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Tag Archives: amicizia

ilacampagna2

Accompagnavo Eli a cogliere i pinoli, guardavamo le bocche del sole tra le fronde, aghi nelle pupille. Eli aveva occhi grigi bistrati di nero, labbra sanguigne, efelidi sul principio del naso e sulle gote, fossette agli angoli della bocca. Portava minigonne da urlo, Tshirt scollatissime e catenelle di metallo dalla nuca alla gola. Sollevava lo sguardo, nei tratti del volto un altro volto, maschera di belva.
Eli aveva visto. Sul ballatoio. Il padre fuggire. La madre schiantarsi di schiena contro la parete ruvida e bianca. Strappare i fiori dal roseto. Ferirsi con le spine. Tutti i petali frantumarsi nella luce. Aveva mani lunghe e screpolate, la mamma di Eli. Ci piaceva guardare le unghie rosse sbrecciate di bianco innaffiare i vasi di rose e orchidee.
Non era l’assenza del padre quanto quell’immagine. L’immagine dei petali frantumati nel sole. Lo stesso frantumo spaccava la pelle.
Coglieva i pinoli dal bordo dei tronchi, Eli. Li teneva con le mani a giumella e si macchiava, i palmi, le dita. Ne coglievo in gran quantità e mi rimproverava quando ne lasciavo cadere. Si chinava a raccoglierli. La maglietta gialla veniva su. Lembi di addome scoperti. Una rastrellata di sangue rappreso.
Cos’hai qui?
Non toccare.
Scherniva con occhi velati. E cercavo di tenerle la mano. La scaraventava altrove.
Chi ti ha fatto questo?
Sta lontana da me.
Un’unghia feroce sulla pelle. Avambraccio ferito. Aveva le unghie di sua madre, Eli, e non me n’ero accorta.
Camminando la gonna le lasciava scoperta una costellazione di lividi tra le cosce. I tacchi degli anfibi scricchiolavano strofinandosi l’un l’altro.
Perché ti fai del male?
Si accostò. Mi guardò con occhi di avvoltoio prima di dilaniare la sua carne. Una mano sul petto, quasi a volermi strappare le vesti.
Ti sei mai chiesta, Gemma, perché veniamo qui ogni giorno a prendere i pinoli? Ogni giorno alla stessa ora.
Silenzio.
E ti sei mai chiesta perché tu sia vestita da bambina e io da donna?
Silenzio.
E Ti sei mai chiesta che cosa significhi non avere un padre?
Silenzio. Uno sguardo. L’abisso.
Tu ce l’hai, un padre. È lontano ma ce l’hai.
Perché continui a frequentarmi?
Silenzio.
Indietreggiai. E vidi anch’io, per la prima volta, quei petali. Petali di rosa frantumati dalla luce feroce del sole d’agosto.
Eli fece altri tre passi. Si voltò a sorridermi in un ghigno maldestro. Svanì dietro i cespugli prima del mare.
Seguivo le orme. E dentro c’erano i giorni insieme, bambine, nella sabbia. Gli inverni dietro le finestre di casa sua, quando la stufa era rotta. Il freddo e gli abbracci. La madre che entrava. E avevamo paura dei suoi occhi. Senza luce. Ci portava il te’ all’arancia, ne sentivamo l’aroma da lontano. Entrava e tentava di sorridere, aveva dolce la voce, sussurrando, diceva bambine state bene. E lei stava male, le guardavamo gli occhi. Doveva essersi persa. In un giardino innevato. Alla finestra le lampare ghiacciate dal gelo. E nella stanza solo il fiato di Eli sul mio, in quell’invenzione di bacio.
Sedici gradini a piedi scalzi per spiarla. Restava impietrita, raggelata, nel vestito bianco, nello sguardo ai muri. E quando il padre tornava si consumava tra loro il rito della banalità, mille parole mute. E lei altrove, ma dove? Dov’erano quegli occhi che il sogno trasse in inganno? Dove le movenze antiche dall’incarnato pallido? Dove l’anima gentile e guerriera di un tempo? Qualche ciuffo bianco nella lunga chioma. E lo sguardo degli spettri.
Seguivo le orme e nelle orme c’era il riflesso del sole in frantumi. Quei petali. Sulla roccia. I pinoli. Petali di rose e pinoli a tracciare un sentiero fino a Eli. Dondolava sull’orlo del precipizio, graffiandosi l’addome. Lasciava dondolare una gamba nel vuoto. Cinquanta metri sul livello del mare. Le cose lì giù erano insetti. Puntini. E lei, spalancava le braccia e chiudeva gli occhi. Aveva nel corpo il corpo della madre.
Non puoi! – gridai forte – Non adesso. Non puoi. Non farlo.
La voce da grido si fece caverna.
Eli si voltò. Aveva negli occhi la furia degli avvoltoi, e l’innocenza dei cerbiatti.
Si voltò e si mise a sedere sull’orlo del precipizio. In bilico. Sussultai.
Ho tracciato un sentiero, di modo che possa vedere tutto. Di modo che possa raggiungermi proprio qui. Ho tracciato un sentiero. E non posso far altro che seguirlo, io stessa, fino in fondo, fino al vuoto.
La vita va avanti, Eli, va avanti. Le persone ci passano accanto e ci portano via pezzi di noi, ma la vita va avanti.
Sì, incontreremo altri, che ci porteranno via altri pezzi. Mio padre si è portato via la sua anima. A cosa serve un corpo senz’anima? Non esiste null’altro che sconfitta. Bisognerebbe arrendersi al nulla. Anche le persone convinte di essere nel bene, di essere nel giusto, o addirittura di essere felici, vivono solo una stupenda illusione. Tutto crolla. A volte le cose crollano perché le fondamenta sono labili. Si frana irrimediabilmente. Essere in cielo o nel baratro, in fin dei conti, non fa alcuna differenza. Forse sarebbe meglio non costruire nulla. Errare nella notte respirando aria buona, quando tira. E per il resto cercando di non farsi avvelenare dalla polvere. Siamo polvere. Tutto è polvere. Niente esiste sul serio. In fondo cosa cambia. Se guardi a fondo una cosa, questa smette di esistere in quanto cosa. Se ti concentri su una faccia, a poco a poco perde la dignità di faccia e diventa un tripudio di pelle e pori e nei e piccoli sfoghi e quant’altro. Di base vediamo negli altri ciò che sta dentro di noi. E neanche poi così a fondo. Anche in noi non c’è null’altro che illusione. Se analizzi un comportamento o una pulsione fino al limite diventa assolutamente inconsistente. Se arrivi a meditare profondamente sul tuo stesso desiderare o temere, gli oggetti stessi di desiderio e paura svaniscono e forse anche il desiderio e la paura. In un modo o nell’altro arrivi alla Grande Indifferenza. Indifferenza alla vita. Indifferenza alla morte. Indifferenza a sé stessi. Agli altri. Alle tragedie del mondo. All’uomo che muore. Al dolore di una madre. Questa indifferenza, Gemma, è uno scudo ma anche una malattia. Questa indifferenza rende inconsistente il varco tra bene e male, vita e morte.
Mi avvicinai, le scrutai le mani nere di pinoli. Con le dita raccolsi le sue. Mi guardò e non era più avvoltoio né cerbiatto ma uccello.
Chiusi gli occhi.
Salto con te.
E lei fece un passo indietro.
Non puoi, devo prima insegnarti a volare.

 

