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Tag Archives: Parigi

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Le Alpi immerse nella bruma spessa con le nuvole alte e rosse nel nitore dell’alba e io che non dormo, mi dissolvo nel paesaggio quasi californiano di una Torino sconosciuta e mi sento più vicina che mai ai luoghi descritti da Pavese. Forse nella necessità è insito il timore, si guarda fuori per fuggire i nemici invisibili – o i loro fantasmi. Oggi a Vercelli il mattino è penombra e sono sveglia nonostante tutto. Aspetto Olivia sul letto della sua infanzia. Ho ancora i piedi sporchi di pavimento e coreutica. Ultima performance. Dalla finestra schiusa entra l’odore dell’inverno e il colore rosso delle tegole iridate da un sole quasi bianco.
Torniamo a Roma tra breve. Porteremo il ricordo del viaggio e di tutti i volti incontrati e di tutti i bicchieri bevuti e dei suoni forti di batteria, chitarra, voci metalliche urlanti. Di tutta questa vita che adesso si sgretola nella memoria ebbra del mattino.
Dire che l’incontro non sia, non del tutto, e avevo mille voci addosso. La voce stanca del telegiornale con gli attentati in primo piano e il fantasma di Salah, e scarpe sparse lungo le strade di Parigi, passi invisibili di spettrale resistenza. La voce del freddo, nella notte, dei miei bronchi malandati. La voce dell’impellenza: università e lavoro, progetti appena iniziati, voler far stare in piedi tutto e vacillare. La voce degli altri scrittori, più scaltri, più svegli, più colti di me. Le voci inarrivabili degli obiettivi posti e mai raggiunti. Avevo l’antidoto, era il vino, il chiaro fumo alcolico e il desiderio dell’eccesso. Ho visto un ragazzo tra i murales, un tale oscuro. Gli piaccio credo, piaccio spesso a chi risulta ostico alla vita. Era venuto per sfidarmi, lo sentivo nel suo sguardo, nel modo circospetto del suo piglio sfrontato, dalle movenze oblique delle traiettorie dei piedi. Non ho ceduto un istante, non ho smesso di reggergli lo sguardo. Mi sono separata dal suolo o vi sono piombata in basso, bevendo, e avevo in mente una persona cara del passato, l’odiata favola dickensiana e catto-capitalistica degli ultimi che saranno i primi, come fosse un privilegio la disgrazia, e ho in mente la mia gente, la mia famiglia: primi che divengono ultimi, questo mi commuove, non lo sforzo vitale ma l’egemonia del negativo. Le scarpe alte e gotiche di zia, cui dico: scrivi un film – nella casa dagli spifferi di freddo e fumo – provaci. E risponde: avevo tutto e me lo sono giocato. Qui danzano i demoni. Troppo facile amare la forza virile del basso che mira all’emancipazione. Il proletario che diventa borghese, il sussulto ultimo del risentimento di classe. Io amo i perduti invece, gli abbandonati da dio e da se stessi, i decadenti. Non per una forma gotica di straripamento, quanto per l’immensità della sconfitta. Me l’hanno detto mille volte: la ragazza dalla promessa senza fine. È una tara famigliare il promettere e non mantenere, un patrimonio di sangue. Sono lì in cerchio, con pochi esseri sconosciuti a discutere della mia impopolare visione delle cose. Quando mi si dice: è difficile, sorrido. No, è impossibile, rispondo. Di quell’impossibilità mi faccio scudo e ci sprofondo. Mi è piaciuto parlare con quei due e non evitare mai lo sguardo risentito del ragazzo che voleva sfidarmi e poi magari gli ho fatto pena o spavento. Non capisco gli uomini cui piaccia umiliare le donne che non possono avere. La volpe e l’uva, vecchia stronzata.
