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Monthly Archives: maggio 2012

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“Mi è arrivato stasera il romanzo, ne ho letto le prime quaranta pagine e ora vado avanti… Il mio scrittore preferito è Bukowski, e ti dico sinceramente che fin’ora, per lo stile crudo e molto scorrevole, e anche in certa misura per le argomentazioni trattate, sei l’autrice che si avvicina di più a lui. Ti dirò cosa ne penso complessivamente quando ne avrò terminato la lettura”. Fabio Forma (scrittore)

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Mentre scrivevo Fatti male la odiavo, la odiavo perché faceva di testa sua. Avrei voluto dirle di smetterla, il suo atteggiamento era irritante. Avrei voluto obbligarla a lasciar perdere Marco.

Ero seduta a un tavolo della biblioteca di San Luigi dei francesi, ero andata lì per studiare grammatica francese ma avevo con me anche il computer. Lo stomaco brontolava e avrei messo volentieri qualcosa sotto i denti, sarei andata a Piazza Navona, mi sarei seduta ai bordi della fontana del Bernini e avrei guardato i pittori sgranocchiando un trancio di pizza. Però ero lì dovevo studiare, avrei acceso il computer giusto un attimo, per appuntare un’idea e poi avrei cominciato a studiare,  me l’ero promesso, dovevo tenere il culo incollato alla sedia.

Quindi accesi il computer, sentivo passi di persone che entravano e uscivano dalla biblioteca, voci di donne in francese e in italiano. Per aiutarmi a trovare la concentrazione presi la USB dallo zaino e m’infilai un paio di cuffie. Nei timpani le note di People are strange dei Doors.

Non staccai la testa dallo schermo, cominciai ad appuntare l’idea e prima che potessi separarmene lei mi travolse. Stella mi trascinava in luoghi e situazioni che avrei volentieri evitato. Io sapevo tutto di Marco, sapevo fino a che punto potesse essere bastardo, ma lei non voleva ascoltarmi. Non facevo nulla, li guardavo agire e scrivevo. A tratti piangevo ma quando io piangevo lei tirava fuori una delle sue frasi ciniche oppure si metteva lì a fissarmi con quel fare strafottente da diciannovenne drogata, incrociava le braccia e sussurrava: patetica.

Mi sforzavo di mettere le parole una dietro l’altra come piccoli passi attraverso i quali cercavo di allontanarla da lui. Marco mi guardava di traverso dall’interno del monitor, sghignazzava, lo sguardo gelido, le mani in tasca. Mi sputava in faccia, mi diceva che non avevo capito un cazzo, che tanto lei sarebbe caduta, sarebbe caduta sempre più in fondo e non avrei potuto fare nulla.

Ero a Roma ma all’improvviso mi trovavo in Puglia. Mi trovavo catapultata in questi vicoli e garage che puzzavano di crack. Mi trovavo a ballare techno hardkore in casolari abbandonati nel cuore della Murgia. Mi trovavo immersa tra Marco e Stella, Alberto, Lory, Tina, il Ganzo, e tutti gli altri. La musica la sentivo nella pancia. Vedevo Stella sparire dietro un muro scalcagnato spruzzato di murales rosso rame. Vedevo Stella sparire con Marco. La seguivo con gli occhi. Andavo lì, le gridavo:

–          Scappa, Stella, scappa

Ma lei mi rispondeva alzando il medio.

Li raggiungevo e c’era Marco con le dita dendtro gli slip di Stella.

–          Farai tutto quello che voglio – le ordinava.

E lei annuiva come una stupida. E  io ero lì che sentivo tutto addosso come chiodi che ti entrano nella pelle. Ero lì e mi mettevo tra loro come un muro, a braccia aperte, cercavo di dividerli. Me la prendevo con Marco, gli dicevo che avrei impedito che facesse di lei ciò che voleva: io so chi sei, dicevo. Stella ingoiava pasticche e aveva dei lividi sulle braccia.

–          Guarda cosa le hai fatto! – dicevo a Marco.

Lui mi fissava, con quello sguardo gelido, le labbra socchiuse, quel suo modo di fare da fashion techno raver.

–          Io non le ho fatto nulla – diceva.