© Ilaria Palomba

4 - performance fonderia 900 7

Prima di iniziare con le cose serie preferivi lasciarti abitare dai dubbi lasciarli fluire nel piano d’immanenza alla fine avresti potuto diventare altro te lo dissi una notte quando ce ne stavamo sole senza uomini era bello lasciarsi scivolare in quella specie di solipsismo solipsistico dove io ero lo specchio tu eri lo specchio dello specchio ci vivevamo insieme in questa specie di simbiosi poi non era simbiosi era un guardarsi attraverso attraverso attraverso attraverso finestre arse tra gli astri e il cielo nell’abisso nella fune avevo sognato te bambina quando avevi paura degli occhi degli altri avevo sognato te che non sapevi districarti da tutte le parole che venivano a martellare martellare avevo sognato te nel dipinto di Munch eravamo noi l’Urlo di Munch l’Urlo di Ginsberg settantasette volte ripetute nel riflesso dovevamo imparare a danzare danzare danzare sulle superfici la profondità era solo una superficie l’abisso era il cielo il corpo era l’anima ogni cosa avveniva capovolta sapevo mentre ti guardavo sapevo che avresti fatto molta strada mentre io sarei rimasta a guardarti all’ombra di un tiglio in una campagna che era simile alla tua casa d’infanzia lo sapevo che avresti saputo sfruttare le condizioni favorevoli piegare il caso incarnare il caos lo sapevo mentre io non riuscivo a parlare e più mi trovavo a un passo dalla vittoria più indietreggiavo e sapevo che saresti stata capace di tenere tutti in una mano i fili delle vite degli altri mentre io precipitavo da tutti i grattacieli mentre io cadevo nell’indistinzione romantica di un grido tu avresti retto i fili della ragnatela che unite ci teneva per i piedi per la testa a nervi tesi tesissimi oltre l’orizzonte degli eventi io ti guardavo fiorire mentre sfiorivo ti sentivo crescere in potenza lanciarti sopra tutti gli specchi frantumarli e con loro l’immagine svaniva racchiusa nell’afflato del vento d’inverno io sapevo tu eri l’estate io l’inverno ci guardavamo distanti crescendo in due differenti angoli del tempo e tu pubblicavi libri aprivi tutte le porte vivevi nella leggerezza effimera dell’istante mentre io pesantissima precipitavo non parlavo mi lasciavo usare cadere cadere cadere non sapevo chiedere dovevo solo dare di me ogni molecola un dono che nessuno vuole e tu li tenevi tutti per le palle tutti per le palle tu entravi in sedici stanze con un nitore chiarissimo degli animi facevi mambassa dei corpi macerie con uno sguardo potevi prenderti tutto e io in uno sguardo tutto avevo donato di me non restava respiro contavo i giorni che mi separavano dal giudizio di dio mentre tu calpestavi ogni sentiero e lo mandavi in rovina alla fine eri il paradiso io l’inferno di fuoco inscalfibile per quanto sapessi giocare con le macerie del tempo giocare stava tutto lì il segreto potevi divorare brandelli di vita senza crucciarti della morte degli altri potevi infischiartene del frastuono del tempo senza caracollare tra le intercapedini della rivolta potevi mascherarti mille volte perché io potessi mille volte riconoscerti ma non potevi guardarmi negli occhi io che non possedevo maschere io che mi lasciavo deglutire dagli sguardi del dolore io che donavo ogni istante di me al dio di chiunque io che sapevo scivolare in basso dove tu nemmeno sognavi di esistere ero io il rovescio la rovina ero io non ci si frappone tra se stessi e il tempo non si può spezzare l’infinito quando reclama a gran voce e più d’ogni altra cosa amavi la bellezza ma ti riflettevi in me con un impeto d’orrore maschere di cera sciolte nella notte tutto un profluvio di tenebra uccidermi non fu una buona idea quando la nemesi scompare si slabbrano i contorni e adesso che non sai più dove sia il cielo dove l’abisso io ti sento in tutte le pareti sarò più forte della vita più forte della morte sarò l’infinito che non vuoi più sentire uno specchio senza riflesso è l’immagine del tempo senza spazio io sono questo tempo senza spazio in cui non puoi riconoscerti non puoi giocare che con le rovine di me nel fondo degli occhi invisibili decostruzioni d’istanti domani ti sveglierai in una nuova carne e non ci sarà nessun negativo nessuna nemesi dovrai diventare tridimensionale quanto può annientarti il saperti sola?

© i. p.
foto di Marco Fioramanti

ipa al mare

Io ero l’errore. La macchia nera nella stanza. L’inconoscibile altro, che il mondo doveva espellere. Provavo ad alzare la voce ma si bloccava. Si bloccava. Stavo seduta al banco e non riuscivo a parlare con nessuno. Il corpo era immobile. Assorbito nel verde dell’aula. Fissavo lettere e disegni sul quaderno. E le macchie di colore sui muri. Piccole sbarre. C’era l’odore pesante del fiato. Eravamo un grande cancro, tutti. Un enorme cancro sulla superficie della terra. Per ogni persona che respira un pezzo d’ossigeno in meno. Li guardavo giocare. Usare la voce per esistere. Io ero l’inesistente. Nell’esofago l’aria si bloccava. Era un peso. Ci sono cresciuta con questo peso nel torace. Vivevo un tempo sbagliato. Un tempo altro. Non riuscivo a rispondere ad alcuna domanda. Ma non ero muta. Quando poi mi decidevo a parlare, a essere altrove erano gli altri. Non mi ascoltavano. Non esistevo. Crescevo distante da loro. Li osservavo come attraverso un vetro. Loro potevano vederlo. Cercavano di romperlo. Fracassarlo. Sentivo le mani là sopra battere fortissimo. Credevano di vincermi. La verità era che mi temevano. Mi divertiva illuderli che avessero ragione. Che ci fosse in me qualcosa di mostruoso. Io non ero malvagia ma mi piaceva che lo pensassero. Dovevo confermare il loro grido di gregge. Dovevo fingermi parte di un gioco al massacro. Dovevo dipingere sul vetro maschere mostruose. Per sentirmi viva dovevo barare. Crescevo nell’illusione. Strappavo compiti. Vestivo di nero. Lanciavo sedie. Mostravo taglierini. Mi nutrivo della loro farneticazione.
Il ragazzo con gli occhiali si avvicinava per sbirciare quel che scrivevo sul quaderno. Gli lanciavo la sedia addosso. Piangeva. Disperava. Faceva grandi scenate davanti all’insegnante. Io ero segnalata. Seguita a vista. Controllata. Avevo gli occhi di tutti addosso eppure non mi ero mai sentita così invisibile. La ragazza dalle treccine bionde strappava fogli dal mio quaderno di disegni e segrete scritture. Rigiravo il taglierino tra le mani. Ripeteva insulti in flebili cantilene. Le sue compagne, anatre starnazzanti, le facevano eco. Rigiravo il taglierino tra le mani. Le sue compagne prendevano il quaderno e leggevano ad alta voce le mie parole. Rigiravo il taglierino tra le mani. Una voce dentro mi ordinava di agire. Rivolta, diceva l’altra Ilaria. Rispetto, diceva l’altra Ilaria. Vendetta, diceva l’altra Ilaria. Di scatto mi voltavo. Colpivo. La macchia rossa sulle dita della ragazzina bionda, il singulto delle sue lacrime, mi assalivano. Nelle orecchie la sua voce era una nenia orrenda. La sua pelle tagliata sembrava di gomma, mi chiudeva lo stomaco.
Avevo visto un’altra guardarmi dietro la porta della classe. Una ragazza magrissima dai capelli ondulati. La conoscevo di fama. Andava in quella che veniva denominata sezione Zeta, dove erano relegati i figli di nessuno. Avevo udito le parole dei suoi compagni. La chiamavano scimmia. Odorava di muffa, cenere rappresa, luoghi angusti. Veniva a scuola solo ogni tanto, qualche volta con gli occhi cerchiati di nero. Lei aveva visto. Aveva atteso il mio verdetto. Sospesa per sette giorni. Sette giorni con mia madre che imprecava e mio padre che dispensava nozioni filosofiche sulla libertà.
La mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro, diceva mio padre.
Non c’erano abbracci tra noi, solo parole metalliche, al gusto di ruggine.
Che cosa ti ha preso? Eri così brava alle scuole elementari, faceva mia madre. Le maestre mi dicevano che eri un genio. Scrivevi temi bellissimi, eri l’unica che faceva sempre tutti i compiti. La migliore della classe, la migliore. E adesso, che ti succede? Mi dicono sempre che non ti comporti bene, strappi i compiti in classe, picchi i tuoi compagni, non parli con nessuno. Cos’hai?
Non potevo rispondere a quelle parole. Sentivo solo il gusto aceto del bario intrappolato nell’epiglottide. Intanto mi regalavano giocattoli. Intanto mi regalavano cibo. Intanto mi ingozzavo di inutilità. E ingrassavo. E sformavo. E nascondevo il corpo al mondo, a loro, a tutti.
Giorni dopo tornai a scuola. La litania riprese. Ma stetti in silenzio. In silenzio a prendere insulti e battutine e maledetti occhi e maledette bocche e maledette mani. Sul mio mondo di vetro.
La ragazza dai capelli ondulati provò a superare la barriera senza infrangerla. Mary, si chiamava. Una mattina d’autunno si avvicinò nel cortile. Mille foglie rosse frusciarono sull’asfalto. Il cielo di piombo sembrò aprirsi. Avevo il gusto del cemento nel palato. Scostavo appena la lingua e il vento s’incuneava tra i denti. Lei aveva larghi boccoli castani e labbra color ciliegia. Veniva a tenermi la mano lì fuori. Non riuscivo a credere alla potenza di quella stretta. Avevo il cuore nell’esofago. Mi sentivo divampare. Nel torace sentivo slabbrarsi qualcosa. Andare in mille pezzi. Buttare fuori quel peso potentissimo che non mi lasciava respirare. C’era l’odore delle foglie d’autunno. E non l’avevo mai sentito. La bambina dai capelli ondulati mi disse: scappiamo. Scappammo. Lontano da scuola vedevo le strade aprirsi alla campagna. Un verde sconfinato. Un cielo che inghiotte. Quel mattino nella casa abbandonata eravamo streghe e sirene. Scucivamo il buio. Lei aveva le mani sfregiate. Le linee dei palmi erano un campo minato. Schegge rosse e croste su quelle mani. Le chiesi: cos’hai? Mi disse che fossero vetri. Come i vetri che calpestavamo entrando in quel casolare abbandonato. Fuori gli ulivi raschiavano il sole.
Perché ti fai del male? Le chiesi.
Mi disse che il male non fosse nel corpo ma negli sguardi feroci degli altri. Che fosse una prova tagliarsi per resistere a tutti quegli occhi. Stavamo sedute tra i vetri nel buio e fuori il vento divorava gli alberi. Li strizzava come fazzoletti. Le foglie si staccavano e volavano dentro.
Facciamolo insieme. Sarà il nostro patto. Lontane da tutto e da tutti. Per sempre unite.
Era il suo insegnamento. Ferire il corpo per fortificare la psiche. Insieme nel vetro. Lasciarlo entrare, crescere, inondare. Spesse pareti di vetro. Oltre noi. Oltre tutti.
Lasciai che afferrasse il mio palmo e chiusi fortissimo gli occhi. Il vetro tagliava. La mano si apriva. Entrava il dolore. E lei mi stringeva.
Non è dolore vero questo, non è niente.
A casa dissi di esser scivolata su un sasso fuori da scuola. Nessuno si accorse di nulla. Mio padre mi disse di fare attenzione. Mia madre versò gocce di una mistura verde sulla mia mano. Il giorno seguente andai a scuola con la mano fasciata. Mio padre mi accompagnò sin dentro la classe. Mary non la vidi per niente. Continuavo a comportarmi da piccolo mostro. Non parlavo con gli altri. Rispondevo solo se interrogata. Mi voltavo a guardarli con gli occhi dell’odio.
Vidi Mary dopo sette giorni all’uscita da scuola. Aveva due macchie marroni sotto gli occhi, erano croste.
Cos’hai qui? le chiesi.
Nulla.
Ti accompagno, disse, dove abiti?
Non posso, c’è mio padre…
Lei guardò la Opel rossa fuori dal cancello. Vide il sole brillare sul parabrezza. Gli occhiali scuri di mio padre. Il suo sorriso.
Se vuoi puoi venire con noi.
In macchina lui mi diede un regalo. Lo scartai. Era una maglietta nuova, di quelle che piacciono alle ragazze. Mary guardava fuori dal finestrino. Aveva l’odore della muffa. Spiavo i suoi movimenti distratti. Il bordo della camicia a quadri consunto e marrone.

