puro piacere da donare. Orgasmica libidine. Ero corpo e stomaco e odore senza ragione. Mi lasciavo irretire dagli altri corpi poiché solo come madonna del godimento potevo sentirmi. Infilavo le mie dita nel taglio tra le sue cosce. Le impregnavo. Ci mettevo anche le labbra e leccavo. Poi mi disse:
Fai con questo.
E mi passò il cellulare.
Mettilo dentro – mi disse.
Mi sembrò una cosa orrenda ma lo feci per adorarmi nell’altrui piacere e infilai questo oggetto metallico nella sua fica fino a sentirla contrarsi ed esplodere. Mi liberai e lei si addormentò. Era mezzogiorno trascorso, le tende alle finestre facevano bolle d’aria. I miei dovevano aver chiamato la polizia denunciando la mia sparizione.
Qualche sera più in là Anya mi raccontò di aver udito l’Hegeliana sproloquiare sulla presunta banalità del mio libro. Se pubblicano lei, allora io devo vincere il nobel per la letteratura, affermava di averle sentito dire dinanzi ad alcuni dei nostri cosiddetti amici, per giunta. Anya mi disse: non fidarti di lei e non perdonarla, lo rifarà. Anya mi disse: non fidarti di nessuno, ti tradiranno. Anya mi disse: devi sconfiggerli prima che lo facciano loro.
Allora mi resi conto di quanto poco valessero i corpi. Mi resi conto dell’esistenza della ferocia dei perdenti. In fondo quella sera avevo tradito più d’un principio. Avevo parlato con un assassino di gatti in botta di anestetici per elefanti. Avevo scopato con la mia futura nemica senza nemmeno pretendere di goderne. Avevo vomitato ai piedi dell’uomo che credevo di amare. Avevo sprecato un’altra notte nel dominio metafisico dell’inautentico e non avevo avuto ciò che desideravo.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

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(foto di Marco Fioramanti)
I

Qui è tutto pericoloso per questo c’intriga. Le lunghe e infinite diramazioni dell’Appia Nuova. Folli che sproloquiano in trattorie sulla Laurentina, in botta di droghe assunte un decennio fa. Qualche messaggio compromettente. La volontà di essere altrove. È la terza volta che ascolto questo pezzo degli Knife di cui non conosco il titolo. La musica elettronica è una nuova classica. L’agire del mondo mi risulta estranio. Non lo vedi? È impossibile stare al mondo. In questa impossibilità ci scrutiamo distanti e annulliamo il desiderio in anestetici concerti al Forte Prenestino con un Tricky più rimasto sotto che cantante. Mi muovo nella penombra di spazi vuoti. Nel pieno del vuoto. Scivolo tra le tue gambe. Mi accarezzi i capelli come fossero fili di nylon impregnati di luce. Giorni fa ho desiderato spegnere una sigaretta sul ventre di un uomo. Tu mi stai guardando in questo istante, lo so. Tra le mani il calore delle tue mani. Sogni assassini nei retrobottega di antiche trattorie in campagne toscane. Sogni onirici e blasfemi. Ti prendo per mano e ho degli aghi nelle unghie ma non sanguino. Mi baci. Chiudo la porta. L’ultimo spiraglio di luce va via. Il mio corpo si riempie del buio assoluto. I tuoi occhi sono ovunque. La mia pelle è così nuda da venir via come ferite asciugate dagli anni.

Vorrei essere una bambina che gioca a dadi con il destino. Ma so che non vi è nulla dietro la parete. Devo saperlo. Se non lo sapessi morirei. Devo convincermi che sia tutto vano. Qualunque speranza potrebbe uccidermi. Le speranze ci hanno ucciso. Dal Sessantotto a oggi, ogni attimo di speranza si è tramutato in coltello dal ventre laminato, piantato nel fianco del futuro. Abbiamo lanciato molotov su segni e simboli. Le abbiamo lanciate su noi stessi. Devi sapere che domani sarà uguale a oggi. Che non appena ti fiderai di un’amica ella ti tradirà. Che nessun sole sorgerà oltre lo steccato. Devi sapere a memoria questa favola nera. Eppure continuare a svegliarti al mattino e sognare e desiderare e lottare.