Stella rideva, stendeva righe di emmeddì sul muretto scalcagnavo. Marco le infilava ancora la mano nei pantaloni, glieli abbassava perché potessi vedere tutti i lividi che aveva addosso. Gli dissi che l’avrei cancellato dalla mia storia. Stella sollevò lo sguardo tirando su con il naso, dopo essersi fatta l’ultima striscia.

–          Non puoi cancellarci, – disse sfatta – non potrai mai.

Staccai le dita dal computer ed ero di nuovo a Roma, la luce era cupa, gli scaffali di legno della biblioteca, erano immersi in una penombra che non lasciava distinguere titoli di libri e film. Sollevai lo sguardo e vidi una ragazza seduta di fronte a me, aveva gli occhi scuri, degli anfibi neri poggiati sul banco, una maglietta a righe bianche e nere le lasciava scoperta la pancia. Aveva un livido sul ventre grande quanto una pallina da tennis. Anche lei mi guardò, la riconobbi. Alzò il dito  medio mentre le labbra ciancicavano qualcosa, forse una gomma, forse una pasticca. Abbassai lo sguardo e ripresi a scrivere.

I personaggi sono così: finché non li finisci ti tormentano.

Provata da una nottata di baldoria, leggo un estratto da “Fatti male”.

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Ho visto per la seconda volta Sandrine nella pioggia di Tonino Zangardi, questa volta in un cinema: CINEMA FILMSTUDIO di ROMA ( Trastevere). Un film come non se ne vedono da anni nel cinema italiano. Un’attrice mozzafiato per bellezza e bravura, Sara Forestier, una sceneggiatura da brivido, una fotografia di serie A e, soprattutto, una storia emozionante e coinvolgente trattata in maniera originale.

Lui (Adriano Giannini) è un poliziotto. Lei ha il viso di un angelo o di una bambola assassina, entra nella sua vita poco per volta, misteriosa come una visione, il volto coperto da un ombrello rosso, una sensualità inquietante come qualcosa di fragile che va protetto e insieme un’arma affilata che potrebbe distruggere ogni cosa.

Lui è uno sbirro, la sua vita è fatta di violenza, ma una violenza socialmente accettata, una violenza che deve mettere in conto gli incidenti sul percorso. Uccidere una persona per sbaglio durante una sparatoria non può che essere uno dei rischi del mestiere. Da un lato c’è questo utilizzo normativo della forza, delle armi, di quel ruolo sociale che possiede e che fa di lui un protettore della legge, dall’altro un amore stabile e sicuro, di quelli che poi si concludono in un matrimonio, una vita segnata, precisa, una vita che non contempla infrazioni.

Eppure lui non è uno sbirro qualsiasi, un incidente sul percorso può diventare l’inizio di una crisi totale, una messa in questione di se stessi, del proprio amore, della propria esistenza nel suo insieme. A perpetrare la crisi e farlo cadere in un universo sotterraneo, visionario, pericoloso, a insinuare il dubbio e ad accrescere il vuoto interiore, c’è lei: Sandrine, questa donna misteriosa con un passato da dimenticare, accompagnata dalla pioggia e dalla tempesta.

Ed è una tempesta, un turbine, un uragano interiore, a travolgere Leonardo e a scaraventare la sua vita in una caduta verso il sottosuolo. Una tempesta guidata da curiosità, dal desiderio maledetto e chimerico di qualcosa che non ha. Il dubbio che cresce dentro e va a insinuarsi negli anfratti quotidiani del vivere, l’incontro con una vita così diversa, la sensazione che la verità non sia quella che gli hanno insegnato sin’ora a colpi di manette e pistole. Lo sguardo verso questo regno del sottosuolo, del degrado della follia. Una città dipinta con toni lynchiani e l’oscurità interiore, incontro di eros e tanathos, che fa della scoperta una perdita, del desiderio una forma di morte, della ricerca dell’ignoto un’ossessione.

Leonardo si troverà al bivio estremo tra amore e desiderio, tra normalità e pazzia, tra permesso e proibito, un bivio dal quale non si può tornare indietro, mai. Tenuto d’occhio come un bambino dal suo capo nonché fratello della sua promessa, ogni sbaglio, ogni errore, ogni deviazione sul percorso netto e prestabilito, gli costerà caro e lo condurrà in un luogo oscuro della vita e della propria anima, dove ogni certezza abbandona in vista di una caduta libera verso il regno infinito delle umane possibilità.