Dove abiti? Chiese lui.

Lasciatemi pure qui, disse Mary.

Lui insistette per accompagnarla a casa ma lei non volle. La lasciammo all’angolo tra via Kennedi e il parco.

Continuammo a vederci qualche volta. A scuola non veniva quasi mai ma le dissi dove abitavo. Entrava nel grande giardino. Mia madre la guardava con sospetto. Ci chiudevamo in camera per ore. Le insegnavo passi imparati a scuola di danza. Preparavamo spettacoli. Sognavamo palcoscenici. Ridevamo insieme. Lontane da tutti e da tutto. Guardavo il suo corpicino di piccola donna. E mi piaceva. Sentivo qualcosa in quel corpo chiamarmi. Era perfetta nella sua magrezza e nei suoi capelli lunghi.

Un pomeriggio mia madre entrò in camera mentre ci allenavamo con i body a piedi scalzi. Entrò e aprì la finestra che dava sul cortile. Guardò i nostri piedi consumati e sporchi. Giorni prima era sparito un braccialetto d’argento, che mi aveva regalato qualche zio.

Ma tu ti lavi, Mary? Cominciò mia madre.

Lei la guardava senza fiatare. Gli occhioni sgranati e quelle piccole macchie sulle gote che non avevo mai capito se fossero croste di percosse o sporco rappreso.

Rispondimi, la usi l’acqua? Indossi i vestiti di mia figlia, voglio sapere se sai come si usano acqua e sapone! Lo sai che i tuoi piedi puzzano di formaggio e muffa?

Lei non disse nulla. In silenzio si alzò e si sfilò il body che le avevo prestato. Rientrò nei suoi vestiti e andò via senza dire una parola. Io e mia madre restammo sole per qualche minuto.

Non mi piace quella ragazza, non mi piace affatto.

Mi trascinò sotto la doccia e mi strigliò graffiandomi la pelle con una pietra pomice. Erano artigli rapaci nella carne. Strillavo. Mi dimenavo. Imprecavo. La odiavo, mia madre. Ma vinceva sempre lei.

© i. p.
foto di Luigi Annibaldi

spire

Ho bisogno di un attimo in cui tutto taccia tutto sia silenzio e null’altro ho la febbre e non sono pienamente cosciente di me e non sono pienamente sicura di nulla e talvolta appaio a me stessa come quella bambina asociale che con 38 di febbre svaniva in cosmonautiche convulsioni e smetteva di usare la parola poiché semplicemente non aveva nulla da dire a nessuno che sia questa l’ombra oltre il mio volere? riscatto quel riscatto so non ci sarà mai come mai ci sarà la rivoluzione come distante intravedo svanire all’orizzonte una qualsivoglia forma di livellamento come fai a non considerare il male tuo il male del mondo? come fate a dire malattia invece che società? come fate a vedere davvero le scissioni tra le cose? forse era questo l’esistere un filo invisibile di corpi che tutti li unisce.

Anya e Alex li trovo bene forse un po’ disillusi ma tutto sommato crescere significa rinunciare all’hic et nunc in funzione di un futuro possibile e un futuro in Irlanda è possibile più di quanto non lo sia in Italia abitano in un luogo misterico una grande villa del 1830 abbiamo trascorso gran parte del tempo nella loro stanza giorni dublinesi di nebbia e pioggia mentre fuori il cielo è di un viola irreale e i rami lo tagliano come unghie mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa ho scritto e mi sono sentita a casa nonostante le alterazioni e non ho temuto il freddo ho scritto e mi sono figurata una perfetta esistenza dublinese piena di libri e un lavoro qualsiasi ma in grado di tenermi in vita e giornate di gelo dietro i vetri gotici dalle lunghe tende bianche dietro i rami riflessi nei vetri dietro un mondo freddissimo di ville antiche e cattedrali e James Joyce e notti anfetaminiche allo Sneijder musica trance e approccio facile uomini spagnoli uomini irlandesi dai lunghi dread rossi esseri umani e io sola nessun contatto sola ovunque ma sto bene starò bene nella mia solitudine.

Quando parto non ho coscienza non ho identità non ho volontà mi lascio deglutire dalle vite degli altri solo così posso apprendere qualcosa il sapere è una forma di annullamento sacrificio in un certo senso cessione d’identità non puoi restare fermo nei tuoi principi se vuoi imparare qualcosa non puoi essere te stesso al diavolo l’autoconservazione.

Il tassista all’andata era schizzato faceva paura aveva un ghigno hitleriano con quei baffi si voltava in mia direzione scatti isterici degni di un perfetto scraccomane stava dando di matto perché non sapeva dove fosse il 245 North Circular Road a Phisbourgh continuava a ripetere come volesse uccidermi I know where is Phisbourgh I know North Circular Road but I don’t know where is 245 North Circular Road continuava a ripetere 245 North Circular Road voltandosi e guardandomi come lo stessi insultando poi mi chiede cosa mi porta a Dublino gli dico di amare questa città di amare Joyce e lui si volta di scatto Joyce? ancora una volta con quel tono iracondo come fosse un pensante insulto e in tono di minaccia you read the Ulysses? timida annuisco borbotta tra sé e sé come fosse un dato gravissimo questo mio amore per Joyce e per la distanza.

Me e Anya sulle sponde del Liffey vedo fumare sigarette di ghiaccio e parole di ghiaccio sopra i massimi sistemi se sia giusto o meno rinunciare alla propria fanciullezza in funzione di cosa se sia possibile ancora opporre una qualche resistenza al flusso indicibile del mondo che ti mastica nella nebbia nascosta lei occhi così chiari in copri capo di lana quell’aria impertinente la differenza tra me e lei è quella che intercorre tra nichilismo e cinismo io dispero e lei ride tutto crolla una pantera bionda vorrei la forza sua d’animo tra fiume plumbeo e nebbia in bianco e nero colori diafani in un mattino eterno in un tempo senza tempo in uno spazio senza fine consacrato all’altrove livido e irreale l’urlo dei gabbiani sulla ringhiera nera mangiamo dolci stupidi e ci fregiamo dell’idea assoluta della nostra eternità non andartene docile in quella buona notte ma infuria contro il morire della luce mutare pelle ogni giorno sopra tutto e tutti avventura odissea.