Perché? Mi chiederai.

Per continuare a vivere.

II

Paura.

Di cos’hai paura? Mentre osservi storie francesi su maxi schermi di multisale in quartieri dall’architettura fascista. Non lo sai. Come non sai quale sia il segreto, la cosa che ti rende così vulnerabile.

Paura del mondo degli altri.

Paura del giudizio degli altri.

Paura del sangue rappreso.

Tra tutte queste mani.

Paura di tirare fuori i demoni.

Perché tu sai cosa raccontare ma non puoi farlo. Talvolta non puoi.

Mi guardo intorno e non vedo che macerie. Chi sei tu? Credevo fossi la cattiva della mia storia invece non sei che immensa prevedibilità.

Ho paura delle parole. Le parole come serpi ti strisciano addosso, sulle gambe e salgono dentro, fino alle viscere. Ti mangiano dentro, le parole. Ma non gli insulti, non le crudeltà. Le parole amorevoli, quelle accondiscendenti. Le parole sussurrate da bocche innocenti. Che di innocente non hanno nulla se non la propria stessa tragedia.

Ti piacerebbe poter spiegare. Poter dir loro che hai avuto un’infanzia difficile, che i tuoi genitori ti hanno abbandonata in un cassonetto. Che qualcuno a cui tenevi è morto. Che sei caduta in disgrazia. Che sei venuta da un paese povero e hai dovuto vendere il tuo corpo per sopravvivere. Ma non puoi, perché tu non hai nessun motivo per contenere tutto questo dolore.

Non hai motivi che non siano i tuoi stessi occhi. I tuoi occhi che guardano attraverso le pareti . Guardano e giudicano ogni tuo passo. I tuoi occhi sono gli occhi di quella bambina che fugge dalle case abbandonate in piena e selvaggia campagna. Sono gli occhi pieni di bava dei compagni di banco mentre perdevi i sensi. Sono gli occhi degli uomini che ti hanno spogliata. Sono gli occhi delle donne che ti hanno accoltellata. Sono gli occhi delle amiche fottute bastarde. Sono gli occhi delle amiche che stanno a mangiarti la pelle e guardandoti ridono. Ridono forte come le pareti. E dicono: non sei nulla, non sei nulla, io sono meglio di te, non sei nulla. Sono gli occhi di quei ragazzi quella notte…

io voglio accecare tutti questi occhi. Lasciarli sanguinare in eterno. Io voglio mangiarli, questi occhi. Spolparli vivi. E non lasciare neppure le pupille.

III

La bambina non parla, è assente.

La bambina non gioca con gli altri.

La bambina non ama nessuno.

La bambina è vestita di sangue.

La bambina è un mostro.

Lei non ha nulla, nessuna tragedia. Eppure un segreto la perseguita. Da quando è piccola la bambina guardava ogni cosa e ogni cosa era viva, inondata di presenze. Le pareti avevano bocche giganti che parlavano con gli occhi degli altri. Le pareti le hanno sussurrato il vuoto che lei era. Le pareti le hanno sussurrato il disprezzo che gli altri bambini nutrivano per lei.

Le pareti hanno detto che lei è una stupida e che non è difficile prendersi gioco di lei. Le pareti l’hanno schiacciata. Soffocata dentro mille occhi senza finestre né porte né ante né luce.

Le pareti ora stanno crollando. Quel che rimane è un grido silenzioso. Un silenzioso grido si rompe nelle crepe e quel grido è pieno di occhi e di bocche e parole sanguinanti e verità mutilate che si trascinano su stampelle sghembe a esibirsi in un circo fatto di voci e di facili giudizi.

La bambina stanotte ha rotto le stampelle e le pareti sono crollate.

© i. p.