Olivia mi segue nelle traiettorie al vino bianco e ho ancora come un senso di nausea ma lei è pronta ad affrontare ogni parola come una sacra scrittura e la guardo nel baluginare di capelli biondi e viso curato, occhi vispi, freschi di trucco e scarpe nere e abiti neri, nordiche mantelline. La osservo parlare di me come fossi un classico, per poi spostarci altrove. Quel risveglio tra le alpi in piena crisi d’asma, quella fame di respiri, il ricordo delle parole feroci del dottore: andrà sempre peggio. La sigaretta accesa, con le tue mani, con le tue mani sei thanatoeroica, l’eroina dell’autoannientamento, una fragilità disturbante. Una sigaretta in più può ucciderti.
Ora mi guardo venire fuori dalla stanza al mattino, verso stazioni e treni. Olivia parla con un’amica di vecchia data mentre mangiamo pessime piadine al gusto d’aglio, nel bar davanti ai binari. Di diari segreti parliamo, perchè avere un diario? che senso ha? Per parlare con se stessi essendo altro, dice l’amica dai capelli lunghissimi.
Stanotte avevo quel timore delle ultime volte, prima del palco, quel timore da non sono vera, non sono mai stata una vera performer, perciò la mia ultima performance suona un po’ come una farsa. In macchina di Edo, dopo la Mondadori, attraversiamo una Vercelli notturna e all’improvviso le ali bianche d’angelo di una delle statue lungo la facciata di una chiesa ci saltano agli occhi. C’è l’odore dell’inverno, della neve quasi, ai finestrini.
Il locale rock dove avremmo fatto la performance, i gruppi, occhi truccati, borchie e birre e prosecco e sigarette di tabacco sfuso. Un tale che non c’entra niente, sguardo antisociale, irrompe e comincia a mangiarci nel piatto e poi fa scusa, scusa e dico: ecco il pazzo del giorno, e fa: possiamo parlare io e te da soli? Tenta di baciarmi e lo allontano. Guarda i libri, fa: tu saresti la scrittrice? Ne prende uno, come a volerne strappare pagine. Gli uomini fanno così con me quando non ho intenzione di andarvi a letto. E tu saresti una scrittrice? Non m’importa che sia insano o criminale o figlio di criminali – come alcuni ora dicono – io quel libro glielo strappo di mano e dico: lo vedi? Lo vedi perché la gente ti allontana? Tu pretendi rispetto ma non ne dai ed è per questo che ti ridono dietro, perchè non capisci? Non è insultando che avrai la nostra attenzione, e lo dico un po’ anche a me stessa quando impazzisco di gelosia per chi sia più amato e considerato migliore, non è insultandoli che riceverai attenzioni. Questo brutto vizio, tutto italico, di aggredire per non essere aggrediti. Mi dicono: lascia stare, è andato, è scemo, è un criminale, è rimasto sotto. E io insisto invece, perchè tutti hanno gli stessi diritti, nel mio mondo ideale, a tutti si deve almeno una spiegazione. Quindi lo affronto e poi gli dico: bada bene, le donne si rispettano, non ci si getta addosso in quel modo. Se tu mi rispetti io ti rispetto, e questo vale in ogni cosa. Gli offro da bere e vado via. Per meglio digerire il rifiuto decide io sia la donna di Edo e ci lascia in pace.
La performance comincia che quasi non me ne accorgo, mi lascio trasportare dalla voce, la sua voce, la voce di Olivia, la voce di Apparat. E sono alito di fumo nero nella notte, trasparenze immense, carne contorta, occhi altrove. Possedute entrambe, deliriamo, in quest’abbaglio.
Al mattino mi sveglio con quella luce calda che inonda le tegole rosse.
In treno una specie di magone m’induce a restarmene in bilico, tra il diniego e l’anelito a una perfezione che non sarò mai.