Nonostante il mal di gola nonostante la mia ansia nonostante il disagio a non finire delle notti postume cerco di emergere dal fango e ce ne andiamo per O’Connell Street e ogni volta fisso lo Spire proprio in alto bucare il cielo compriamo cianfrusaglie in un mercatino vintage una goana rossa dread forti e leziose efelidi labbra sottili vende dolci di fragola e vaniglia mangiamo come bambine sedute su seggiole lunghe iniettate nei profumi della città in questa luce diafana di decorazioni natalizie e brusìo passi che calpestano l’asfalto occhi multietnici e a guardarci dentro puoi indovinarne le intenzioni le dico ci pensi se Joyce si fosse mai seduto qui in questo luogo che magari prima era altro in questo punto preciso chissà cosa c’era prima chissà com’era prima e come vedeva la gente e cosa pensava di loro ci pensi? Anya mi dice pensava fosse scomodo e che i passanti fossero orrendi per le vie di St Peter Green pregne d’aroma di frittura e bancarelle in legno a forma di casetta mangiamo patate mentre parliamo della fine del mondo come una volta mi dice come puoi preoccuparti come può importarti davvero qualcosa? goditela finché dura mangiamo patate al forno e pizze nordiche le innaffiamo con cocacola alla vaniglia che sa di cera il riflesso dei rami degli alberi e del cielo infiammato nei vetri del palazzo di fronte sembra una stampa smerigliata come le foto dei gabbiani sul mare del nord non riesco a smettere di guardare tutta questa bellezza mi dice sai che hanno fatto? hanno manifestato perché non vogliono pagare la tassa dell’acqua e calcola sono solo 50 euro l’anno poi gliel’hanno abbassata a 10 euro l’anno e hanno manifestato di nuovo amo questo popolo calcola se ci fosse una guerra mondiale qui siamo s’un isola felice e guarderei le bombe dallo schermo della mia tv in living room mangiando patatine e tu cerca di venire qui prima che chiudano le frontiere le dico una guerra mondiale già c’è solo che non ce ne accorgiamo ci annebbiano la vista l’udito il tatto ogni cosa la guerra l’abbiamo persa tempo addietro Anya quando avevamo l’opportunità di ricominciare da zero ma i rapporti Anya non dico altro parlo dei rapporti umani non c’è più nulla sotto queste macerie null’altro che mercato e reputazione hanno vinto stravinto e poi dicono psicosi ma è solo una resa non ci resta che danzare sulle rovine.

Camminiamo per Grafton Street vi sono statue nere e solo dopo mi accorgo siano uomini sollevano cappello e occhiali se dai loro una moneta poco più in là un uomo dalla giacca a quadri e il cappello beige fa sculture di sabbia oggi una ragazza distesa sulla pancia di un cane ogni giorno arriva qui all’alba con un mucchio di sabbia gelata e comincia a darle forma un rocchettaro su di giri suona Pink Floyd urlando a più non posso un gruppo di teenager con le renne sui maglioni suona canzoni natalizie salutando noi chiuse nei nostri cappotti del sud e nelle nostre pelli del sud che congelano a dicembre ovunque esplode l’esistenza nelle arterie della città qualche raggio di sole violenta la nebbia diafana la foschia la goliardia dell’istante in questi colori ossianici e iperborei oggi va così tra le strade di Dublino assediate dalla melanconia della partenza e della crescita un ricordo della notte dopo lo Sneijder un uomo barbuto a petto nudo su O’Connell Street spiega cartoni per terra crea un tappeto di cartoni sull’asfalto dico ad Anya guarda è una performance lei dice che sia solo il delirio etilico di un alcolista una performance le dico una performance inconsapevole come gli amici ex tossici che ora si credono posseduti dagli alieni e quelli che invocano i cari morti in sedute spiritiche e i figli dei ricchi ugualmente devastati da anni di rave senza speranza nella luce assente delle periferie armate di cui ora non si vede più confine mi dice Anya sai qual è il punto noi siamo a metà strada tra la vita vera e il nulla ma non siamo ancora perse tutto è faticoso e sarà sempre più faticoso man mano che cresci diminuiscono le possibilità e aumentano le responsabilità.

In volo: le nuvole qui sono un mare di onde immobili il cielo al vespro iniettato di porpora è un incendio un’apocalisse nonostante tutto esiste la bellezza.

© i. p.