Sandrine è lì, a guidarlo,  nella fuga estrema dai sentimenti, quelle cose viscide e dense nella pancia, che fanno male, dilaniano e trafiggono, come piccole lame dentro la pelle.

È stata la vendetta a farli incontrare ma la vendetta non basta, la carne trionfa, la carne sopra lo spirito, la carne sacra dei tradimenti e delle speranze. Il desiderio tragico, come qualcosa di scritto nelle stelle, li unisce e li divide, perché un uomo e una donna destinati a incontrarsi ogni volta e ogni volta perdersi, non sono un semplice uomo e donna, sono archetipi, sono Cristo e Maddalena, sono Eros e Psiche, sono Orfeo ed Euridice. Non si può vivere la passione estrema senza perdere qualcosa di importante: la ragione, gli affetti o il senso dell’esistenza.

Tutto finisce, dice Sandrine, e di ciò che non finisce prima o poi ci si stufa.

http://www.youtube.com/watch?v=ojzLL87V7Vs


(foto di Luigi Annibaldi)

 

Fumare una sigaretta sul balcone, ascoltare il rombo delle auto sulla Colombo, scrivere i nomi delle persone e poi cambiarli, scrivere le storia che io immagino abbiano, vivere come se tutto dovesse distruggersi.

Scrivere è una forma di profanazione. Sono qui seduta e aspetto, a volte mi sento troppo diversa dal resto del mondo, non so se una persona così diversa potrà mai essere ascoltata se non con le cattive.

Seduta alla scrivania mentre la pioggia sporca i vestiti sullo stendi panni, la voce un po’ cupa per via delle sigarette e dell’asma, lo stomaco pieno. Sto parlando con uno spettro. Dico che scrivere è una forma di profanazione, anzi, di stupro. Lo dico perché so quello che ho fatto. Ciò che ho fatto è gravissimo, imperdonabile: ho preso dei volti e dei nomi, li ho stravolti e ne ho inventato storie. Per questo merito la forca. Ne sono consapevole. Ho rubato esistenze e le ho trasformate in altro. Sono una sadica, ma, sapete una cosa? Mi piace. È ciò di cui vorrei vivere.

Sono seduta s’una sedia in plastica e gomma gialla, il mento poggiato alla scrivania nera. Una pila di piatti mi attende nel lavabo, una massa di vestiti neri sul letto ancora disfatto, il telefono squilla imperterrito ma non mi muovo. Sto parlando con lei, e se mi sforzassi, potrei addirittura vederla, a volte mi somiglia così tanto da fare schifo, e io spero non mi costringa a vedere altro, a fare altro, perché sin’ora ho già visto fin troppo.

Mi parla attraverso le lettere, scrivo il suo nome mille volte e mille volte lo cambio. Un flashback mi riporta indietro, come una molla che si spezza e inizia a perdere pezzi, il mio corpo rimpicciolisce, poggio il gomito sul banco, la guancia sul palmo, lo sguardo sugli ulivi fuori dalla finestra mentre l’insegnante disegna numeri sulla lavagna.

Mi volto verso la mia compagna di banco e mi accorgo che ha il mio stesso volto ed è vestita come me: jeans e maglietta, ha una coda bionda e mi fissa dritto negli occhi. Profuma di talcoboro.

L’insegnante ha i capelli lunghi e lisci, le labbra larghe con un rossetto arancione: vedo le sue labbra allargarsi, il gesso stride sulla lavagna, le palpebre si abbassano sotto gli occhiali e pronuncia il mio nome.

Mi chiede se so ripeterle la tabellina dell’otto. Non mi lascia il tempo di rispondere: scendi dalle nuvole, dice. Da quel momento in poi saranno in molti a dirmelo.

L’altra bambina si alza in piedi e va alla lavagna. Fa una figuraccia: tutto ciò che scrive è un errore e tutto ciò che dice non ha senso. Alla fine è stata lei a prendere un’insufficienza al mio posto. Sono scappata, l’ho cercata ma non l’ho più vista per diverso tempo.