© i.p.

Foto di Stefano Borsini: “Nymphosis part I- performance su Homo homini virus” per Nero gallery al Brancaleone di Roma.
Azione performativa, (libera improvvisazione scenica) sulle suggestioni di Homo homini virus ma senza testo, né canovaccio di e con Antonio Bilo Canella, Miguel Gomez, Daniele Casolino, Ilaria Palomba

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Ieri notte tornavo da Monteverde con Luigi. Ubriachi. Dopo la vineria.
Lui accende il computer e legge dell’attentato Isis a Parigi, al teatro Bataclan. Su Sky 24 parlano di triplo attentato. Mostrano scene di uomini che fuggono in strada, trascinando via altri uomini feriti o morenti. Altri ancora penzoloni dalle finestre. La città a ferro e fuoco. Hanno colpito i luoghi dello svago, i simboli del divertimento, della piacevolezza. Un teatro, uno stadio e un ristorante. Oggi si parla di 128 morti e 200 feriti. Ma chi sono queste persone? Chi erano? A nessuno importa nulla. Si diffonde odio e terrore senza che che nessuno si chieda – si sia chiesto – si stia chiedeno – nulla circa l’identità di queste persone capitate per caso nelle sparatorie.
E poi che senso ha continuare ora a scrivere, a lavorare? Farsi i fatti propri… Ci siamo illusi che la guerra fosse affar loro. Ma di chi? Dell’Isis? Dell’America? Del Premio Nobel per la Pace con Droni? Una cosa distante: lì, in Siria, in Libia, e Dio solo sa dove altro.
Chi erano? Avevano un’identità? O devono solo finire nel calderone delle vittime?
Ricordo Parigi, quando ci abitavo. République era la zona dei locali. Non sono entrata mai in quei locali. Mi aggiravo sola per una città respingente. Non ho imparato bene il francese, non parlavo con nessuno eccetto che con alcuni italiani, con un paio di brasiliani e con un arabo. Marocchino per l’esattezza. Ricordo una sera, bevevamo birra e mangiavamo crepes su una panchina sotto gli occhi di Notre-Dame. Gli piacevo. Diceva che avrei dovuto fare sesso con lui.
Ma ho qualcuno – dicevo.
Sei europea – diceva – non sei europea?
Ecco la sua idea di donna occidentale. Ho cercato di evitarlo per il resto della mia permanenza lì. Quell’anno ero diventata quasi razzista e mi facevo ribrezzo per questo.
Parigi è una città divisa in etnie. Si respira aria di battaglia per strada. Tutti pronti ad attaccare e difendersi. Nessuna integrazione.
Nonappena sentissero in che modo barbaro e inesperto tentassi di parlare la lingua loro evitavano di rivolgermi la parola. Dopo una certa ora – le dieci di sera circa – non era troppo raccomandabile uscire. Abitavo nel Quartier Latino, pieno centro, ma dopo le dieci tirava aria strana. Gli arabi in gruppo erano un unico e oscuro organismo delle tenebre. I francesi non ti degnavano di uno sguardo – a eccezione del gruppo del CeaQ, in cui studiavo. Fuori dalla Sorbonne non avevo contatti con alcuno. Mi sentivo inquieta, isolata e folle. Mi perdevo in lunghe passeggiate lungo Boulevard Saint-Germain e Saint-Michel. E poi me ne andavo a Montmartre, dove dei gloriosi anni Venti, di artisti bohémien e misteriosi atelier, non è rimasta che una cattiva imitazione.
Houellebecq è stato profetico – anche se Sottomissione non è il migliore dei suoi libri – ha veduto chiaro, raccontando il clima di tensione che pervade quella città.
Ora chiuderanno le frontiere ovunque in Europa. Proseguirà questa inutile guerra che colpisce quasi solo i civili. Si bombardano e bombarderanno altri civili, scuole, ospedali, in Siria, in Libia e anche dove non sapremo mai. Qualcosa accadrà anche a Roma con questo Giubileo Straodinario – sembra fatto apposta. Una decadenza precipitosa. È proprio il crollo dell’Occidente. E l’abbiamo voluto noi. Perché la fratellanza si costruisce nel tempo con compassione ed empatia. E invece, degne colonie USA – l’Italia e l’Europa intera – siamo capaci solo di calcolare. Il numero delle vittime. Il Pil. L’andamento delle Borse. La guerra serve alla Borsa. Mercati finanziari. Capitali virtuali. Azioni sulle industrie d’armamenti alle stelle. A chi giova questo Isis? A chi fa davvero comodo esista? Chi guadagna dalle Stragi?
Non ho risposte. Solo dilanianti domande. Tra le più urgenti:
CHI ERANO QUELLE PERSONE CHE HANNO PERDUTO LA VITA? VOGLIO SAPERLO!
UNA PER UNA.
I NOMI. LA VERITA’. OGNI SINGOLA ESISTENZA.
CHI ERA? CHE FACEVA?
QUAL ERA IL SUO SOGNO?
Per ciascuno.
E ancora: è giusto scrivere? È giusto continuare a svolgere il proprio compito come nulla fosse? È giusto condividere post su Facebook? O soltanto occuparsi del proprio piccolo inutile quotidiano?
Questa impotenza sgretola e disgrega. Rende vana qualunque azione. Qualsiasi affermazione. Qualsiasi idea o pensiero. È giusto? È davvero ancora possibile continuare a esistere in quanto individui mentre attorno centinaia di persone – senza volto e senza nome – hanno perduto la vita?
E poi c’è un’altra martellante domanda, un ossessionante dubbio:
Perché indire un Giubileo Straordinario? Quante altre stragi serviranno? Quanto altro odio? Quante altre guerre?