ilapanchina

Lei entrò in ateneo camminando con la foga di una volpe. Mi fissava. Allora avevo una sconsiderata paura di esistere. Per qualche incomprensibile motivo un piccolo editore aveva deciso di pubblicare un mio libro, scrivendo prefazioni su quanto la mia poetica fosse un flusso di coscienza disincantato sull’io e il mondo, forse non tutti erano consapevoli del fatto che io e il mondo non ci conoscessimo affatto e aprioristicamente ci odiassimo. Lei era un’hegeliana, parlava in modo filosoficamente forbito intervallando il tutto con costanti cioè raga minchia gaggi. Diceva di odiare Anya. Eppure quando la incontrava la salutava con patetiche effusioni. Ciò accadeva d’estate, sulle panchine del Marrakesh. Anya parlava di sparizioni in pieno stile Chi l’ha visto. L’altra parlava di Hegel. Fu allora che la soprannominammo L’Hegeliana. Non ci eravamo mai scambiate neppure una sillaba. Mai fino a quel pomeriggio d’autunno in ateneo. Incespicando tra filosofese, giovanilismo postsessantottino e parole in tedesco, cercava di comunicare. Sospendevo il vomitevole giudizio che avrei dato di lei. La ragazza mi poneva domande letterarie sul mio libro. Fissavo la luce fioca novembrina fuori dalle finestre dell’ateneo. Evadevo ogni risposta. All’epoca non avevo gran voglia di comunicare, studiavo disperatamente e altrettanto disperatamente dissolvevo il tutto nelle ombre sballate dei riti del sabatonotte. Aveva i miei stessi occhi allungati a mandorla, possenti e oscuri ma non il mio corpo. Forme poco aggraziate le conferivano un aspetto di mammifero bruno. Gli abiti larghi non erano sufficienti a nascondere quella pesantezza, la attribuivo alla sua negazione, in piena antitesi hegeliana. Lei indossava maschere di complicità mentre mi offriva una notte insieme. Dopo lezione uscimmo, camminammo verso la taverna di via Nicolai, attraversammo il giallore delle luci di quella zona che donavano al luogo un’atmosfera cimiteriale. Attraversammo le scale del lungo edificio metallico delle poste e ci mettemmo in piedi fuori dalla Taverna del Maltese mentre anziani clochard ascoltavano I Beach Boys da stereo verdi e sozzi, e indiani venditori di rose ci importunavano credendoci una coppia lesbo. Poi c’era una fila di ragazzi dagli abiti scuri e sdruciti, copricapo retrò e capelli colorati. M’incamminavo nel dominio dell’inautentico, tra tutte quelle teste, baciavo il George Harrison che credeva di possedermi, banalmente ascoltavo l’ingenuità in cuffia sotto forma di Muse, lasciandomi denigrare da falsi punkabbestia, miei vicini, figli di borghesi, sulle scale delle poste.
Che musica è pischella dimmerda!
La ragazza hegeliana mi difendeva ai loro occhi soltanto per dimostrarmi la sua superiorità onto-anagrafica. Un anello di metallo le scintillava all’angolo destro del naso, sarebbe potuta essere bella se solo avesse voluto. Quelle notti baresi, a bere coca e rum e vomitare sul rosso pavimento della taverna vecchia, lei si prendeva gioco delle mie nevrotiche rappresentazioni adolescenziali. Probabilmente ora direbbe lo stesso di me, non ricordo i nostri discorsi, è tutto come sommerso da una nebbia leggera che ricopre ogni cosa. Ricordo le traversate immaginifiche verso borghi dell’entroterra su lerci regionali con veleni ketaminici nascosti nel reggipetto e femminei discorsi sull’uso e usufrutto che uomini trentenni facevano dei nostri corpi. Le parlavo di M. Allora possedevo la nichilista convinzione di un dominio dal basso, raccontavo alla mia presunta amica di quanto piacevole fosse il dolore sadomasochistico alla Pauline Rege.
Un giorno lui ti ucciderà – diceva sempre – un giorno ti farà fuori.
Sembrava quasi dimostrarmi una qualche forma di bene ma allora ignoravo quanto labile fosse la demarcazione tra bene e male, tra essenza ed esistenza, tra essere e tempo. Allora ero il tempo. Ero l’incondizionato. Ero l’assolutamente altro. E per questa mia psicotica alterità non veniva poi difficile prendersi gioco di me. Sniffavamo la keta su copertine di dischi rovinati, piegando il capo sotto i sedili. Vagavamo nei paradisi sintetici per non esperire gli inferni metropolitani. Il treno si fermò e scendemmo. Un uomo grasso e sformato da zoloft e abuso d’alcol da discount e anfetamina, ci venne incontro. Quell’uomo si chiamava Pace, nel pieno dominio dell’ironia della sorte. C’incamminammo verso il primo bar dalle forti luci al neon e versammo vino rosso in calici, brindammo, stendemmo altre righe, sniffammo. Avveniva un inganno libidico nella favola postmoderna che stavamo a raccontarci. Avveniva la sospensione dei corpi perché questo è la ketamina: antimateria. E in quella felicità liquida l’anestesia atrofizzava ogni cosa. L’uomo grasso ci raccontò di aver torto la coda al proprio gatto e di averlo poi spellato lentamente con un coltello, ancora vivo, l’aveva scuoiato. Il micetto miagolava e lui scuoiava, il micetto piangeva e lui scuoiava, il micetto urlava e lui scuoiava. La pelle, raccontava, veniva via con tutto il pelo. La coda sembrava un lungo verme peloso e le membra si staccavano, il sangue colava sulle sue mani, s’incrostava nelle unghie. L’anestesia cresceva, si compivano atti terrificanti e li si copriva con risa scarne. Nel frattempo stavo aspettando M. ma non lo davo a vedere, la mia presunta amica se n’era accorta, lanciava spiacevoli sottintesi mentre i miei occhi balenavano fuori dalle luci al neon, verso il giallore dei viottoli antichi del borgo.
Si vede che aspetti lui – diceva – devi imparare a fingere – diceva – stendine un’altra – diceva – anestesia!
Ci alzammo nel pieno della liquidità psicofisica, camminammo tenendoci l’un l’altro per le braccia come vecchi ubriaconi. Volevo il cielo, era una ferita, uno squarcio verticale di mondo ingoiato. I corpi erano completamente insensibili al tatto così potevo ignorare di passeggiare accanto a una troia e a un assassino. Di fronte ci camminava un gruppetto di esseri vestiti di nero, mi sarebbe piaciuto guardarli in profondità. Fu allora che dovetti ri-acquisire la consapevolezza corporea. I muscoli si irrigidirono e la bocca dello stomaco mi sputò fuori il veleno in un getto di bile verde acido. Il cielo iniettato di stelle si gonfiava e sgonfiava con me al suo interno che cadevo e non toccavo mai fondo. Mi sembrava di avvertire l’urlo isterico di quelle risa. Quando sollevai gli occhi era troppo tardi, M. e i suoi amici ci erano passati oltre. La notte si consumò in un ex-statico cercarsi di occhi tra misture alcoliche e strisce di inappartenenza. La mia amica continuava a ripetermi le forme addominali della mia ingenuità. A un certo punto credetti mi amasse. Cercava di sfiorarmi le dita che non avevano più il dono del tatto.
Che t’importa di lui? – diceva.
All’alba abbandonammo lo squartatore di gatti e c’incamminammo nella foschia della stazione addormentandoci l’una sul corpo dell’altra e poi sul treno fino a casa. Erano notti inconcludenti e inappropriate, trivellate da inopportune telefonate di genitori smadonnanti in crisi di panico.
Quando uscimmo dal treno l’aurora squarciava i palazzi, la fontana di piazza Moro era un ricordo irreale di monadi e metafisici annullamenti. L’amica assonnata e dal forte alito di rum annunciava paniche crisi e antitetici timori del giorno a venire.
Resti a casa da me? – diceva – ho bisogno di affetto – diceva – non sopporto la domenica – diceva.
Mi lasciavo convincere dall’oscurità dei suoi occhi, così affrontavamo il giorno e la terra e i pesanti corpi privi di anestesia, corrosi dai più disparati veleni. Facevamo colazione in scalcagnati bar di San Pasquale con i panni appesi sopra le teste e gli schiamazzi in gergo dei ragazzi sui motorini. Bar traslucidi dalle sedie zebrate e baristi pelati con davvero pochi denti in bocca. Bar con biliardini, videopoker, cessi guasti e lunghi banconi a specchio, dove lei attaccava bottone con eleganti alcolizzati del mattino. Uscivamo nascondendoci dalla pesantezza del sole, ci aggrappavamo al cigolio delle reti di sovraffollati letti. Assumevamo ipnoinducenti, eppure non dormivamo. L’amica mi teneva una mano sul collo e schiudendo labbra e occhi mi implorava di baciarla. Levandosi le vesti esponeva nudo il suo corpo di forme adulte a me sconosciute. Non sono certa di esserne stata realmente attratta, anzi, in alcuni momenti l’odore alcolico del suo fiato e della sua pelle mi facevano ribrezzo. Nonostante tutto lo feci. Mi spinsi su di lei, dentro di lei. Toccai la fronte sua con la mia. Accarezzai le sue labbra e le spinsi la lingua nella cavità orale. Era un sapore ruvido, di unione più che di libido. Raccolsi i suoi morbidi seni tra le mani, allargando il più possibile le dita, sfiorai i grandi capezzoli che s’irrigidirono incontrando le mie mani e superai il sapore acido che mandava il suo corpo di tossica e alcolizzata. La feci mia così. Mi sentivo potente come un uomo e fragile come una bambina, accarezzavo il crespo dei suoi peli. Lei non si muoveva. Non ero certa le piacesse. Eppure la vedevo contorcersi. Gemeva. Ansimava. Io ero questo puro piacere da donare. Orgasmica libidine. Ero corpo e stomaco e odore senza ragione. Mi lasciavo irretire dagli altri corpi poiché solo come madonna del godimento potevo sentirmi. Infilavo le mie dita nel taglio tra le sue cosce. Le impregnavo. Ci mettevo anche le labbra e leccavo. Poi mi disse:
Fai con questo.
E mi passò il cellulare.
Mettilo dentro – mi disse.
Mi sembrò una cosa orrenda ma lo feci per adorarmi nell’altrui piacere e infilai questo oggetto metallico nella sua fica fino a sentirla contrarsi ed esplodere. Mi liberai e lei si addormentò. Era mezzogiorno trascorso, le tende alle finestre facevano bolle d’aria. I miei dovevano aver chiamato la polizia denunciando la mia sparizione.
Qualche sera più in là Anya mi raccontò di aver udito l’Hegeliana sproloquiare sulla presunta banalità del mio libro. Se pubblicano lei, allora io devo vincere il nobel per la letteratura, affermava di averle sentito dire dinanzi ad alcuni dei nostri cosiddetti amici, per giunta. Anya mi disse: non fidarti di lei e non perdonarla, lo rifarà. Anya mi disse: non fidarti di nessuno, ti tradiranno. Anya mi disse: devi sconfiggerli prima che lo facciano loro.
Allora mi resi conto di quanto poco valessero i corpi. Mi resi conto dell’esistenza della ferocia dei perdenti. In fondo quella sera avevo tradito più d’un principio. Avevo parlato con un assassino di gatti in botta di anestetici per elefanti. Avevo scopato con la mia futura nemica senza nemmeno pretendere di goderne. Avevo vomitato ai piedi dell’uomo che credevo di amare. Avevo sprecato un’altra notte nel dominio metafisico dell’inautentico e non avevo avuto ciò che desideravo.

© i.p.
foto di Luigi Annibaldi

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Il pomeriggio vedevo Anya, in quella sua stanza zeppa di poster gotici di donne. Mi raccontava le sue storie, ironizzava su tutto ciò che mi spaventava. Imitavo i suoi gesti, il suo vestire. Calcolavo le dimensioni della sua vita, dei suoi fianchi. Provavo le sue forme cercando somiglianze. Anya mi raccontava disgrazie di gente a noi vicina, finita in overdose o in clinica psichiatrica. Sembrava odiarli tutti, disprezzarli più che altro. Ascoltavamo terrorcore guardando immagini scheletriche sul desktop. Diceva di voler diventare anoressica e rideva, rideva sempre. Anche la sera, fuori da Storie, tra la gente, lei padroneggiava cinismo e sarcasmo. Non sembrava più odiarli. Lei riusciva ad entrare in contatto con loro. Chiunque poteva adorarla. Le stavo dietro ma non brillavo mai della stessa luce. Si allontanava con uomini in larghe felpe e capigliature da opera d’arte concettuale, lungo le vie secondarie del parchetto di via De Vito Francesco. Non parlavo mai con nessuno senza di lei. Tra me e gli altri c’era un muro invisibile. Anya tornava soddisfatta da giri in automobile a sniffare eccitanti di vario genere. Ci sedevamo sulle gradinate delle poste, di fronte alla Taverna. Quando stava a raccontarmi c’era un tono nella sua voce che la rendeva altissima, non si sporcava mai, lei riusciva a non cadere mai. Vendeva vestiti usati a ragazzine smanianti di somigliarle, bastava ti guardasse per farti vergognare della tua stessa esistenza. In questo la trovavo formidabile: nel modo suo di stare al mondo, come se non esistesse il dolore. Forse lei sul serio non soffriva.