Poi, una notte a Sant’Andrea l’ho vista parlare con dei ragazzi, avevo dodici anni e suppongo che anche lei avesse la mia stessa età. C’era quella brezza agostina che faceva il solletico sulle braccia, il profumo del mare quando è notte. Io ero sulla scogliera con un amico, era la notte di San Lorenzo e guardavamo le stelle che sembravano lanterne appese al buio, lei era giù in spiaggia, non riuscivo a distinguere i suoi tratti ma qualcosa mi diceva che fosse lei. Era lì giù, sola, con quattro ragazzi, il rumore delle onde copriva le loro parole, desideravo scendere in spiaggia e dirle di stare in guardia, che di quei quattro non c’era da fidarsi, ma stavo con un tipo e appena misi il primo piede sulla scaletta di legno lui mi chiamò e mi disse di restare con lui a guardare le stelle cadenti. Avevo un rametto incastrato tra i piedi che arrossava lo spazio tra due dita, mi sporsi un po’ dalla scogliera per vedere di cosa si trattasse, il rametto mi fece perdere l’equilibrio e il mio amico dovette scattare come un razzo per acchiapparmi. Una volta tra le sue braccia il bacio andò da sé. Le nostre lingue danzarono a lungo nel palato come due serpenti che s’intrecciano, avevo un sapore diverso tra le labbra e una lacrima bloccata sotto gli occhi, per un attimo mi mancò il respiro. Qualcuno là sotto urlò ma non appena provai a sporgermi ancora, il tipo mi trascinò via e tornammo verso il viale alberato. Tra il mio primo bacio e il suo, immagino ci siano state delle grosse differenze.

Dopo quella volta sparì ancora per diversi anni. Poi, un giorno, sul treno vidi salire una zingara che per certi versi le somigliava, sarei fuggita da quella visione, sarei fuggita lontano perché le sue guance scavate e il manico di scopa, chiamato corpo, con cui si reggeva in piedi non erano esattamente ciò che avrei desiderato per lei. Avrei voluto donarle tutta me stessa e invece le diedi solo un biglietto per Trani. Quel giorno era Iris, era Iris più di chiunque altro al mondo, diventò un disegno e poi un avatar, poi una semplice voce senza corpo. Cominciò a sussurrarmi delle parole, la notte. Scrivevo poesie, ma non erano mie quelle parole, erano sue. Cominciò a raccontarmi storie, pregandomi solo di riportarle fedelmente su carta. Pregandomi solo di questo.

La incontrai nella metropolitana di Parigi, a quattro fermate dalla mia e tutto si fermò. Non andartene, la pregai, senza di te, io non sono niente, le dissi. C’incontreremo ancora, mi disse, c’incontreremo per l’eternità, ma ricorda, tutto ciò che immagini, io l’ho fatto, tutto ciò che penserai, io lo subirò, tutti coloro che ti tradiranno, io li massacrerò. Prima di andar via mi disse un’ultima cosa: ti diverti? La osservai con gli occhi a punto interrogativo. Sorrise. Schiacciò il tasto per aprire le portelle della metro. Divertiti, disse. La vita è fottutamente magnifica. Anch’io amo distruggermi, ma per lo meno mi diverto nel farlo. Detto questo mi abbandonò. La vidi sparire dietro i tabelloni pubblicitari della fermata Cluny.

Cominciai a scrivere un romanzo, lei parlava nelle mie orecchie anche se non potevo vederla. Adesso mi chiamo Stella, diceva, e ti racconterò la mia storia. Fatti male scrivendola, io me ne sono fatta nel viverla.

 

 

 

© Ilaria Palomba

Credo che curriculum e biografie siano quanto di più futile esista al mondo: siamo davvero la somma dei nostri successi? Io potrei essere anche solo una frase, un punto messo in un modo piuttosto che in un altro, un ricordo, qualcosa che deve essere superato. Potrei essere oggi ciò che domani non comprenderò, potrei essere stata già vecchia, una volta, e potrei diventare bambina, un giorno, con un certo impegno.
Un blog significa darsi al flusso del mondo con la velocità di cui è propria la rete. Un blog significa che oggi sono esattamente ciò che ho postato, sia esso uno stralcio di film, un aforisma, una canzone. Oggi potrei essere musica techno ossessiva, domani
L’inverno delle Quattro Stagioni di Vivaldi, domani ancora, il silenzio.