© i. p.
Immagine di Luigi Annibaldi

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forse avevo solo bisogno di un paio di amici così ho promesso loro che avremmo conquistato il mondo ma a me il mondo non importava non mi è mai importato avrei voluto solenni battaglie in nome di un ipotetico noi identitario mi sono lasciata scalfire dai giudizi dalla desolazione del quotidiano ho danzato su specchi per allodole e li ho infranti

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è che all’improvviso ti senti solo perso nel nulla siderale del tutto la città cresce cancerogena alle tue spalle su di te contro di te dentro di te ogni giorno perdi il senso nel turbinio dei progetti frequenti gli uffici i caleidoscopi le poste le manifestazioni le ossessioni piazza navona piazza di spagna campo de’ fiori stai lì che ti muovi spasmodico e nulla più ha senso… nient’altro che il movimento stesso e così scivoli nell’oblio dimentichi ciò che credevi di sapere le morti le nascite i matrimoni i divorzi ogni cosa cade nell’oblio della velocità nell’inadempienza del volere dimentichi persino chi sei stato e perché sei qui e quel che è peggio dimentichi il corpo le scopate si susseguono identiche attraversando organi sessuali diversi sei qui eppure sei altrove l’ombra sfumata dell’esserci ti vive addosso senza tuttavia lasciare segni il tempo cancella le cicatrici il tuo corpo è in balia di chiunque chiunque può farti sentire vivo o morto a suo piacimento chiunque può decretare il tuo valore con un sì o con un no e tu non sei nessuno non sei più corpo ma volontà di volere insegui spasmodico l’ultimo ricordo che l’eterno splendore della mente non abbia ancora cancellato in favore dell’oblio frenetico poi un giorno ti guardi allo specchio e sei troppo vecchio per accorgerti di poter invertire la marcia delle tue battaglie non è rimasto altro che polvere dei tuoi lavori legnetti spezzati della tua vita fotografie sgranate che incorniciano un’illusione di felicità ti convinci devi convincerti che sia valsa la pena ma per cosa? per chi? per quanto? fermati respira te lo ricordi il respiro?

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silenzio attanaglia il silenzio perchè hai scelto questa vita? riflettici nessun suono nessun gemito nessun rumore dove sei ora? lentamente il respiro s’impossessa di te ti possiede è altrove la vita maya e atma altrove il tuo io altrove il tuo non io il corpo è ancora vivo sei capace di sentirlo? ascolta la pelle la tua pelle vale più di ogni cosa nella tua pelle sono incastonati gli insegnamenti del passato soffia un vento leggero e puoi toccarti sei vivo puoi accarezzarti come un’amante e restare immobile mentre la notte s’impossessa di tutto

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il vuoto non è oblio ma corpo vivo che pulsa puoi sentirti addosso la storia mentre tutto crolla restare immobile sei ancora capace di restare immobile? non ci sono rifiuti che possano scalfire il respiro quando è saldo e costante e segue il fruscio del vento oltre la città vive l’immenso alberi secolari fiumi laghi oceani ogni cosa pulsa con te in te oltre te la vita vive di se stessa è fuoco e si ciba della distruzione delle sue parti vivi oltre l’incombenza rifiuta l’oblio i lavori forzati gli sfratti le scintille anfetaminiche di un eterno delirio oltre il tuo ruolo c’è un’essenza investe tutte le cose e frantuma la singolarità in un unicum osceno è vita e morte è corpo e soffio è tutto ciò che non si può comprare non ha luogo né tempo né quantità né confini esiste solo se decidi di crearlo ma ti vive dentro nel fondo del corpo è carne viva e plastica materia senza legami non ha bisogno del tempo ma lo ingoia in silenzio e tu lentamente apri gli occhi.