Una volta una di quelle ragazzine si mise a piangere. Anya imitava la sua voce e svelava agli astanti segreti sulla famiglia della vittima predestinata. Mi chiese di portarle un’altra birra. Ero andata via mentre un cerchio di persone stava a guardare lo spettacolo, e c’era odore di hashish nell’aria. Anya poggiata a una macchina fumava una sigaretta. L’altra ragazza e una sua amica si erano avvicinate e avevano detto qualcosa circa i vestiti da lei venduti, forse sul prezzo esagerato, a detta loro, o sul fatto che fossero di taglie non conformi, non ricordo bene. Anya manteneva un ghigno di una calma innaturale, quando l’altra disse: io non mi faccio fregare da una stronza. Con molta calma Anya alzò il sopracciglio destro disegnato con la matita, mi guardò.

Mi prendi una birra per favore?

Entrai nella rosticceria che odorava di olio per le macchine. L’uomo senza incisivi mi diede un’heineken. Uscii e trovai la ragazzetta mora dai capelli rasati al lato, piangente, la sua amica ammutolita e la gente in cerchio triplicata. Anya afferrò la birra, le dita sulle mie in quel preciso passaggio mi diedero una scossa. Anya mi guardò complice. I suoi occhi erano così chiari da rasentare il bianco. Prese le mie mani e le mise attorno alla sua vita. In questo gesto io con lei ero invincibile. Continuò a parlare con la ragazzetta circondata da risate e vocalismi dialettali.
Salutami tuo padre, digli che ha tutta la mia stima, anch’io picchierei a sangue mia figlia sapendola così grassa e demente.

L’amica prese sottobraccio la ragazzetta con i capelli rasati solo da un lato, e la trascinò via.

Prima che le alzi le mani! Disse.

Anya gridava alle loro spalle.

Non aspetto altro. Mi avete sentita? E dillo a tuo padre, casomai decidesse di picchiare anche me, digli che lo aspetto con uno strap on!

Tutto intorno la gente sghignazzava e rideva. La schiena di Anya poggiata contro il mio torace mandava un odore di vaniglia. Mi premevo su quella schiena, sarei scomparsa al suo interno. Avvertivo la forma delle vertebre sul mio petto. Mi piaceva sentirmi con lei un unico corpo, una persona aumentata. Non provavo pietà per chi da lei si lasciasse ferire, li trovavo patetici, come lei li definiva. Però non riuscivo a fare lo stesso.

Anya si dileguava nel buio, camminando su quelle zeppe altissime come scalza. Mi tiravo su il cappuccio, la seguivo in case di sconosciuti, alle tre del mattino. Si brindava con superalcolici scadenti e righe bianche. Alla fine del mondo, si brindava. Adoravo la sua crudeltà, era così estrema da non potersi definire davvero crudele. C’era un’innocenza in quella crudeltà, un bambino che nulla sa del mondo e si prende quello che può scalciando a destra e sinistra. Invidiavo quell’innocenza, non sarei mai stata capace di tanto.

Un giorno Anya partì per Dublino, mi disse: non ci divideranno, non ci divideranno. Mi aveva comprato un peluche di tigre. Il pomeriggio prima della partenza l’avevamo trascorso da lei, nelle lenzuola, dopo una notte di bagordi. I corpi nostri così vicini, sempre sull’orlo. Non osavo toccarla, mi bastava starle accanto. Potevo sentirmi addosso il suo profumo. Mi teneva le dita sotto le lenzuola. Accarezzavo i fianchi suoi ma non accadeva altro. Ci stavamo accanto, eternamente in bilico. Ascoltavamo Trent Reznor.

Senza di te mi sento divisa, diceva.

Scivolavo tra le sue braccia, nella pelle sua bianchissima.

Quel pomeriggio, andando via da quella casa, al tramonto, non scorgevo i colori del crepuscolo. Vedevo gli alberi spogli. Sentivo freddo. Avevo l’impressione che tutto fosse più spoglio. La città spenta, priva di luce. La strada di casa mi sembrava diversa, come se qualcuno avesse sottratto ai giardini i colori. Mentre camminavo avevo l’impressione che ogni cosa stingesse. Era una fotografia anni trenta e io ero ferma lì, al centro di quella fotografia. Stingevo anch’io.

Quella notte mi ricoverarono in pronto soccorso, per via di una strana allergia. Mi ero svegliata all’improvviso senza respiro. I bronchi otturati. Un prudere fortissimo proprio dentro i polmoni. C’era stato un grande sconquasso. I miei, svegliati dai colpi di tosse forti, mi avevano trascinata d’urgenza in pneumologia. Non sentivo che quel prudere e prudere e prudere. L’aria entrava, immagazzinavo tutto, ma non espiravo mai. Inspiravo, inspiravo, inspiravo e non buttavo mai fuori. Quando arrivai in ospedale mi trovai un ago nel braccio e un aerosol nelle narici. Continuavo a vedere stinto e il medico disse si trattasse di una cheratite acuta. Attribuì anche quello all’allergia. Guardavo il mio scheletro sulla lastra.

Non fumare, disse.

Quando lei arrivò i medici non volevano farla passare. Sentivo i passi nel corridoio e riconoscevo le frequenze della sua voce.

Voglio vederla! Gridai.

Si accostò al letto e io non volevo piangere. Ci lasciarono sole per qualche minuto. Mise le mani sulle sbarre di ferro e in quell’istante pensai di essere patetica come la gente che amava demolire. Poi si avvicinò ancora, mi fissò dritto negli occhi. Mi prese la mano. Il suo calore si diffuse tra le linee dei miei palmi.

Non fare cazzate, disse.

Non sei più partita…

Ho l’aereo tra quattro ore.

Prima di andarsene si era rannicchiata su di me, mi aveva sfiorato le labbra con le sue.

Io smetto, cerca di darti da fare anche tu, non siamo abbastanza patetiche per fare una fine di merda.

Se non avessi ascoltato quelle raccomandazioni avrei vissuto il resto della mia vita in una bara. Ho fatto sempre l’opposto di ciò che mi è stato consigliato, forse l’ho fatto per cattiveria. La mia, meno innocente di quella di Anya, ha a che fare con qualcosa di molto lontano. Dentro c’è un’altra che muore e sono io a ucciderla. Ogni volta che muore io mi sento più forte e più debole, e spingo l’esperimento più a fondo. Ogni volta più a fondo. Ma lei sempre rinasce dal fondo. Fenice. Ogni notte mi sveglio senza respiro. I colori non sono mai tornati quelli di una volta, e ogni anno che passa è tutto sempre più stinto, sempre più stinto, sempre più stinto. Iperboreo. Ossianico. Nordico. Eppure so che quando tutto sarà completamente spento, io tornerò alla luce.

© i.p.

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Rivederti è stato aprire le porte, lasciarsi penetrare dall’aria, irridere un trascorso doloroso, tramutarlo in favola. Non potrei dimenticare quella giornata di flebile inverno liceale. Avevi gli occhi scuri, pieni e le labbra carnose. Ti si notava da lontano, poggiata a quella ringhiera nel cortile gremito di colori, foglie rosse e kefie. Scrivere di te non è semplice, rischio di cadere nell’antinomia o nell’eccesso. E invece era tutto così tenue, un soffice scivolare nell’oscurità, ma senza strappi, senza contrazioni. Dolcemente, andavamo dritte dritte nella bocca dell’inferno. E ci piaceva, quanto ci piaceva, sapere di finire dentro quel tunnel senza via d’uscita. Ci sentivamo sante e assassine. Quando tutto intorno era freddo e vuoto noi avevamo ancora il coraggio di ridere.

Il nostro bacio sui sedili di quel pullman e i ragazzi che guardavano chiedendoci di farlo ancora, e il senso di sporco come fossimo state scoperte in un gioco troppo intimo per poter essere visto da altri.

L’odore dell’incenso nel tuo giardino d’estate. Lo scrosciare della pioggia negli interstizi dei portici di via Capruzzi, quando indossavi maschere punk e suonavi alla chitarra Penny Royal Tea, cantando appena, la voce flebile si apriva tra le labbra, e trattenevi l’epifania dei gesti nelle dita e negli occhi. E io vestivo in quel modo così stupido e sessantottino. Scrivevo lettere a Jim Morrison credendomi sua reincarnazione. E poi la festa di 18 anni di V,. quando schiudevamo capsule di estatici veleni avvolte nelle maschere della nostra furiosa adolescenza, e danzavamo tra tutte quelle fotografie in bianco e nero. Mi sarebbe piaciuto conoscere le giuste parole per raccontarti quel che in me si agitava. Nel tornare a casa sentivo i vuoti nei muri. La mia immagine fissavo nello specchio. Il reale si sgretolava. L’immagine era colore sciolto. E la sintassi perdeva posto nell’organizzazione del senso. Avrei voluto averti tra le braccia. Stringerti. E non capivo cosa fosse quella vertigine al tuo fianco. E non capivo come definire la potenza di quel sentimento. E come avvenisse senza che potessi scegliere o dare definizione alcuna alle circostanze. Non sono mai riuscita a definire i rapporti, lasciavo che mi scivolassero nel corpo, nella carne, non ne afferravo il verso, la direzione.