Adesso mi sento una bambina che abita in Via Alghero a Canosa di Puglia, sono le 15:42, il sole batte a picco sugli albicocchi, un gatto tigrato tra le mani, accovacciata in un giardino pieno di margherite. Fuori, per strada, dei ragazzi parlano in dialetto pugliese e si nascondono tra i cespugli mentre fumano. Dalla finestra che dà sull’ingresso di casa si sente
La canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè ma io sono troppo concentrata sul mio gatto tigrato, e sul suo pelo soffice, per accorgermene. Gli accarezzo il capo e lui si stende sui miei piedi scalzi e li fa vibrare tutti. Lo invidio, mentre lo accarezzo: lui non ha bisogno di altri per sopravvivere, oggi è tra le mie braccia e domani chissà dove, a cercare prede, a cercare posti che non conosce. Lui ha sette vite, io forse solo questa. Domani mi sveglierò, sarà il mio primo giorno di scuola, il mio gatto non ci sarà più.


Un giorno mi sveglierò nel giardino della Tour Eiffel con cinque amici che come me dopo la maturità hanno deciso di fare un viaggio all’avventura senza un soldo in tasca. Dopo sei anni mi sveglierò un’altra volta a Parigi, vicino al Pantheon, percorrerò Rue Vallette, con il centro copie e il ragazzo che ogni mese deve stamparmi un biglietto per l’Italia, il bar Zig Zag con tutti quei tavolini all’aperto anche d’inverno, pieno di studenti che leggono o lavorano al computer, ignoro che sia proprio lì che andrò a studiare i pomeriggi. Percorrerò la strada di fretta per raggiungere l’università e ci sarà l’arabo che sforna baguette ripiene e mi saluterà ogni volta sperando che ne compri una. Guarderò di sfuggita la libreria Pier Brunette di cui non avrò mai il piacere di conoscere il proprietario, Place Maubert, con il mercato, tutti quegli odori di pane caldo e formaggio e vestiti usati. Arriverò su Boulevard St Germain scavalcherò un clochard e andrò dritta fino all’ingresso della Sorbonne.


Una di quelle notti parigine la trascorrerò al fresco e non per aver infranto la legge, almeno non questa volta. Mi sdraierò s’un materasso grigio e lercio, sopra una panca di cemento, mentre nell’altra stanza stanno picchiando una tossica perché si è spogliata nuda e si è accesa una sigaretta. Stramaledirò Parigi e la mia solitudine, l’aver preferito il carcere a una casa piena d’insetti.


Un altro giorno ancora mi sveglierò a Roma e rimpiangerò i miei diciotto anni, i viaggi in autostop, le notti all’addiaccio con amici mezzi punkabbestia, e le nottate in spiaggia a ballare per ore che sembrano eternità e innamorarsi di chiunque ma solo per gioco. Un giorno rimpiangerò la solitudine parigina e stramaledirò gli anni e i ruoli sociali e avrò qualche difficoltà ad accollarmene uno.


Un giorno vedrò il mio primo romanzo: Fatti male, sugli scaffali delle Feltrinelli e benedirò tutte quelle notti tra sigarette e crisi di panico a scrivere, a cercare seguiti, a parlare con persone o personaggi immaginari, a ricordare vissuti e inventarne di nuovi, e non sapere mai dove sia la linea che separa il mio mondo dalla realtà, o saperlo benissimo che è l’immaginazione a creare la realtà.


Ma ora io tutto questo non posso saperlo, perché ora io sono quella bambina che gioca con il gatto tigrato e non vuole che lui fugga, e non vuole andare a scuola il giorno seguente. Ora non lo so ma un giorno forse mi sveglierò e sarò quel gatto, potrò andarmene a zonzo senza pensare a nulla se non ai miei istinti, avrò sette vite e guarderò negli occhi una bambina, mi godrò le sue carezze sul pelo che si farà sempre più liscio. Il giorno dopo me ne andrò dal giardino di margherite in via Alghero. Me ne andrò lontano. Senza zaini, senza ruoli, cercherò un po’ di latte, magari un pesce e una gatta tigrata. Cercherò e sarò fuori da una Feltrinelli, vedrò un paio di gambe umane camminare, alzerò lo sguardo e vedrò un libro con la scritta Fatti male, tra le loro braccia, naturalmente la scritta non la leggerò ma in quel momento sentirò un brivido sulla nuca. E poi ricomincerò a vagare.