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Evento CARDIOPATICA 2

Performance CONTRONATURA con Manuela Centrone

Testo Ilaria Palomba

Musica Sigur Ros

Video Manuela Centrone

Foto Marco Fioramanti e Giancarlo Capozzoli

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Vermi. Vermi? Vermi. Insetti. Bastardi. Carogne. E questa volta non sto parlando degli esseri umani. Sono stata invasa. Da diversi giorni sul mio copriletto rosso allo scoccare della mezzanotte camminano insetti immondi: una via di mezzo tra mosche, formiche e scarafaggi, hanno delle alette trasparenti e delle zampe che sembrano peli di scarafaggio. Io adoro Burroughs e Kafka ma non vorrei mai trovarmi in nessuna delle loro situazioni.

La prima volta che ne ho scorto un paio ho urlato. La seconda li ho schiacciati. La terza li ho sognati. La quarta li ho sentiti camminare sul mio corpo nudo e penetrare nei miei orifizi. La quinta volta ho telefonato al mio ragazzo urlando e lui mi ha consigliato di andare a comprare una trappola per formiche. Ci siamo dibattuti parecchio su come dire trappola per formiche: place pour les fourmies? Maison pour les fourmies? Maison suona molto: scusi vorrei una maison in stile coloniale. È per lei e la sua famiglia? No, per le mie formiche, che non sono formiche, sono mostri famelici usciti fuori dall’inferno.

La mia casa parigina è un portale per l’inferno.

Scusi mi dà una trappola per zombie? Scusi? Sì. Vorrei un’acchiapparitornanti. Cosa? Non ce l’ha? Vada a farsi fottere. Spero che le crescano piante rampicanti nel deretano e che brulichino di scarafaggi.

Tornata a casa piazzo la trappola per formiche. Loro non sono formiche. Perciò non muoiono. Telefono a mia madre in lacrime e lei dice di aspirare i mostri. Prendo l’aspirapolvere, la stacco dalla base e inizio a inglobare al suo interno tutti quei bastardi.

C’è qualcosa di peggio dell’umano: l’immondo.

Vado a bere un bicchiere d’acqua e a lavarmi i denti prima di dormire, torno sul letto e trovo due cazzo di vermi. Attacco l’aspirapolvere, li risucchio, li spiaccico nei fazzoletti, li ammazzo, li brucio con l’accendino. Vado ancora in bagno per infilarmi il pigiama, torno in stanza e ne trovo dieci, venti, trenta. Cadono dal soffitto, si arrampicano sulle lenzuola, camminano sul mio cazzo di cuscino. Sono brutti, sporchi, neri, con queste schifose alette che poi perdono e lasciano tra le mie lenzuola. Sono venuti direttamente dall’inferno. Dio, perché vuoi punirmi? Quanti uomini mi mandano le macumbe perché non gliel’ho data, Dio, perdonami, ti prego, so che sono stata un’infame bastarda, ma, ti prego, perdonami, io cerco solo di avere rispetto di me stessa, ora, in passato mi sono fatta fin troppo mangiare dagli uomini. Ma Dio risponde che è arrivato il momento per me di farmi mangiare dai vermi. Troppe volte hai paragonato gli esseri umani a dei vermi, dice, e adesso ti tocca farti divorare dai vermi, chissà se poi comprenderai la differenza tra le due specie.

Dio ha il mio volto e mi sorride nello specchio. Sta cercando di uccidermi. Da sempre.

Scappo in bagno con il telefono in mano e telefono a mia madre. Tremo. Sono immobile. Piango.