E il giorno del mio ventesimo compleanno, noi, dentro sconosciute auto di sconosciute genti, nella sintesi aurorale di cieli in fiamme viola perlato e luci al litio, abbacinanti e nere, disperse nelle desolate lande delle campagne pugliesi, tra vigneti e ulivi, con l’odore forte di rugiada al mattino e il crepitio ossesso dei decibel, mentre danzavamo la decadenza del tempo, sulle rovine del mondo, in un sociale che crolla. Poggiasti le labbra sulle mie, il tuo sapore chimico al lampone è ancora nella mia bocca, chiedendomi ancora e ancora e ancora di provare tutto. Ora. Subito. Spalancare le porte. Incarnare l’istante. Renderlo eterno. E indivisibile. Simile a un Nirvana rovesciato. Simile all’assoluto che la giovinezza pretende. Mentre devasta corpi e significati. Sbrana e devasta. Sbrana e devasta. Fino a lasciarti vecchia.

Stringevo fasulli fidanzamenti solo per starti accanto. Consumavamo chimiche passioni orgiastiche sulle terrazze di paesi quasi greci, decomponendoci in milligrammi di valium e benzodiazepine di vario genere. La carne era tutto. E potevamo scambiarcela e indossarla, stravolgere i sensi inondare le coscienze di esiziali misture e, divorate dai corpi, in un labirinto di specchi, estatiche, potevamo scrutarci da lontano, o troppo, troppo vicino, sfiorarci e dilaniarci, senza toccarci mai.

E ricordo i nostri quindici anni di nottate etiliche, trascorse sulle gradinate delle poste, davanti alla taverna, nel grigio novembrino della città, mentre auto di genitori sospettosi facevano due giri intorno al palazzo per poterci spiare, nella nostra folle illusione di assoluto. E uomini dall’aspetto scheletrico gridavano all’umanità dei sottosuoli l’indomabile potenza della loro esistenza border. Ricordo noi bere vino scadente fino a vomitare su quei gradini, e ancora spiarci distanti mentre il primo arrivato riusciva a infilarsi tra le cosce dell’una o dell’altra, senza per nulla conoscerne nome o identità, per poi dimenticare e continuare a giocare a dadi con le vite degli altri, mentre tutti erano fuori dal quel quadro espressionista, e c’eravamo solo io e te, il fuoco violentissimo della nostra volontà di potenza, la forza ammaliatrice della natura feroce cui non eravamo che inconsapevoli emanazioni.

E i quattro anni di silenzio in cui cercavo di ricrearmi una vita lontano da tutta quella stupefacente devastazione, e ti sapevo distante e ti immaginavo perduta. Invece è stato dolce ritrovarsi in quegli stessi luoghi privi della tossicomane fauna cui eravamo abituate, attraversare quei gradini vuoti, entrare in taverna e trovare un’altra aura. Stare lì dentro senza nessun orpello immaginifico borchiato o fluorescente, lì dentro, miscelate a tutta quella normalità di cui ora ci fingiamo parte, ma lo sappiamo entrambe che non è così, normali noi non lo saremo mai, possiamo concederci solo vite straordinarie, al di là del bene e del male. Questa diversità agli altri deve apparire stoltezza, ma in realtà è il contegno di un dio in mezzo ai mortali. È stato bello tornare nel tuo giardino, tra quelle mura, vederti giocare con i tuoi bambini biondissimi e fortissimi e pieni di quella volontà di vivere – infiammare e devastare – che un giorno ci è appartenuta e ora in noi si placa – si è placata – e possiamo solo rubarla alle vite degli altri. Come se non restasse che il gioco, ora che il muro è crollato. E ognuna ha scelto la sua forma: tu madre, io cantrice di storie sfiorate appena e mai possedute, in definitiva, infinite.

 

© i. p.

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Darò un ordine al caos corporeo sento smembrarsi il filo e ricomporsi in segmenti di carne ritrovarsi a fine luglio in una bologna fradicia dopo importanti incontri editoriali e promesse di gratificazione gli odori che ritornano come l’infanzia protratta a dismisura e l’attesa nelle ossa il tuo sorriso accennato e mai esibito che non tradisce l’urgenza di dissimulare i riverberi abbiamo camminato sull’acqua dentro la notte ancestrale di strade medioevali nella notte che non finisce c’erano i gatti alle finestre l’insonnia che non consola ma esalta il corpo tuo esile filiforme come i polsi dell’adolescenza abbiamo accennato al passato ma soltanto di traverso mentre luci artificiali inondavano un solo lato del viso ho rivisto le ombre nulla è cambiato mentre tutto di noi è nostalgia ma ci saranno nuovi punti di rottura intercapedini nei muri da cui filtra leggera l’acqua delle piogge estive il cielo si è spalancato nel tuono come invasioni di cenere le nubi sopra e sotto i torrenti illusioni metropolitane nel via vai da concerti vuoti con pubblico di sola facciata tutto è vuoto mentre a poco a poco si riempie l’addome del ricordo di noi nei cortili del liceo a condannare troppo ingenuamente le radici delle incombenze sociali ho bevuto dell’alcol vanificato da glucosio e saccarosio e immagini alla frutta dolciastra dal retrogusto amaro abbiamo danzato c’era l’ebbrezza delle notti d’estate e tuttavia non ho sentito alleggerirsi le membra come se potesse far male ripetere i gesti e le modalità di tempi che non sono più eppure ho avuto il mio straccio di favola come avviene nei miti e nei rimandi abbracciarti non è mai stato così tangibile mi sono lasciata andare alle avance della ragazza dagli occhi chiari ma adesso conosco il kairos e so di non poter più essere abbastanza sbronza da concedere al nuovo di rovinarmi avevi dita lunghe con quelle stesse mani riempivi cartine di strane misture non ancora psicoattive e non abbastanza maledette da potersi svelare poi la pioggia ci ha trascinate via il fotografo al tuo fianco mi parlava di un certo tipo di buddismo cui non sono mai riuscita a cedere nell’asfalto vedevo riflessi i corpi erano figure di marzapane e si sgretolavano in ogni goccia al mattino avevamo camminato a lungo in salita verso san luca il sudore si è appiccicato ai vestiti e il fiato in mille pezzi m’imponeva lunghe soste di riconciliazione con il corpo s’intende l’umidità nei nervi e quella sensazione di non avere più aria ma non volevo deluderti ti lasciavi trascinare dal guinzaglio mentre ivi più giovane e scaltra di noi arraffava gli ultimi pezzi di ossigeno prima del diluvio sono entrata in chiesa coprendomi le spalle ho rubato il silenzio delle statue e dei mosaici fotografato gli angoli di luce mentre riprendevo il flusso naturale del respiro la discesa è stata troppo veloce per soffermarmi a considerarne il peso c’era la sospensione del non detto e le parole spezzate nelle chat a ricomporre tasselli riconsiderando sui divani tra i gatti la tridimensionalità dei nostri compagni di giochi raccontarci fatti senza davvero parlare come se dovessimo indovinarci i pezzi mancanti come se dovessimo perdonarci le assenze ho raccolto più volte le gambe per sentirmi ancora un po’ bambina ti ho detto che avremmo potuto scrivere un romanzo epistolare a sei mani con tutto quel che non ci siamo dette in cinque anni io tu e sbighi così ora saltiamo sulle crepe del tempo per assicurarci di essere le stesse di allora soltanto con corpi più adulti e suture di consapevolezza agganciate alle vertebre forse possiamo ancora amarci ma senza più pretendere con la distanza che si dissolve nella linea di asfalto da cui partono i bus ho letto per quattro ore sull’interregionale per milano non mi sono guardata intorno solo ho inspirato l’odore della pioggia nelle vesti degli sconosciuti mentre victor hugo mi parlava della pericolosa fascinazione dell’onirico a milano ho incontrato mia madre e non sono tornata con i piedi per terra la strada per l’ospedale era lunga e ingorgata non potevo guardare gli occhi del tassista soltanto ricordo la voce sua al carbone mentre parlava della filosofia del non facile e non mondano dopo aver ascoltato brandelli di una telefonata piena di promesse ne ho visti tanti diceva sedersi su questi sedili e credimi non si arriva da nessuna parte con le scorciatoie la strada è lunga e impervia soltanto così puoi costruire qualcosa di solido tutto ciò che è frivolo ti esalta ma ti sfalda e si sfalda non appena tocca terra non regge l’impatto perciò non domandarti perché altri arrivino più in alto poniti piuttosto il problema della durata l’intensità non ha radici e non conduce ad alcun approdo io e mia madre siamo scese e abbiamo atteso ore su sedie di plastica in una parvenza d’ordine grigia e gelida il responso non è ancora arrivato ma nulla di grave si muove ora sotto la pelle e questo io sentivo nulla di grave nulla di definitivo come una stretta troppo leggera che non pesa nulla e non rassicura ho rivissuto centomila sguardi nel bagno dell’hotel li ho vomitati e poi ho riso.

© Ilaria Palomba
foto di Stefano Borsini

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Le notti in quella grande casa 245 di north circular road con lupo anya e alex a cercare spiriti nell’ululato del vento a rotolarci in gonfiabili materassi mentre sopra c’è musica tossica alle quattro del mattino svegliandoci di soprassalto per il gran rumore che anya non sopporta e alle quattro del mattino non sopportando si mette a scrivere mail per denunciare l’accaduto ai proprietari e aspettando che l’inquilina chieda spiegazione per dargliele con fuck off annesso e ammette mi sono trattenuta dal dirle di peggio le mattinate con alex che prepara il te svegliandoci con colazioni in camera a girare su bus tour sleeppando sui sedili per non aver dormito la notte per la musica e il vento a cercare i pub delle peregrinazioni di Joyce dopo averne visitato gli appartamenti a bere irish coffie a temple bar con natalizie decorazioni e musicisti folk in rigorose camicie a quadri a ridere di nottambuli limoni e anoressici fantasmi che fuori dallo specchio della lavanderia domandano who are you in precisissimi inglesismi da dopoguerra a rotolarci sul pavimento con irlandesi che offrono costosissimi eccitanti mentre si gioca con cani rebel e si ascolta david bowie parlando multilanguage e comprendendo meno di un terzo dei discorsi strafatti a bere cydro e poi vino e poi wiskey all’una di notte mentre il vento ha la voce di uno spettro a fantasticare dissotterramenti di cadaveri sotto lapidi di byrne incorniciando con fotografici flash i cristi in pietra lavica scolpiti agli angoli di oscuri giardini infernali a guardare film horror leggendo su wikipedia storie sulla north circular road parlando di inspiegabili suicidi e abbandonate stone’s ville una volta rigogliose e prospere ora ricoperte da rampicanti piante demoniache e sterpaglie da incubo a vagare per dublino tra trinity college e st stephen’s green elemosinando il sole di mezzogiorno lasciandoci incantare da gotiche cattedrali in pietra medievale st peter church e st patrick’s church dalle luminosissime vetrate che incendiano l’oscurità incendiano e incantano lo sguardo nell’assoluto bagliore a sbirciare scene di spaccio di uomini in bicicletta che corrono a confessarsi e incontrano pusher knacker in tuta adidas dentro chiese st dominic’s church e corrono fuori a diffondere il verbo dello sballo giriamo al freddo nel vento assassino tra prigioni kilmainham e glasnevin cemetery comprando vomitevoli caffè per banchettare con cornetti e tramezzini da supermercati teco ce ne stiamo nella penombra di uno scenario alla tim burton scattando irriverenti foto su lapidi carton mentre fuori l’odore di pioggia invischia l’aria che cambia ogni istante sole pioggia e tramonto una notte ce ne stiamo a bere vino nel quartiere ultramoderno bord gáis energy theatre tra luci sparate e liffey straripato fa un freddo che immobilizza i muscoli i piedi non li sentiamo più e ci passa davanti un riccetto in bici che ha l’aria di avere meno di diciotto anni chiedendo sigarette e regalando accendini con foglie di marijuana incise sopra si avvicina raccontando strafatto di esser finito sui giornali per aver provocato incidenti in bici e mostrando documenti falsi stampati in francia racconta di aver passato tre giorni in carcere per tentata strage ma di esserne uscito incensurato fottendo il sistema con documenti falsi stampati in francia durante la leva militare mi presenti il tuo spacciatore gli chiedo ma non comprende e anya gli parla e traduce dall’inglese permettendosi di correggere il tutto con qualche bestemmia in barese e così i nostri piedi assiderati domandano venia e ce ne scappiamo con il vento a trafiggere le ossa scappiamo verso lo spire con il fiato mozzato dal gelo e c’è un odore inspiegabile di freddo che s’insinua nelle fenditure delle ossa allo spire l’ultimo taxi ci porterà nella casa degli spettri io e anya resteremo sveglie la notte a rimembrare adolescenziali furori e a non riconoscerci mentre le vite degli altri – nel passato – ci scivolano sopra come oniriche ombre in una notte lunga un’esistenza.

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© Foto: Luigi Annibaldi

© Testo: Ilaria Palomba

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avevo voglia di bere e non potevo non potevo agire stanotte ieri lou reed moriva altrove incontravo donne dai capelli biondo-rossi e amici i pochi gli unici dove non conta davvero il grado di psicopatia raggiunto quel che conta è un aporetico stare assieme al di là delle dissolvenze interpersonali avevo trascorso l’intera giornata a vomitare non avevo assunto alcuna droga e mi chiedevo – mi chiedo – se non fosse peggio la lucidità l’assoluto esserci Heideggeriano la donna rossa dai capelli biondi – o viceversa – mi trascinava verso orizzonti di eterni ritorni mi sarebbe piaciuto sconvolgere gli animi ricordare trascorsi lisergici alcolizzarmi fino al termine della notte per dimenticare i nomi delle vie postindustriali e un tantino mussoliniane che mi accingevo a percorrere per dimenticare le rughe immaginifiche che vedevo comparire sul mio volto vissuto solo a metà mi sarebbe piaciuto darle l’immagine di me che aveva conosciuto un tempo i nostri uomini discutevano di oscene possibilità la donna rossa dai capelli biondi immaginava come capitalizzare l’evento eravamo fuori da ogni contesto riassorbiti dalle luci stroboscopiche dell’eur senza più domandarci il significato della parola lavoro (per me ormai invisibile arcano) mi hanno trascinata in un concerto dei pil – che per fortuna non sta per prodotto interno lordo – è stato incredibile lo stesso giorno conoscevo uno dei miei miti adolescenziali johnny rotten – ho imparato a muovermi sul palco per schivare le bottiglie che arrivavano dal pubblico – mentre l’altro mio mito adolescenziale spirava altrove scoprivo nuove verità nascoste nel corpo intravedevo perfette immagini femminee di transgender all’uscita dal fungo camminavamo tra odori di escrementi d’elefante fuori dal circo moira orfei per raggiungere l’atlantico posteggiando due chilometri più in là ascoltavo le sonorità postpunk dei pil librandomi in danze d’altri tempi mentre la voce di rotten ancora molto punk beveva e sputava assoluta giovinezza ancora come se non fosse trascorso un solo istante dal ’75

rivedevo frammenti della grande truffa del rock and roll e poi gente da ritual vista e rivista da anni ma mai conosciuta mai salutata mi avvolgevo sinotticamente nell’illusione prossemica scalfita da un vetro spesso generazioni non potevo accettare quella distanza e così mi perdevo danzando ogni cosa diveniva lontana e confusa lontana e confusa lontana e confusa ho nel corpo così tanti stupefacenti del passato da saperli liberare al momento opportuno danzavo posseduta per un attimo dimenticavo ogni dolore ero meraviglia assoluta per una volta riuscivo ad amarmi amavo i ricordi di chitarre suonate con anarchy in the uk e le labbra carnose della mia amica sbighi al liceo quel gruppo di borderline che non eravamo altro meraviglia delle meraviglie quando sapevo far tesoro della mia diversità G. la mia amica dai capelli rossi era sempre stata un passo avanti a me musicalmente esistenzialmente letterariamente mi aveva insegnato a dirimere l’apparenza dall’essenza e a riderci su ci sono stati baci sulle spiagge salentine nella notte e profetici bagni di mezzanotte completamente nude ci sono state saffiche allusioni ora è strano essere qui ognuna con il suo uomo mentre loro progettano di fuggire a new york e noi pensiamo di perderci in misticismi indiani in viaggi di sola andata verso l’atma più profondo e vorace era strano danzavo ed ero uguale a quella ragazzina che sono stata quando ci spiavamo distanti ognuna con la sua vita improbabile ora chi l’avrebbe mai detto lei in banca e io ancora nel battesimo dell’impossibilità senza lavori senza vincoli identitari la notte era finita così a frugarci nelle tasche per comprare l’ultima birra ad assumere farmaci non psicotropi per alleviare dolori di stomaco frutto dell’abuso di sé si era concluso il giorno e anche la notte volgeva al termine ma non riuscivo a dormire mi sentivo ancora avvolta in quella musica e nella mia danza senza freni libera volavo sopra le cose mi lasciavo pervadere dallo spirito dei tempi fissavo johnny rotten il mio mito adolescenziale e pensavo a lou reed altro mio mito adolescenziale e pensavo all’intera mia vita consacrata a tempi mai vissuti a spiare il passato come fosse presente a spiare dal buco della serratura gli anni migliori che non mi sono stati concessi lupo guardava documentari sui sex pistols io leggevo articoli sulla morte del grande lou reed e aspettavo fotografie di attrici e performer concettuali e guardavo quelle foto e guardavo alla mia danza e alla mia amica rossa dai capelli biondi e viceversa e mi rivedevo e ci rivedevo nell’assoluta potenza della giovinezza che già mi sento sfiorire.

© Ilaria Palomba

foto di Luigi Annibaldi