«Mamma fai qualcosa! Ti prego! Non posso muovermi! C’è l’invasione! Io ora esco e cerco un albergo!»

«’Che sei scema? È tardi. Non uscire per nessun motivo al mondo» fa lei «vai di là e scacciali, sono due moscerini».

Io andrei volentieri di là se solo non avessi questo dolore al petto che s’irradia nel braccio sinistro come elettricità. Dico parole sconnesse. Non riesco a parlare. L’inquilino della porta accanto sbatte i pugni contro il muro e grida di fare silenzio. Io piango. Continuo a ripetere la parola aiutatemi in modo ossessivo. Credo di averla ripetuta millequattrocentosei volte. Le ho contate. La telefonata schizofrenica con mia madre dura tre ore. Poi capisco, comprendo ogni cosa. Eureka. Le sbatto il telefono in faccia, la mando a fare in culo, prendo le chiavi ed esco. Passo accanto al letto e vedo un tappeto di cosi neri viscidi e sporchi che salgono, scendono, cadono dal soffitto, lasciano le loro alette di merda sul mio letto. Scappo.

Una volta in strada tiro un sospiro di sollievo. Ora sì che si ragiona. Fa freddo, ho la nausea e sono le tre di notte.

Raggiungo l’albergo più vicino, su Rue Vallette ma è chiuso. Telefono al mio ragazzo, lo sveglio. Lui domani mattina alle 8 ha lezione in una scuola media ma in questo momento non me ne frega niente.

«Perché cazzo di motivo non sei qui con me? cazzo!»

Gli grido cose al telefono e lui cerca di tranquillizzarmi. Entro in un hotel, in lacrime, chiedo se hanno una stanza, dicono di no. Entro in un secondo hotel: tutto pieno. Entro in un terzo, un quarto, un quinto, al sesto hotel tutto pieno dico di avvisare la polizia perché non so stasera che può succedermi. Scorgo nel viso arabo dell’albergatore una nota di sgomento che gli curva, come una piaga, il mento. Guardo meglio: è un verme.

L’albergatore mi dà un libricino dove ci sono tutti gli hotel di Parigi, mi dice di chiamare. Io tremo, esco, ringrazio, sentenzio in barese. Richiamo il mio ragazzo e butto il libretto per terra.

«Non c’è la polizia vicino casa tua?» fa lui.

Eureka bis. Vado dalla polizia. Loro hanno il dovere di aiutarmi.

«Fammi sapere, amore, non sto tranquillo se non mi dici come va a finire ‘sta storia».

Io voglio che lui sia qui adesso.

Arrivo davanti alla centrale di polizia. Vedo attraverso un vetro un uomo al computer. Busso. Niente. Busso due volte. Alla terza bussata si volta e mi dice, distratto, di fare il giro. Sto tre ore ingessata come una pietra e non so dove andare. Poi capisco e faccio il giro dell’isolato. C’è un custode, parlo con lui, gli spiego tutto. Mi sento un’imbecille: la gente va dalla polizia per denunciare furti, scomparse, violenze, omicidi. E io: no, sono stata derubata, confiscata, violentata e uccisa dagli scarafaggi. No, sa, è che io sono un’amante di Burroughs, è per questo, per me loro hanno un progetto panottico di sterminio della razza mestessa.

Lo sbirro impietosito mi fa entrare in centrale, mi dice di chiedere se hanno un posto per farmi dormire lì. Entro. C’è una tizia losca, nera con i capelli corti arancioni, un cadavere di donna, eroinomane, credo, si trascina per la stanza. Ha gli occhi a palla e una vita larga quanto un mio braccio. Sembra una che è stata violentata. Vado a spiegare tutto agli sbirri. Mi dicono di aspettare.

«Ha delle armi?» domanda uno.

Se avessi avuto delle armi, secondo te, sarei scappata via di casa per dei fottuti insetti di merda?

Sto zitta. Ingoio la rabbia che mi cresce dalle viscere.

«Madame? Vous avez une cigarette?» mi domanda il cadavere.

Le do la sigaretta. Mi chiede di accendergliela. Gliel’accendo. Gli sbirri sentono puzza di fumo e iniziano a urlare. Una sbirra esce fuori dal gabbiotto e dice al cadavere di non rompere i coglioni.

Il cadavere si stende sulla panca dicendo che deve dormire. Si stende con movimenti da eroinomane.

«Madame» mi fa ancora «vous mes pourrais aider?»

Vuole che le slacci un bottone del vestito, le dà fastidio.

«Sei sicura? Non è che poi ti cazziano?» le chiedo.

Fa cenno che è tutto tranquillo. Mi alzo dalla mia panca, metto le dita sulla chiusura lampo del cadavere, sento le ossa della sua schiena, quasi senza pelle, solo ossa. Allento la lampo. Il cadavere si spoglia. Resta con quelle due mammelle strette e aggrinzite di fuori. Sembra un dipinto di Schiele. Mi fa pena. Compassione. Non so nulla di lei ma vorrei poter fare qualcosa. In realtà forse lei non si accorge neanche di soffrire, la disperazione a volte non la senti, quando è troppa, diventa routine, neanche lo sai più di essere disperato. Il cadavere denudato viene sgridato, preso, ammanettato e chiuso da qualche parte. Ne carpisco le grida.

Un uomo mi dice che la stanza per me è pronta. Lo seguo lungo un corridoio. Mi mostra una cella. Grumi di polvere a terra un materasso di plastica gialla lercio buttato dentro un incavo quadrato nel muro che forse loro osano definire panca. Un cesso e una doccia senza porta. Chiudo la porta alle mie spalle. Mi infilo il giubbotto con tanto di cappuccio e mi stendo sul lercio del materasso. Dall’altra stanza provengono grida.

C’è una fessura nella parete verde da cui escono dei fili elettrici, vi scorgo qualcosa di viscido, non oso controllare cosa sia. Ho freddo. Tremo. Non dormo. Parlo al telefono con il mio ragazzo. Non piango. Parlo con lui fino alle sei di mattina. Poi mi addormento. Alle sette mi svegliano. Fuori da quella fessura c’è una creatura nera vermiforme che striscia verso di me. Mi alzo di scatto. Ho freddo, una faccia pallida con occhiaia tipo bucce di mela marcia, i capelli di una fuoriuscita da manicomio, lo sguardo di una serial killer. Esco. Ho freddo. Fisso la gente come se volessi ucciderla. Vado in un bar, ordino un cappuccino che fa schifo e per giunta ho beccato anche l’unico bar parigino che ha anche i croissant che fanno schifo.

Vado in agenzia, quella che gestisce la casa in cui risiedevo fino a ieri, quella che ho gentilmente lasciato ai vermi. Vado in agenzia e dico a quelle due anatroccole idiote che ho bisogno di un’altra sistemazione, che la cosa è diventata grave, che sono passata ieri ma nessuno ha voluto ascoltarmi, era tardi e dovevano chiudere. Dicono che loro non possono fare niente.

«Stanotte ho dormito dalla polizia, e se voi non risolvete il mio problema, loro potranno fare molto» dico.

Aspetto il capo dell’agenzia, nel frattempo riesco a trovare un albergo che ha una stanza libera.

Vado con il capo dell’agenzia a prendere le cose necessarie alla sopravvivenza di stanotte. Lui entra in casa e vede lo schifo di tappeto di vermi sul letto. Trattengo la nausea.

Lui dice che sono formiche. Vuole fare la disinfestazione per le formiche. Quelle non sono formiche, cazzo, non sono così brutte e grosse le formiche.

Torno in albergo. Mi faccio una doccia. Finalmente crollo su un letto pulito. Socchiudo gli occhi, sto per dormire quando sento qualcosa camminarmi lungo la gamba destra.

© Ilaria Palomba
Foto di Luigi Annibaldi

IO E I CARDIOPATICI IN RADIO

I CARDIOPATICI DESTABILIZZANO E SCANDALIZZANO RADIO CITTA’ FUTURA (ascoltaci cliccando qui, siamo nella seconda metà della trasmissione Carta Vetrata)

Foto di Melchiorre Carrara

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